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Riace, il paese salvato dai migranti

Nella fotogallery, alcune immagini delle famiglie di migranti che vivono a Riace in Calabria, nell’ambito del sistema di accoglienza Sprar, insieme al sindaco Domenico Lucano. Le foto di Stefano Giorgi sono esposte nella mostra allestita durante la manifestazione Per Appiam 2018 “Entra l’invisibile”, aperta fino al 23 settembre nell’ex Cartiera latina di Roma

 «Oggi più che mai è necessario costruire reti di umanità. Non si può rimanere neutrali, ma se manca l’ umanità nella politica, niente ha significato». Parole semplici, “normali” quelle di Domenico Lucano, sindaco di Riace, pronunciate durante la festa di Emergency. Come “normale” dovrebbe essere l’accoglienza di rifugiati e la convivenza tra stranieri e italiani. Tutta la storia di Riace del resto lo dimostra. Il paese della Calabria, che fa parte del sistema Sprar, dal 1998 ha ospitato circa 6mila persone di oltre venti nazionalità.

«Un luogo dove c’era un profonda rassegnazione sociale è rinato grazie a quella nave che è arrivata una ventina di anni fa», racconta Lucano. Laboratori artigianali, la scuola, l’ambulatorio medico, il turismo. Tutte attività che hanno salvato il paese a rischio spopolamento e hanno impresso una nuova spinta alle politiche dell’integrazione.

Adesso, però, il blocco dei finanziamenti, nonostante due relazioni della prefettura di Reggio Calabria attestino l’importanza dell’esperienza di Riace, mette in crisi tutto il lavoro fatto da Domenico Lucano. Che tiene a specificare come «fare il sindaco non significa solo occuparsi delle opere pubbliche», ma anche creare occasioni di incontro per «maturare la propria coscienza». Di tutti, italiani e stranieri.

 

Il fotoreportage di Stefano Giorgi è tratto da Left in edicola dal 21 settembre 2018


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Piero Calamandrei: In difesa dei diritti di libertà

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Il testo è un estratto dal libro di Piero Calamandrei L’avvenire dei diritti di libertà, che uscirà in libreria per Galaad edizioni il 27 settembre. Come spiega Enzo Di Salvatore nell’approfondita introduzione, si tratta di un saggio scritto nel 1946 dal giurista per la riedizione del libro Diritti di libertà di Francesco Ruffini, a sua volta nome celebre del diritto, tra i pochi docenti universitari a non prestare giuramento al fascismo, scomparso nel 1934.

«Non possiamo terminare questo troppo lungo discorso sui diritti di libertà senza ricordare l’avvertenza del Ruffini: «quello che più importa, in fatto di diritti di libertà, non è tanto la loro solenne proclamazione teorica, al modo dei famosi testi francesi, quanto la concreta determinazione dei mezzi pratici più adatti ad assicurarne l’osservanza».
Questo è il punto che, anche nella prossima costituente italiana, richiederà la maggiore attenzione.
Si è già osservato che l’inclusione dei diritti di libertà nella costituzione, in conseguenza della quale essi assumono il carattere di diritti costituzionali, importa un impegno dello Stato a non servirsi del potere legislativo per sopprimerli o per restringerli. Difesa dei diritti di libertà significa sopra tutto difesa contro il potere legislativo; ma perché questa difesa sia effettiva, occorrerà che le norme concernenti i diritti di libertà, al pari di tutte le altre norme costituzionali, siano sottratte alla disposizione degli organi legislativi ordinari, e siano salvaguardate da un sistema «rigido» nel quale l’esercizio del potere costituente, solo competente a modificarle, sia affidato a speciali organi e a speciali maggioranze.
Eppure neanche questo potrebbe esser sufficiente a difenderli da ogni attentato: e si potrebbe pensare che di tutte le norme costituzionali, la cui modificazione fosse riservata alla competenza di speciali organi costituenti, i diritti di libertà, come quelli che rappresentano la base intangibile d’ogni democrazia, siano considerati come diritti supercostituzionali, e come tali debbano essere»…

 

 

L’estratto del libro di Piero Calamandrei prosegue su Left in edicola dal 21 settembre 2018


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Gianfranco Viesti: La politica economica della Lega? Eversiva e miope

GIANFRANCO VIESTI DOCENTE

La petizione è stata lanciata da un gruppo di docenti e studiosi, primo firmatario Gianfranco Viesti, professore di economia dell’Università di Bari. Al momento in cui scriviamo ha raggiunto le diecimila firme. Si rivolge al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ai parlamentari e a tutti i cittadini italiani. Ed è piuttosto allarmata. Perché, è scritto: «Il Veneto, la Lombardia e sulla loro scia altre undici Regioni si sono attivate per ottenere maggiori poteri e risorse. Su maggiori poteri alle Regioni si possono avere le opinioni più diverse. Ma nei giorni scorsi è stata formalizzata dal Veneto (e in misura più sfumata dalla Lombardia) una richiesta che non è estremo definire eversiva, secessionista». Un tentativo di secessione silenziosa, da contrastare.
Perché, professor Viesti?
Vede, la Costituzione italiana si fonda sull’uguaglianza dei cittadini. E su un principio di solidarietà fra i cittadini che prende forma con la tassazione progressiva. La fiscalità generale serve ad assicurare alcuni servizi fondamentali – la difesa, la sicurezza, la sanità, l’istruzione – a tutti, a prescindere dal loro reddito e dal luogo di residenza. Ebbene, l’iniziativa del Veneto e della Lombardia mette in discussione l’eguaglianza nei diritti di cittadinanza. Contro lo spirito della Costituzione. Un grande tema politico.
Non è una sorpresa.
Io non sono sorpreso dall’atteggiamento della Lega, che guida quelle due regioni ed è nella maggioranza di governo. La Lega si muove con coerenza. La sua è una politica miope ma coerente: per una parte del Paese contro l’altra. Quello che mi sorprende è…

L’intervista di Pietro Greco a Gianfranco Viesti prosegue su Left in edicola dal 21 settembre 2018


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Se la sinistra fosse bella

Siamo in un’epoca che si dice essere post ideologica. I populisti e i sovranismi avrebbero preso il posto delle ideologie e della storia che ha dato luogo alla formazione di quello che ancora oggi si chiamano destra e sinistra. In realtà, come avete più volte letto su Left, noi sosteniamo che i populismi e i sovranismi sono sempre ideologie e politiche di destra. La destra e la sinistra, gli opposti contrari, come se fossero le due polarità che può avere la carica elettrica, e il centro a porsi come mediazione, come la scelta per chi pensa di non scegliere. Destra e sinistra derivano il loro nome dalla posizione che assunsero i gruppi politici nell’assemblea degli Stati Generali del maggio 1789 in Francia quando i radicali presero il posto a sinistra del presidente. La cosa poi si ripropose dopo la Rivoluzione francese nell’Assemblea nazionale dove le componenti più rivoluzionarie sedevano a sinistra e a destra erano le componenti conservatrici e monarchiche.
La differenza di fondo tra destra e sinistra è la differente concezione della realtà degli esseri umani. Da questo evidentemente poi discende una differente politica che ne è l’ovvia conseguenza. La politica in altre parole non è amministrazione ma è pensiero sulla realtà umana che si fa azione. Allora se un partito di destra pensa che l’essere umano nasca come creta da plasmare tenderà a stabilire che la scuola debba fare “educazione” perché è necessario formare un’identità che altrimenti non ci sarebbe. Una forza politica di sinistra invece pensa (dovrebbe pensare) che l’essere umano nasca con una propria identità che va accompagnata e stimolata nella sua crescita, nel senso di dare strumenti con cui l’individuo possa confermare e sviluppare la propria identità. La prima forza politica penserà che essendo il bambino tavoletta di cera e quindi sostanzialmente materia inanimata o nella migliore delle ipotesi uno strano animale, sia permesso e consigliato usare la costrizione e la violenza per educarlo. Se poi egli diventerà violento a sua volta questo non farà altro che confermare la natura originariamente violenta dell’essere umano. La seconda forza politica potrebbe invece pensare che il bambino ha un’identità dalla nascita e quell’identità si deve sviluppare nel rapporto con gli altri. Altri che gli confermeranno la sua certezza dell’esistenza degli altri e dell’idea del rapporto con gli altri. Gliela confermeranno con un rapporto che è gioco d’amore e di realizzazione senza alcun fine materiale. Egli certamente non diventerà violento anche se forse diventerà un ingenuo che non comprenderà il perché alcuni esseri umani sono violenti con gli altri.
La sinistra purtroppo non ha idee chiare su ciò che la distingue, o la dovrebbe distinguere, dalla destra. E quando questa differenza c’è non si ha nessuna idea del perché, o si hanno idee molto deboli, facilmente attaccabili. È utile pensare a due parole che si legano da sempre alle vicende politiche della destra e della sinistra. Sono le parole libertà e uguaglianza. Entrambi gli schieramenti dicono che la politica ha lo scopo di realizzare le condizioni per la libertà. La differenza sta nel concetto di uguaglianza e nel significato che viene di conseguenza attribuito alla parola libertà. Per la destra, la libertà è un valore assoluto, non discutibile. L’unico limite è razionale, per cui la libertà di ognuno finisce dove inizia quella dell’altro. È un limite razionale imposto dalla legge. Per la destra, se non ci fosse la legge varrebbe la legge del più forte. Non esiste un concetto quindi di libertà giusta o sbagliata ma un concetto di libertà assoluta, senza limiti. I limiti si pongono solo per convenienza razionale nell’azione fisica che non dovrebbe travalicare il confine del benessere fisico degli altri. Ma non c’è alcun limite alla libertà di esercitare altro tipo di costrizione e violenza verso gli altri.
Per la sinistra, invece, il concetto cardine è l’uguaglianza. Questa però viene intesa essenzialmente come uguaglianza nella soddisfazione dei bisogni e nell’affermazione dei diritti, siano essi civili o umani. Non è stato mai pensato e ipotizzato a sinistra che essa uguaglianza sia invece una caratteristica legata alla nascita, come teorizzato da Fagioli in Istinto di morte e conoscenza. Non è una questione di “uguali condizioni di partenza” perché questa idea può nascondere l’idea del bambino come tavoletta di cera. È un’idea di pensiero umano che si forma per tutti con la stessa dinamica. Alla nascita cioè il Dna scompare, non ha più nessuna importanza per la realizzazione dell’essere umano che è nato.
La cosa che potrebbe essere bella da proporre ad una sinistra nuova è l’idea che la libertà sia figlia dell’uguaglianza. Senza la rivendicazione dell’uguaglianza originaria non ci può essere libertà. L’uguaglianza non può essere però pensata solo come uguaglianza dei bisogni, ossia uguaglianza materiale. Deve essere uguaglianza delle esigenze, ossia di quella realtà non-fisica che è caratteristica di ogni essere umano, sia esso ricco o povero, nero o bianco, alto o basso, donna o uomo, bambino o adulto. La vita umana ha un inizio e una fine. Accettarne la fine significa accettarne l’origine materiale del suo inizio. Accettarne l’inizio significa liberarsi di ogni idea di razza e di superiorità di nascita o di stirpe. La libertà che ne deriva è una libertà che non ha bisogno di definirsi come ciò che finisce dove inizia la libertà altrui. È più semplicemente un pensiero e una realizzazione di proprie possibilità, ognuno nel suo modo unico e particolare, che ha rapporto con gli altri esseri umani e quindi non ha nessuna possibilità di essere violenta. È una libertà piena perché non c’è necessità di obblighi morali.
Così come non c’è bisogno di stabilire per legge che la terra gira intorno al sole non c’è bisogno di stabilire per legge l’uguaglianza. È una realtà. Pensarlo è la realtà. Pensare che non sia vero è delirio e non è libertà. Perché la libertà è prima di tutto libertà del pensiero, fantasia, che ha rapporto con la realtà umana. La destra ha solo un’idea di essere umano come realtà materiale. Questo la rende stupida e violenta. Se la sinistra fosse bella avrebbe un’idea di esseri umani che nascono uguali e si realizzano diversi e liberi. Purtroppo la sinistra è spesso brutta…
Dimentica se stessa e le lotte di liberazione ne hanno fatto la storia. E allora diventa stupida e rischia di perdere se stessa e diventare anch’essa destra. La frase di Fagioli «La libertà è l’obbligo di essere esseri umani» è il manifesto per la sinistra bella che verrà.

L’editoriale di Matteo Fago è tratto da Left in edicola dal 21 settembre 2018


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Contro donne e migranti, con l’arma della religione

Hungarian Prime Minister Viktor Orban is welcomed by Prefect of the Pontifical household Georg Gänswein as he arrives at the Vatican for a meeting with Pope Francis, Friday, March 24, 2017. Leaders of EU and heads of EU institutions were received by Pope Francis ahead of an EU anniversary summit. (AP Photo/Alessandra Tarantino)

Tusnádfürdő, minuscolo paesino della Transilvania, piena estate. Da qui, come ogni anno, il presidente ungherese Viktor Orbán interviene «all’università aperta» organizzata dal suo partito, Fidesz. Un meeting culturale dove il leader di estrema destra è solito rilanciare gli indirizzi politici del suo operato. E quest’anno ha deciso di farlo approfondendo il concetto – di cui è padre e teorico – di «democrazia illiberale».

«La democrazia liberale – ha spiegato – è pro-immigrazione, mentre quella cristiana è contro. Questo è un concetto genuinamente illiberale. La democrazia liberale sostiene modelli adattabili di famiglia, mentre quella cristiana poggia sulle fondamenta del modello cristiano di famiglia. Ancora una volta, questo è un concetto illiberale».

Una definizione lucida, una riproposizione spudorata del dogma fascista del Ventennio «dio, patria, famiglia». Con la quale, malcelatamente, lo xenofobo Orbán rilancia la guerra senza quartiere del suo esecutivo nei confronti di donne e migranti. Le prime ogni giorno più discriminate nel Paese penultimo in Europa per parità di genere, secondo l’European institute for gender equality; i secondi respinti alle frontiere e privati del sostegno dei cittadini, per i quali dare cibo o solamente informazioni ai migranti è di recente diventato illegale. Una guerra, dicevamo, portata avanti con l’arma principale della religione. Inquietante, se a perpetrarla fosse un semplice leader; un vero segnale d’allarme se a farlo è invece il capofila del fronte sovranista europeo. Il rassemblement che si prepara alla bagarre elettorale per prendere in mano le redini dell’Europarlamento nel 2019.

Orbán infatti – che si dice pronto a presentare ricorso al Tribunale di giustizia dell’Ue contro le sanzioni di Bruxelles ricevute per «gravi minacce allo Stato di diritto» – non solo ha stretto un patto col ministro dell’Interno italiano Salvini (definendolo «il mio eroe», un «compagno di destino») ma si prepara a…

 

L’inchiesta di Leonardo Filippi prosegue su Left in edicola


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Quei giochi di guerra in Centrafrica tra Russia, Cina e Francia (con Trump alla finestra) – terza parte

Segue dalla Prima e seconda parte

Forse qualcuno ricorderà ancora una vicenda internazionale che ha visto coinvolta l’Italia cinque anni orsono. Quella del banchiere dissidente politico kazako Mukhtar Ablyazov, della moglie Alma Shalabayeva e della figlioletta Alua. Ablyazov era riparato in Italia, a Roma, dall’Inghilterra, dove si era rifugiato nel 2009, anno della sua fuga dal Kazakistan, dove era inviso al presidente padrone Noursultan Nazarbaev per aver sostenuto dei movimenti di opposizione, e accusato di aver portato al fallimento la Bta Bank, la principale banca del Paese. Ablyazov era stato sottoposto a procedimenti giudiziari in Inghilterra, su denuncia dalla sua ex-banca, e condannato a risarcimenti miliardari. Da ultimo temeva per la sua stessa incolumità e quella dei suoi familiari. Ma anche a Roma era seguito costantemente da più occhi indiscreti, dato che nel frattempo era stato emesso nei suoi confronti un mandato di cattura internazionale dall’Interpol. Fece in tempo a fuggire in Francia, mentre la polizia italiana arrestava la moglie e la figlia per immigrazione illegale e le rimpatriava in Kazakistan con decreto di espulsione, sull’aereo privato dell’ambasciatore kazako a Roma. Una decisione di cui il nostro governo si sarebbe “pentito” nelle settimane successive, arrivando a chiedere la restituzione delle due donne, e su cui la magistratura ha aperto un’inchiesta che ha coinvolto l’allora ministro dell’Interno Angelino Alfano e i più alti dirigenti della Questura di Roma.

Poi Ablyazov venne arrestato in Francia – l’Interpol arriva anche lì -, dove, all’inizio del 2014, fu raggiunto da due diverse richieste di estradizione dalla Russia e dall’Ucraina, dove esistevano filiali della Bta, ma da dove sarebbe quasi certamente ripartito per il Kazakistan. Ne è nato un iter giudiziario di quasi tre anni, che alla fine ha visto l’ex-banchiere restituito alla piena libertà il 10 dicembre del 2016, con sentenza del Consiglio di Stato francese, che ha definitivamente bollato come motivate politicamente tutte le accuse nei suoi confronti.
Ebbene, i più attenti ricorderanno forse che Ablyazov e la moglie avevano, al momento dell’arresto, un passaporto diplomatico centrafricano. Quello dei passaporti diplomatici della Repubblica Centrafricana, concessi con disinvoltura a centinaia di personalità non esattamente centrafricane, è stato anche un non piccolo scandalo, tra la miriade di problemi infinitamente più grandi che il Paese si trova ad affrontare, ma, a chi cerca di decifrare qualcosa del suo groviglio politico, dice piuttosto che, almeno per un certo periodo di tempo, Ablyazov deve aver sostenuto il governo centrafricano, in particolare quello di Francois Bozizé, ossia il governo sotto il quale erano stati rilasciati i due passaporti. Si potrebbe pensare che ciò debba aver fruttato ad Ablyazov parecchi buoni uffici in Francia, ma probabilmente è così solo in parte.

Ablyazov, e con lui Viktor Khrapounov, ex-sindaco di Alma Ata, fuggito lui pure dal Kazakistan nel 2007 con un passaporto centrafricano e una fortuna personale di 300 milioni di euro, è stato certamente vicino all’uomo d’affari francese Laurent Foucher, a sua volta vicino a Claude Guèant, ex-ministro dell’Interno di Sarkozy. Foucher è attivo nel settore minerario, nel petrolio e nelle telecomunicazioni, con interessi nella Repubblica Centrafricana, dove Catherine Samba Panza (presidente ad interim della Repubblica Centrafricana dal 2014 al 2016, ndr) lo ha anche nominato a capo della missione diplomatica centrafricana a Ginevra. Lo stesso faccendiere francese, dunque, sotto due presidenze diverse – Sarkozy e Hollande – era attivo in Centrafrica, anche qui sotto due governi diversi – Bozizé e Samba Panza. Tra Bozizé e Samba Panza c’è stato l’interregno di Djotodia, salito al potere nel 2013 con il colpo di Stato dei ribelli musulmani Séléka. Dopo il putsch, la Francia ha assecondato l’ondata di violenza cristiano-animista delle milizie Anti-Balaka, fino a portare al potere Samba Panza, certamente non di estrazione Anti-Balaka, ma di educazione cristiana, come Bozizé e l’attuale presidente Touadéra. Pare però che la Francia non abbia fatto nulla per salvare Bozizé dal golpe di Djotodia, non essendo mancati i motivi di contrasto col primo, nel corso della sua lunga permanenza al potere.

Insomma, ci si potrebbe chiedere: se la Francia si è eventualmente servita di Ablyazov per i suoi giochi di potere centrafricani, e se non sempre il parere sulla linea da seguire nel Paese è stato univoco, questo può aver avuto delle ripercussioni sulle decisioni da adottare nei confronti del banchiere dissidente politico?
Più in generale, e non solo per quel che riguarda la Francia, quanto certe decisioni politiche possono essere influenzate dai rapporti del momento dei vari Paesi europei con la Russia e con tutta l’area ex-sovietica, dove il Kazakistan, per esempio, conta tantissimo, per le risorse e per le strategie geo-politiche?
Nel corso dell’ultimo anno dalla sua liberazione, Ablyazov è stato coinvolto, come testimone, nell’indagine di una commissione parlamentare d’inchiesta belga sul possibile voto di scambio che, nel 2011, aveva portato all’approvazione della legge sulla transazione penale, la possibilità cioè di evitare un processo per reati punibili fino a cinque anni di reclusione pagando somme di denaro.

Una legge, in pratica, accusata di essere stata fatta apposta per gli imprenditori del settore diamantifero di Anversa, che volevano così risolvere le loro frequenti controversie fiscali. Secondo altre accuse, inoltre, la legge sarebbe stata il frutto delle indebite pressioni dell’allora ministro dell’Interno francese Claude Guèant sul capo del senato belga Armand De Decker; Guèant spingeva sull’adozione della legge affinché avessero potuto usufruirne tre kazaki sotto processo in Belgio, che effettivamente furono poi i primi ad avvalersi della norma: Patokh Chodiev, Alijan Ibragimov e Alexander Mashkevitch. In ballo per la Francia c’era una preziosa fornitura d’armi – elicotteri da guerra – al Kazakistan.

I tre kazaki erano accusati di aver pagato tangenti a un politico del Frontnational, Mark Rozenberg, e ad un controverso faccendiere, Eric Van de Weghe, in cambio di documenti di identità belgi. Nell’indagine della commissione è così finita una lunga lista di imprenditori russi, ucraini, kazaki, tutti in odore di rapporti con la mafia russa, precisamente col clan moscovita “Soltneskaya”, che si dice il più potente, tutti bisognosi di documenti belgi, come Chodiev, Ibragimov e Mashkevitch. Ablyazov ha testimoniato contro i tre kazaki a settembre del 2017. Poi i lavori della commissione si sono chiusi ad aprile di quest’anno, in un nulla di fatto sostanziale, e con molte polemiche nei confronti del presidente della commissione Dirk Van der Maelen, che, in disaccordo col documento votato a maggioranza, ha provato ad anticiparne la pubblicazione con dichiarazioni alla stampa.

È già abbastanza significativo che Ablyazov, vicino a Foucher che era vicino a Guèant, compaia in questa storia dall’altra parte della barricata rispetto all’ex-ministro di Sarkozy. È ancora più istruttiva una breve rassegna di siti internet francesi e belgi, dove viene descritto come uomo poco raccomandabile, bancarottiere fraudolento che occulta a tutt’oggi parte del suo patrimonio, uomo di estrema destra e quasi-fascista – si noti la bellezza del quasi – per avere accusato le compagnie petrolifere straniere di saccheggiare il suo Paese, pagando una miseria i lavoratori, e infine, dulcis in fundo, razzista e antisemita, che nutrirebbe dei pregiudizi contro Chodiev e Ibragimov perché uzbeki, e contro Mashkevitch perché di origine israeliana.

Naturalmente si può discutere di tutto, anche di Ablyazov e dei fondi della Bta che è accusato di aver sottratto – si dice per un totale di 6,5 miliardi di dollari -, come pure delle presunte politiche spregiudicate attuate per un decennio dalla banca kazaka, tese più all’accumulo di credito – comprando debito altrui – che non alla tutela della liquidità. Ablyazov è tra l’altro laureato in fisica teorica, per cui dovrebbe intendersi bene di titoli derivati. Ma di qui ad accettare senza discussione le accuse di fascismo ed antisemitismo di improvvisati difensori d’ufficio di affaristi dell’area ex-sovietica, accusati a loro volta di prossimità con la mafia russa, ce ne corre.

Bisogna ricordare che, a parte tutti i problemi, reali o fatti apparire ad arte, la Bta era comunque ancora, alla fine del decennio scorso quando venne nazionalizzata, il principale creditore dello stato kazako, ed è proprio per non lasciare un simile privilegio ad un suo oppositore che Nazarbaev ha voluto nazionalizzarla ad ogni costo. Nelle sentenze britanniche che hanno condannato Ablyazov a risarcimenti miliardari nei confronti di soci della Bta, i giudici hanno (curiosamente) precisato che la nazionalizzazione non ha nulla a che vedere con i motivi per cui il banchiere era imputato, anche se la stessa nazionalizzazione è stata realizzata in spregio dei più elementari diritti delle controparti. Il fatto è che se non ci fosse stata la nazionalizzazione, non ci sarebbero mai state cause contro Ablyazov.

Tutto quanto ruota intorno alle vicissitudini di Ablyazov rimanda alla debolezza politica attuale con cui l’occidente si confronta col mondo ex-sovietico: si va dalla galassia di ex-politici di prestigio, spesso di sinistra, pagata con stipendi milionari da Nazarbaev, in qualità di consulenti, come Blair, Prodi o Schroeder, alla eccessiva facilità con cui l’Interpol da seguito alle richieste internazionali di arresto, anche quando arrivano da Paesi in cui non sono garantiti i diritti democratici. L’ambiguità dei rapporti con la Russia – e di riflesso anche con la Cina – è un segno distintivo della politica francese, forse non solo dell’ultimo periodo. Può essere che i margini di manovra si stiano restringendo, con gli Stati Uniti impegnati su molti tavoli, e Cina e Russia che spesso fanno blocco. Così la Francia può invocare l’intervento contro la Russia in Siria, cercando di trasformare l’organismo Onu per la messa al bando delle armi chimiche in una sorta di circolo anti-russo, e allo stesso tempo agire in Iran da alleata di Russia e Cina; oppure sostenere, sempre insieme alla Russia, la fazione di Haftar nella guerra civile libica, in questo caso a diretto detrimento di interessi del governo italiano.

Questa strategia sembra aver deciso anche l’apparente epilogo delle vicende centrafricane. A settembre del 2017, quindi rispettivamente un mese e due mesi prima dei colloqui tra il ministro degli Esteri russo Lavrov e il presidente della Repubblica Centrafricana Touadéra, e tra il ministro della Difesa di Mosca Shoigu ed il presidente sudanese al Bashir, Touadéra aveva incontrato il presidente francese Macron, chiedendogli accoratamente di fare qualcosa per aggirare l’embargo sulle armi alla Repubblica Centrafricana, che praticamente non aveva più né uomini, né armi da contrapporre ai vari ribelli. Macron avrebbe voluto dirottare in centrafrica un carico d’armi sequestrato in quel periodo in Somalia, e destinato ad al Shebaab, ma la Russia pose il veto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, sostenendo – affermazione inattaccabile – che le armi illegali sequestrate vanno distrutte, non fatte ricircolare per calcoli occasionali di questa o quella potenza. Macron avrebbe allora indirizzato Touadéra da Putin, il quale si è praticamente offerto di adoperarsi perché l’embargo potesse essere aggirato, direttamente con aiuti militari russi, che sarebbero così andati, almeno in parte, a sostenere il contrasto a milizie che la stessa Russia aveva contribuito ad armare. Chissà se Macron si è pentito del consiglio dato a Touadéra. Di certo non poteva essere così ingenuo da non pensare che Putin ne avrebbe in qualche modo approfittato.

Il 5 giugno 2018, solo pochi giorni dopo il forum economico di S. Pietroburgo, in cui c’era stato un nuovo incontro tra Touadéra e Putin, il ministro della Difesa centrafricano Marie Noelle Koyara ha chiesto pubblicamente che l’embargo fosse aggirato una seconda volta, per permettere adesso l’arrivo di un carico d’armi cinesi, cui sarebbero dovuti seguire esperti militari, sempre cinesi. Questa volta, il 15 giugno, sono stati Francia, Regno Unito e Stati Uniti a porre il veto al Consiglio di Sicurezza: i britannici hanno motivato il veto esprimendo preoccupazione per il fatto che il carico si trovasse già al confine col Camerun, per di più senza scorta adeguata; francesi e americani si sono concentrati soprattutto sul fatto che, tra le armi fornite, c’erano anche alcune costosissime batterie contraeree, quando certamente la Repubblica Centrafricana non rischia di subire attacchi aerei. Le armi sarebbero state fornite completamente gratis dai cinesi.

Il 21 agosto, solo tre settimane dopo l’uccisione dei tre giornalisti, i ministri della difesa Shoigu e Koyara, a margine di una expò militare russa, hanno siglato un’intesa tra Russia e Repubblica Centrafricana, che prevede l’addestramento dell’esercito centrafricano da parte di quello russo, l’invio di armi, la garanzia della sicurezza personale di Touadéra, il cui consigliere per la sicurezza è del resto già un russo, Valery Zakharov.
Così, mentre la Russia, con l’alleato Assad, si appresta alla decisiva marcia su Idlib, e alla riconquista di tutto il territorio siriano, intimando guai all’occidente se oserà interferire; e mentre Israele recrimina sul fatto che tutti dicono che l’Iran deve lasciare la Siria meridionale, senza che nessuno abbia un’idea del come; e si tornano a respirare venti di guerra nel Mediterraneo, con minacciose grandi manovre delle flotte russa e statunitense; mentre la Libia va definitivamente in fiamme; mentre tutto un pezzo di mondo sembra sempre sull’orlo dell’esplosione, per poi restare congelato in uno stallo perenne, congelata resta anche la Repubblica Centrafricana nel nuovo abbraccio russo-cinese, in attesa magari di un altro giro di giostra in cui il nemico di ieri possa tornare a diventare l’amico di oggi.

Bella ciao, un canto di resistenza che attraversa l’Italia e il mondo intero

Demonstrators during an anti-racism rally in Macerata, 10 February 2018. Few days ago an Italian Luca Trani shot with a gun on several coloured people down the streets of Macerata. ANSA/FABIO FALCIONI

Bella, vero, la nostra copertina di questa settimana? Bella e urgente dentro questo tempo di ferocia liberista e di rigurgiti fascisti. Bella ciao. Come le mondine, prima. Come i partigiani che di quelle mondine erano fratelli o fidanzati. L’ultima versione incisa, nientemeno, è di Tom Waits dentro un album del suo chitarrista Marc Ribot (Songs of Resistance 1942-2018) che ne intona in italiano l’incipit del ritornello e alcuni versi in una versione più lenta e struggente di quella tradizionale. Nel video ufficiale le immagini della Casa Bianca, delle prigioni Usa e delle manifestazioni di Black Lives Matter contro la discriminazione delle minoranze e la police brutality. Perché l’Onda nera parte da entrambe le rive dell’Atlantico e Bella Ciao è un canto di resistenza conosciuto ovunque. Quando Kobane fu liberata dall’Isis l’hanno cantata i combattenti kurdi festeggiando dopo mesi d’assedio. L’hanno cantata il 17 settembre in consiglio comunale a Massa per chiedere le dimissioni di un tizio di Forza Italia che aveva proposto lo spostamento del busto del partigiano Vico lontano dal municipio e qualcuno aveva incappucciato quel monumento nell’atrio.  Centinaia di antifascisti hanno fischiato contro la Lega e Fratelli d’Italia, gridando il numero dei morti per la libertà, chiamandoli «fascisti», fino a quando il consiglio comunale è stato interrotto per impossibilità di proseguire i lavori.

A ritroso nei giorni, domenica scorsa, oltre 130 coristi provenienti da vari Paesi europei hanno intonato anche Bella Ciao, alla Risiera di San Sabba, l’unico campo di concentramento italiano, nell’ambito delle manifestazioni cominciate nei giorni scorsi a Trieste per commemorare l’entrata in vigore delle leggi razziali il 18 settembre 1938. E martedì, nell’ottantesimo, hanno cantato con chi era voluto andare in piazza Unità d’Italia a portare un fiore dove si trova una targa commemorativa che ricorda l’annuncio fatto da Benito Mussolini della promulgazione delle leggi.

L’hanno cantata, poche settimane fa, in Abruzzo, a Vasto, per sfidare il tenutario di un locale che mandava “a palla” Faccetta Nera e qualche giorno dopo l’hanno sentita anche i migranti bloccati sulla Diciotti perché era cantata dagli antirazzisti che hanno forzato a Catania il cordone dei carabinieri sul molo. E alcuni di loro l’hanno riconosciuta a Rocca di Papa dalle voci di donne e uomini che erano andati ad accoglierli per dire che non siamo tutti come Salvini o come il 75% degli elettori M5s che approvano le sue politiche respingenti che fanno annegare le persone nel Mediterraneo e le perseguitano se hanno l’ardire di sopravvivere. Qualcuno (un consigliere comunale di centrodestra) ha storto il naso a Ruvo di Puglia quando l’ha ascoltata dalle Voci Bulgare Angelite al Talos Festival. Avrebbero voluto Faccetta Nera per par condicio come se la pace e la guerra, l’umanità e l’orrore fossero paragonabili. Ma vaglielo a spiegare. Chissà se l’ha riconosciuta Orban il giorno che è andato a trovare il fiero alleato Salvini a Milano e gliel’hanno cantata in Piazza Duomo.

Ritenute “socialmente pericolose” dalla questura un gruppo di donne che, lo scorso 20 maggio a Roma cantavano Bella Ciao alla Garbatella per protestare contro la presenza di un banchetto di Casa Pound. Era un poliziotto anche l’uomo che ha impedito all’attrice Ottavia Piccolo di entrare alla Mostra di Venezia con indosso un foulard dell’Anpi. Sempre a Roma è capitato che alcuni genitori si lamentassero per la scelta della canzone nella celebrazione del Giorno della Memoria in una scuola a due passi dal luogo dove iniziò la Resistenza romana. Chi non ha memoria non ha futuro e, infatti, il futuro non è più quello di una volta.

Ha fatto il giro del web anche la cena dei Bleus, i calciatori della nazionale francese, in cui i campioni del mondo hanno cantato proprio la canzone simbolo della resistenza al nazifascismo, che vive un’ennesima giovinezza grazie a una nota serie tv spagnola, La casa di carta, in cui “Bella ciao” fa da filo conduttore alla storia, cantata a squarciagola dai protagonisti mentre sono impegnati a stampare denaro nella sede della Zecca spagnola. La Casa di carta è la serie tv non in lingua inglese più vista della pur breve storia di Netflix: dopo la messa in onda sui social è scoppiata la mania e fioccano i video di reinterpretazioni casalinghe. Il 15 maggio la stessa Netflix per strizzare l’occhio al mercato arabo, realizza un video con fan sauditi della serie dal titolo “Bella Ciao: da Gedda a Berlino”, con la guest star Amine El Berjawi. Maitre Gims, popolare cantante franco-congolese ne propone anche lui una sua versione. Mario Gotze, uno dei più talentuosi centrocampisti tedeschi, intona il pezzo su Instagram, così come il suo collega calciatore Alexandre Pato. Magari, in giro per il mondo, ci sarà anche chi non ne afferra il senso e si mette a sculettare ascoltandone versioni remix (quella francese di Florent Hugel, 24 milioni di visualizzazioni su Youtube, 33 milioni su Spotify, o quella brasiliana, realizzata da MC MM e DJ RD con un testo modificato che al momento conta ben 171 milioni di visualizzazioni e 44 milioni di ascolti).

Ma resta un canto resistenziale che, per decenni, ha incarnato l’anomalia italiana quella di un Paese che s’era liberato dai nazifascisti e s’era dotato della più avanzata costituzione dal punto di vista dei diritti sociali. Ma in cui la resistenza era rimasta incompiuta per via della pesante ipoteca imposta dagli Usa, per la pervasività del Vaticano e per quell’amnistia di Togliatti che garantì, in sostanza, la continuità tra l’apparato statale del Ventennio e quello dell’Italia Repubblicana. Bella ciao fu cantata nel 1974 perfino al Congresso nazionale della Democrazia cristiana.

La storia di Bella Ciao «è un romanzo mai finito», ha scritto una ventina di anni fa Cesare Bermani, uno dei ricercatori e storici del canto e della cultura popolare. Addirittura per un periodo è stata un rompicapo perché non si riusciva a capire se le mondine lo avessero insegnato ai partigiani o viceversa. Se le ragazze l’avessero ripresa dal repertorio militaresco dei fanti della Grande guerra. Questa vicenda è contenuta in un saggio avvincente di Bermani pubblicato da Il De Martino, bollettino dell’omonimo istituto “per la conoscenza critica e la presenza alternativa del mondo popolare e proletario”. L’aria di Bella ciao era stata sentita in mezza Europa con varianti del testo «che si trasformano e si intrecciano con una serie di storie di gruppo o individuali. La ricerca delle sue origini ha visto sul campo intellettuali come Gianni Bosio, Roberto Leydi, Franco Coggiola, Ivan Della Mea. Il canto popolare è sempre stato materiale fluido che ha riciclato musiche di altri canti e trasformato le parole secondo le necessità del momento anche capovolgendone il senso originario. È successo anche a Faccetta nera in Francia: “bell’abissina, anche per te bandiera rossa s’avvicina, quando saremo vicino a te, la libertà noi ti daremo senza il re”.

Dopo la Resistenza Bella ciao ha continuato a vivere e trasformarsi trovando negli anni del dopoguerra i propri canali di diffusione. Campeggi dei Pionieri che ne avevano una loro versione Mamma Ciao, festival internazionali della gioventù, le feste dei partiti della sinistra e nelle case del popolo, il lavoro delle corali, dei canzonieri sociali (come il Nuovo Canzoniere Italiano che intitolò  Bella Ciao uno spettacolo che debuttò al Festival di Spoleto ed ) con versioni in molte lingue e interpreti come Yves Montand, Gigliola Cinquetti, Anna Identici perfino Claudio Villa, fino alla versione combat rock più famosa ora, quella dei Modena City Ramblers. Sostiene Bermani che a metà degli anni 60 ci si trovò di fronte a quella che Hobsbawn definì “tradizione inventata”: il ricorso a materiali antichi per costruire tradizioni inventate destinate a fini altrettanto nuovi. Erano i tempi del primo centrosinistra, col Psi che pose come precondizione alla Dc il riconoscimento dei valori della Resistenza.

Nel ventennale della Liberazione, il 1965, l’Anpi sfilò in piazza il 25 aprile con i fazzoletti tricolore e iniziò una fase di imbalsamazione di quei valori, come se la Resistenza fosse stata «un’unità aconflittuale fra formazioni», osserva Bermani nell’imperdibile saggio La vera storia di Bella ciao: «Fischia il vento, la canzone di gran lunga più diffusa al Nord durante la Resistenza, non poteva certo essere il canto di quell’operazione politica di ricompattamento su posizioni moderate del partigianato attorno ai valori nazionali della Resistenza». Fischia il vento era il canto delle formazioni comuniste e socialiste, sulle note di una melodia russa inneggiava alla “rossa primavera”. Bella Ciao è orecchiabile, coinvolgente (si possono battere le mani nel ritornello) e, soprattutto, non allude allo scontro di classe ma solo ai valori dell’unità nazionale contro “l’invasor”, ecco perché – secondo lo studioso – si diffuse rapidamente nel nuovo quadro politico e sociale di quell’epoca.
Le cose cambiano e oggi Bella Ciao segnala un desiderio nuovo di resistenza e liberazione “anche se è ancora buio, appena prima dell’alba, ci aspettano ancora giorni cantati”.

La “nobiltà” del chiedere scusa

C’è questo tweet poco prima delle 21 di ieri sera che mi ha trafitto. Arriva da Luciano Nobili (chiedo venia, non sapevo chi fosse) che si descrive così:

“Deputato | Direzione Nazionale | Presidente | Romano, romanista, riformista. Al fianco di

Nella foto con cui si presenta c’è lui, Renzi che sorride sornione e Federica Angeli, giornalista coraggiosa che andrebbe preservata (anche) da foto come questa. Scrive Luciano Nobili:

“Non so cosa abbia bevuto stasera Bersani. Ma è inaccettabile che si esprima in modo così offensivo verso il dopo aver contribuito pesantemente alla sconfitta del centrosinistra a referendum e elezioni. Chieda scusa per le parole vergognose e per i danni che ha fatto.”

In sostanza il dirigente al fianco di Matteo Renzi ci tiene a farci sapere che la volatilità di un partito che va a liquefarsi di giorno in giorno dipenderebbe da quel buon uomo (politicamente ben poco influente) di Bersani che avrebbe contribuito alla sconfitta di un referendum apocalittico e sbagliato su cui quattro ceffi avevano scommesso tutto salvo poi rimangiarsi le promesse.

Però è nobile, Nobili, perché incarna perfettamente la linea autodistruttiva di un pezzo di Pd che è rimasto incagliato su decisioni prese (e non condivise dagli elettori) che dovrebbero dimostrarci quanto gli elettori siano una manica di cretini. Scemi!, continuano ad urlare ad ogni piè sospinto e intanto gli chiedono di tornare a votarli. Dare del cretino a chi sceglie la concorrenza deve essere un nuovo metodo di marketing. Geniale. Non c’è che dire. Bravi tutti.

Così come appare significativo questo voler rappresentare un presunto centrosinistra avendo aperto la strada alla destra. E, siccome so che andrà così, sarebbe anche il caso di parlare di questa contrizione per cui criticare il Pd sarebbe un favore a Salvini come se la merda che puzza meno abbia il diritto di essere rivenduta come cioccolata.

Un consiglio da amico: lasciate perdere i social compulsivi e imparate a fare elaborazione politica, seria, impegnata e strutturata. Lasciate perdere il grillismo declinato (fintamente) a sinistra e tantomeno la destra che si finge di sinistra. Rinchiudetevi. Rinchiudeteli. Studiate. Fate i seri. Ne guadagniamo tutti.

Buon venerdì.

Contro chi usa toni e metodi fascisti stile anni Trenta

Abbiamo ancora negli occhi la bella immagine di un gruppo di donne che, nel maggio scorso nello storico quartiere Garbatella a Roma, contestava i militanti di CasaPound cantando Bella ciao. Per quella protesta pacifica, giorni dopo, sono state “invitate” a presentarsi in questura. In base a un provvedimento riservato a persone socialmente pericolose previsto dal Codice anti mafia. Da sempre le destre hanno cercato di mettere a tacere le donne. Ai loro occhi sono pericolose e pericoloso è quel canto dei partigiani che, negli anni, è diventato internazionale. Tradotto in ogni lingua da chi combatte contro i vecchi e i nuovi fascismi, ora è diventato anche un inno anti Trump nella versione cantata da Tom Waits nel disco di Marc Ribot.

Proprio per le sue radici storiche resistenziali e per il suo respiro europeo e internazionale ne abbiamo fatto il titolo di copertina per una pacifica e forte chiamata alle armi (della critica e della politica di sinistra) contro l’internazionale nera che si va organizzando in vista delle europee. Deus ex machina di quella adunata che va da Salvini ad Orbán e alla Le Pen, è il cattolico integralista e suprematista Usa, Steve Bannon. Putin, Assad, e Trump ne sono i numi tutelari.

Particolarmente inquietante in questo quadro appare la ricomposizione all’asse Italia-Austria-Germania (dell’Afd). E la sinistra cosa fa? Come si organizza per dare battaglia? Abbiamo cercato di raccontarlo in questo sfoglio, non riportando soltanto le proposte che hanno avuto più visibilità mediatica (a cominciare da quella di Varoufakīs), ma dando voce a esperienze di sinistra radicate nei territori; esperienze di base, di sinistra progressista, laica, plurale, molte delle quali nate dalle lotte delle donne. Colpisce però che mentre la crociata xenofoba, misogina e ultra conservatrice avanza, qualcuno a sinistra, in Italia (Fassina) e in Germania (Sahra Wagenknecht che è arrivata a dire «prima gli operai tedeschi»!) si lasci abbagliare dal mito sovranista, chiudendosi in una antistorica visione nazionalista, proprio mentre gli avversari – per paradosso – non esitano a varare una loro internazionale nera.

Così con il movimento lanciato da Fassina si torna a parlare di patria; parola che ha un alone nero nella Penisola che ha vissuto il fascismo. Di patria parlava il nazista e cattolico Heidegger. “Dio, patria e famiglia” è sempre stato il motto delle destre di regime, da Franco a Videla. E quelle parole riecheggiano oggi nei comizi di ministri della famiglia e di sottosegretari del governo giallonero che minacciano di voler cancellare conquiste come la legge 194. Riecheggiano nei discorsi del ministro dell’Interno Salvini che soffia sul fuoco della paura e della xenofobia, diffondendo deliranti teorie che parlano di complotti orditi dalle Ong per la sostituzione etnica degli italiani con i migranti. La creazione di un nemico esterno su cui scaricare tutte le responsabilità e il malcontento popolare, il razzismo, il nazionalismo conservatore, l’assistenzialismo, (comprese le promesse di condoni mentre si abbatte il welfare), l’attacco ai diritti delle donne e alla libertà di stampa compongono un quadro pieno di inquietanti analogie con gli anni Trenta.

A denunciarlo su queste pagine sono stati storici e filosofi come  Luciano Canfora Remo Bodei. Beninteso in Italia oggi le elezioni sono libere e non siamo sotto un regime, non c’è un partito unico né il duce. Ma noi denunciamo a tutta voce che è inaccettabile l’attacco ai diritti umani, civili e sociali a cui stiamo assistendo. I valori stessi della Costituzione sono minacciati. Basti pensare all’articolo 21. L’attacco alla libertà di stampa è cosa da regimi autoritari. Lo vediamo in Polonia e in Ungheria. E l’Italia non è esente. La Lega ha fatto di tutto per imporre come presidente Rai il sovranista Marcello Foa, sodale di Salvini ed estimatore di Bannon e Putin. E destano forte preoccupazione le dichiarazioni del sottosegretario Crimi che minaccia di mettere mano alle leggi sull’editoria per punire i giornali che mettono in cattiva luce l’azione del governo. Aleggiano fantasmi di bavagli e censure. Colleghi che fanno inchieste sulla corruzione e sul malaffare sono stati sottoposti a ripetute perquisizioni. Episodi denunciati anche dalla Fnsi. Lo stesso presidente della Repubblica nei giorni scorsi ha sentito il dovere di ribadire: «La libertà di informazione è architrave della Costituzione, essenziale per la democrazia, e bisogna contrastare qualsiasi tentativo di fiaccarne l’autonomia».

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola dal 21 settembre 2018


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Come si resiste all’onda nera

Italy's Interior Minister Matteo Salvini (R) shakes hands with Hungary's Prime Minister Viktor Orban at a press conference following a meeting in Milan on August 28, 2018. (Photo by MARCO BERTORELLO / AFP) (Photo credit should read MARCO BERTORELLO/AFP/Getty Images)

C’è un’Europa inquietante di cui avvertiamo dall’Italia l’esistenza spesso solo in prossimità delle scadenze elettorali. Ha i colori bruni di certe camicie, traduce la nostalgia per un passato di purezza razziale in un presente di paure e odio diffuso a piene mani e che ha contaminato le classi popolari.
Un’Europa in cui crescono forze politiche che sin dai nomi rimandano alla “nazione” di cui si ergono a unici reali difensori; a volte insinuanti, come Svezia democratica o Alternativa per la Germania, in altri casi utilizzando i colori della bandiera o la croce (una patria un dio). A volte non temono di richiamarsi ad una simbologia nazifascista, celebrando come eroi criminali di guerra degli anni Trenta. Simili forze, spesso, una volta entrate nelle istituzioni, tendono ad acquisire vesti di rispettabilità, lasciando a formazioni minori, estreme, il compito di svolgere il lavoro sporco, di pestare migranti, omosessuali e oppositori politici in cambio di sostegno economico o dell’elezione di esponenti a loro vicini.
Formazioni politiche diverse, che in comune sembrano avere solo l’appartenenza dei Paesi in cui sorgono all’Ue, e che di fatto stanno costruendo una sorta di nuova “internazionale nera”, con mezzi e possibilità forse mai avuti in passato. Se negli anni Sessanta e Settanta si trattava, infatti, di sparute cellule di reduci che contavano sull’appoggio dei regimi in crollo di Spagna, Portogallo e poi Grecia, se allora utilizzavano lo stragismo e l’eversione spesso con il tacito accordo Nato, nell’atmosfera della Guerra fredda, oggi…

L’articolo di Stefano Galieni prosegue su Left in edicola dal 21 settembre 2018


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