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Lo sminamento del Voltone. Una bella pagina di storia antifascista

Capraia e Limite, Castello

Nell’estate del ’44, quando i tedeschi in ritirata facevano saltare dietro di loro ponti e viadotti, il Voltone dell’Erta a Montelupo rimase miracolosamente intatto. Il “Voltone” viene chiamata quella galleria ferroviaria che attraversa la collina dell’Erta, sopra la quale passa la strada statale 67. Ma perché non fu distrutto un tale obbiettivo strategico? Tanti vecchi montelupini sanno il perché; ma non è scritto da nessuna parte come mai e per merito di chi ciò non avvenne. E’ stata la discrezione e la semplicità dei protagonisti, insieme alla loro modesta capacità culturale, a non far conoscere tale esperienza. Ora, purtroppo, è venuta a mancare anche la loro testimonianza diretta.
È su proposta dell’Auser, che promuove la pubblicazione di racconti su fatti vissuti dalle generazioni passate, che mi sono deciso a scrivere questo avvenimento.

 

Questa storia si basa sul racconto dei protagonisti ormai deceduti e sulla memoria dei figli e dei parenti. Sono state fatte ricerche per verificare le date di questo avvenimento e raccolto testimonianze e documenti.
I principali protagonisti sono due: Lucchesi Lorenzo, detto “Tabarino” e Prosperi Rizieri, mio padre, soprannominato “Ruzzolo”. Due uomini semplici, con pregi e difetti, ma da ricordare tra quelli che, lottando, ci hanno regalato il bene più prezioso: la libertà.
“Tabarino” era un uomo di tendenze anarchiche. Nel ’44 aveva 57 anni, tutti i capelli bianchi e un fisico ancora agile e svelto. Era un ottimo fabbro, estroso e preciso, ma un po’ svogliato. Aveva un difetto: rubava. Piccole cose: polli e conigli il più delle volte. Però gli era costato qualche anno di carcere ed i familiari ne avevano sofferto anche moralmente.
Ma era un uomo generoso, sempre pronto ad aiutare gli altri, tant’è vero che molti alla Torre, il suo paese, lo ricordano con simpatia.
Rizieri era più giovane, aveva 36 anni, simpatico ed allegro. Era un gran lavoratore. Maestro vetraio molto abile e forte fisicamente: uno dei migliori soffiatori della zona. Questa sua capacità gli faceva guadagnare diversi soldi, ma come si dice a Montelupo li “sciupava” tutti. Gli piacevano troppo la spensierata compagnia degli amici e le carte da gioco.
Era nato a Capraia, ma, rimasto orfano di babbo e di mamma a 10 anni, era andato dagli zii a S.Quirico e a lavorare alla “Nardi?” della Torre. Gli aveva fatto da padre lo zio Giannino, comunista, perseguitato dai fascisti anche con il carcere.
In comune con “Tabarino” aveva il coraggio e l’altruismo. Furono queste le doti che li indussero a rischiare la vita per salvare il “Voltone” dell’Erta dalla distruzione. Dopo non cercarono né onori né ricompense, proprio perché considerarono quell’impresa semplicemente come la restituzione di un favore: le armi avute dal Manicomio.

Questi furono i fatti.

Era l’estate del 44 e i bombardamenti degli Alleati si facevano di giorno in giorno più frequenti. La gente dei paesi aveva lasciato le proprie case per sfollare nelle campagne: luoghi più sicuri ed aperti. Le fabbriche avevano chiuso. Alla vetreria Taddei ed in alcune frazioni di Empoli c’erano stati i rastrellamenti e le deportazioni in Germania già a marzo. A Montelupo 22 antifascisti furono prelevati dalle loro case e mandati nei campi di concentramento.
In quella situazione, con i tedeschi in fuga, il pericolo di essere deportati aumentava. Per sfuggire questa eventualità alcuni uomini del posto si riunirono e decisero che insieme meglio avrebbero potuto sfuggire ai rastrellamenti e vivere alla macchia. A Montelupo c’erano già alcuni antifascisti segretamente organizzati e in contatto con il C.N.T.L. di Empoli e a questi si affiancarono i nuovi clandestini, per lo più giovani renitenti alla leva o ex militari rientrati l’8 settembre.
Intanto si andava intensificando l’attività partigiana in tutta la zona e l’eventualità di scontri con i tedeschi si faceva sempre più probabile. Occorrevano quindi altre armi per questi nuovi arrivati. Ci fu chi pensò alle guardie del Manicomio Giudiziario. I secondini erano armati e certamente nel carcere c’era un arsenale. Come fare per avere quelle armi? Fu deciso per la maniera più semplice: chiederle; facendo valere per la richiesta la drammaticità della situazione.
Il 12 luglio, a sera inoltrata, un gruppetto di quattro o cinque uomini, tra cui Rizieri, “Tabarino”, “Gigino di Sofia” e Guido Guidi, si presentò all’ingresso del manicomio chiedendo del direttore. Ci fu qualche difficoltà, ma poi furono ammessi a parlare con il dott. Generoso Quadrino, direttore del carcere. La richiesta delle armi venne esposta da “Tabarino” che meglio di tutti si sapeva esprimere.
A sua volta, il direttore cercò di spiegare che lui non poteva disporre di ciò che era proprietà dello Stato. Ci sarebbe voluta un’autorizzazione ministeriale. Figuriamoci! Ma era un uomo intelligente e disponibile al dialogo. Parlò della situazione in cui si trovava il Manicomio in quell’estate del ’44.
Più di cinquecento persone: detenuti, agenti di custodia con i familiari, funzionari e sfollati, stavano ammassati all’interno della Villa Medicea perché si ritenevano al riparo dai bombardamenti alleati e dalle rappresaglie tedesche. Infatti il carcere, come ospedale psichiatrico aveva i tetti dei padiglioni contrassegnati con grandi croci rosse, in modo che gli aerei non vi sganciassero le loro bombe.
Tutta questa gente all’interno dell’ospedale, aveva bisogno di cibo e di acqua. Che sarebbe successo se fossero venuti a mancare? Il cibo già scarseggiava e l’acqua poteva mancare da un momento all’altro se, come prevedeva il direttore, i tedeschi in ritirata avessero minato e fatto saltare il “Voltone” dell’Erta. L’acquedotto, che alimentava il Manicomio, passava proprio di lì e facendo saltare la galleria i tedeschi avrebbero distrutto anche l’acquedotto. In previsione di ciò aveva tentato di ripristinare un vecchio pozzo all’interno della Villa, ma con scarsi risultati.
Il dottor Generoso Quadrino era un uomo di circa cinquant’anni che sempre aveva applicato la legge ed i regolamenti burocratici, ma in quell’eccezionale situazione volle comportarsi come il suo intuito gli suggeriva. Confidò in quegli uomini che si trovava davanti e che a lui, psicologo, sembrarono coraggiosi e leali.
Acconsentì alla loro richiesta a patto che facessero di tutto per non far distruggere l’acquedotto.
La sottrazione delle armi sarebbe stata denunciata come un furto per giustificarne la mancanza alle autorità superiori.
Non ci furono patti scritti o rilascio di ricevute. Si strinsero la mano guardandosi negli occhi, il direttore da una parte ed i partigiani dall’altra.
Il prelievo avvenne in due o tre sere, a piccoli gruppi, e la quantità di armi fu tale che servì a rifornire anche una formazione di partigiani empolesi che precedentemente aveva armato i montelupini.
***
“Tomba di Berto” è un grosso burrone tra Sammontana e San Donato. In fondo scorre un rio e c’è sempre acqua potabile nei tonfettini in qua e la verso la parte alta tra la fitta vegetazione. Le pareti del burrone sono ciglioni impervi, scoscesi e in qualche punto franosi. Il luogo, per chi non è pratico, risulta inaccessibile. Per questo era stato scelto dai partigiani come rifugio, ma scherzando veniva chiamato “Il quartier generale”. Avevano allargato e approfondito, puntellandola bene, una grotta naturale e qui potevano dormirci riparandosi in caso di pioggia.
Vicino al rio di Tomba ci sono le due grandi fattorie di Sammontana nelle cui cantine e magazzini erano sfollate varie famiglie di S.Quirico, Montelupo e della Torre, tra queste anche quelle di “Ruzzolo” e di “Tabarino”.
Ma nei locali padronali della “Fattoria di Sopra” c’era anche il comando tedesco del Genio Guastatori, proprio quelli che poi avrebbero minato il “Voltone”. Fortunatamente per i clandestini i genieri non effettuavano rastrellamenti, ma facevano solo attività operative. Tuttavia, sia gli uomini che di notte tornavano ogni tanto alle famiglie, sia le donne che di giorno portavano loro, nel bosco, qualcosa da mangiare, dovevano usare la massima cautela per non farsi notare.
Fu in quella boscaglia che, il giorno dopo il prelievo delle armi, si tenne la riunione per decidere come fare a mantenere l’impegno preso: salvare il “Voltone”. Il direttore aveva visto giusto: quelli erano uomini che avrebbero fatto di tutto per tener fede alla parola data.
La discussione cominciò in modo un po’ caotico, ma piano piano tutti si resero conto di non dover fare un attacco armato ai tedeschi. Bisognava evitare le rappresaglie. Anzi, sull’uso delle armi fu raccomandata la massima cautela e mai iniziative personali.
Fu deciso il sabotaggio, cioè disinnescare di nascosto l’esplosivo che i tedeschi avrebbero deposto e renderlo inefficace.
Stabilirono di fare dei turni di sentinella per intervenire tempestivamente quando i tedeschi avrebbero iniziato a collocare le mine. Si appostarono, due per turno, sulla scarpata sopra la ferrovia, tra le casce. Ad una cinquantina di metri dal “Voltone”. Di lì si poteva vedere sopra e sotto la galleria, bastava salire o scendere la scarpata e, attraverso viottoli predisposti tra la fitta vegetazione, avvicinarsi ulteriormente alla galleria senza esser visti.
Erano già due settimane che stavano di guardia sia di giorno che di notte. Infatti i tedeschi, per non esser bersaglio degli aerei inglesi e americani, si muovevano, con i camion ed i carri, quasi sempre di notte.
Una mattina presto, stava appena albeggiando, arrivò una camionetta e un camion tedesco. Quelli del camion entrarono subito nel casceto e tagliarono alcune piccole piante da appoggiare ai due veicoli per mimetizzarli.
Quelli della camionetta, con dei fogli scesero la scarpata fin sulla ferrovia e con un metro a nastro presero delle misure. Parlottavano e osservavano il “Voltone”, poi risalirono. Evidentemente erano dei tecnici del Genio.
Intanto quelli del camion avevano preparato pale e picconi. Furono segnati i punti dove aprire le buche per le mine. Quattro in tutto, due da un lato e due dall’altro della strada, in fila diritta sopra la galleria. La collocazione delle mine avveniva come previsto: dalla parte di sopra. Furono mandati a chiamare “Tabarino” e “Beppe di Cortenuova” che più degli altri si intendevano di esplosivo.
Ma i tedeschi si limitarono a fare solo i “fornelli”, poi se ne andarono. Erano quattro buche della profondità di circa 60-70 centimetri, larghe altrettanto alla base. Con una avevano incontrato proprio l’acquedotto del Manicomio ed avevano dovuto spostarla di circa un metro.
“Tabarino” disse che probabilmente avrebbero messo del tritolo. Intanto si sentiva picchiare più in giù verso Montelupo. I tedeschi stavano minando anche i due ponti sulla Pesa e quello sull’Arno.
Ormai c’era poco da aspettare, quasi certamente la sera i tedeschi avrebbero messo l’esplosivo e al massimo un paio di giorni dopo se ne sarebbero andati facendo saltare tutto dietro di loro.
Già si poteva immaginare l’orrenda voragine che si sarebbe creata dopo l’esplosione. Tutta la collina dell’Erta divisa in due da un enorme baratro, la ferrovia ricoperta dalle macerie e l’acquedotto del Manicomio che, spezzato, versava ininterrottamente.
Le conseguenze di ciò: il Manicomio, stracolmo di gente, senz’acqua e al collasso igienico sanitario; l’inseguimento degli “Alleati” ai tedeschi in fuga bloccato e una grande opera pubblica scomparsa.
Nel covo di “Rio di Tomba” ci fu la solita riunione per decidere come intervenire. C’era tensione, ma anche speranza che presto la guerra sarebbe finita. L’esercito “alleato” avanzava da sud. Era giunta notizia che pattuglie di avanguardie inglesi erano state viste nei pressi di Montespertoli.
Bisognava prendere contatti per collaborare alla liberazione della zona.
Ma intanto c’era da salvare il “Voltone”. Se i tedeschi lo avessero minato, come si poteva prevedere dalle buche, il sabotaggio sarebbe consistito nel tagliare le micce e rimetterle a posto con il contatto all’esplosivo interrotto.
Si proposero “Ruzzolo” e “Tabarino” accompagnati da due o tre compagni per proteggerli alle spalle. Nessuno si oppose. In pratica, del gruppo di “Rio di Tomba”, erano loro i capi.
Probabilmente avrebbero avuto più di una nottata a disposizione, ma, per sicurezza, decisero di intervenire subito, al momento della posa dell’esplosivo. Se per caso ci fosse stato un attacco “alleato” e i tedeschi avessero anticipato la fuga …. non si sa mai. Meglio agire subito.
La sera venne un temporale; durò poco, ma il cielo non si rasserenò e pieno di nuvoli prometteva ancora pioggia. Meglio così, ci sarebbe stato ancora più scuro.
Andarono via dal rifugio a buio, quando già dalla Fattoria di Sammontana si sentivano i rumori dei camion tedeschi che facevano le operazioni di carico. Il deposito degli esplosivi era nella fornace di calce lì vicino.
Passando lungo il rio, poi attraversando i campi, facevano, in parallelo, lo stesso percorso della strada dove transitavano i camion tedeschi, piano, piano e a fari spenti. Fortunatamente quella sera, forse per il maltempo, non volava il ricognitore “alleato” che ogni tanto lanciava bengala per illuminare il territorio.
Giunsero sul posto prima dei tedeschi e stettero tutti insieme dalla parte della bottega del Gheri. Erano in cinque, tre sarebbero rimasti nascosti nel casceto come punto di appoggio, mentre “Ruzzolo” e “Tabarino” avrebbero effettuato il sabotaggio.
Arrivarono i tedeschi e scaricarono diverse casse di esplosivo. Lo deposero nelle buche e lo ricoprirono con dei cumuli di detriti dai quali uscivano i cordoni delle micce avvolti a spirale per srotolarli, poi, al momento dell’accensione. Lavoravano nell’oscurità con solo un paio di torce elettriche. Si udivano le loro voci gutturali e i secchi ordini dei capi. In un’ora avevano finito il lavoro. Era verso le ventitré. Restarono di guardia in due, armati di mitra. Il camion, con tutti gli altri, se ne andò verso Montelupo giù per la discesa.
Le case dell’Erta erano disabitate, tutti erano sfollati: non c’era segno di vita intorno.
Le sentinelle camminarono in su e in giù sulla strada, fermandosi ogni tanto ad ascoltare eventuali rumori sospetti. Poi cominciò a piovere e parlottando si ripararono sotto il terrazzo della casa più vicina: il palazzotto della Verzani, anch’esso disabitato. Evidentemente si erano persuasi che intorno era tutto calmo, non sospettavano sabotaggi e continuavano a parlare.
I partigiani invece quasi trattenevano il respiro per non farsi sentire. Lungo la scarpata, sul ciglione tra l’Appalto del Gheri e la ferrovia, c’era un pallaio dove tante volte avevano passato qualche ora al gioco delle bocce. Un cancelletto di fianco dava proprio sulla strada, vicinissimo ad una delle mine.
“Tabarino” prese lungo il muro dell’Appalto” e arrivato in fondo alla “Rivestizione Pietro Rigatti” attraversò la strada lontano dalle sentinelle per poi ritornare indietro. Dall’altra parte, dove ora c’è la vetreria VAE, c’erano solo macchie a confine dei campi. Strisciando lungo di esse la sua sagoma si confondeva con lo scuro delle siepi. Arrivò alla seconda mina; “Ruzzolo” era già sulla prima. Si guardarono e cominciarono con le mani a scavare il cumulo intorno alla miccia. Pioveva ancora e la terra bagnata gli si appiccicava alle mani. Alla profondità di una trentina di centimetri, col coltello, tagliarono la miccia e la fermarono con una pietra. Ricoprirono come prima e si guardarono con approvazione reciproca, uno di qua e uno di là della strada.
Sempre strisciando fecero il percorso a ritroso e con il cuore in gola per l’emozione si ritrovarono alla postazione di partenza: al pallaio del Gheri, fradici e fangosi.
I due tedeschi stavano sempre sotto il terrazzo. C’era un gran silenzio intorno. Solo il brontolio dei tuoni del leggero temporale si mescolava al latrare di un cane in lontananza. Rimanevano da disinnescare le due mine più lontane. Decisero di scendere sulla ferrovia e di risalire poi dall’altra parte del Voltone. Si sarebbero trovati in un orticello proprio sopra la volta, ma davanti ai tedeschi dalla parte opposta della strada statale e di quella che da lì porta al Manicomio e che veniva chiamata lo “Stradoncino”. C’era nell’orto molta vegetazione tra cui nascondersi, ma la vicinanza ai tedeschi era di pochi metri.
Decise “Ruzzolo” di andarci. Lui era il più giovane e, anche se di corporatura robusta, il più agile. “Tabarino e gli altri con i fucili avrebbero tenuto di mira i tedeschi nel caso il sabotaggio fosse stato
scoperto.
Scese giù tra le casce, attraversò, senza far rumore, camminando sui binari, tutta la galleria e risalì il ciglione dalla parte opposta. Da un viottolo entrò nell’orto. I due tedeschi erano proprio di fronte dall’altra parte della strada. Si vedeva, ad intervalli, il puntino rosso di una sigaretta che si ravvivava ad ogni tirata di fumo. I tedeschi fumavano e parlottavano tranquilli al riparo dalla pioggiarella sotto il terrazzo, ma sarebbe bastato un passo falso per scatenare la loro reazione a raffiche di mitra.
“Ruzzolo” tagliò la miccia della mina facilmente: la buca era stata fatta nella terra morbida dell’orto. Fermò la miccia ad un fuscello e lo risotterrò nel punto di prima, ricoprendo il tutto. Quest’operazione di fermare la miccia interrotta veniva fatta per precauzione, nel caso i tedeschi, tirandola, ne avessero voluto verificare l’integrità.
Rimaneva l’ultima mina, ma era quella più vicina alle sentinelle. Intanto aveva smesso di piovere ed i due tedeschi ritornarono sulla strada. “Ruzzolo”, nascosto tra le piante di pomodori, non si muoveva e tratteneva il respiro. Restò così per una mezz’ora. Oltre alla paura di essere scoperto aveva anche timore che i compagni, dal nascondiglio dall’altra parte, prendessero qualche iniziativa pericolosa.
Intanto si udiva avvicinarsi il rombo di un motore su per la salita dell’Erta.
Era il camion tedesco che ritornava. Si udirono delle voci concitate e i tedeschi di guardia che rispondevano. Poi il camion ripartì con a bordo anche le due sentinelle. Evidentemente, o ritenevano che non ci fosse più bisogno della guardia, oppure i due servivano da un’altra parte.
“Ruzzolo” rimase ancora immobile, non aveva piena visibilità della strada. Poi si sentì chiamare e si rese conto che i tedeschi se ne erano andati davvero. Si alzò e vide “Tabarino” che uscito allo scoperto stava tagliando l’ultima miccia. Verificarono che non si notassero impronte di manomissione intorno alla terra bagnata sopra le mine; poi, svelti, ritornarono al riparo. $i abbracciarono contenti della missione compiuta, ma un po’ delusi per il rischio che avevano corso quasi inutilmente visto che i tedeschi se ne erano andati.
Il giorno dopo, 27 luglio 1944, i tedeschi in ritirata fecero brillare tutte le mine che avevano piazzato.
Saltò in aria il ponte sulla Pesa e le case vicine, il ponte sulla ferrovia e il ponte sull’Arno tra Montelupo e Capraia.
Solo il Voltone dell’Erta rimase intatto.

Per la stesura di questo racconto mi sono avvalso di varie testimonianze. Particolarmente utili mi sono state quelle di: Billeri Prosperi Ofelia, Lucchesi Raffaello, Lucchesi Martini Comunarda, Gianni Silvano e Prosperi Giancarlo.
Ringrazio sentitamente, per la cortesia dimostrata nel fornire la documentazione, la direzione dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo F.no ed in particolare l’Ispettore Rigatti Adriano.

 

IL FESTIVAL
Dal 7 ottobre al 16 dicembre, il Palazzo Podestarile di Montelupo Fiorentino (Fi) ospita J.O.B.S. Join Our Blanded Stories. Storie di lavoratori in mostra, a cura di Andrea Zanetti, che inaugura la prima edizione di Ci sono sempre parole ( non) Festival delle narrazioni popolari (e impopolari), primo Festival ‘diffuso’ sulle narrazioni e lo storytelling che mette al centro le persone e i loro racconti di vita quotidiana e che si svolgerà fino al 30 novembre 2018 oltre a Montelupo Fiorentino, in altri due comuni dell’Empolese Valdelsa, Capraia e Limite e Montepertoli. La mostra è realizzata con la collaborazione e il contributo di Cgil, cisl, Uil,  Firenze; è organizzata da Sistema museale Museo diffuso Empolese Valdelsa e l’associazione Yab. Il mondo del lavoro oggi. La precarietà, l’incertezza, il silenzio, il futuro che non arriva. La realizzazione di sé. Le famiglie contemporanee, il mutuo, la pensione, i nipoti. Le non famiglie, le solitudini. Le relazioni. Quanto si potrebbe scrivere e raccontare sul mondo, meglio, i mondi, del lavoro oggi! Quante storie di difficoltà, successi o privazioni, potremmo descrivere sulla base delle cronache quotidiane che leggiamo. Il mercato, la globalità, le reti, l’innovazione, la manualità; gli operai che resistono e quelli che non esistono. Gli occhi disillusi dei pensionati e quelli rassegnati dei figli. Ma anche gli occhi di chi ci è riuscito, con o senza lotte. Le mani di chi si impolvera ogni giorno o quelle veloci di chi digita su qualche tasto.

Capraia e Limite, Lungarno, sede omaggio all’Empaty Museum

Alexandria Ocasio-Cortez ha aperto la strada: sono le donne Dem la vera sorpresa delle primarie Usa

NEW YORK, NY - SEPTEMBER 08: Congressional candidate Alexandria Ocasio-Cortez lends her support to the New York progressive ticket at a get out the vote rally for Cynthia Nixon on September 8, 2018 in the Williamsburg neighborhood of Brooklyn in New York City.Left wing challengers are running against established Democratic candidates who they claim are not committed to changing economic and racial inequalities in New York state. (Photo by Andrew Lichtenstein/Corbis via Getty Images)

Quasi due anni fa, Donald Trump veniva eletto presidente degli Stati Uniti d’America, con non poca sorpresa e grazie al complesso meccanismo elettorale per il quale a contare non sono i voti popolari ma quelli dei “grandi elettori”. Il prossimo 6 novembre una nuova sfida attende gli Usa: quella delle elezioni di midterm, con cui si rinnoverà gran parte del Congresso. La fase delle primarie, durante la quale si scelgono i candidati di ogni partito che si presenteranno alla votazione finale per ogni distretto, si è da poco conclusa con risultati molto interessanti, soprattutto per quanto riguarda la partecipazione femminile.

Queste elezioni primarie, infatti, sono state quelle con il numero più alto di sempre di donne a partecipare: 589 tra Camera, Senato e elezioni statali dei governatori. Di queste, 273 hanno vinto, circa metà delle quali sfidando un candidato che si presentava per la rielezione in quel distretto. Una grossa differenza con il passato, visto che attualmente solo il 20% dei 435 seggi della Camera è occupato da una donna. Un dato che non sorprende invece, nell’America dell’era Trump, è che solo 45 di queste candidate sono repubblicane, lasciando i restanti tre quarti ai Democratici. Un’ondata di cambiamento che ha visto il suo propulsore, lo scorso giugno, nella vittoria di Alexandria Ocasio-Cortez nel XIV Distretto Congressuale di New York.

Ocasio-Cortez è diventata un’icona per un certo tipo di elettorato, principalmente giovane e progressista, il quale ha scelto prevalentemente candidati che rispecchiavano questa descrizione. Un esempio può essere Alessandra Biaggi, giovane italo-americana candidata per le elezioni del Senato statale nel distretto del Bronx, la quale ha vinto la nomination battendo membri ben più consolidati di lei nell’ambiente politico. Un aspetto curioso, visto che lei stessa proviene da una famiglia con un passato in questo senso (suo padre era un amatissimo deputato del Bronx la cui carriera è stata stroncata da un’accusa di corruzione) e non sia tra i sostenitori di Bernie Sanders della prima ora come Alexandria, ma abbia invece militato nella campagna di Hillary Clinton alle presidenziali del 2016. La vittoria di Ocasio-Cortez sembra aver creato un modello vincente, almeno nell’area di New York, seguito anche da chi altrimenti avrebbe faticato a trovare un posto nel panorama politico.

Un caso più affine al suo è quello di Julia Salazar, attivista ventisettenne che nel XVIII distretto ha vinto la candidatura al Senato statale contro il rappresentante uscente. Figlia di un’americana e di un colombiano, si definisce “femminista, sindacalista e socialista-democratica”. La sua candidatura è stata appoggiata da Our Revolution, l’organizzazione di Bernie Sanders che rappresenta una sorta di “bollino di qualità” quando si parla di socialismo negli Stati Uniti. Tra gli endorsement ci sono anche quelli a due donne musulmane, Ilhan Omar e Rashida Tlaib, le quali potrebbero diventare le prime donne di religione islamica a entrare nel Congresso statunitense. Le due sono candidate rispettivamente per il V distretto del Minnesota e per il XIII del Michigan ed hanno già dei record nelle loro carriere, avendo abbattuto i muri che tenevano fuori le donne islamiche dai posti di potere politico nei loro Stati. A rendere ancora più particolare la vittoria di Omar è il suo essere, a tutti gli effetti, una rifugiata somala che ha ottenuto la cittadinanza statunitense. Nata nel 1982 a Mogadiscio, si è trasferita negli Usa nel 1995 insieme a suo padre e a suo nonno, grazie al quale si è avvicinata alla politica all’età di quattordici anni, quando gli faceva da interprete agli incontri del Democratic Farmer Labor (una sorta di sindacato degli agricoltori Democratici).

Un dato sembra emergere chiaramente da queste primarie: a vincere contro i membri dell’establishment democratico sono le nuove “americane col trattino”. Essere una donna progressista, infatti, sembra non essere sufficiente: è il caso delle elezioni per la carica di governatore a New York, dove a trionfare è stato l’uscente Andrew Cuomo battendo Cynthia Nixon, resa nota dalla sua carriera di attrice, con una percentuale di 66 a 34%. Un risultato che dovrebbe far riflettere: l’America di Trump risponde alla stretta ben poco democratica del suo presidente dando la propria fiducia alla categoria più disprezzata di questi ultimi tempi, quella dei migranti e degli stranieri in generale. È indubbio che la vittoria di Alexandria Ocasio-Cortez abbia aperto la strada a queste vittorie, grazie alla visibilità mediatica che ha raggiunto ma anche e soprattutto grazie al suo impegno nell’appoggiare i suoi colleghi, come ha fatto ad esempio nel caso di Alessandra Biaggi accompagnandola per le strade del Bronx e presenziando ai suoi comizi. Non resta che aspettare gli esiti della votazione di novembre per confermare o smentire questa analisi.

La libertà non deve morire in mare. La verità sulle stragi nel Mediterraneo

La libertà non deve morire in mare

«Il signor Ministro ringrazia per l’invito, ma non potrà intervenire». È con queste parole che si apre la conferenza stampa dopo la proiezione di La libertà non deve morire in mare, documentario prodotto e diretto da Alfredo Lo Piero appena presentato alla Casa del Cinema di Roma e realizzato in collaborazione con Guardia costiera, Medici senza frontiere e Guardia di finanza, e con il patrocinio di Amnesty international Italia. A leggere lo scarno comunicato del ministero degli Interni è Giovanni Costantino di Distribuzione Indipendente, che avrà il non facile compito di far circolare questo bel film nel paese in cui la Tv di Stato ha interrotto la fiction sul modello di accoglienza realizzato a Riace dal sindaco Mimmo Lucano.

Che la nota ufficiale di un dicastero, in una simile occasione, possa suonare così ironica è evenienza rara. Quasi quanto avere un ministro che ha sdoganato “neo-linguismi” come “pacchia” e “taxi del mare” per liquidare e denigrare il fenomeno epocale e drammatico descritto anche da questo film. Un documentario girato in opposizione, fin dal titolo, a quell’ondata mediatica mainstream che asseconda, quando non la agisce consapevolmente, l’operazione di stravolgimento della realtà che in questi anni ha visto i disperati protagonisti in fuga da guerre e carestie, e che spesso considerano l’Italia un puro luogo di transito, trasformarsi in delinquenti, portatori di violenza e malattia e perfino terroristi. Nel Mediterraneo, insieme alla libertà del titolo e a centinaia di bambini, donne e uomini che anche mentre scriviamo continuano quasi ogni giorno a morire, sta affogando anche la verità. «L’ho fatto per mia figlia», dice il regista. «Perché aveva paura di fare il bagno con l’uomo nero».

Il film è stato girato in un 2016 che oggi sembra lontanissimo. C’erano ancora le navi delle Ong libere di circolare per salvare vite, non c’era ancora il decreto Minniti che ha cambiato per sempre la politica italiana in tema di migrazione, trasformando il filtro dell’accoglienza in barriera per il respingimento. Il regista Lo Piero e il direttore della fotografia Giuseppe Bennica si trovano a Lampedusa come “luogo di ispirazione” e all’improvviso s’imbattono in un’operazione in corso, ovvero il recupero di centinaia di naufraghi dispersi in mare dopo il ribaltamento, a poche centinaia di metri dalla costa, un’imbarcazione con più di cinquecento persone a bordo. Nasce così una testimonianza preziosa, girata con le poche attrezzature disponibili in quel momento e con l’ostacolo delle «nostre lacrime e dei singhiozzi, che rendevano tutto più difficile». Lacrime e singhiozzi che si aggiungono a quelle dei soccorritori, militari e civili. Decine di donne con bambini, pianti e urla fanno da colonna sonora a un tappeto di lenzuola bianche che ricoprono file e file di corpi riversi in terra.

Nel film le testimonianze degli scampati si alternano a quelle dei residenti, fra i pochi italiani ai quali la verità, nella sua banale ferocia, non ha bisogno di essere portata, perché la vedono con i propri occhi, senza doversi preoccupare se credere ad altro, a quei veleni circolanti nel vecchio e nel nuovo etere che intossicano la percezione. «Queste persone che arrivano sono noi» esclama nel film puntandosi l’indice sul petto Pietro Bartolo, l’ormai celebre medico dell’isola (già apparso in Fuocoammare di Gianfranco Rosi), che poi non risparmia la lettura della lettera di un “hater” che lo riempie di insulti per il semplice fatto di fare il suo mestiere. Ennesimo segno di quell’odio pilotato che mira a seminare cecità propagandosi come un virus del pensiero.

«Non ci sono dubbi sul fatto che operare il soccorso in mare, sempre e comunque, sia un dovere». Ad aver preso la parola in conferenza stampa non è una persona qualsiasi, ma un alto ufficiale della Guardia di finanza. Il colonnello Paolo Emilio Recchia. Nel film sono incluse anche le testimonianze di giovani ufficiali sia della GdF che della Guardia costiera, che però a questa proiezione non ha mandato nessun rappresentante. «In quei momenti emerge la nostra parte umana», dice uno di loro fra le numerose scene di salvataggio in mare. Anche il barcone della disperazione è presente nel film.  Mentre scorrono le immagini subacquee, un testimone riferisce la sua ispezione del relitto ancora pieno di cadaveri, e la sua impotenza nel fare la sola cosa pensabile: portarli in superficie. «Guardavano tutti verso l’alto. Erano morti». Questo è il momento in cui, da spettatori, insieme al dolore si prova un indicibile vergogna.

«L’operazione Mare nostrum è stata abbandonata. Il dispositivo che noi delle Ong avevamo predisposto dal 2015 è stato completamente smantellato» dichiara il Direttore generale di Medici senza frontiere Gabriele Eminente. E, presagendo un’ulteriore fase acuta del conflitto nella regione siriana, aggiunge «pensare di poter arginare le partenze nei prossimi tempi è un’illusione». A quest’illusione, poter fermare un fenomeno epocale come la migrazione in corso dal Sud del mondo, si somma la disumanità con cui gli ultimi governi in carica hanno tentato di farlo, con l’intenzione di risolvere non una crisi umanitaria senza precedenti ma “il problema” dell’impatto economico e sociale sull’Italia. La storia insegna cosa può succedere quando le persone si inizia a guadarle come “un problema”.

Le barche della disperazione sono sempre lì, in mare. Ma anziché diverse centinaia di migranti ciascuna ne portano a decine. Facendosi sempre più piccole, diventano sempre più invisibili. Annullare il problema si fa più facile. Gli accordi con la Libia e le misure conseguenti, le inchieste sulle Ong (che a nulla di giuridicamente rilevante hanno portato) e la chiusura dei porti hanno fatto il resto, attirandoci il richiamo dell’Onu per le “inadempienze italiane in materia di rispetto dei diritti umani dei migranti”.

È la «fabbrica della paura», la definisce il portavoce nazionale di Amnesty international Italia Riccardo Noury, che appare anche nel film. E sta operando a pieno regime. Una carenza cronica d’informazione che si può curare soltanto facendo luce sui fatti. «Il mio non è un film politico» dichiara il regista Alfredo Lo Piero. Oggi, in Italia, è difficile pensare che un film del genere non abbia suo malgrado un significato e un impatto politico nel senso più elevato, quello dell’informazione, della demistificazione e della partecipazione. Ecco perché, al di là della drammatica bellezza dell’opera cinematografica di Lo Piero, bisogna andare a vederlo.

«La libertà non deve morire in mare» uscirà in circa novanta sale italiane giovedì 27 settembre con Distribuzione Indipendente. Qui il trailer

Riempire il vuoto con un colpevole al giorno

epa05454980 The shadow cast of one of the sculptures belonging to the travelling exhibition 'Die Woelfe sind zurueck?' (lit. 'The wolfs are back?') displayed at the central station in Berlin, Germany, 04 August 2016. With his exhibition, German artist Rainer Opolka wants to educate on xenophobia, hate and right-wing extremism. EPA/SOPHIA KEMBOWSKI

Gli ultimi sono i tecnici della ragioneria dello Stato, colpevoli, a dar retta al leghista Rixi, del ritardo del decreto per la ricostruzione del ponte Morandi, che aspettano tutti da quarantadue giorni ma in compenso ha avuto più annunci della Salerno-Reggio Calabria. Colpa dei tecnici che non trovano i soldi per declinare la propaganda in reale azione di governo.

Ieri (ma anche domani) è colpa dei negri: i negri che stuprano, i negri che spacciano, i negri che devono perdere i diritti se condannati in primo grado. L’ha deciso un condannato in via definitiva (per oltraggio a pubblico ufficiale) e indagato per reati gravissimi a cui ha risposto perculando i magistrati. L’ha deciso lui che giusto qualche giorno fa ha reso omaggio con una bella cenetta al pluricondannato numero uno d’Italia, Silvio Berlusconi, con cui ha deciso le prossime nomine Rai.

È colpa dell’Europa se siamo poveri. È colpa del Pd. È colpa di Renzi. È colpa della Boldrini. È colpa di Macron. È colpa della Ong. È colpa della Bonino. È colpa di Soros. È colpa dei gay. È colpa delle donne che vogliono abortire. È colpa dei giovani rammolliti che non vogliono il servizio militare. È colpa della scuola. È colpa del gender. È colpa delle femministe.

Ma attenzione, non è una pratica di questi ultimi mesi, no: prima era colpa dell’Anpi, colpe dei professoroni, colpa di bandiera rossa, colpa di Bersani, colpa dei sindacati, colpa del telefono a gettoni, colpa delle minoranze, colpa dei partitini, colpa di chi si opponeva al cambiamento, colpa della rete.

E, pensateci, prima ancora: colpa dei giudici, colpa dei comunisti, colpa della Rai, colpa dei pentiti, colpa dei sedicenti antimafiosi, colpa di D’Alema, colpa di Prodi, colpa di De Benedetti, colpa dei terroni.

Decenni passati, ogni giorno, a partorire colpevoli. Ogni giorno un colpevole da buttare in pasto alla folla. Ogni giorno qualcosa o qualcuno o una categoria da additare come causa dello sfacelo. E da decenni, intanto, sfaceli.

Poi ci si stupisce della rabbia che c’è in giro. Hanno impiantato una catena di montaggio di colpevoli pronti all’uso e ci danno lezioni di Nazione (se non addirittura di Patria) e di coesione sociale.

Merito loro.

Buon mercoledì.

La memoria è un muscolo

Se avete la sensazione che non serva ripetere ciò che è accaduto, raccontare le vostre preoccupazioni, sottolineare le similitudini con i tempi più bui costringetevi a non cadere nell’inedia: sulle ripetizioni delle bugie e delle falsità questi hanno costruito una diga che ha bisogno di resistenza con la stessa intensità di martellate, lo stesso ritmo se non di più, con l’etica di ciò che è stato e che dobbiamo ricordarci di ricordare.

Se vi capita di ottundere o limare un vostro pensiero per non doversi sorbire il letame degli odiatori seriali o dei topi sdoganati da questo tempo non cedete. Insistete. Scrivetelo e ditelo più forte che potete. La loro forza è la stanchezza degli altri, le loro idee sono coprenti ma vuote. Il loro spessore è la nostra stanchezza, il loro volume è il silenzio tutto intorno.

Se vi capita di pensare che ormai anche quest’ultima notizia sia solo l’ennesima non cadete nel tranello dell’abitudine: perseverare significa tenere dritta la barra che separa il giusto dall’ingiusto, l’infamia dalla legge, riconoscere l’odio spacciato per diritto. C’è da separare il grano dal sale tutti i giorni, ogni ora, colpo su colpo. Abituarsi all’orrore è l’inizio della legittimazione. Il silenzio è la culla degli orrori. Solo dopo vengono i loro seguaci.

La memoria è un muscolo. E ha bisogno di esercizio, faticoso e quotidiano, per rimanere lungo e allenato. La memoria funziona se è una lente sempre accesa sul presente, mica se diventa una cerimonia del passato. Ed è tempo di memoria. Tanta, forte, appassionata. E dura. Sì, dura. Perché la memoria è un muro che non si sbriciola sotto i colpi della propaganda.

Buon martedì.

Caccia alle microplastiche, nessun alimento si salva dalla contaminazione

Viviamo immersi nella plastica. La ritroviamo ovunque, la vediamo nei mari, trascinata dalle acque dei fiumi, sparsa perfino sulle cime delle montagne o nelle campagne che ci ostiniamo a considerare incontaminate… Ora ci stiamo accorgendo che la mangiamo e la beviamo. E ci possiamo fare davvero poco, se non cambiano le cose. Difatti quella che arriva dagli alimenti, dalle spezie, dall’acqua e, come testimonia la prima analisi fatta dal Salvagente su 18 bevande industriali, dalle cole alle aranciate, dalle gassose al tè freddo, non possiamo scorgerla a occhio nudo e non siamo in grado di scansarla.
Il pericolo, in questo caso, ha un nome e una definizione scientifica precisa, anche se è solo da poco tempo che ricercatori e analisti se ne occupano, e un grado di rischio ancora in gran parte sconosciuto.
Si chiama microplastica, questa la definizione delle particelle solide insolubili in acqua di dimensioni anche di molto inferiori ai 5 millimetri. Tanto piccola da non essere distinguibile e forse proprio per questo altrettanto, se non più insidiosa dei frammenti più grandi da cui deriva. Che, neppure a dirlo, sono i polimeri di maggior uso, come polietilene, polipropilene, polistirene, poliammide, polietilene tereftalato, polivinilcloruro, acrilico, polimetilacrilato.
Da qualche anno chi la cerca, a prescindere da cosa analizza, la trova. Se ne trova nella carne dei pesci che consumiamo e che ne accumulano anche quantità che fanno impressione, nei frutti di mare, nel sale marino, nelle acque (di fiumi, di rubinetto, perfino nelle minerali). Non risparmia neppure prodotti come il miele.
Inevitabile, dunque, che fosse rilevabile anche nei soft drink che il mensile dei consumatori ha mandato nei laboratori del Gruppo Maurizi e che ha presentato oggi in una conferenza stampa assieme al nostro editore, Matteo Fago e al direttore generale del Wwf, Gaetano Benedetto. Semmai stupisce che nessuno dei tè, delle cole, delle gassose, delle aranciate o delle acque toniche sottoposti ad analisi si sia salvato. Da dove viene e che pericolo c’è da aspettarsi da questa invisibile ma costante invasione di frammenti che finiscono nella nostra alimentazione?
Non ci sono risposte facili, né univoche. Se sulla provenienza delle microplastiche, tanto per fare un esempio, un ruolo fondamentale lo hanno avuto e lo hanno i cosmetici che le inseriscono di proposito (magari, ma non solo, per assicurare l’effetto scrub), oggi la catena di questa contaminazione appare molto più lunga e complessa. Come appare sempre più probabile la catena degli effetti, almeno a giudicare dai primi studi, per quanto controversi.
Vista da Bruxelles, per esempio, la questione delle particelle di plastica che ingeriamo o beviamo non fa tanta paura: «Secondo le attuali conoscenze, è improbabile che l’ingestione di microplastiche ‘di per sé’ sia un rischio oggettivo per la salute umana», scrive l’Unione europea.
Vista da Helsinki, dal quartier generale dell’European Chemical Agency (l’Eca), la prospettiva è diversa. «Alcuni degli additivi o contaminanti organici, addizionati alle plastiche, possono essere tossici», mette nero su bianco l’Agenzia in un documento di pochi mesi fa. E non si tratta di una preoccupazione venuta solo agli scienziati finlandesi. Sono diversi gli studi – tutti molto recenti dato che il tema è relativamente nuovo – che mostrano come le microplastiche possano diventare un comodo “autobus” per sostanze tossiche, concentrando e trasportando inquinanti come il bisfenolo, alcuni ftalati, pesticidi e altre molecole ad azione tanto cancerogena quanto di interferenza endocrina.
E non si tratta solo del pericolo delle sostanze aggiunte nella lavorazione della plastica, ma anche di quelle che raccoglie per strada, nella sua lunga vita. Secondo l’Agenzia francese Centre national de la recherche scientifique queste particelle inferiori ai 5 millimetri hanno la capacità di «fissare inquinanti organici nell’ambiente come Pcb, diossina o Ipa» e microrganismi patogeni. Non ci sono studi sufficienti per quantificare l’impatto sugli esseri umani, ma il rischio è già più che evidente: assumere particelle invisibili a occhio nudo che poi, una volta nel nostro organismo, rilascino il loro carico di veleni.
«Non vorremmo ritrovarci nella stessa, drammatica condizione dell’amianto – ha spiegato Matteo Fago -, un materiale considerato sano e inerte per troppi anni tranne scoprire, troppo tardi, quanti e quali danni aveva prodotto sugli organismi dell’essere umano».

Il terremoto dei beni culturali nelle Marche

L’elmo piceno di tipo corizio appartenente alla collezione archeologica alla Pinacoteca “Scipione Gentili” di San Ginesio? Al Palazzo Campana di Osimo. La “Madonna del Carmine con Bambino e Santi” del XVII secolo nella Chiesa S. Sebastiano a Castelfantellino di Ussita? Nel deposito “V. Pennesi” di Camerino. Come la “Crocefissione con Santi” del 1724 di Baldassare Alvarez dalla Chiesa di Santa Croce al Sorbo di Ussita. La scultura lignea policroma del XVI secolo raffigurante il Gesù Ecce Homo, nella Collegiata di San Salvatore, a Sant’Angelo in Pontano? Nel Palazzo arcivescovile di Villa Nazareth a Fermo. Ancora, la “Madonna in trono con santi” di Eusubio da San Giorgio, del 1512, dalla Chiesa di San Francesco a Matelica? Nell’annesso convento.
Il post terremoto dei beni culturali continua a segnalare criticita. Non solo per il vasto patrimonio immobiliare. Ma anche per quello dei beni mobili. Insomma libri, documenti archivistici, materiali archeologici, dipinti, arredi ecclesistici e affreschi. Recuperati, in parte e messi in sicurezza, anche in spazi “di fortuna”. Non di rado geograficamente lontani dai luoghi di provenienza. Nelle Marche, più che nel Lazio e in Abruzzo.
“Nella regione é in corso una vera e propria emergenza sullo stato di conservazione dei beni sottratti alle macerie. Aspettiamo ancora un piano concreto di messa in sicurezza, di gestione dei beni recuperati e una prospettiva per la loro fruibilità … Ciò significherebbe dare una prospettiva concreta per piani di promozione turistica e punti di riferimento per la cittadinanza”. Francesca Pulcini, presidente di Legambiente Marche, é preoccupata. Il 24 agosto l’Unità di crisi e coordinamento Marche ha pubblicato un report sintetico, per cui per avere un’analisi è necessario fare riferimento alla Relazione sull’Unità di crisi e coordinamento Regionale Marche, pubblicata a luglio 2018. I dati che vengono riportati inequivocabili, con l’elenco degli immobili su cui sono stati effettuati interventi di messa in sicurezza, sia quelli “a diretta gestione del Mibact”, che quelli “gestiti da altri Enti” e l’elenco degli immobili sui quali é stato effettuato il rilievo del danno. Ci sono gli elenchi dei beni mobili, dei beni archivistici, dei beni archivistici e librari. Sia quelli nei depositi a diretta gestione Mibact, sia quelli in luoghi non gestiti dal Mibact.
Ad oggi sono stati recuperati ben 13.211 (13.308 ad agosto) beni mobili, dei quali 1563 si trovano nei depositi del Mibact. Presso la Mole di Ancona, 1423 (1433 ad agosto), prevalentemente opere a carattere ecclesistico appartenenti a diocesi o ordini religiosi diversi danneggiate in modo diretto dal sisma o la cui permanenza in edifici a rischio avrebbe comportato la loro perdita. Presso il Forte Malatesta di Ascoli, 140, prevalentemente opere provenienti dal Comune di Arquata del Tronto.
I restanti 11.648 pezzi sono collocati in altri depositi o luoghi di ricovero. Come il Palazzo Vescovile di San Severino, i Sotterranei del Palazzo apostolico e il deposito “V. Pennesi” presso l’attuale Arcivescovado di Camerino. Come lo stabilimento “Ex Carbon”, ad Ascoli Piceno, alcuni spazi presso l’Arcivescovado della Curia di Ascoli, e Villa Nazareth, a Fermo, per le opere grandi e in generale per gli arredi liturgici. Come l’Istituto Campana ad Osimo, che ospita i beni provenienti dai comuni della Rete Museale dei Sibillini e la ex Chiesa Collegiata di Amandola. A questi vanno aggiunti altri luoghi di ricovero temporanei, individuati nelle vicinanze degli immobili di provenienza.
Nella relazione sull’Unità di crisi e coordinamento Regionale Marche si fa riferimento anche “ai 3535 metri lineari circa di beni archivistici e circa 5487 volumi di beni librari che sono stati prontamente messi in sicurezza”. Certo è che la lista degli archivi locali sui quali è necessario intervenire è ancora lunga. Non diversamente dai fondi librari.
“Oggi ho potuto constatare di persona l’ingente lavoro svolto, fondamentale e necessario per procedere al recupero di questo patrimonio e alla restituzione alle comunità di appartenenza delle opere custodite nei depositi temporanei”. Il ministro dei beni e delle attività culturali Alberto Bonisoli, lo scorso 26 giugno in una visita a Norcia e Visso, ha parlato quindi di “restituzione”. Con finalità evidentemente connesse anche alla riattivazione del turismo. Peccato che la fruibilità dei beni mobili continui ad essere ancora lontanissima. Che si tratti di una operazione monstre, é evidente. Ma, altrettanto chiaro, che non sembra che l’intera macchina statale abbia, nella sua totalità profuso, sforzi. Un esempio per tutti. “Questo ufficio seguendo quanto richiesto dalla direttiva Franceschini 2015 si è attivato già dal 2015 nel cercare un luogo da destinare a deposito dei beni recuperati cercando in prima istanza di individuare luioghi di proprietà statale-demaniale. Ultimo sollecito fatto da questo istituto é stato il 14 marzo 2018 … all’Agenzia del Demanio con oggetto “Richiesta assegnazione deposito a diretta gestione Mibact per ricovero beni recuperati dal sisma”. All’oggi non è pervenuta nessuna risposta ufficiale”. Insomma il Demanio non risponde. Dal 2015.
Così ci si è dovuti attrezzare come possibile, Facendo ricorso a spazi d’emergenza, che non possono consentire di certo la fruibilità. Considerato che per il ritorno nei luoghi di origine, quando possibile, non sono previsti tempi brevi, sarebbe stato auspicabile fare di più. Già, perchè lo stato provvisorio rischia davvero di diventare definitivo.
“Tutte le opere torneranno nei luoghi da dove sono state salvate. Come per le opere che recuperiamo con i carabinieri dai furti, la direttiva che ho dato è che ognuna torni nel luogo di provenienza”. Franceschini, visitando il deposito alla Mole vanvitelliana ad Ancona, a febbraio 2017, era sembrato categorico. Lo stato decritto nella relazione di luglio sembra contraddirlo. A Giugno scorso il ministro Bonisoli ha “promesso assunzioni per opere d’arte ferite”. Non rimane che aspettare. Ancora.

La politica di dividersi il pane

Qualche giorno fa su queste pagine avevo raccontato della moderna segregazione razziale di cui scodinzola fiera la sindaca leghista di Lodi Sara Casanova. Per sintetizzare: la giunta comunale ha deciso che per usufruire di alcuni servizi scolastici (tra cui la mensa) i cittadini stranieri (sia chiaro: regolari) che abitano a Lodi devono presentare documenti aggiuntivi rispetto agli italici lodigiani che attestino di non avere proprietà immobiliari (o presunti depositi di lingotti d’oro) nei Paesi di provenienza. Che le stesse ambasciate dichiarino praticamente impossibile ottenere quei documenti da Paesi in cui il demanio e la burocrazia siano praticamente inesistenti perché affossati dalle guerra sembra non interessare alla sindaca. E così, da qualche giorno, nelle scuole lodigiane ci sono alcuni bambini che mangiano separati dagli altri, con ciò che portano da casa.

I dirigenti scolastici e gli insegnanti ancora una volta attutiscono come possono le miopie della politica (anche questo è un classico, ormai) ma la città si è rivelata migliore della sua amministrazione. Riccardo Cavallero (lodigiano ex manager della Mondadori) ha rinunciato all’onorificenza cittadina ricevuta nel 2014 spiegando in una bella lettera alla sindaca che «in un momento di particolare difficoltà e di crescenti tensioni sociali, questa misura ha il solo effetto di esacerbare ulteriormente gli animi e di vessare ancora, casomai ce ne fosse bisogno, i più disagiati» e sottolineando come «la cosa ancora più grave è che a farne le spese sono dei bambini che, inevitabilmente, si ritroveranno a vivere un’ulteriore esperienza di emarginazione senza capirne il motivo»,

Un coordinamento dal nome bellissimo (“Uguali doveri”) sta raccogliendo fondi e preparando il ricorso alla determina del sindaco. Molti genitori hanno sottoscritto una lettera che si conclude così: «Chiediamo quindi che a tutti i bambini sia garantito l’accesso alla mensa e, se non è possibile dare loro un pasto, chiediamo che siano condivisi con loro i pasti dei nostri figli».

Il gesto di dividere il pane con chi ne ha bisogno è l’evento politico più profumato (e più d’opposizione) di questi giorni persi a discutere di biglietti aerei, di bullismo di strapagati portaborse e dei soliti strafalcioni incompetenti. Dividere il pane significa mettere in atto la compassione nel suo senso più rotondo: superare le difficoltà insieme. È quel comune sentire che nei suoi incastri più riusciti accende l’amore, addirittura, tra le persone.

A una pessima decisione si contrappone l’emersione (e la congiunzione) di chi pensa che sia un dovere uscire insieme dalla tribolazione. Ed è politica, questa. La politica.

Buon lunedì.

A Verona, nel laboratorio dell’intolleranza dove si è formato il ministro Fontana

Il ministro Fontana e la sua partecipazione al "Verona family pride" organizzata da Forza Nuova e dal circolo Christus Rex gestito

All’estrema destra del padre. A Verona è così: cerchi i fascisti e trovi i cristiani tradizionalisti. Il veronese ministro della famiglia Lorenzo Fontana, classe 1980, a volte si sente perseguitato «perché – dice – sono cristiano». Quel tipo di cristianità che si impasta con l’aria della Curva Sud del Bentegodi (quelli della “squadra a forma di svastica”, dei manichini impiccati contro i calciatori neri) dove nemmeno un esorcista saprebbe dire dove finisce l’”ira di dio” e dove inizia lo squadrismo. Antirisorgimentali, anticonciliari, sentinelle in piedi o naziskin, gente che crede che i giganti siano esistiti davvero, che i terremoti siano castighi di dio, che non esiste il buco nell’ozono, che rivorrebbe l’imperatore così che non si votasse più ma intanto vota Lega. Ma, più di tutto, gente che crede che «gli dei pagani sono demoni». Basta pescare nei loro siti, Traditio, Agerecontro o Christus Rex, per leggere i consigli di Franco Freda: «È clamorosamente il momento delle destre (…) stringere la cinghia, e i denti, e marciare. Uniti, spavaldi, decisi!». I locali di Traditio sono stati benedetti dal benedettino Romualdo Maria Lafitte per il quale la messa in italiano «non ha validità sacramentale». Matteo Castagna, ex tosiano, è l’articolista di punta: ci spiega che l’immigrazionismo non è cristiano, che il buonismo fa male, che da quando la Chiesa ha sposato la dottrina dei diritti umani (Pacem in Terris di Giovanni XXIII, 1963) «il risultato è il caos». Bergoglio «il luterano che protestantizza la Chiesa», la Caritas e le Ong sono tra i suoi bersagli: «Può Dio volere che l’Europa di Lepanto possa soccombere davanti al Saraceno, sempre più spesso braccio armato e violento di quel sistema mondialista e globalizzato che ha la sua regia nell’alta finanza internazionale in mano a dei poteri sovranazionali? Possiamo dirci dei buoni samaritani se accogliamo chi minaccia di distruggerci e non vogliamo difendere la nostra tradizione in nome di un cosmopolitismo suicida?». L’ossessione per la tradizione accomuna questi cristiani e i fascisti. Razzismo, intolleranza, omofobia vengono giustificati da citazioni bibliche. Dai lugubri argomenti del vecchio testamento alla “guerra santa” è un attimo: a Verona sono avvenute le prime gesta di Ludwig, l’omicidio a martellate di due frati firmato Gott über alles, ma passava da qui anche la “rotta dei topi” che conduceva in Sudamerica i criminali nazisti con logistica di marca pontificia. Dalla rivista Carattere che tentava di “evangelizzare” il Msi alle prime ronde padane, dai concerti nazirock alle messe di purificazione dopo il gay pride o il ramadan, dalle carnevalate antigiacobine (la rievocazione delle Pasque veronesi è foraggiata con i soldi dei contribuenti) fino allo squadrismo omofobo e xenofobo – come documentano la cronaca recente e i dossier degli antifascisti: aggressioni, pedinamenti, atti vandalici, fari delle auto puntati contro le finestre degli appartamenti che accoglievano i rifugiati. A Verona puoi incontrare un bus con la scritta “Non confondete l’identità sessuale dei bambini”; imbatterti in giovani nazisti di Fortezza Europa che assediano una scuola perché gli insegnanti non instillerebbero abbastanza il senso della Nazione, puoi andare al Festival per la Vita nella prestigiosa Gran Guardia e trovarci il sindaco Sboarina e il suo vice di allora Fontana, entrambi «rigorosamente e da sempre in curva sud», insieme a gente di Fn. Se passi in consiglio comunale magari un tale Bacciga, avvocato rampante, eletto nella lista civica del sindaco e vicino a Fortezza Europa, ti saluta romanamente come ha fatto a fine luglio contro le attiviste di Non una di meno. Racconta Federica Panizzo che le attiviste erano in silenzio sul loggione, vestite come le fattrici-schiave immaginate da Margaret Atwood nel Racconto dell’Ancella, per contestare due delibere: una per finanziare associazioni antiabortiste nei consultori, l’altra per creare il cimitero dei feti senza il consenso delle donne. Bacciga è stato denunciato «perché quel gesto è ancora reato. E le mozioni, per ora, sono state ritirate», dice a Left Panizzo che è l’avvocata di quelle donne e fu legale di parte civile nel processo che condannò Tosi per violazione della legge Mancino. «Verona sembra un laboratorio delle tristezze», dice. E «l’Italia si sta veronesizzando», sottolinea a Left Emanuele Del Medico, attivista e autore di una ricerca sul campo, All’estrema destra del padre (La Fiaccola, 2004), confermando la vocazione a laboratorio delle destre estreme dai tempi di Tosi: è stato lui a sdoganare skinhead, preti che pregavano per Priebke, nostalgici di Salò, sentinelle in piedi – ai suoi comizi si cantava “Chi non salta tunisino è” – fino a Sboarina. A Verona la Chiesa sembra schizofrenica. Da una parte ci sono i Comboniani (Alex Zanotelli è uno di loro). Dall’altra i gruppi tradizionalisti per i quali gli altri sono «mondialisti» e «pretaglia conciliare». In mezzo la «Chiesa che non ha bisogno di apparire, la Chiesa di potere e legata al potere. Ci sono personaggi molto potenti che vanno a messa ogni mattina e lì stringono patti», continua Del Medico, che rivela proprio l’intreccio fra tradizionalismo cattolico e destra radicale in riva all’Adige dove il vescovo in carica si sente libero di suggerire candidati leghisti ai suoi fedeli. Nella rettoria tradizionalista di S. Toscana, don Vilmar Pavesi celebrava in abiti preconciliari e benediceva la spada per la crociata definitiva contro l’islam. Qui fu invitato nel 2008 Juan Rodolfo Laise, vescovo che consegnava ai golpisti argentini liste di studenti poi desaparecidos. Per questo il Vaticano lo nascondeva da occhi indiscreti alla tomba di padre Pio. Sulla sua porta era scritto: “Non si ricevono familiari di sovversivi”. Tra i fedeli l’ex colonnello Amos Piazzi e, non si sa se in costume asburgico, il capetto di Fn e i Tosi boys, giovani padani che sopravviveranno al declino di quel sindaco. Come quel Fontana che vorrebbe cancellare la legge Mancino. La resistenza civile, a Verona, è affidata anche a un giornale satirico come L’Ombroso che dedica il prossimo numero proprio all’ex leader dei giovani padani ora ministro delle proprie ossessioni: la famiglia e il proibizionismo dentro un governo dal limpido impianto sovranista. Identitario, Fontana preferisce chiamarlo con un termine che pesca nel lessico della destra estrema. Ora Fontana si sta preparando all’alleanza «identitaria», appunto, per le europee.

L’inchiesta di Checchino Antonini è stata pubblicata su Left del 21 settembre 2018


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Nel buco nero dell’ultranazionalismo slavo

A woman walks past a mural depicting many famous Serbs and the Serbian national flag in Belgrade on April 22, 2016. Serbian Prime Minister Aleksandar Vucic, who is bidding for another four years in power in Sunday's general election, is a former ultra-nationalist and close ally of Slobodan Milosevic remade as a pro-European liberal. In a political transformation viewed by critics as pragmatic rather than ideological, the tall 46-year-old Vucic now leads Serbia's efforts to join the European Union. / AFP / ANDREJ ISAKOVIC (Photo credit should read ANDREJ ISAKOVIC/AFP/Getty Images)

l paesaggio scorre monotono fuori dal finestrino del pulmino. Dentro l’aria è viziata. Il caldo estivo continentale prende alla gola e il tutto è reso più complicato dalla colazione salata che i miei compagni di viaggio consumano ora avidamente, dopo aver sonnecchiato per un po’.

Abbiamo lasciato Belgrado da oltre un paio d’ore e ci dirigiamo verso il confine bosniaco-erzegovese dopo aver superato la Sava. Sono ormai quasi le otto del mattino. La monotonia è interrotta giusto dal susseguirsi di campi di mais. Ben piantati, davanti a ogni appezzamento, cartelli con il nome di una nota multinazionale con sede negli Stati Uniti. Le colture transgeniche sono ormai diffuse in Serbia, simbolo strisciante di un capitalismo sempre più presente in quello che qualche illuso continua a ritenere l’ultimo baluardo contro l’imperialismo a stelle e strisce. La Serbia da anni è parte attiva e consapevole del circuito capitalistico e si barcamena con sapienza da almeno tre lustri tra due “imperi”, quello statunitense e quello russo, strizzando di tanto in tanto l’occhiolino all’Unione europea.

A bordo girano di mano in mano vassoi colmi di pita al formaggio, burek grondanti grassi e qualsiasi altro manicaretto che creerebbe il panico nelle certezze di ogni assennato medico occidentale. Gli odori di carne e cipolla si mischiano nell’aria già viziata del combi e solo la visione del posto di confine mi rende la speranza di potercela fare.

Il viaggio fin qui è andato liscio: due pulmini sfrecciano per la…

Il reportage di Luca Leone prosegue su Left in edicola dal 21 settembre 2018


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