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La grande avventura culturale e umana di Joyce Lussu

Joyce Lussu

Per ricordare la scrittrice Joyce Lussu nel giorno in cui nasceva, l’8 maggio ( del 1912), riproponiamo l’articolo che uscì su Left in occasione dell’uscita del volume Portrait per i tipi dell’Asino d’oro edizioni

 

Come in un romanzo. Ma ancora più potente, perché nelle pagine di Portrait, in rapide sequenze cinematografiche, scorre l’avventurosa vita della scrittrice e partigiana Joyce Salvadori Paleotti. Più conosciuta come Joyce Lussu, dal cognome del marito Emilio, rivoluzionario sardista, leader di Giustizia e libertà e poi ministro negli anni cruciali della costruzione dell’Italia nel dopo guerra.

Una abitudine, quella di chiamare l’autrice di libri come Fronti e Frontiere e come L’olivastro e l’innesto con il cognome da sposata, invalsa anche nei manuali di storia della letteratura, ma che rischia di far torto allo spirito indomito di questa donna indipendente, allergica ai dogmi e agli steccati ideologici. (Che accettò di sposarsi con rito civile solo perché suo figlio non fosse registrato come nato da «madre ignota»).
Fino alla sua scomparsa nel 1998, Joyce non smise mai di lottare contro ogni forma di fascismo e di oppressione, continuando a fare ricerca, nel rapporto vivo con le persone, spesso confrontandosi con culture lontane e diverse. Come quando, dopo aver partecipato attivamente alla Resistenza, nel dopo guerra, insofferente della burocrazia di Palazzo e verso i salotti romani, seppe inventarsi una seconda vita di traduttrice di poeti africani, arabi e asiatici, riscoprendo una passione nata nell’infanzia trascorsa in una casa «dove c’erano più libri che mobili»; in quella Firenze socialista dove l’azione degli squadristi fu particolarmente violenta.

Joyce all’epoca aveva appena nove anni e nella cartella  nascondeva un pezzetto di carbone per scrivere sui muri «Abbasso il fascio». La scrittrice lo ricorda in questo agile e franco Portrait che, in nuova edizione, con la prefazione di Giulia Ingrao, ha inaugurato la nuova collana “Omero” de L’Asino d’oro edizioni.

In quegli anni maturò anche il suo ateismo, incoraggiato dai genitori, intellettuali democratici di origine inglese (il padre, Guglielmino Salvadori tradusse Herbert  Spencer ed era vicino alle idee di Russell).  Joyce non era battezzata e le avevano insegnato a guardare con sospetto i testi sacri. «In quei libri ci deve essere qualcosa che non va perché hanno fatto ammazzare un sacco di gente», le diceva la madre, Giacinta Galletti.

«Il dogma e l’assoluto- scrive Joyce in Portrait – ci apparivano come segni di arretratezza mentale e civile». E ancor più inaccettabile le sarebbe sembrata ad Heidelberg l’ambigua neutralità e la sottovalutazione del nascente nazismo da parte dei suoi professori ad Heidelberg, a cominciare dal filosofo Karl Jaspers.

Così quella fanciulla che a tavola si lanciava in focose contese con Benedetto Croce smascherando la sua misoginia (e quella di una lunga stirpe di filosofi da Platone in poi) di fronte alla ferocia nazi-fascista decise che non era più tempo di stare a studiare in biblioteca. Ed ecco le pagine più appassionanti del libro, quelle in cui racconta la Resistenza ma anche l’incontro con il carismatico rivoluzionario socialista Emilio Lussu. Il desiderio, la passione, e quella sensazione di incertezza che per la prima volta le aveva fatto sperimentare quell’uomo che le era apparso così diverso dai compagni comunisti , troppo spesso carichi «di maschilismo autoritario e di  una violenza virile che vedeva nel sacrificio proprio e altrui, non un accidente purtroppo necessario e da superare al più presto, ma quasi un valore immanente, una catarsi con coloriture para -mistiche che a me, donna, dava una reazione di rigetto».

Joyce Lussu (1938)

Quell’ istintivo rifiuto della misoginia, poi  si sarebbe trasformato in pratica politica.  Fra le fondatrici dell’Udi, l’Unione donne italiane, Joyce era solita scompigliare riunioni politiche e comizi, pretendendo, prima di cominciare a parlare, che  i compagni andassero a  prendere le mogli che avevano lasciato a casa.

«Più che un pensiero femminista, quello di Joyce era un pensiero femminile. E in questo senso lungimirante e attualissimo», ricorda l’archeologo e restauratore Tommaso Lussu, nipote di Joyce e che ad Armungia  in Sardegna, con generosità ha aperto la casa di famiglia a studiosi e ricercatori. «Attualissima – aggiunge – è  la lezione di laicità che Joyce ci ha lasciato. Ma anche  il suo impegno ambientalista e quello politico di stampo libertario, tanto che non si volle legare più ad un partito politico dopo lo scioglimento del Psiup nel 1969», ricorda ancora Tommaso.

Senza dimenticare poi quell’impegno poetico e letterario che, di pari passo con il sostegno a movimenti di liberazione africani, la portò a tradurre i versi del poeta e rivoluzionario angolano Agostinho Neto. Ma anche i versi del curdo Nazim Hikmet. Con il quale strinse una profonda amicizia.  Tanto da riuscire a tradurre le sue poesie, grazie a una lunga e profonda frequentazione, pur non conoscendo direttamente la lingua curda.

Le città divorano l’umanità dei loro abitanti: la povertà urbana che la politica non vede

Un momento dei controlli di una pattuglia dei Carabinieri nel quartiere di Tor Bella Monaca, 4 aprile 2017 a Roma. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

In senso lato, la povertà è l’impossibilità di soddisfare bisogni essenziali. Con la qualificazione di ‘urbana’ si potrebbe agevolmente traslarne la portata alle forme di povertà tipiche delle città. Troppo semplicistico, dicono gli esperti (che ne discuteranno nel convegno Confini al centro, verso una nuova giustizia sociale, organizzato dall’Associazione 21 luglio, dall’11 al 13 maggio, a Roma, università Tor Vergata).

«Non è semplice definire la povertà urbana poiché, convenzionalmente, esistono modi diversi di definire e, conseguentemente, rilevare empiricamente o, come preferiscono dire economisti e statistici, misurare la povertà», spiega a Left, Enrica Morlicchio, professoressa ordinaria presso il Dipartimento di Scienze Sociali dell’Università degli Studi Federico II di Napoli. Che continua: «La povertà urbana interessa soggetti che vivono in centri urbani di medie e grandi dimensioni che, in aggiunta alla difficoltà di soddisfare i bisogni famigliari e individuali, sperimentano forme di segregazione e di difficoltà nel ricorso all’autoproduzione e all’autoconsumo».

Le cause, molteplici, sono da ricercarsi in un mutamento graduale (e nemmeno troppo) della fisionomia delle città e delle condizioni economiche a cui la politica non ha saputo replicare in maniera corrispondente. Anzi, a dirla tutta, ne è stata anche responsabile.
«Dagli anni Ottanta, in Italia, abbiamo assistito a una trasformazione di aree periferiche delle metropoli italiane dovuta alla costruzione di grandi quartieri di edilizia residenziale pubblica dove concentrare il disagio sociale e al graduale afflusso di cittadini e famiglie immigrate», specifica il presidente dell’Associazione 21 luglio, Carlo Stasolla. «Negli stessi anni – aggiunge – la politica dei ‘campi nomadi’ ha inaugurato nel nostro Paese, un modello razziale di relegazione e iper-ghettizzazione». Generando una nuova forma della povertà «caratterizzata non solo dall’assenza di risorse economiche ma anche dalla rottura dei legami e dalla esclusione sociale, segnata da un isolamento spaziale e relazionale: ci troviamo di fronte a una ‘urbanizzazione della povertà’, dove la segregazione sociale, appunto, si declina in diverse forme».

Dai quartieri per ceti benestanti agli spazi periferici popolati da gruppi a minore reddito, aree omogenee per lingua e religione, campi nomadi, baraccopoli per stranieri, ghetti popolati da lavoratori stagionali e centri di accoglienza per richiedenti asilo. E, così, «oggi l’Italia, dopo la crisi economica e bancaria, esplosa nel 2008, si presenta come un Paese fragile dove la povertà è una caratteristica endemica delle città», conclude Stasolla.
E, però, «il concetto di fragilità è utilizzato solitamente in maniera banale e banalizzante da parte delle istituzioni, incapaci di comprendere i problemi strutturali e politici alla base dei processi di impoverimento, ai quali si risponde, da anni, con polizia, vigili urbani e retoriche securitarie», dice Gennaro Avallone, ricercatore presso l’Università di Salerno. Precisando che «nei discorsi pubblici e dell’azione politica sono scomparsi gli obiettivi dell’uguaglianza e della giustizia, ed è rimasto solo lo spazio per l’ossessione per la sicurezza».

Persa ogni vocazione (umanamente) produttiva, le politiche (austere) hanno incattivito e ridotto alla rassegnazione le città che tendono, sempre più, a scaricare le loro paure verso il basso. E con forza centrifuga, verso le periferie che, stravolgendo la mappa urbanistica e sociale, si fanno metropoli senza infrastrutture e senza servizi e producono forme di vita senza rappresentanza.
E invece, «queste politiche – suggerisce Avallone – potrebbero muovere dal riconoscimento della capacità di organizzazione delle persone in povertà: invece di penalizzare – come fa l’articolo 5 del decreto Lupi, per esempio – chi vive in occupazioni abitative, si potrebbe riconoscere, anche dal punto di vista istituzionale, la ricchezza di queste esperienze (collettive) e le proposte che avanzano».

Con le città svuotate del loro abitare e riempitesi negli spazi vuoti e negli interstizi, per Avallone «la povertà urbana è la negazione del diritto alla città, del diritto a vivere dove si lavora, dove ci sono i propri affetti e le proprie attività». Ad esempio, «diritto alla città vuol dire vivere dove i propri figli vanno a scuola e non dovervi rinunciare a causa della combinazione tra fitti che salgono – favoriti dalla valorizzazione della rendita fondiaria – precarietà lavorativa e assenza di politiche attive per la casa», chiosa Avallone.

E se «i fattori della povertà urbana, come la precarietà lavorativa, sono riferibili al più generale sistema sociale, la specificità di ‘urbana’ è, semmai, per indicare le manifestazioni ‘nuove’ o tendenziali della povertà e, in particolare, le sue forme più problematiche ed estreme: marginalità ed esclusione sociale», precisa Antonio Tosi, professore di Sociologia urbana presso il Politecnico di Milano. Marginalità ed esclusione che stanno mettendo a dura prova la tenuta della democrazia e della libertà individuale.

«In Egitto l’isolamento in carcere è tortura». La denuncia di Amnesty International

epa06286263 Egyptian President Abdel Fattah al-Sisi attends a military ceremony at the Hotel des Invalides in Paris, France, 24 October 2017. Al Sisi is in Paris for bilateral talks and to witness the signing of 17 cooperation agreements between both countries. EPA/CHARLES PLATIAU / POOL MAXPPP OUT

In Egitto per 22 ore al giorno in cella, da soli per 365 giorni l’anno. Un tempo che trascorre tra percosse dei secondini e cibo negato. Umiliazioni e silenzio. Divieto di contatti: con il mondo esterno, con le loro famiglie. Ma anche con quello interno, rappresentato dagli altri detenuti. L’isolamento è tortura e il Cairo lo applica sistematicamente nelle sue carceri. C’è scritto nel nuovo rapporto di Amnesty International.
Si finisce in isolamento per estorcere confessioni, per punire chi si è ribellato alle condizioni carcerarie o semplicemente per il passato politico che molti hanno alle spalle, scrive Amnesty. «Venti dei 36 prigionieri di cui si occupa il rapporto sono detenuti nel complesso penitenziario di Tora», scrive Riccardo Noury, Amnesty Italia.
Dietro le sbarre di 14 prigioni, in sette diversi governatorati, i detenuti intervistati nel report riferiscono di essere sottoposti a sovraffollamento delle strutture, mancanza di cibo, scarso livello di igiene, scarsa ventilazione ed illuminazione. A questo si aggiunge “l’uso dell’isolamento da parte delle autorità egiziane, uno strumento per infliggere punizioni addizionali, in particolare, ai prigionieri con un profilo politico”, scrive Amnesty.
Panico e paranoia. Assenza di memoria e concentrazione. Depressione ed insonnia, incapacità di comunicazione sono le conseguenze di questa pena, per giornalisti, attivisti, membri dell’opposizione, prigionieri senza accuse, che scontano un isolamento senza data di fine prevista. Sei detenuti dei 36 casi documentati da Amnesty «sono completamente isolati dal mondo esterno dal 2013», ha detto Najia Bounaim, Amnesty Nord Africa. Hussein Baumi, Amnesty Egitto, ha riportato le parole di un detenuto identificato come Hisham: le celle d’isolamento sono “simili a delle tombe”.
Sottoposto al memorandum dell’organizzazione per i diritti umani, il ministro dell’Interno egiziano del governo di Al Sisi ha risposto negando l’applicazione di tortura sistematica, ha ribadito la necessità del pugno duro da usare contro l’Isis che dal 2013 compie attacchi nel Paese e ha corretto Amnesty: quelle che l’ong chiama “celle d’isolamento” sono semplicemente “celle individuali” e le pratiche detentive sono “normali”. E poi al Cairo è di nuovo calato il silenzio.

Chi li partorisce i Casamonica?

Un'immagine dalla telecamera di sorveglianza posta sulla cassa del bar in cui è stata immortalata l'aggressione al barista avvenuto domenica primo aprile nell'esercizio di via Salvatore Barzilai, nel quartiere della Romanina. Antonio Casamonica e suo cugino Alfredo Di Silvio, personaggi legati all'omonimo clan, hanno aggredito prima una ragazza portatrice di handicap e poi un cittadino romeno di 39 anni, quest'ultimo proprietario del bar. ANSA

Ora tocca al bar devastato in zona Romanina accendere l’ennesimo allarme dall’odore mafioso, con quel che basta di violenza per rendere il tutto ancora più appetitoso per i media e con gli sventurati da intervistare a piene mani. Il copione è sempre lo stesso: un cognome che conta (anche se si finge di non averne saputo nulla fino a qualche ora prima), qualcuno che si ribella e ne paga le conseguenze (c’è chi si ritrova il naso rotto da una testata come accaduto con gli Spada a Ostia, in questa occasione abbiamo le cinghiate prese da una disabile) e poi fioccano i servizi in cui gli abitanti della zona dicono che “è sempre stato così, che l’importante è farsi i fatti propri, che loro non hanno mai avuto problemi”, poi arriva il sindaco, le autorità e così via, fino al prossimo caso.

Il mafiosetto bullo di turno torna anche utile a dipingere la zona degradata, con quei tratti da periferia del mondo come se sia quella particolare violenza a diventare paradigma del tutto. Poi, passati alcuni giorni, ci si dimentica e si ricomincia.

Eppure i Casamonica (che si chiamino in un altro modo, con qualsiasi altro cognome) li partoriamo noi: il potere acquisito (sia anche solo intimidatorio, al limite del mafioso) è figlio di un comportamento generale tutto intorno che non è nient’altro che omertà. Omertà, sì, anche se la parola sembra essere ormai fuori moda e anche se ogni volta che la leggiamo riferita al nostro quartiere ci provoca una certo risentimento, come se fosse un’accusa rivolta a noi. E in effetti è un’accusa rivolta a noi.

I “Casamonica” proliferano perché ormai in tutta Italia, mica solo al sud, il nuovo federalismo delle responsabilità ci ha convinto che il nostro unico dovere sia proteggere il nostro piccolo cortile, i nostri famigliari e gli amici più cari senza spendere troppe energie per il territorio, per la propria città, per il Paese. Siamo tranquilli se il nostro condominio è tranquillo e questo ci basta, tutti intenti a restringere il campo dei nostri doveri.

Qualche giorno fa in una ridente cittadina del nord, periferia milanese, i funerali della madre di un boss di mafia (detenuto al 41 bis) hanno ripetuto i fasti a cui ci hanno abituato i clan, bloccando mezza città con un corteo non autorizzato di banda musicale e petali di fiori. Eppure nessuno ne ha parlato.

Ci accorgiamo della nostra responsabilità ristretta quando scappa un po’ di violenza ma i Casamonica li partoriamo noi, dappertutto.

Buon martedì.

Nel segno del premier Hun Sen l’attacco alla libertà di stampa in Cambogia

epa06452152 Cambodian Prime Minister Hun Sen attends a congress to reform his Cambodian People's Party (CPP), in Phnom Penh, Cambodia, 19 January 2018. The Cambodian People's Party is the ruling party of Cambodia since 1979 after they toppled the Khmer Rouge regime, supported by the Vietnamese Government. Prime Minister Hun Sen is President of the party. EPA/MAK REMISSA

In Cambogia l’ultimo giornale indipendente è stato venduto. Cade l’ultimo bastione della stampa libera nel Paese: il Phnom Penh Post è stato acquistato da Sivakumar Ganapathy, investitore malesiano, proprietario di un’azienda che ha lavorato per il primo ministro cambogiano Hun Sen. Il businessman australiano Bill Clough, che possedeva il giornale dal 2008, ha deciso di cederlo, come scrivono in un editoriale gli stessi reporter del Phnom Pneh.

Il premier Sen dà battaglia alla stampa libera dall’inizio del 2017, ma, in vista delle elezioni il prossimo luglio, negli ultimi mesi sembra proprio che sia guerra aperta. Al potere dal 1985, vede nelle penne dei giornalisti liberi «una potenziale minaccia per la sua permanenza al potere, questa repressione è stata preventivamente programmata per le imminenti elezioni, la triste verità è che sono riusciti a far calare il sipario molto velocemente su quella che era una stampa molto libera», ha detto Shawn Crispin, Cpj, Comitato protezione giornalisti.
Solo un anno fa, a settembre, il Cambodia Daily, accusato dal governo di supportare l’opposizione, è stato costretto a chiudere dopo una multa governativa che superava i 6 milioni di dollari, insieme a 32 radio che mantenevano le loro voci alte e critiche contro il potere.

Nelle celle cambogiane rimangono non solo reporter delle radio asiatiche locali, come Uon Chhin e Yeang Sothearin, accusati di “trasmissione di informazioni a Paesi esteri”, ma anche stranieri, come il video maker australiano James Ricketson. Nell’indice della libertà di stampa, secondo Reporter Without Borders, la Cambogia ha perso dieci punti nell’ultimo anno: era al 132esimo prima di scendere al 142esimo posto nel 2017. Secondo l’associazione, la stampa indipendente del Paese “è in macerie”. Per Phil Robertson, responsabile di Human Right Watch divisione Asia, questa cessione del quotidiano «è un colpo impressionante alla libertà in Cambogia».

«Questa è la peggiore situazione per la stampa e per i giornalisti che io abbia mai visto in tutta la mia carriera»: Aun Pheap, dopo 30 anni passati a scrivere di corruzione, abuso dei diritti umani, scandali politici, come molti colleghi reporter, ora è in esilio perché “nemico dello Stato”. Si trova a Washington, Stati Uniti, in attesa di asilo politico: «qualsiasi giornalista scriva della reale situazione cambogiana o qualcosa che al governo non piace, verrà perseguitato, non siamo sicuro nel nostro Paese» ha detto al Guardian. «Per farlo io ho perso tutto».

Su Left in edicola, diversi approfondimenti dedicati alla Cambogia. A cura di Matteo Angioli, Simona Maggiorelli, Tania Careddu

 

Left n.18 del 4 maggio 2018


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Un appello per la Piana fiorentina: «Ma quale aeroporto, serve un progetto agricolo»

La Piana fiorentina deve essere liberata dalle grandi e dannose infrastrutture, per riaffermare la realizzazione integrale del Piano agricolo della Piana, con le sue potenzialità occupazionali, dalle quali partire, per realizzare un laboratorio di sperimentazione ambientale e civica, in chiave in chiave antispeculativa, solidale e mutualistica. È necessaria la riappropriazione e l’uso collettivo di numerose aree della Piana da parte di attivisti, abitanti, associazioni, in modo da garantire non solo la tutela e la cura delle zone in oggetto, ma anche l’interdizione di tutte quelle iniziative, che ne potrebbero alterare o distruggere l’alto e prezioso valore ambientale, agricolo ed economico, rendendo anche concretamente realizzabili i progetti di accoglienza integrata, che i Comuni sono chiamati ad attuare nell’ambito del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar).

La Piana Firenze – Prato – Pistoia è un sistema territoriale complesso, da tempo sottoposto ad una pressione antropica tale da determinare uno stato di crisi permanente. Ed è proprio la retorica dello sviluppo e dell’aumento dei posti di lavoro che prepara il terreno a questo crack ambientale, urbanistico ed economico, per realizzare un aeroporto intercontinentale da 4,5 milioni di passeggeri. Un’infrastruttura, che comporterebbe la parcellizzazione del Parco agricolo della Piana, l’unica alternativa per il riequilibrio ambientale di una delle aree più inquinate d’Europa, dove stanno cercando di concentrare, oltre all’aeroporto, anche un mega inceneritore, la terza corsia dell’autostrada A1 Firenze Mare, la cittadella viola con annessi alberghi e centri commerciali.

Inoltre, c’è da rilevare che per il nuovo aeroporto intercontinentale, la richiesta di Conformità urbanistica al Ministero, avanzata da Enac, non potrebbe essere rilasciata, perché il Tar della Toscana ha annullato la Variante al Pit, con la quale si inseriva la nuova pista (per di più di 2.000 metri) all’interno del Parco agricolo della Piana, come evidenziato dal Gruppo urbanistica di perUnaltracittà. Siamo in attesa della pronuncia del Consiglio di Stato che non è detto che debba essere a favore di Toscana Aeroporti, la società interessata, e comunque la pista prevista è difforme da quella di progetto, lunga ben 2400 metri. In sostanza la Regione dovrebbe ripresentare una nuova Variante al Pit.

È bene ricordare che, per quanto riguarda il vecchio attuale aeroporto, Enac non ha ancora approvato i Piani di rischio presentati dai Comuni di Firenze e Sesto fiorentino nel maggio 2016, e quindi è come se non ci fossero, perché per il nuovo aeroporto i Piani di rischio, che riguardano la sicurezza sia dei trasportati che dei sorvolati, non sono stati presentati. Appare così un quadro preoccupante, a cui si aggiunge un’indagine della Procura sulle inadempienze di Adf, prima, e di Toscana aeroporti poi, relative alla sicurezza idraulica dell’attuale aeroporto (a causa della mancata realizzazione della vasca di autocontenimento delle acque prevista dal Masterplan del 2003), La copertura degli investimenti previsti vedrà schierate in prima fila le amministrazioni pubbliche che, attraverso il project financing, saranno chiamate a garantire i debiti contratti dai privati e a intervenire con risorse economiche sia per adeguare il sistema territoriale alle nuove infrastrutture che per assorbirne gli impatti negativi.

Per spostare la Mercafir, ovvero i mercati generali e poter fare la cittadella viola, è necessaria una Variante al Piano urbanistico di Castello (Pue), che a detta dell’assessore di competenza del Comune di Firenze, sarà approvata dalla sola giunta e non ratificata dal Consiglio comunale in quanto, a detta loro, trattandosi di variante che prevede una riduzione consistente del carico urbanistico previsto nel Pue vigente, sarebbe pertanto di competenza della sola Giunta comunale. La motivazione esposta, ossia la riduzione delle costruzioni è del tutto risibile: sono previsti ben 271.200 mq di nuova edificazione, più del triplo di quanto già costruito con la nuova caserma dei carabinieri (88.000 mq.), per di più a ridosso del previsto aeroporto intercontinentale. Le dimensioni non sono quindi trascurabili e comunque vanno inserite nel quadro più ampio delle previsioni insediative di tutta l’area. Il Regolamento costruzione ed esercizio aeroporti prevede di limitare al massimo il carico antropico dell’area.

Ma il Comune verifica il carico antropico non sulla base delle circa 800 presenze in uno spazio ridotto, come può essere quello dei mercati generali, ma lo distribuisce sull’intera area territoriale, ben più ampia. Le condizioni di sicurezza degli insediamenti esistenti e di quelli previsti sono molto precarie. Mercafir, Caserma dei carabinieri e l’area del nuovo stadio resterebbero comunque nelle aree di tutela, anche con il nuovo aeroporto, così come il Palazzo di Giustizia, con i suoi numerosi frequentatori, sarebbe a poche decine di metri dalle stesse. Ciò viene rilevato dal Gruppo urbanistica di perUnaltracittà, di cui condivido l’analisi e le proposte in merito al fatto che le amministrazioni comunali dovrebbero predisporre regolamenti e patti di collaborazione, per favorire una reale partecipazione dei cittadini alla vita delle comunità locali, a partire dal diffuso attivismo sociale in difesa del Parco agricolo della Piana.

Infine, il mancato coinvolgimento del Consiglio comunale significa impedire un ampio e necessario dibattito pubblico e istituzionale su una delle operazioni urbanistiche ed economiche più rilevanti della storia della città, irrisolta da più di sessant’anni. Un vero e proprio disprezzo delle più elementari regole della democrazia che non può essere giustificato in nessun modo.


L’articolo di Miriam Amato è stato scritto in collaborazione con il Gruppo urbanistica di perUnaltracittà di Firenze

 

Il sindaco Nardella propone «prima ai toscani le case popolari». E la destra applaude

Il sindaco di Firenze Dario Nardella durante gli Stati Generali della lingua italiana nel mondo a Palazzo Vecchio, Firenze, 17 ottobre 2016. ANSA/ UFFICIO STAMPA COMUNE DI FIRENZE +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

L’ultima delle uscite di Dario Nardella è quella sulle case popolari, che secondo il sindaco di Firenze dovrebbero essere concesse in via preliminare ai fiorentini o comunque a chi vive da almeno 10 anni nel territorio comunale.
«Il nostro obiettivo – ha dichiarato il primo cittadino – è aiutare chi è in graduatoria da troppo tempo ed è sempre in fondo alla lista. Vogliamo dare una mano a quelle famiglie che hanno sempre rispettato le regole e che vivono da molti anni nella nostra città, per riequilibrare una concentrazione eccessiva di famiglie straniere».
La dichiarazione, che ha scatenato un prevedibile putiferio di polemiche, è stata rilasciata alla vigilia della audizione in Commissione Politiche Sociali della Regione Toscana che nelle prossime settimane si occuperà di riformare l’attuale legge regionale sull’accesso all’edilizia residenziale pubblica. La competenza sull’edilizia è infatti regionale ma al tavolo preliminare siedono, come previsto, tutti gli attori sociali e istituzionali interessati, fra i quali il Comune di Firenze. La legge attuale, firmata da un’altra renzianissima esponente, Stefania Saccardi, è del 2015 e già prevede un requisito temporale minimo per la richiesta di un alloggio pubblico, fissato nel termine dei 5 anni.
Già al tempo i sindacati degli inquilini avevano storto il naso di fronte al requisito temporale minimo, dato che avrebbe potuto penalizzare ingiustamente le categorie più deboli e i pendolari del lavoro, spesso costretti a spostarsi da un luogo all’altro per cercare un’occupazione.
«La revisione della legge del 2015 si è resa necessaria perché non fotografa in maniera realistica il tessuto sociale – spiega Laura Grandi, segretario generale del Sunia Firenze – costituito non solo da casi di estrema marginalità, ma anche da chi lavora e ha un reddito troppo basso per sostenere affitti sempre più alti». Da qui l’esigenza di una revisione, dalla quale è scaturita la proposta della nuova legge firmata dall’assessore regionale alla Casa, Vincenzo Ceccarelli.
Ma anche questa volta i sindacati degli inquilini sono tutt’altro che soddisfatti: «Se è possibile questa legge è ancora peggiore della precedente – commenta ancora Grandi -. Abbiamo infatti proposto 42 emendamenti alla proposta, non certo perché siamo incontentabili ma perché crediamo di conoscere bene il destinatario finale della legge che non può essere tutelato con queste disposizioni».
In questo clima già sufficientemente arroventato è poi arrivata la dichiarazione del sindaco. Nella sua newsletter il primo cittadino ha cercato di argomentare meglio la propria idea: «Da Firenze parte una nuova proposta per non creare ghetti come nelle periferie francesi, bisogna evitare di inserire troppe famiglie straniere negli stessi condomini e anzi aiutare le famiglie in ‘fascia grigia’ e dai un punteggio maggiore a chi risiede da più anni in Toscana. La cosa più importante è creare dei luoghi di convivenza».
L’intento social-filantropico della motivazione non ha comunque fermato le polemiche, e le prese di distanza. Tra le prime, quelle dello stesso assessore regionale Ceccarelli che ha ricordato che «esistono già sentenze della Corte Costituzionale, una relativa alla Regione Friuli-Venezia Giulia che, laddove la Regione ha messo delle norme troppo stringenti per quanto riguarda l’accesso a servizi ritenuti essenziali per il cittadino, non ammette soluzioni che possano risultare discriminatorie». Contrario anche il Movimento 5 Stelle che ha parlato di “demagogia” e di “guerra tra poveri” e Potere al Popolo, ancora più duro, che afferma: «In una città dove le case del centro sono sottratte alla residenza e i grandi edifici pubblici trasformati in alberghi di lusso, il sindaco di Firenze imputa alle famiglie straniere l’emergenza casa. Dichiarazioni degne del peggior repertorio programmatico destrorso».
Nella giornata di venerdì 4 maggio è infine arrivato anche il commento del presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, su quella che è stata ribattezzata la “scala mobile della toscanità”: «Possiamo discutere su come evitare l’effetto banlieu, magari dando ai sindaci il potere di ‘mischiare’ le etnie in modo da evitare il rischio della formazione di ghetti. Quello che non possiamo fare, perché è già stato ritenuto incostituzionale in base all’articolo 3 della Costituzione, è aumentare ulteriormente il numero degli anni di residenza necessaria per ottenere il diritto ad iscriversi nelle graduatorie per l’assegnazione di un alloggio popolare. La Toscana – precisa ancora Rossi – chiede già 5 anni di residenza ed è tra le Regioni italiane con i paletti più rigidi su questo tema, ma in linea con altre Regioni come la Lombardia e il Veneto».
La scala mobile della toscanità ha creato insomma molta confusione e quasi nessun consenso. Fatto salvo per Lega e Fratelli d’Italia, il cui rappresentante in Consiglio Regionale fa sapere: «È interessante vedere che il sindaco è arrivato a sposare proposte di legge che noi portiamo avanti da sempre – precisa il capogruppo Paolo Marcheschi – al Nardella ‘convertito’ regalerò una tessera di Fratelli d’Italia».
Da segnalare, che tra un anno, a Firenze, ci sono le elezioni comunali.

Cosa resta di Karl Marx nel Paese della rivoluzione d’Ottobre?

epa06704263 Communist party supporter dressed as Karl Marx takes part in the traditional May Day demonstration, Moscow, Russia, 01 May 2018. Labor Day, or May Day, is observed all over the world on the first day of May to celebrate the economic and social achievements of workers and fight for laborers rights. EPA/MAXIM SHIPENKOV

A duecento anni di distanza dalla sua nascita cosa resta di Marx in Russia, il primo Paese al mondo che fu governato in nome delle sue idee? Non molto, ma neppure pochissimo.

Come è noto, solo fino a trent’anni fa, prima che fosse ammainata la bandiera rossa dal pennone del Cremlino, in Urss il marxismo-leninismo fu materia scolastica, università comprese. Un marxismo, ridotto a catechesi, espunto della sua matrice rivoluzionaria, stuprato storicamente anche nella versione soft in salsa chrusceviana, una noiosa corvè per tutti i cittadini sovietici quella di essere costretti ad avere dei rudimenti dell’opera del Moro di Treviri. Questo fu, sicuramente e in buona parte, Marx nell’Urss. Negli anni del breznevismo, egli divenne persino protagonista anche di divertenti e salaci barzellette su un sistema che ormai mostrava più di una crepa.

Alcuni segni del suo passaggio sono rimasti qua e là nell’arredo urbano. Malgrado una certa “decomunistizzazione” sia avanzata anche a Mosca, davanti al teatro Bol’šoj, sulla Piazza Teatral’naja, fa ancora bella mostra di sé, una statua del fondatore del socialismo scientifico. E benché architetti e artisti abbiano sempre storto il naso di fronte all’opera, a me non è mai dispiaciuta. È un grande busto del filosofo con una mano sul risvolto della giacca e l’altra nella tasca dei pantaloni, mentre i capelli al vento gli danno quel minimo di trepidezza. Naturalmente i piccioni fanno in modo di togliergli ancora un po’ più austerità, ma del resto è il destino di tutti i personaggi che adornano le piazze.

Non lontano da Saratov esiste una cittadina intitolata a Marx, 30mila abitanti. Prese tale nome nella versione di Marxstadt nel 1919, parte integrante della regione di Saratov, dove viveva sin dai tempi di Caterina la comunità dei Tedeschi del Volga. Quando nel 1942 Stalin fece deportare in Siberia l’intera comunità tedesca per timore che in caso di occupazione collaborasse con i nazisti, la città oltre a perdere molti dei suoi cittadini perse anche il suffisso di Stadt restando semplicemente Marx. Un po’ laconicamente c’è solo un piccolo e malconcio busto dedicato al rivoluzionario tedesco, ma all’ingresso della cittadina i visitatori vengono accolti da una bella insegna in muratura, dal sapore vagamente situazionistico, su cui è scritto «I love Marx», con tanto di cuore rosa.

Sempre in zona c’è una città dedicata al sodale e amico di Marx, Friedrich Engels. Il «Generale», così veniva chiamato per le sue profonde conoscenze dell’arte militare, però è stato, se così si può dire, più fortunato essendo oggi la città a lui titolata una realtà di ben 230mila abitanti. A Engels fu dedicata nel 1931 la città che fino allora aveva portato il nome Pokrovsk, e che si stende sulla riva opposta del Volga di fronte a Saratov. Oggi collegate da due grandi ponti, Saratov e Engels si possono definire una sola grande città anche se amministrativamente ma pure architettonicamente restano due città diverse. Vie strette e ancora case di legno stile isba a Saratov; grandi vialoni e solidi edifici di epoca staliniana a Engels.

Qualcosa di Marx è rimasto però in Russia non solo nella toponomastica se si vuole far fede all’Istituto di sondaggi moscovita Vziom, che ha pubblicato la scorsa settimana proprio in occasione del bicentenario della nascita, i risultati di una ricerca sulla popolarità del rivoluzionario tedesco in Russia. Risultati interessanti, anche se non sorprendenti. Il 98% degli intervistati ha dichiarato di conoscere Marx in linea di massima, il 30% circa di apprezzarne le idee e di averne letto letto almeno un’opera. I russi restano un popolo che pone al vertice dei suoi valori l’uguaglianza (spravledivost’) e questo lo dicono oltre che i sondaggi il sentire comune. Non sarà forse un caso che lo stesso il Marx, nella maturità, giunse a ipotizzare nella celebre corrispondenza con i populisti russi che quel Paese potesse giungere al socialismo senza passare per il capitalismo, grazie alle sue istituzioni comunistiche contadine. Marx nella semplice percezione di molti cittadini comuni russi è anche questo: il campione dell’uguaglianza. Per questo la sinistra del futuro porterà anche in Russia inciso il suo nome e la sua opera.

Buongiorno Mosca,
Storie, vicende e riflessioni dalla Russia
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Mancano i ragionamenti, quindi ci si affida alla cronaca (nera)

Gli omicidi a Londra spingono Trump a twittare. Il funerale di Pamela Mastropietro scatena certa destra sui dettagli più peccaminosi e sul “negro” come pericolo del secolo. La percentuale diminuita degli sbarchi invogliano Gentiloni a cantare vittoria.

Sempre di più la politica (e il giornalismo, lo possiamo scrivere? Il giornalismo) quando sono incapaci di costruire un ragionamento cercano affannosamente spunti nella cronaca nera per illudersi (e illuderci) di leggere il presente e di essere davvero sulla cresta dell’onda. Fateci caso: sono completamente andate fuori moda le domande, è scomparso il valore di un dubbio, sono introvabili delle proposte di chiavi di lettura collettive. Il problema non sono i social dentro i social: il problema è la comunicazione social fuori dai social, nel mondo reale, lì dove come classe dirigente bisognerebbe dirigere (appunto) un pensiero, una visione, un progetto, addirittura un Paese.

Se il dibattito politico ha bisogno di strafogarsi di sfondoni lessicali compiuti dagli avversari o aspetta impazientemente di poter azzannare un tweet sbagliato allora significa che quello è il perimetro generale del pensiero. Stretto. Strettissimo.

Cosa c’è di strano quindi che inevitabilmente poi sia tutto così terribilmente ininfluente nella vita reale delle persone? Ma davvero voi andreste a votare qualcuno perché è stato brillante nel commentare il sommario dei tigì? Ma davvero voi comprereste un giornale che cerca notizie per sostenere la propria tesi con cui vi ammorba da anni piuttosto che fare il contrario ovvero costruire pensieri partendo dai fatti?

Mi raccomando, poi stupiamoci tutti.

Buon lunedì.

Il barone di Calvino, ribelle con amore

Cesare Pavese sarà il primo che, riferendosi allo stile dello scrittore, lo definirà «uno stile dal tono fiabesco» e questo, prima ancora che uscisse la raccolta Fiabe Italiane, nel 1956, in cui Calvino, come egli stesso disse, fece un viaggio durato due anni in un mondo affascinante e sconosciuto. Inoltrandosi in quella materia magmatica e priva di regole compositive, recuperando ogni storia dalle tante raccolte folcloristiche che arricchivano il patrimonio delle biblioteche italiane, si immerse nei racconti nati dalle bocche del popolo: un patrimonio importante, ricco, ma anche ingarbugliato che Calvino ha saputo restituirci attraverso un lavoro di riscrittura e integrazione linguistica.

Nello stesso anno dell’uscita di quell’opera straordinaria che vedrà unite in un unico volume ben duecento fiabe provenienti dalle diverse tradizioni regionali d’Italia, Calvino ha un’ idea: un ragazzo sale su un albero e passando di ramo in ramo decide di vivere lì tra le chiome verdi per tutta la sua vita. Questa immagine gli viene suggerita da un racconto del pittore “dell’arte del movimento”, il poeta ironico delle automobili Salvatore Scarpitta, che anni prima, in una sera del 1950, all’osteria Menghi di via Flaminia a Roma, raccontò a Calvino di quando bambino, nella California degli anni Trenta, dove viveva con la famiglia, si rifiutò di aiutare il padre nelle faccende domestiche e per sfuggire all’ira di questo e a qualche scappellotto, si arrampicò sul grande albero del pepe che si ergeva nella loro proprietà. Il genitore lo lasciò fare credendo ad una birbata da poco conto e invece vi rimase 34 giorni, superando il primato di permanenza sugli alberi e diventando una vera celebrità.

Così Il barone rampante è lo sviluppo radicale di questa idea. Il romanzo inizia così…

 

Dal 6 al 18 maggio, a Pistoia, la mostra Cosimo degli Alberi ispirata all’opera di Calvino

L’articolo di Ilaria Capanna prosegue su Left in edicola


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