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Hanno sbagliato tutti. Ma splendidamente

"Mattinata di lavoro molto proficua. Stiamo lavorando per dare il governo del cambiamento a questo Paese". Il tweet del premier incaricato Giuseppe Conte dopo l'incontro con Luigi Di Maio e Matteo Salvini (C). +++ ATTENZIONE LA FOTO NON PUO? ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L?AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA +++ ++ HO - NO SALES, EDITORIAL USE ONLY ++

Ha sbagliato Di Maio. Ma come al solito ci metterà parecchio ad accorgersene. Si è affidato a Salvini (lui che guida il Movimento che diceva “mai con con nessuno”) che è la sintesi della vecchia politica con tutta la modernissima xenofobia che scuote l’Europa. Di Maio si è fidato di Salvini ha avuto bisogno di Salvini (perché no, non ha vinto le elezioni, appunto) e ci è cascato in pieno: davvero c’è qualcuno che pensa che Salvini non sappia benissimo che questa crisi di governo porterà il centrodestra a governare tranquillamente dopo le prossime elezioni (per la gioia di Berlusconi e soci)? Davvero c’è qualcuno che è convinto che se Salvini sarà il prossimo presidente del consiglio designato si impunterà su Savona (che non proporrà nemmeno)? Davvero c’è qualcuno che non ha capito che Conte serviva proprio per avere un premier debole da far cadere alla bisogna senza intaccare il proprio consenso? Non scherziamo, su. Ma non si preoccupi Di Maio: è già stato mangiato dal duo Di Battista-Grillo. Ma come al solito ci metterà parecchio ad accorgersene.

Ha sbagliato l’opposizione (ah sì, c’è un’opposizione?) che ha lasciato il campo libero per intere settimane e non ha trovato niente di meglio che parlare di spread per sventolare l’inefficienza del potenziale governo gialloverde. Aiutando così l’ipotesi dei poteri forti contro il governo del cambiamento l’opposizione è apparsa assente, solo in attesa di interventi d’altri e inevitabilmente ben poco attraente in occasione di prossime elezioni. Ascoltare poi lezioni di Costituzione da quelli che hanno provato a stravolgerla non è stato un gran spettacolo. Diciamo.

Ha sbagliato anche Salvini. Sì. Ma non se ne accorgerà nessuno. Incaponirsi su Savona (Mattarella avrebbe accettato Giorgetti che della Lega salviniana è un uomo di punta, per dire) è roba da bambini dell’asilo ed è un comportamento indicativo di un fallimento programmato. Ma non se ne accorgerà nessuno e sarà molto difficile riuscire a raccontarlo.

Berlusconi forse l’ha indovinata, ancora una volta. Alle prossime elezioni rischia di essere al governo (anche se appena sotto a Salvini) come un Conte qualsiasi ma con un curriculum molto più corposo e per niente inventato: corruzione, falso in bilancio e vicinanza agli uomini di mafia sono esperienze che contano, qui da noi.

Ha sbagliato Renzi. Ritirato per finta e fiero dei suoi errori giudicati dagli elettori. Ma gli elettori sono cretini, dicono i suoi. E tra qualche mese andranno dai cretini a richiedere il voto. Pensa te.

Alla fine che succede? Succede che oggi al Colle sale Carlo Cottarelli, un economista, perché qui da noi è l’economia che governa la politica mica il contrario.

E Salvini gode.

Avanti così.

Buon lunedì.

Per uscire dalla crisi. Né con i sovranisti di Savona né con i neo liberisti di Cottarelli

“Ho agevolato in ogni modo il tentativo di governo, ho accolto la proposta di presidente del Consiglio, nel rispetto delle regole della Costituzione”, ha detto il presidente Mattarella, che ricorda: “Il capo dello Stato svolge un ruolo di garanzia che non può subire imposizioni”.

E’ inaccettabile per il presidente della Repubblica un ministro dell’Economia che possa portare all’uscita dall’euro. E se è pur vero che, come presidente, non può porre un veto politico, è anche vero che è chiamato a vigilare, nell’interesse del Paese. “Ho fatto il possibile per far nascere un governo politico”, ha sottolineato Mattarella, ma l’ipotesi dell’uscita dalla Ue, in questo modo non è congrua: “Se si vuole affrontare questo argomento andava fatto apertamente”, ha precisato. Adesso scatta il piano B, il governo del Presidente. Mattarella lo aveva già annunciato, come ultima ratio e convoca Cottarelli. Quanto alle elezione anticipate il capo dello Stato si rimette al Parlamento.

Intanto rimane in carica il governo Gentiloni, finché non giura un nuovo governo, quello di Gentiloni resta in carica per la gestione ordinaria.


Ma ricapitoliamo gli eventi:
Poco dopo le 19 il premier indicato da Lega e M5S Giuseppe Conte ha rimesso il mandato per la formazione del governo, dopo l’incontro con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. L’annuncio è stato dato dato in modo secco dal segretario generale del Quirinale Zampetti, mentre M5S e Lega affermavano che il capo dello Stato avrebbe imposto “un veto su Paolo Savona”, il presidente della Repubblica Mattarella ha rimarcato che da parte del Quirinale non ci sono stati veti sui nomi di ministri, ma su questo ci sarebbe stato un “irrigidimento delle forze politiche”.

Nel rispetto dell’articolo 92 della Carta che recita così: “Il governo della Repubblica è composto del presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”. Ma i M5S e Lega chiedono l’impeachment. Si apre uno scontro sulla Costituzione.

Quel che appare grave è anche che la crisi sia già stata annunciata da Salvini, facendo un comizio a Terni, dove ha annunciato:” Sarei volentieri domani mattina al ministero dell’Interno per cacciare 500mila migranti, per affermare la legittima difesa, per dire che della salute dei bambini si occupano solo i genitori”, ha detto lasciando intendere di essere già in campagna elettorale. “Se qualcuno si prenderà la responsabilità di non far nascere un governo pronto a lavorare domani mattina lo vada a spiegare a 60 milioni di italiani”, ha detto Salvini, parlando di dittatura dello spread, “tralasciando” di dire che la Lega Nord ha votato a favore dei trattati di Maastricht, di Lisbona e al parteggio di bilancio in Costituzione.
Intanto Mattarella convoca Carlo Cottarelli, riponendo un governo in stile Monti. Siamo di nuovo a un governo tecnico, che neutro non è?
Non ci piace fare i gufi ( anche se vedono di notte) ma in qualche modo lo dicevamo già  su Left in edicola, dicendo “non con i sovranisti né con i liberisti”

L’articolo è tratto dal numero di Left in edicola


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La proposta: un welfare europeo uguale per tutti

BRUSSELS, BELGIUM - MARCH 21: Traffic passes a piece of street art on the side of a building in central Brussels which reads 'The Future is Europe' on March 21, 2018 in Brussels, Belgium. European Union leaders meet for two-day European Council summit tomorrow, with the agenda to include discussion on President Donald Trump's announcement on tariffs for steel and aluminium imports. (Photo by Jack Taylor/Getty Images)

A mente fredda, passate le elezioni, occorre interrogarsi sul sentimento anti-europeista che aleggia anche in una parte della sinistra. Non viene messa in discussione solo la politica delle istituzioni continentali, ma l’intera architettura europea. L’Europa sconterebbe un peccato originale irredimibile, essendo stata generata da interessi economici. L’Europa sarebbe un ostacolo insuperabile alle auspicate politiche di welfare. Taluni sognano, quindi, un ritorno alle frontiere ed agli Stati nazionali, in una corsa all’inseguimento delle destre su un terreno congeniale a queste, ma molto sdrucciolevole per le sinistre. Ci si deve allora chiedere se abbia senso contrastare il processo di integrazione europeo, proprio in un’ottica di estensione dei diritti sociali.

È senz’altro vero che il motore dell’integrazione europea, oggi, è principalmente economico. Dobbiamo però confidare nella eterogenesi dei fini. Storicamente, l’unità politica è quasi sempre finalizzata alla creazione di un mercato comune. La storia ci insegna che al formarsi di aggregati economici più ampi, segue un’aggregazione politica. Una volta però creato il mercato comune, la storia non si arresta al comando di nessuno. Questo abbiamo imparato, e ha imparato chi credeva di poterla portare nella propria direzione.

Se l’unione…

 

Gli avvocati Pietro Adami e Cesare Antetomaso fanno parte dei Giuristi democratici 

L’articolo di Pietro Adami e Cesare Antetomaso prosegue su Left in edicola


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L’illusione pericolosa della sovranità nazionale

the Lega Nord leder, Matteo Salvini, leaves the parliamentary groups of the Chamber of Deputies on April 26, 2018 in Rome, Italy (Photo by Andrea Ronchini/NurPhoto via Getty Images)

Il nascente governo “giallo verde” (con evidenti venature nere) che esordisce in Italia è composto da forze che, con modalità differenti, si sono affermate anche in virtù delle loro parole d’ordine sovraniste. Ci si può domandare quanto abbia senso, in un contesto in cui le interdipendenze globali, non solo economiche, determinano molto più delle politiche dei singoli Stati, parlare di ritorno allo Stato nazione, a forme di protezionismo e di chiusura delle frontiere. Eppure fra le ragioni del successo elettorale di due forze che si sono presentate come antisistema, ha pesato molto il fallimento della Ue. Inevitabile dopo dieci anni di crisi affrontati in maniera dissennata in tutto il continente, tanto dalle forze socialdemocratiche che da quelle liberali (che spesso hanno operato insieme). La Lega, che nei decenni passati, aveva come riferimento soprattutto i ceti popolari e della piccola imprenditoria del Nord a cui proponeva il sogno secessionista mentre votava senza problemi tutte le normative di stampo liberista, a livello locale, nazionale ed europeo, si sta lentamente trasformando in una forza nazionale, che si autorappresenta come capace di difendere “gli italiani”, tanto da fantomatiche “invasioni” dei migranti quanto dagli euroburocrati. Leggendo e ascoltando le dichiarazioni che si vanno succedendo in questa delicata fase politica, si trovano…

L’articolo di Stefano Galieni prosegue su Left in edicola

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Il canto popolare che ha fatto la storia

Giovanna Marini

Per chi come me è cresciuto negli anni Ottanta quando il “movimento” era rifluito, e in giro non si cantava più, sono stati i dischi a far conoscere, e amare, il canto sociale e il canto popolare. Il mio primo album in assoluto fu un cd di Caterina Bueno allegato a questa rivista quando si chiamava Avvenimenti; subito dopo conobbi le due collane che hanno fatto la storia della musica popolare del canto sociale italiano: la collana folk della Fonit Cetra e i Dischi del Sole. I Dischi del Sole erano stati fondati all’interno delle edizioni Avanti!, e il primo disco fu Bella ciao, nel 1965.

Negli anni Novanta il catalogo dei Dischi del Sole venne acquisito dall’etichetta Ala Bianca, che adesso, dopo averlo reso disponibile in digitale, ristampa dodici album storici. Sono dodici scrigni preziosi di memorie e di canzoni pronte all’uso. Sì, perché è l’uso ciò che le contraddistingue: tanto il canto sociale che il canto popolare esistono in relazione a una funzione, entro un contesto che li produce e gli dà senso. Perciò non si può che accogliere con gioia la riapparizione di Addio Lugano bella, la straordinaria raccolta di canti anarchici, Ci ragiono e canto (lo spettacolo di Dario Fo), La veglia di Caterina Bueno, Fiaba grande di Ivan Della Mea, I treni per Reggio Calabria di Giovanna Marini. E proprio con Giovanna – con la quale ebbi la fortuna di condividere il palco per il cinquantesimo anniversario del Nuovo canzoniere italiano – ho fatto una chiacchierata a proposito di questo evento discografico.

Hai detto una volta che la testimonianza più grande che lascia l’esperienza dei Dischi del Sole è quella dell’amore e della passione per le cose che facevate: il vostro scopo non era di vendere dischi, ma di far memoria. Ivan Della Mea diceva la stessa cosa, da un punto di vista più “materialistico”: le condizioni materiali di produzione erano quello che erano, con le ristrettezze economiche, i pochi denari, il “buona la prima” in fase di registrazione…
Sì, certamente era sempre una cosa fortunosa. Non avevamo affatto l’abitudine di curare i dischi con sovraincisioni, postproduzione, come si fa per i dischi da vendere. Per noi quello era materiale da archiviare, da ricordo.

Mentre invece la tradizione musicale popolare negli Stati Uniti aveva una considerazione diversa: tu fosti lì a metà degli anni Sessanta, e ai tuoi occhi risaltò bene la differenza.
Sì, negli Stati Uniti è molto differente, basta paragonare i Dischi del Sole con la storica etichetta Folkways, che aveva grandi distribuzione e vendita. Fare canzoni e dischi solo per passione in America non esiste. C’è la passione, ma prima c’è la marcia del capitale. Io ero lì a metà degli anni Sessanta, e vedevo bene la differenza. Negli Stati Uniti non si potevano fare dischi come, che so, Il cavaliere crudele, che in un anno vendette 25 copie. Valeva anche per Woody Guthrie: prima di tutto, è un prodotto che deve vendere. Per noi non era così, i Dischi del Sole sono prima di tutto il frutto della nostra passione e del nostro amore.

Nei Dischi del Sole c’erano sia canzoni popolari (l’attività di ricerca e di riproposta, come si diceva) sia canzoni d’autore. Il comun denominatore era che si trattava di canzoni d’uso. Tanto è vero che a volte non si percepiva dove finisse la canzone popolare e iniziasse quella d’autore.
Sì, è vero. Canzoni che ho scritto poi sono diventate popolari, le cantano pensando che siano popolari… “Una morte di Gesù”, ad esempio, oppure “Addio addio amore”.

Vuoi raccontarcela nel dettaglio la storia di “Addio addio amore”? È una storia davvero esemplare dello spirito dell’epoca.
Sarà stato il ’60, era prima che iniziassi a fare ricerca, andavamo al mare di Ostia con Bruno Trentin e la sua famiglia, lì sentii cantare una canzone che mi piacque molto. Passò del tempo, dimenticai la melodia, e mi rimase in testa un arpeggio in minore, una successione di quattro note. Andando a Spoleto per fare lo spettacolo Bella ciao io, non avendo canzoni popolari da cantare ne scrissi due in macchina mentre Teresa Bulciolu guidava, annotandomi qualche parola e qualche nota. A Spoleto la cantai questa, mettendo insieme le poche parole che mi ricordavo della canzone di Ostia con quelle di un vecchio canto abruzzese dove si menzionavano l’oliva e la ginestra. Ed è venuto fuori “Addio addio amore”. Poi quando abbiamo fatto il disco di Bella ciao, per i Dischi del Sole, Gianni Bosio mi chiese se ero iscritta alla Siae, e io dissi di no, senza sapere che avendo fatto il conservatorio lo ero. Così nel disco risultò come canzone popolare. Peraltro non la pensavo come una “composizione”: venivo da una famiglia di musicisti dove queste erano giusto quattro note, se avessi detto a mia madre che l’avevo composta mi avrebbe risposto “Non farmi ridere! Si compongono le fughe, i preludi! Mica quattro note che ti vengono in mente!”. Questa era la mia idea… Fatto sta che un giorno incontrai alla Siae Mimmo Modugno, che era dispiaciuto perché non sapeva che quella canzone l’avevo scritta io, così lui, pensandola canzone popolare, l’aveva presa e ci aveva scritto sopra “Amara terra mia”, che divenne un grande successo.

Hai detto che nel canto popolare, quello che fa da discrimine è il come lo si prende e l’uso che se ne fa. Del resto il canto popolare ha costitutivamente a che fare con la reinvenzione continua della tradizione, con la variazione, col ritornello… E dunque: come bisogna prenderlo?
Ti faccio un esempio. Noi abbiamo fatto una ricerca sui monti del Pollino in Calabria, una zona molto isolata, dove ricerca non era stata fatta. Non avevo mai sentito cantare così, delle grida altissime con una specie di scala discendente e un basso continuo, una forma di discanto, che il vescovo non voleva si cantasse durante la processione perché lo trovava un canto pagano. È questo il canto contadino che mi appassiona, il canto pastorale fatto solo su due tre suoni codificati, scelti, rituali, da cui si è sviluppata la musica classica. Oppure il canto sardo per falso bordone, che ho trovato a Bosa, canti di pastori, fatti per emozionare, che stanno dentro quel contesto: come fai a riproporli estraendoli da quel contesto, fuori da quei Paesi arroccati sulle rocce da cui si vede il mare, se magari hai una faccia slavata da borghese, che non dice niente? Ci vuole un grande studio, per farlo, un grande lavoro. Questo è il canto di cui si discute se proporlo o non riproporlo. Altra cosa è la forma canzone, di grandi autori come Alfredo Bandelli o Ivan Della Mea, che loro sembravano nati con Puccini dentro, con Mascagni, con l’opera, quella era la loro estrazione; o anche col varietà e il vaudeville come Pietrangeli.

Però tu hai fatto tanti dischi di canzoni, e in particolare uno come I treni per Reggio Calabria, che per me è il capolavoro assoluto, una pietra miliare della musica italiana, e quelle sono canzoni una più bella dell’altra.
Sono canzoni, sì, però a impronta classica. Carpitella mi diceva che in certi pezzi ci sentiva Bach e Rossini: io quello ho in testa… Tutti abbiamo in testa qualcosa che poi ci esce fuori.

Un’altra cosa che caratterizzava in maniera forte il gruppo che ruotava attorno ai Dischi del Sole è l’estrazione sociale. C’erano persone che venivano dalla borghesia, di alta cultura, come te, Pietrangeli, Della Mea, e quelli che venivano da ambiente contadino, come la Daffini, la Balistreri, il gruppo di Piadena.
Sì, c’era una divisione di classe sociale, ma ci sentivamo tutti sullo stesso piano. Anzi, c’era una sorta di venerazione per chi era portatore di una tradizione contadina.

Anche Caterina Bueno veniva da una famiglia borghese.
Sì, aveva due genitori molto colti, ma lei si sentiva molto meglio nelle sue cantine frequentate da contadini e operai che non nei circoli intellettuali. Faceva ricerca anche perché nei luoghi contadini e proletari si sentiva più accolta, più amata.

 

Lo scrittore e musicista Marco Rovelli è l’autore dell’album Bella una serpe con le spoglie d’oro, dedicato a Caterina Bueno, in cui ha ripreso i canti popolari toscani d’amore, di lavoro e di protesta.

L’intervista di Marco Rovelli a Giovanna Marini è tratta da Left n. 21 del 25 maggio 2018


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I manovali della disuguaglianza

Matteo Salvini e Luigi Di Maio al tavolo della trattativa sul contratto di governo e sul nome del premier che guider‡ l'esecutivo in una fermo immagine di un video diffuso dal Movimento Cinqua Stelle. Roma, 17 maggio 2018. ANSA/ FRAME VIDE M5S +++ NO SALES - EDITORIAL USE ONLY +++

Sono molte le fratture che attraversano la società italiana. La prima e più profonda è quella che emerge dalle diseguaglianze socio-economiche, in una società che premia e distribuisce reddito e ricchezza a una minoranza, quella più ricca. Fratture che attraversano il Paese, riversandosi su molti aspetti della vita quotidiana, dalla sanità ai trasporti, e lo dividono sempre di più. A Messina, la diffusione del trasporto locale non copre i 2mila posti-km per abitante mentre a Milano supera i 15mila. Non va meglio sul fronte della sanità e dei servizi di welfare garantiti ai cittadini.

Diseguaglianze, un tema che ritorna e rimbomba ma che stenta ad entrare nell’agenda politica, se non in senso regressivo come dimostra il contratto di governo siglato da Lega e Movimento cinque stelle. Mentre il welfare si contrae con effetti maggiori sulle zone più depresse del Paese, l’impoverimento della maggioranza della popolazione risulta chiara dai dati sul mondo del lavoro. Della nuova occupazione dipendente, tra il 2016 e il 2017, solo il 20% è a tempo indeterminato.

Mentre il lavoro precario si consolida, al suo interno avanzano le forme più rapaci come il lavoro in somministrazione che nell’ultimo anno aumenta del 23.5%. Contratti e posizioni lavorative sempre più povere per rispondere a un assetto produttivo in ritirata: l’occupazione aumenta quasi esclusivamente nel settore dei servizi a bassa produttività: alberghi, ristorazione e servizi alle imprese (tra cui la logistica), ma anche in quei settori in cui l’arretramento del welfare pubblico scarica sui cittadini la necessità di farsi carico dell’assistenza e di cura alle persone. L’esistenza di un forte divario tra il periodo pre crisi e gli anni recenti è evidente dal monte ore lavorate, che langue di circa un miliardo di ore rispetto al 2008.

Tuttavia, la parziale ripresa rispecchia la ristrutturazione del sistema: nel….

L’analisi di Marta Fana e Simone Fana prosegue su Left in edicola


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La rottura costituente di Lisbona 2018

epa05853862 An undated handout photo made available by the European Commision's Audiovisual Services shows a chalk drawing of a map of Europe before the 01 May 2004 enlargement wave, in Brussels, Belgium, 01 March 2004. Ten countries simultaneously joined the European Union (EU) officially on 01 May 2004, the biggest single expansion in EU history to date. The 60th anniversary of the signing of the Treaty of Rome is marked on 25 March 2017. The treaty was signed on 25 March 1957 by Belgium, France, Italy, Luxembourg, the Netherlands and West Germany to form the European Economic Community (ECC). It continues to be one of the most important ones in the history of the European Union (EU). EPA/Alain Schroeder / HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

Il 24 maggio, il Parlamento europeo a Bruxelles rende note le motivazioni della sentenza del Tribunale permanente dei popoli su Turchia e popolo curdo. Già a conclusione della scorsa sessione a Parigi, Philippe Texier, presidente del Tribunale, ha annunciato un punto fondamentale di conclusione: anche secondo il Tribunale permanente dei popoli, la Turchia è responsabile della continua violazione del diritto all’autodeterminazione del popolo curdo.

Perché parlo di questa sentenza a proposito del futuro del progetto europeo? Perché ci aiuta a capire molto del presente della Ue e di un futuro possibile per lo spazio europeo. Pochi mesi fa l’Ue ha erogato la seconda tranche di finanziamenti alla Turchia per bloccare il flusso di rifugiati. Fondi erogati, in cambio della difesa delle frontiere, a un regime repressivo, autoritario, e appunto responsabile della continua violenza contro il popolo curdo. Dall’altro lato, abbiamo un popolo resistente, la cui storia recente ci parla di co-rappresentanza, di con-federalismo democratico, di lotta per l’autodeterminazione non coincidente con la rivendicazione della forma-Stato.

Se l’Ue neoliberista e neo-autoritaria dialoga con Erdogan, un progetto europeo alternativo al neoliberismo potrebbe, invece…

L’articolo dell’europarlamentare Eleonora Forenza prosegue su Left in edicola


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L’aborto non è più reato in Irlanda. Valanga di sì. Più del 70 % a favore

da Belfast – L’Irlanda volta decisamente pagina. Oltre il 70 per cento della popolazione, donne in testa, ha detto sì all’abrogazione dell’ ottavo emendamento, una delle leggi più restrittive in Europa in materia di aborto, dando così via libera a una nuova legge più rispettosa dei diritti delle donne. E’ un momento storico per l’Isola. Il Yes, Ta, in gaelico , come appariva sulle schede, cancella una legge approvata nel 1983, sulla spinta dei fondamentalisti cattolici ma anche protestanti, che di fatto anteponeva la vita del feto a quella della madre. di un’intera nazione. Tirano un respiro di sollievo le migliaia di donne costrette a sbarcare a Londra per abortire. Il terribile destino di centinaia di madri che per decenni venivano brutalmente segregate nelle Madgalene Laundries, gestite da suore, a lavorare come schiave per espiare il terribile peccato di aver concepito un figlio fuori dal matrimonio, sembra un incubo ormai lontano. Nessuna morirà come Savita, la donna indiana cui nel 2015 era stato rifiutato l’aborto terapeutico dai medici cattolici dell’Ospedale di Galway.

Una grande vittoria all’indomani di una campagna combattuta senza esclusione di colpi, e che aveva visto schierarsi anche il primo ministro Leo Varadkar sul fronte del Sì’.Una campagna che ha visto scendere in campo l’Orange Ordre of Ireland, protestanti di stampo massonico, una volta tanto in accordo con i reazionari cattolici.

“Una vittoria dei diritti umani”, come dichiara Amnesty International Ireland. Ricordiamo come in tempi recenti l’Irlanda, sia stata rimproverata dalla Suprema Corte Europea perché l” Ottavo Emendamento rappresentava una “ palese violazione dei diritti delle donne”

Il Fronte antiabortista nel frattempo si prepara a dare battaglia anche in Parlamento.”Spero che le persone rifletteranno sulle conseguenze di un simile risultato che dice chiaramente che la vita dei non nati non ha nessun valore. ” ha dichiarato seccamente Cora Sherlock del Comitato Pro Life.

Nel frattempo festa grande per le strade e le piazze di Dublino per i movimenti femministi, gli attivisti di Repeal The Eigth, il fronte che si è battuto per il yes e che ha visto l’adesione del Labour Ireland e ampia parte dello stesso Sinn Fein.

“ We made history”, dicono le attiviste di Rosa Ireland. “ Dedichiamo la nostra vittoria a Savita” dice Eleanor Willoughby , penso che la nuova legge dovrebbe intitolarsi Savita Act, in suo onore “

In Irlanda del Nord, invece il problema è lontano dall’essere risolto. Perché’ anche se il paese è sotto la giurisdizione di Londra, l’aborto rimane ancora un reato .

“ Caro Jeremy, per favore, fa che Il 1967 act (la legge che prevede l’aborto libero in Gran Bretagna) sia esteso anche all’Irlanda del Nord. Credi alle donne!” Cosi hanno scritto le attiviste di Rosa, in una lettera aperta al leader del Labour in visita a Belfast nei giorni scorsi. E la battaglia continua.

In Irlanda trionfano i “sì” alla legalizzazione dell’aborto

epa06764237 Flowers and messages left on a mural in Dublin, Ireland, 26 May 2018, depicting Indian woman Savita Halappanavar who died as a result of pregnancy complications while living in Ireland, and has become the face of the 'Yes' campaign in the legalisation of abortion in Ireland. Irish people went to the polls 25 May to decide if abortion can be legislatied for thus removing the protection of the unborn from the Irish Constitution. EPA/AIDAN CRAWLEY

È una svolta storica, quella che sta vivendo in queste ore l’Irlanda, all’indomani del referendum sull’aborto. Già i primi exit poll, usciti la sera del 25 maggio, indicavano una schiacciante vittoria dei Si – 68% delle preferenze contro il 32% dei contrari – ossia dei voti a favore dell’abrogazione dell’ottavo emendamento della Costituzione. Un emendamento, introdotto nel 1983, che metteva sullo stesso piano “diritto alla vita del nascituro” e il “diritto alla vita della madre”, e di fatto rendeva illegale l’aborto in quasi tutte le circostanze, salvo casi eccezionali di pericolo certo per la vita della madre, come previsto da una legge del 2013. Costringendo le madri che potevano permetterselo a viaggi all’estero (principalmente in Gran Bretagna) per interrompere la gravidanza, una scelta punita nel Paese con pene fino a 14 anni di carcere.

Nella sera del 26 maggio arriveranno i dati definitivi del conteggio dei voti, iniziato stamani, ma gli antiabortisti hanno già ammesso la sconfitta: il riconoscimento della debàcle arriva da John McGuirk, portavoce del movimento contro l’aborto Save The 8th.

Ora toccherà al parlamento legiferare, e regolamentare la possibilità di interruzione volontaria di gravidanza. Diverse le proposte sul tavolo. Tra le ipotesi, quella che il governo proponga di fissare a 12 settimane il limite per abortire, esteso a 24 in caso di malformazioni del feto incompatibili con la vita, oppure in caso di rischi seri per la salute della madre.

L’affluenza alle urne si è attestata intorno al 70%. Il voto arriva a tre anni di distanza dal referendum che nel Paese ha dato il via libera ai matrimoni gay. Il primo ministro irlandese, Leo Varadkar, favorevole al Si, ha twittato: «Sembra che faremo la storia».

Nella campagna referendaria, sono intervenuti anche i colossi del web Google e Facebook, con la loro scelta di sospendere o limitare gli annunci pubblicitari dei comitati che si contrapponevano, una scelta che di fatto ha favorito il “Si”, come ha raccontato per Left Damiano Vezzosi.

Ai quarant’anni di crociate contro la legge 194 in Italia, abbiamo dedicato il numero 19 di Left dell’11 maggio 2018


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Guerra in Yemen, nel gran bazar delle armi ai sauditi c’è anche Londra

LONDON, ENGLAND - MARCH 18: Amnesty International activists march with homemade replica missiles bearing the message 'Made in Britain, destroying lives in Yemen' across Westminster Bridge towards Downing Street during a protest over UK arms sales to Saudi Arabia on March 18, 2016 in London, England. The missiles are replicas of the 500lb 'Paveway-IV' weapon which are currently used by Saudi Arabia's UK supplied Eurofighter Typhoon war planes. (Photo by Chris Ratcliffe/Getty Images)

Un supermarket globale degli armamenti. Ecco cosa c’è sotto la commessa di 4mila bombe esportate in Arabia Saudita dall’Italia tra il 2013 e il 2017. Un affare da 63 milioni di euro per la Rwm Italia, società del colosso tedesco Rheinmetall che ha prodotto gli armamenti in Sardegna, a Domusnovas, in qualità di subappaltatrice dell’azienda inglese Raytheon systems limited. La Germania e l’Italia non sono dunque gli unici Paesi europei coinvolti nella fornitura di bombe partite dalla Sardegna. Ma c’è un terzo protagonista finora rimasto nell’ombra: la Gran Bretagna.

Controllata dalla multinazionale statunitense Raytheon company attraverso la holding britannica Raytheon United kingdom limited, la Raytheon systems intrattiene un rapporto contrattuale diretto con il ministero della Difesa saudita. Non è dato sapere se l’accordo tra la società inglese e i sauditi includa ulteriori sistemi d’arma. Si sa invece che Rwm si aggiudica la commessa delle 3950 Mk 83 attraverso un’offerta presentata alla Raytheon systems, che accetta e stipula un contratto di subfornitura con la società italiana nel novembre del 2012. Da quel momento la Rwm ha avuto 57 mesi di tempo per completare la fornitura degli ordigni.

Sono questi gli elementi svelati dall’inchiesta sulle esportazioni di armi dalla Sardegna – finora inedita – avviata dalla Procura di Cagliari in seguito a quattro esposti sulla presunta violazione della legge 185/90 sul commercio degli armamenti. Il procedimento contro ignoti che ne è seguito ha ricostruito l’attività di esportazione della Rwm Italia fino all’archiviazione del maggio del 2017 disposta dal Tribunale cagliaritano su richiesta degli inquirenti: le forniture di bombe destinate all’Arabia Saudita sono risultate regolarmente autorizzate.

Anche perché non…

 

Inchiesta transnazionale finanziata da Journalismfund.eu

L’inchiesta di Lorenzo Bagnoli, Laura Silvia Battaglia, Piero Loi e Sonja Peterandel prosegue su Left in edicola


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