Home Blog Pagina 770

Riprendiamo la lotta delle donne per la libertà e la civiltà. Ora più che mai ci serve

Tre casette dai tetti aguzzi, un prato verde, un piccolo ruscello. È in un posto così che ho festeggiato il 25 aprile 2018. Festeggiato? Si fa per dire… più esattamente: mi sono arrabbiata questo 25 aprile!
La banda, l’avvicendarsi di donne e uomini alla lettura di poesie partigiane, (quelle che conosciamo a memoria, ma sempre belle)… insomma il solito rito con un po’ di retorica, di quella è difficile fare a meno, ma ciò che mi ha fatto scattare è stato il fatto che anche in un minuscolo villaggio non c’è nessuna traccia di tutte le donne partigiane! A 73 anni le partigiane continuano a essere cancellate dalla storia.
Non che storiografia ufficiale e manuali scolastici si comportino meglio, sembrerebbe che le donne, non è che non abbiano fatto la Resistenza, è che non sono mai esistite!
Onore e merito quindi a Claudio Pavone, che nella sua monumentale Una guerra civile, dedica alle donne ben 10 righe, sì righe, non pagine. Ma alle donne bastano per esistere.
Gli uomini, l’8 settembre, furono “costretti” a schierarsi, ma le donne per quale mai ragione decisero di uscire dalle loro case e lottare, in tutte le forme e con tutti i mezzi? Quale moto interiore spinse 35mila donne a diventare partigiane combattenti, 20mila patriote, 70mila a partecipare ai gruppi di difesa della donna? E ancora: furono 512 le commissarie di guerra, 16 medaglie d’oro pagate anche con la vita e 17 medaglie d’argento; 2.900 fucilate o cadute in combattimento, 2.750 deportate e 4.653 arrestate e torturate. Si potrà dire che non si tratta di cifre stratosferiche, ma dimostrano che le donne c’erano: tante, coraggiose, intelligenti, e anche belle.
Hanno svolto tutti i lavori, combattuto con le armi e senza, sono state uccise; deportate, arrestate e torturate; deferite al tribunale speciale, inviate al confino e vigilate speciali durante il fascismo.
In Abruzzo sono state circa 300 le partigiane della banda “Conca di Sulmona”. Delle altre ricordiamo Mafalda de Bonis a Chieti, Iride Imperoli a Sulmona, Cesira Fiori con le donne di Barisciano, Pina Malferrari D’Aloisio nell’epopea di Pizzoferrato; Maria Auricchio e Dora Manzitti, passate per le armi a Lanciano durante la rivolta di settembre e a Teramo Giovannina di Filippo e Wjlma Badalini.
Ma quante sono le donne nella Resistenza? Secondo le indicazioni del comandante Boldrini dovremmo calcolare 15 persone in appoggio a ogni partigiano, in maggioranza donne arriveremmo alla cifra enorme di circa 100mila donne che noi non potremo mai conoscere perché molte non hanno chiesto alcun riconoscimento.
Le donne sono fatte così. Fanno quello che si deve fare: accoglier soldati in fuga e sbandati, ex prigionieri di guerra, 3mila fuggiti dal campo di Fonte d’Amore a Sulmona, renitenti alla leva. Il loro compito è stato sfamarli, rivestirli, curarli, aiutarli ad attraversare le linee nemiche, organizzare la fuga dei prigionieri dalle carceri fasciste, diffondere la stampa clandestina, costituire i Gdd (Gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti della libertà), entrare nei Gap (Gruppi di azione patriottica) e imbracciare le armi, partecipare ad azioni di sabotaggio, scioperare, come nel marzo del 1943. A questo è stato dato un nome inaccettabile: maternage. Per natura le donne sarebbero mamme! Sempre e solo mamme!
Donne diventate “invisibili” già nel ’45. Rientrate nell’ombra, che da tempo immemorabile avvolge la vita delle donne.
Nei primi anni della Repubblica, molte guerre si combattono intorno alla memoria della Resistenza e per ingraziarsi i vincitori angloamericani e non pagare i nostri debiti di stragi e ammazzamenti perpetrati ai danni degli slavi si commettono enormi ingiustizie. Una guerra della memoria tra destra e sinistra, tra democristiani e comunisti, ma a rompere il fronte unitario delle donne furono le cattoliche, che fondarono il Cif (Centro italiano femminile), abbandonando i Gdd.
La nuova classe dirigente non dà alla donna alcuna chance di cambiamento, succube, ieri come oggi, dell’ideologia religiosa e molti storici di professione si sono fatti esecutori di queste direttive.
Le donne sono state due volte vittime di questa lotta: come donne e come partigiane. Sono desaparecidas dalla scena della storia, diventando invisibili; non rimosse, come piace tanto agli storici, termine che non ci dice nulla delle dinamiche che si sono messe in moto. Non ci dice come le donne sono state prima negate e poi annullate, dopo aver visto svalutato e sfregiato il loro operato: i comunisti impedirono loro di sfilare a Torino, con i partigiani, per una questione d’onore, per quelle che avevano combattuto, armi alla mano nei Gap o nelle formazioni, per quella promiscuità, mai vista prima, scandalosa, senza alcun controllo!
Si tratta di negazione/ svalutazione: «cosa avrai fatto di speciale? Solo maternage! non ti sei occupata solo della tua famiglia, sei diventata la mamma di tutti!», questo il luogo comune.
Il decreto legislativo luogotenenziale n. 518 del 21 agosto 1945 considera “partigiano combattente” solo chi ha fatto parte di una formazione per tre mesi e partecipato ad almeno tre operazioni armate, la legge non considera “vera Resistenza” l’attività non armata svolta, sia a livello individuale che collettivo o al di fuori delle formazioni partigiane. La distinzione tra partigiano combattente e patriota e tra Resistenza armata e non armata, ha comportato una vera e propria “militarizzazione della Resistenza” da cui ovviamente le donne sono state escluse. Si saranno convinte di aver sognato. Sognato di essere state coraggiose, di aver saputo resistere alle torture; sognato di essere state capaci di portare sporte della spesa piene di volantini, di armi, di giornali clandestini, in mezzo a tedeschi e fascisti. Ha sognato Pina D’Aloisio di camminare per ore nella neve alta, dopo aver lasciato il bosco, dove erano stati confinati per mesi e tornare a partorire nella sua casa, vuota, spoglia ma una casa, perché chi sta per venire alla luce abbia la dignità di un essere umano.
Le donne, svegliate da un principe terribile: guerra e nazifascismo, dopo una breve stagione, tornano al sonno di sempre. La grande delusione del dopoguerra, le necessità della ricostruzione uccidono la speranza di una vita diversa. Saranno loro le prime a sostenere che in fondo non hanno fatto “nulla”, nulla di eccezionale, saranno loro le prime a negare se stesse.
E così hanno taciuto. Hanno taciuto le donne che avevano subito violenza: dai fascisti, dai nazisti, e ancora violenza dai “liberatori”. In tante città, molte, troppe, c’era una “Villa Triste”, una casa degli orrori, delle torture, come a Trieste dove venne rinchiusa Maria Giorgi, moglie e sorella di partigiani che ne uscì gravemente menomata nel fisico ma ancor più nello psichico, tanto da essere ricoverata nel manicomio di Collemaggio a L’Aquila. E fu Cesira Fiori, che la ospitava, a trarla fuori con uno stratagemma e a portarsela a casa e lei si fece partigiana, a dispetto delle precarie condizioni mentali.
Anche le deportate hanno taciuto di fronte al disinteresse di madri e sorelle, che avevano a noia il racconto delle loro sofferenze.
Sono state le storiche, gli artisti, gli scrittori, i registi, uomini dalla straordinaria umanità, a insegnare alle donne che loro, non avevano “dato una mano” alla Resistenza, ma “avevano fatto” la Resistenza e molte hanno cominciato a narrare, a dire e si sono riprese la loro vita. Altre hanno deciso di parlare quando hanno visto che quelli contro cui avevano combattuto e rischiato la vita, quegli stessi, erano di nuovo al potere. Sdoganati. Una parola elegante, che non dice nulla sull’umano, sui dolori, i tormenti e i desideri di uomini e donne.
Magnifiche donne combattenti.
Ma noi queste stupende donne, dotate di un coraggio inarrivabile, donne umanissime, con tutti i loro cedimenti, speranze e titubanze, ce le meritiamo? Sospetto, che solo una giusta e veritiera risposta a questa domanda possa dare un senso alle nostre vite e alle nostre lotte.
Questo è il tempo delle risposte, il tempo di spezzare negazioni e annullamenti e riprendere e continuare la loro lotta di libertà e di civiltà.

Alternanza scuola-lavoro, la protesta a Napoli “salva” gli studenti: niente turni il primo maggio

Un momento della protesta degli studenti milanesi contro gli stati generali dell'alternanza scuola lavoro a Milano, 15 Dicembre 2017. ANSA/FLAVIO LO SCALZO

È una buona notizia, anche se c’è voluta una protesta di piazza per ribadire quello che dovrebbe essere ovvio. Gli studenti della quarta A del liceo Garibaldi di Napoli hanno vinto la loro battaglia contro l’alternanza scuola-lavoro e non saranno costretti a lavorare gratis il primo maggio. A seguito della manifestazione che i ragazzi hanno organizzato davanti al Pio Monte della Misericordia, il museo napoletano presso cui avrebbero dovuto prestare servizio come guide turistiche nel giorno della festa dei lavoratori, la fondazione che lo gestisce ha deciso di non far lavorare gli studenti il primo maggio.

«La nostra protesta, ribadiamo, non è contro l’ente ospitante o contro la scuola, ma contro l’alternanza scuola-lavoro» spiegano gli studenti. «No all’alternanza scuola lavoro» e «noi gratis non lavoriamo» sono infatti gli slogan urlati dagli studenti durante la protesta. I giovani manifestanti hanno inoltre dichiarato: «non vogliamo essere abituati a un mondo di precarietà e non vogliamo pensare che sia questa la normalità, e che non abbiamo nient’altro da immaginare e desiderare».
Anche Potere al Popolo di Napoli si è schierato con gli studenti. «Il primo maggio non si lavora. Tantomeno a gratis, da minorenni, senza tutele di alcun tipo» si legge in un post su Facebook, che sottolinea: «il primo maggio è la giornata internazionale dei lavoratori, una data nel quale si ricorda e si porta avanti la lotta dei milioni che hanno conquistato il diritto a una retribuzione e a un’istruzione di qualità».
«L’iniziativa del liceo Garibaldi si inseriva nell’ambito del Maggio dei Monumenti, iniziativa napoletana di vecchia tradizione, e in questo senso avevamo accolto la proposta. Di fronte a questa situazione di tensione revochiamo la nostra autorizzazione già concessa alle scuole» con queste parole il sovrintendente del polo museale, Alessandro Pasca di Magliano, ha messo fine alla questione.

Ma come si è arrivati alla protesta di piazza? Left ha intervistato uno dei rappresentanti degli studenti del liceo classico Garibaldi per ricostruire la vicenda e chiedere un parere ai diretti interessati sull’alternanza scuola-lavoro.
«L’alternanza scuola-lavoro viene giudicata malissimo da tutti gli studenti», aveva denunciato il rappresentante d’istituto nei giorni precedenti la protesta. Era infatti tornata alla ribalta la novità della Buona scuola per un altro caso di “sfruttamento istituzionalizzato”, e questa volta, se possibile, con un tempismo che più beffardo non poteva essere: ovvero lavorare durante la giornata di festa dedicata proprio ai lavoratori. Alcuni studenti della quarta A del liceo classico Garibaldi di Napoli, ricordiamo, devono prestare servizio come guide turistiche presso il Pio Monte della Misericordia, centralissimo polo museale della città partenopea, gestito dall’omonima fondazione, che custodisce, tra le altre, le Sette opere di misericordia di Caravaggio. A rendere nota la situazione sono stati gli studenti stessi in un video su Facebook, in cui annunciavano di voler adottare una forma di protesta simile a quella attuata dagli studenti del liceo Vittorio Emanuele II, sempre di Napoli, la scorsa domenica 25 marzo, quando anche questi ultimi furono costretti dall’alternanza scuola-lavoro a lavorare in un giorno festivo. Gli studenti del liceo Garibaldi, invece di indossare il cartellino dello staff del museo, avevano deciso di indossarne un altro su cui sarebbe comparso l’hashtag #AlternanzaScuolaSfruttamento.

Poi, invece, la vicenda ha preso un’altra piega e niente lavoro il primo maggio. Ma restano le perplessità degli studenti. «L’alternanza ci toglie molte ore, non solo durante l’alternanza stessa, ma a volte anche ore di lezione vere e proprie» spiega ancora il rappresentante d’istituto. «Abbiamo infatti delle ore aggiuntive pomeridiane durante le quali un docente ci spiega quello che sarà il nostro compito durante l’alternanza – continua lo studente -. Nella maggior parte dei casi queste ore si svolgono nel pomeriggio, ma a volte è capitato che si svolgessero anche durante l’orario scolastico. In più, chi deve fare da guida turistica in un museo, spesso deve anche prepararsi da solo a casa».

La vicenda non è passata inosservata all’Unione degli studenti (Uds), il sindacato che si batte per la difesa dei diritti degli studenti. Per denunciare e dare risonanza a casi come quello che hanno vissuto i ragazzi del liceo Garibaldi, l’Uds ha lanciato lo sportello Sos Alternanza – Primo Maggio: «per raccogliere segnalazioni di sfruttamento da nord a sud del Paese, per astenerci dalle attività lavorative e per denunciare il furto del nostro tempo libero!».
«È inammissibile che le pause didattiche vengano riempite da ore obbligatorie di alternanza scuola-lavoro, negando agli studenti dei dignitosi tempi di vita» ha dichiarato Francesca Picci, coordinatrice nazionale dell’Uds. «Ed ancora più grave è il fatto che si mandino a lavorare gli studenti durante una giornata in cui si ricorda la lotta per la riduzione della giornata lavorativa e in cui si denuncia lo sfruttamento sui luoghi di lavoro» ha concluso Picci.

#YoSiTeCreo, in Spagna non si ferma l’onda di protesta contro la sentenza sullo stupro di Pamplona

Chartered Police of Navarre agents try to control demonstrators who show their anger after the sentencing hearing of the trial of five men accused of gang raping an 18-year-old during San Fermin fiestas, at the entrance of the Justice palace in Pamplona, northern Spain, 26 April 2018. The verdict condemns each accused to nine years in jail, a sentence for a continuing crime of sexual harassment against a young woman during Sanfermines 2016. ANSA/Villar Lopez

«La ripugnanza che mi provocano i fatti in giudizio si può paragonare solo allo schifo che provo per la maniera in cui si è mossa la giustizia in questo caso. Vergogna!» A sfogarsi, insieme a tutta la Spagna, è il giurista Baltasar Garzón, che durante la sua lunga carriera nella magistratura iberica è stato protagonista di atti come l’arresto di Pinochet, le indagini su Berlusconi, il dittatore Francisco Franco e la corruzione del Partito popolare oggi al potere. La vicenda a cui l’ex giudice si riferisce sta destando in Spagna un’ondata di protesta senza precedenti.

I fatti risalgono a due anni fa. A Pamplona, nel Nord del Paese, si consuma la celebre festa di San Firmino (ai più nota per l’encierro, la famigerata corsa dei tori). Un branco composto da cinque sivigliani, fra i quali anche un militare e un agente di polizia, costringe una diciottenne nell’androne di un palazzo e la violenta ripetutamente. La ragazza viene ritrovata il giorno dopo abbandonata in posizione fetale. Secondo i rapporti, nei video che i cinque stupratori girano e caricano sul loro gruppo Whatsapp la vittima non si dibatte e mantiene un atteggiamento «passivo o neutro», tenendo gli occhi chiusi. Il nome della chat di gruppo, sul quale i cinque si scambiavano messaggi sulle loro “imprese”, era proprio La manada, il branco.

Secondo il giudice Ricardo González, lo stato di devastante prostrazione psicofisica della ragazza durante lo stupro è stato ritenuto invece «passivo» e quindi indicativo del fatto che quanto riferito dagli stupratori, ovvero che lei fosse consenziente, corrisponda al vero. I cinque sono stati quindi riconosciuti colpevoli soltanto di abuso sessuale, in quanto non ci sarebbero state violenza o intimidazione (la legge spagnola opera una distinzione in tal senso). Di conseguenza i cinque “animali” – stiamo parafrasando il nome che si sono dati loro, ossia «il branco», appunto – potrebbero essere liberi nel giro di sei mesi, in quanto incensurati. La Procura spagnola ha già dichiarato l’intenzione di ricorrere contro la sentenza. Nel frattempo, ha quasi raggiunto il milione e mezzo milione di firme la petizione su change.org per destituire i giudici responsabili. L’hashtag della vicenda sui social network, #YoSìTeCreo («io ti credo») è indicativo: c’è forse bisogno di dirlo che questa è una storia vera, che questa ragazza è stata stuprata, che non mente? Per quanto assurdo possa apparire, sì.

Il quotidiano El Pais, inoltre, riferisce che il ministro della Giustizia spagnolo ha dichiarato che «tutti sanno che questo giudice ha un problema personale», evitando però di rilasciare ulteriori informazioni in merito, e insistendo che si tratterebbe di un problema noto nell’ambiente dei professionisti della giustizia. Una simile affermazione non sorprende. Il giudice González si è reso protagonista di uno dei più orripilanti attacchi all’identità delle donne che si siano mai viste in un Paese, come la Spagna, che proprio in questi ultimi tempi, come dimostra la gestione della questione catalana, sta vivendo una delle sue stagioni più reazionarie. Se da un lato il ministro dell’Istruzione e portavoce del governo di Madrid, Inigo Mendez de Vigo, ha dichiarato che una riforma del Codice penale in tema di violenza sessuale è prioritaria e che la sentenza in questione «non è definitiva», dall’altro le associazioni di magistrati hanno bollato come “sproporzionata” la sollevazione dell’opinione pubblica. Nel lungo cammino per la realizzazione dell’identità femminile l’Italia non è certo da sola, nel cattolico meridione europeo.

Il Labour di Corbyn pronto a conquistare i municipi di Londra alle elezioni locali

epa06656802 Labour Leader Jeremy Corbyn (C) delivers a speech during Labour's local election campaign launch in London, Britain, 09 April 2018. Local government elections are scheduled for 03 May 2018 with all London boroogh councillor seats to be elected. EPA/ANDY RAIN

«London, Vote Labour». Vota laburista, Capitale. La coccarda sui petti di leader ed elettori è rossa. E forse lo diventerà presto anche Londra e provincia, secondo i sondaggi di Yougov: è record di preferenze laburiste, gli elettori del partito di Jeremy Corbyn sarebbero oltre il 50%, «una performance che batterebbe quella di ogni altro partito britannico negli ultimi 40 anni», secondo la stampa inglese. Le elezioni amministrative si terranno giovedì 3 maggio nei 32 borough, i municipi della Capitale, dove abitano nove milioni di persone. Molti distretti londinesi, prima storiche roccaforti dei Tory, potrebbero presto cambiare colore e diventare rossi.

Cifre: i laburisti avrebbero il 51% dei voti, 22 punti in più dei conservatori della premier, che hanno il 29% dei consensi, ancora meno ne ha il partito liberal-democratico: l’11%.
Per il professore Philip Cowley, dell’università Queen Mary di Londra, da cui è stata commissionata la ricerca Yougov, «in pratica, questo sondaggio significa che i conservatori avranno difficoltà in ogni consiglio che ora è ancora sotto il loro controllo. I Labour sono avanti, secondo il sondaggio, non solo nei quartieri tradizionalmente laburisti, ma anche in quelli tradizionalmente conservatori, dove ora i Labour raggiungono il 46% contro il 34%».

Secondo Sadiq Khan, sindaco di Londra, i laburisti devono mirare a prendere “i gioielli della corona” dei Tory: «non c’è un angolo di Londra dove non possiamo vincere». Per il leader dei laburisti di Wandswoth, Simon Hogg, che rimane sotto amministrazione dei conservatori dal 1974, «si tratterebbe di un terremoto politico, ma io penso che possiamo farcela. Sempre più persone vengono da noi nelle zone dove non vinciamo dagli anni 60 e 70». I rossi non vincono in questo distretto da quarant’anni. Ha detto Adam Hug, candidato del partito di Corbyn della zona: «siamo consapevoli che, in caso di vittoria, qui faremo la storia».

Per la Brexit, l’austerity e per lo scandalo Windrush (i migranti caraibici cacciati dal Paese v. articolo su Left), quest’ultimo alle origini delle dimissioni della ministra dell’interno Amber Rudd . La May il tre maggio, andrà “down, but not out”, scrive la Reuters. Andrà giù, ma non fuori: «i votanti a Londra probabilmente puniranno la premier e il partito conservatore alle elezioni locali questa settimana, le elezioni sono viste come un termometro del sentimento pubblico, i sondaggi mostrano che gli elettori sono pronti a dare un verdetto critico sulla leadership della May e sul suo partito, dopo otto anni spesi a tagliare fondi pubblici per rafforzare il sistema finanziario britannico».

Il dramma di Rushena e di altre russe legate a foreign fighers dell’Isis

Le guerre, e guerre peculiari come quella “santa” dello Stato islamico, si portano dietro tante piccole storie e tragedie, spesso poco conosciute. Qualche mese fa il presidente della repubblica autonoma cecena della Federazione russa, Razman Kadyrov, ha denunciato la detenzione una settantina di donne di nazionalità russa (insieme ai loro figli) in campi di concentramento a Bagdad, in attesa di processo da anni. Sono donne che negli scorsi anni si sono legate a combattenti o foreign fighers dell’Isis e ne hanno seguito il destino. Kadyrov ha chiesto al governo russo di interessarsi dei casi di queste donne e bambini per riportarli in patria. Sono donne che in Iraq, rischiano l’ergastolo e anche la pena di morte.

Bbc-Russia è riuscita a ricostruire il percorso di una di loro, grazie alle informazioni ricevute dalla sua famiglia. Rushena T. viveva a Sinferopoli in Crimea. La famiglia, di origine tatara, era musulmana, ma solo come riferimento culturale: nessun suo membro frequentava la moschea, nessuna donna in famiglia copriva il capo. E Rushena era una ragazza come tante. Parrucchiera, hobby della fotografia, adorava i profumi francesi. Le foto la ritraggono con jeans, tacchi alti, occhiali da sole e giubbotto di pelle. Poi in un sito di incontri nel 2014 conosce Mansur, un ceceno, e ne se invaghisce. Lo raggiunge in Cecenia, poi vivono qualche tempo a Istanbul. Infine il grande salto. L’adesione del marito all’Isis e il loro trasferimento in Iraq, a Mosoul. Lì fa la vita di una islamica “per bene”: porta il velo, esce solo con il marito per andare a parlare con i familiari in Russia all’internet-café, le nasce anche un bimbo. Si trova ogni tanto con due amiche russe che anch’esse hanno scelto di seguire i loro uomini in questa disgraziata avventura. Il loro unico svago, autorizzate dai mariti, tingersi i capelli di arancione e biondo platino.

Fino al giorno che Mansur muore in combattimento e Rushena resta sola. Tenta di rientrare in Russia con l’aiuto dei parenti, ma 10mila dollari non bastano a chi può organizzare il rientro illegale in Russia. Alla fine, quando le forze governative riprendono il controllo di Mosoul, Rushena e il figlio vengono arrestate. Ora come tutte le altre donne russe è ancora in attesa del processo. La famiglia giura che non sia una terrorista. Il governo russo si è mosso con circospezione sia perché sarebbe difficile avanzare una richiesta di estradizione sia perché teme che alcune di queste donne possano essere ancora legate all’esercito islamico, possano alimentare il fenomeno del radicalismo islamico in Russia, Marya Zacharova, portavoce del ministero degli Esteri della Federazione russa, in un briefing dello scorso aprile ha confermato che il governo russo si vuole tenere le mani libere. Zacharova ha dichiarato che se verrà confermata la cittadinanza russa delle donne, l’ambasciata in Iraq “garantirà il rispetto dei loro diritti e la difesa da parte gli avvocati locali”, ma niente più.

Questa la vicenda. Ora credo che nessuno abbia risposte facili in questo tipo di situazioni che mettono in gioco diritti umani ma anche sicurezza per i cittadini del paese coinvolto. Difficile davvero immaginare come venirne fuori, in primo luogo per i bambini. E neppure io, lo ammetto, ho le idee chiare. E quindi vi chiedo, cari lettori, cosa ne pensate?

Buongiorno Mosca,
Storie, vicende e riflessioni dalla Russia
[email protected]

S’i’ fosse foco, arderei ‘l referendum

L'ex segretario del Pd Matteo Renzi ospite della trasmissione di Rai1 "Che tempo che fa" condotta da Fabio Fazio, Milano, 29 Aprile 2018. ANSA / MATTEO BAZZI

In diretta televisiva nazionale, nella trasmissione di Fabio Fazio (quella che vorrebbe farci la predica invitando spesso i bulli trattandoli come indispensabili moralizzatori), è stato ospite quel Matteo Renzi che il 23 marzo del 2018 aveva dichiarato «ora starò zitto per due anni». È durato fino al 29 aprile. Del resto si sa che una delle qualità migliori delle trasmissioni di Fazio è proprio quella di essere “aperta” a tutti, come ospiti, mica solo quelli di una cerchia ristretta.

Quindi, quello che aveva dichiarato (anzi, che aveva promesso, per calmare gli animi dopo la sconfitta) di voler essere un senatore semplice, ha parlato a lungo della crisi politica di queste settimane usando il «noi» come lo userebbe chi si ritrova a guidare un partito, mica come un dimissionario convinto. Del resto se è vero che in molti nel Pd chiedono che venga consultata la base, è anche vero che a Renzi è bastato un giro in bici nei giorni scorsi per sapere cosa pensa la gente con la solita umiltà di chi ritene il proprio punto di vista come unica realtà possibile e accettabile.

Ha insistito ancora sul referendum costituzionale (che è la batosta che più gli brucia, sembra ancora di più della pesante sconfitta elettorale) insistendo nel dire che accetta il risultato degli elettori, che però secondo lui è sbagliato, ovvio. Ha detto di avere cominciato a fare politica per andare contro il partito-azienda di Berlusconi (infatti ci si è solo alleato, e che diamine), ha detto che gli italiani hanno votato per mandare il Pd all’opposizione (degradando, se possibile, ancora di più i suoi elettori che sono sempre meno), ha collegato la mancata riforma costituzionale alla pessima legge elettorale di cui è padre politico (e invece la sentenza della Consulta dice tutt’altro, come eroicamente tenta di spiegare Lorenzo Pregliasco da giorni qui) e infine ci ha tenuto a dirci che il caso della colf pagata in nero (forse) dalla compagna di Roberto Fico diventerà il Watergate italiano (e fa niente che i genitori di Renzi, nel frattempo, siano stati indagati in un’inchiesta di fatture false).

Non era in diretta. Era in differita dal 2014. Ma quando si tratta di intossicare un po’ il clima è sempre tra i migliori. Lui e Silvio.

Buon lunedì.

Tre anni dopo il sisma la gente trema ancora in Nepal

Famiglie in case provvisorie a Dharmastali

Sedevano davanti alla televisione, Manis e Asok, quando la terra ha iniziato a tremare e il soffitto di casa loro è ceduto all’improvviso. Di corsa sono fuggiti per strada per non rimanere intrappolati tra le macerie, mentre le abitazioni tutt’intorno crollavano l’una dopo l’altra. In quel terribile 25 aprile del 2015, il giorno più triste della travagliata storia della giovane repubblica federale del Nepal, un sisma di magnitudo 7.8 spazzava via interi paesi e abbatteva oltre mezzo milione di case, uccidendo 9mila persone. Tre anni dopo, il villaggio di Manis e Asok, Dharmastali, è un cantiere aperto, dove nuove abitazioni in cemento si alternano a rifugi temporanei in lamiera.

Una famiglia di Dharmastali vive ancora in una tenda mentre lavora alla costruzione della nuova casa – foto Nicola Zolin

La maggior parte dei negozi del villaggio ha riaperto sotto forma di baracche sostenute da pali in bambù. Per le strade uomini e donne insieme trasportano rocce, rompono pietre, aiutati dai loro figli di ogni età.

Sunaji studia fuori dalla casa provvisoria dove vive a Dharmastali – foto Nicola Zolin

Prima del sisma, le case in stile tradizionale newari di Dharmastali rappresentavano un vanto per la popolazione, caratteristiche per gli unici intagli in legno e le costruzioni in mattoni rossi, belle come quelle delle città di Patan e di Bhaktapur, gioielli architettonici storici della valle di Kathmandu. Il 25 aprile, il terremoto le ha ridotte in macerie. Il sisma, ampiamente previsto dai geologi internazionali, ha colpito un Paese del tutto impreparato a gestire una calamità di queste dimensioni, dopo oltre vent’anni di instabilità politica…

Il reportage di Nicola Zolin prosegue su Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Torna Jackson Browne. Ed è pura poesia

“Adesso le parole sono state dette tutte e per qualche motivo la sensazione non era ancora quella giusta, e abbiamo continuato tutta la notte ripercorrendo i nostri passi fin dall’inizio, fino a quando sono svaniti nell’aria, cercando di capire come le nostre vite ci abbiano condotto fin qui. Guardandoti dritta negli occhi non vedevo nessun volto conosciuto..che vuota sorpresa sentirsi così soli..Ora alcune parole mi vengono facili ma so che non significano nulla paragonate alle cose che si dicono quando due amanti si toccano. Non hai mai saputo cosa ho amato di te e io non so cosa tu hai amato di me. Forse il ritratto di qualcuno che speravi io fossi..Di nuovo sveglio, non posso fingere e so di essere solo e vicino alla fine dei sentimenti che conoscevamo. Per quanto tempo ho dormito? Per quanto mi sono trascinato da solo nella notte? Per quanto ho sognato che avrei potuto farcela se solo avessi chiuso gli occhi e provato con tutte le mie forze di essere ciò di cui avevi bisogno? Per quanto tempo ho rincorso quel volo mattutino attraverso le promesse sussurrate e il mutare della luce nel letto su cui dormivamo insieme, in ritardo per il cielo…?” (da “Late for the Sky”).
Probabilmente in questa composizione si possono riassumere la poetica, la cifra stilistica e la capacità di “raccontare” gli stati d’animo degli esseri umani di Jackson Browne. Autore, chitarrista, pianista e attivista politico tra i più importanti della musica contemporanea mondiale. La riedizione su vinile di “Late For The Sky” di qualche settimana fa ci dà la possibilità di rileggere alcuni tratti della sua vita artistica e della sua “visione”, che come molti altri autori suoi coetanei, alla fine degli anni ’60 e inizi ’70, si cimentarono nella creazione di pagine da ascrivere a quel diario, quello dei nostri cuori, che ancora oggi , fortunatamente, sembra non aver fine. L’album uscì originariamente nel settembre del 1974. Fu il terzo lavoro solista dell’autore, nato nel 1948 ad Heidelberg, in Germania, e trasferitosi poi con l’intera famiglia nel 1951 definitivamente in California. Malgrado la sua prolificità, l’esordio discografico avvenne con la Asylum di David Geffen solo nel 1972. Al primo album fece seguito quello straordinario “For Everyman” nel 1973, con la hit “Take It Easy” con quella chiara matrice country-rock in voga in quegli anni. Autore “intimista”, con una integrità e coerenza musicale ancora oggi intatte, “brother Jackson” (nomignolo affibbiatogli dagli amici del “giro”) ha spesso dedicato le sue canzoni al mondo degli affetti; votati alla continua ricerca di risposte, riuscendo così a scrivere capolavori indelebili, sospesi tra “ballads” e pezzi rock, viaggi sonori e denunce sociali passando per i vari “post” quali il Vietnam e il flower-power. Ma l’album “Late For The Sky” fu una vera prova di coraggio, in cui l’artista mise a nudo i propri sentimenti. Oggi rimane difficile pensare quanti colleghi siano capaci di raccontarsi e farci entrare nel loro “privato”, se non addirittura nel loro mondo “segreto”. Questo scavare nel profondo che suggerì al regista Martin Scorsese l’inserimento della title-track in una delle scene più toccanti del storia del cinema, contenuta nel suo film “Taxi Driver”, in cui il protagonista, Travis Bickle, interpretato da uno grandissimo Robert De Niro, è immerso nel silenzio, con in mano una pistola, lasciandoci nel dubbio: sta ascoltando le parole della canzone o è perso nelle immagini del televisore davanti a lui? La sua mente è davvero lì? Mai una scena migliore, coadiuvata dal potere evocativo della canzone di Browne, poteva essere creata per trasformare il volto di un essere umano in un capolavoro di solitudine, mentre la tragedia raccontata musicalmente diventava immagine e cornice dell’epilogo dei protagonisti, nel film e nel brano. Una fusione perfetta. “Late For The Sky” è poesia pura: il racconto della fine di una storia d’amore, che pochi altri hanno “realizzato” in questo modo, e che Browne, perseguì nei brani successivi usando toni quasi sempre crepuscolari come accade in “Fountain Of Sorrow”: “Quello che vedevo allora non era affatto quello che stava realmente accadendo, anche se il nostro percorso sembrava crescere. Ma quando guardi attraverso le illusioni dell’amore sta lì il pericolo! E il tuo perfetto amante sembra solo un perfetto pazzo e così corri in cerca di un perfetto sconosciuto, mentre la solitudine sembra esplodere nella tua vita come una fontana da una piscina. Fontana di tristezza, fontana di luce.” Questa sorta di autobiografia giovanile musicale continua con “Farther On”: “Quando ero più giovane ho nascosto le mie lacrime e trascorrevo i miei giorni da solo alla deriva in un oceano di solitudine. I miei sogni gettati come reti per catturare l’amore di cui avevo sentito parlare nei libri, nei film e nelle canzoni.” Discorso che si amplia nelle successive “The Late Show”, la classica “For A Dancer”, dedicata ad un amico scomparso, “The Road and the Sky”, e “Walking Slow”. Ma al di là dei testi, la musica, sempre curata nei dettagli, sottolinea quanto le liriche e gli interventi strumentali siano in completa “consonanza” tra loro. Browne, invitò diversi illustri cantanti tra i quali Don Henley e Dan Fogelberg, ma lasciò libera completamente, in un perfetto equilibrio elettroacustico, l’assoluta maestria di David Lindley (ex chitarrista dei Kaleidoscope). Spesso in contrappunto, con l’uso variegato di chitarre elettriche, viola, lap steel guitar o violino, Lindley fece assumere all’intero album un carattere unico che pervade l’intero lavoro rendendolo immortale. Ma questo disco non contiene solo tristezza e malinconia ma anche luce e speranza, che passano attraverso la consapevolezza di aver vissuto una stagione ricca di sogni e sorrisi e che gli uomini hanno voluto abbattere partendo proprio dalla Natura e dalla distruzione della Terra. E’ uno dei gridi più forti contenuto nel brano finale, “Before The Deluge”, che inaugurò la nuova attitudine di Browne verso la scrittura e l’interesse ai temi sociali. Attenzione che porterà lentamente l’artista ad occuparsi di tematiche scottanti e drammatiche come quelle dei desaparecidos, delle minoranze etniche, della lotta all’uso dell’energia nucleare con il progetto No Nukes ideato nel 1979 assieme a Bonnie Raitt, Graham Nash e John Hall.

Una sorta di racconto dell’Apocalisse infatti è contenuta in “Before The Deluge”, dove ritornano l’immagine dell’acqua e degli altri elementi della natura, in cui i protagonisti, coinvolti nella lotta contro la tempesta, alla fine troveranno rifugio nella musica che ascoltano: “lasciate che la musica innalzi i vostri spiriti, che le case tengano i vostri figli all’asciutto. Lasciate che il creato riveli i propri segreti a poco a poco. Quando la luce che si è persa dentro di noi raggiungerà il cielo.” Una chiusura che si oppone al tono drammatico iniziale e che rende l’album complesso, arricchito anche dalla copertina, ispirata al famoso quadro “L’Empire des Lumiéres” di Magritte. Immagine che vorrebbe apparentemente parlarci dell’eterno dualismo, delle luci e delle ombre della vita, dei conflitti inevitabili, di qualcosa che non potrà mai cambiare, ma che Browne ribalta, aggiungendo all’idea originale del pittore, una automobile, riportando così, ad una dimensione più realistica, il personale significato dell’esistenza umana. Capovolgendo così quella sorta di inquietudine e quelle associazioni ambigue marcatamente presenti nei dipinti di Magritte, che agitano e che paralizzano.

Con l’inserimento della Chevrolet nel quadro, Browne è come se ci prendesse per mano per portarci dentro la casa con quella finestra illuminata. Forse è lì, che si stanno svolgendo, all’interno dell’abitazione, sinonimo del suo “privato”, quelle storie raccontate nelle sue canzoni. E non solo: ci lascia pensare che esistono anche altri colori, oltre il bianco e il nero, oltre la notte e il giorno, mediati dalla luce del lampione, e che nel cammino e nel guardare avanti e quindi nella realizzazione di un movimento “interno”, simboleggiato dall’automobile, si possano superare le difficoltà.
Sono passati quarantaquattro anni e questo disco, dall’alto contenuto romantico e malinconico, continua a farci emozionare. I temi toccati ci incuriosiscono, ci pongono dei quesiti, ci intrigano, perché parlano di dinamiche umane e quindi di poesia. Torneremo ancora parlare di “brother Jackson” più avanti, ad ottobre prossimo per celebrare le sue bellissime settanta primavere. Nel frattempo abiteremo nell’hotel dei cuori spezzati in attesa che alla porta bussi di nuovo quell’amore che avevamo conosciuto, accompagnati da queste melodie. Saremo pronti ad aprirci di nuovo, nudi sotto quella fontana che non sarà di dolore e solitudine ma di gioia. Senza ombre. Con un cielo di sole e con il vento che spazzerà le nuvole, lasciando al brillante azzurro la libertà di dipingere i nostri occhi.

Magritte

Bruno Zevi, progettare la democrazia

Roma 1984

Si è scelto il giorno della Liberazione per inaugurare la mostra in occasione del centenario della nascita di Bruno Zevi. E non è un caso, vista la forza del personaggio che si è speso per tutta la vita tra architettura, politica e ricerca culturale. L’occasione è al MAXXI di Roma con Gli architetti di Zevi. Storia e controstoria dell’architettura italiana 1944-2000. Curata da Pippo Ciorra e Jean Louis Cohen e dedicata al grande critico, docente, politico, architetto che attraverso la sua attività teorica di storico e intellettuale ha influenzato almeno due generazioni di appassionati ed addetti ai lavori, la mostra è realizzata in collaborazione con la Fondazione Bruno Zevi. Con materiale proveniente da istituzioni nazionali e da archivi privati, ripercorre gran parte dell’attività dello studioso nell’Italia del dopoguerra attraverso il lavoro di 38 dei “suoi” architetti tra cui Carlo Scarpa, Pier Luigi Nervi, Renzo Piano, Franco Albini, Giovanni Michelucci, Mario Ridolfi, Maurizio Sacripanti, Carlo Mollino e Luigi Pellegrin.

Allestita come un grande studio con tavoli, mensole e librerie, propone disegni, plastici e materiale audiovisivo e sottolinea soprattutto l’importanza della relazione tra politica e architettura, temi a lui molto cari e che hanno segnato tutta la sua vita. Nato a Roma da famiglia italiana di religione ebraica, abbandona il Paese nel 1938 dopo l’emanazione delle leggi razziali da parte del regime fascista. Si reca a Londra e poi negli Stati Uniti dove fa degli incontri importanti. Zevi infatti si laurea in Architettura ad Harvard presso la Graduate school of design diretta in quegli anni da Walter Gropius anch’egli lontano dall’Europa. Inoltre, ha modo di conoscere direttamente Frank Lloyd Wright e la sua opera che segna in maniera indelebile il suo percorso formativo.

In quel periodo, tra l’altro…

 

L’articolo di Matteo Sintini prosegue su Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Divorziare è rivoluzionario, la sfida delle donne cinesi

epa06680800 A woman takes a photo on the Pearl River waterfront in Guangzhou, China, 19 April 2018 (issued 20 April 2018). Guangzhou, formerly known as Canton, is the capital of the province of Guangdong in southern China and the main manufacturing hub of the Pearl River Delta. EPA/STR Issued on 20 April 2018

In Cina sempre più matrimoni falliscono. Falliscono per volere delle mogli ma contro la volontà delle autorità in un braccio di ferro che vede la crescente emancipazione femminile contrapporsi alle esigenze sociali e al bagaglio dei valori di stampo confuciano. In dieci anni, tra il 2006 e il 2016, il numero dei divorziati è raddoppiato, passando da 1,5 a 3 su 1000 persone per un totale di 4,2 milioni di casi. Stime che acquistano significato se lette alla luce di un dettaglio per nulla scontato: secondo un recente rapporto della Corte suprema del popolo, il massimo organo giudiziario cinese, il 70 per cento delle dispute matrimoniali non consensuali (circa il 20 per cento del totale in larga parte di competenza del ministero degli Affari civili) è stato avviato dalla controparte femminile. Quella che – nonostante il progressivo abbattimento dei vecchi pregiudizi – continua a sostenere i costi sociali più onerosi di una separazione, con il rischio di discriminazioni sul lavoro e minori possibilità di rifarsi una vita sentimentale. Specie se con figli a carico. Circa il 78 per cento dei richiedenti divorzio ha citato l’incompatibilità come principale motivo di rottura.

Sebbene la prima legge matrimoniale voluta da Mao Zedong nel 1950 abbia sferrato un iniziale affondo contro il sistema patriarcale – da una parte riconoscendo pari diritti per entrambi i sessi dall’altra vietando i matrimoni combinati e le unioni forzate – è soltanto con l’emendamento del 1980 che il divorzio “senza colpa” diventa legalmente accettato. Da allora, il tasso di separazioni comincia a lievitare. Le prime a scoppiare sono quelle coppie urbano-rurali nate per convenienza ai tempi della “rieducazione” nelle campagne sperimentata dai giovani durante la Rivoluzione culturale. L’apertura della Cina al mondo, la vertiginosa crescita economica e la liberalizzazione sessuale d’importazione occidentale hanno velocizzato e ampliato l’estensione del fenomeno.
Nel 2010 sulla stampa statale compare una nuova parola: shanhun: “matrimonio lampo”.

Ovvero quando il colpo di fulmine…

L’inchiesta di Alessandra Colarizi prosegue su Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA