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Intanto a Padova si evade più Iva che in tutta la Svezia

L'ingresso della nuova sede dell'Agenzia delle Entrate, Roma, 14 dicembre 2017. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Piccolo aggiornamento sui nemici che non vengono raccontati perché viene comodo discettare di attici inesistenti degli scrittori, di qualche immigrato che dà in escandescenze oppure della solita liturgia di insulti contro il Mimmo Lucano di turno: secondo uno studio della Commissione Europea in Italia ci sono 35,9 miliardi di euro di Iva evasi nel 2016. L’Italia da sola ha evaso un quarto dei 147,1 miliardi mancanti facendo la somma di tutti gli stati dell’Unione Europea.

Solo a Padova si stima che sia di 649 milioni di euro l’ammontare dell’evasione Iva. Per dare una proporzione: la Svezia ha un’evasione pari 465 milioni, la Lettonia 258. Sono i dati che ha elaborato Fabbrica Padova, centro studi di Confapi, il cui presidente, Carlo Valerio, ha dichiarato (intervistato da Padova Oggi) che «se in Italia si evade così tanto è anche per via della troppa burocrazia che agevola coloro che non vogliono pagare le tasse, dell’eccessiva propensione all’uso del contante in confronto alle altre nazioni e del continuo ricorso da parte dei Governi che si sono succeduti negli anni di misure inquadrabili come condoni che sono, in un certo senso, una sorta di incentivo all’evasione.»

Sono cifre spaventose che da sole risolverebbero un bel pezzo dei problemi dei conti pubblici e della credibilità internazionale. Si potrebbe, ad esempio, anche parlare del fallimento dell’Ispettorato nazionale del lavoro che registra un calo dell’accertamento dell’evasione contributiva del con un calo (nel 2017) del 50% rispetto all’anno precedente e addirittura di più 60% rispetto al 2014. Oppure si potrebbe aggiungere il calo del 20% dei recuperi dell’Inail dal 2014 al 2016.

La pacchia degli italiani furbi, insomma, procede a gonfie vele. E il condono prossimo venturo così fortemente voluto da Salvini è un’ulteriore manna che piove dal cielo.

Intanto, ieri, quelli al governo ci hanno deliziato con Salvini e la Le Pen che hanno discettato di Europa (uno è stato l’assenteista numero uno e l’altra si è pagata le ostriche con i soldi di Bruxelles), il ministro Toninelli ci ha chiesto di non contestare il decreto su Genova (contestatissimo a Genova, altro che applausi da funerale) perché l’ha scritto con il cuore, il premier Conte ha smentito un’informazione che stava sul suo curriculum e un po’ tutti hanno discettato di spread e economia con lo spessore di un barbecue tra amici.

In Sicilia hanno minacciato Claudio Fava, anche. Ma anche questo sembra interessare quasi a nessuno.

Buon martedì.

Elezioni in Brasile: il volto “nuovo” del cesarismo e un vecchio mondo che cade in frantumi

This photo combo of Workers' Party Presidential candidate Fernando Haddad shot on Oct. 4, left, and an Oct. 7, 2018 photo of Jair Bolsonaro, of the Social Liberal Party, shows the two candidates that will face off in a second-round vote in Brazil. Official results of Sunday's Oct. 7 election showed that Haddad will face Bolsonaro, the far-right congressman, in a second-round vote. (ANSA/AP Photo/Silvia Izquierdo) [CopyrightNotice: Copyright 2018 The Associated Press. All rights reserved.]

Una svolta politica in tre atti: il primo è stato un Golpe istituzionale il secondo un Golpe giudiziario, ora siamo al terzo momento, quello elettorale, con il quale si è data parvenza di legittimità democratica ai primi due, dopo aver utilizzato ogni mezzo necessario a raggiungere questo scopo. La mobilitazione di tutti i gli organi di formazione dell’opinione pubblica funzionale a una sola narrazione possibile, dunque la lotta furibonda per garantirne il controllo monopolista, è paradigmatica. Nei Quaderni Gramsci ci ha spiegato che di fronte all’equilibrio di forze «a prospettiva catastrofica», il cesarismo è una soluzione arbitrale, la cui natura progressiva o regressiva può essere compresa con lo studio storico della realtà concreta e non con astratti schemi sociologici: è del primo tipo quando aiuta, seppur attraverso compromessi e temperamenti, la forza progressiva a trionfare; è di senso opposto quando il suo intervento aiuta a far trionfare la forza regressiva.

Se il Brasile del 1964-68 rientrava nelle forme classiche del “cesarismo tradizionale”, che necessità dei “colpi di Stato militare in grande stile”, quello di oggi fa parte a pieno titolo del cesarismo di tipo moderno, nel quale le complicazioni date dalla presenza di mezzi nuovi a disposizione e la maggior complessità della società civile, rendendo il fenomeno molto diverso da quello tradizionale. Lo sviluppo del parlamentarismo, l’affermarsi dell’associazionismo attraverso i partiti e i sindacati, con ampie burocrazie pubbliche e private trasformano la stessa funzione della polizia non più solo mobilitata dallo Stato nella repressione della delinquenza, ma posta a servizio della società politica e della società civile per garantire il dominio politico ed economico delle classi dirigenti.

Nel Quaderno 13 Gramsci rafforza ancora questo concetto, al punto da sostenere che gli stessi partiti politici e le organizzazioni economiche delle classi dominanti vanno considerati «organismi di polizia politica, di carattere preventivo e investigativo». Nel mondo moderno l’equilibrio a prospettive catastrofiche non si verifica tra forze in grado di fondersi e unificarsi, nemmeno dopo un processo «faticoso e sanguinoso», ma tra forze il cui contrasto risulta insanabile e destinato ad approfondirsi con le forme cesaree di controllo della società. Nonostante ciò, anche una forma sociale in crisi («il vecchio muore») ha margini di sviluppo e perfezionamento organizzativo potendo contare sulla debolezza relativa della «forza progressiva antagonistica» che ne rappresenterebbe la negazione. In tal senso il cesarismo moderno sarebbe più poliziesco che militare, proprio perché utilizza tutti quegli strumenti preventivi e investigativi necessari a mantenere le forze ostili in condizione di minorità.

Andando oltre le categorie analitiche, analizzando in controluce il voto, emergono alcuni segnali molto evidenti. Al di là di un contesto generale avverso e difficile da affrontare, il Pt ha sbagliato tattica e prospettiva, imponendo la candidatura di Lula pur sapendo che mai avrebbero reso possibile la sua competizione. Così Haddad ha fatto praticamente un mese di campagna elettorale, avendo tutti i media contro, mentre Bolsonaro è in corsa da anni. Questa scelta, che si spiega come atto di riconoscenza verso Lula contro un provvedimento illegittimo, ha però impedito alla sinistra di presentarsi unita al primo turno, annullando al contempo qualsiasi segnale di novità e rinnovamento, che pure era necessario.

Le uniche note positive sono due: 1) tutto il fronte progressista si è rapidamente posizionato ed è già mobilitato su una linea unica rispetto al secondo turno; 2) il Pt, nonostante la sconfitta di alcuni dirigenti storici, ottiene il gruppo parlamentare più consistente alla camera con 57 deputati. Ma nessuna illusione, la destra ha il vento in poppa. La peggior droga in questi casi è confondere i propri desideri con i rapporti di forza, ossia, credere che alla fine la realtà ti darà ragione.

In Brasile è già iniziata un’altra era politica nuova e totalmente imprevedibile, sia perché del tutto inedita, sia per la natura prepolitica delle nuove forze alla testa di questo processo. Una conferma viene dal risultato disastroso del partito della destra liberale tradizionale, che da sempre incarna lo spirito nazionale dell’antipetismo. Il Psdb (al ballottaggio alle precedenti presidenziali) partito di potere incredibilmente influente, capace di eleggere presidenti e governatori in tutto il Paese si è presentato con il suo uomo più forte, il governatore uscente dello Stato di São Paulo Geraldo Alckmin, prendendo appena il 5% dei voti. Bolsonaro ha saputo unificare e centralizzare il fronte della destra (da quella più estrema alla moderata), esattamente quel che invece non è riuscito (fino a ora) alla sinistra.

Il centrosinistra è in caduta libera, serve una vera sinistra in Europa

Nel Parlamento europeo uscente i gruppi dei Socialisti e democratici, Sinistra unita europea e Verdi hanno il 39,51%, una percentuale inferiore a quella raccolta in Italia dal solo membro del Pse, il Pd svettante solitario al 40,81%, superato soltanto dai laburisti maltesi con il 53,39%, ma appena 134.462 voti: un niente rispetto ai 11.203.231 voti di Renzi alle elezioni europee 2014, che supera persino gli 8.807.500 della Union della Merkel, il partito leader del Ppe. Pse e Ppe con 410 seggi su 751, cioè il 54,8% si spartiscono i posti più rilevanti. Il Pse con 40.202.068 voti è il primo partito europeo avendo due milioni di voti in più del Ppe. Preistoria, proiettando i risultati delle elezioni nazionali degli ultimi cinque anni il predominio Ppe-Pse è finito. Il primato in voti del Pse con la scomparsa del Psf e la Brexit, che si porta via 4.020.646 voti laburisti, è un ricordo di un passato che non tornerà tanto presto, forse mai. A sinistra, se Sparta piange, Atene non ride. La Sinistra unita europea, che era già un’alleanza, che nascondeva differenze e diffidenze, è ormai divisa da Mélenchon e dalla sua avversione per Tsipras. La stessa esperienza di Syriza simbolo di un’altra sinistra possibile ha due figure simboliche alternative in Tsipras e Varoufakis. Ma il fatto vero è che le perdite dei partiti del Pse non sono state recuperate a sinistra se non in Grecia e Spagna, ma anche in questi casi non totalmente e la somma di Pasok e Syriza o di Psoe e Podemos non raggiunge quella Pasok e comunisti e Psoe e Pce nei loro tempi migliori. In questo quadro la situazione dell’Italia appare la più desolante: una volta era composta da socialisti e comunisti che nel 1946 erano il 33,73%, e dovettero attendere il 1958 per avvicinarsi a quella percentuale stando all’opposizione. Ancora nel 1963 Pci e Psi su posizioni in contrapposizione avevano il 35,15%. Le vicende successive a partire dal 1992 cambiano politicamente la sinistra storica con la scomparsa dell’area socialista. La vittoria dell’Ulivo nel 1996 ha solo rinviato i problemi e l’ultima illusione è stata la vittoria del 2013, grazie ad una legge elettorale incostituzionale. In quella legislatura si è consumata la rottura tra la sinistra, in realtà geneticamente mutata in un ibrido di centro-sinistra, e la Costituzione e la democrazia parlamentare. La responsabilità non è solo del Pd renziano, a sua volta prodotto della conversione alle leggi elettorali maggioritarie: vincere senza avere la maggioranza era più importante di saper per cosa. Non si perseguiva un’alternativa politica al neoliberismo, ma neppure l’attuazione della Costituzione, dopo la vittoria al referendum del 4 dicembre. Dovrebbe essere evidente anche senza gli studi dei flussi dell’istituto Cattaneo, che nuovi elettori di M5s e Lega vengano da un deluso fronte del Noi. È credibile una sinistra che elegge suo esponente di punta chi – come presidente di una Camera – ha inferto un colpo senza precedenti alla centralità del Parlamento privilegiando l’esecutivo e proprio su una legge elettorale per di più incostituzionale? Non si riacquista affidabilità se non si riesce ad indicare un proposta che sia una chiara, comprensibile e realista a problemi importanti come le politiche migratorie o la lotta alla disoccupazione. Una sinistra capace soltanto di denunciare i futuri prevedibili attacchi alla Costituzione, ma non come darvi attuazione a cominciare da una propria riforma che anticipi una legge sui partiti politici come richiede l’articolo 49 della Carta, o invertire la tendenza alla privatizzazione a cominciare dalla gestione delle autostrade, non necessariamente con un intervento statale, ma pubblico in senso lato comprese le comunità di lavoratori o di utenti (art. 43 Cost.). Invece ci si divide tra sovranisti ed europeisti, come se la democrazia fosse solo nazionale e l’Europa ideale quest’Europa.

L’articolo è stato pubblicato su Left del 21 settembre 2018


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Perché il potere odia la complessità (più che la stampa)

Il vice premier Luigi Di Maio durante il suo intervento nel comizio di stasera a Potenza, 7 ottobre 2018. ANSA/TONY VECE

Non è solo l’ultima uscita di Di Maio, che gongola per la chiusura del Gruppo Espresso (che già come definizione è una mezza bufala): certe interpretazioni del potere hanno sempre avuto di traverso certa stampa. Accade ora, è sempre accaduto e continuerà a succedere. Il vicepremier quindi se ne faccia una ragione: anche in questo non c’è nulla di nuovo sotto al sole, tutto visto, stravisto, nessun cenno di cambiamento.

Ma il potere non ha nel mirino la stampa: il potere odia la complessità, in tutte le sue forme, che sia un settimanale, una trasmissione video, un podcast, satira, un libro o addirittura un blog ben fatto perché sogna da sempre di dividere le persone in tifosi per tifosi contro, senza nessuna scala di grigi, due fazioni contrapposte: l’acritica venerazione dei seguaci (più che elettori) che si alzano ogni mattina per scontrarsi pregiudizialmente contro gli oppositori che molto spesso fanno della propria opposizione l’unico contenuto degno di nota. Sarebbe perfetto per i potenti se nessuno toccasse questo equilibrio; se davvero non intervenisse la narrazione dei fatti si potrebbe continuare così a lungo senza troppe complicazioni. I poteri aspirano all’immutabilità del contesto per riuscire a garantirsi l’auto preservazione.

E invece il mondo, fortunatamente, cambia: cambiano le persone, cambiano le sensibilità, cambiano le priorità, le paure e quindi inevitabilmente non reggono troppo a lungo le stesse soluzioni (o meglio: la stessa propaganda) e così il potere (come accade a tutti noi nei nostri diversi e più piccoli mondi sociali e lavorativi) deve reinventarsi, studiare, capire e sottoporsi ogni giorno alla verifica dei suoi elettori. E siccome il sogno dei governanti è quello di congelare per sempre l’apice del proprio successo temono ogni pur piccolo cambiamento temendo (o essendo consapevoli) di non riuscire ad esserne all’altezza.

Così ogni tanto se ne escono, ciclicamente che siano di destra o di sinistra, con questa lagna dei giornali  contro che sembra un atto di forza e invece è solo una paura fottuta. I fatti (e quelli che li raccontano) sopravviveranno a tutti, inevitabilmente. E ridono della banalità del potere già pochi anni dopo.

Buon lunedì.

Il Labour compatto con Corbyn

LIVERPOOL, ENGLAND - SEPTEMBER 26: Labour Party leader, Jeremy Corbyn stands by members of Liverpool People's Choir following his keynote speech on day four of the Labour Party conference at the Arena and Convention Centre on September 26, 2018 in Liverpool, England. In his closing speech to the conference the Labour leader promised to 'kickstart a green jobs revolution' and expand the provision of free childcare should Labour win power. (Photo by Christopher Furlong/Getty Images)

Un appuntamento molto atteso la conference annuale del Partito laburista a Liverpool. Per due motivi. Il primo è che il Labour ha passato un’estate infernale in cui è stato vittima di una campagna mediatica ferocissima con accuse di antisemitismo che hanno raggiunto tanto Jeremy Corbyn quanto il partito stesso, dipinto come razzista e antisemita. Il secondo è che, in un partito che vota formalmente decine e decine di mozioni che vengono sottoposte alla conference dai partiti locali e dai sindacati affiliati, c’era molta preoccupazione per il voto circa la linea da tenere sulla Brexit. Molti temevano (altri speravano) che il Labour si sarebbe spaccato tra chi sostiene che la Brexit sia un processo inarrestabile che va gestito da sinistra e coloro che vogliono proporre un secondo referendum con l’obiettivo di interrompere l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Da Liverpool, però, il messaggio che è arrivato al Paese è stato incredibilmente forte e chiaro: vogliamo nuove elezioni anticipate. L’entusiasmo della base del partito era palpabile, così come lo era la determinazione della classe dirigente che si è susseguita sul palco della cinque giorni laburista. La sfida ai Tories è stata aperta e senza tentennamenti: non siete in grado di svolgere in maniera efficace le trattative per la Brexit, fate posto a noi, siamo pronti a farlo. Ciò che più ha colpito della conference laburista, tuttavia, è stata…

L’articolo di Domenico Cerabona prosegue su Left in edicola fino all’11 ottobre 2018


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C’è scritto sicurezza, si legge repressione

Italian Interior Minister Matteo Salvini (R) arrives for an EU-Interior Ministers Conference on Security and Migration ?Promoting Partnership and Resilience in Vienna, September 14, 2018. (Photo by HANS PUNZ / APA / AFP) / Austria OUT (Photo credit should read HANS PUNZ/AFP/Getty Images)

Partiamo dalla Val di Susa dove più efficace è stato l’appello al voto utile per i Cinque stelle. Una volta al governo quel partito non solo è ambiguo sul Tav ma i suoi ministri hanno votato come un sol uomo il dl Salvini che, col pretesto della lotta al terrorismo e alle mafie, colpisce «barbari, marginali e ribelli, ossia stranieri, poveri, e quelli che occupano case e centri sociali, un’ossessione per Salvini e le destre», spiega a Left, Livio Pepino, ex magistrato e presidente del Controsservatorio Val Susa.
«Da anni l’alfiere degli Yes Tav, Stefano Esposito, ex senatore Pd, si batteva perché il blocco stradale diventasse reato uguale al sequestro di persona» ricorda Italo Di Sabato, coordinatore di Osservatorio repressione. Ora Salvini lo copia pari pari e, sul solco dei decreti Minniti-Orlando, prosegue la fuga del Paese «dallo Stato sociale allo Stato penale, si utilizza la fabbrica della paura per destrutturare lo Stato di diritto».
Il sedicente governo del “cambiamento” copia il Pd che a sua volta copiava il Pdl che peggiorava certe malefatte dell’Ulivo compiute “perché se no avrebbe vinto Berlusconi”. Così il dl Salvini, oltre a premere in generale sulla condizione migrante, criminalizza le occupazioni, arma di Taser le polizie municipali (nelle città con più di 100mila abitanti), estende il Daspo urbano di Minniti anche alle aree di fiere e presidi sanitari (per colpire senzatetto, tossici, trans e disagiati psichici) e ripenalizza…

L’articolo di Checchino Antonini prosegue su Left in edicola fino all’11 ottobre 2018


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«Comunque vada torneremo nella nostra terra»

TO GO WITH AFP STORY BY RANA MOUSSAOUI An elderly Palestinian refugee holds his old ID card in the Shatila refugee camp in the southern suburbs of Beirut on September 22, 2011 as some 300,000 refugees in Lebanon will be watching Palestinian president Mahmoud Abbas make a historic bid for statehood at the United Nations in New York, a move the United States has threatened to veto. AFP PHOTO/STR (Photo credit should read -/AFP/Getty Images)

«Il ricordo fa male, eppure non dimentico. Avevo 17 anni quando hanno ucciso mio padre e i miei fratelli». A distanza di 36 anni dal massacro avvenuto nel campo profughi palestinesi di Sabra e Shatila (Beirut), Nuhad ricorda ogni singolo dettaglio: «Di quelle pallottole sento ancora oggi il rumore. Sono viva solo perché ho finto di essere morta. Rimasi stesa per un po’ sul pavimento. Poi, quando tutto sembrò più calmo, uscii da casa e mi accorsi che avevano sparato anche ai vicini». Nuhad, oggi 53enne e madre orgogliosa di figli iscritti all’università, trema come un uccellino mentre racconta quei tragici momenti. Si prende delle piccole pause, la voce è di tanto in tanto distorta da un principio di pianto, ma niente può fermare la sua voglia di narrare. Raccontare vuol dire dare voce a chi, diversamente da lei, in quei giorni non ce l’ha fatta a sopravvivere. La pace nasce dalla giustizia, ma non c’è giustizia se non si ricorda, sembra dirci. Incontriamo Nuhad in un piazzale di Shatila dove una grossa lapide ricorda i tremila palestinesi massacrati tra il 16 e il 18 settembre dalla violenza cieca dei Falangisti di Elie Hobeika sostenuti dagli israeliani (secondo Tel Aviv e alcune fonti libanesi i morti sarebbero però tra i 300 e gli 800). Vicino a lei un uomo anziano vaga: «Mio figlio è ancora vivo – dice, indicando la foto di un giovane su un quadernone che ha in mano – solo che è scomparso quel giorno». Storie di ordinaria sofferenza di Shatila, un inferno in terra, emblema delle ingiustizie subite dal popolo palestinese da oltre 70 anni. Situato nella parte sud-occidentale di Beirut, il campo si estende su un fazzoletto di terra di un chilometro quadrato: una superficie che, come per tutti gli altri campi, deve rimanere tale seconda la legislazione libanese. Poco importa che…

Un paese di Calabria, visione gratuita per sostenere il modello di Riace

In un paese calabrese svuotato dall’emigrazione, è nata un’utopia. Riace ha deciso di accogliere i migranti che sbarcano sulle coste italiane. Oggi le case abbandonate sono di nuovo abitate e nel paese è tornata la vita.

In seguito all’arresto di Domenico Lucano, le registe e le produttrici di “Un paese di Calabria”, Shu Aiello, Catherine Catella, hanno deciso di condividere la loro visione di Riace per sostenere l’importanza del modello di accoglienza messo in atto dal sindaco e dai suoi concittadini, oltre che per proporre una riflessione sui cicli migratori. Denunciamo la criminalizzazione degli atti di solidarietà e accoglienza dei rifugiati in Italia, in Francia ed ovunque in Europa.

 

 

“Un Paese di Calabria” di Shu Aiello e Catherine Catella from BoFilm on Vimeo.

Yanis Varoufakis: «Ecco come il mio DiEM25 si prepara alle europee»

ATHENS, GREECE - MAY 1: Former Greek Finance Minister Yanis Varoufakis (C) takes part in a rally during May Day celebrations in Athens, Greece, on 01 May 2018. (Photo by Ayhan Mehmet/Anadolu Agency/Getty Images)

Di certo, ha le idee chiare: «Va costruita un’autentica unità sulla base di un programma paneuropeo comune scongiurando cartelli politicisti o coalizioni Frankenstein; abbiamo un dovere storico, dobbiamo realizzare un nuovo soggetto, credibile e maggioritario, in vista delle Europee 2019». Yanis Varoufakis si aggira per il vecchio continente per costruire quel che definisce un programma alternativo, transnazionale e progressista. Stringe accordi ed alleanze per allargare il fronte del cambiamento. Lo scorso 20 agosto ad Edimburgo ha incontrato il leader laburista, Jeremy Corbyn, dove ha illustrato il suo piano per non lasciare l’Europa nelle mani dei nazionalisti e delle nuove destre. Un terzo spazio: né con Maastricht, né con Visegrad.
Questa Europa ha imboccato un vicolo cieco, veramente si può ancora cambiare rotta?
L’austerità è uno strumento per condurre una guerra di classe contro la maggioranza dei cittadini. E questo discorso vale per ogni Paese europeo, compresa la Germania. Una guerra di classe che genera quel malcontento che, in assenza di un’alternativa programmatica coerente di sinistra, alimenta come reazione i mostri della destra xenofoba, come Salvini in Italia.
E in questa missione Corbyn è un suo alleato?
Sicuramente, Corbyn è un alleato chiave in questo progetto nel Regno Unito, mentre Bernie Sanders è un alleato chiave nelle Americhe.
Al momento, però, di fronte al crollo di questa Europa, gli unici a rafforzarsi sono i populisti xenofobi. Di recente lei ha detto che «Salvini… 

L’intervista di Giacomo Russo Spena a Yanis varoufakis prosegue su Left in edicola dal 5 ottobre 2018


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Quei profughi in ostaggio della propaganda di governo

Migrants stand aboard the Italian Coast Guard ship Diciotti, moored at the Catania harbor, Tuesday, Aug. 21, 2018. One and seventy-seven migrants rescued at sea remained aboard the Italian Coast Guard ship Diciotti Tuesday morning as the Italian government refused to let them disembark in the port of Catania until other European countries agree to take them.The Diciotti arrived in the port of Catania late Monday night after spending days off the Italian coast as the Italian and Maltese government bickered over where they will be taken. (AP Photo/Salvatore Cavalli)

Amina non sapeva cosa le avrebbe riservato quel viaggio. In cerca di una possibilità, di una vita diversa, di un futuro, parte nel 2015 dall’Eritrea. Vuole raggiungere il nord Europa. E lasciarsi indietro il suo Paese, fatto di torture per chiunque osi opporsi al regime, povertà, leva obbligatoria anche per le donne, mancanza di prospettive. Amina (per tutelarne l’incolumità il nome è di fantasia, a differenza della triste e realissima vicenda) è una dei 150 migranti che il governo giallonero ha tenuto per dieci giorni in ostaggio a bordo della nave Diciotti della Guardia costiera, ad agosto. Centocinquanta esseri umani in gravi condizioni fisiche e psicologiche, ridotti a pedine nella scacchiera politica del ministro dell’Interno, manovrati per tentare di vincere la partita con l’Ue sulle ricollocazioni (partita rapidamente persa) e apparire vittoriosi di fronte al proprio elettorato. Incassare consensi sulla pelle delle persone.
«Sapete dove andranno? Alcuni degli immigrati, ed è un risultato miracoloso che non si è mai visto in venti anni, vanno in Albania» sbraitava Salvini di fronte ai fan in visibilio a Pinzolo. Nel frattempo il suo spin doctor, onnipresente sui social, Luca Morisi, twittava: «Caso Diciotti risolto da Salvini. Gli immigrati saranno portati in un centro a Messina, e poi cominceranno le operazioni di distribuzione che coinvolgeranno anche…

L’inchiesta di Leonardo Filippi prosegue su Left in edicola dal 5 ottobre 2018


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