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Tutta la verità sulla guerra in Siria

«Nel mondo arabo la vita viene vissuta in maniera collettiva. Lo si vede bene nella letteratura, dove spesso i protagonisti sono gli abitanti di un quartiere o i membri di una stessa famiglia. La guerra civile, come quella in Siria, distrugge questo senso di collettività: la polifonia del vivere insieme». Hamid Sulaiman, disegnatore siriano, ha spiegato così, durante un festival della letteratura in Germania, il motivo principale che lo ha spinto a disegnare e scrivere la storia della sua graphic novel, Freedom Hospital. Una storia siriana appena uscita in Italia per Add editore, grazie alla traduzione di Marco Ponti e con l’introduzione di Cecilia Strada.

Il pregio di Sulaiman, che ha lasciato Damasco nel 2011 seguendo come altri artisti la strada dell’esilio per sfuggire al carcere e alle torture delle autorità, è di aver raccontato la complessità della crisi più grave dal secondo dopoguerra ad oggi incrociando le vite di undici personaggi che rappresentano l’eterogeneità siriana. C’è infatti Yasmine, protagonista principale, che rinuncia al dottorato negli Stati Uniti per aprire un ospedale clandestino in una città senza nome della Siria, il Freedom Hospital. I soldi per finanziare l’attività vengono dai suoi stessi risparmi e le donazioni sono poche perché, denuncia la protagonista, «non abbiamo la barba lunga» alludendo ai fondamentalisti. Poi c’è Fawaz, medico, che cura tutti, perfino un integralista, Abu Qatada, che in un secondo momento prenderà parte allo Stato islamico e perseguiterà proprio chi gli ha salvato la vita, rinnegando il passato. La parabola dell’odio di questo fondamentalista segue quella che nella realtà ha portato molti giovani nelle braccia dei movimenti radicali: l’odio confessionale, i soldi e l’abbandono. C’è la misteriosa figura di Salem che non ricorda nulla del suo passato. In un primo momento questo personaggio sembra rappresentare l’Occidente che dimentica in fretta ogni avvenimento.

Poi, però, si scopre il tragico segreto che ha rubato la memoria a Salem. Infine c’è anche un curdo, Haval, che grazie a un gatto potrebbe…

L’articolo di Shady Hamadi prosegue su Left in edicola


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Insegnanti di religione cattolica: sempre più ai posti di comando

Il ministro della Pubblica Istruzione Valeria Fedeli a margine della consegna dell'onorificenza alla professoressa Franca Di Blasio, 9 aprile 2018 a Roma. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Erano i tempi del secondo governo Berlusconi, con ministro dell’Istruzione Letizia Moratti. La legge 186 del 18 luglio 2003 diede il via all’assunzione in ruolo degli insegnanti di religione cattolica. Un esercito di 13.880 docenti scelti dal vescovo venne così assunto con contratto statale a tempo indeterminato. Uno schiaffo ai precari delle materie obbligatorie, un (ennesimo) schiaffo alla laicità della scuola. Nel 2011 lo Snadir, Sindacato degli insegnanti di religione, rivendicò per i suoi assistiti il diritto di essere nominati presidente di commissione per gli “esami di terza media”, ossia gli esami di Stato conclusivi del primo ciclo di istruzione. Possibilità forse mai messa in pratica: non c’è la fila per far domanda per un incarico privo di retribuzione aggiuntiva e da svolgere ad anno scolastico concluso. Più allettante, e in alcuni casi percorsa con successo, la strada di diventare preside: nel 2012 una sentenza del Tar Liguria aprì la strada al ruolo dirigenziale degli istituti scolastici anche agli insegnanti di religione, sacerdoti inclusi. Arriviamo all’ultima prodezza del nostro Stato clericale. Finora gli insegnanti col vangelo in mano contribuivano alla valutazione dei loro studenti senza voti numerici, con un generico giudizio. Erano esclusi dalla commissione d’esame. Il D.Lgs. 62/2017 ha scombinato le carte e conferito loro una sedia nella commissione esaminatrice di terza media.

Ci troviamo di fronte a una situazione surreale: il prossimo giugno un docente scelto dal vescovo giudicherà anche studenti i cui genitori hanno espressamente chiesto di tenerli alla larga dal suo insegnamento confessionale? Oppure si aprirà un balletto di insegnanti a seconda degli studenti da esaminare per l’esame di terza media? Dentro l’insegnante di religione, poi dentro quello di “alternativa”, poi fuori entrambi e commissione temporaneamente con un componente in meno se lo studente non ha seguito né l’una né l’altra materia?

L’Uaar ha più volte scritto alle scuole a agli uffici scolastici territoriali per arginare l’increscioso fenomeno della discriminazione infantile legata alla mancata attivazione delle attività didattiche alternative all’insegnamento della religione cattolica. Una piaga segnalata anche dalle organizzazioni che vigilano sul rispetto delle convenzioni internazionali per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che vede il nostro Paese messo sotto accusa in rapporti delle Nazioni Unite. L’ennesima tegola clericale rappresentata dagli insegnanti di religione cattolica nelle commissioni d’esame di terza media ha spinto ora l’Uaar a sottoscrivere un appello, condiviso da diverse realtà laiche, affinché il Miur ritorni sui suoi passi rettificando l’interpretazione del D.Lgs. 62/2017.

Il quadro è preoccupante. Al posto di una scuola pubblica inclusiva, laica e all’avanguardia si sta consolidando il modello scuola-parrocchia, sostenuto sia dal centro destra che dal centro sinistra, con un insegnamento «impartito in conformità della dottrina della Chiesa» che occupa ben due ore settimanali nell’età scolastica più vulnerabile, quella della scuola primaria. I relativi docenti, pagati dallo Stato ma scelti dai vescovi, stanno incrementando la capacità di controllo della vita della scuola della Repubblica. Si deve sventare questo recente colpo di mano sugli esami di terza media, senza abbassare la guardia su altri fronti, come quello dei finanziamenti pubblici alle scuole private paritarie e quello dell’alternanza scuola-lavoro affidata, guarda un po’, anche agli insegnanti di religione cattolica.

L’articolo del responsabile nazionale campagne Uaar, Roberto Grendene, è stato pubblicato su Left n. 17, del 27 aprile 2018


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Nessuno può tenere baby in un angolo. Contro la violenza sulle donne

«Il termine femminicidio non ha una valenza giuridica», esiste però su un piano mediatico e dunque culturale. Lo ricordava lo psichiatra Martino Riggio al convegno Muore una donna per mano di un uomo, il 5 maggio in Campidoglio. Si parlava di violenza sulle donne, diritti negati, incredulità, ma anche dei radicali cambi di prospettiva necessari a inscrivere fenomeni come questi nella coscienza collettiva. Come risposta a ogni dichiarazione, i curatori – gli animatori di Blue Desk, agguerrito spazio culturale indipendente della Capitale – hanno proposto un’esperienza estetica.
Lo spettacolo Nessuno può tenere Baby in un angolo (al Teatro Villino Corsini), scritto da Simone Amendola (insieme a Sandro Torella) per la lacerante presenza scenica di Valerio Malorni, è un horror esistenziale, un viaggio nero dentro la responsabilità individuale.

In questo Delitto e Castigo per voce sola, l’omicidio di una donna non è il tema centrale, invade la coscienza del pubblico con la stessa nebulosa insistenza con cui travolge il protagonista, un benzinaio apparentemente innocente accusato del fatto. Un monologo serrato, brutalmente portato in gola tra esplosioni di furia e sinistri accessi di ironia da un attore che, prima di essere personaggio, è cassa di risonanza per un grido d’aiuto.
Sul palco quasi spoglio c’è la parola, ma questo teatro è soprattutto corpo: la semantica passa in un filtro organico fatto di sudore e piccoli movimenti isterici.
Interrogato da una voce off, Luciano cerca di scagionarsi facendo appello alla memoria di una serata come tante, durante la quale mai avrebbe potuto decapitare una donna, lasciarne lì il corpo come “insieme di organi” separato da una testa infilata in un sacchetto di plastica. Si assiste però al processo di erosione di una coscienza: i ricordi cambiano, il dubbio sulla colpevolezza diviene la certezza della colpa, quella di aver lasciato che una delusione affettiva impedisse all’imputato di salvare la stessa vittima.

Se il termine “femminicidio” esiste è anche perché i media influenzano le coscienze, soprattutto quelli partecipativi, esplosi in un’orizzontalità dove le opinioni si sfrecciano accanto, sviando il confronto critico. E così allontanando il fatto discusso dalla realtà e dalle categorie culturali che esprime. Allora il teatro, reame immaginifico che però si nutre di una vera comunità, è l’occasione per una messa in crisi.
In questo processo, carnefice e vittima si fondono: il “guardarsi vivere” di uomo semplice muta in una feroce indagine sulle ragioni dell’umano, costruzione razionale che crolla all’affiorare di una rabbia cieca. Lo spettatore (crudele) testimone, si aprono voragini esistenziali che rendono possibile tutto: una candida ricerca d’amore e il più cruento degli atti.

 

Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, editor e traduttore. Ha studiato Teatro e Arti Performative alla Sapienza. Università di Roma, dove sta svolgendo un dottorato di ricerca in studi teatrali incentrato sulla critica delle arti performative, e si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale.

Recuperiamo la rete delle case del popolo

«Una casa del popolo per ogni provincia!». No, non è uno slogan del Pci di Togliatti, ma l’indicazione di lavoro emersa dall’ultima assemblea nazionale di Potere al popolo, giovane movimento che ha avuto il suo battesimo alle elezioni del 2018. Nostalgia retrò? Tentativo di riprendere simboli della sinistra che fu, sperando che per miracolo funzioni, riportando all’ovile il popolo disperso?

A guardare l’età di chi propone questa formula, e ha iniziato a trasformarla in realtà in diverse parti d’Italia, non pare così: ragazze e ragazzi che il Pci non l’hanno mai conosciuto, che di quel popolo disperso non hanno mai fatto parte, vivendo in ben altro orizzonte ideologico e materiale. Si tratta allora di una semplice coincidenza, dettata dal diffondersi in Europa di un’ondata di “populismo” che ha reso cool ogni riferimento al “popolo”?

Nemmeno. In realtà è da ormai diversi anni che si registra, in tutto il mondo della sinistra italiana, una rinnovata attenzione a quel complesso di pratiche e di orientamenti che vanno sotto il nome di mutualismo. Sempre più realtà politiche e associative orientano il loro agire verso il reciproco soccorso, la solidarietà fra soggetti. Mettere su un ambulatorio popolare, una palestra o una squadra di calcio, occupare case o creare gruppi antisfratto, aprire sportelli legali gratuiti, fare doposcuola nei quartieri popolari o distribuire pasti e vestiti ai senza tetto, fino ad avviare vere e proprie attività produttive gestite dagli (ex) sfruttati: sono forme di attivismo sempre più diffuse, a prescindere dalla sfumatura ideologica dei gruppi che le propongono.

Ci sono, dietro questa “ondata” mutualistica, due ragioni, una storica e una contingente. Da un punto di vista storico, la sinistra di classe, che fosse…

L’articolo di Salvatore Prinzi prosegue su Left in edicola


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Morire di sete nel Paese delle dighe

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi durante la visita alla diga Gibe III nel sudovest dell'Etiopia, opera di Salini-Impregilo alta 246 metri e capace attraverso 2 gallerie di portare acqua alla centrale idroelettrica che produrr‡ 1870 megawatt di energia, 14 luglio 2015. ANSA/TIBERIO BARCHIELLI/UFFICIO STAMPA PALAZZO CHIGI ++ NO SALES, EDITORIAL USE ONLY ++

L’energia prodotta dalle grandi dighe come volano di sviluppo economico di uno dei Paesi più assetati di crescita di tutto il Continente nero. È questo l’assioma che ormai da decenni guida la politica economica dei governi di Addis Abeba. Il grande fautore degli investimenti miliardari nel comparto idroelettrico è stato Meles Zenawi, primo ministro dal 1995 al 2012, anno della sua morte prematura, imitato dal suo successore Haile Mariam Desalegn. L’energia prodotta dai mega-sbarramenti nella valle del fiume Omo servirà sia per il consumo interno che per l’export. Con una crescita annua intorno al 10 per cento, l’Etiopia ormai non fa mistero di voler raggiungere lo status di middle income country entro il 2025, cioè diventare una nazione con un benessere paragonabile a quello di Cina o Turchia.

Insomma, una storia di successo? Forse sì ma vediamo a quali condizioni. L’ex colonia italiana era e resta un Paese attraversato da mille tensioni e problemi. La democrazia è solo di facciata, il partito di governo (il Fronte popolare rivoluzionario democratico etiopico) ha vinto le ultime tornate elettorali con circa il 99% dei voti, mentre l’opposizione è costantemente repressa nel sangue. La libertà di stampa di fatto non esiste e sono numerosi i giornalisti che affollano le carceri etiopi insieme ad attivisti ed esponenti politici. C’è poi lo scontro tra etnie, con quella più numerosa degli oromo storicamente penalizzata dalla tigrina (solo l’8% della popolazione) che occupa in maniera stabile tutti i gangli dello Stato.

Una situazione talmente esplosiva e insanguinata da stragi occorse durante le manifestazioni di protesta, che Desalegn ha dovuto dare le dimissioni e il nuovo premier, Abiy Ahmed Ali, è stato scelto proprio per le sue origini tigrine. Il giovane primo ministro (solo 41 anni) ha già…

L’articolo di Luca Manes prosegue su Left in edicola


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Elezioni comunali, per il Labour miglior risultato dal 1971 a Londra. E testa a testa con i Conservatori

epa06708353 Britain's opposition Labour Party Leader, Jeremy Corbyn (L) arrives to vote at a polling station in Pakeman Primary School in Holloway, noth London, Britain, 03 May 2018. Voters in England go to the polls to vote in local elections which are being held in 150 local authorities across the England. EPA/NEIL HALL

Giovedì 3 maggio si è tenuta un’importante tornata elettorale locale in Inghilterra, con centocinquanta comuni al voto.
La campagna elettorale è stata molto strana, influenzata fortemente da polemiche e scandali più che da proposte politiche. Da un lato il Labour è stato travolto dalle accuse di antisemitismo, del movimento in generale e del suo leader in particolare. Dall’altra il partito Conservatore è stato al centro di feroci polemiche per lo scandalo della “Windrush generation” e le conseguenti dimissioni del Ministro degli Interni, la potentissima Amber Rudd.
Nelle ultime settimane che hanno preceduto il voto, un po’ artatamente, il partito Conservatore aveva poi fatto presagire di aspettarsi un tracollo, in particolare nella città di Londra dove si dava per incerto addirittura il risultato nella storica roccaforte conservatrice della municipalità di Westminster, il centro del centro di Londra.
Dati alla mano questo tracollo non c’è stato. In generale, proiettati su base nazionale, i risultati ci mostrano un panorama politico bloccato simile a quello delle elezioni politiche del 2017: Conservatori e Laburisti ad un sostanziale testa a testa intorno al 35%, con l’Ukip ormai scomparso dalla mappa elettorale e i LibDem lontanissimi da essere un fattore in grado di influenzare gli equilibri.
Ancora una volta la distribuzione del voto evidenzia come i laburisti si confermino il grande partito delle città, con un risultato più che soddisfacente a Londra dove si registra il miglior risultato elettorale dal 1971. I Tories invece rimangono fortissimi nelle campagne e nei piccoli centri, con un elettorato stabile e immune alle polemiche.
Ovviamente in questo momento il tentativo degli spin doctor di destra è quello di far apparire il risultato come una sconfitta per il Labour, colpevole di non aver ottenuto la vittoria che si era prevista. Lettura respinta al mittente dallo stesso Jeremy Corbyn che ha ricordato come il risultato elettorale, in termini di consiglieri eletti, sia stato migliore rispetto perfino alle elezioni locali del 2014, la pietra di paragone per i successi del Labour.
Tutto quanto sopra scritto va però letto anche in luce dell’affluenza: alle elezioni politiche del 2017 fu quasi del 70% mentre ieri ha votato appena il 36% degli aventi diritto. Non è difficile immaginare che buona parte dello straordinario voto giovanile che ha premiato il partito di Corbyn nel 2017 ieri sia rimasto a casa. Un elemento da non sottovalutare a parere di chi scrive.
Ma in definitiva è chiaro che la vicenda della Brexit tiene ancora bloccato il sistema politico: le zone in cui ha vinto il Remain premiano il Labour mentre quelle in cui ha vinto il Leave, anche grazie alla scomparsa dell’Ukip, i Conservatori rimangono intoccabili. L’impressione è dunque che fino a che non si vedrà la fine delle trattative e la conclusione della vicenda iniziata con il referendum del 2016, il sistema rimarrà fortemente polarizzato tra i due principali partiti, senza una chiara prevalenza dell’uno sull’altro.

Burocrazia e tasse per i blogger, così si affossa la libertà di espressione in Tanzania

Presidential candidate John Magufuli addresses a rally by ruling party Chama Cha Mapinduzi (CCM) in Dar es Salaam, Tanzania on October 23, 2015, ahead of the country's presidential elections on October 25, 2015. AFP PHOTO / DANIEL HAYDUK (Photo credit should read Daniel Hayduk/AFP/Getty Images)

In Africa le strade della libera espressione sono sempre più strette da percorrere. Il 5 maggio è l’ultimo giorno: il tempo per mettersi in regola concesso dalle autorità della Tanzania ai blogger del Paese. L’obiettivo dell’operazione è il controllo di internet.

Chi vuole avere un blog in Tanzania adesso deve registrarsi in una lista statale, mostrare documenti personali e fiscali, certificato di laurea e del conto in banca. Poi dovrà cominciare a seguire regole rigorose stilate dal governo per i contenuti online e ridimensionare l’uso libero di internet.

Non solo intimidazioni ed arresti: il dissenso e la libertà di parola, da quando John Magufuli è stato eletto nel 2015, si reprimono anche con burocrazia e tasse. La licenza governativa per un blog in quell’angolo d’Africa costa adesso 930 dollari. Sarà obbligato a pagare anche chi partecipa a forum online o chi usa canali pubblici come Youtube. Chi decide di non registrarsi può finire in prigione per un anno oppure pagare una multa di 2200 dollari.

Dall’altro lato del lago Vittoria, in Uganda, il presidente Yoweri Museveni vuole imporre un contributo quotidiano di cento scellini ugandesi per tassare gli utenti dei social media e limitare così l’uso di Facebook e Twitter. Due gli obiettivi: riempire le casse vuote del governo e limitare “opinioni, pregiudizi, bugie” che si diffondono su di lui in rete.
Museveni ha già completamente bloccato l’accesso ai social media durante le elezioni del 2016, una misura di sicurezza “per prevenire bugie che avrebbero incitato alla violenza e a dichiarazioni illegali dei risultati elettorali”. Già al potere dal 1986, Museveni si è dichiarato vincitore per il terzo mandato elettorale anche due anni fa.
Il Camerun invece ha “spento” internet per la prima volta nel gennaio 2017, durante le manifestazioni dei cittadini delle regioni anglofone, che protestavano per la discriminazione lavorativa subita dallo Stato rispetto agli abitanti delle zone francofone. Internet tornò accessibile mesi dopo, ad aprile, ma una nuova digital blockade, assedio digitale delle applicazioni di messaggistica e social media, ricominciò ad ottobre dello stesso anno.
In Africa questa è «una lunga discesa verso la censura nella migliore delle ipotesi, nell’autoritarismo nel peggiore dei casi. Solo i governi dittatoriali richiedono che i blogger abbiano una licenza e paghino tasse esorbitanti. Mossa caratteristica dei tiranni è limitare la copertura dei media attraverso intimidazioni, molestie, multe o tasse. E se non dovesse rivelarsi abbastanza, un totale blocco di internet è quello che diffonde la paura tra i reporter», ha scritto Larry Madowo, della BBC Africa, sul Washington Post.

Oui, il Pd c’est moi

Democratic Party (PD) leader Matteo Renzi during a press conference in Rome, 05 March 2018. Italy's ex-Premier Matteo Renzi announces his resignation as Democratic Party secretary after poor results in election. ANSA/ETTORE FERRARI

Non è tanto Matteo Renzi che stupisce. Renzi è così, piaccia o no, prendere o lasciare, e anche se paga lo scotto di una personalità piuttosto arrembante sempre pronta a sfociare nel bullismo, Renzi nel Pd sta facendo il Renzi, niente di nuovo, il suo solito copione.

Il tema piuttosto è un altro ed è ben altro dall’ex presidente del consiglio o l’ex segretario di turno ed è tutto incentrato sulle minoranze che nel Partito democratico si sono via via succedute e che paiono tutte le volte incagliarsi sullo stesso punto: il coraggio.

La direzione del partito di ieri (che ha praticamente votato sull’intervista televisiva del suo ex segretario) dimostra ancora una volta l’incapacità di elaborare, organizzare e sostenere una visione differente dalla maggioranza riuscendola a spiegare ai propri elettori e prendendosi la briga di portarla avanti anche nei luoghi decisionali del partito.

Mi spiego: al di là di quella che può essere la mia opinione personale su ciò che dovrebbe fare il Pd con il Movimento 5 stelle (e certo spetta al Pd deciderlo più che agli agguerriti editorialisti che si sentono tutti segretari oltre che allenatori) la scena di ieri porta con sé qualcosa di sgraziato nell’esito del voto: si direbbe, leggendo il risultato, che non sia mai esistita una posizione diversa da quella maggioritaria, come se tutto il can can dei giorni scorsi fosse solo una nostra allucinazione.

E non ce ne vorrà il ministro Orlando (e il reggente Martina) se non crediamo alla soffice giustificazione di chi dice «l’importante è essere unitari»: se si avesse così a cuore la solidità percepita da fuori forse si eviterebbero certi toni da tifo. Il tema è un altro: nel Partito democratico tutti si sgolano sulle differenze di posizione ma risultano pochissimo convincenti nei successivi riallineamenti. Tutte le volte. Sempre. Con quella sensazione di fondo che si sia semplicemente rimandata la coltellata e si finga che non sia successo niente.

Poi, però, sono gli stessi che ci dicono che «il Pd si cambia da dentro». E l’ha fatto solo Renzi, pensandoci bene.

Buon venerdì.

Prima gli africani

epa03556207 A undated image showing plaintiff Nigerian farmer Eric Dooh showing his hand covered with oil from a creek near Goi, Ogoniland, Nigeria. According to a report of UNEP (United Nations Environment Programme), leaks in Shell pipelines in Nigeria occur regularly, causing harm to communities in the Niger Delta region. A group of Nigerian plaintiffs claim Shell is liable for the damage the leaks caused, while Shell claims most leaks are the result of sabotage. Reports also state fishponds and farmland have been destroyed, while most locals have no other option but to drink from polluted water. Eric Dooh from Goi (Ogoniland), Alali Efanga from Oruma (Bayelsa) and Friday Alfred Akpan from Ikot Ada Udo (Akwa Ibom), individual farmers from three different communities in the Niger Delta, have taken Shell into the Dutch civil court of The Hague in a landmark pollution case, asking for compensation for damages to their land. The verdict in the case is due 30 January 2013. EPA/MARTEN VAN DIJL

“Reati in calo. Meno sbarchi nel 2017”. Diversi giornali l’11 aprile scorso hanno sintetizzato in questo modo alcune frasi pronunciate dal ministro dell’Interno, Marco Minniti, alla cerimonia per i 166 anni della fondazione della polizia di Stato. Si potrebbe pensare a una semplificazione giornalistica ma non lo è. Il ministro ha davvero messo uno accanto all’altro il calo dei crimini e la diminuzione dei flussi migratori dall’Africa attraverso il Mediterraneo. E gran parte della stampa non si è fatta problemi a rilanciare acriticamente il nesso. Contribuendo a far passare il messaggio che i migranti sarebbero una minaccia per la sicurezza degli italiani. Un’idea distorta della realtà che è stata, a vario titolo, il cardine della campagna elettorale di Lega e M5s e che anche il Pd ha cavalcato, pagando con la sconfitta la scelta di scimmiottare le destre. Ma cosa ha detto il ministro?

«Nel 2017 si è registrato il più basso tasso di reati degli ultimi 10 anni, un risultato straordinario che l’Italia farebbe male a dimenticare». E poi ha aggiunto: «Per il decimo mese consecutivo si è registrato un calo degli sbarchi di migranti. Dal 1 luglio a oggi sono arrivate 95.600 persone in meno rispetto al 2016 e si tratta di un colpo straordinario ai trafficanti di esseri umani». Questo appena descritto è solo un esempio di come media e istituzioni da anni contribuiscano a creare una falsa percezione dello straniero nell’opinione pubblica, creando un capro espiatorio (che guarda un po’, non ha diritto di voto) da “sacrificare” nella corsa al potere. Non è un caso che dal 5 marzo scorso la presunta e tanto sbandierata «emergenza immigrazione» sia scomparsa dai radar della politica e dai titoloni dei giornali. Eppure, come raccontiamo in questa storia di copertina, dalla Nigeria, dal Corno d’Africa, dalla Libia e da altri Paesi poveri o in guerra le persone continuano a scappare. Donne, bambini, uomini, che fine fanno? Perché ne arrivano di meno?

«Vorrei che ci liberassimo di una sorta di senso di colpa. Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ripetiamocelo. Ma abbiamo il dovere morale di aiutarli. E di aiutarli davvero a casa loro». Questa frase di Matteo Renzi fu prima pubblicata e poi eliminata dalla pagina Facebook del Pd il 7 luglio 2017 sollevando non poche polemiche. «Aiutiamoli a casa loro» era anche lo slogan (di pura matrice colonialista) di Salvini e della Meloni e in quelle parole c’era tutto il senso del cosiddetto «reato di solidarietà» introdotto con il codice di Minniti e dagli accordi con la Libia che di fatto vietano alle Ong di salvare i profughi alla deriva nel Mediterraneo. Noi di Left ci siamo chiesti: ne arrivano di meno perché iniziano a funzionare gli aiuti “a casa loro”? Siamo andati a vedere cosa succede in Nigeria e in Etiopia, due tra i più importanti crocevia africani dei flussi migratori verso l’Europa.

In questi due Paesi l’Eni e la Salini-Impregilo hanno siglato contratti miliardari rispettivamente per l’estrazione di petrolio e la costruzione di dighe. Con quali risultati in termini di ricadute sulle popolazioni locali ce lo raccontano in una lunga e articolata inchiesta Dino Buonaiuto e Luca Manes. Facendo il punto su due processi in corso a Milano che vedono in un caso i vertici dell’Eni imputati per corruzione di un vecchio governo nigeriano e nell’altro il Cane a sei zampe chiamato in solido con una controllata accusata di aver inquinato e non bonificato un’area del delta del Niger vitale per la popolazione indigena degli Ikebiri. Anche nel Paese più sviluppato del Corno d’Africa, la presenza italiana è al centro di un caso. La diga Gibe III, “battezzata” da Renzi nel 2015, ha gradualmente sommerso le coltivazioni e i territori d’allevamento da cui dipendono le tribù della Valle del fiume Omo, e ridurrà drasticamente il livello del Turkana in Kenya, il più grande lago desertico del mondo. Si calcola che circa 500mila persone in Etiopia e in Kenya si troveranno a dover fronteggiare una catastrofe umanitaria.

Torniamo alla nostra domanda: donne, bambini, uomini, che partono dall’Africa che fine fanno? Perché ne arrivano di meno? «La politica dell’Unione europea e dell’Italia in particolare di assistere la guardia costiera libica nell’intercettare e respingere i migranti nel Mediterraneo è disumana. La sofferenza dei migranti detenuti in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità». E ancora: «Gli osservatori sono rimasti sconvolti da ciò che hanno visto: migliaia di uomini, donne e bambini emaciati e traumatizzati, ammassati l’uno sull’altro, bloccati in capannoni e spogliati della loro dignità». Sono parole pesanti come macigni quelle che l’alto commissario Onu per i diritti umani (Unhcr) Zeid Raad al-Hussein pronunciò il 14 novembre 2017 puntando indirettamente il dito contro la legge Minniti-Orlando e il «codice Ong».

Dunque, arrivano meno profughi perché finiscono prigionieri e schiavi dei libici con cui lo Stato italiano ha siglato accordi di collaborazione? Stando a quanto detto dal ministro Minniti sempre l’11 aprile alla festa della polizia, non è così. «L’Unhcr lavora in Libia, visita i centri, è innegabile che qualcosa sia cambiata e stia cambiando».

Abbiamo allora chiesto, per completare il quadro, a Marta Bellingreri di raccontare cosa succede oggi nel Mediterraneo a chi riesce a imbarcarsi per tentare di entrare in Europa. E quel che emerge sembra smentire in pieno la versione di Minniti. Del resto qualche sospetto già lo avevamo, avendo raccontato sul Left del 23 marzo scorso la storia di Segen, il giovane eritreo di 21 anni giunto in fin di vita per denutrizione al porto di Pozzallo dopo essere stato detenuto per 18 mesi in uno dei suddetti centri. Purtroppo i medici non hanno potuto far nulla. Segen è morto letteralmente di fame poche ore dopo all’ospedale di Modica. Marta ci ha raccontato che sulla stessa nave Ong che lo aveva raccolto, la Proactiva open arms, c’erano almeno altri 15 giovani nelle sue stesse condizioni.

L’editoriale di Federico Tulli è tratto da Left in edicola


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