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Prima gli africani

epa03556207 A undated image showing plaintiff Nigerian farmer Eric Dooh showing his hand covered with oil from a creek near Goi, Ogoniland, Nigeria. According to a report of UNEP (United Nations Environment Programme), leaks in Shell pipelines in Nigeria occur regularly, causing harm to communities in the Niger Delta region. A group of Nigerian plaintiffs claim Shell is liable for the damage the leaks caused, while Shell claims most leaks are the result of sabotage. Reports also state fishponds and farmland have been destroyed, while most locals have no other option but to drink from polluted water. Eric Dooh from Goi (Ogoniland), Alali Efanga from Oruma (Bayelsa) and Friday Alfred Akpan from Ikot Ada Udo (Akwa Ibom), individual farmers from three different communities in the Niger Delta, have taken Shell into the Dutch civil court of The Hague in a landmark pollution case, asking for compensation for damages to their land. The verdict in the case is due 30 January 2013. EPA/MARTEN VAN DIJL

“Reati in calo. Meno sbarchi nel 2017”. Diversi giornali l’11 aprile scorso hanno sintetizzato in questo modo alcune frasi pronunciate dal ministro dell’Interno, Marco Minniti, alla cerimonia per i 166 anni della fondazione della polizia di Stato. Si potrebbe pensare a una semplificazione giornalistica ma non lo è. Il ministro ha davvero messo uno accanto all’altro il calo dei crimini e la diminuzione dei flussi migratori dall’Africa attraverso il Mediterraneo. E gran parte della stampa non si è fatta problemi a rilanciare acriticamente il nesso. Contribuendo a far passare il messaggio che i migranti sarebbero una minaccia per la sicurezza degli italiani. Un’idea distorta della realtà che è stata, a vario titolo, il cardine della campagna elettorale di Lega e M5s e che anche il Pd ha cavalcato, pagando con la sconfitta la scelta di scimmiottare le destre. Ma cosa ha detto il ministro?

«Nel 2017 si è registrato il più basso tasso di reati degli ultimi 10 anni, un risultato straordinario che l’Italia farebbe male a dimenticare». E poi ha aggiunto: «Per il decimo mese consecutivo si è registrato un calo degli sbarchi di migranti. Dal 1 luglio a oggi sono arrivate 95.600 persone in meno rispetto al 2016 e si tratta di un colpo straordinario ai trafficanti di esseri umani». Questo appena descritto è solo un esempio di come media e istituzioni da anni contribuiscano a creare una falsa percezione dello straniero nell’opinione pubblica, creando un capro espiatorio (che guarda un po’, non ha diritto di voto) da “sacrificare” nella corsa al potere. Non è un caso che dal 5 marzo scorso la presunta e tanto sbandierata «emergenza immigrazione» sia scomparsa dai radar della politica e dai titoloni dei giornali. Eppure, come raccontiamo in questa storia di copertina, dalla Nigeria, dal Corno d’Africa, dalla Libia e da altri Paesi poveri o in guerra le persone continuano a scappare. Donne, bambini, uomini, che fine fanno? Perché ne arrivano di meno?

«Vorrei che ci liberassimo di una sorta di senso di colpa. Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ripetiamocelo. Ma abbiamo il dovere morale di aiutarli. E di aiutarli davvero a casa loro». Questa frase di Matteo Renzi fu prima pubblicata e poi eliminata dalla pagina Facebook del Pd il 7 luglio 2017 sollevando non poche polemiche. «Aiutiamoli a casa loro» era anche lo slogan (di pura matrice colonialista) di Salvini e della Meloni e in quelle parole c’era tutto il senso del cosiddetto «reato di solidarietà» introdotto con il codice di Minniti e dagli accordi con la Libia che di fatto vietano alle Ong di salvare i profughi alla deriva nel Mediterraneo. Noi di Left ci siamo chiesti: ne arrivano di meno perché iniziano a funzionare gli aiuti “a casa loro”? Siamo andati a vedere cosa succede in Nigeria e in Etiopia, due tra i più importanti crocevia africani dei flussi migratori verso l’Europa.

In questi due Paesi l’Eni e la Salini-Impregilo hanno siglato contratti miliardari rispettivamente per l’estrazione di petrolio e la costruzione di dighe. Con quali risultati in termini di ricadute sulle popolazioni locali ce lo raccontano in una lunga e articolata inchiesta Dino Buonaiuto e Luca Manes. Facendo il punto su due processi in corso a Milano che vedono in un caso i vertici dell’Eni imputati per corruzione di un vecchio governo nigeriano e nell’altro il Cane a sei zampe chiamato in solido con una controllata accusata di aver inquinato e non bonificato un’area del delta del Niger vitale per la popolazione indigena degli Ikebiri. Anche nel Paese più sviluppato del Corno d’Africa, la presenza italiana è al centro di un caso. La diga Gibe III, “battezzata” da Renzi nel 2015, ha gradualmente sommerso le coltivazioni e i territori d’allevamento da cui dipendono le tribù della Valle del fiume Omo, e ridurrà drasticamente il livello del Turkana in Kenya, il più grande lago desertico del mondo. Si calcola che circa 500mila persone in Etiopia e in Kenya si troveranno a dover fronteggiare una catastrofe umanitaria.

Torniamo alla nostra domanda: donne, bambini, uomini, che partono dall’Africa che fine fanno? Perché ne arrivano di meno? «La politica dell’Unione europea e dell’Italia in particolare di assistere la guardia costiera libica nell’intercettare e respingere i migranti nel Mediterraneo è disumana. La sofferenza dei migranti detenuti in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità». E ancora: «Gli osservatori sono rimasti sconvolti da ciò che hanno visto: migliaia di uomini, donne e bambini emaciati e traumatizzati, ammassati l’uno sull’altro, bloccati in capannoni e spogliati della loro dignità». Sono parole pesanti come macigni quelle che l’alto commissario Onu per i diritti umani (Unhcr) Zeid Raad al-Hussein pronunciò il 14 novembre 2017 puntando indirettamente il dito contro la legge Minniti-Orlando e il «codice Ong».

Dunque, arrivano meno profughi perché finiscono prigionieri e schiavi dei libici con cui lo Stato italiano ha siglato accordi di collaborazione? Stando a quanto detto dal ministro Minniti sempre l’11 aprile alla festa della polizia, non è così. «L’Unhcr lavora in Libia, visita i centri, è innegabile che qualcosa sia cambiata e stia cambiando».

Abbiamo allora chiesto, per completare il quadro, a Marta Bellingreri di raccontare cosa succede oggi nel Mediterraneo a chi riesce a imbarcarsi per tentare di entrare in Europa. E quel che emerge sembra smentire in pieno la versione di Minniti. Del resto qualche sospetto già lo avevamo, avendo raccontato sul Left del 23 marzo scorso la storia di Segen, il giovane eritreo di 21 anni giunto in fin di vita per denutrizione al porto di Pozzallo dopo essere stato detenuto per 18 mesi in uno dei suddetti centri. Purtroppo i medici non hanno potuto far nulla. Segen è morto letteralmente di fame poche ore dopo all’ospedale di Modica. Marta ci ha raccontato che sulla stessa nave Ong che lo aveva raccolto, la Proactiva open arms, c’erano almeno altri 15 giovani nelle sue stesse condizioni.

L’editoriale di Federico Tulli è tratto da Left in edicola


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Cosa non si fa per un posto al sole

An unidentified boy walks across an oil pipeline running through the Okrika neighborhood of Port Harcourt in Nigeria's oil-rich delta region, Saturday, Oct. 7 2006. Most of the delta's people don't have access to clean drinking water or regular sources of electricity. In the absence of government aid, they turn to oil companies as surrogate providers. But company-sponsored development projects also often fail, due to corrupt contractors or broken promises, leaving communities bitter. (AP Photo/Sunday Alamba)

A distanza di quasi un secolo dalle mire imperiali di Mussolini, l’Italia ha iniziato a guardare di nuovo con crescente interesse l’immenso continente che s’apre appena al di là del Mediterraneo. Rispetto all’Africa di fine anni Venti, soggiogata e depredata delle sue immense ricchezze naturali dalle potenze coloniali occidentali, quella di oggi in diversi Paesi (vedi box a pag. 15, ndr) è riuscita a fare passi in avanti, seppur timidi e arrancanti, verso una stabilità politica diffusa che, usando parametri occidentali, ha contribuito a un convincente incremento complessivo del Pil e una sostanziale crescita economica sul lungo termine.

Certo, numerosi conflitti più o meno dimenticati sono ancora in corso, nel corno d’Africa, nei Paesi del sub Sahara occidentale, solo per citarne alcuni. Guerre nate per lo più come scontri locali, etnici-tribali e per l’accesso alle risorse, che con il passare del tempo hanno assunto un carattere sempre più internazionale a causa del coinvolgimento militare di Paesi occidentali (es. Francia in Mali). Ma accanto al florido mercato delle armi che ruota intorno a questi conflitti e arricchisce i grandi produttori, Italia compresa, c’è quello altrettanto appetitoso della ricostruzione, delle infrastrutture, oltre che delle immense risorse naturali a cominciare dagli idrocarburi fossili. Tutto questo spinge ora, come un tempo, l’Occidente e le nuove potenze (Cina in testa) a riconsiderare il continente come un enorme potenziale forziere cui attingere e da sfruttare che senza soluzione di continuità si sviluppa dalle coste del Mediterraneo fino a capo Agulhas.

Stando ai dati del 2016, è proprio il nostro Paese, a guidare la classifica europea per valore degli investimenti diretti esteri (Ide), con un totale di 20 maxi-progetti per…

L’articolo di Dino Buonaiuto prosegue su Left in edicola


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Protestano i giornalisti in Colorado: ennesimo attacco alla libertà di stampa

Anche se la “situazione Trump” è da tempo “out of control”, fuori controllo, – per l’attacco costante del presidente americano ai media del suo Paese -, la più “grande crisi del giornalismo” da affrontare oggi, secondo l’editore in capo del New York Times, Brian Stelter, è il “declino dei giornali locali”. Questa è una delle tante notizie negative nella giornata internazionale, 3 maggio, della libertà di stampa, proclamata dall’Onu nel 1991.

La ribellione dei giornalisti in Colorado, USA, va avanti da quasi un mese. Il Post di Denver, uno dei più grandi giornali locali del West americano, fondato 125 anni fa, 170mila copie vendute al giorno e quasi 9 milioni di visite online al mese, ha vinto nella sua storia 9 premi Pulitzer. Ad inizio aprile molti giornalisti del Denver Post hanno lasciato l’edificio bianco della redazione per sempre. “News matters”, le notizie sono importanti, era il titolo a lettere cubitali in prima pagina il giorno dopo. La protesta contro i proprietari, i “capitalisti avvoltoi”, era cominciata. È stata la Alden Global Capital, un hedge fund di New York che ha acquistato il giornale, ad imporre tagli alla redazione e 30 reporter, un terzo dello staff, sono stati licenziati.

Colo. Should demand the newspaper it deserves”, il Colorado dovrebbe richiedere il giornale che merita, hanno scritto i reporter: «cogliamo l’occasione per riconoscere delle verità fondamentali. Quando i proprietari di una redazione vedono nel profitto il loro unico obiettivo, qualità, affidabilità e responsabilità ne risentono. La loro missione è compromessa». Questo non è il primo taglio imposto alla redazione di Denver, ma «quest’ultimo in particolare, è stato come tagliarsi via una gamba, letteralmente come tagliare via un arto al giornale», ha scritto Jesse Paul, reporter politico che lavora al DP dal 2014. Come molti altri suoi colleghi, non ha avuto paura di criticare la scelta della Alden Global. Chuck Plunkett, editorialista del quotidiano dal 2003, è cosciente del rischio che corre, criticando apertamente i proprietari del giornale, ma «è la cosa giusta da fare, e se questo vuol dire perdere il mio posto di lavoro per difendere i miei lettori, allora vuol dire che non stavo lavorando per le persone giuste».

La storia del Denver Post, non è unica in America. Centinaia di redazioni locali nel paese combattono per sopravvivere nell’era del digitale e dei social media, dei tagli per i profitti e delle strategie di mercato.
Oggi, 3 maggio, è la giornata mondiale della libertà di stampa, stabilita dall’Assemblea generale Onu nel 1991, per ricordare a governi ed autorità, l’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei diritti umani, per difendere i media nella loro indipendenza e non dimenticare i giornalisti che hanno perso la vita esercitando la loro professione.

Molti giornalisti quest’anno hanno perso la vita (v. ultimo attacco kamikaze in Afghanistan), molti altri il lavoro. Specialmente oggi, non solo negli Stati Uniti, bisogna porre la stessa domanda dei reporter licenziati in Colorado agli “avvoltoi capitalisti” e anche ai loro lettori. Come scrive l’editorialista Mario Nicolais: chi sarà al nostro posto quando “all the journalists are gone”, quando tutti i giornalisti saranno spariti?

La vera invenzione di Apple: l’i-tax

I poveri in Italia, quelli che guadagnano da zero euro all’anno fino a quindicimila euro, pagano più tasse di Apple. Come scriveva ieri Repubblica l’aliquota fiscale più bassa qui da noi è del 23% mentre l’azienda Usa ha chiuso il trimestre con un tax rate del 14,5% grazie soprattutto alla morbidezza dei governi nei confronti delle multinazionali (lottare contro i poveri fingendo di lottare contro la povertà è una costante di questi tempi).

Parliamo, per capirci, di un’azienda che nell’ultimo trimestre ha registrato utili per 13,8 miliardi di dollari.  Con buona pace dei contribuenti, dei clienti ma soprattutto con buona pace di una politica (italiana e internazionale) che usa la parola uguaglianza come se fosse un souvenir di cui accontentarsi, uno di quei colossei in plastica ruvida che è buono per comprarsi la sensazione di essere passati almeno una volta nella vita da Roma.

Il tema, se ci pensate, è enorme perché contiene tutto: la cosiddetta crisi economica che altro non è che l’incapacità (o meglio, la mancata volontà) di far pagare di più a chi ha di più, c’è dentro la rabbia dei lavoratori che si sentono sfruttati non solo sul luogo di lavoro ma anche e soprattutto dalla codardi di una politica assente, c’è dentro il capitalismo più becero che in nome della libertà consente di comprarsi i diritti e i doveri come se fossero merce di scambio.

E c’è il silenzio, tutto intorno, della politica italiana, quella che sulle indignazioni ha costruito i suoi bacini di voti negli ultimi anni è che è talmente vigliacca da non riuscire mai a prendersela con i prepotenti ma solo con gli straccioni. E la guerra tra poveri continua.

Buon giovedì.

La Turchia che si ribella a Erdogan si prepara alle elezioni. Demirtas candidato dal carcere

epa06703687 Protestors clash with riot police as they try to reach Taksim Square for an illegal May Day celebration in Istanbul, Turkey, 01 May 2018. Labour Day or May Day is observed all over the world on the first day of May to celebrate the economic and social achievements of workers and fight for laborers rights. EPA/SEDAT SUNA

Mentre il giorno della festa dei lavoratori la Turchia che si ribella scende in piazza cantando Bella ciao, per manifestare contro Erdogan – centinaia gli arrestati – l’opposizione prepara la contromossa in vista delle elezioni. Sarà ufficiale solo il 3 maggio, quando lo annunceranno in conferenza stampa, ma fonti anonime lo hanno già reso noto alla stampa: tutti uniti contro Erdogan. Il partito popolare repubblicano, il Chp, insieme ad altri tre raggruppamenti d’opposizione – Iyi, il partito islamista Saadet e il partito democratico – hanno raggiunto un accordo per correre uniti alle elezioni del prossimo 24 giugno in Turchia contro l’Ak, il partito del presidente, al potere dal 2002, e che si alleerà invece con l’Mhp, partito del movimento nazionalista.
Tutti uniti contro Erdogan: o meglio, quasi tutti. Non farà parte di questa nuova unione d’opposizione l’Hdp, partito popolare democratico, diventato terzo partito in Parlamento alle ultime elezioni del 2015. La campagna di Selahattin Demirtas, appena nominato candidato presidenziale dell’Hdp, comincerà dalla cella in cui è rinchiuso dal novembre 2016 per “propaganda al terrorismo del Pkk”, il partito dei lavori curdo fondato da Ocalan.

«Non c’è nessun ostacolo legale che gli impedisce di essere il candidato del partito pro-curdo alle elezioni, nonostante correrà dall’interno di una cella del carcere. Il suo stato di prigioniero evidenzierà la campagna in corso del governo turco contro i curdi in generale, contro l’Hdp in particolare. Numerosi membri di questo partito sono stati arrestati con diverse accuse da quando hanno raggiunto un risultato storico alle ultime elezioni» scrive l’agenzia Nrt. Domenica scorsa 40 membri dell’Hdp sono stati arrestati durante un meeting elettorale. Secondo i dati forniti dal partito, in generale, nelle celle turche, rimarrebbero 10mila persone vicine all’Hdp, tra loro ci sono 100 sindaci eletti e 9 deputati parlamentari.
Demirtas rischia in totale 142 anni di prigione,  anche per un presunto insulto ad Erdogan, che Demirtas avrebbe rivolto al presidente durante un discorso compiuto a marzo di cinque anni fa durante il Newroz, il capodanno curdo, ad Instabul. Il procuratore di Istanbul, intanto, ha chiesto 5 anni di carcere, secondo l’agenzia Anadolu. La prossima udienza del suo processo è stata rimandata all’otto giugno, solo due settimane prima delle elezioni. Fuori dalla corte due giorni fa c’erano però i suoi sostenitori a chiedere urlando la liberazione “del presidente Selo”, soprannome di Demirtas.
«Prendere il tuo rivale come ostaggio, non è politica, è fascismo. Vi sbagliate se pensate che le persone si arrenderanno se terrete Demirtas in prigione» ha detto Meral Danis Bestas, deputata Hdp. «Non mischiate la politica e la legge. La politica viene fatta nelle piazze, non nei tribunali, se volete vedere Demirtas in piazza, allora rilasciatelo».

Simone Lenzi, madrigalista rock

Da pochi giorni è in libreria il nuovo romanzo di Simone Lenzi, In esilio. L’anno scorso, un libretto, così lo definisce l’autore, a dir poco interessante: Per il verso giusto. Un’anatomia filologica, ma non solo, della canzone. A firmarlo per Marsilio è Simone Lenzi, frontman del gruppo Virginiana Miller, autore de La generazione e del premiato Mali minori, quasi filosofo (manca solo la tesi), amante del silenzio, di cui gode in un paese in provincia di Pisa.

Con la prefazione di Bianconi dei Baustelle, Per il verso giusto, (che sarà presentato il 3 maggio, alle 14,30  all’Università di Siena da Simone Marchesi, Gianni Guastella, Francesco Stella e Natascia Tonelli)  è un viaggio nella tradizione madrigalista per arrivare ai Beatles, passando per la musica barocca di Monteverdi e le sonorità contemporanee dei Radiohead. Sottolineando ogni volta il carattere democratico della forma canzone. E come musica e testo si donino senso a vicenda.

Simone Lenzi, la canzone è «costitutivamente democratica», perché?
Perché unisce due attitudini: una è quella del paradigma classico dell’artista romantico, che vuole affermare la propria individualità, uno stile, una cifra personale. Ma facendo canzoni non può ignorare modelli condivisi dalla collettività. Che poi da un punto di vista politico, corrisponde ad affermare se stessi con gli altri.
Piero Ciampi e i Blink-182. Ritroviamo Gino Paoli e un gruppo come i Massive Attack. Cosa ha guidato la scelta?
Sono andato a pescare tra cose che mi piacciono, che conosco. Mi interessava far capire che cosa succede quando la parola incontra la musica in una canzone. Quando eravamo più giovani discutevamo fra commerciali e non, indie e non indie, categorie che sono completamente saltate. Riproporre certe divisioni non aiuta.

Che potere può avere una canzone oggi?
Il potere che hanno tutte le cose belle, trovare un senso, anche se dura tre minuti.

Il Nobel a Bob Dylan ha fatto molto discutere. Era giusto?
Giusto perché è indubbio che i testi di Dylan abbiano anche un valore letterario; non giusto perché di fatto si rischia di fraintendere cosa sia una canzone. Non è una poesia messa in musica. In una canzone musica e parole tendono a costituire un’unità: non si dà l’una senza l’altra perché l’una dà senso all’altra.

Bisognerebbe inventare un premio Nobel per la forma canzone?
Anche qui ci sarebbe il rischio di monumentalizzare troppo la forma canzone che, invece, secondo me, avrà una sua vitalità fino a quando non verrà museificata, finché rimarrà una forma d’arte popolare.

Se proprio dovessimo assegnarne uno?
Per me dovrebbe essere assegnato a Paolo Conte.

Personalmente, qual è l’obiettivo?
Andare alla ricerca di una intuizione, trovare un’atmosfera.

A quando il prossimo album con i Virginiana?
Stiamo lavorando a un disco nuovo, del quale abbiamo tutti i testi, con i nostri tempi (ride) calmi, pigri. L’ideale per noi sarebbe registrarlo entro la fine dell’anno e poi uscire agli inizi del prossimo.

Non manca il lavoro: manca la volontà di pagare stipendi dignitosi

Un rider, fattorino in bicicletta, durante la manifestazione organizzata dall'USB della Lombardia Primo maggio di lotta contro lo sfruttamento a cui aderiscono centri sociali, precari e varie associazioni. Milano, 01 Maggio 2018. ANSA/FLAVIO LO SCALZO

Succede così: se c’è una possibilità che sia una di pagare il meno possibile un lavoro potete scommetterci che buona parte degli imprenditori la cavalcheranno bramosi. Poi vi diranno della competitività, della crisi, della globalizzazione e di qualche altra menzogna buona solo per ripulirsi la coscienza. Che poi, a vedere bene, a questi non interessa nemmeno la coscienza pulita ma interessa piuttosto non essere condannabili, semplicemente. L’etica, nel mondo del lavoro, è un vezzo che si possono permettere solo i pochi che sono in grado di rivenderla oppure di pagarla come hobby, al posto del golf.

Potete scommettere che, a differenza di molti cittadini comuni dove per comuni si intende normalmente lavoratori, i datori di lavoro hanno sempre le idee molto più chiare sulla politica: per loro c’è chi sta dalla loro parte e chi sta contro di loro. Non servono ideologie. Non servono nemmeno mirabolanti promesse. L’importante è sentirsi garantiti dove la garanzia sta tutta nell’evitare che a qualcuno in Parlamento e al governo non venga idea di intaccare i diritti che negli anni si è riusciti impunemente a demolire.

Il capolavoro vero è stato nel considerare vecchia la lotta di classe quando davvero oggi come allora il mondo si divide in sfruttati e sfruttatori. Solo che mentre gli sfruttatori possono godere dell’appoggio di dichiarati servi tra la classe dirigente gli sfruttati d’altro canto possono al massimo sperare in quelli che molto timidamente provano a prenderne le difese senza però disturbare quegli altri. Ci hanno convinto (lo faranno anche oggi, tra i commenti di questo post) che la solidarietà tra lavoratori e imprenditori sia obbligatoria ma dimenticano di dirci che il patto è stato spezzato dal turbocapitalismo già da qualche decennio. E chiedere a uno schiavo di ringraziare il padrone mi pare davvero un po’ eccessivo. Scusatemi. Sarà l’aria del primo maggio.

Il punto forse è che ci sarebbe bisogno di sapere, di avere il pensiero, che qualcuno dica senza troppa timidezza che il problema non è che non ci sia il lavoro ma che troppo spazio è stato dato a chi il lavoro lo vorrebbe pagare il meno possibile (clienti e padroni) e che la buona educazione quando si tratta di discutere di diritti e di dignità è una trappola per topi. Dicono che sia finita la lotta di classe e intanto aumentano gli sfruttati. Fate due conti.

Buon mercoledì.

 

Resiste il mondo dell’informazione a Kabul, dopo la strage dei nove giornalisti

epa06702057 An official briefs journalists at the scene of twin suicide bomb blasts in Kabul, Afghanistan, 30 April 2018. Two explosions rocked central Kabul near the countryâs NDS intelligence service, killing at least seven people, including photjournalist Shah Marai, and wounding at least 20. The second bomber, who was reportedly on foot, stood amoung journalist who arrived at the scene to cover the first attack. No organization has clamed responcibility for the bombings. EPA/JAWAD JALALI

L’Afghanistan è il Paese dove “la morte fa parte del mestiere” e il giornalismo si paga con la vita. Due attentati il 30 aprile a Kabul hanno ucciso almeno 40 persone: tra loro c’erano nove giornalisti, arrivati per raccontare della prima esplosione nel distretto di Shash Darak, nei dintorni del quartiere generale Nato e dell’ambasciata americana. Quando i reporter hanno raggiunto il sito del primo attacco, c’è stato il secondo attentato. Quello in Afghanistan, – uno dei Paesi al mondo più pericolosi per la stampa -, adesso è diventato il più sanguinoso attacco contro i media dal conflitto con i talebani nel 2001, secondo Reporters without Borders.
In lutto è il team dell’AFP, – tra i nove reporter uccisi c’era il fotografo dell’agenzia fotografica francese Shah Marai -, e Radio Free Europe, che ha perso ieri tre reporter.
“La morte è ovunque. Non puoi sapere dove o quando colpirà. Ho dovuto far tacere la paura nel mio cuore, la morte fa parte del lavoro, della mia vita professionale. Devo continuare a lavorare, non posso smettere di pensare a quello che succede qui, anche se sono in pericolo” ha detto Zakarya Hassani, 27 anni e una macchina fotografica in mano. Hassani lavora per il canale 1-TV, che ha perso un cameraman e un reporter nell’attentato di Kabul.

Il redattore capo del giornale Zainab, Parwiz Kawa, ha detto che il giornalismo nazionale si basa “sull’impegno dei media afghani, composti per lo più da giovani istruiti che pensano di avere una responsabilità sociale per dover continuare ad informare”. E continueranno a farlo, nonostante tutto.
Il giorno dopo a Kabul qualcuno si arrende e qualcuno resiste. Ahmad Farid Halimi, che lavora per l’agenzia Kabul News da tre anni, ha deciso di rassegnare le sue dimissioni dopo il sangue versato dai suoi colleghi.

“Ieri i media afghani hanno mostrato la loro resilienza” ha detto Lotfullah Najafizada, meno di 30 anni, reporter di Tolo News. Il suo cameraman è morto nell’attentato di ieri. “Più di 50 redattori e giornalisti si sono riuniti ieri a poche ore dall’attentato, sul sito del secondo attacco”. Perché il messaggio che i giornalisti afgani volevano dare ai terroristi islamici era questo: “se uccidete un gruppo di giornalisti, ne arriverà un altro subito dopo, ancora più numeroso”.

Primo maggio a Taranto, il palco della giusta disobbedienza

Folla al concertone per il "Primo maggio di lotta - SÏ ai diritti, no ai ricattÏ: politica dal basso e musica", l'iniziativa che si svolge a Taranto per iniziativa del comitato 'Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti', nato dalle lotte per un'Ilva non pi˘ foriera di morte, 1∞ maggio 2013. FOTO RENATO INGENITO/ANSA

Siamo arrabbiati e delusi ma non rassegnati. Abbiamo fame di giustizia ma non vogliamo essere soggetti passivi nella definizione di ciò che è giusto e ciò che non lo è. Questo è il nostro stato d’animo. Quello che ci ha spinto ad accettare la direzione artistica del Primo maggio libero e pensante di Taranto. Dopo il grande successo delle passate edizioni (nel 2016, oltre 250mila presenze) e lo stop dello scorso anno per evitare strumentalizzazioni durante la campagna elettorale per le elezioni amministrative, il comitato Cittadini e lavoratori liberi e pensanti è chiamato a un grande sforzo organizzativo.

Una responsabilità che sentiamo forte sulla nostra pelle. Parliamo di una manifestazione autofinanziata con una raccolta fondi avviata da un gruppo di operai e cittadini formatosi a seguito del sequestro degli impianti inquinanti dell’Ilva nel 2012. Una realtà politica che da allora è cresciuta molto riuscendo a fare rete con i movimenti di lotta che in tutta Italia si oppongono a un potere padronale che ignora i disastri ambientali; che distrugge lo Statuto dei lavoratori; che ignora le istanze locali per favorire i grandi interessi internazionali. È un potere che si esprime attraverso la politica e parti dello Stato ma che proviene dal mondo dell’economia, della finanza e delle mafie, come dimostrato dai magistrati anche con la recente sentenza della Corte d’appello nel processo per la trattativa Stato-mafia. Taranto e il suo Primo maggio libero e pensante sono il luogo d’incontro delle lotte dal basso che si ritrovano, serrano le fila contro tutto questo e scoprono che insieme sono più forti. Non è una passerella.

Il palco di Taranto è il luogo dove…

L’articolo di Michele Riondino, Roy Paci e Diodato prosegue su Left in edicola


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Il colloquio di lavoro

(Ripensavo a un testo per questo primo maggio e per questo lavoro piuttosto deteriorato e mi è venuto in mente un capitolo del mio romanzo Santamamma. Ora, non è mai bello autocitare un romanzo, suona sempre come mossa promozionale, eppure è una scena che contiene molte delle cose che ho vissuto io che sono di quella generazione a cavallo tra il “lavoro” come lo intendevano i nostri genitori e poi il “lavoro” come sarebbe diventato. Eccolo qui)

«Carlo Gatti»

«Sì, buongiorno. Eccomi.»

«Titolo di studio?»

«Maturità classica.»

«E basta?»

«Già, sì.»

«Strano, una maturità classica senza università…»

«Ho preferito cominciare a lavorare.»

«Sì. Ma non ha cominciato a lavorare visto che è qui per il colloquio.»

«Ho fatto il benzinaio.»

«Con la maturità classica. Un po’ pochino, eh. Chissà come saranno stati fieri i suoi genitori.»

«Lavoro estivo. Una cosetta così.»

«Ma qui c’è scritto settembre aprile.»

«Intendevo estivo nell’interpretazione. Anche se d’inverno.»

«Ah, nell’interpretazione, pensa te. Speriamo che non interpreti anche di fare finta di lavorare, ahinoi.»

L’ufficio aveva piante finte in tutti gli angoli. Smorte comunque. Almeno una spolverata, pensavo, almeno quella ci vorrebbe. Lui rigirava una penna. Lo insegnano a tutti gli ingiacchettati: tenere qualcosa tra le mani evita la fatica di pensare dove metterle. Trucchetto curioso per chi dovrebbe ribaltare l’economia del mondo, ma tant’è. I colloqui di lavoro hanno tutti un filo comune: la recitazione da parte dell’esaminato di un bisogno ma non troppo, di un entusiasmo ma non troppo, di competenze ma non troppo, di umiltà ma non troppo, di troppa buona educazione e una combinazione d’abiti che non vedi l’ora di dismettere. L’esaminatore, invece, sfoggia l’abilità di esaminare ma non troppo, annusa che tu sia brillante ma che non possa fare ombra, gioca al caporale e tu la truppa e poi diventa servo se entra il capo. Al decimo colloquio di lavoro potresti farne la regia in un teatro da mille posti, disegnarne la radiografia. Che messinscena.

«Suona. Anche.»

«Suonavo. Ho studiato pianoforte fin da piccolo. E violoncello.»

«La mia figlia più piccola va a danza. Le maestre dicono che sia portata. Vedremo un po’. Quindi ha suonato alla Scala?»

«Alla Scala c’è una stagione sinfonica. Non concerti solisti.»

«Ho capito, ho capito. Suonava così. Per passione…»

«Ho studiato. Frequentavo anche il conservatorio.»

«Ah, è diplomato! Allora un giorno la invito a vedere mia figlia ballare così mi dice.»

«Non mi sono diplomato. Mi sono fermato al nono anno.»

«Gatti, Gatti… non è riuscito a finirne una…»

«Ho avuto un lutto in famiglia.»

«Oh, mi spiace.»

Almeno un limite di potabilità, me lo ero imposto. Almeno non farsi sbavare addosso. E il lutto è un jolly: funziona a scuola per l’interrogazione e funziona anche qui. Del resto sono tutti maestrini, questi qui.

«Le spiego. Lei sa di cosa ci occupiamo?»

«Ho preso alcune informazioni. Consulenza aziendale specializzata in logistica, mobilità e ottimizzazione.»

«Ha sfogliato il depliant. Almeno quello l’ha finito.»

«Mi informo sempre. Amo sapere con chi sto andando a parlare.»

«Va bene Gatti, adesso non esageriamo. Quello è il mio lavoro. Comunque: esistiamo dal 1949 e il fondatore era un piccolo padroncino che si occupava di consegne e spedizioni nella zona fino poi a coprire tutto il territorio nazionale. Quando l’azienda è passata di mano al figlio, il signor Monti che poi è quello che la pagherebbe se io decido che lei può andare bene, abbiamo deciso di internazionalizzare l’impresa e oggi siamo tra i leader in Europa nella consulenza per le più importanti aziende logistiche. Trattiamo bancali e container che partono dall’Islanda e viaggiano fino alla Nuova Zelanda. Spedizioni che fanno il giro del mondo. Mi segue?»

È forte questa cosa degli incravattati che ripetono manfrine sulla storia dell’azienda com’è scritta sui volantini. È la recita di natale che si ripropone nella versione adulta, solo che qui a noi tocca fare i parenti commossi.

«Noi ci occupiamo che la spedizione avvenga con tutti i crismi: velocità, cortesia, qualità e produttività, soprattutto. Produttività. Abbiamo due divisioni: slancio e controllo. La figura che cerchiamo è per il reparto di slancio.»

«Sì. Di slancio. Che sarebbe?»

«Molto semplice. Il cliente x dice che deve spedire il bancale y da Roma a Berlino. Lei ha i numeri telefonici dei camionisti che collaborano con noi e il nostro sistema le fornisce un’indicazione di prezzo che noi chiamiamo cuneo. Il suo lavoro è di trovare velocemente quale dei nostri trasportatori è disposto a fare la tratta al prezzo più basso. Sulla differenza tra il cuneo e il prezzo che lei è riuscito ad ottenere le spetta una provvigione del 2,5% fino a un abbassamento del 25%, una provvigione del 5% fino al 50% e addirittura del 10% se il cuneo supera il cinquanta. Sembra difficile ma è molto semplice: quel viaggio dovrebbe costare 10.000 euro ma lei riesce a venderlo a un camionista a 5000 e con una telefonata si  è guadagnato 500 euro puliti. Mica male, eh?»

«Eh.»

«Già.»

«Ma perché slancio?»

«Il nome? Perché questo nome?»

«Sì. Una curiosità.»

«Mi sembra facile. Iniettiamo soldi nel mondo del lavoro, creiamo economia, spostiamo merci, accontentiamo clienti e lavoratori. Se al camionista non arrivasse quella telefonata avrebbe il camion fermo in giardino per farci giocare il figlioletto con il clacson e la leva del cambio. Il suo lavoro è tenere tutte queste persone in circolo, con tutti i loro talenti.»

Qui sorrise con trentadue canini. Era evidente che aveva trovato una formula diversa dalla consuetudine intirizzente e ne era entusiasta. L’avrebbe raccontata ai colleghi, agli amici del golf e alla mogliettina simulatamente fiera che l’avrebbe ascoltato mentre sceglieva il sushi. Da noi, in quegli anni lì, il sushi era un marziano con il salotto aperto solo agli eletti.

«Ma lei capisce, signor Gatti, che la responsabilità del ruolo e il prestigio dell’azienda ci impone di scegliere persone con i giusti talenti.»

Daje, con i talenti. Mi venne in mente zio Paperone. Con i sacchi di talenti.

«Per questo ho bisogno di sapere tutto di lei e di protocollo le farò anche delle domande personali. Dobbiamo avere la certezza di affidare il nostro slancio a persone che insieme a noi vogliano cambiare il mondo, aperte a sfide nuove e capaci di interagire con il futuro dandogli del tu.»

«Ovvio.»

«Mi dica Gatti, perché è interessato ad entrare nel mondo della logistica e della grande distribuzione?»

«Perché amo la mobilità. Ecco.»

«Cioè?»

«Credo che il commercio sia la più alta realizzazione delle capacità umane e essere partecipe di un’organizzazione che riesce a dare del tu a tutti i continenti sia una bella sfida.»

«Perfetto. Molto bravo. Ha già capito il nostro spirito. Siamo esploratori, noi. Ha intenzione di farsi una famiglia?»

«Certamente. Pur rispettando la mia autonomia.»

«Appunto. Perché qui non si può fermare il mondo per un anniversario, lei mi capisce. Questo non è un lavoro…»

«È una missione.»

«Una missione. Esattamente. Vuole avere figli?»

«Per ora no. Una famiglia mi basterebbe. Vorrei prima concentrarmi sulla realizzazione personale

«È molto maturo per essere un musicista della domenica, Gatti. Anche se ha letto il greco e latino.»

«La ringrazio.»

«Qui c’è gente che si è presentata in braghe di tela come lei e ora si porta a casa dodici, quindici, diciotto milioni al mese. Ma bisogna crederci, essere all’altezza dei propri sogni, come dice il nostro capo tutti gli anni alla cena di natale. Mi dica Gatti, ma lei è all’altezza dei suoi sogni?»

«Oh certo.»

«Perché qui ha il dovere di sognare. Non so se mi capisce. Questo non è un lavoro, come dirle, è l’affiliazione a un sogno. Qui non ci sono orari e domeniche perché i nostri collaboratori hanno bisogno di venire in ufficio, hanno bisogno di ribassare il cuneo e sentono la necessità di dimostrare al mondo che è possibile spostare un bancale di mille chilometri a metà del prezzo che la società ci vorrebbe imporre. È un fuoco che senti dentro».

«Capisco bene.»

«Capisce, va bene, ma lei ce l’ha il fuoco? Me lo faccia vedere! Ce l’ha il fuoco dentro?»

Sai che forse ci credono davvero questi a quello che dicono? Francesco una volta mi disse che sì, che secondo lui succede che a forza di riempire di polpettone il tacchino qualche tacchino si convince di essere polpettone. Lui aveva suo padre che vendeva porte blindate, le porte blindate più blindate tra le porte blindate, e quando a casa di Francesco gli zingari gli sono entrati in casa per rubargli pochi spicci, le mozzarelle e cagargli sul divano anche quella volta lì suo papà disse che dovevano essere una banda di professionisti, rapinatori da musei e ministeri, se erano riusciti a debellare la sua porta blindata.

«Io ce l’ho il fuoco. Me lo sento che brucia.»

«Perché questo è il punto di partenza essenziale. Senza quello io e lei non facciamo neanche questo appuntamento, altrimenti. Perché è lei che vuole venire con noi. Ma come lei ce ne sono migliaia. E bisogna scegliere bene chi ci prendiamo in famiglia.»

«Certamente. La sua è una bella responsabilità, mi immagino.»

«Lo può dire forte, Gatti! Lo può scrivere mille volte sulla lavagna! Ma lei cosa vuole fare da grande?»

«Essere in squadra per una grande impresa

«Molto bene.»

«Grazie.»

«Guardi questo test, guardi qui. Deve mettere una croce. È alla guida di un treno e c’è una biforcazione. Se continua sulla sua direzione troverà sei persone sui binari e inevitabilmente sarò costretto a ucciderli però può azionare lo scambio e decidere di prendere l’altra biforcazione dove sui binari c’è un uomo solo. Da che parte va, lei, Gatti?»

«Non è facile.»

«Non c’è tempo Gatti! Non ha troppo tempo! Non si può spegnere lo slancio!»

«Ne uccido uno solo, forse.»

«Ma è colpa sua, così!»

«Beh, non credo che se uccido gli altri sei mi facciano patrono del paese…»

«Sa qual è la risposta giusta?»

«No.»

«La risposta giusta anche se non c’è il quadretto della risposta giusta?»

«Mi dica.»

«La strada più breve. La più breve è la risposta giusta.»

«Ah, ok.»

«Ha qualche domanda?»

«Niente in particolare. Volevo chiedere, nel caso in cui io possa andare bene, l’inquadramento. Lo stipendio.»

«Le do un consiglio Gatti. Al di là di questo nostro incontro e che poi venga o no a lavorare con noi. Le do un consiglio. Parlare di soldi a un colloquio di lavoro è terribilmente inelegante».

«Sì, questo lo so».

«Però ci è ricascato. Pensi lei se io dovessi essere così rozzo da raccontarle che dispendio di soldi, tempo e energie è per noi fornirle una postazione, occuparci del telefono, le cuffie, il computer, i programmi, il suo armadietto, il badge, la mensa. Pensi quanto mi costa impiegare qualche collega esperto, di quelli che hanno lo slancio dentro, per spiegarle come funziona. Pensi a uno della nostra squadra che piuttosto che iniettare economia deve istruire uno appena arrivato. Gliene ho parlato? Forse mi ha sentito che le faccio pesare il fatto che qui da noi sapere sviolinare il pianoforte conta come il due di picche quando briscola è bastoni? È cambiato il mondo per voi giovani. Io vi invidio. Avete di fronte un futuro aperto a tutte le possibilità: la domanda che dovete fare non è «quanto mi pagate» ma «quanto valgo, io?». Io non le do niente, io non voglio essere come una volta il padrone della sua vita, io sono qui perché lei mi dica quanto guadagnerà. Sono io che glielo chiedo. Quanto guadagnerà Gatti?»

«C’è un rimborso spese?»

«Sono duecentocinquantamila lire di anticipo di provvigioni per i primi sei mesi. Volendo vedere c’è anche un milione di computer sulla sua scrivania, ottocentomila lire di media di bolletta telefonica per ogni collaboratore, la cancelleria e soprattuto questa azienda che vede, che il proprietario ha voluto bella e accogliente più di casa sua.»

«Ho capito. Mi è tutto chiaro.»

«Lei mi piace Gatti. Glielo confesso perché mi piace. Magari mi sbaglio anche se in tutta la carriera non mi sono sbagliato mai ma sento il suo fuoco. Mi prendo il rischio, via: se vuole domani ci vediamo alle 7 e iniziamo. Non lo dica a nessuno che l’ho deciso così su due piedi ma ogni tanto voglio fidarmi del mio istinto. Forse si è perso un po’ con la musica e la scuola ma le posso raccontare di un collega che non sapeva nemmeno parlare in italiano e ora è un caporeparto con la Golf aziendale e uno stipendio da favola. Non le dico il nome solo perché sarebbe inelegante ma lei ha quella luce negli occhi. Se lo prende qui da noi il diploma, si laurea in slancio. Eh?”

«Domani però non posso. Domani.»

«E perché?»

«Ho avuto un lutto.»

«Mi dispiace tanto.»

«Però vi chiamo. Vi chiamo io.»

«Va bene Gatti. Va bene. L’aspettiamo. Come una famiglia!»