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Fine vita, in Portogallo una riflessione avanzata in Parlamento. Anche se la legge non passa

epa06771531 Mariana Mortagua (L), from the Left Block (BE) party, delivers a speech during an euthanasia debate in the Portuguese Parliament in Lisbon, Portugal, 29 May 2018. Others are not identified. The Portuguese Parliament discusses and votes today on the bills of the PAN, BE, PS and PEV parties on the decriminalization of the medically assisted death, in an unusual habitual vote deputy to deputy and of unforeseeable result. EPA/ANTONIO COTRIM

Il parlamento portoghese ha bocciato il 29 maggio quattro disegni di legge su eutanasia e suicidio assistito prodotte da altrettanti partiti di sinistra, fra cui il Partito Socialista al governo. Nell’eutanasia, è bene ricordarlo, è un soggetto esterno a procurare il decesso del malato, mentre nel suicidio assistito è il malato stesso a procurarselo, sebbene con l’aiuto, spesso indispensabile, da parte di un soggetto esterno. La Chiesa si era attivata in massa, con la conferenza episcopale portoghese che ha distribuito un milione e mezzo di volantini, e il cardinale di Lisbona Manuel Clemente che aveva chiesto espressamente ai deputati di fermare tutti i disegni di legge. Decisivo è risultato il voto contrario del principale partito di destra, ma va segnalata anche la contrarietà del partito comunista portoghese. Nonostante la mobilitazione del fronte del no, è stata una vittoria di misura, con uno scarto di appena 15 voti nel Parlamento di un Paese che fino a pochi anni fa era considerato una roccaforte del cattolicesimo, nato sulle ceneri di una delle più longeve dittature d’Europa, e che qualche settimana fa ha visto trecentomila partecipanti alla messa per la ricorrenza dell’apparizione della Madonna di Fatima.
Il Portogallo, come risulta dalla storia di copertina di Left (n.20 del 18 maggio), si conferma un laboratorio politico da seguire con attenzione anche in tema di riconoscimento dei diritti civili. Nonostante l’esito del voto del 29 maggio. Soprattutto grazie all’impegno del Bloco de ezquerda, nato dall’unione di varie formazioni di sinistra, oggi il Paese ha ad esempio una legislazione molto avanzata in tema di matrimonio e adozione per le coppie omosessuali.

Il disegno di legge sul fine vita del Partito socialista, al quale si dava il maggior credito fra i quattro, conteneva elementi interessanti e innovativi persino a paragone con Paesi europei – come il Belgio e soprattutto l’Olanda – che vantano in questo campo una legislazione rigorosa e avanzata. La possibilità di attuazione del suicidio assistito avrebbe infatti riguardato, si legge, «pazienti in stato di sofferenza estrema, con disabilità intrattabile o malattia fatale e incurabile». La procedura sarebbe stata inoltre riservata a chi possiede la cittadinanza del Paese (come in Olanda e a differenza della Svizzera, nella quale però è consentito il suicidio assistito ma non l’eutanasia). È quindi evidente come la definizione del campo di applicazione apparisse molto precisa e ben delimitata. Inoltre, il disegno di legge prevedeva la necessità di firma della richiesta da parte di due medici, ossia uno specialista della malattia in questione e uno psichiatra, e il successivo invio del caso a un’apposita commissione di valutazione.

Ovviamente si trattava di una proposta iniziale che, si presume, sarebbe stata successivamente elaborata attraverso un iter parlamentare, ma ci sono elementi interessanti e comunque degni di grande attenzione. Grazie all’accurata precisazione del campo di applicazione e alla sistematica valutazione psichiatrica di tutte le richieste, si può infatti presumere che sarebbe stato drasticamente ridotto, se non addirittura azzerato, il rischio di applicazione della procedura in pazienti affetti esclusivamente da malattie psichiatriche, quali la depressione, dunque in assenza di patologie fisiche. Nei Paesi dove eutanasia e/o suicidio assistito sono legali questo rischio in effetti esiste: in Olanda – come documentato su Left n.16 – ogni anno una pur ridotta percentuale di pazienti psichiatrici accede alle procedure di questo tipo, e per la Svizzera basti ricordare i casi di pazienti italiani affetti da depressione che si sono rivolti a strutture oltre il confine elvetico, come Lucio Magri o il giudice Pietro D’Amico, la cui figlia sta oggi combattendo una battaglia legale inerente il suicidio assistito di suo padre.

Quella di ieri è una sconfitta, quindi, solo sul piano politico. Il laboratorio portoghese si conferma un cantiere di cultura sociale capace di costruire proposte originali e innovative anche sul piano dei diritti civili, come quello a una morte dignitosa in presenza di malattia fatale o gravemente invalidante. Pur bocciato, il disegno di legge portoghese potrebbe rappresentare nel prossimo futuro un modello utile per altri contesti nazionali, compreso il nostro. In Italia, dopo l’approvazione della Legge 219 del 22 dicembre 2017 sulle disposizioni anticipate di trattamento (note come “biotestamento”), il prossimo passo in agenda è fissato per il 23 ottobre, con l’udienza in Corte Costituzionale per l’analisi della questione di legittimità dell’articolo 580 del codice penale in materia di aiuto al suicidio, sulla scia del clamore evocato dalla vicenda di Fabiano Antoniani e dal processo a Marco Cappato, che lo aiutò a recarsi in Svizzera per sottoporsi a suicidio assistito. A giudicare da quello che ci riserva la scena di queste ore, nel nostro Paese però il contesto politico potrebbe essere molto diverso da quello che ha consentito la nascita del “laboratorio portoghese”. Incrociamo le dita, e non solo per questo.

Sul n.18 di Left approfondimenti, interviste e reportage

 


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Cannabis. Il proibizionismo non è una soluzione

Come dare alla cannabis una disciplina legale? Quali sono gli effetti della legalizzazione della cannabis sull’entità del consumo e sulla salute dei consumatori? Quali sono i risultati delle esperienze di legalizzazione in corso nel mondo? A queste domande prova a rispondere il volume curato da Leopoldo Grosso “Questione cannabis, le ragioni della legalizzazione”, con contributi di S. Giancane, L. Grosso, L. Manconi e A. Sordo, M. Rossi G. Zuffa. Il volume, edito dal Gruppo Abele viene presentato il 30 maggio alle 17,30 nella sala convegni del Cesv Lazio, a Roma.  Eccone un estratto:

L’argomento chiave di tutta la dialettica proibizionista, il cavallo di battaglia di ogni oppositore alla legalizzazione della cannabis è quello che riguarda i rischi e i danni per-i-giovani. Nella impostazione di chi lo propone, questo argomento è inappellabile, è una verità autoevidente in grado di inchiodare all’inefficacia ogni tipo di obiezione. E tuttavia, con buone ragioni, si può dimostrare che è vero l’esatto inverso: ovvero che sarebbe proprio la legalizzazione della cannabis, nel quadro di una diversa politica, a produrre effetti davvero benefici per-i-giovani.
I pericoli della situazione attuale – dove chiunque, maggiorenne o meno, può reperire a qualsiasi ora, in qualsiasi strada, di qualsiasi città, ogni tipo di sostanza – sono, infatti, davvero molti. Basta dare un’occhiata allo studio Espad Italia, che ogni anno fotografa la situazione dei comportamenti a rischio tra gli studenti italiani di età compresa tra i 15 e i 19 anni. Secondo la rilevazione oltre un terzo degli studenti ha sperimentato nella vita il consumo di almeno una sostanza illecita (tra cannabis, cocaina, eroina, allucinogeni e/o stimolanti), mentre il 27 per cento lo ha fatto nel corso dell’ultimo anno. Tra tutte le sostanze illegali consumate, la cannabis è quella maggiormente utilizzata (quasi il 27 per cento), seguita da stimolanti (2,6 per cento), cocaina (2,5 per cento) allucinogeni (2,2 per cento) ed eroina (1 per cento). Ma il dato di maggiore allarme è costituito dalla percentuale di coloro che hanno utilizzato sostanze psicoattive “sconosciute”, ignorandone cioè la composizione e gli effetti e, quindi, aumentando i potenziali rischi correlati al consumo. Si stima, infatti, che circa il 2,1 per cento degli studenti di 15-19 anni abbia assunto almeno una volta nella vita sostanze psicoattive senza sapere di cosa si trattasse. Il 52 per cento circa di questi studenti le ha assunte per non più di 2 volte, il 26 per cento ha ripetuto l’esperienza oltre 10 volte.
Il rapporto giovani-droghe va innanzitutto considerato nella sua ampiezza e nella sua delicatezza. Si può decidere di affrontarlo “a gamba tesa”, come avviene ormai ciclicamente nei licei italiani dove le forze dell’ordine entrano a scuola, fanno perquisizioni e addirittura arresti davanti ai compagni. Ma così non si fa che creare turbamento negli studenti e produrre polveroni mediatici che – stigmatizzata la questione – impediscono riflessioni ponderate e conseguenti provvedimenti razionali. Si tratta, in ogni caso, di operazioni inutili e in alcuni casi addirittura letali: come è successo nel febbraio del 2017 a uno studente di 16 anni di Lavagna che, arrestato dalla guardia di Finanza all’uscita dalla scuola per una piccola quantità di hashish, è stato portato a casa per una perquisizione e lì, sotto gli occhi dei militari e dei suoi genitori, si è lanciato dal balcone, togliendosi la vita.
In un quadro come questo, è chiaro che il tema va affrontato in maniera diversa. È autolesionistico rimandare ancora interventi minimi di riduzione del danno, con unità mobili che, oltre a offrire servizi come quello del drug checking (ovvero dell’analisi delle sostanze che si intende assumere), costituiscono un primo contatto tra possibili consumatori problematici e operatori specializzati. Ed è urgente lavorare finalmente all’approvazione di una legge che legalizzi la produzione, la vendita e il consumo di cannabis e che decriminalizzi l’uso di tutte le altre sostanze illecite. Per il bene dei giovani, per la salute dei cittadini e per ridurre i danni sul piano sociale.

Per il bene della giustizia

Accanto alla questione sanitaria (relativa alla cannabis medica) e a quella sociale (inerente i pericoli a cui il proibizionismo espone i giovani) il settore che subisce i danni più ingenti di un approccio punitivo sulle sostanze è quello della giustizia. Non è un caso che a sostenere le ragioni della legalizzazione, o della decriminalizzazione, negli ultimi tempi siano sempre più i magistrati e i vertici delle forze dell’ordine e delle istituzioni maggiormente impegnate nel campo. Nel giugno 2016 la Direzione nazionale antimafia ha dato parere favorevole al disegno di legge sulla legalizzazione promosso dall’intergruppo parlamentare, e che di lì a poco sarebbe arrivato in Aula alla Camera. Questa l’argomentazione: «La legalizzazione, se correttamente attuata, potrebbe portare […] a un vero rilancio dell’azione strategica di contrasto al narcotraffico e ai suoi effetti sulla salute pubblica, sull’economia e sulla libera concorrenza». Un giudizio altrettanto autorevole è giunto da Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione: «Fino a poco tempo fa ero assolutamente contrario all’idea della legalizzazione perché non mi convincevano gran parte degli argomenti. Adesso ho un po’ cambiato posizione: credo soprattutto che una legalizzazione intelligente possa evitare il danno peggiore per i ragazzi, cioè entrare in contatto con ambienti della criminalità». Infine, in questo flusso di ragionevoli pareri, si collocano le dichiarazioni di Felice Romano, segretario del Siulp, il più grande sindacato di polizia: «Quali risultati ha ottenuto il proibizionismo nel contrasto al traffico e al consumo di droghe leggere? Nessuno. Anzi: il consumo è aumentato e l’età dei ragazzi che ne fanno uso si è abbassata. Non solo: a fronte di un massiccio impiego di forze dell’ordine e alle risorse spese, non c’è stato nessun effetto».
A leggere i dati dell’impatto del proibizionismo sul sistema della giustizia, così come riportati dalla Relazione annuale al Parlamento del Dipartimento per le politiche antidroga, l’inefficacia di tale approccio appare incontrovertibile. I dati dimostrano che il meccanismo in atto nel nostro Paese punisce i consumatori e i piccoli spacciatori invece dei grandi narcotrafficanti e offre, in definitiva, un servizio a questi ultimi, ripulendo il mercato dai cosiddetti pesci piccoli. Essi evidenziano, inoltre, che il meccanismo punitivo è diretto in particolare verso la meno dannosa delle sostanze: la cannabis, appunto. Infatti, l’80,4 per cento delle segnalazioni ai prefetti per uso di stupefacenti riguarda soggetti colti in possesso di cannabinoidi (nel 71,3 per cento dei casi di età inferiore ai 30 anni; ed è in costante aumento la percentuale di minorenni). Anche tra le operazioni di sequestro, la cannabis la fa da padrona: il 91,4 per cento delle sostanze sequestrate è costituito da suoi derivati.
La stessa tendenza caratterizza il resto d’Europa, dove ogni anno c’è oltre un milione di sequestri di sostanze illecite. Per la maggior parte si tratta di piccole quantità di droga confiscate ai consumatori, benché le partite di diversi chilogrammi trovate nella disponibilità di trafficanti e produttori rappresentino un’elevata percentuale della quantità complessiva di stupefacenti in sequestro. La cannabis, oggetto di oltre il 70 per cento dei sequestri effettuati in Europa, è la sostanza confiscata con maggiore frequenza. La cocaina occupa il secondo posto (9 per cento), seguita dalle amfetamine (5 per cento), dall’eroina (5 per cento) e dall’Mdma (2 per cento).

Tornando all’Italia, anche per i reati di traffico illecito di sostanze (art. 73 Dpr 309/90) e di associazione finalizzata al traffico (art. 74 Dpr 309/90) la maggior parte delle denunce è associata a marijuana, hashish e piante di cannabis (49,5 per cento). La cocaina è coinvolta nel 33,3 per cento dei casi, l’eroina nell’11,2 per cento e le droghe sintetiche nell’1,2 per cento dei casi.
Se si ragionasse tenendo conto di questi dati, probabilmente si giungerebbe in tempi brevi all’adozione di misure – graduali, per carità! e caute, mi raccomando! – in grado di sperimentare un regime di legalizzazione. Ma come spesso accade, già si vedono le avvisaglie di una rinnovata restaurazione ideologica e già si sente dire che «ben altre sono le priorità» (economiche, sociali e perfino civili). Ciò che sembra manifestarsi e crescere è qualcosa di molto simile alla Gran bonaccia delle Antille: l’irriducibile doroteismo caratteriale e culturale della mediocrità nazionale, il torpido perbenismo del progresso senza avven

ture e dell’opportunismo morale come filosofia dell’esistenza. L’intelligenza e la logica suggeriscono che non c’è ragione al mondo – sotto il profilo scientifico e sociale, giuridico e sanitario – per non prevedere per la cannabis un regime di legalizzazione. Un regime, cioè, di regolamentazione della produzione, del commercio e del consumo di hashish e marijuana, all’interno di un sistema di vincoli e limiti, di tassazione e controllo. Ovvero, il medesimo regime al quale vengono sottoposte sostanze come alcol e tabacco, il cui abuso determina conseguenze assai più gravi ed effetti assai più nocivi di quelli prodotti dall’abuso di cannabis tra i consumatori in età adolescenziale. Dunque, è difficile non vedere la ragionevolezza di una simile soluzione e, ancor prima, l’indifferibile necessità di una sperimentazione che vada in quel senso. E invece qui intervengono le remore più moralistiche e gli scrupoli della più untuosa doppiezza, come quelli che: «Ma l’alcol appartiene alla nostra tradizione culturale». Insomma, la cirrosi epatica come patrimonio folklorico.

Arkady Babchenko, giornalista russo critico di Putin, ucciso a Kiev. Accuse tra Russia e Ucraina

epa06771910 A picture made available on 29 May 2018 shows Russian opposition journalist Arkady Babchenko take part in action to commemorate killed Belarus-born Russian journalist Pavel Sheremet in Kiev, Ukraine, 20 July 2017. Russian opposition journalist Arkadiy Babchenko, who lived in Ukraine, was shot on 29 May 2018 in his Kiev home by three shots to his back and died from his wounds on the way to hospital, local media report. Babchenko was criticizing Russian authorities and writing about arrests of Crimean-Tatarian journalists in the Crimea after annexation of it by Russia. EPA/INNA SOKOLOVSKA

Arkady Babchenko è stato ucciso ieri, 29 maggio, a Kiev con tre colpi di pistola alla schiena sulla porta di casa mentre faceva rientro nell’abitazione. Il giorno dopo la morte del giornalista russo la tempesta di dichiarazioni e appelli internazionali, – e poi accuse incrociate tra Russia e Ucraina -, è già cominciata.

Purtroppo Babchenko non è il primo giornalista scomodo a perdere la vita in un omicidio che come gli altri, molto probabilmente, rimarrà irrisolto. L’Ucraina di guerra rimane una tomba di reporter, giornalisti e voci critiche per Kiev quanto per Mosca.

Secondo il capo della polizia di Kiev Andrej Krishenko, le autorità ora indagano su due piste: il lavoro e l’impegno civile del giornalista. Dopo aver combattuto da soldato nei due conflitti ceceni, Babchenko era diventato corrispondente di guerra del Moskovsky Komsomolets. Critico di Putin, accusava il Cremlino di aggressione nella guerra d’Ucraina, Paese in cui aveva scelto di vivere. Il Paese dove invece, aveva scritto, non si sentiva “più al sicuro” era la sua patria natale, la Russia.

Babchenko si era trasferito in Repubblica Ceca nel 2017, per stabilirsi poco dopo, definitivamente, in Ucraina. I motivi che lo avevano spinto alla fuga li aveva spiegati in un articolo apparso sul Guardian il 24 febbraio dello stesso anno e intitolato “il post non patriottico per cui ho dovuto abbandonare definitivamente la Russia”.

Il post di cui parlava Babchenko lo scrisse nel 2016 e riguardava l’incidente aereo sul Mar Nero in cui morì tutto il coro dell’Ensemble Alexandrov. «Non insultavo nessuno, volevo solo ricordare ai lettori che la Russia stava bombardando Aleppo» e anche lì, scriveva il giornalista, uomini, donne e bambini morivano.

«Come molti dissidenti, sono abituato agli abusi, ma l’ultima campagna contro di me, era così personale, così spaventosa, che ho dovuto lasciare il Paese», scriveva meno di un anno fa. In poco tempo una petizione per privarlo della cittadinanza fu firmata da 130mila persone, minacce di morte e di violenza erano state rivolte a lui e alla sua famiglia. Il suo indirizzo era stato reso pubblico su internet.

Molti rileggono quelle parole oggi, il giorno dopo la sua morte. Per Anton Gerashchenko, avvocato ucraino, consigliere del ministero degli Interni, come scrive su Facebook, la morte del giornalista è legata «agli sforzi delle spie russe di sbarazzarsi di quelli che provano a dire la verità su quello che sta succedendo tra Russia e Ucraina».

«L’Ucraina sta diventando il paese più pericoloso per i giornalisti, il governo ucraino non riesce a garantire le libertà più elementari» ha detto l’avvocato Yevgeny Revenko, accusando Kiev.

Per Mikhail Fedotov, a capo del Consiglio dei diritti umani al Cremlino, l’omicidio di Babchenko è «una chiara provocazione». Il ministero degli Esteri russo ha tuonato invece che «crimini sanguinosi e totale impunità sono diventati una routine» in Ucraina.

Nella guerra di accuse tra Mosca e Kiev rimane poco spazio per indagini neutrali sulla morte del reporter. Le speranze per risolvere il caso di omicidio sono poche, ma adesso a chiedere verità e giustizia sono organismi internazionali, ong giornalistiche, colleghi del giornalista.

«Chiedo alle autorità ucraine di condurre un’immediata e completa indagine sulla morte del noto giornalista Arkady Babchenko» ha richiesto Harlem Desir, rappresentante per la libertà dei media dell’Osce.

«Tutto questo è connesso al 100% al giornalismo, non posso dire chi l’ha fatto, ma posso dire che proveremo a scoprirlo» ha detto Dmitry Muratov, fondatore del giornale Novaya gazeta, il giornale della Politovskaja, con cui collaborava lo stesso Babchenko.

Il Cpj, Comitato protezione giornalisti, vuole che i responsabili del brutale crimine siano trovati, ha detto Nina Ognianova, coordinatrice dell’ong per l’Europa e l’Asia centrale: «Babchenko era ben conosciuto per il suo giornalismo critico, le autorità devono considerare il suo omicidio come un attacco alla libertà di stampa».

Ma Babchenko purtroppo non è il primo. Il giornalista bielorusso Pavel Sheremet è stato ucciso un anno fa, il 20 giugno 2016, per un’autobomba  «e nessuno è stato ancora incriminato per il suo omicidio», ricorda ancora il Cpj. Poi è toccato a Denis Voronenkov, ucciso a Kiev sulle scale del suo albergo nel marzo 2017. Era un avvocato del Cremlino, prima di diventare un critico della politica russa. Anche quelle indagini sono congelate.

Sulla situazione dei dissidenti ucraini e del mancato rispetto dei diritti umani, infine, un approfondimento su Left del 25 maggio.

AGGIORNAMENTO DELLE ORE 16.47.

Il giornalista Arkady Babchenko è vivo ed è apparso in una conferenza stampa. Il finto omicidio è  stata una messinscena operata dai servizi segreti ucraini per impedire il suo assassinio.
Dietro la presunta morte di Babchenko c’è Babchenko: ha messo in scena la sua morte come parte di un’operazione dei servizi segreti, hanno riferito fonti ufficiali. «Chiedo scusa soprattutto a mia moglie, Olechka, scusa, ma non avevo alternative» ha detto il giornalista in conferenza stampa. «L’operazione è stata preparata negli ultimi due mesi, il risultato dell’operazione è che è stata arrestata una persona». Le stesse autorità che lo avevano dichiarato morto hanno smentito: Vasily Gritsak, capo dei servizi segreti ucraini, l’Sbu, ha ribadito che il giornalista russo è vivo e la morte inscenata faceva parte di un’operazione.

Il primo ministro ucraino Volodomyr Hroysman aveva detto in tv poche ore dopo la “morte” del giornalista di essere convinto che «la macchina del totalitarismo russo» avesse messo fine alla vita di Babchenko perché “non poteva perdonare la sua onestà e principi”. Mosca aveva già smentito le accuse in arrivo da Kiev secondo cui era il Cremlino ad aver organizzato l’omicidio.

Il ministro degli Esteri Serghey Lavrov aveva già risposto al primo ministro: «il premier sta già parlando di come l’omicidio sia stato compiuto dai servizi segreti russi, le indagini non sono neppure cominciate, questo metodo di conduzione degli affari internazionali è molto triste».

 

Sgomberi Capitali

Uno striscione comparso durante la manifestazione dei movimenti per l'abitare e dei migranti ex occupanti del palazzo di via Curtatone scesi di nuovo in piazza con un'assemblea pubblica in via di Ripetta, nel cuore di Roma, 7 Settembre 2017. ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

Siccome il fenomeno delle occupazioni arbitrarie di edifici pubblici e privati, a Roma, ha raggiunto dimensioni allarmanti, il Comitato metropolitano per l’ordine e la sicurezza ha (silenziosamente) elaborato un “protocollo operativo per superare le criticità che rallentano o impediscono la conclusione delle operazioni di censimento degli occupanti”. Di fronte a novanta stabili occupati, di cui sessantaquattro con destinazione abitativa e ventisei destinati a centri sociali – cinquantatré di proprietà di enti pubblici e trentuno di privati – e per dare esecuzione alle indicazioni formulate dal ministero dell’Interno nella circolare del primo settembre del 2017, il Comune di Roma ha stabilito criteri e modalità con cui dovranno essere effettuati gli sgomberi.

Sulla carta, il Comitato metropolitano sembrerebbe mosso da buone intenzioni quando scrive che «il censimento degli occupanti (è) necessario perché l’esecuzione degli sgomberi avvenga considerando la difesa dei nuclei famigliari in condizioni di disagio economico e sociale». Ma specificando che il censimento «è uno dei fattori di criticità nella gestione delle occupazioni» per l’ostilità degli occupanti all’ingresso del personale dei servizi sociali di Roma Capitale, tradisce i migliori intenti, celando (e manco troppo) preoccupazioni relative alla sicurezza, al decoro urbano e all’ordine pubblico.

Il sospetto si fa certezza quando nel Protocollo operativo censimento occupanti abusivi di immobili si leggono i criteri di priorità che devono contemperare «il diritto alla tutela delle famiglie indigenti con la situazione di ordine e sicurezza pubblici, i possibili rischi per l’incolumità degli abitanti e la salute pubblica, derivanti dalla condizione degli edifici occupati, i diritti dei proprietari e le misure assistenziali» che le istituzioni devono assicurare. E se le finalità del censimento sembrerebbero trovare giustificazione «nell’individuazione di situazioni di fragilità», la realtà è che «deve ritenersi prioritaria, rispetto al diritto all’abitare, la tutela dell’incolumità fisica e della salute degli occupanti», si legge.

I toni di un editto si fanno forti e chiari per Alterego-Fabbrica dei diritti, associazione che, attraverso un formale accesso agli atti, è entrata in possesso del verbale della seduta del Comitato Metropolitano del 22 Gennaio 2018 e che quelle realtà le conosce profondamente: «Il Protocollo operativo è strutturato in maniera che i criteri di priorità siano inattaccabili: perché, per esempio, come si può pensare di sottovalutare i problemi strutturali degli edifici, in cima alla scala delle priorità, considerato che mettono a rischio l’incolumità dei loro abitanti?», spiega a Left, la portavoce di Alterego-Fabbrica dei diritti, Federica Borlizzi.

Un lavoro mosso da buone intenzioni eviterebbe generalizzazioni che hanno l’inconfondibile rumore di un’arma repressiva. «Il Comune di Roma – continua Borlizzi – per capire quali sono le priorità deve necessariamente fare una distinzione tra baraccopoli (sulle quali pesano, anche, responsabilità ambientali) e occupazioni virtuose (sebbene abusive) che rappresentano, invece, esperienze di riqualificazione urbana». Perché se si fa di tutt’un’erba un fascio, si rischia la strumentalizzazione. «È il caso di via Carlo Felice, in cui abitano circa trentacinque nuclei familiari, soggetto a quel tipo di scala di priorità perché ritenuto in precarie condizioni di sicurezza. Non sappiamo sulla base di quale perizia le istituzioni siano giunte a tale conclusione e, a riguardo, vorremmo procedere a una richiesta di accesso agli atti della seduta del Comitato Provinciale dove è stato approvato l’elenco degli immobili da sottoporre a prioritario censimento, per consentirne un successivo sgombero». In verità, però, sorge il dubbio che l’occupazione di via Carlo Felice sia stata inserita in tale scala di priorità solo perché l’apertura della nuova metro C in quella zona comporta un evidente intento di ulteriore gentrificazione dell’area.

Tralasciando che i contesti territoriali in cui sorgono queste strutture (altrimenti inutilizzate) sono tutti problematici e fanno i conti con la coesistenza di realtà sociali differenti. Ma tutte fragili. E poiché la categoria delle fragilità «così come declinata dalla giunta capitolina, si è rivelata escludente e inefficace – precisa Borlizzi – è necessario un superamento di tale categorizzazione visto che gli occupanti che si trovano a vivere in condizioni disumane, sono tutti, indistintamente, in una situazione di estrema vulnerabilità e precarietà e che la fragilità sociale non può non tenere conto, anche, della presenza di una fragilità economica». Due fattori che, se non adeguatamente considerati, rendono monca e fallace qualsiasi soluzione. E, pure, la conseguente presa in carico dei soggetti bisognosi.

«Se pensiamo agli sgomberi di via Curtatone, le persone sgomberate sono finite nei centri di accoglienza istituzionali, con un termine di sei mesi, per poi finire di nuovo per strada», dice Federica Borlizzi. Invece, «la maggior parte degli sgomberati – spiega – non dovrebbe finire nei suddetti centri ma, piuttosto, dovrebbe poter usufruire di sistemazioni adeguate nei beni immobiliari pubblici e privati inutilizzati, compresi quelli confiscati alla criminalità organizzata». Per mappare i quali e, conseguentemente, offrire un’alternativa reale alle persone oggetto di sgombero, è stata istituita, presso il ministero dell’Interno, una Cabina di regia, dei cui lavori, a otto mesi di distanza, non se ne sa nulla.

Intanto, dando seguito a quanto prescritto nella seduta del 22 gennaio scorso, il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza, su proposta di Prefettura e di Roma Capitale, ha approvato l’elenco degli immobili da sottoporre in via prioritaria a censimento, poiché caratterizzati da condizioni di accertate precarietà strutturali. Via Carlo Felice, 69; via Cardinal Capranica, 37; via Tiburtina, 1040; via dell’Impruneta, 51; via Raffaele Costi, in cui alloggiano circa centocinquanta persone, di cui trenta minori non scolarizzati, e via Collatina, 385, dove vivono cinquecento persone. E dove con modalità del tutto discutibili si effettueranno i colloqui «in modo continuativo per evitare interruzioni che potrebbero consentire un artificioso incremento del numero degli occupanti negli edifici, così da rendere inefficienti le soluzioni assistenziali predisposte». Quali?

La bugia come regola, la cialtroneria come metodo, lo slogan come contenuto

Nella combo tratta dal profilo Instagram di Barbara D'Urso, la conduttrice con Luigi Di Maio (s) e con Matteo Salvini (d). Il capo politico del Movimento Cinque Stelle e il leader della Lega sono stati entrmbi ospiti di Pomeriggio 5 il 28 maggio 2018. +++ ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA +++

Non è questione dei tempi che non sono più quelli di una volta e nemmeno della barbarie come decadenza del sapere: è che funziona. Semplicemente. Essere cialtroni funziona, mentire ha il suo successo, avere una schiera di tifosi pronti a coalizzarsi in un esercito di sgherri è producente e ingannare la propria schiera ha molto più successo di qualsiasi smentita. Quella al massimo riuscirà a scalfire un angolo di cui alla fine non si accorgerà nessuno.

Di Maio dice di avere proposto altri ministri in sostituzione a Savona e lo dice (da Barbara D’Urso perché anche l’informazione pesa un tanto al chilo e la qualità dell’informazione è una fissazione di qualche radical chic) sicuro di non essere minimamente toccato dalla smentita che arriva direttamente da una nota ufficiale del Quirinale. Non solo: a smentire Di Maio ieri ci ha pensato anche direttamente il numero due della Lega Giorgetti e poi ci pensa direttamente Salvini che confessa di non sapere cosa si siano detti Di Maio e Mattarella.

Ma, in ogni caso, non conta raccontare palle. Serve. Funziona. Semplicemente. Se riesci a costruire una comunicazione che prende per buono tutto ciò che dici nella tua diretta Facebook (a proposito: Renzi ha contestato le dirette Facebook di Di Maio e Salvini direttamente su Facebook, in diretta, genio) allora sei sicuro che chi visita la tua pagina non si prenderà nemmeno la briga di controllare le altre. Funziona così: io parlo ai miei sapendo che i miei non crederanno o non leggeranno mai quello che dicono gli altri. Il gioco è fatto.

Così il quadro politico attuale è una serie di soliloqui sui social e in tv (a proposito: ma quelle vecchie trasmissioni in cui si invitava un ospite e il suo contraddittorio non esistono più? Sicuri che la stampa non abbia le sue colpe?) che non hanno nessun timore di essere smentiti. Se l’informazione è falsa tanto alla fine non lo saprà nessuno. Se l’informazione è abbastanza indignata si è sicuri che diventerà l’indignazione del dopo cena. Se l’incazzatura è abbastanza appuntita alla fine il voto è certo.

La bugia come regola, la cialtroneria come metodo e un tweet o uno slogan come unico contenuto: noi stiamo affondando per queste cose qui. L’approfondimento è considerato un lusso da professori, il sapere è considerato un peso, l’informarsi un’inutile perdita di tempo. E così tutti divisi tra santi coglioni senza nessuna possibilità di toni intermedi. Se scrivi che Mattarella è riuscito a gestire questa crisi peggio ancora di come l’hanno fatta finire questi risulti uno sfascista, se dici che Di Maio ci è cascato come un pollo sei un pidiota, se lamenti la vergogna di un Salvini come potenziale ministro dell’Interno sei un buonista, se scrivi che il Pd riesce a fare danni ogni volta che parla sei un populista, se dici che Liberi e uguali ormai è archeologia sei un ingrato. Beati voi che sapete benissimo in che cassetto mettere ogni frase che vi arriva, nel tempo di un battito di ciglia.

Buon mercoledì.

Fondazione Piccolomini a Roma, dopo la protesta contro il commissariamento, gli artisti in attesa di risposte

Attori e registi teatrali hanno occupato, lo scorso 21 maggio, a Roma la Fondazione Nicolò Piccolomini per denunciare il commissariamento, da parte della Regione Lazio, di quell’ente intitolato al conte-attore scomparso nel 1943. Che ha come scopo statutario quello di fornire aiuti economici agli interpreti teatrali anziani e indigenti. Commissariamento ingiustificato, a detta degli artefici della mobilitazione, perché basato su presunte irregolarità amministrative. Mai comunicate alla Fondazione e quindi tutte da verificare. Ma questo è solo l’ultimo capitolo di una storia recente fatta di battaglie tra Regione (ma non solo) e Fondazione.

Da dove partire quindi? Dall’inquadrare la Fondazione Piccolomini, situata nei pressi di S. Pietro (via Aurelia antica). Un’ Ipab (Istituto pubblico di assistenza e beneficenza) che in quanto tale è sotto il controllo della Regione di appartenenza, che ne nomina il Cda composto da 5 consiglieri (2 designati da Regione, 1 a testa da Comune di Roma, Accademia nazionale arte drammatica e sindacati degli artisti drammatici). Con una particolarità. Quella di non ricevere contributi pubblici perché dotata di autonomia patrimoniale: il lascito testamentario di Nicolò Piccolomini. Una serie di terreni situati nei pressi della Fondazione (tra i quali l’omonima Villa), grazie alla cui gestione (affitto tramite bandi pubblici) l’ente reperisce i fondi per aiutare gli attori teatrali anziani indigenti. Una categoria di lavoratori notevolmente in difficoltà dal punto di vista del welfare.

Dicevamo però di battaglie tra la Fondazione e la Regione Lazio, la prima delle quali risale all’incirca al 2006, quando l’allora Presidente Marrazzo, dopo la morte di un importante consigliere della Fondazione – l’attore Gianpiero Bianchi – e le dimissioni di altri due, decise di commissariare l’ente. «Poteva farlo – spiega a Left Benedetta Buccellato, attrice e presidente della Fondazione dal 2010 – ma avrebbe anche dovuto dimostrare perché non poteva nominare un nuovo Cda invece di commissariare». In quel periodo tutta Villa Piccolomini viene affittata alla Regione, che ne fa una propria sede di rappresentanza. Nel 2009 però si scopre che la Fondazione da due anni non erogava aiuti economici, non assolvendo così ai suoi scopi statutari. Cosa che se fosse successa per il terzo anno di fila avrebbe causato la chiusura dell’ente. A quel punto gli attori occupano la Villa, e in soli tre giorni arriva la firma di Marrazzo per la delibera di un nuovo Cda, nel quale Buccellato entra come consigliere designato dai sindacati, e dove il presidente è Luca Voglino, già Commissario nominato da Marrazzo.

Le sorprese però non finiscono lì, perché viene alla luce che la Regione non pagava con regolarità l’affitto della villa, e soprattutto che il contratto di locazione non era stato firmato. Elementi che portarono Voglino alle dimissioni. «Da li però iniziò un processo irreversibile» racconta Buccellato – che subentrò come Presidente – con il quale gli attori iniziarono ad occuparsi direttamente della Fondazione, riordinando il patrimonio immobiliare (abbandonato da decenni di incuria) e mettendolo a reddito. Portarono quindi l’ente ad un attivo di bilancio sempre maggiore, aumentando quindi gli aiuti economici, con oltre 500 contributi erogati dal 2009 ad oggi.
Irreversibili però, denunciano gli attori, sono state anche le “interferenze”, a cominciare sempre dalla Regione che nel 2013, sotto il governatore Zingaretti, alla naturale scadenza del Cda del 2009, attese nove mesi per nominarne uno nuovo. Per motivazioni mai del tutto comprese, come confermato da Buccellato, malgrado l’obbligo, da parte della Regione, di nominare per legge un nuovo Cda degli enti controllati prima che questo scada. Cda che, anche in quel caso, fu nominato solo a seguito di una mobilitazione da parte degli artisti. Con il risultato però che quei mesi di paralisi dell’ente, senza una guida, rappresentarono un danno economico (alcuni degli affittuari non pagavano il canone), faticosamente rimediato. Danni che si sommano a quelli causati “dall’attenzione” rivolta alla Fondazione dal Comitato “Salviamo il Parco Piccolomini”, il quale, nel 2016 causa il blocco del bando di affitto di parte di Villa Piccolomini, segnalando alla Regione come la Villa fosse un “bene culturale” e necessitasse quindi di un visto della Soprintendenza per regolarizzare il bando. Visto mancante perché, come ricorda Buccellato «la Villa non è un bene culturale, come attesta un documento proprio della Soprintendenza».

La Regione, continua Buccellato, però prese per buona la segnalazione del Comitato, senza interpellare la Fondazione, e procedette con il blocco del bando. Solo successivamente sbloccato e sulla base del quale, un anno dopo, la villa fu regolarmente affittata. «Un blocco che però – ricorda Buccellato – causò un danno di circa 295mila euro nel 2016-2017». Episodio che è solo la punta di un iceberg fatto di denunce alla Corte dei Conti, al Tribunale civile e penale, al Tar, alle Soprintendenze e agli enti locali. Tutte partite tra il 2009 e il 2016 dalle segnalazioni del Comitato. E tutte archiviate con un nulla di fatto…
A ciò si aggiunge, come se non bastasse, la questione legata al parcheggio di Largo Micara. Un terreno di proprietà della Fondazione, a due passi da S.Pietro, dove il Comune realizzò 30 anni fa un parcheggio per bus turistici, pagando 2500 euro l’anno di affitto per un luogo con 60 posti autobus (disponibili ognuno al costo di 100 euro l’ora. Un po’ meno facendo un abbonamento). Il tutto sulla base di un contratto risalente al 1983. Peccato che nel 2013, dopo un procedimento per sfratto avviato dalla Fondazione, una sentenza del Tribunale civile dichiarò quel contratto nullo (mancava la firma del Comune) e il Comune di Roma “occupante senza titolo”. Situazione ancora irrisolta (il parcheggio resta al Comune, che ora non paga più neanche i 2500 euro d’affitto), che rappresenta un ulteriore danno per la Fondazione.

Le beghe però non sono finite. Tornando all’attualità, la Fondazione Piccolomini è stata commissariata per la mancata designazione da parte di sindaco di Roma e presidente dell’Accademia nazionale arte drammatica dei due rispettivi membri del Cda (al netto del fatto che la presenza di 3 consiglieri su 5 non impedisce il funzionamento dell’ente) e per presunte irregolarità amministrative, contenute in una relazione ancora sconosciuta alla Fondazione, stilata sulla base di una recente ispezione della Regione. Ispezione fatta però a brevissima distanza da un’altra, che non aveva riscontrato alcuna irregolarità. A ciò si aggiunge il fatto che il commissariamento, deliberato a febbraio, non è ancora completato perché al commissario Acanfora designato da Zingaretti è stata contestata la dichiarazione di compatibilità.
La situazione è quindi in continua evoluzione, entro la fine di maggio sono previsti nuovi incontri tra Regione e Fondazione, dopo che il primo tenutosi a seguito della mobilitazione si è concluso con un nulla di fatto. Da parte loro, gli artisti impegnati nella lotta (quelli del Comitato Gianpiero Bianchi, ma anche membri dell’Apti, di Facciamolaconta e artisti vari) chiedono la nomina di un Cda con all’interno esponenti del mondo della cultura e dello spettacolo che abbiano a cuore le sorti della Fondazione.

Ma perché questa situazione di stallo? Il Presidente della Fondazione non ha risposte certe, si limita a fare alcune ipotesi. La prima riguarda la natura dell’ente, il suo essere Ipab. Sono tante e diverse tra loro le Ipab a livello nazionale, accorpate in un’unica legislazione che negli anni si è rivelata carente, motivo per cui gran parte delle Regioni ha già ultimato una riforma della materia. Il Lazio ci sta provando ora, e come sostiene Buccellato: «è più semplice relazionarsi con una persona sola, un commissario, che con un Cda». C’è però dell’altro, un timore. «Prima del 2010 – racconta Buccellato – non ci telefonava nessuno, eravamo qui a studiare le carte per riordinare il patrimonio. Una volta fatto, decidemmo di mettere a bando l’affitto di un determinato terreno. Da li in poi si è scatenato tutto». Il terreno in questione è un grande appezzamento compreso all’incirca tra via Aurelia vecchia e via Gregorio VII. Uno splendido pezzo di natura quasi incontaminata, che rappresenta una sorta di terrazza naturale, con vista dall’alto sulla basilica di S. Pietro. «Parliamo di un terreno agricolo – precisa Buccellato – con dei fortissimi vincoli derivanti da ciò, sul quale non si può costruire e che quindi non porta molto denaro a noi o chi come noi non può infrangere i vincoli. Se però dovesse arrivare qualcuno che ha il potere di cambiare la vincolistica di quel posto, quel terreno vale oro».  Intanto, la Fondazione continua ad attendere lo sviluppo della situazione, difendendo l’ente del conte-attore Niccolò Piccolomini.

 

Al Hurriyeh, “libertà”: la protesta per mare contro il blocco israeliano di Gaza

epa05571815 Palestinian women show their solidarity with a Gaza bound flotilla during a rally in Gaza port in the west of Gaza, 05 October 2016. According to reports, Israeli navy on 05 October intercepted ships of Women's Boat to Gaza, an initiative of the International Freedom Flotilla Coalition. EPA/MOHAMMED SABER

Una manifestazione simbolica in programma per oggi, 29 maggio: due piccole barche partono dalle coste di Gaza per mettere fine all’accerchiamento israeliano. Due barche e un messaggio: Al Hurriyeh, “libertà”. «Questa è la continuazione delle manifestazioni per il diritto del ritorno dei palestinesi, questo è il viaggio delle speranze e sogni del popolo palestinese per la libertà» ha detto Salah Abdul- Ati, del comitato organizzatore della Striscia. L’equipaggio è simbolico quanto le due piccole imbarcazioni di legno: un infermiere, un medico, malati che hanno bisogno di aiuto e studenti della Striscia. Circa trenta persone, tutti civili.

«I palestinesi a Gaza continueranno a protestare in terra e in mare finché i loro diritti e le loro richieste non verranno rispettate», ha detto, annunciando la protesta via mare, Abu Eida, un palestinese ferito durante questi ultimi mesi di proteste per la Grande Marcia del Ritorno. Dall’inizio delle manifestazioni del 30 marzo scorso il bilancio è durissimo: 120 morti e 13mila feriti  «Chiedo di continuare la mia terapia all’estero, ho il diritto di essere curato fuori per la mancanza di medicine e servizi sanitari a Gaza», ha detto Abu Eida, ferito a ridosso della recinzione al confine.

Un’altra piccola flotta  è in partenza dalla Danimarca per raggiungere Gaza: dal porto di Copenhagen salpa, sempre martedì 29 maggio, per fare tappa in Germania a Kiel e Wilhelshfin e continuare il suo viaggio verso la Palestina.

L’operazione si chiama, come si legge dalla pagina Facebook, International Committee for breacking the siege og Gaza: le tre imbarcazioni danesi, tre “caravelle” contro l’assedio israeliano, sono state chiamate al Awda, che vuol dire ritorno, Libertà e Palestina. A bordo un comitato internazionale, il professore Ismail Nazari, in arrivo dalla Malesia, Heather Milton, attivista indigena canadese, Zohar Shamir Chamberlian, attivista ebreo spagnolo, Charlie Andreason, svedese, che ha tentato questa impresa anche nel 2015.

Tutto questo avviene nei giorni dell’ottavo anniversario dell’incidente della Freedom Flotilla, l’attacco, avvenuto il 31 maggio 2010, contro la Mavi Marmara, la nave su cui nove attivisti turchi persero la vita in acque internazionali durante l’assalto dell’esercito israeliano. Il decimo attivista è morto quasi 4 anni dopo, per le ferite subite durante il raid.

Il blocco attorno a Gaza dura da dieci anni e in mare è a 16 chilometri dalla costa della Striscia: è questa la distanza massima che le barche palestinesi possono percorrere dalla costa.

Intanto le autorità di Israele hanno annunciato la costruzione di una barriera marina a pochi chilometri a nord di Gaza. Il ministero della Difesa ha detto che sarà pronta entro la fine del 2018 e nel mondo “sarà la prima nel suo genere”. Una specie di muro nel mare.

Ma la Palestina non si ferma. Né in terra, né in mare. «Gli israeliani devono capire che Gaza è stanca di vivere senza elettricità, con acqua inquinata, alto tasso di povertà, alto tasso di disoccupazione, perdita della speranza, depressione» ha detto l’attivista Salah Abd El Ati che aveva partecipato alla Grande Marcia del Ritorno.

AGGIORNAMENTO DELLE ORE 17.30, MARTEDÌ’ 29 MAGGIO
Dopo una sola ora di viaggio, le barche sono state intercettate e portate dalla Marina israeliana al porto di Ashdod. Secondo gli accordi di Oslo del 1993, le miglia nautiche che è concesso percorrere sono 20, ma, negli ultimi dieci anni, il limite concesso ai palestinesi è stato ridotto a 12. La navigazione delle due imbarcazioni che sfidavano l’assedio, dalle coste della Striscia, è stata interrotta. La prima barca ha percorso 9 miglia, solo 6 la seconda. I palestinesi a bordo – studenti, feriti e un medico – hanno perso il contatto radio con gli organizzatori rimasti nella Striscia e si trovano ad Ashdod.

Caro Macron, non ci servono eroi. Grazie. Noi parliamo di diritti

La scena è degna di un film d’azione ed è normale che circoli virale sulle pagine Facebook: Mamoudou Gassama, 22 anni nato in Mali e illegalmente entrato in Francia dopo una disperata traversata del Niger e  dopo l’inferno della Libia, si è arrampicato sui balconi di un palazzo di Parigi per salvare un bambino di 4 anni, lasciato solo in casa dai genitori, che si teneva al bordo penzolando nel vuoto. Il salvataggio eclatante, il facile paragone con Spiderman e il morboso bisogno di Macron di ripulirsi splendere di fronte all’opinione pubblica hanno fatto il resto: ora Mamoudou è cittadino francese, il capo di Stato francese gli ha addirittura proposto un posto di lavoro nei vigili del fuoco, “gli eroi di ogni giorno”, ha detto Macron. Eroi dappertutto.

Eppure la favola non ha nulla a che vedere né con l’accoglienza, né con i doveri dell’Occidente e nemmeno con la sdolcineria che vorrebbe rivendersi come solidarietà. L’Europa ha il dovere di accogliere i disperati del mondo per quello che non hanno, per quello che non hanno potuto avere e per i talenti che non hanno mai potuto coltivare. Non gli eroi ma i cenci, quelli che alzano le mani sulla battigia dicendo “eccomi, sono qua, non so fare niente, non sono niente” rendono l’Europa quello che avrebbe dovuto esserequello che avrebbe voluto essere. La superiorità dell’Occidente, tutta declamata nei trattati firmati e nelle convenzioni mai rispettate sui diritti degli uomini, si pratica nel momento in cui si tende la mano a qualcuno non perché utile ma proprio perché inutile, reso inutile, da una storia di prevaricazioni e predoni che sono soprattutto europei.

Premiare gli eroi è una farsa. Farsi riempire la pancia da un eroe per caso mentre sulle Alpi l’inverno ha ghiacciato i corpi di illegali come Mamoudou che avrebbero voluto entrare in Francia è una miopia che non ci possiamo permettere. Questi anni potrebbero avere annegato, bruciato o congelato straordinari pittori, ottimi padri di famiglia, talentuosi carrozzieri, geniali matematici, bravi ingegneri, professionalissimi camerieri, onesti operai, fondamentali badanti, lucidissime giornaliste o qualsiasi altra cosa. Non stiamo parlando di persone che hanno dimostrato di non valere (nonostante la gazzarra xenofoba che prova a descriverli tutti delinquenti, smentita dai numeri): parliamo di persone che non hanno l’occasione di sopravvivere.

Non ci servono eroi, grazie.

Buon martedì.

Eleonora, disabile: «La mia battaglia contro i pregiudizi, per un lavoro dignitoso»

A pair of grey crutches near Birch trunk

«Per dir la verità, in 32 anni di vita, la normalità l’ho sempre inseguita, senza però incontrarla mai. Mi correggo, qualcosa di ‘normale’ c’è stato, ho frequentato le scuole e l’università». Inizia così la chiacchierata con Eleonora De Martino, giovane, coraggiosa mamma disabile, con una paraparesi spastica fin dalla nascita. «Senza successo ma con molto impegno ho cercato di trovare i miei spazi. Ho perfino dato vita a una rivista, Opera nuova», racconta. Ma non è facile sopravvivere in un mondo che ti vuole perfetto, sorridente, in splendida forma, un Ken e una Barbie che si fanno i selfie. «Se non rispetti i crismi richiesti devi farti da parte, lasciare il posto a qualcun altro. Ho cercato di non cedere mai allo sconforto, pur nella consapevolezza che il diverso tende invariabilmente ad essere emarginato». La prima regola per la felicità è raggiungere degli obbiettivi, magari cercare di realizzare qualche sogno. Eleonora si chiede se una persona disabile abbia realmente la possibilità di essere felice. La risposta che si dà è cruda: «La precarietà e la mancanza di prospettive, con il passare degli anni, minano profondamente la fiducia in te stessa. Vado in crisi quando mio figlio Emiliano, con i suoi occhioni belli e curiosi, mi chiede che cosa sto pensando. ‘Perché sei triste?’». Riflessione sulle famiglie di soggetti portatori di handicap: «Troppo spesso prese dalla loro corsa verso qualcosa difficile da definire – ammette Eleonora – devono invece lottare per conquistarsi la normalità. Piccole cose come far andare il figlio alla gita scolastica con gli altri bambini. Se un disabile ha un lavoro, un lavoro vero, può costruire la propria vita in autonomia».

Quando chiedo a Eleonora di parlarmi di lei, della sua quotidianità, delle sue giornate, la prima immagine che le viene in mente è quella di una salita. «Una salita perenne, un equilibrio precario. Lotto da sempre, a denti stretti, per nascondere l’amarezza e la fatica di vivere. Non mi è mai stato regalato niente. Senza dubbio ho un senso di superiorità, se così si può dire, nei confronti della disabilità. Tutto ciò che stringo fra le mani, un figlio e una casa, è frutto della mia ostinazione». Eleonora guarda al suo passato e ricorda: «Sono figlia del vento del sud, visto che dal Sud del mondo provengo. Sono stata rifiutata da mia madre biologica, poi è arrivata la famiglia vera, che mi ha accolta senza neppure immaginare le sofferenze che nel corso degli anni avremmo dovuto affrontare, insieme, cercando di non cedere allo sconforto». Genitori che non hanno mai mancato, nemmeno per un secondo, di sostenerla con il loro affetto e la loro presenza.

Pensieri e parole di una vita in salita. «Premetto di essere consapevole che per il 90% della popolazione, il mondo si divide in sani e malati. Si tralascia il fatto che la disabilità ha in sé due aspetti: può essere transitoria, come quando uno si rompe una gamba e deve aiutarsi con le stampelle per un mese; oppure permanente e allora diventa una sofferenza che non ha fine. Pesano le condizioni ambientali, la mancanza di opportunità lavorative e sociali». Eleonora non si arrende: «Conosco fin troppo bene la fatica di vivere senza nessuna certezza, è qualcosa che ti scava dentro, ti stanca, ti toglie le energie. Invece devi lottare. La mia è una battaglia quotidiana, su più fronti: il primo è il pregiudizio, anche latente, che c’è invariabilmente verso un disabile, il secondo è rappresentato dalle barriere architettoniche, che ti precludono la libertà di movimento, il terzo sono istituzioni spesso e volentieri sorde alle esigenze del disabile». Eppure questa ragazza speciale è quasi riuscita a laurearsi, ha avuto un figlio, una casa (edilizia residenziale pubblica), e i suoi adorati gatti. «La mia vita è talmente faticosa da non riuscire a raccontarla in dettaglio. Io non lotto solo per me, ma anche per mio figlio, che è la mia forza motrice, la mia spinta a procedere instancabilmente nella ricerca di un lavoro. Ho cercato più volte di sensibilizzare le istituzioni sulle difficoltà di una studentessa, di una giovane donna disabile, di una madre. Ho scritto mari di parole per spiegare l’inefficacia dei loro progetti». Così la politica diventa anch’essa una barriera architettonica, invalicabile. «Le istituzioni – dice subito Eleonora – dovrebbero avere il coraggio di togliere leggi come il ‘collocamento mirato’, perché valgono solo sulla carta. Le tanto sbandierate ‘pari opportunità’, sono in realtà una formula altisonante per mascherare uno sfruttamento legalizzato. I Lea – acronimo di lavoro e autonomia – significano 300 euro al mese per 6 ore al giorno di lavoro. Mi chiedo quale autonomia si possa raggiungere con quella piccola somma». Eleonora lavora alla Misericordia di Certaldo, con questo progetto europeo – precario – che è insufficiente per poter avere una vita più possibile normale. «Secondo gli ultimi dati pubblicati sulla condizione dei disabili, in Italia ci sono quattro milioni e mezzo di persone che di fatto conducono una vita marginale. Sono marginalmente inclusi nella società. La mia storia non ha nulla di straordinario, è una delle tante di ordinario sfruttamento. Legalizzato. Piccolo ma non trascurabile particolare, la povertà ti toglie i sogni, anche piccoli, come portare tuo figlio al museo».

Detto da una giovane donna di 32 anni, che sembra molto più giovane della sua età, può suonare strano, ma questo è: «Nell’autunno della mia vita vorrei un lavoro, vero, magari che tenga conto delle mie capacità. Il mio percorso di studi è momentaneamente sospeso, ma mi mancano solo due esami alla laurea e trovo deprimente essere in un indistinto calderone con chi ha problemi che ne compromettono le capacità intellettive. Ho dovuto raccogliere i pezzi della mia vita per trovare la forza di combattere, anche in tribunale, per mio figlio. Per dimostrare che un genitore non è meno capace solo perché disabile. Vorrei un lavoro per dimostrare a mio figlio che la società può essere davvero inclusiva e per non dargli il peso della mia vita ad handicap». Eleonora si aspetta un futuro più felice. Se lo meriterebbe.

La rotta della speranza verso la Spagna: 6mila migranti salvati nel 2018

epa06765169 Maritime Rescue Services help some of 76 immigrants as they arrive at the port in Almeria, Andalusia, Spain, 26 May 2018. EPA/Carlos Barba

Il numero è questo: 6.872. Ma è una cifra che sta già crescendo. Sono i migranti salvati mentre cercavano rifugio in Spagna in questi primi mesi del 2018, fino al 23 maggio, secondo quanto ha comunicato l’Oim, Organizzazione internazionale migrazione.

Il 27 maggio il Sasemar, Salvamento Maritimo, organizzazione di soccorso spagnola creata nel 1992,
ha messo in salvo altri 243 rifugiati, il giorno prima ne ha tirati su dall’acqua del Mediterraneo 293. Da 17 imbarcazioni di fortuna solo nell’ultimo fine settimana 536 migranti sono stati sottratti alla morte tra le onde spagnole. In 48 ore quasi 600 persone si sono salvate: in tre casi, i salvataggi sono arrivati mentre le carrette del mare stavano per affondare.

Da quando è chiusa la rotta meridionale in Libia, attraverso lo stretto di Gibilterra e il mare di Alboran, i migranti raggiungono la Spagna da ogni d’angolo d’Africa dal Paese-soglia di partenza ad ovest, il Marocco.

Secondo l’ultimo report dell’Oim, da quando la rotta mediterranea meridionale è diventata ormai impercorribile, il numero di arrivi in Spagna è triplicato nel 2017 rispetto al 2016: 21.468 migranti sono arrivati nell’ultimo anno, in quello precedente erano solo 6.046. In queste ore elicotteri ed aerei delle organizzazioni spagnole sorvolano il mare durante le operazioni di ricerca e soccorso, mentre da Nord Africa e Paesi del Sahara migliaia di migranti sono in marcia per raggiungere un futuro in Europa.

La Spagna è l’ultima speranza che rimane a chi fugge da guerre, persecuzione e fame in Africa, ma già in molti non sono riusciti a raggiungerla. Samuel Kabamba è morto un anno fa tentando di raggiungere il Vecchio Continente con sua madre. È diventato il simbolo della crisi dei migranti, l’Alan Kurdi di Spagna, quando il suo corpo è stato ritrovato a Capo Trafalgar, sulle coste di Cadiz, a pochi chilometri da Barbate.

Samuel era partito da Kinshasa nel marzo del 2016 con Veronique, sua madre. In Europa cercavano una doppia salvezza: un futuro migliore, ma anche la cura per un tumore al collo che minacciava la vita del bambino. Dopo aver raggiunto l’Algeria e dopo aver atteso in seguito 8 mesi in Marocco, madre e figlio erano saliti su una barca il 12 gennaio 2017. La barca però non è mai arrivata a destinazione ed è affondata. Il corpo di Veronique è stato ritrovato in Algeria, quello di suo figlio in Spagna. Il ritrovamento del piccolo cadavere aveva scosso la coscienza civile spagnola, ma da allora davvero poco è stato fatto.

«Non sappiamo quanti Alan e quanti Samuel, quanti uomini e donne giacciono sul fondo del Mediterraneo senza che le loro famiglie sappiano nulla. Tutti loro avevano una vita e una storia che l’Europa non può ignorare» aveva detto allora la Apdha, associazione per i diritti umani d’Andalucia.

«Abbiamo bisogno di un cambio nella politica della migrazione, il mare non può continuare a essere una fossa comune per chi scappa da fame, guerra, miseria» aveva richiesto allora Maribel Mora, senatore Podemos. Non solo numeri e cifre nelle statistiche. Ai migranti «dobbiamo dare un nome, così ci rendiamo conto che stiamo parlando di vite umane, dobbiamo mettere fine a tutto questo» ha detto in quei mesi Miguel Molina, sindaco di Barbate, il Paese frontiera dell’emergenza migrazione.

In totale, secondo le ultime stime delle Nazioni Unite, 636 migranti sono annegati nel tentativo di attraversare il Mediterraneo quest’anno. Dei 22.439 migranti che hanno raggiunto l’Europa da più punti, 4409 sono arrivati in Spagna nei primi quattro mesi del 2018. Più di duemila sono arrivati in queste ultime settimane di primavera.

Ma la situazione attuale richiede misure d’emergenza immediate “del governo centrale, che ha bisogno di coordinarsi con i ministri, la Guardia civile alla frontiera, il servizio di salvataggio, la polizia, le ong” ha detto Maria Jesus Vega, portavoce dell’Unhcr in Spagna. C’è un’altra cifra cerchiata in rosso: negli ultimi 5 mesi del 2018 in Spagna sono morti tanti migranti, quanti sono annegati nell’intero 2017: 218. Dalla morte del piccolo Samuel l’allarme continua inascoltato.

«Abbiamo bisogno di strutture di accoglienza, registrazione e identificazione per queste persone, tutte le organizzazioni che lavorano alla situazione sono in sovraccarico», ha ribadito il 26 maggio Vega, avvertendo che sul fronte migrazione questo per la Spagna sarà “un anno impegnativo”.