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I nemici della libertà di scelta

A woman holds a banner reading ''I decide'' during a demonstration in central Rome against a reform of the Spain's abortion law proposed by the conservative government on February 1 , 2014. They support thousands of pro-choice campaigners who converged on the Spanish capital today to voice their opposition to a government plan to restrict access to abortion in the mainly Catholic country. AFP PHOTO / TIZIANA FABI (Photo credit should read TIZIANA FABI/AFP/Getty Images)

G. ha vent’anni. Avrebbe dovuto avere le mestruazioni la settimana scorsa. Non si ricorda bene, l’app non funziona come dovrebbe. Alla fine fa un test in farmacia, positivo. Guarda quella lineetta blu. Le scappa un sorriso. È contenta. Contenta? Come contenta? Contenta di avere un figlio? No, no, no, non scherziamo, è terrorizzata. Però funziona. Il suo corpo funziona. È una donna, è incinta. Beh alla fine una soddisfazione, una potenza. Ok, ok, ma non se parla di tenerlo. Chiama un’amica, vanno su un motore di ricerca online. Aborto. Trovano il consultorio familiare più vicino. Si chiama Maria Santissima della Montagna. In Lombardia, Comunione e liberazione ha appaltato la metà dei consultori a strutture religiose. Telefona, chiede aiuto, ha saputo che le serve un colloquio e un certificato. Un documento. Un’attestazione del colloquio con un medico. Dall’altra parte del filo le risponde una gentilissima signora. No no, per carità, non se ne parla di avere il certificato per l’interruzione di gravidanza. «Venga però, venga che parliamo, le serve parlarne, lo sa? Le donne dopo un aborto stanno tanto male, venga venga da noi, le spieghiamo bene quello che succede, siamo solo noi che la possiamo aiutare davvero».

G. mette giù il telefono. Qualcosa in quella voce troppo gentile l’ha spaventata. No, non è quello di cui ha bisogno, non sa neanche lei perché, erano così gentili, le hanno offerto aiuto. Perché si è sentita minacciata? Eppure ora ha paura, deve cercare ancora. In Italia e in Europa i movimenti contro la libera scelta (dire che sono «pro-vita» è una bugia) diffondono la falsa notizia che le donne dopo un aborto volontario si suicidino più di frequente e che comunque attraversino gravi depressioni, oltre alle conseguenze fisiche. In Francia hanno creato dei falsi siti di informazione sull’Interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) per diffondere fake news sugli effetti collaterali dopo l’aborto volontario. E per contrastarli è stata emanata una legge che vieta di farlo. Proprio così. In Francia dal 2016 c’è una norma che si chiama Loi sur le delit d’entrave: legge sul reato di ostacolo alla Ivg. Vuol dire che non puoi creare un sito internet per spaventare le donne raccontando bugie (mentire non è libertà di espressione), non puoi andare davanti ai servizi di Ivg con cartelli minacciosi fermando le donne per convincerle a non abortire «per il loro bene». Devi lasciarle in pace.

N. invece ha una gravidanza voluta. Fa un’ecografia morfologica, 20 settimane, quattro mesi, in un ospedale pubblico. Nel nuovo protocollo italiano sugli esami in gravidanza quest’ecografia è stata anticipata a 19/21 settimane, proprio per dare il tempo di fare accertamenti ed eventualmente abortire prima della 24 settimana. In Italia dopo le 24 settimane non è possibile niente, in nessun caso. In Francia, in Belgio, in Croazia invece sì. Ma torniamo a N. Quando riceve la notizia le tremano le gambe. Un figlio voluto, cosa succede ? Cosa c’è che non va? Le viene messo in mano un foglietto. Per ulteriori accertamenti. L’appuntamento è in un ospedale religioso. Qui siamo nel Lazio. La diagnostica prenatale ecografica è in mano agli ospedali del Vaticano. Le strutture pubbliche non hanno più soldi, il pediatrico Bambino Gesù ha ricevuto 50 milioni di euro per finanziare la ricerca. La clinica pediatrica dell’Università La Sapienza invece ha chiuso le ecocardiografie agli esterni per mancanza di fondi. N. si reca all’ospedale religioso, un po’ incerta. Sono così eccellenti? Sicuri? Non c’è altro? 

La accolgono subito, anche qui sono gentilissimi. Colloquio, ecografia. Colloquio, risonanza magnetica. Colloquio, nuova ecografia. Colloquio etico. Alla fine le settimane diventano 26. Ed è  finita così: il suo bambino ha una malformazione incompatibile con la vita ma in Italia non si può fare più nulla. Lo porta a termine. Lo sente muovere. Quando nasce, alla quarantesima settimana lo porta in un hospice religioso dove morirà in tre giorni. Secondo i dettami dell’ostetricia religiosa tu non farai niente, aspetterai che muoia dopo averlo portato a termine. Il presidente dei medici cattolici, il dottor Noia, gira l’Italia con il Rotary per raccogliere fondi per gli hospice dove far morire i neonati incompatibili con la vita di cui hanno impedito l’aborto. La chiamano «l’altra possibilità». Peccato che ti impediscano di scegliere facendoti semplicemente perdere tempo. Peccato che quel bambino morirà comunque, in ogni caso.

La terza donna di cui parliamo è Valentina Milluzzo. Lei ha un nome e un cognome, perché di aborto rifiutato è morta. Si è ricoverata a Catania, nell’ospedale Cannizzaro, un ospedale laico, stavolta, con l’utero dilatato, alla 17esima settimana di gravidanza. È rimasta 15 giorni a letto con i piedi in alto (a 17 settimane? Sì a 17 settimane) senza che nessuno le spiegasse – in un ospedale nel quale gli obiettori in ostetricia sono il 100% – che l’aborto terapeutico poteva essere un’opzione che avrebbe protetto la sua salute. La sua vita. Il fondatore del Popolo della famiglia, Mario Adinolfi, dice con orgoglio che gli ospedali sono pieni di militanti cattolici nei reparti di ostetricia. Certo, militanti che «finché c’è il battito fetale» si rifiutano di prestare cure alle donne. Ci viene replicato che se una donna sta male certamente sarà curata. Ma quanto deve star male? Se ha una gravidanza extrauterina deve iniziare l’emorragia… se ha un sacco rotto deve almeno manifestare segni di infezione… se ha la pressione alta deve avere le convulsioni… e così, qualche volta, quando stai tanto male da riuscire ad ottenere le cure anche se c’è il battito poi non ce la fai lo stesso e muori. Valentina è morta così. Dopo 15 giorni ha avuto una setticemia, a causa di quell’utero aperto, e un medico in preda al panico le ha negato anche quelle cure tardive che forse non l’avrebbero salvata comunque.

Negli Stati Uniti, dove le cose hanno spesso un nome e un cognome più chiaro che da noi, già nel 2008 l’American Journal of public health ha pubblicato una ricerca sui ritardi nelle cure alle donne negli ospedali cattolici, per via della presenza del battito cardiaco. E così questa è la mia celebrazione dei quarant’anni della legge 194. Non siamo mai stati in pericolo come adesso, di arretrare sui diritti delle donne. Non abbiamo mai avuto bisogno come ora che la difesa delle scelte delle donne e della loro salute sia presa in carico dalle donne e dagli uomini, da tutti i cittadini che pensano che lo Stato debba essere laico.

L’articolo di Elisabetta Canitano è tratto da Left n. 19 dell’11 maggio 2018


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Il suono delle parole

«Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono…». Non bastasse l’epigrafe, che contribuisce a rendere ancor più spiazzante il nome di questa collana, e certamente a rilevarne la sostanza lietamente polemica, potremmo iniziare a parlarne là da dove non ce lo si aspetterebbe. Cioè da Leopardi e dal suo Zibaldone, libro orale, da leggere con le orecchie, dove s’incontrano, ad esempio, luoghi come questo: «Ma questo discorso porterebbe troppo innanzi, (…) e finalmente a trattare della funesta separazione della musica dalla poesia e della persona di musico da quello di poeta, attributi anticamente, e secondo la primitiva natura di tali arti, indivise e indivisibili» (Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, 3229).

A partire da qui, forse, affermare che la poesia nasce musica apparirà meno scandaloso o stupefacente, senza scomodare necessariamente aedi, rapsodi, trovatori e minnesänger. Anche perché il modo in cui, ancora oggi, anche oggi, la poesia è musica, è totalmente differente da ciò che è stato e avere radici non serve mai a guardare indietro, ma piuttosto a immaginare il futuro. Le radici della poesia sono sempre rivolte verso il cielo. Le tradizioni si rispettano tradendole, non facendosene epigoni.

E cosa accade, oggi, alla poesia – oggi, mentre l’accelerazione toglie respiro, fa mutare i linguaggi, li stira e li distorce senza posa? Un’accelerazione che non fa che aumentare, che trasforma il paesaggio in…

Lello Voce è un poeta, performer e scrittore. È anche soprattutto, da pioniere della spoken music, colui che introdotto in Italia i Poetry slam. La poesia detta, cantata, davanti al pubblico. Insieme ad un altro poeta, Gabriele Frasca, al musicista Frank Nemola e al disegnatore Claudio Calia coordina Canzoniere, una nuova collana internazionale di libri-cd edita da Squilibri editori. E Canzoniere. La poesia riprende fiato è il titolo dell’happening che si tiene il 10 maggio al Teatro di Tor Bella Monaca a Roma

L’articolo di Lello Voce prosegue su Left in edicola


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Nella Malesia alle prese con la corruzione trionfa Mahathir Mohamad, vecchio leader dell’opposizione

epa06724476 Mahathir Mohamad (C) former Malaysian prime minister and chairman of 'Pakatan Harapan' (The Alliance of Hope) and current prime ministerial candidate shows a letter to the king during a media conference in Kuala Lumpur, Malaysia, 10 May 2018. Malaysia's Pakatan Harapan alliance lead by former prime minister, Mahathir Mohamad, has won a historic election victory. EPA/AHMAD YUSNI

In Malesia è finito il regno del Barisan nasional (Bn). Da sessant’anni la destra del fronte nazionale rimaneva al potere. Ma dalle elezioni del 9 maggio il Paese ha deciso che lo salverà il leader più anziano del mondo. A urne chiuse e sfoglio finito, il risultato è ormai ufficiale dalle prime ore dell’alba. Il nuovo primo ministro del Paese è Mahathir Mohamad, ha 92 anni e parla del futuro della nazione. Le prime parole che ha pronunciato sono state: «non cerchiamo vendetta, vogliamo solo ripristinare la validità della legge».

Per la prima volta dal 1957 è l’opposizione a vincere in Malesia e per la stampa internazionale si tratta di una “storica” vittoria, ma Mahatir è già stato primo ministro per 22 anni, dal 1981 al 2003. Se la nazione in quegli anni è diventata una “tigre economica” è grazie a lui, ma il prezzo da pagare è stato il suo metodo autoritario. Ex membro dell’Umno, – la coalizione di maggioranza-, Mahatir è arrivato al potere nel 1981. Poi utilizzò la sua influenza politica e negoziale per rendere il suo delfino, Najb Razak, primo ministro nel 2009. Sulla stessa poltrona Razak è rimasto seduto fino a che il maestro non ha deciso di vendicarsi sul vecchio allievo. Razak è stato l’uomo più potente della Malesia fino a quando il mentore Mahatir non ha deciso di prendere il posto del suo pupillo, su cui peraltro pendono gravissime accuse di corruzione. Razak è incriminato per frode multi milionaria ai danni dello Stato. Aiutarlo «è stato l’errore più grande della mia vita», ha detto Mahatir, «se Najib rimarrà lì, il Paese finirà ai cani, mette la Malesia in una cattiva posizione, economica e politica», aveva detto solo un anno fa, quando aveva abbandonato la coalizione di maggioranza Umno, che ora lo accusa di opportunismo politico.

Per battere Razak e la corruzione del Paese, si era alleato con lui anche il leader dell’opposizione Anwar Ibrahim. A queste elezioni Ibrahim aveva chiesto ai suoi elettori di votare per la sua nemesi politica, Mahatir, e per la sua alleanza, Pakatan Harapan. Trionfi elettorali inaspettati, per alleanze inconsuete sotto il cielo di Kuala Lumpur: anche Anwar faceva parte dell’Unmo ma ha rinunciato a correre per le elezioni del 2018 dopo una accusa e condanna per violenza sessuale, un episodio che secondo lui e i suoi sarebbe stato un tentativo di bloccare la sua carriera politica.

 

Tanto tuonò che governo

Dai che forse ce l’hanno fatta. Hanno trovato la quadra per mettere in piedi un governo. E fa niente che fosse la prima ipotesi percorsa, quella che poi è stata sputata, vomitata e ripetutamente offesa come “errore da non ripetere” con reciproci scambi di accuse per cui la Lega era schiava di Berlusconi secondo il Movimento 5 stelle e il Movimento 5 stelle era una manica di incapaci secondo la Lega. Ora hanno fatto pace, ritirato tutto. E hanno fatto un governo per suggellare la ritornata amicizia.

Dai che forse ce l’hanno fatta. Avrebbero voluto “fare fuori” Silvio Berlusconi e invece hanno trovato questa comoda via d’uscita per cui sarà Berlusconi stesso a tenere in mano i voti per governare (o per fare cadere il governo da un giorno all’altro) rendendolo improvvisamente protagonista dallo scarto periferico che era. L’amichevole astensione di Berlusconi (indispensabile per governare) è ritenuta potabile. Così è se vi pare. Lui sembrava finito e invece ancora una volta è indispensabile. E ancora una volta c’è qualcuno che crede al fatto che sia disposto a rimanere periferico. Beati voi.

Dai che forse ce l’hanno fatta. Ci hanno provato con la Lega. Poi sono andati dal Pd dicendo che con la Lega ormai «il forno era chiuso» e poi sono tornati dalla Lega. L’importante è «mettere in piedi un governo», dicono. Benissimo, ora capiremo come sia possibile trovare una sintesi tra i poli opposti. Come se fosse tutto uno scherzo.

Dai che ce l’hanno fatta. Alla fine più di tutto è contata la paura di tornare alle elezioni, come nei Parlamenti poltronifici che si rispettino dove ciò che conta è soprattutto non rischiare di perdere il posto. L’autopreservazione è il primo punto del programma, la preservazione e lo sviluppo del Paese vengono solo dopo.

Ma c’è una cosa, più di tutto, che ora conta: il governo, appunto. Che è cosa ben diversa dalla propaganda e dalla campagna elettorale. Ora aspettiamo con ansia la soluzione di tutti i problemi e di tutte le emergenze che sono state sventolate (spesso a caso) in questi ultimi anni. Ora c’è da fare politica che è cosa ben diversa dalla propaganda. Ma soprattutto ora c’è da dirigere, oltre che fregiarsi di essere classe dirigente.

Buon giovedì.

Patricio Pron indaga sugli anni bui della storia d’Italia

Primavera del 1945. Un congresso di scrittori fascisti, a Pinerolo. Nella bocca dei conferenzieri, l’alito pesante della Repubblica di Salò e della Germania di Hitler, ormai quasi travolte dagli alleati. La scomparsa di un uomo. La Resistenza, ma anche gli anni di piombo e i nostri giorni. Il valore della parola scritta. Trovare il proprio posto, da intellettuale, dentro la politica quando diventa atto criminale. La violenza che sembra circondare ogni avanguardia. Un romanzo-saggio (o un saggio, anzi, saggissimo romanzo) che sarebbe potuto uscire dalla penna di Giorgio Bassani o di Carlo Cassola. E invece l’ha scritto l’argentino Patricio Pron, uno degli autori più lucidi e profondi del panorama letterario latinoamericano. Il libro, Non spargere lacrime per chiunque viva in queste strade è appena uscito in Italia per GranVía, nella limpida traduzione di Francesca Lazzarato.
Sembra che la ricerca dell’identità del padre, iniziata tra la Germania e l’Argentina con Lo spirito dei miei padri s’innalza nella pioggia  (Guanda, 2013), vada ora a rovistare la fine di un’altra dittatura. Cosa l’ha spinta a intraprendere questo viaggio di ritorno in Europa e a fare tappa nell’Italia degli ultimi giorni di Salò, negli anni delle Brigate Rosse e nelle manifestazioni contri il governo Renzi di dicembre del 2014?
La storia italiana del XX secolo sembra evidenziare il fatto che, come società, ci si muove roteando; i tre momenti storici di cui si parla nel libro, 1945, 1977 e 2014, mettono in particolare risalto questo fenomeno. Non è possibile imparare dalla Storia, pare voler dire “Non spargere lacrime per chiunque viva in queste strade”. E sembra volerlo dire perfino contro la mia volontà.
Tuttavia alcuni personaggi cercano di opporsi alla spirale della Storia, in precisi momenti delle loro vite; lo fanno tardi, forse, ma sono tentativi pieni di coraggio. In questo libro risplendono proprio gli attimi in cui lo sfascio personale si smarca dallo sfascio storico.
Penso che i personaggi del libro abbiano assimilato, in modo molto personale, che le loro vite sono inevitabilmente inscritte all’interno dell’epoca in cui hanno dovuto vivere. Tutti loro sanno che lo scontro tra il soggetto e ciò che chiamiamo “società” è falso, e che ciò che va riveduto di continuo è il confronto con la responsabilità individuale nell’esistenza sociale. Il loro coraggio sta nel dire “no” alle circostanze in cui vivono, per quanto possibile; e quel “no” è un gesto che tutti dovremmo fare nostro, soprattutto in questo momento di frivolezza e di violenza.
È un romanzo senza donne, eccetto le poche autrici presenti al congresso che, prive di voce in capitolo, rasentano il ridicolo. Il fatto che non ci sia spazio per le donne in queste pagine le allontana anche dalla responsabilità dei fatti? La Storia e la colpa –ma anche il talento- sono e sono state esclusivamente “cose da uomini”?
L’assenza di donne nel libro mi ha causato inquietudine perfino mentre lo scrivevo, e un problema che credo di non essere riuscito a risolvere: mi è stato impossibile rintracciare  tra le fonti dell’epoca una figura femminile che non incarnasse uno stereotipo, qualcuno sulle cui spalle io potessi caricare questa storia di come, nel XX secolo, la letteratura divenne politica, e la politica, delitto. Questa impossibilità rivela una speciale abilità delle donne a non lasciarsi sedurre dalle fantasie totalitarie dei loro corrispettivi maschili, ma segnala anche un’esclusione storica, dall’ambito della letteratuta e dall’ambito politico, che solo negli ultimi tempi ha generato dibattito. Se il mio libro serve a fomentare questa messa in discussione, perfetto.
Scrivere la letteratura attraverso la vita, continua ad avere un senso?
Non mi viene in mente altro che abbia più senso fare: inserire la letteratura tra i fatti della vita, come se fosse una specie di sonnambulismo dentro il quale, in realtà, si potesse essere più vigili che da svegli.

 
Monica R. Bedana, directora Ele Usal Torino presenta il libro di Patricio Pron al Salone del libro a Torino , giovedì 10 maggio, alle 19,45, nell’ambito del  Salone OFF alla Libreria Trebisonda in via Sant’Anselmo 22, alle ore 19,45

9 maggio 1978-2018: quarant’anni di lotta alle mafie “con” Peppino Impastato

C’è chi guarda il mare, chi prende il caffè, chi chiacchiera con gli amici. Piano, piano le strade si riempiono, continuano ad arrivare in tanti non solo i compagni di un tempo, ma anche ragazzi e ragazze delle medie e delle superiori. È questa l’atmosfera che c’è oggi a Terrasini in Sicilia. Si respira un’aria diversa. A breve partirà il corteo. Il corteo che si tiene 40 anni dopo l’omicidio di Peppino Impastato. «Quaranta anni senza Peppino? Verrebbe da dire 40 anni con Peppino, uno dei più formidabili intellettuali e militanti che ha avuto la sinistra italiana. Sono/siamo in tante e tanti a considerarlo parte del nostro presente» racconta Stefano Galieni, responsabile Pace e immigrazione della Segreteria nazionale del Prc Sinistra europea, mentre prende parte al corteo. «Peppino Impastato – aggiunge Galieni – non è stato “soltanto” uno degli ispiratori dell’antimafia sociale, ma un giornalista che con lo sberleffo, con le armi acute che si usano nel voler disvelare la realtà, ha fatto molto e molto di più».

Partiranno da Terrasini luogo centrale delle battaglie di Peppino, è qui che aveva sede la “sua” Radio Aut, per arrivare a Cinisi dove venne ucciso il 9 maggio 1978. Nel corteo c’è anche il fratello, Giovanni Impastato. È lui che insieme al centro studi tiene in piedi la Casa della memoria Peppino e Felicia Impastato. «Sono luoghi vivi dove non si parla solo di mafie, ma anche di sfruttamento, ingiustizia, di immigrazione» dice Galieni.

Un corteo vivo, pieno di striscioni e di bandiere. Da quelle dei ragazzi delle scuole medie e superiori arrivati da tutta Italia a quelli della sinistra radicale e delle associazioni. A fine corteo ci sarà un altro evento importante, un collegamento via Skype con i genitori di Giulio Regeni. Un messaggio importante viene lanciato oggi dai grandi e dai giovanissimi, che le sfide si affrontano insieme e a testa alta. «Come faceva Peppino», conclude il responsabile Pace e immigrazione del Prc.

Salvarsi dal Mediterraneo, annegare a Parigi. Il dramma dei rifugiati abbandonati a se stessi

epa06697783 Migrants sit in a makeshift camp along the Canal Saint Denis, in Paris, France, 27 April 2018. The migrant crisis in France continues where thousands of migrants live in makeshift camps all over the capital. EPA/JULIEN DE ROSA

La nuova Calais si trova a Parigi, scrive le Parisien. Due migranti sono morti annegati nelle ultime 48 ore nel territorio della capitale, lungo le rive dei canali del XIX arrondissement.
Dopo essere sopravvissuti alle onde buie del Mediterraneo, i rifugiati sono morti nelle acque illuminate dalle luci della città: nel canale Saint Martin il primo, un giovane afgano, nel canale di Saint Denis il secondo. Il cadavere ritrovato è probabilmente di un uomo di origine somala. Il suo corpo è stato avvistato mentre la corrente lo stava portando via.
Mentre le tendopoli crescono a Nord est della capitale francese, dove le stoffe e la plastica sono gli unici tetti per più di 3mila migranti, Parigi ha rinnovato il suo appello allo Stato. Con un flusso di 500 nuovi arrivi alla settimana, Anne Hidalgo, sindaco della città, ha scritto al ministro dell’Interno Gerard Collomb: «Siamo pronti ad aiutare, ma lo Stato deve assumere la sua missione e proporre soluzioni». La Hidalgo ha proposto che un rifugio venisse aperto nel XVIesimo arrondissement, dove abita Nicolas Sarkozy, o tycoon come Xavier Niel.
Due annegamenti in 48 ore. «Le condizioni di vita dei migranti lungo il canale lasciavano presagire questo dramma», ha detto Pierre Henry, direttore dell’associazione France terre d’asile. Da settimane si temeva il peggio e “il peggio è successo”.
Lungo il canale di Saint Denis ci sono centinaia di eritrei e somali, sopravvissuti al gelo invernale senza acqua o elettricità negli igloo di stoffa colorati, un “disastro umanitario”, per il sindaco socialista del XIX arrondissement Francois Dagnaud.
«Ipocrisia: di cosa è sintomo questo accampamento? Della violenza e del disprezzo con cui lo Stato tratta i migranti: dispersione, molestie, pratiche di applicazione della legge hanno l’effetto di costringerli all’invisibilità. Sono tollerati solo una volta sufficientemente lontani, sufficientemente nascosti» scrive Francoise Sivignon, presidente di Medicine du monde, sul quotidiano le Monde. Le tendopoli di Parigi sono «l’illustrazione del fallimento della politica statale»: 1.500 persone sono rimaste in totale indigenza, in condizioni sanitarie catastrofiche, senza alcuna informazione sui loro diritti e su come ottenerli». La Francia è uno Stato che «lascia per le strade chi viene a cercare tregua e protezione».

Tevere cavo, un progetto urbano per Roma

Tevere cavo, vista aerea

Con circa duecento tra studenti e laureandi, una ventina di dottorandi e sette assistenti del professor Antonino Saggio ordinario di Progettazione architettonica e urbana (a Sapienza Università di Roma) nasce l’iniziativa Tevere Cavo. Un progetto condensato in un libro, Tevere cavo una infrastruttura di nuova generazione per Roma tra passato e futuro che Saggio ha curato con Gaetano De Francesco, per Lulu.com edizioni (in free download ed è arrivato alla terza edizione). Per comprendere le novità di questo progetto urbano (a cui è dedicata una pagina), in occasione della mostra convegno alla Facoltà di architettura che si tiene mercoledì 9 maggio alle 0re 16:30 a via Gramsci 53 intitolata “Tevere cavo un progetto urbano per Roma” abbiamo chiesto al suo promotore, Antonino Saggio, di raccontarci l’iniziativa.

Professor Saggio quali sono le linee generali del progetto Tevere cavo?
Il progetto Tevere cavo non è un’utopia: propone un luogo ben preciso che è il settore urbano di Roma che va dalla diga di Castel Giubileo, sul raccordo anulare a nord, al ponte Margherita in asse con Piazza del Popolo a sud. Roma è una città che ha bisogno di progetti e idee per trovare slancio per il suo futuro e superare una fase di stagnazione di cui tutti conosciamo la gravità. Ma il progetto Tevere cavo non è un’utopia non soltanto perché è localizzato, ma soprattutto perché si ispira a tanti progetti di lungofiume realizzati in tutto il mondo. Si tratta di interventi promossi dalla mano pubblica nel caso del Rio Manzanares a Madrid o dello Cheonggyecheon a Seoul, progetti realizzati attraverso una forte negoziazione tra pubblico e privato come nel caso dell’East River a Broadway New York, generati dal basso come per Holzmarkt a Berlino o scaturiti da eventi d’arte, come avvenuto a Scottsdale in Arizona o a Roma, anche se qui ben presto richiuso in se stesso.

Quindi il progetto Tevere cavo in un certo senso travalica l’ambito strettamente legato al fiume e alle sue banchine?
Esattamente. Da Londra a New York, da Madrid a Valencia, da Zurigo a Rotterdam o a Parigi i lungofiume sono grandi occasioni di rilancio della città. Sono infrastrutture che in un certo senso servono per invertire la direzione dello sviluppo. Servono in altre parole non solo in sé e per sé, ma sono necessari a lanciare investimenti dentro la città costruita. Se si pensa in un’ottica generale servono quindi ad arginare l’espansione della città nei terreni agricoli, proprio perché rilanciano le possibilità di intervento dentro i vuoti e le aree abbandonate nella città esistente.
Roma è tra le pochissime città capitale del mondo occidentale che non ha attivato alcun progetto per il suo fiume. Nel ritiro della candidatura della città alle Olimpiadi del 2024 c’è anche l’abbandono dell’idea della precedente amministrazione che prevedeva di sviluppare il sistema olimpico come un grande parco fluviale, una idea che poteva mettere a sistema il recupero del fiume e moltissime area abbandonate con l’occasione olimpica. Non era certo un’idea utopica, basti ricordare che una proposta analoga permise alla città di Barcellona di recuperare ampie porzioni del suo lungo mare in occasione delle Olimpiadi del 1992 e da li partire per un’opera di straordinario rilancio urbano.

Quali sono i principi ispiratori del progetto urbano?
Sono cinque i principi fondamentali. Innanzitutto il fiume deve diventare una infrastruttura multitasking, cioè deve assolvere molte attività contemporaneamente, inoltre essere attiva nel quadro di uno sviluppo sostenibile e formare dei green systems: cioè non solo non deve inquinare e consumare poca energia, ma soprattutto deve innestare cicli attivi di bonifica e di disinquinamento. Deve fornire inoltre una mobilità di qualità, la chiamiamo slowscape; deve essere vettore della informatizzazione della città  formare una schiuma di informazioni e deve essere infine capace di galvanizzare gli animi e infondere il valore dello spazio pubblico.

Ci può illustrare brevemente alcuni progetti?
Il progetto Tevere cavo crea una costellazione di circa 50 progetti interconnessi, alcuni che riguardano concretamente le sponde e le aree abbandonate sul lungofiume, altri che sono nei pressi e che possono essere attuati proprio grazie al ritorno di interesse attraverso la grande infrastruttura urbana. Vediamone qualcuno iniziando da nord. “Ex.[PO]: nuovo ponte alle fornaci di Castel Giubileo, Centro tecnologico per lo sviluppo delle sperimentazioni costruttive” si colloca in un area che ha vocazione produttiva sin dai tempi dell’antichità ed è oggi completamente abbandonata. Il progetto la trasforma in un polo di innovazione costruttiva e tecnologica. Un ponte collega ciclopedonalmente le due sponde, ospita esposizioni e il complesso allunga le sue linee forza nel disegno del parco circostante dandogli un senso e proteggendolo da mire speculative. che ha vocazione produttiva sin dai tempi dell’antichità ed è oggi completamente abbandonata. Il progetto la trasforma in un polo di innovazione costruttiva e tecnologica. Un ponte collega ciclopedonalmente le due sponde, ospita esposizioni e il complesso allunga le sue linee forza nel disegno del parco circostante dandogli un senso e proteggendolo da mire speculative.

Quali si configura la “Logica Eco-Logica del parco produttivo e disinquinante dell’Inviolatella Borghese”?
Attiva tecnologie di sostenibilità ambientale e usa la produzione agricola in una logica disinquinante in un’area verde incuneata nella città. Tra il ponte Flaminio a Corso Francia si innesta un grande “Parco delle energie rinnovabili e campus per l’educazione e la coscienza ecologica” che si estende sino al Ponte Milvio e disegna contemporaneamente le due sponde.“Logica Eco-Logica: parco produttivo e disinquinante dell’Inviolatella Borghese” attiva tecnologie di sostenibilità ambientale e usa la produzione agricola in una logica disinquinante in un’area verde incuneata nella città. Poco oltre, in un grande cuneo tra la collina Fleming e l’ansa del Tevere si incontra “Eco District Park: Parco Urbano, distretto industriale e centro per l’educazione al tema del riciclo”, un progetto che opera una complessa strategia che determina un sottosuolo industriale per il riciclo legato alla rete ferroviaria – nei pressi del nodo di Vigna cClara di cui ci si augura avvenga finalmente l’apertura – e ai livelli successivi un parco agganciato alla città con episodi culturali ed un Museo volto alla valorizzazione della tematica del riciclo. Tra il ponte Flaminio a Corso Francia si innesta un grande “Parco delle energie rinnovabili e campus per l’educazione e la coscienza ecologica” che si estende sino al Ponte Milvio e disegna  contemporaneamente le due sponde. Il parco ospita un centro educativo, produce energia e ne diffonde la cultura. Al suo interno vi è un “Laboratorio di analisi sperimentale trattamento e ricerca dell’acqua” e “SHARE.IT: banca del tempo, turismo giovanile, mercato del baratto” che accoppia un nuovo ostello per il turismo giovanile a un centro della banca del tempo.

Quanto al villaggio olimpico?
Al Villaggio olimpico del 1960 si progetta “PARK [ing] Snodo per lo sviluppo del trasporto intermodale pubblico sostenibile il biomonitoraggio dell’inquinamento capace di produrre ossigeno ed energia elettrica”. Il progetto organizza un innovativo snodo tra traffici diversi e si muove anche nello sviluppo di tecniche di bioclimatica (dalla geotermia che sfrutta il calore del Tevere sotterraneo, alla raccolta e depurazione dell’acqua piovana, all’impianto di speciali alghe e licheni ossigenanti l’ambiente). In questo caso è evidente che il progetto urbano non è solo disegno, ma un insieme concertato di scelte, di indirizzi, di necessità.Lungo le sponde del Tevere incontriamo “Water playground: sistema di felicità urbana per la fitodepurazione e la riconquista del Tevere”. Si tratta di una serie di operazioni puntuali di omeopatia urbana che si ispirano a tanti progetti che in questi chiave si sono realizzati per esempio a Berlino, ad Anversa e Rotterdam. Il ponte della musica si trasforma in una Infrastruttura Multitasking che assolve molteplici compiti bios ostenibili. Una nuova rampa che ospita laboratori per il riciclo collega un approdo sul Tevere alla Zona del Foro Italico dove sorge “TTC Table tennis centre: un edificio dedicato al tennis da tavolo” che adopera nuove innovative tecnologie per l’accumulo e la produzione di energia cinetica. Infine, in un’area abbandonata e degradata del lungoTevere, oltre lo spazio del Pinedo sorge “Overflow: istituto carcerario attenuato per madri detenute a Porta del Popolo”.Un’opera complessa di risarcimento sociale e anche storico ai margini del centro storico. Infine E da qui si può ricominciare risalendo e incontrando ancora tanti altri progetti.

Immagine generale di inquadramento
Poster
Copertina del libro
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Caso Cucchi: il carabiniere colpevole di avere raccontato ciò che sa

Chissà che ne pensa l’onore dell’Arma, che è una formula buona per qualsiasi occasione, di ciò che sta accadendo a Riccardo Casamassima, appuntato scelto che quando morì Stefano Cucchi prestava servizio nella caserma di Tor Vergata e che ha raccontato nel 2015 in tribunale di avere sentito il maresciallo Roberto Mandolini dire con la mano sulla fronte «È successo un casino ragazzi, hanno massacrato di botte un arrestato» seguito dal comandante Enrico Mastronardi che ha fatto il nome di Cucchi.

In tribunale Casamassima ha riportato anche le parole di Sabatino Mastronardi (figlio di Enrico) che disse: «Guarda non si sono proprio regolati. Non ho mai visto una persona massacrata di botte così». Ha pensato, il carabiniere Casamassima, che tra i doveri della divisa ci fosse anche quello di raccontare ciò che si sa, ancora di più in un processo come quello sulla morte di Stefano Cucchi in cui le responsabilità di pezzi dello Stato, se confermate, risultano gravissime.

Invece ora Casamassima si ritrova a lavorare fianco a fianco al collega che ha denunciato (a proposito di incompatibilità ambientale, appunto) e da quando ha testimoniato continua a subire una serie di procedimenti disciplinari (tra cui ben 10 giorni di consegna) dal tempismo piuttosto curioso. Ai giornalisti Casamassima ha detto di essere “spaventato e abbandonato” e che queste parole provengano da un carabiniere forse dovrebbe aprire qualche riflessione.

Il prossimo 15 maggio l’appuntato scelto sarà chiamato in aula per confermare la sua testimonianza e chissà che per allora l’onore dell’Arma non scelga di stare dalla parte della verità e non ci stupisca tutti con una rinnovata voglia di fare chiarezza. Farebbe bene all’Arma, farebbe bene alla famiglia Cucchi e farebbe bene a noi.

Buon mercoledì.

La grande avventura culturale e umana di Joyce Lussu

Joyce Lussu

Per ricordare la scrittrice Joyce Lussu nel giorno in cui nasceva, l’8 maggio ( del 1912), riproponiamo l’articolo che uscì su Left in occasione dell’uscita del volume Portrait per i tipi dell’Asino d’oro edizioni

 

Come in un romanzo. Ma ancora più potente, perché nelle pagine di Portrait, in rapide sequenze cinematografiche, scorre l’avventurosa vita della scrittrice e partigiana Joyce Salvadori Paleotti. Più conosciuta come Joyce Lussu, dal cognome del marito Emilio, rivoluzionario sardista, leader di Giustizia e libertà e poi ministro negli anni cruciali della costruzione dell’Italia nel dopo guerra.

Una abitudine, quella di chiamare l’autrice di libri come Fronti e Frontiere e come L’olivastro e l’innesto con il cognome da sposata, invalsa anche nei manuali di storia della letteratura, ma che rischia di far torto allo spirito indomito di questa donna indipendente, allergica ai dogmi e agli steccati ideologici. (Che accettò di sposarsi con rito civile solo perché suo figlio non fosse registrato come nato da «madre ignota»).
Fino alla sua scomparsa nel 1998, Joyce non smise mai di lottare contro ogni forma di fascismo e di oppressione, continuando a fare ricerca, nel rapporto vivo con le persone, spesso confrontandosi con culture lontane e diverse. Come quando, dopo aver partecipato attivamente alla Resistenza, nel dopo guerra, insofferente della burocrazia di Palazzo e verso i salotti romani, seppe inventarsi una seconda vita di traduttrice di poeti africani, arabi e asiatici, riscoprendo una passione nata nell’infanzia trascorsa in una casa «dove c’erano più libri che mobili»; in quella Firenze socialista dove l’azione degli squadristi fu particolarmente violenta.

Joyce all’epoca aveva appena nove anni e nella cartella  nascondeva un pezzetto di carbone per scrivere sui muri «Abbasso il fascio». La scrittrice lo ricorda in questo agile e franco Portrait che, in nuova edizione, con la prefazione di Giulia Ingrao, ha inaugurato la nuova collana “Omero” de L’Asino d’oro edizioni.

In quegli anni maturò anche il suo ateismo, incoraggiato dai genitori, intellettuali democratici di origine inglese (il padre, Guglielmino Salvadori tradusse Herbert  Spencer ed era vicino alle idee di Russell).  Joyce non era battezzata e le avevano insegnato a guardare con sospetto i testi sacri. «In quei libri ci deve essere qualcosa che non va perché hanno fatto ammazzare un sacco di gente», le diceva la madre, Giacinta Galletti.

«Il dogma e l’assoluto- scrive Joyce in Portrait – ci apparivano come segni di arretratezza mentale e civile». E ancor più inaccettabile le sarebbe sembrata ad Heidelberg l’ambigua neutralità e la sottovalutazione del nascente nazismo da parte dei suoi professori ad Heidelberg, a cominciare dal filosofo Karl Jaspers.

Così quella fanciulla che a tavola si lanciava in focose contese con Benedetto Croce smascherando la sua misoginia (e quella di una lunga stirpe di filosofi da Platone in poi) di fronte alla ferocia nazi-fascista decise che non era più tempo di stare a studiare in biblioteca. Ed ecco le pagine più appassionanti del libro, quelle in cui racconta la Resistenza ma anche l’incontro con il carismatico rivoluzionario socialista Emilio Lussu. Il desiderio, la passione, e quella sensazione di incertezza che per la prima volta le aveva fatto sperimentare quell’uomo che le era apparso così diverso dai compagni comunisti , troppo spesso carichi «di maschilismo autoritario e di  una violenza virile che vedeva nel sacrificio proprio e altrui, non un accidente purtroppo necessario e da superare al più presto, ma quasi un valore immanente, una catarsi con coloriture para -mistiche che a me, donna, dava una reazione di rigetto».

Joyce Lussu (1938)

Quell’ istintivo rifiuto della misoginia, poi  si sarebbe trasformato in pratica politica.  Fra le fondatrici dell’Udi, l’Unione donne italiane, Joyce era solita scompigliare riunioni politiche e comizi, pretendendo, prima di cominciare a parlare, che  i compagni andassero a  prendere le mogli che avevano lasciato a casa.

«Più che un pensiero femminista, quello di Joyce era un pensiero femminile. E in questo senso lungimirante e attualissimo», ricorda l’archeologo e restauratore Tommaso Lussu, nipote di Joyce e che ad Armungia  in Sardegna, con generosità ha aperto la casa di famiglia a studiosi e ricercatori. «Attualissima – aggiunge – è  la lezione di laicità che Joyce ci ha lasciato. Ma anche  il suo impegno ambientalista e quello politico di stampo libertario, tanto che non si volle legare più ad un partito politico dopo lo scioglimento del Psiup nel 1969», ricorda ancora Tommaso.

Senza dimenticare poi quell’impegno poetico e letterario che, di pari passo con il sostegno a movimenti di liberazione africani, la portò a tradurre i versi del poeta e rivoluzionario angolano Agostinho Neto. Ma anche i versi del curdo Nazim Hikmet. Con il quale strinse una profonda amicizia.  Tanto da riuscire a tradurre le sue poesie, grazie a una lunga e profonda frequentazione, pur non conoscendo direttamente la lingua curda.