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“Poesia” di Massimo Fagioli, una bellezza che non lascia scampo

«Richiede indubbiamente coraggio». Così Massimo Fagioli si dichiarò pubblicamente nel 1972 nella premessa alla prima edizione del suo caposaldo teorico Istinto di morte e conoscenza (1972, L’Asino d’oro ed., 2017).
E nella sua lunga vita di uomo generoso e medico rigorosissimo, teorico di un pensiero geniale che capovolge l’ordine delle cose, il coraggio non è mai mancato. Pur consapevole fin dagli inizi che la sua “teoria della nascita”, con l’intrinseca denuncia della violenza del pensiero religioso e della razionalità astratta, avrebbe destato reazioni di odio e rabbia, non si è mai tirato indietro. Pur consapevole che la sua realtà umana, onesta e senza compromessi, avrebbe avuto il caro prezzo della solitudine, non ha mai rinunciato a cercare la naturale bellezza degli esseri umani.
Questo cofanetto che, con altrettanto coraggio, L’Asino d’oro edizioni ci propone nel mese di maggio (contrapponendosi alla stampa prevalente che celebra i 40 anni della cosiddetta riforma Basaglia) è uno spaccato esemplare dell’umanità, della ricchezza artistica, della forza e del coraggio che hanno caratterizzato la vita e il pensiero del suo Autore.
Il titolo sarebbe potuto essere “Poesie d’amore” perché è questo grande sentimento che pervade prepotentemente il libro. Il cofanetto, in uscita il 13 maggio, raccoglie scritti inediti, poesie d’amore, biglietti di auguri, per la maggior parte scritti in corsivo, e talvolta accompagnati da disegni. Scusate la deformazione professionale, ma è come leggere un’enorme radiografia che ci permette di vedere la trama finissima del parenchima sottostante, la realtà profonda che si nascondeva sotto l’aspetto, a volte duro, dello scienziato e del medico che non può concedersi distrazioni o lasciarsi andare a sentimentalismi compassionevoli.
In questo cofanetto è racchiuso l’amore con la A maiuscola, se cosi si può dire. Quel sentimento potentissimo, capace di far sentire leggeri come libellule ed al tempo stesso pieni e realizzati. Identità e realizzazione dell’altro sono i due cardini dell’amore per Fagioli e l’editore ce lo propone nelle sue varie declinazioni : si legge dell’amore infinito per le nipotine che crescono ed impareranno presto a leggere, dell’amore per i figli e le figlie, con spaccati di vita passata e delle conquiste fatte insieme, e si legge dell’amore adulto, quell’amore sconfinato per le donne, sempre difese a fronte degli insulti continui e ripetuti da parte della storia e della cultura.
E come tutte le cose artistiche anche queste poesie si rivolgono ad immagini che, oltrepassando lo stimolo reale, diventano subito un linguaggio universale:

Collage verde e nero
e rosso e azzurro
sono la luce dei miei occhi
che si perdono e vaneggiano
quando compari, intera, bella
nel vano della porta
con la luce dietro che ti disegna
come una figura che appare
a chi sta morendo.

La ricerca di un’immagine femminile, altrettanto poetica, che corrisponda alla sua realtà umana, è un’esigenza vitale per l’autore; la ricerca di una dialettica irrazionale sempre trasformativa, di un rapporto profondo e sincero, «di una bellezza che non lascia scampo» si delinea come un’esigenza che viene da dentro.
E in queste tante pagine, una dietro l’altra, composte come se fossero quadri, si può leggere l’impeto, la forza, la passione dell’uomo scrittore; una strana composizione tra solitudine nel comporre la scrittura e rapporto profondo con l’altro come stimolo per farlo.
Non si immagini Fagioli poeta come Leopardi o Montale che, rimasti soli nelle proprie stanze, si mettevano a scrivere poesie. L’autore scriveva le sue poesie per gli altri ed in mezzo agli altri, pur sentendosi completamente solo nell’atto della scrittura, quando la linea usciva dalla penna.
«Parole silenziose perché scritte e non dette, evocano libere immagini mentali personali in ciascuno che legge. Creatori di immagine nella mente degli altri, i segni scritti immobili e inerti danno vita alla mente allorché non vengano soltanto percepiti, ma letti» scriveva Fagioli in “Se avessi disegnato una donna”.
Nonostante non ci sia un ordine temporale nella proposizione di questi scritti, il tempo scorre veloce a partire dagli anni 70 ai nostri giorni, rimbalzando tra passato remoto e passato prossimo, tra vicino e lontano, girando intorno ad una presenza impalpabile, un’immagine femminile senza precedenti, un rimbalzo tra sogno e realtà: dal 1970 in poi, dalla stesura di Istinto di morte e conoscenza, la vita dello scrittore non è stata più la stessa. Era venuta fuori una realtà incancellabile: la scoperta della fantasia di sparizione alla nascita. Da lì a pochi anni si sarebbe creata spontaneamente una massa di persone che andavano cercando risposte sulla malattia mentale ed una cura mai pensata possibile; ed una donna nel 1976 lanciò la sfida tuonando: «Ho fatto un sogno».
L’Analisi collettiva, realtà di psicoterapia di un grande gruppo composto da molti uomini e molte donne, si propose in verità sempre all’autore come immagine di donna: mutevole, mai fissa, curiosa, geniale nel suo coraggio, irrazionale nel rapporto di cura talvolta violento, ribelle e rivoluzionaria perché infrangeva le regole del sapere millenario che impone il pensiero razionale e condanna il mondo dei sogni.
Questa realtà, che è stata essa stessa poesia, la percepiamo come una presenza costante tra le tante righe scritte, un rapporto con un’immagine ideale di donna che doveva corrispondere nel sonno e nella veglia al suo primo anno di vita, fondamenta del mondo non cosciente.
«Che cosa scriviamo? Che è una storia diversa una storia d’amore». Chissà se l’editore, che ha lasciato le pagine libere le une dalle altre, non rilegate nel classico libro, perché ognuno potesse scegliere la propria, abbia voluto intenzionalmente riproporci un’immagine artistica complessiva fatta da tante singole realtà.

*

Sabato 15 settembre 2018 il libro Poesia di Massimo Fagioli (L’Asino d’oro edizioni) sarà presentato a Roma (libreria Feltrinelli, via Appia Nuova, ore 18). Intervengono: Sergio Benedetti, Veronica Cardinali, Cecilia Iannaco e Massimo Ponti.

L’articolo di Elena Pappagallo è stato pubblicato su Left n.19 dell’11 maggio 2018


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Il libro Poesia di Massimo Fagioli viene presentato al Salone del libro di Torino domenica 13 maggio (ore 15). Con Federico Masini, Cecilia Napoli, Chiara Ragucci e Ugo Tonietti.

Lavoratori e studenti fanno la festa a Macron

Migrants supporting the May Day demonstration in Paris. Thousands of persons, between 20 000 and 55 000, have gathered in the Streets of the French capital, Paris, on 1st May 2018, not only to celebrate the trade union day but also to complain against the reforms of liberal Macron's government. (Photo by Guillaume Pinon/NurPhoto via Getty Images)

Il Sessantotto parigino cominciò il 3 maggio quando la polizia fece irruzione alla Sorbona occupata. Mezzo secolo dopo, la gendarmerie non ha aspettato l’anniversario. È rientrata alla Sorbona già il 13 aprile ma gli studenti sono ancora in agitazione ovunque contro un meccanismo – il ParcourSup – che renderà le facoltà ultraselettive. Anche in Italia è arrivata l’eco delle cariche feroci contro facoltà occupate, cortei e addosso alla Zad, zone à defendre (l’occupazione di uno spazio per impedire la costruzione di grandi opere, in questo caso di un aeroporto, ndr), di Notre Dame des Landes, la «lotta più antica di Francia», in piedi (e vittoriosa) dal 1974.

Ma il 3 maggio di cinquant’anni dopo, la metà dei treni ad alta velocità Tgv è stata cancellata e anche tre treni regionali su cinque: dal 3 aprile, e fino al 29 giugno, va in scena uno sciopero intermittente degli cheminots, i ferrovieri (al ritmo di due giorni su cinque ma i sindacati più conflittuali lo avrebbero preferito a oltranza), già costato alla compagnia 250 milioni di euro. A Parigi, di fronte all’École militaire, i dipendenti della società nazionale delle ferrovie Sncf hanno incassato, proprio il 3 maggio, un assegno simbolico di 1 milione di euro, frutto della cagnotte, il crowdfunding lanciato dal sociologo Jean-Marc Salmon sostenuto da una trentina tra scrittori e intellettuali, tra cui Annie Ernaux e Robert Guédiguian.

Un sondaggio del quotidiano Liberation, rivela come il 70 per cento dei francesi giudichi positivamente l’eredità di…

L’articolo di Checchino Antonini prosegue su Left in edicola


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Come si resiste alla censura di Stato nella Repubblica democratica del Congo

TO GO WITH AFP BY HABIBOU BANGRE Clients surf the internet at an internet cafe on February 25, 2015 in Kinshasa. Sales are down and business is slow -- small entrepreneurs in the Democratic Republic of Congo are bearing the brunt of an official clampdown on mobile Internet services and text messages. Internet operators remain powerless in the face of complaints from customers and have yet to communicate the extent of their losses caused by the restrictions. People, however, have found various ways of bypassing the restrictions although it has meant shelling out more. AFP PHOTO/FEDERICO SCOPPA (Photo credit should read FEDERICO SCOPPA/AFP/Getty Images)

Nei primi anni 2000 un adolescente voleva condividere ciò che pensava della società congolese. Era così importante per lui. Cresciuto nella regione mineraria di Katanga nel sud-est della Repubblica democratica del Congo (RdC), voleva solo una cosa: finalmente parlare. Oggi 33enne, quel sogno di ragazzino Guy Muyembe è riuscito a realizzarlo in pieno. È infatti tra i fondatori, nonché il presidente, di Habari RdC, una delle realtà più dinamiche e frizzanti del panorama mediatico congolese: un collettivo – nato alla fine del 2015 – di oltre cento blogger e attivisti web, che usano la rete e i social network per dare voce alle opinioni dei giovani di tutta la RdC. Un lavoro non facile in un Paese che per anni è stato dilaniato da un sanguinoso conflitto e che oggi si trova nel bel mezzo di una pericolosa crisi politica, con i principali organi di informazione spaccati in due e i timori di una guerra civile alle porte.

«La sicurezza anche fisica dei nostri blogger è una delle maggiori sfide che ogni giorno ci troviamo ad affrontare – racconta Muyembe -. Il Congo è un Paese in cui l’intolleranza può portare a violenze contro chiunque dia un’opinione diversa o avanzi una critica». Non che questo li abbia mai fermati: età media sorprendentemente giovane (23 anni), questi citizen-blogger continuano a testimoniare, nonostante i pericoli, ciò che quotidianamente accade in ogni angolo del Paese, tormentato da estrema povertà, corruzione e violenza. Non è un caso che proprio loro siano stati scelti ad aprile come vincitori dei Freedom of expression awards nella categoria “Attivismo digitale”, il prestigioso riconoscimento internazionale che l’organizzazione inglese Index on censorship attribuisce ogni anno a coloro che si sono maggiormente distinti per il coraggio contro le diverse forme di censura.

«La situazione della stampa in Congo è…

L’articolo di Anna Toro prosegue su Left in edicola


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Le certezze della sinistra

Non sembrano esserci più certezze, a sinistra. In effetti la sinistra viene ormai data dai più come non esistente, come potrebbero esserci certezze in qualcosa che non esiste più? Ma cosa è un’idea di politica se non un sistema di certezze con il quale leggere la realtà? In base a quelle certezze, derivate da un rapporto con la realtà, si fa poi la Politica. Allora l’esistenza della sinistra coincide con l’esistenza (o meno) delle sue certezze.

Le certezze sono una conoscenza della realtà. È quando si è certi di qualcosa perché si è avuto esperienza che le cose stanno in quel certo modo: se quando esco di casa e per terra è bagnato allora significa che prima ha piovuto. È una certezza che non ha bisogno di verifica di quanto affermato. È un istintivo, immediato rapporto con la realtà. Il nostro corpo ha bisogno di nutrirsi con un certo quantitativo di energia ogni giorno che deriviamo dal cibo e di scaldarsi e riposarsi in luoghi protetti dalla violenza dell’ambiente. Se piove ho bisogno di un ombrello per ripararmi. Se c’è un sole molto forte avrò bisogno di un po’ d’ombra.

È un ovvio rapporto con la realtà che tutti abbiamo e che tutti esercitiamo senza nemmeno pensarci. La nostra realtà del corpo ha necessità di mantenere un equilibrio termodinamico. Abbiamo necessità di energia a bassa entropia, ossia energia che possa essere poi usata per ricostituire l’equilibrio che continuamente si perde proprio per l’aumento inevitabile di entropia del sistema termodinamico “corpo”. Ed è anche per questo che il rapporto con la realtà materiale è ripetitivo e monotono.

La vita biologica è questo: è la ricostituzione continua di un equilibrio che continuamente si perde. Il corpo, la realtà biologica nostra e degli animali, ma anche delle piante, è una macchina termodinamica che oscilla, più o meno rapidamente, attorno ad un equilibrio. Quando ci si allontana troppo dall’equilibrio, per malattia, per un incidente, e non si riesce a ricostituire lo stato precedente, il corpo muore. La macchina biologica si ferma perché non funziona più quel meccanismo termodinamico che oscilla attorno all’equilibrio. Ma l’essere umano non è solo termodinamica. La nostra vita non è un ciclo che ruota fisso attorno ad un punto di equilibrio. Nessuno pensa la propria vita in questo modo. La mente umana comprende spontaneamente un’idea di evoluzione, di nascita, evoluzione e morte che non comprende una oscillazione continua attorno allo stesso punto per tutta la vita. Anzi nella misura in cui ci sia una staticità, una fissità di solito questa è associata con un malessere o una malattia. Perché la mente umana è in continua evoluzione, in continuo movimento. Nella misura in cui la mente umana si ferma l’essere umano è morto o è come se fosse morto. Come il catatonico che rimane immobile senza battere gli occhi o muovere nemmeno un muscolo anche se gli si punge una mano con un ago.

Cos’è o cosa dovrebbe essere la Sinistra? È fare quelle cose che perseguano e favoriscano la realizzazione degli esseri umani. È un pensiero di organizzazione della società di modo che vengano eliminati o contrastati quei comportamenti, azioni o pensieri che ostacolano la realizzazione degli esseri umani. Quindi senz’altro deve permettere alla macchina termodinamica di oscillare attorno al suo equilibrio. Ossia è necessario pensare ai bisogni materiali e che essi siano soddisfatti per tutti.

Ma deve anche favorire “l’evoluzione” di ognuno, la propria storia personale fatta di realizzazioni che sono per ognuno diverse. Ma cosa sono le realizzazioni? Sono nascite che determinano separazioni.* Le certezze della politica dovrebbero ripartire da qui. Dalla comprensione di ciò che fa una vita piena e realizzata e quindi favorendo la realizzazione delle condizioni materiali perché quella strada sia percorribile da tutti. Si potrebbe obiettare che la politica è invece assicurare la libertà e la sicurezza da coloro che sono “cattivi”. La verità è che in realtà i cattivi non esistono. Esistono persone che esercitano violenza, più o meno esplicita, perché hanno perso in maniera più o meno profonda la propria nascita, ovvero la capacità di saper stare con gli altri senza un fine utilitaristico. In questo senso la violenza andrebbe codificata non solo come violenza materiale. Si comprende facilmente osservando i bambini, che fanno l’esatto opposto della violenza: essi vogliono solo e soltanto realizzare ed esprimere l’amore per gli altri che hanno dentro di sé. Amore che è volere che l’altro sia.

Pochi giorni fa Melania, mia figlia, mi ha regalato un libro per il mio compleanno. Lo ha scritto e disegnato lei stessa. È una storia con cui mi ha spiegato come riuscire a non avere paura del buio e quindi a trovare la mia nascita. E poi mi ha spiegato come poter diventare un guerriero con un piccolo cuore blu che mi guidi attraverso il labirinto. La sinistra deve rinascere da qui, guardando e prendendo esempio dalla genialità dei bambini.

Le certezze vanno cercate della bellezza dei bimbi, negli affetti, nello stare insieme, nelle immagini belle dell’arte, della poesia, nelle idee di uomini e donne che hanno amato gli altri più che se stessi. Già perché il prossimo lo si deve amare più di se stessi e non come se stessi. Perché è la realizzazione dell’altro che fa la nostra realizzazione. È il volere la capacità di amare dell’altro che fa la nostra capacità di amare. È l’amore della donna che fa l’identità dell’uomo e l’amore dell’uomo che fa l’identità della donna. Ed è l’identità di ognuno di essi che fa l’amore dell’uomo per la donna e della donna per l’uomo. E poi… poi c’è l’amore infinito di una bambina che fa piangere il padre e non lo fa più essere padre per farlo essere uomo.

 

(*) Qui mi riferisco al concetto di nascita e separazione per come li intende Massimo Fagioli ai cui libri il lettore può fare riferimento per approfondire. Per esempio con Istinto di morte e conoscenza, l’Asino d’oro edizioni, 2017.

L’editoriale di Matteo Fago è tratto da Left in edicola


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Non bastano le elezioni a ricucire l’Iraq ferito

Displaced Iraqis from the former embattled city of Mosul sell goods in front of an election campaign poster, at the Hasan Sham camp, some 40 kilometres east of Arbil in northern Iraq, on May 1, 2018, two weeks before Iraqis are set to vote in the parliamentary elections. (Photo by SAFIN HAMED / AFP) (Photo credit should read SAFIN HAMED/AFP/Getty Images)

«Ho aspettato la caduta di Saddam Hussein dagli anni Settanta. Vi ho aspettato, leader sciiti, ma guardate cosa ci fate? Le strade sono sporche, ci sono buche ovunque. Venti anni fa Bassora era terribile, ma si stava meglio di ora». Le parole del professore in pensione Mowafaq Abdul Ghani esprimono meglio di qualunque analisi politica il sentimento di delusione degli sciiti a 15 anni dalla caduta di Saddam Hussein. Uniti durante i decenni di oppressione del rais, gli sciiti (circa il 60 per cento della popolazione in Iraq) si presentano divisi in cinque blocchi alle elezioni parlamentari del 12 maggio quando 24,5 milioni di iracheni dovranno eleggere i 329 membri del Consiglio dei rappresentanti che nomineranno presidente e primo ministro. Elezioni importanti (le prime dopo la sconfitta dell’autoproclamato Stato islamico) che giungono dopo una lunga campagna elettorale dai toni aspri e intervallata dai sanguinosi attacchi jihadisti.

I due principali raggruppamenti nascono dalla divisione del blocco Stato di legge in due differenti liste: l’Alleanza della vittoria del primo ministro al-Abadi e quella dell’ex-premier Nuri al-Maliki. Al-Abadi, che ha scalzato al-Maliki alla guida del Paese nel 2014, si presenta a capo di un blocco non settario capace di mettere insieme «tutte le etnie e confessioni» e ha provato a capitalizzare in questi mesi la vittoria militare del suo governo contro i jihadisti dello Stato islamico, l’Is. Contrariamente ad al-Abadi, al-Maliki ha provato a riconquistare la premiership proponendosi come il paladino degli sciiti, vantandosi di essere stato colui che ha firmato la condanna a morte di Saddam nel 2006 e che non ha permesso alle truppe di occupazione statunitensi di restare in Iraq oltre il 2011.

Leader settario vicino all’Iran, contrariamente ad al-Abadi che ha aperto ai sauditi, nei suoi 8 anni di governo al-Maliki ha creato un sistema politico intriso di clientelismo e corruzione, la cui debolezza è…

L’articolo di Roberto Prinzi prosegue su Left in edicola


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Petros Markaris: Sogno un movimento europeo degli intellettuali

epa03487376 Greek writer Petros Markaris poses during an interview in Madrid, Spain, 26 Novermber 2012, where he talked about the crisis in his country and his book 'Termination'. EPA/EMILIO NARANJO

Petros Markaris è il Tonino Guerra ellenico. Anche se ogni volta che si sente definire così allarga il viso in un sorriso di quelli sinceri e, schiarendosi la voce, dice, senza autocompiacimento, ma con autentico divertimento: «E se fosse stato lui il Markaris italiano?». Originario di Istanbul, dove ancora trascorre una parte dell’anno, Markaris vive ad Atene e, ad 81 anni, non ha smesso di fare la cosa che gli viene meglio, osservare il reale, per raccontarlo. In autunno il suo nuovo romanzo sarà tradotto e pubblicato in Italia dalla Nave di Teseo. «Non conosco ancora il titolo italiano – sottolinea – quello greco significa Laboratorio sulla morte, e sto scrivendo un nuovo romanzo, ma è presto per parlarne».  Grande autore di Theo Angelopoulos, con il quale ha firmato diverse sceneggiature, tra cui L’eternità e un giorno, Palma d’Oro a Cannes nel 1998, Markaris ha regalato alla letteratura mondiale il suo commissario Kostas Charitos, forse il più bell’esempio di serie letteraria, dopo Simenon.

Dove si trova Markaris in questo momento?
Sono ad Atene, fa un freddo cane, c’è il vento, ma il sole è ancora alto.

Come vanno le cose ad Atene? Ha poi fatto pace con Alexis Tsipras?
(Sorride) Le cose vanno meglio di due anni fa, ma la popolazione soffre ancora tanto. Io non ho mai litigato con il presidente Tsipras, anche perché personalmente non lo conosco. Sa, non credo che occorra essere a favore o contro Tsipras, sono solo stato critico con lui, come con tutti i governi precedenti. Contro le imposizioni dell’Europa occorreva avere ancora più forza. E invece perfino Tsipras, che pure, all’inizio, con Varoufakis, sembrava avere voce in capitolo, ha dovuto cedere.

È interessante questa idea di valutare le politiche dei governi, più che il singolo uomo politico. In Italia negli ultimi vent’anni la politica è diventata molto personalizzata.
Mi pare l’unico modo serio di parlare di politica. Torno a dire, il punto non è che io sia a favore o contrario di Tsipras, ma che possa aderire alla sua politica di governo o meno. E le volte che sono stato in disappunto con lui, anche critico, è perché vedevo la situazione della gente greca. Sa che cosa è mancato davvero in tutti questi anni? Un piano dei governi che disegnasse la nuova Grecia e che potesse essere preso in seria considerazione da tutti, anche dall’Europa.

È quindi mancata la governance?
Credo proprio di sì.

Conosce la situazione italiana, non siamo messi molto bene nemmeno noi. Lei, che è sempre così attento, che idea si è fatto?
Vedo un’Europa più attenta all’economia, alla finanza che alle persone e le devo dire la verità: anche io sono abbastanza preoccupato per l’Italia, perché osservo, anche nel vostro Paese, una deriva a destra. Mi posso permettere il lusso di essere quanto mai onesto, ho 81 anni, sono abituato ad esserlo e voglio esserlo. Viviamo in un momento così difficile… La destra estrema che sta crescendo in Germania, in Austria, un po’ ovunque in Europa, a me preoccupa molto.

Ne ha paura?
Non proprio. Non ancora. Però mi sento molto a disagio. Ho imparato ad accettare il reale, lo osservo, lo descrivo. A volte, spesso, ne prendo le distanze, ma non mi piace provare disagio e rispetto all’avanzata delle destre estreme io sono fortemente a disagio.

Riconosce a Tsipras il tentativo di cambiare l’agenda europea, con temi di sinistra e il tentativo di unire i paesi del Mediterraneo in un progetto comune? Tentativo fallito, ad onor del vero, anche perché l’Italia non ha creduto in questa opzione.
Questo è il problema. Assieme, i Paesi del Mediterraneo avrebbero potuto avere maggior forza, ma non ci sono riusciti e da soli rischiano di soccombere. Le posso dire un’altra cosa? L’Ungheria e la Polonia, quelli sono i Paesi che mi preoccupano, perché sono antidemocratici, governati da un’ideologia di destra, pericolosa e con un progetto che è contrario all’Europa. Guardi come trattano i migranti. Sa, io credo che all’Europa faccia comodo che Grecia e Italia diventino dei grandi campi di migranti. Solo la grande solidarietà greca e italiana ha affrontato con serietà il tema dei rifugiati. Gli altri cosa fanno?

La solidarietà greca e italiana prima di tutto, poi gli accordi con la Turchia e con la Libia.
Crede che gli sbarchi in Italia riprenderanno in primavera?

In effetti non si sono mai arrestati del tutto e certo l’inverno non incoraggia a partire. Mi dica, invece, come vede la Turchia in questo momento?
Come sempre. Mi fa sempre un po’ sorridere questa domanda, perché la Turchia in effetti non è mai stata una democrazia e oggi non è peggio di un tempo. Mi fa sempre specie il perbenismo europeo, la Turchia non ha proprio niente di europeo e, a parte le dichiarazioni di qualche tempo fa, non ambisce nemmeno a diventare europea. Quindi non vedo niente di nuovo. O almeno niente che possa turbarmi.

Lei conosce Erdogan? Intendo personalmente?
No, non l’ho mai incontrato.

Parliamo di un’altra questione, la Brexit: che cosa ne pensa?
Tutto il male possibile. Accetto quasi sempre le cose che avvengono, così come avvengono, ma la Brexit è una cosa inaccettabile. Quello che vedo, in questo caso, non mi piace per niente. Non sono mai stato un euroscettico, ho sempre creduto nell’Europa, ma ora, come si fa a crederci? Sono una persona che guarda le cose che accadono, come osservatore, ma ci sono così tanti episodi che non mi piacciono.

Passeggiando per Atene, si ha l’impressione, a dispetto della crisi e perfino di Bruxelles, che esista una cultura comune europea. Inoltre il nuovo centro Stavros Niarchos, inaugurato proprio ad Atene, firmato da Renzo Piano, è un po’ un inno di speranza, come un “inno alla gioia” in architettura per tutti, non crede?
Credo che questo suo pensiero sia molto bello e confortante e che se l’Europa esiste è grazie alla nostra cultura comune e alla civilizzazione, eppure i burocrati di Bruxelles pensano solo all’economia. Quando parliamo e scriviamo di Europa sembra che non esista altro che l’economia. Quella che in questi anni ha affamato le persone, in Grecia, ma anche in Spagna, in Portogallo, in Italia. Dovremo fare un movimento europeista della cultura. Avremo davvero bisogno di questo e sarebbe forse una cosa nuova, diversa, positiva, bella.

Lei è un faro di questa cultura, crede che gli intellettuali possano ancora avere un ruolo significativo?
Dovremo fare un piano assieme e provare a contrastare con il nostro piano culturale la gerarchia dei burocrati in grado solo di parlare di economia. Sarebbe così bello se ci fosse un movimento di intellettuali europei, che ricordano a tutti il motivo reale per il quale ci siamo messi assieme.

L’autore ha presentato il suo ultimo romanzo giallo, “L’università del crimine” (La Nave di Teseo), all’edizione 2018 del Salone internazionale del libro di Torino

L’intervista di Letizia Magnani allo scrittore greco Petros Markaris è tratta da Left n.7 del 16 febbraio 2018


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Non si vive di solo petrolio, quanti guai per l’Eni dalla Basilicata alla Nigeria

«Quali risorse finanziarie e tecniche Eni pensa di mettere in campo per intervenire efficacemente e concretamente sul piano della tutela ambientale e sanitaria della popolazione in Val d’Agri?». Domenico Nardozza oltre a essere videomaker e autore insieme al sociologo Davide Bubbico di un saggio su Le estrazioni petrolifere in Basilicata tra opposizione e interventi di compensazione (Franco Angeli ed.), è un azionista Eni. Ed è in virtù di ciò che è intervenuto con questa domanda all’assemblea degli azionisti che si è svolta a Roma il 10 maggio, portando al centro del dibattito pomeridiano il tema dell’invasività della multinazionale italiana sulla vita delle persone e sull’ambiente. Secondo Nardozza, in Basilicata l’Eni dimostra di avere scarso interesse o quanto meno di mettere in secondo piano gli “effetti collaterali” della sua attività estrattiva. «I lucani – osserva l’attivista – hanno perso completamente fiducia nell’azienda. E questo malcontento non riguarda la “naturale” propensione a ricavare un profitto da parte dell’Eni, cosa normale per un’impresa privata. Molto più probabilmente dipende, ad esempio, dal fatto che lo sfruttamento delle risorse della Val d’Agri non genera un equivalente risposta qualitativa e quantitativa a livello occupazionale per la popolazione e per l’indotto locale. Lo si evince dalla prevalenza di contratti a termine e da una concentrazione della manodopera locale nelle attività a più basso valore aggiunto».

Ma non è solo questo a preoccupare i lucani della val d’Agri. Ecco cosa ha riferito un altro azionista, Domenico Mele, autore di una Valutazione di impatto sanitario nei due comuni che cingono il centro Cova dell’Eni nella Val d’Agri, Viggiano e Grumento Nova. «Lo studio micro geografico condotto – racconta Mele – ha riscontrato un aumento della mortalità nelle donne per le malattie del sistema circolatorio del 63%, con una mortalità tra donne e uomini del 41%. La valutazione ha dimostrato la fortissima associazione di rischio tra le emissioni dell’impianto e le patologie cardiovascolari e respiratorie con un aumento del 19% della mortalità delle donne per tutte le cause e del 15% di donne e uomini. In Val d’Agri ci sono a tratti emissioni di sostanze nocive 20 volte rispetto a quelle registrate a Taranto». A sostegno delle sue conclusioni Mele ha citato alcuni enti che hanno preso parte allo studio, tra cui il Cnr di Pisa e l’università di Bari, puntando il dito contro il silenzio dell’azienda: «La nostra ricerca non ha provocato alcuna reazione da parte dell’Eni, non c’è stato alcun dialogo. Anzi si è tentato di demolire il lavoro probabilmente perché i risultati non sono stati quelli sperati».

In mattinata, l’assemblea era stata aperta dalla presidente dell’Eni, Emma Marcegaglia. Ed effettivamente considerando il tenore degli interventi pomeridiani per lunghi tratti nell’arco della giornata è sembrato di assistere a un dialogo tra sordi. Il focus della relazione della Marcegaglia, a parte le considerazioni sullo stato di salute dell’economia mondiale, ha riguardato le vicende giudiziarie in cui è coinvolta l’Eni. Facendo il punto sulle accuse di corruzione nei confronti di Saipem in Algeria, e quelle relative all’acquisizione del blocco petrolifero Opl 245 in Nigeria (vedi Left n. 18 del 4 maggio 2018), oltre alle indagini in corso sulle licenze petrolifere in Congo e al presunto depistaggio che vede coinvolto il Chief development and Technology officer. Per ognuno dei casi, ha spiegato Marcegaglia, «sono state svolte o sono state incaricate profonde verifiche interne, anche con l’assistenza di consulenti esterni indipendenti». L’Eni si dichiara dunque completamente estranea ai fatti imputati. E la Basilicata? Nessun accenno è stato fatto dalla presidente circa le indagini che coinvolgono l’Eni per presunto disastro ambientale in quello che è ribattezzato il “Texas d’Italia”, appunto la Val d’Agri. Un silenzio che la dice lunga proprio nel giorno in cui esponenti della società civile lucana hanno fatto sentire per la prima volta la propria voce in qualità di azionisti, avendo acquistato alcune azioni – 4, 5 o dieci -, al solo scopo di poter intervenire mettendo in pratica un «azionariato critico» al cospetto diretto della dirigenza Eni e di fronte agli azionisti di maggioranza. Era cosa nota, eppure la Basilicata che da decenni deve fare i conti con un intenso sfruttamento delle sue risorse petrolifere, è stata completamente assente anche nel successivo intervento dell’amministratore delegato Claudio Descalzi.

Ma torniamo al pomeriggio e agli interventi degli azionisti che meritano particolare menzione. C’è stato per esempio quello di Alberto Grotti, ex dirigente Eni finito in carcere per il caso Enimont, che ha voluto sottolineare la «disarmante disinvoltura» con cui i dirigenti si muovono tra indagini e processi. Infine, il breve ma interessante discorso di alcuni attivisti nigeriani, che hanno portato all’attenzione degli azionisti la «mancata prudenza» da parte della società nelle operazioni che hanno coinvolto il governo di Abuja. È stato fatto riferimento anche alla comunità Ikebiri, che ha citato in giudizio a Milano l’Eni e una sua controllata (la Naoc) per uno sversamento di petrolio nel delta del Niger (vedi Left del 4 maggio 2018); oltre che, questa volta da parte di Re:Common sul caso Congo e su ulteriori controversie della società in Mozambico. Ma anche in questo caso nessuna risposta. Da segnalare in conclusione un laconico Descalzi che nel chiudere l’assemblea ha promesso di far visita quanto prima in Basilicata.

Per approfondire, Left n. 18 del 4 maggio


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Storia di Noura Hussein, condannata a morte in Sudan per essersi difesa dal marito stupratore

Noura ha 19 anni, e su di lei pende una sentenza capitale. È stata violentata da suo marito, con l’aiuto dei parenti che la tenevano ferma, e il giorno dopo Noura lo ha pugnalato. Per questo è stata condannata a morte dalla corte di Omdurman, Sudan.

Forzata al matrimonio a 16 anni, Noura Hussein era scappata da Karthoum a Sinnar. Per tre anni è riuscita a nascondersi con l’aiuto di una zia, poi è stata riconsegnata dalla sua stessa famiglia d’origine al marito. Tornata sotto il suo tetto, è stata violentata da lui con l’aiuto di suo fratello, un parente e un testimone che la teneva ferma. Il giorno dopo, quando il marito ha provato a violentarla di nuovo, Noura l’ha pugnalato mortalmente ed ha cercato di nuovo rifugio in famiglia. I genitori però l’hanno consegnata alla polizia. Durante il processo, davanti alla corte che l’ha condannata a morte, in aula, Noura era sola. Nessun membro della sua famiglia era presente.

Justice for Noura, giustizia per Noura, è quello che chiedono molti, ma rimangono solo 15 giorni per fare appello e salvarle la vita.

A sentenza capitale confermata dal giudice, dopo il rifiuto della compensazione finanziaria da parte della famiglia del marito, l’aula ha festeggiato il verdetto emesso per la morte della giovane con applausi e urla di gioia, ha detto, Amal Haban, giornalista sudanese e attivista per i diritti delle donne. Ma Noura – prosegue Haban – «era solo una bambina quando si è sposata, come molte spose bambine in Sudan. E per la legge questi matrimoni non sono illegali, neppure lo stupro del marito lo è».

Sudan e taboo. Per Ahmed Elzobier, Amnesty Sudan, è la prima volta che un caso di stupro matrimoniale viene discusso dalla società civile. Accade quotidianamente «ma le persone non ne parlano».

Una vittima del sistema che ha combattuto per i suoi diritti. «Noura è stata sottoposta ad abusi mentali e fisici dalla famiglia e dal marito (…) ma ora non rimane che fare appello di clemenza al presidente Omar al Bashir», ha detto Tara Carey, dell’ong Equality now. Le ha fatto eco un’altra attivista dell’associazione, Yasmeen Hassan: «Il Sudan è un posto estremamente patriarcale, un posto dove le bambine possono sposarsi a 10 anni, dove è legale il possesso dell’uomo sulla donna, un posto dove si dice alla donne di camminare lungo un percorso stretto e dritto, senza trasgredire”.

 

Sperare che gli altri falliscano non porta voti. E non fa bene al Paese

Sì, lo so, scrivo qualcosa di scontato ma di questi tempi sembra piuttosto difficile mettere in fila gli elementi per una serena discussione che non abbia effetti dirompenti sulle opposte furiose tifoserie ma, al di là del fatto che sia vera o meno la frase attribuita a Renzi da La Stampa («e adesso pop-corn per tutti») si sente in giro una certa malcelata soddisfazione nel pregustare il fallimento dell’asse Lega-M5s (e Berlusconi bonario) come se il fallimento degli altri al governo fosse un buon modo per recuperare voti nei loro confronti.

Succede ora, ma è un atteggiamento snob che si ripete ciclicamente. Mettersi comodi a ripetere «bene ora vediamo cosa sapete fare, vedrete come fallirete» è roba da litigi tra bambini, una ripicca velenosa e piuttosto irresponsabile che accende gli animi lì dove la politica diventa tifo da stadio ma non tranquillizza per niente chi spererebbe che questo Paese possa funzionare meglio. Mettersi ad urlare in faccia a qualcuno «avete votato i fascioleghisti ora teneteveli» è roba da bar sotto casa, non è un atteggiamento da classe dirigente. Prendere per il culo gli elettori non è un buon modo per tornare, alle prossime elezioni, a chiedergli il voto.

Se dalle parti del centrosinistra hanno intenzione di intendere l’opposizione come una sequela di tweet ironici, fotomontaggi di pessimo gusto, perculate su congiuntivi e sintassi e trafugamenti continui di dichiarazioni passate degli avversari poi smentite dai fatti allora è il caso che qualcuno vada dai dirigenti del centrosinistra a dirglielo chiaro: avete fatto cose di destra e alla fine hanno votato la destra ora sappiate che se farete i populisti voteranno sempre l’originale. Piuttosto cercate di capire cosa volete diventare voi. Meglio.

Buon venerdì.

Legge 194, quarant’anni sotto attacco dei crociati

Il manifesto affisso da Provita a Roma – e nei giorni scorsi ricomparso a Perugia e in altre città – è ulteriore prova di quanto la legge 194, che ha reso legale l’interruzione di gravidanza, sia ancora sotto attacco  dalla sua entrata in vigore avvenuta il 22 maggio 1978.

La norma, frutto di una battaglia politica di cui i Radicali furono il principale traino, pose fine alla piaga dell’aborto clandestino e fu una straordinaria conquista di civiltà, liberando le donne dalle mammane. Nonostante questo – o forse proprio per questo – è ancora nel mirino dei fondamentalisti cattolici. Dai più oltranzisti come Mario Adinolfi e Antonio Socci (autore di libri come Genocidio censurato. Aborto, un miliardo di vittime innocenti), passando per consulenti del ministero della Salute e membri del Comitato nazionale per la bioetica come Eugenia Roccella e Assuntina Morresi, che hanno scritto un libro contro l’aborto farmacologico.

Si fanno chiamare Prolife ma, a bene vedere, come nota la ginecologa Elisabetta Canitano in questa storia di copertina dedicata ai quarant’anni della 194, non sono affatto per la difesa della vita umana. Non sono affatto dalla parte della donna, anzi ne mettono a rischio la salute per difendere la sacralità dell’embrione (dunque per i cattolici come per i più granitici positivisti l’identità umana sarebbe tale in base al solo genoma!).

Per portare avanti la loro crociata i Provita hanno inventato la «sindrome del boia», al fine di colpevolizzare le donne, accusandole di assassinio. Non contenti, hanno rincarato la dose di fake news con la sindrome Abc (abortion-breast-cancer), affermando che ricorrere all’aborto aumenti il rischio di sviluppare cancro al seno (addirittura, a loro dire, di oltre il 150%).

Falsità totali che vanno contro ogni evidenza scientifica, sostenute per affermare la dottrina cristiana che schizofrenicamente vuole la donna vergine e madre e che, sin dalle origin, demonizza il desiderio e annulla l’identità femminile.

«La legge che legittima l’aborto è un atto di violenza» diceva papa Wojtyla, che i Prolife citano come Beato Karol. «Ogni bambino non nato, ma condannato ad essere abortito, ha il volto del Signore», ha detto papa Bergoglio, che qualcuno ancora si ostina a vedere come leader della sinistra.

«Il genoma dello zigote è il punto di partenza per la costruzione della biologia umana ma non è persona», scrive la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti (vedi il libro Contro la violenza sulle donne edito da Left). «Come ha affermato Massimo Fagioli – aggiunge – ritenere che lo zigote sia persona significa negare la trasformazione che avviene alla nascita con l’attivazione della corteccia cerebrale e l’emergere del pensiero che è specifico della realtà umana».

Per questo numero dedicato alla 194 le abbiamo chiesto di tornare a spiegare in termini scientifici perché l’aborto non è un omicidio, convinti che la liberazione delle donne dall’oppressione sia un tema cardine nella costruzione di una nuova sinistra laica e progressista. Purtroppo la cronaca ci dice che per l’altissimo numero di obiettori la legge sull’interruzione di gravidanza è ancora inapplicata in molte regioni di Italia.

Storie drammatiche e scioccanti come quella di Valentina ci dicono che nel Bel paese si può essere costrette a partorire perdendo la vita.

I dati Istat, che Left aveva anticipato già nel 2016, confermano che gli aborti in Italia sono in forte calo, da quando è stata messa in commercio come farmaco da banco la pillola dei cinque giorni dopo. Ma ancora mancano campagne istituzionali di informazione sulla contraccezione. Non basta dunque lottare per la piena applicazione della 194. Occorre portare avanti la battaglia culturale sostenendola anche con azioni concrete. Come propongono le attiviste di Non una di meno  (che il 22 e il 26 maggio organizzano manifestazioni in difesa della 194)  dobbiamo lottare per la contraccezione gratuita, perché gli obiettori lavorino fuori dalle strutture sanitarie pubbliche e dalle farmacie, perché la Ru486 sia somministrata dai consultori pubblici, senza ospedalizzazione e, soprattutto, perché si affronti nelle scuole in modo non superficiale e scevro da pregiudizi il tema della sessualità.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola


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