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Salviamo l’articolo 9 da liberisti e legastellati

Palermo's Piazza Pretoria. Fontana Pretoria by Francesco Camilliani.

Alla voce “cultura” il contratto giallo-nero firmato dal «signor Luigi Di Maio» e dal «signor Matteo Salvini» non è eversivo, come invece accade sul piano dei diritti dei migranti o su quello del vincolo imperativo da imporre ai parlamentari. Non lo è perché non è di cambiamento, anzi è una dichiarazione di sconcertante banalità, in cui ci si impegna a perpetuare l’orrendo stato delle cose: con una inconsapevolezza e una inerzia degne di un qualunque assessore o ministro del Pd o di Forza Italia (su questo, come su quasi tutti i temi cruciali, tra loro peraltro indistinguibili). Innanzitutto bisogna notare che il tema “cultura” si esaurisce nel patrimonio culturale, e in una sesquipedale appendice sullo spettacolo dal vivo. Niente altro.

Veniamo dunque al piatto forte, il povero patrimonio. Si inizia con l’originale affermazione per cui «il patrimonio culturale italiano rappresenta uno degli aspetti che più ci identificano nel mondo»: non che ci identificano di fronte a noi stessi, sia chiaro, ma agli occhi degli altri. Si capisce che il piano inclina già verso il brand Italia così caro al pensiero dominante, e al renzismo che lo incarnava: non una parola sulla costruzione culturale della nazione. Meglio, vien da dire, visto quello che avrebbe potuto scrivere la Lega, che è portatrice di una “visione” dell’identità culturale radicalmente contraria a quella progettata dalla Costituzione: non, cioè quella di una nazione costruita per via di cultura (e dunque aperta per definizione alle modifiche di chi viene, in pace, a vivere tra noi), ma anzi una stirpe del sangue che rifiuta i «non italiani», e strumentalizza il cristianesimo usandone i simboli (crocifissi e presepi) come clave verso l’Islam, e in generale verso gli “altri”.

Di tutto questo non c’era traccia (per fortuna), e il discorso scivola subito nel più usurato armamentario metaforico della retorica del petrolio d’Italia, dalla metà degli anni Ottanta di Gianni De Michelis e fino a Dario Franceschini, così cara a tutto il “pensiero” del nostro ordoliberismo all’amatriciana. Uscendo (finalmente) dal Collegio Romano con lo scatolone in mano, il sullodato Franceschini ha finito come aveva cominciato: definendo, cioè, il Mibact come «il più importante ministero economico del Paese». Coerentemente, l’aveva gestito come un supermercato, anzi un outlet del patrimonio. E tanto valeva che continuasse lui, visto che il contratto che avrebbe dovuto legare le mani al suo successore parla solo in termini di «ricchezze artistiche e architettoniche» che oggi il Paese «non sfrutta a pieno», «lasciando in alcuni casi i propri beni ed il proprio patrimonio culturale nella condizione di non essere valorizzati a dovere».

Ricchezza, sfruttamento, valorizzazione: queste le parole chiave di un non cambiamento. E se qualcuno avesse dubbi, legga il passo in cui si enuncia il sacro principio per cui «lo Stato non può limitarsi alla sola conservazione del bene, ma deve valorizzarlo e renderlo fruibile attraverso sistemi e modelli efficaci, grazie ad una gestione attenta e una migliore cooperazione tra gli enti pubblici e i privati». Un inchino al pensiero unico: che evoca la tutela e la conservazione solo per definirli freni, ostacoli, zavorre. Una tesi lunare anche sul piano pragmatico: nel senso che oggi lo Stato fa esattamente il contrario, cioè non tutela e non conserva, ma semmai valorizza a vanvera, e cioè mercifica allegramente. Non poteva mancare l’inascoltabile mantra sui privati, un rosario che si snocciola sempre uguale da decenni, e che non tiene conto del fatto che il patrimonio è già stato privatizzato nelle midolla: dalla legge Ronchey e dal suo ancor peggiore ampliamento voluto da Antonio Paolucci (primi anni Novanta). E che, dunque, semmai bisognerebbe ricostruire il ruolo dello Stato: cioè fare tutto il contrario di ciò che dice il contratto giallo-nero.

E ancora: è certo sacrosanto affermare che «tagliare in maniera lineare e non ragionata la spesa da destinare al nostro patrimonio, sia esso artistico che culturale, significa ridurre in misura considerevole le possibilità di accrescere la ricchezza anche economica dei nostri territori». Ma, a parte la surreale distinzione tra “patrimonio artistico” e “culturale” (concepita evidentemente da un analfabeta) sfugge agli ottimi estensori il punto cruciale: e cioè che oggi il problema non è “non tagliare” (non c’è rimasto più nulla da tagliare), ma al contrario aumentare esponenzialmente i ridicoli finanziamenti. Perché siamo a uno 0,7 % del Pil speso dallo Stato in cultura, che ci fa terzultimi in Europa dimostrando che (alla faccia della propaganda di Franceschini) siamo messi ancora peggio di quando l’indimenticato Sandro Bondi lasciò lo scranno più alto del patrimonio (era il 2008, e la spesa pubblica in cultura era allo 0,8 % del Pil).

Su tutto, poi, la frustrante indicazione del “movente” alla virtù: dovremmo finanziare il patrimonio per far crescere la «ricchezza» materiale: del «progresso spirituale (oltre che materiale) della società» di cui parla l’articolo 4 della Costituzione, nessuna memoria. Del «pieno sviluppo della persona umana» (art. 3) manco a parlarne. La cosa è tanto più avvilente quanto si rammenti che il programma sui Beni culturali del Movimento 5 stelle era un altro mondo: a tratti oggettivamente buono, e comunque molto più serio, dettagliato e “a sinistra” di quello, per dire, di Liberi e uguali.

Per non fare che qualche esempio: ci si impegnava esplicitamente a far sì che «il comparto relativo al ministero per i Beni e le attività culturali e del turismo, sul totale generale del bilancio dello Stato, possa varcare la soglia almeno dell’1 percentuale rispetto al Pil». E ci si impegnava anche a «rivedere profondamente la riforma (Franceschini) dell’organizzazione del ministero e dei suoi organi periferici»; oltre che a revocare la mostruosa liberalizzazione delle esportazioni di Beni culturali voluta da Andrea Marcucci e approvata da Franceschini («il Movimento 5 stelle ritiene, dunque, necessaria l’immediata revisione di quella parte della Legge per il mercato e la concorrenza e il ripristino della fondamentale funzione di controllo da parte degli organi competenti»). Si annunciava «un fondo dotato di risorse adeguate se si vuole raggiungere l’obiettivo di dotare il nostro Paese di un catalogo unico nazionale digitale del patrimonio».

E vivaddio si affermava di ritenere «indispensabile una ricognizione e valutazione del reale fabbisogno di risorse umane per raggiungere livelli adeguati di gestione e tutela negli archivi e nelle biblioteche». Insomma, si comunicava con efficacia la volontà di attuare «il diritto alla tutela costituzionalmente garantito», e di farlo per la via maestra: cioè attraverso «un adeguato riconoscimento e valorizzazione delle figure professionali che operano nel settore dei beni culturali», e restituendo anche alcune «attività di valorizzazione alla sfera pubblica, lasciando ai concessionari privati i soli servizi di bigliettazione, caffetteria, ristorazione e guardaroba». Infine, condannando il fatto che «il decreto legge c.d. Sblocca Italia ha spalancato le porte alla cementificazione del territorio e dei paesaggi italiani, in barba all’art. 9 della Costituzione», si riteneva «fondamentale attribuire di nuovo le piene funzioni di tutela del paesaggio alle soprintendenze».

Era a causa di questo bel programma che avevo considerato la possibilità di accettare la proposta di Luigi Di Maio di stare come ministro per i Beni culturali nella lista presentata alla vigilia delle elezioni: un’opzione presto tramontata a causa della manifestata volontà di cambiare la Costituzione (appunto all’articolo 67 sul vincolo di mandato), e a quella che allora era solo l’ombra di un possibile accordo con la Lega, inaccettabile per me antifascista. Al posto del mio nome, Di Maio inserì quello di Alberto Bonisoli, esperto di management e direttore dell’Accademia di belle arti privata di Milano: una scelta diametralmente opposta, davvero difficile da capire.

Gli faccio i miei migliori auguri: anche se tutto lascia credere che la musica non cambierà. Con la destra, la sinistra, o con il governo del presidente l’eclissi dell’articolo 9 non sembra destinata a passare.

L’articolo di Tomaso Montanari è tratto da Left in edicola


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Sorci verdi

Nasce il Governo giallo-verde-nero Salvini-Di Maio – con Fratelli d’Italia a sostegno della maggioranza di Governo -, liberista in economia, illiberale sul fronte dei diritti civili, xenofobo razzista e securitario.

Un Governo sostenuto dalle forze che hanno capitalizzato sul piano elettorale le insicurezze sociali prodotte dall’attacco al lavoro ed allo stato sociale dei Governi tecnici sostenuti dal Pd e da governi dal Pd direttamente guidati, attacco che ha avuto il suo punto più alto con Matteo Renzi e le sue scelte come il Jobs Act, la Buona Scuola, l’attacco al Sindacato ed il tentativo – fallito – di riscrittura costituzionale.

Un Governo con una forte investitura nelle classi popolari e nel mondo del lavoro, se come afferma una ricerca della Fondazione Di Vittorio il 33% degli iscritti della stessa Cgil ha votato M5Stelle ed un 10% Lega.

Precipitano in questo risultato processi di fondo e scelte dell’oggi e di ieri.

La scelta dell’oggi riguarda il Pd e Matteo Renzi, che ha scientemente spinto il M5Stelle verso la Lega, non aprendo neppure una interlocuzione parlamentare che avrebbe potuto condurre ad un esito ben diverso sul piano del governo del Paese.

Una scelta politicamente grave, che corre il rischio di saldare definitivamente sia sul piano elettorale che sociale il blocco giallo-verde ad egemonia leghista.

Le scelte di ieri rimandano al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ed alla sua precisa responsabilità nel non aver permesso che il Paese andasse immediatamente al voto dopo l’implosione del governo Berlusconi – alimentando e subendo il terrorismo dello spread e dei mercati – lavorando per la costruzione del cosiddetto governo tecnico di Mario Monti, quello della controriforma Fornero sulle pensioni e la sostanziale manomissione dell’articolo 18. La Sinistra larga, se si fosse votato allora, avrebbe archiviato per sempre la stagione del Centrodestra, Lega compresa, e non avremmo avuto nello scenario politico né l’assalto vittorioso di Matteo Renzi al Pd di Bersani né l’esplodere della creatura della Casaleggio associati e di Beppe Grillo.

I processi di lungo periodo e di livello strutturale rimandano alla profondità della faglia rappresentata dal voto del 4 di marzo. Le politiche di austerità e di limitazione delle sovranità costituzionali portate avanti dai conservatori e dalla maggioranza delle forze appartenenti all’Internazionale Socialista hanno consegnato a livello di massa i cosiddetti sconfitti della globalizzazione alle forze reazionarie e xenofobe, che ripropongono nella propaganda e nell’agitazione politica elementi che hanno caratterizzato il fascismo “sansepolcrista” e tutte le destre sociali.

Temi che parlano e fanno presa su un mondo del lavoro non più rappresentato da tempo sul piano politico, impoverito e precarizzato, sfibrato dalla sfiducia nell’azione collettiva, individualizzato dal capitalismo post-fordista, annichilito dalla nuova ragione del mondo della retorica manageriale e dalla società della prestazione.

Un processo di privatizzazione e gestione privatistica ed aziendale della società e dei rapporti sociali che trova sul piano politico-istituzionale una ulteriore affermazione con il cosiddetto “contratto del Governo del cambiamento”, sanzione formale della vittoria dell’azienda sul lavoro e della aziendalizzazione della vita quotidiana – resa possibile anche dallo sfarinamento dei partiti di massa prodotto dalla gestione politica di Tangentopoli che trovò il suo punto più devastante dall’appoggio del PdS ai referendum di Mariotto Segni, decretando con il superamento della legge elettorale proporzionale a favore del maggioritario l’alterazione sostanziale dell’equilibrio Quarantottesco dei poteri.

Nella lunga traversata nel deserto che ci aspetta non sarà inutile fissare dei punti fermi.

L’Italia è una Repubblica parlamentare, non presidenziale, e tale deve restare.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

La legge elettorale deve essere di solido impianto proporzionale.

Le maggioranze di governo si ricercano in Parlamento.

La Costituzione repubblicana ha la prevalenza sui Trattati Europei.

Bisogna abolire il pareggio di bilancio in Costituzione.

La nostra Costituzione permette perfino la transizione al Socialismo per via democratica.

Bisogna dare risposte concrete e materiali al bisogno di lavoro e di liberazione dal lavoro, di salario, di pensioni, di sanità e di scuola pubblica.

Chi pensa di opporsi al Governo Salvini-Di Maio in nome dell’austerità e del “non ci sono alternative” all’ordoliberismo tedesco consegnerà il nostro Paese alle forze della Destra Sociale più radicale.

Chi pensa di opporsi soltanto sul piano dei diritti civili senza legarli e farli marciare assieme ai diritti sociali spingerà ancor più le classi popolari verso la reazione.

La proposta di un Fronte Repubblicano avanzata dalle forze che hanno portato nel nostro Paese l’attacco al Lavoro ed allo Stato Sociale sono – oltre che risibili – pericolosissime perché produrrebbero una polarizzazione che correrebbe il rischio di essere definitiva tra élites europeiste tecnocratiche e liberiste e destre più o meno sociali securitarie, xebofobe e fasciste.

Eppure le elezioni americane e la situazione inglese dovrebbe averci insegnato qualcosa: per sconfiggere Trump non ci vuole la Clinton ma Sanders, per rivitalizzare il Partito Laburista non ci vogliono gli attardati epigoni delle terze vie e degli Ulivi mondiali ma un socialista moderno ed ottocentesco come Corbyn.

Maurizio Brotini è segretario Cgil Toscana

L’opposizione non si fa “augurandosi” che gli altri non governino (o falliscano)

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte subito dopo la firma dei decreti di accettazione dell'incarico, Roma, 31 maggio 2018. ANSA/PAOLO GIANDOTTI/UFFICIO STAMPA QUIRINALE ++ NO SALES, EDITORIAL USE ONLY ++

Piccola premessa, nel caso in cui ci sia bisogno di ribadire: non mi piace questo governo, non mi piace il salvinismo al ministero degli Interni e non mi piacciono per niente i balletti ipocriti che hanno portato alla formazione di questo governo. Ma non è questo di cui voglio parlare, no.

Mi interessano molto di più le parole di Cottarelli (che con garbo è entrato in scena quando è stato chiamato dal presidente della Repubblica e con identico garbo è uscito di scena, chapeau) che ieri rimettendo il suo mandato ha dichiarato: «La formazione di un governo politico è di gran lunga la migliore soluzione per il Paese». E ha completamente ragione. Circolava in questi giorni (dalle parti di quella che sarà l’opposizione) la malsana idea che ostacolare la formazione di un governo che ha la maggioranza parlamentare fosse un buon modo per adempiere al proprio ruolo. Ed è, come direbbe Fantozzi, una cagata pazzesca. 

Se per anni si è insistito nel ripetere che l’Italia è una democrazia parlamentare (e ai tempi, vale la pena ricordarlo, lo si ripeteva per legittimare lo sciagurato patto del Nazareno con Silvio Berlusconi) ora non si può fare una giravolta e smentirsi. Se un governo non piace ci si oppone sottolineandone gli errori, le incongruenze, proponendo soluzioni alternative e impedendo che possano fare leggi sbagliate (per questo lascia piuttosto perplessi la dichiarazione di Ettore Rosato del Pd che dice «verificare se almeno le promesse le manterranno»: un p0′ deboluccia come promessa di opposizione).

Non funziona gustarsi i pop corn augurandosi che questi si sfascino sfasciando il Paese. Non funziona nemmeno nemmeno investire un’istituzione come il presidente della Repubblica a leader di un partito per non prendersi la briga di trovare un leader. Non funziona nemmeno imitare l’opposizione che ti hanno fatto quegli altri che ora governano sperano di sostituirli. Non funziona nemmeno fingersi morti per novanta giorni. Non funziona nemmeno mettersi tutti insieme perché si è rimasti in pochi.

Fate qualcosa di sinistra, si diceva una volta. Ecco: fate qualcosa sarebbe già qualcosa. Qualcosa in più di aspettare (e sperare ad alta voce) che quelli si schiantino.

Buon venerdì.

Carlo Smuraglia (Anpi): Come ci si oppone a neofascismo e populismo? Con il patriottismo costituzionale

Il corteo organizzato dall'Anpi, l'Associazione nazionale partigiani, per il 25 aprile, 25 aprile 2016. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Se dovessimo idealmente scegliere, oggi, un ambasciatore della nostra Costituzione, i dubbi non sarebbero molti. Partigiano, arruolato come volontario nella “divisione Cremona”, in quel Corpo italiano di liberazione che dopo l’armistizio procede a nord, per concludere l’opera della Resistenza insieme agli alleati. Poi avvocato, impegnato nei grandi processi politici del nostro Paese, professore universitario, membro del Consiglio superiore della magistratura, senatore in prima fila nella difesa dei diritti e della sicurezza dei lavoratori. Infine, presidente onorario dell’Anpi, dopo la vittoria storica nel referendum del 4 dicembre e il passaggio di testimone con Carla Nespolo. Carlo Smuraglia, 95 anni, è un baluardo, un punto fermo in questo momento politico in cui la sinistra tenta di riassestare la sua bussola.

E il suo primo suggerimento è quello di ripartire dalle nostre radici, da ciò che chiama «patriottismo costituzionale». Strappando, di nuovo, il termine “patria” dalle mani delle destre. «Per la mia generazione – racconta Smuraglia a Left – riappropriarsi di quella parola fu una conquista. Perché, all’epoca, la “patria” era quella fascista, era una cosa estremamente retorica. Noi invece abbiamo recuperato un’idea di “patria” intesa come comunità di persone. Legate non solo dal trovarsi geograficamente sullo stesso suolo, ma anche ad una cultura, una storia. Quella che nasce dalla Resistenza e dalla nostra bella Costituzione. Da amare e proteggere: è questo il “patriottismo costituzionale” di cui abbiamo bisogno. E non ha niente a che fare col patriottismo sterile, o col pericoloso nazionalismo».

Racchiusa in poche parole, una lezione preziosa, che spunta le armi agli sciovinismi di vario colore. Ai sovranismi e alle sbandate “rossobrune”, che affliggono la sinistra. E a quel fascioleghismo, ora più che mai, in forma smagliante. Contro il quale bisogna rilanciare la lotta. Quali altre contromosse dovremmo mettere in campo, secondo l’esperienza di chi, il fascismo, l’ha già sconfitto una volta? «Agli iscritti all’Anpi ho sempre detto che (la reazione alle provocazioni fasciste, nda) non debba risolversi in una sorta di corpo a corpo in cui si finisce nella violenza», raccomanda Smuraglia nel libro intervista appena uscito, in cui dialoga con Francesco Campobello (Con la Costituzione nel cuore, Edizioni Abele, 2018).

Che fare, dunque? «Il primo antidoto è la memoria e il secondo è la conoscenza», ci spiega il presidente. «È assai pericoloso, infatti, lasciar passare la tesi revisionista per cui sarebbe esistito un fascismo mite, quando il regime di Mussolini ha fatto le sue leggi razziali e le ha applicate con rigore, contro gli ebrei e i “diversi”». Un messaggio da far passare, una volta per tutte. Con l’aiuto di nuove leggi? Innanzitutto – risponde Smuraglia – si potrebbero applicare le norme che già abbiamo. Come l’articolo 9 della legge Scelba. «È una norma di cui non parla mai nessuno», spiega. Imporrebbe interventi ad hoc nelle scuole, a carico di presidenza del Consiglio e ministero dell’Istruzione, per far conoscere quale fu «l’attività antidemocratica del fascismo». Una norma dimenticata.

«L’intenzione del Costituente – chiarisce – non era solo dire basta all’apologia di fascismo, ma anche evitare che si creasse un ricordo sbagliato. Nella convinzione che raccontare quelle disastrose morti, parlare di quella mancanza di libertà, avrebbe aiutato il Paese a voltare definitivamente pagina». Invece, lo sappiamo, i neofascismi sono all’ordine del giorno. E, spesso, tendono a mimetizzarsi. «È vero – ammette Smuraglia – ma la Costituzione su questo è chiara: non osteggia solo il fascismo tradizionale italiano, quello nostalgico della marcia su Roma e del Duce per intenderci, ma anche le sue nuove declinazioni. Perché è proprio in un certo modo di considerare le istituzioni….

L’intervista di Leonardo Filippi a Carlo Smuraglia prosegue su Left in edicola


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La marcia su Roma di Salvini e Di Maio. Al via il governo giallonero

Torna alla ribalta il governo Legastellato. Come se nulla fosse torna l’«avvocato del popolo» Giuseppe Conte, seguace di padre Pio e difensore del metodo antiscientifico Stamina.  Si torna al via come nel gioco dell’oca. Come se Di Maio non avesse mai gridato all’impeachment del presidente della Repubblica Mattarella. Fra i ministri, Moavero Milanesi agli Esteri e Giovanni Tria all’Economia (favorevole alla Flat tax, pensa ad aumentare l’Iva, ha scritto il programma di Forza Italia non ha mai ipotizzato il piano B dall’uscita dall’Euro come invece ha fatto Savona, al quale tuttavia va il ministero degli Affari europei).

Il governo politico ma con molti tecnici è pronto a partire con l’appoggio esterno di Fratelli d’Italia, che pesa molto soprattutto al Senato. Quello che si prefigura dunque è un governo giallonero, con una strizzatina d’occhio ai neoliberisti, con l’ingaggio del professor Moavero Milanesi che è già  stato Ministro per gli Affari Europei nel governo Letta, dopo aver ricoperto il medesimo ruolo nel precedente governo Monti.

Un pensiero va a quell’elettorato di sinistra che ha votato CinqueStelle e che ora si ritrova ad aver dato il proprio via libera a un possibile governo con la Lega xenofoba e l’appoggio esterno  dei nerissimi Fratelli d’Italia. Nel corso delle ultime ore era anche stato  ipotizzato che  Giorgia Meloni potesse andare a guidare il ministero della Difesa. Ipotesi da far tremare le vene e i polsi, poi per fortuna sfumata. Resta il fatto che Salvini chiede per sé il ministero dell’Interno, promettendo ruspe contro i rom, deportazione di mezzo milione di migranti, giustizia fai da te (chiamata legittima difesa) e molto altro.

Nel frattempo c’è ancora chi accusa il presidente della Repubblica di aver leso i diritti del popolo sovrano, di cui Salvini e Di Maio si sono auto nominati portavoce. Non considerando che del popolo italiano fanno parte non solo coloro che hanno votato Lega (17,4%) e Cinque Stelle (32%) ma anche chi ha votato per altri partiti e chi si è astenuto (che sommati fanno all’incirca il 65% degli aventi diritto). La Costituzione dice all’articolo 1 che il popolo esercita la propria sovranità «nelle forme e nei limiti della Costituzione». Non possiamo far finta di non saperlo.

Parlare di Costituzione significa parlare di uguaglianza, lavoro, libertà, laicità, diritto alla salute, diritto all’istruzione, dignità della persona e di molti altri valori che, torniamo a ripeterlo, sono largamente calpestati nel contratto di governo giallonero.

L’economista Cottarelli di certo non avrebbe rappresentato il nuovo (così non lo rappresentano Tria e Moavero Milanesi). Carlo Cottarelli sarebbe stato un Monti 2.0, pronto a imporre le solite fallimentari ricette neoliberiste e di austerity. Al contempo, il carico di violenza xenofoba della Lega che strizza l’occhio a CasaPound di certo non rappresenta una garanzia democratica, né tanto meno di conquista di diritti da parte dei ceti popolari.  Basta pensare alla flat tax che porta vantaggi soprattutto ai più ricchi. Come ben noto, Salvini rappresenta gli interessi degli imprenditori dei distretti industriali, dove la Lega ha fatto il pieno di voti. Nemmeno facendo un totale blackout su tutti i provvedimenti neoliberisti che la Lega ha votato in passato, potrebbe essere scambiato per un paladino del popolo «contro la dittatura dello spread» (ipse dixit).

Né sovranisti né neoliberisti abbiamo scritto la scorsa settimana, fiutando che la battaglia si sarebbe giocata fra le destre in un braccio di ferro con l’Europa, a discapito della democrazia rappresentativa e costituzionale. L’Unione europea è solo una unione dei mercati quanto mai lontana dall’incarnare i nostri ideali, ma trasformabile, se la sinistra si decidesse a cercare un nuovo internazionalismo e in Italia a rialzare la testa e fare seria opposizione. Che certo non può essere rappresentata in Italia da quel centrosinistra che ha cercato di manomettere la Costituzione con la pessima riforma Renzi-Boschi-Verdini, sonoramente bocciata dal referendum  del 4 dicembre 2016.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola


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Morte di Giuseppe Uva, poliziotti e carabinieri assolti anche in appello. L’avvocato della vittima: «Sentenza pericolosa»

Patrizia Aldrovandi (s) madre di Federico, Ilaria Chucchi, sorella di Stefano (c) e Lucia Uva (d) , sorella di Giuseppe fotografate oggi 10 Giugno 2011 al tribunale di Bologna durante la lettura della sentenza che conferma la condanna per i quattro agenti di polizia accusati di aver provocato la morte di Federico Aldrovandi nel 2004 a Ferrara - ANSA - MICHELE NUCCI

Tutti riassolti i 6 poliziotti e i 2 carabinieri imputati dell’omicidio preterintenzionale, sequestro persona, abbandono di incapace, abuso di autorità nei confronti di Giuseppe Uva, il 13 giugno di dieci anni fa, a Varese dopo un arresto illegittimo, secondo la parte civile, e un passaggio in caserma da cui sarebbe uscito così malconcio da essere trasportato in ospedale. I giudici della prima corte d’assise d’appello di Milano presieduti da Maria Grazia Bernini rispetto alla sentenza di primo grado, nell’assolvere tutti gli imputati hanno scagionato con una formula più ampia anche i due carabinieri. Per capire «perché il fatto non sussiste» bisognerà attendere le motivazioni che saranno depositate in 90 giorni. La battaglia per verità e giustizia non è conclusa: «Una sentenza pericolosa. Ovviamente lette le motivazioni faremo subito ricorso in Cassazione», spiega a Left l’avvocato difensore della famiglia Uva, Fabio Ambrosetti – sono sinceramente molto stupito dalla sentenza in particolare sul primo capo di imputazione, il sequestro di persona. Preoccupa soprattutto che ci possa essere una limitazione dela libertà personale quando non ci sono esigenze di identificazione o ragioni reali. Lucia Uva, però è assolutamente soddisfatta almeno nella parte in cui per la prima volta un procuratore le ha detto che aveva ragione e che ha avuto ragione nel proseguire la battaglia».

«Per la prima volta abbiamo avuto la Procura dalla nostra parte», ha detto Lucia Uva, sorella di Giuseppe, stringendo la mano al sostituto pg MassimoGaballo dopo la lettura della sentenza. Gaballo aveva chiesto di condannare a 13 anni i due militari e a 10 anni e mezzo i sei agenti: la morte dell’operaio fu una conseguenza, insieme ad altre cause, tra cui una sua pregressa patologia cardiaca, delle «condotte illecite» degli imputati. Condotte scaturite dalla decisione dei due carabinieri di «dare una lezione» al 43enne, che si sarebbe vantato di una presunta relazione sentimentale con la moglie di uno dei due. Una ricostruzione contro la quale si sono battuti i difensori degli imputati in divisa, tra i quali Ignazio La Russa, senatore di Fratelli d’Italia, lo stesso che nel 2009 da ministro della Difesa sostenne a spada tratta l’estraneità dei carabinieri dalla morte di Stefano Cucchi. «Nessuna macelleria, nessuna azione di violenza» e l’accusa «è stata gonfiata» per effetto «di un aspetto mediatico e televisivo che ha spettacolarizzato la vicenda», ha detto in aula La Russa. In più, il sostituto pg Massimo Gaballo «è arrivato a creare uno scenario, denigrando il lavoro di tutti i pm, dei giudici, dei testimoni e degli avvocati che hanno lavorato a questo processo», a causa «della debolezza degli strumenti accusatori». Per La Russa sul processo ha inciso «un pregiudizio negativo nei confronti delle forze dell’ordine, che è ipotizzabile, perché se un uomo è morto dopo essere stato lecitamente fermato e portato in caserma deve essere ‘per forza’ colpa della polizia e dei carabinieri». Anche un altro dei difensori, Fabio Sgembri, prima di chiedere l’assoluzione per i suoi assistiti e di cancellare pure il reato di sequestro di persona, ha attaccato il pg e pure la sorella di Uva.

È quello che la Corte europea di giustizia ha stigmatizzato come vittimizzazione secondaria, la tendenza a mettere sotto accusa le vittime e i loro familiari nel corso di processi a uomini in divisa. Una tendenza segnalata dall’associazione contro gli abusi in divisa, Acad, che ha seguito il processo con alcuni dei suoi attivisti lombardi e, nei suoi interventi pubblici, anche da Enrico Zucca, procuratore generale a Genova, ora e pubblica accusa del processo Diaz dopo il G8 del 2001. Lucia Uva è corsa dietro al poliziotto Pierfrancesco Colucci dopo la lettura del dispositivo e gli ha stretto la mano in segno di sfida. Con lei anche un altro fratello dell’operaio, Nicola. «Dieci anni che infangano il nome dello zio», ha urlato in aula la nipote di Giuseppe Uva, Angela, subito dopo la lettura del dispositivo con cui sono stati assolti i 2 carabinieri e i 6 poliziotti accusati di omicidio preterintenzionale e sequestro di persona. Dopo il verdetto, nell’aula ci sono stati momenti di forte tensione.

Giuseppe Uva aveva 43 anni quando fu fermato da due carabinieri mentre stava spostando delle transenne nel centro di Varese. Era notte e, assieme a un amico, voleva solo fare una goliardata. Fu poi trattenuto in caserma per alcune ore e trasportato all’ospedale di Circolo della città lombarda, dove morì per arresto cardiaco la mattina successiva. Secondo i legali di parte civile, l’operaio quella sera fu «arrestato illegalmente» per un reato di lieve entità, ovvero disturbo della quieta pubblica. «Se fosse vivo – hanno spiegato in aula – oggi Uva avrebbe risposto per i fatti di quella notte con una contravvenzione da 150 euro». Poi, durante il loro intervento davanti alla Corte d’Assise d’Appello hanno continuato, sottolineando che «nel processo di primo grado nessuno ha voluto scoprire la verità, tutti quelli che dicono qualcosa contro i carabinieri sono considerati falsi testimoni. Per dire che un teste è inattendibile lo devi dimostrare: cercare riscontri contro i testimoni si fa solo nei processi contro i carabinieri». «Quattro euro di ‘risarcimento simbolico’ e che i due carabinieri e sei poliziotti imputati si spoglino per sempre della divisa», era stata la richiesta formulata in aula, tramite i suoi legali, da Lucia Uva. La proposta di risarcire la sorella della vittima con un euro per ogni capo di imputazione contestato originariamente agli imputati era già stata avanzata in primo grado dagli avvocati Alberto Zanzi e Fabio Ambrosetti al Tribunale di Varese, che nel 2016 ha assolto gli imputati da tutte le accuse. «Non voglio che vadano in carcere – ha detto Lucia Uva parlando con i cronisti fuori dall’aula – ma che si spoglino della divisa che portano».

Prove tecniche di quarto polo

Prima gli sfruttati! La risposta di Potere al popolo alle suggestioni sovraniste della coalizione giallo-verde è tutta qui, in tre parole – il contrario del primato nazionale evocato da Salvini – che scaturiscono dal tavolo sui conflitti e i mutualismi, uno di quelli che ha aperto la due giorni dentro i locali dell’ex Opg di Napoli. È qui, dove è scoccata la scintilla che ha consentito questo processo politico, che centinaia di persone sono arrivate da tutta Italia lo scorso fine settimana per l’assemblea nazionale, la più lunga e impegnativa da quando – sei mesi prima – Pap s’è manifestato la prima volta in un teatro romano che s’era riempito di delusi del Brancaccio e di settori che non avevano mai creduto, invece, alla suggestione di una riaggregazione ennesima della sinistra guidata proprio da Bersani e D’Alema.

«Sono stati due giorni immensi, ricchi di emozioni e suggestioni che hanno contribuito ad un dibattito importante: come continuare? Come migliorare?», dirà alla fine Viola Carofalo, la portavoce nazionale di Pap, mentre la piccola folla di militanti sciama dall’ex convento francescano del XVI secolo su un colle del quartiere Materdei che, per 75 anni, è stato un manicomio giudiziario fino a quando, nel 2000, fu dichiarato inagibile e infine occupato da un collettivo di universitari che sarebbe diventato Je so’ pazzo. I segni delle nuove funzioni – ambulatorio, scuola popolare, sportello legale per i migranti, radio, bar, atelier ecc… – si sovrappongono ai resti del dolore e della prigionia. Una metafora evidente dei lavori in corso in tutta Italia, di nuova socialità intrecciata all’azione politica.

Almeno seicento persone erano stipate in quello che resta dei gabbioni delle ore d’aria, per l’assemblea plenaria finale, che si chiude con l’annuncio «delle linee guida – continua Carofalo – che da qui in avanti definiranno Pap: una campagna immediata di adesione individuale, che possa permettere a tutti di partecipare e finanziare Potere al popolo (l’adesione costa dieci euro l’anno); una piattaforma online che integri e non sostituisca le assemblee territoriali, cuore del nostro progetto; uno statuto da scrivere collettivamente, imperniato sulla democrazia e la trasparenza assolute».

La campagna di adesioni sarà una campagna politica, «che servirà a…

Il reportage di Checchino Antonini prosegue su Left in edicola


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Il piano di Bernie Sanders per la salute pubblica

SAN FRANCISCO, CA - SEPTEMBER 22: U.S. Sen. Bernie Sanders (I-VT) speaks during a health care rally at the 2017 Convention of the California Nurses Association/National Nurses Organizing Committee on September 22, 2017 in San Francisco, California. Sen. Bernie Sanders addressed the California Nurses Association about his Medicare for All Act of 2017 bill. (Photo by Justin Sullivan/Getty Images)

Granbury è una cittadina turistica situata sull’omonimo lago all’estremità sud-occidentale del Dallas-Fort Worth metroplex, nel nord del Texas. Una località pittoresca caratterizzata da villette in stile vittoriano ben tenute, e una piazzetta centrale traboccante di ristoranti e bar di lusso – un’economia tenuta ben viva dagli abitanti di Dallas, che trovano riparo dal trambusto cittadino senza allontanarsi troppo. In sostanza, Granbury è un luogo per persone benestanti. Chi non è considerato abbiente da queste parti lo deve solo al fatto di possedere un’imbarcazione troppo modesta rispetto alla media. Eppure nemmeno in luoghi come questi si riesce a stare al riparo da determinate realtà socio-economiche oggi endemiche negli Stati Uniti.

La scena che mi si è parata davanti, al semaforo sulla Glenn Rose Highway mentre raggiungevo Granbury, era piuttosto esplicita: all’angolo della strada, sotto il sole rovente delle 15 di un pomeriggio di maggio texano, un uomo agitava un cartello scritto a mano. Questa cosa può risultare familiare nelle città americane. È facile incrociare lavoratori assunti a salario minimo mentre pubblicizzano in maniera teatrale una qualche attività locale. Ma quest’uomo, lo si percepiva dai modi e dall’abbigliamento, non era di certo uno di loro, e la contraddizione visiva ha catturato all’istante la mia attenzione. Cosa stava “vendendo”? Gadget religiosi? Supporto a un candidato politico? Il cartello era di colore rosa, con la scritta in nero: “Raccolta fondi. Mia moglie ha il cancro.”

La copertura sanitaria degli Stati Uniti è piuttosto complessa, ma l’impatto sociologico di tale complessità risulta molto semplice: nessuno rimane immune dai suoi esiti arbitrari. Semplicemente, non si sa quando toccherà a te di ritrovarti invischiato nei suoi gangli contorti, e quando ciò accade non è semplice comprendere perché, per dirne una, la tua quota da pagare per tre punti di sutura su un dito si aggiri intorno ai 900 dollari. Di modi per non rimanere schiacciati da tale evenienza ce n’è soltanto uno: evitare di ammalarsi, di farsi male. E magari imparare da sé le più elementari procedure di primo soccorso per evitare un salasso economico per un banalissimo infortunio. Le frammentarie riforme introdotte da Barack Obama con l’Obamacare del 2010 erano sì dirette a importanti questioni, ma per il consumatore medio della sanità americana i cambiamenti pratici non sono risultati decisivi.

Il decreto è risultato molto controverso, al punto da fomentare quel livore sociale che è confluito nell’organizzazione politica di estrema destra nota come il Tea Party, che in fin dei conti ha aiutato a sgombrare il cammino dei Repubblicani verso il controllo dell’apparato governativo a diversi livelli, e verso la presidenza di Donald Trump. In altre parole, nel tentativo di migliorare leggermente un sistema malato, purtroppo si….

L’inchiesta di Joel Weickgenant prosegue su Left in edicola


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Il cerino a Salvini

Il leader della Lega Matteo Salvini durante una conferenza stampa, Roma, 23 gennaio 2018. ANSA / ETTORE FERRARI

Quindi, proviamo a ricapitolare. Fino a qualche ora fa Luigi Di Maio aveva la faccia di quello che si ritrova nel bosco dove qualcuno ha appiccato un incendio (in questo caso Salvini) e si fa beccare con l’accendino in mano, abbozzando qualche scusa. Il ragazzo ha risposto scomposto (e l’ha riconosciuto) e poi è tornato sui suoi passi. Anzi gli è venuto anche il dubbio di essere stato fregato da Salvini, “meglio essere ingenui ma brave persone”, ha detto ieri: diciamo che essere brave persone non ingenue sarebbe meglio, ma non è questo il punto.

Di Maio e Salvini hanno giurato e spergiurato di non volere uscire dall’euro. Il referendum per uscire dall’euro del Movimento 5 stelle e le felpe no-euro urlate addosso a Salvini devono essere traveggole nostre. Va bene.

Hanno anche detto di avere proposto alternative al nome di Savona durante i colloqui con Mattarella. Mattarella ha smentito. Salvini (furbescamente) ha detto che lui non ne sapeva niente e fa niente anche questo. Andiamo avanti.

Ieri Di Maio, e questo è un passaggio politico importante, ha chiarito di essere disposto a ripensare l’eventuale ministro all’economia dell’eventuale governo giallo verde (anche se spostare Savona in un altro ministero suona piuttosto curioso: vogliono arrendersi senza farla sembrare una resa, benissimo): Di Maio ha fatto il passo per tentare di mettere in piedi un governo politico. Lasciamo perdere tutti i suoi errori. L’ha fatto. Chiaramente.

E la situazione è capovolta: il cerino ora è in mano a Salvini. Quel Salvini che i ben informati raccontano arrogante e tosto nelle sue dirette Facebook e invece docile quasi prostrato di fronte al presidente della Repubblica, quel Salvini che chiede il voto subito ma non troppo subito, che vorrebbe commuoverci perché ha “lavorato giorno e notte per sentirsi dire no” (qualcuno gli dica che è lo stato vitale professionale di un’intera generazione) e quello stesso Salvini che dovrebbe ribaltare l’Europa e invece non riesce nemmeno a rendersi autonomo da Berlusconi.

Il quadro, complesso e confuso, ora almeno si schiarisce: chissà se il “cuor di leone” alla fine troverà ancora una scusa per continuare a belare.

Buon giovedì.

L’infanzia perduta per oltre un miliardo di bambini nel mondo

«Povertà, discriminazione, conflitti espongono un miliardo e duecentomila bambini nel mondo al rischio di una prematura fine dell’infanzia». È la cifra, brutale, messa nero su bianco, nel nuovo report di Save the Children sullo stato di “salute” dei minori nel mondo: End of Childhood 2018 – The many faces of exclusion. «Perché sono nati poveri, perché sono femmine, perché crescono in una zona di guerra». Questi sono alcuni dei motivi per cui più della metà dei bambini vengono ancora oggi derubati dell’infanzia, dice David Wright, direttore regionale Save the Children.

E poi c’è il lavoro minorile,, l’emigrazione forzata, i matrimoni “pedofili” (altro non sono i matrimoni forzati con adulti cui vengono costrette ragazzine in età prepuberale, ndr). Tutte infanzie perdute. Almeno 134 milioni di bambini, soprattutto in Africa e Asia, sono costretti a lavorare. Erano 168 mln nel giugno del 2017 secondo le Nazioni Unite.

Stima Save the children che nel 2030 saranno 150 milioni le ragazze che si sposeranno prima di compiere 18 anni. E questo accadrà in America latina come nell’Africa subsahariana. E precisa che dei 28 milioni di minori costretti ad abbandonare la loro casa, 10 sono rifugiati secondo i criteri Onu. Anche la fine di una guerra, però, non vuol dire inizio di una vita migliore. A Mosul, in Iraq, per esempio, molti bambini in questo momento stanno ancora “combattendo” con i traumi del conflitto e la povertà che li circonda, in una città la cui ricostruzione richiederà anni.

«Per quello che sono, per i posti in cui vivono, questi bambini sono privati delle loro infanzie e del loro potenziale futuro», si legge nel report. La situazione globale è nel complesso migliorata, ma molto lentamente e Save the children lo ricorda proprio in vista della Giornata internazionale dell’infanzia e dell’adolescenza che si celebra il primo giugno. Segnali di miglioramento sono stati percepiti nel 51% dei Paesi subsahariani, e nel 47% del Medio Oriente e Nord Africa. In 95 dei 175 Paesi analizzati le condizioni di vita e di crescita dei minori sono migliorate, ma in altre 40 nazioni sono invece peggiorate: si soffre o si muore durante la minore età per malnutrizione, mancanza di educazione, maternità forzata.

Alla voce “la fine dell’infanzia”, la maglia nera del report va a Niger, Mali, Repubblica Centro Africana, Chad, Sud Sudan, Somalia, Nigeria, Guinea, Sierra Leone. Sul podio troviamo Norvegia e Svezia, ma arrivano anche Singapore e Slovenia.

«Paesi con simili livelli di reddito raggiungono risultati diversi» osserva Helle Thorning Schidt, ex premier danese, ora a capo di Save the Children. «Questo dimostra che sono politica, finanziamenti e impegno a fare una differenza critica».

«Nonostante le enormi capacità economiche, militari, tecnologiche», scrive Save the Children, anche Stati Uniti, Russia e Cina, tra le più grandi potenze al mondo, dimenticano di incentivare le politiche per migliorare le condizioni infantili. Gli Usa sono solo al 36esimo posto su 175 Paesi monitorati, tra Russia e Bielorussia: «I bambini negli Stati Uniti sono vittime di estrema violenza, il tasso di omicidi è comparabile a quello di Yemen, Afghanistan, Nord Corea, Filippine. Negli Usa sei milioni di bambini vivono in povertà estrema» scrive il Time.