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Le signore del fantastico che ci mettono in guardia sui rischi del domani

Prima che la catastrofe abbia inizio, un uomo affetta carote nella cucina di una tipica casa americana sotto gli occhi di sua moglie e della suocera. La seconda, una femminista ormai anziana, commenta: «Tu non hai idea di quante donne siano morte perché arrivassimo a vedere questo». È una scena de Il racconto dell’ancella, fiction Tv tratta dall’omonimo romanzo dell’autrice canadese, oltre che attivista e femminista, Margaret Atwood (classe 1939). Nello Stato distopico di Galaad, incastonato fra Usa e Canada, un colpo di stato integralista cristiano ha instaurato un regime totalitario con lo scopo di porre rimedio al male che affligge la Terra: la sterilità femminile. A narrare la vicenda attraverso un misterioso diario ritrovato fra le rovine della dittatura ormai decaduta è una delle “ancelle”, ovvero le poche donne ancora fertili e perciò rese schiave degli ufficiali del regime, i Comandanti, che hanno con loro rapporti sessuali finalizzati esclusivamente alla procreazione. La vita delle ancelle e delle donne in generale, ridotta a una sopravvivenza in stato di segregazione di grado variabile in funzione di gerarchie di matrice biblica, non ha altro valore.

Di questa, e di altre storie fantascientifiche di ieri e di oggi con protagoniste donne e scritte da donne, hanno parlato al Salone internazionale del libro di Torino cinque scrittrici italiane: Maria Serena Sapegno, Giusi Marchetta, Veronica Raimo e Simona Vinci, con la moderazione di Loredana Lipperini. Ciascuna di loro ha scelto un’altra scrittrice, eleggendola a “signora del fantastico”. A torto ritenuto un genere a predominio maschile, e a dispetto di chi pretende di spiegarne l’essenza in termini di ricerca letteraria a esclusivo sfondo scientifico di stampo positivista, la fantascienza è in realtà dominio dell’irrazionale per eccellenza, dell’immaginazione spinta ben oltre il limite del reale e di ciò che è sperimentalmente verificabile. Non sorprende quindi che molti dei più recenti premi internazionali di letteratura fantascientifica siano stati assegnati a donne.

Ma la mano femminile all’interno di questo genere di scrittura non inizia certo a muoversi solo nel nostro secolo. Anzi, a ben vedere la fantascienza nasce femmina (e forse femminista), visto che quello che viene considerato come il primo romanzo fantascientifico dell’epoca moderna è Frankenstein di Mary Shelley. Nella ribellione all’anaffettività del suo creatore, il ghiaccio polare in cui il Mostro si rifugia alla fine della storia, si cela la rivolta dell’autrice contro la fredda razionalità dell’ambiente in cui visse. Il romanzo divenne così rappresentazione della rivolta alla figura paterna, l’anarchico illuminista William Godwin, da parte di una giovane donna nata con il marchio dell’aver “ucciso la propria madre” (la filosofa Mary Wollstonecraft, anticipatrice del femminismo, morta di febbre puerperale qualche giorno dopo averla partorita), e che visse nel segno del lutto: oltre alla madre, perse infatti il marito e due dei tre figli, e infine morì di malattia a soli 54 anni. Il romanzo, disse l’autrice, era nato da un sogno che aveva fatto, quindi da un’immagine inconscia che dalle profondità del suo vissuto è cresciuta nei secoli fino a diventare uno dei miti più potenti della storia della letteratura, ben al di là della semplice ricerca illuminista sulle rischiose conseguenze di una scienza che travalichi i limiti della morale.

L’essenza più autentica della fantascienza insomma, il genere che “parla del futuro per raccontare il presente”, come accade anche nel romanzo di Atwood. Non è un caso se, pur scritto nel lontano 1985, Il racconto dell’ancella è stato trasposto in versione televisiva solo trent’anni più tardi, quando le stesse libertà per le quali il femminismo ha combattuto sono di nuovo a rischio: viene da pensare, ad esempio, all’attacco frontale di questi giorni alla legge 194 attraverso irrealistiche e antiscientifiche sentenze di moralismo intransigente, molto simili a quelle immaginate nella distopia di Galaad. E così, come anche nel caso de Le Sirene di Laura Pugno, “allevate” in vasca per essere sfruttate, a essere violento non è il racconto in sé, ma la realtà che esso descrive con lo scopo di ammonire sulle possibili conseguenze di quotidiani comportamenti, di decisioni politiche che via via rosicchiano, negano, polverizzano le precedenti realizzazioni di identità umana e sociale delle donne.

Il regime autoritario di Galaad, nel romanzo di Atwood, non è sorto in un solo giorno, ma è stato pianificato e realizzato gradualmente e con lucida efficienza maschile, e se la protagonista ha ancora il privilegio della memoria di un passato diverso, le prossime generazioni di donne «non potranno voler recuperare qualcosa che non hanno mai conosciuto». È il femminismo fantascientifico come cultura della vigilanza sull’eredità che rappresenta il patrimonio di realizzazioni acquisite, contro gli attacchi che da più parti possono provenire.

È di qualche settimana fa la pubblicazione de Le visionarie, antologia “trans-storica” curata da Jeff e Ann VanderMeer e composta da ventinove racconti che «tratteggiano i contorni di un mondo di volta in volta futuristico, inquietante, onirico o semplicemente strano», come scrive l’editore, Nero editions. Racconti scritti da donne «che hanno fatto la storia e il presente della narrativa fantastica» (finalmente non solo anglosassoni) e tradotti in italiano da altrettante scrittrici o giornaliste coordinate da Claudia Durastanti e Veronica Raimo. Una fra tutte, Ursula K. Le Guin, recentemente scomparsa, fautrice di una fantascienza profondamente umanista, laica, libertaria, scrittrice capace di rivendicare con orgoglio la propria appartenenza al genere, senza il timore di sfidare la cosiddetta “narrativa realista” al prezzo della rinuncia a successi commerciali tanto facili quanto nocivi alla qualità della creazione letteraria.

Non riesce invece ad affrancarsi da una visione cupa e alienata dell’esistenza il filone di autrici di stampo più nettamente dell’orrore, come la contemporanea argentina Mariana Enriquez, nonostante il timbro spesso ironico, o che si collocano in un gotico d’antan come la “maestra dell’orrore” (la definizione è di Stephen King) Shirley Jackson, la cui prosa prende ancora una volta le mosse da una reazione di rifiuto all’autoritarismo familiare, in questo caso negli Usa degli anni 50. Passata alla storia per il racconto La lotteria, alla sua epoca Jackson raggiunse la fama per le cronache “casalinghe”, le cui protagoniste sono sempre in contrasto con la figura materna. Quando fu ricoverata in ospedale per parto e all’accettazione dichiarò che la sua professione era «scrittrice», si sentì rispondere «okay, scriviamo casalinga». Parole che, a quanto sembra, furono pronunciate da un’impiegata donna. A quel tempo si poteva accettare, sebbene a fatica, che una donna si ribellasse; ma che lo facesse scrivendo, e scrivendo letteratura dell’immaginario, era davvero troppo. Oggi le cose sono ben diverse. «Molte scrittrici sono morte, perché accadesse questo» viene da dire a noi, parafrasando la suocera dell’ancella.

Riconfermato, nel frattempo, il tandem Bray – Lagioia alla guida del Salone torinese, che quest’anno ha raggiunto numeri da record. Ben 144.386 ingressi, superando i dati dell’edizione 2017

Il giorno dopo la strage Gaza piange una neonata avvelenata dai gas israeliani

epa06735933 Palestinian demonstrators seek cover during a protest against the US Embassy move to Jerusalem and ahead of the 70th anniversary of Nakba, at Qalandya checkpoint near the West Bank City of Ramallah, 14 May 2018. According to media reports, at least 41 Palestinians were killed and more than 1800 wounded during clashes in Gaza-Israeli border during clashes against the US embassy move to Jerusalem as well as marking Nakba Day. Palestinians are marking the Nakba Day, or the day of the disaster, when more than 700 thousand Palestinians were forcefully expelled from their villages during the war that led to the creation of the state of Israel on 15 May 1948. Protesters call for the right of Palestinians to return to their homeland. EPA/ALAA BADARNEH

Palestina, lotta e lutto. Tra le ultime vittime c’è Laila Anwar Al Ghandour. Aveva otto mesi e, secondo il ministro della salute di Gaza, ad ucciderla è stato il gas inalato ieri, 14 maggio, durante le proteste al confine tra Gaza e Israele. La Spoon River palestinese 2018 si allunga ora dopo ora. Ad oggi si parla di 60 vittime. Gaza il giorno dopo ha il viso rigato dal pianto.

Il 14 maggio è stato il giorno più sanguinoso a Gaza dalla guerra del 2014. È la nuova nakba, “la nuova catastrofe”. È il giorno in cui si ricorda quella del 1948, come accade ogni anno da allora, – per onorare la memoria di chi è stato cacciato dalla propria casa e villaggi nell’anno di fondazione dello Stato di Israele -. Il giorno dopo, 15 maggio, è scattato lo sciopero generale per i palestinesi della Cisgiordania e di Gerusalemme est con tre giornate di lutto. E le famiglie si preparano ad affrontare la cerimonia dei funerali nell’enclave palestinese. Per Khaled Batch, capo della base del comitato organizzatore della protesta, il 15 maggio è il giorno per piangere intorno ai feretri. Non ha parlato di altre marce previste nei pressi del confine.

Mentre a Gerusalemme apre l’ambasciata degli Stati Uniti, a Gaza muoiono sessanta persone in meno di 24 ore. Mentre Ivanka Trump partecipava all’inaugurazione della nuova, lussuosa, scintillante sede diplomatica americana, circondata da personalità politiche e dello spettacolo, i palestinesi perdevano la vita sotto una pioggia di gas lacrimogeni, nel fumo nero delle bombe carta, mentre fischiavano proiettili. “È un great day” per Israele, un grande giorno per Israele, come l’ha definito Donald Trump su Twitter. Il premier Benjamin Netanyahu, addossando la colpa ad Hamas, ha ribadito che non è responsabile il suo esercito, perché «ogni Paese ha l’obbligo di difendere i suoi confini». Ha fatto eco al primo ministro israeliano il genero di Trump, Jared Kushner: «le violenze del mese scorso e di oggi, sono parte del problema, non della soluzione». Mentre parlavano sul podio bianco, a pochi chilometri dal confine, nella polvere e nel fuoco, i palestinesi facevano i conti con il giorno più sanguinoso da molti anni.

Ieri in 58 sono morti, 2700 sono rimasti feriti da lacrimogeni, proiettili e bombe incendiarie che l’Idf, l’esercito israeliano, ha sparato da punti diversi a ridosso della recinzione che divide i due confini. Ieri è avvenuto “un genocidio”. Il presidente turco Tayyip Erdogan ha minacciato di ritirare i suoi ambasciatori da Usa e Israele. Per lo stesso motivo, – «una violenta aggressione compiuta dalle forze armate di Israele» – , il Sud Africa ha richiamato i suoi diplomatici da Israele. Anzi, oggi, 15 maggio, manifestazioni di proteste contro l’attacco a Gaza si sono tenute a Cape Town promosse da attivisti dei diritti umani di cui fanno parte anche ebrei sudafricani.

Nelle ultime settimane sono cominciate le manifestazioni della lunga marcia del ritorno. Dal 30 marzo scorso, giorno di inizio, fino ad oggi, 15 maggio, per il momento sono 107 i palestinesi che hanno perso la vita, in 12mila sono rimasti feriti. Per quello che è accaduto il 14 maggio Zeid Ra’ad Hussein, alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha detto che «chi è responsabile di una così orribile violazione dei diritti umani» deve essere tenuto in considerazione e che «la comunità internazionale deve garantire giustizia alle vittime». A 70 anni esatti dalla nascita dello Stato d’Israele, forse a Gaza nessuno ci crede.

Oggi, 15 maggio, a Roma, ore 17,30, presidio per la Palestina a piazza Montecitorio, promossa dalla Rete romana di solidarietà con il popolo palestinese.

 

Giulio Sapelli, poema triste

Il professore all'Uiversita' di Milano Giulio Sapelli in occasione della presentazione del suo libro "Oltre il capitalismo", Milano, 14 Maggio 2018 ANSA / MATTEO BAZZI

Se l’avesse scritto Roberto Bolaño quella notte di Sapelli sarebbe stata la trasposizione di Auxilio Lacouture, la poetessa uruguaiana che rimase chiusa nascosta nei cessi dell’università di Città del Messico durante tutta l’occupazione militare del 1968, come raccontato nel romanzo I detective selvaggi.

Io me lo immagino, Giulio Sapelli, con tutto l’amore che ha per se stesso come capita a noi, così terribilmente deboli quando ci capita di raccontarci agli altri. «Una delle voci più originali e fuori dal coro tra gli economisti italiani», scrive Sapelli di Sapelli presentandosi sul suo sito, come parlano di sé in terza persona certi professori incassati nei propri completi con troppe spalline, quelli che si schiacciano i capelli di lato prima di parlare per affilarsi e sembrare più appuntiti.

Mi immagino «l’intellettuale poliedrico» Sapelli (sì, si autodefinisce anche così) che riceve la telefonata nella sua abitazione che profuma di carta (e di quella polvere che si lascia perché sta così bene con la letteratura) in cui gli si chiede di incontrare i due partiti che provano a brigare un governo. Lo vedo che sceglie il vestito buono, che si passa la mano sul mento per verificarne la liscezza e che durante il tragitto si allena ad essere autorevole e convincente, schiarendosi la voce nell’umido romano.

Lo vedo mentre stringe le mani sentendo il profumo della scelta, lo sento discutere del programma di governo pregustando la dolce chiamata a “servire la patria”, dire no grazie io non prendo niente ho già bevuto il caffè perché i professori smettono presto la litania della cena e del dopo cena predisposti a indaffararsi subito di nuovo e mi immagino il sorriso mentre rincasa. Se dovessi osare, intravedo uno di quei saltelli a schioccare i tacchi, anche solo immaginato nella testa, come moto di gioia e soddisfazione.

Una notte da presidente del consiglio è un sabato del villaggio che cade di capodanno. Chissà che acquolina gocciola in bocca in una notte così. E invece Giulio Sapelli, ieri, ha saputo che di Sapelli non è mai interessato a nessuno lì sopra. Ha letto l’agenzia di stampa che deve essergli risuonata come un epitaffio: «Mai pensato a Sapelli» dicono di lui i protagonisti della politica romana.

Chissà che malinconia. Forse avrà frainteso. Avrà sbagliato una frase di quelle che aveva maledettamente soppesato preparandosi all’incontro. O forse era solo un pourparler preso troppo sul serio. Chissà che tedio Sapelli, di quello che capita per delusione a chi prende sul serio cose e persone da non prendere troppo sul serio.

Buon martedì.

Quella volta che incravattati imitavamo Chuck Berry e Johnny Cash

Tommaso Di Giulio

Ascoltare Lingue, l’ultimo album di Tommaso Di Giulio, uscito per Leave Music, è come ritrovarsi nella platea di un cinema e godersi un buon film. Dieci inediti, una scaletta di titoli che sono scene diverse di vita, quelle dei suoi ultimi due anni, il cui incipit è affidato a “Canzone per S.” dedicata a suo padre, gravemente ammalato. Un dramma, questo, che per l’artista è stato anche un passaggio di cambiamento e di grande maturazione. Dal quale ha avuto il coraggio di ricominciare: «Avevo lavorato a un disco estremamente pop, andando di cesello fino all’ossessione perché volevo tentare un colpaccio e vedere se si poteva distillare a tavolino una perfetta canzone pop; ero piuttosto soddisfatto dell’operazione a livello intellettuale. Poi la malattia di mio padre… quando ho potuto di nuovo occuparmi un po’ di me, ho riascoltato queste canzoni, non avevo né la credibilità di cantarle né la voglia perché ero diventato qualcun altro e quindi ho buttato tutto ripartendo da zero, scrivendo in maniera opposta, soprattutto di pancia, in totale antitesi con prima».

Sono lingue tutti i modi di comunicare, vecchi o nuovi, ma possibili, per entrare in rapporto con l’altro, per dire un addio, per cambiare e ricominciare. Cantautore, ma anche autore per altri (“Disordine d’Aprile” l’ha scritta per Gazzè e il suo “Maximilian”), Di Giulio è anche compositore. Nato a Roma, laureato in Storia delle arti visive, da sempre ama la musica. A 14 anni dei compagni di liceo gli chiesero si entrare nella loro band, che faceva blues e rockabilly, mentre in tutto il resto del liceo il genere che andava per la maggiore era il nu metal: «Noi, invece, tutti incravattati facevamo Chuck Berry e Johnny Cash. Da allora la cosa mi è piaciuta parecchio e mi sono messo a studiare: ho fatto una decina di anni tra basso elettrico, arrangiamento e contrabbasso, con studi tipicamente classici, poi ho imparato a suonare la chitarra da me, per scrivere. La chitarra è una buona compagna di viaggio per liberarti di pesi o impressioni quando vuoi».

Lo raggiungo al telefono mentre è in viaggio, di ritorno da un tour teatrale, per parlare di questo sul album/film, che canzone dopo canzone, anzi scena dopo scena, si conclude con un altro pezzo molto suggestivo, “Quello nello specchio”. Non diverso nelle sonorità, ben suonato sempre, efficace nel testo al pari di tutti gli altri preziosi brani perché questo è: «Un disco pieno di corpi che si muove per opposizioni tra luce ed ombra, sconfitta e resistenza, razionale e irrazionale, l’amore e il suo contrario».

È stato coraggioso, da parte tua, ripartire da zero e il risultato di Lingue mi pare ti ripaghi ampiamente.
Si è aperta una diga emotiva, un buco in un muro, in una corazza che mi ero dovuto costruire per non soccombere a tutta una serie di cose, da cui poi è uscito fuori, come un’inondazione, il disco vero. Questo è il terzo album dopo “Per Fortuna dormo poco” e “L’Ora solare”, in cui da un inizio post punk, passando per la new wave, approdi a un genere da qualcuno definito “pop cinematografico”. Fu una felice definizione di un giornalista, dopo un concerto all’Auditorium a Roma, e mi piacque perché io ho sempre difficoltà a definire qual è il mio genere. Solo pop può fuorviare, mentre quella definizione lì, visto che io cerco sempre di lavorare più per frammenti, possibilmente anche visivi, che rimanda alle immagini, mi è piaciuta.

E il punk che fine ha fatto: fa ancora parte del cantautore che sei oggi?
Oggi sono, anche, la somma dei miei ascolti, di quello che i miei ascolti mi hanno fatto diventare. Nello specifico il post punk e il rock ‘n’ roll sono i due generi che ho divorato. Poi sono un grande collezionista di dischi di dimensioni mastodontiche e anche un po’ patologiche; a casa mia puoi trovare dal disco di Björk a quello dei Sepultura. In realtà, in questo disco, più che negli altri due, ho evitato di essere “citazionista”, mentre precedentemente mi ero sempre posto il problema di dire: ma se io stessi ascoltando questo disco, cosa ci vorrei sentire? Con Lingue ho semplicemente lasciato fluire ciò che l’emotività e gli impulsi più ancestrali mi stavano suggerendo in quel momento.

Comunque, il cambiamento ti caratterizza molto e non hai timore di metterlo in atto.
Sono a metà tra il mio essere stato darkettone, vicino al mondo post punk, e l’accademia del maestro, con tutti gli studi classici a iniziare dal solfeggio. Poi ho prontamente dimenticato e trasceso: in quello che faccio c’è l’incontro dell’accademia e del suo rifiuto.

A proposito di film e di cinema, sei compositore di colonne sonore per il cinema e anche per il teatro, come in “Dieci Storie Proprio Così”, pièce in cui si raccontano storie di mafia, diventato anche film per la Rai.
Da un anno e mezzo siamo in giro, per tutta Italia, a raccontare storie universali di persone che non sono martiri né eroi, perché sono ancora in vita, che si sono ribellate, con successo, alle mafie di tutta Italia. Spesso raccontando cose che non si sanno come le infiltrazioni ‘ndrànghetiste e camorriste al Nord. La cosa bella di questo spettacolo è che non è per niente ecumenico: suoniamo dal vivo, io e un batterista che si chiama Paolo Volpini, e non c’è nulla di appunto propedeutico o di troppo didattico nei nostri suoni, è un blues metropolitano. Questo si vede ha un effetto, invoglia molto a partecipare a un dibattito che c’è dopo ogni rappresentazione. È stata un’esperienza bellissima, il mondo delle colonne sonore mi affascina tantissimo, anche se ho fatto due versioni differenti per il film e per la rappresentazione dal vivo: la prima è più eterea, mi sono ispirato a quella per “Dead Man”, composta di Neil Young; quando sto sul c’è una pressione sonora grazie a un amplificatore a valvole, schiaffato su una platea, che si ritrova parole e musiche di tutto altro impatto.

Qual è la reazione, soprattutto dei giovani, degli studenti, quando gli parlate delle infiltrazioni mafiose anche al Nord?
La reazione dei ragazzi è migliore rispetto alle istituzioni e della politica, che fino a qualche anno fa rifiutavano il fenomeno, dicendo che da loro non succedevano certe cose. Adesso non lo possono più dire con tutti i fatti palesi, con i processi, che queste infiltrazioni non ci sono. I ragazzi reagiscono con una partecipazione straordinaria, sono super curiosi e la cosa bella è che noi lavoriamo direttamente con le scuole, prepariamo dei laboratori prima che loro arrivino a vedere lo spettacolo. Se uno riesce, su una classe di trenta ragazzi, anche solo a far sviluppare uno sguardo critico cosciente diverso è una piccola vittoria.

Siete andati in giro per l’Italia, la tournée proseguirà?
Sono appena rientrato da Torino, ma abbiamo portato lo spettacolo ovunque: dal Friuli alla Sicilia, passando per Scampia e riprenderà prossimamente perché le storie continuano ad arrivare in gran quantità. È un testo vivo, work in progress.

E il tour per Lingue?
Dopo Milano e Roma, ricomincerò in estate a suonare in tutta Italia, fino al prossimo autunno!

Così Putin strumentalizza la vittoria sul nazismo

epa06722304 Russian President Vladimir Putin (3-L), Serbian President Aleksandar Vucic (top 3-L), and Russian people carry portraits of their relatives, participants of World War II during an Immortal Regiment memorial demonstration in Moscow, Russia, 09 May 2018. Russia marks the 73rd anniversary of the victory over Nazi Germany in World War II. EPA/YURI KOCHETKOV / POOL

Fino a qualche anno fa, prima che i voli internazionali su Mosca iniziassero ad atterrare anche negli altri due aeroporti cittadini di Vnukovo e di Domodedovo, gli stranieri arrivavano all’aeroporto di Sheremetivo dove non esisteva, come adesso, collegamento ferroviario con il centro urbano. Percorrendo in auto la strada che collega Sheremetivo alla città, non si poteva quindi non notare sulla propria destra un monumento riproducente un tratto di trincea che ricorda quanto vicino i tedeschi arrivarono alla capitale. Trentadue chilometri dalla Mosca di allora e diciassette chilometri da quella odierna.

Per questo, ancora oggi, l’anniversario della fine della guerra ha in Russia un significato particolare, fatto di carne e sangue di quei venti e più milioni di sovietici che diedero la vita per fermare la barbarie nazista. Partecipai alla manifestazione del 9 maggio per la prima volta, nell’allora Leningrado, nel 1990. A quei tempi alla testa del corteo c’erano ancora molti veterani con il loro carico di medaglie sul petto. Si trattava in buona parte ancora di una dimostrazione sovietica, fortemente segnata dal ruolo del Pcus e delle sue strutture, anche se la partecipazione popolare era comunque vivace e commossa.

Nell’era Eltsin, il degrado politico, sociale e morale mise un po’ in sordina l’anniversario ma con l’ascesa di Putin e il rinnovato senso di appartenenza nazionale, piano piano le iniziative del 9 maggio sono tornate ad essere partecipate. Poi alcuni giornalisti di Tomsk nel 2011, sulla base della considerazione che ormai per ragioni anagrafiche erano pochissimi i veterani che potessero ancora trasmettere fisicamente quanto successo alle nuove generazioni, proposero ai cittadini di partecipare alla manifestazione con incollate su dei cartelli le foto dei loro cari che avevano partecipato al conflitto. L’iniziativa che prese il nome di Bessmertnaya Polk (Reggimento immortale), ebbe un grandissimo, spontaneo, successo popolare, seppur favorito dalle istituzioni. In quelle migliaia di ritratti portati nelle strade con orgoglio ci sono i mille fili di storie e di famiglie che si incontrano sul palcoscenico della storia e le danno un senso, un significato non transeunte.

Il significato politico in chiave nazionalista dell’iniziativa è anch’esso chiaro, seppur non scontato. Ma il nazionalismo russo, varrà sottolinearlo, ha spesso più i tratti del patriottismo che dello sciovinismo. I russi si unirono in grandissima parte non per difendere un regime ma le proprie case e la propria stessa esistenza. Fu la “Grande guerra patriottica” non solo di chi credeva nell’Urss: i menscevichi esiliati da Lenin si appellarono alla resistenza e i trotskisti rinchiusi nei Gulag chiesero di poter di poter imbracciare il fucile nell’Armata rossa. E, in parte, sostennero l’Urss anche chi era stato per i Bianchi nella guerra civile.

Se questo sentimento di pacificazione nazionale, è vero, viene utilizzato dal putinismo, è anche vero che in parte lo trascende nella dimensione sentimentale di quella spuria “guerra di liberazione (inter)nazionale” che fu la Seconda guerra mondiale per i russi.

Dal 2015 si tiene anche a Mosca la marcia del Bessmertnaya Polk. Nei quartieri le famiglie si organizzano per partecipare, ma lo fanno in modo informale, anche i gruppi di amici. Quest’anno grazie anche a un clima quasi estivo si sono riversati nelle strade un milione di moscoviti e abitanti della provincia. Dalla Piazza Rossa sono poi sciamati per tutto il centro sulle rive della Moscova riempiendo i caffè, scivolando dalla collina dell’Università e Vorobevy Gory fino all’ex Gorky Park in attesa che il cielo fosse illuminato dai tradizionali fuochi d’artificio.

E così mi è venuto da pensare come sarebbe bello che anche da noi il 25 aprile potesse essere così: la giornata del ricordo di quei padri e di quei nonni che si batterono per un mondo migliore.

Buongiorno Mosca,
Storie, vicende e riflessioni dalla Russia
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Trudeau alle prese con i conservatori che vogliono meno migranti. E con il vicino scomodo Trump

epa06678390 Canadian Prime Minister Justin Trudeau is seen during an Intelligence Partners meeting on the sidelines of the Commonwealth Heads of Government Meeting in London, Britain, 18 April 2018. EPA/LUKAS COCH / POOL AUSTRALIA AND NEW ZEALAND OUT

«Voi che scappate da persecuzioni, terrore e guerra, noi canadesi vi accoglieremo, a prescindere dal vostro credo. La diversità è la nostra forza. Benvenuti in Canada». Lo scriveva il premier Trudeau su twitter nel gennaio 2017.

Un anno dopo quelle parole, nel 2018, verranno ammessi nel Paese 310mila rifugiati, ma la politica dell’accoglienza coltivata negli ultimi anni dal governo, supportata, va detto, dalla gran parte della popolazione, è nel mirino dell’opposizione conservatrice e sottoposta allo stress dei negoziati con i vicini di Washington. Le porte del paradiso canadese non stanno per chiudersi, ma potrebbero essere, d’ora in poi, più difficili da raggiungere.

Il numero di migranti che dal confine americano giungono a piedi in Canada è in continuo aumento, soprattutto dopo la vittoria alle elezioni di Donald Trump e la sua politica dei muri. Nel 2016 in 7mila sono entrati via terra, il 63% in più dell’anno precedente, secondo la Canada Border Services Agency. Nel 2017 sono stati quasi il triplo, oltre 20mila: da passaggi non sorvegliati alla frontiera, attraverso siti remoti del confine dei due Paesi, hanno sfidato il gelo, temperature sotto zero e neve, un passo dopo l’altro. La maggior parte di loro arriva da Haiti e Nigeria, ma molti sono minori non accompagnati, figli di migranti che hanno raggiunto gli Stati Uniti.

«All’inizio al Canada piaceva sentirsi moralmente superiore, poi ha cominciato a preoccuparsi che i richiedenti asilo fossero migranti economici. L’opposizione dei conservatori ha accusato il governo di perdere il controllo della migrazione. Queste accuse minano il consenso sulla politica migratoria, che comunque rimane generosa: il Canada quest’anno ammetterà 310mila migranti e rifugiati, equivalenti allo 0,8% della sua popolazione», scrive l’Economist.

I conservatori del Paese adesso vogliono un piano “alla crisi” creata dai liberali di Trudeau, un progetto alternativo alla “welcome-to-Canada policy”, la politica del benvenuti nel Paese. Il ministro dei trasporti Marc Garneau ha risposto «consiglio ai miei colleghi di scegliere le parole attentamente, informazioni false e retorica incendiaria nutrono le fiamme della paura e divisione».

Ma anche altri si sono uniti al coro del blocco migratorio. David Heurtel, ministro per l’immigrazione del Quebec, ha detto il mese scorso: «non si tratta di soldi. Si tratta di dire che il Quebec può fare la sua parte, ma le nostre risorse sono completamente sature e non possiamo fare di più».

Per il primo ministro Trudeau il problema di immigrazione clandestina in corso è attribuibile a mesi di negoziati infruttuosi con l’amministrazione Trump. E ha continuato a difendere la sua politica. Trudeau infatti ha affermato che «è assolutamente irresponsabile da parte dei conservatori suscitare paure e preoccupazioni sul nostro sistema di immigrazione e sui rifugiati».

Comunque «attraversare il confine in un modo che cerca di eludere la legge o sfidare la procedura corretta non è un biglietto gratuito per il Canada», ha detto invece pochi giorni fa Ralph Goodale, il ministro della sicurezza pubblica del Paese. I funzionari governativi ritengono che oltre il 90% di coloro che entrano in Canada non soddisfano i criteri per essere considerati rifugiati: «devono dimostrare di aver bisogno della protezione del Canada per essere al sicuro», ha detto Goodale, «cercare asilo non è una scorciatoia per aggirare le normali regole e procedure di immigrazione».

Intanto al Paese che ha teso la mano più di altri ai rifugiati in questi anni di crisi, affinché non inverta la sua rotta solidale, Amnesty Canada ha già lanciato il suo appello: «Canada, non abbandonare i rifugiati, gli Usa non sono più un luogo sicuro».

 

L’ignoranza costa. Più dei sacchetti per la frutta al supermercato

Clienti di un supermercato di Napoli con i sacchetti biodegradabili il cui costo, come indicato da cartelli, e' di un centesimo , 4 gennaio 2018. ANSA / CIRO FUSCO

Prima un breve passo indietro: il primo gennaio entra in vigore la legge 123/2017 che applica la direttiva europea 215/720. Si tratta, tanto per capirsi, dei famigerati sacchetti biodegradabili nei supermercati e l’obbligo di inserirne il costo nello scontrino.

Vi ricordate? Fu tutto un parlare di “poteri forti”, “ennesimo danno ai cittadini”, “colpa del Governo”, “l’ennesimo modo subdolo per spillarci soldi” e tutta una fiumana di persone che per sfidare il potere decideva di portarsi il sacchetto da casa (siamo il Paese delle grandi battaglie, eh sì) e tutta una pioggia di ricorsi.

Cosa è cambiato? Basta leggersi l’ultimo report di Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare) per capirlo: scrive l’istituto che  «a fronte di una riduzione degli acquisti di “sfuso” del 3,5% e del 7,8% della relativa spesa, si registra l’aumento delle vendite di ortofrutta fresca confezionata (+11% in volume e +6,5% la spesa)». Aggiunge Ismea: «Si tratta di numeri che rendono ipotizzabile come la reazione istintiva avversa dei consumatori, anche a seguito del forte seguito mediatico attribuito all’evento, abbia fornito un’accelerazione a un processo di sostituzione di per sé già in atto. La novità e la sorpresa contenuta nei dati relativi al primo trimestre 2018 sta nella forza impressa a questa tendenza dall’entrata in vigore della nuova disposizione. Infatti, nel primo trimestre 2018 le vendite di ortofrutticoli confezionati rappresentano il 32% del totale contro il 29% del primo trimestre 2017». Tutto questo Left lo aveva anticipato quattro mesi fa.

In pratica il terrorismo su una norma che avrebbe dovuto diminuire l’impatto ambientale (e che costa molto meno della frutta e della verdura confezionate) ha fatto aumentare la spesa delle famiglie. Mica per inflazione o mala politica. Per ignoranza. Celebrata come se fosse una rivoluzione.

Buon lunedì.

La lotta degli attori, in cerca di un contratto

Facciamolaconta. Non è il nome di un gioco ma quello di un gruppo di attrici e attori, perlopiù impegnati in teatro, che da circa tre anni si batte per i propri diritti. Gruppo unitosi attorno alle tante difficoltà della categoria e ad una battaglia comune: quella per il rinnovo del Ccnl degli attori della prosa (tecnicamente Ccnl degli artisti, tecnici e amministrativi scritturati), scaduto da più di dieci anni e di cui, dopo 3 di trattativa, è stato siglato il rinnovo tra sindacati e parte datoriale (varie associazioni teatrali assistite da Agis). Un risultato ottenuto grazie all’appoggio di Cgil, Cisl e Uil, sull’onda del quale il gruppo non si è fermato. Adesso infatti si è lanciato in una battaglia più grande e tutta nuova: la sigla del contratto nazionale degli attori dell’audiovisivo (attori di cinema, tv e webseries). Nuova perché, ad oggi, un contratto di questo tipo ancora non esiste.

Ma, per capire come sono andate le cose, bisogna fare un passo indietro e ripartire dal nome, che come sempre non è casuale. «Ci chiamiamo così perché volevamo contarci – racconta Barbara Folchitto, attrice che fa parte del gruppo – visto che non siamo una categoria unita. Volevamo capire quanti fossimo in Italia ad avere gli stessi problemi». Problemi ben sintetizzati un anno fa, quando, a maggio 2017, mentre proseguiva la discussione per il rinnovo del contratto della prosa, venne pubblicata la ricerca Vita da artisti condotta da Cgil e Fondazione Di Vittorio sulle condizioni di vita e di lavoro dei professionisti dello spettacolo, attori e attrici in primis.

Uno studio che restituì un quadro desolante, caratterizzato da retribuzioni medie annuali intorno ai…

 

L’articolo di Simone Schiavetti prosegue su  Left in edicola


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Le ombre della 180

Il Saggiatore ripropone, a cura di Franca Ongaro Basaglia, gli Scritti 1953-1980 di Franco Basaglia già pubblicati da Einaudi nel 1981 poco dopo la sua scomparsa. Lo psichiatra veneziano influenzato dalla fenomenologia e dall’esistenzialismo, nel 1961 aveva scoperto la disumanità del manicomio ed era diventato il capofila del movimento di lotta contro gli ospedali psichiatrici sfociato nella legge 180. È un’occasione per chiederci: qual è la situazione della psichiatria territoriale in Italia a quasi quarant’anni dalla morte di Basaglia?

Il 17 settembre 2017 è stato presentato in senato, per iniziativa di Nerina Dirindin e Luigi Manconi il ddl 2850 che vuole dare piena attuazione ai principi della 180. Perché mettere mano alla legge? Le criticità dell’attuale assistenza psichiatrica sono molte. I Dipartimenti di salute mentale (Dsm) presenti nelle Regioni vanno diminuendo di numero, grazie a accorpamenti di più aree territoriali conseguenti a programmi di “razionalizzazione” e di contenimento delle risorse, peraltro già al limite della sufficienza. L’estensione talvolta spropositata del bacino di utenza (in alcune Regioni fino a due milioni di abitanti) crea vere e proprie impossibilità di gestione, tradendo la dimensione della “piccola scala”, uno dei principi basilari della riforma del 1978 e del lavoro territoriale.

Spesso si hanno luoghi di cura degradati, che avrebbero effetti negativi non solo sul benessere del paziente, ma anche sull’operatore che verrebbe demotivato: le strutture, affermano i relatori della legge, devono quindi essere riqualificate dal punto di vista architettonico. Anche Jean Dominique Esquirol quando entrò all’ospedale di Charenton a Parigi nel 1823 riteneva che l’architettura avesse un significato terapeutico. Ma più che le mura, come ha detto un famoso psichiatra, è importante la cura, la teoria e la formazione del medico che la rendono possibile. Alla cura e ai criteri formativi, Basaglia non ha prestato la dovuta attenzione pensando che la deistituzionalizzazione e la lotta al potere medico fosse il passo fondamentale per risolvere ogni “patologia”.

Chiusi i manicomi la malattia mentale è rimasta e l’interrogativo su come affrontarla non ha avuto un’adeguata risposta da chi ha continuato l’opera dello psichiatra veneziano. «Altro problema – spiega Dirindin -, è la necessità di contrastare la pratica della contenzione meccanica del paziente e il bisogno di una migliore gestione dei casi di emergenza-urgenza con il Trattamento sanitario obbligatorio (Tso), cui si ricorre talvolta troppo frequentemente». Si hanno oscillazioni da 6 Tso su 100mila persone a 30 Tso su 100mila persone in altre regioni. Altro punto critico è l’aspetto economico legato alla gestione delle strutture residenziali dove si stima che possono risiedere più di 20mila persone e forse 30mila in uno stato d’inerzia che talora raggiunge i trent’anni. «Così – ha spiegato a Repubblica lo psichiatra Peppe Dell’Acqua -, si rischia di perdere il significato originario e l’obiettivo con cui queste strutture sono state concepite, dato che talvolta queste residenze rischiano di diventare contenitori di emarginazione sociale della disabilità psichica». La realtà manicomiale si ripropone in forme diverse.

La legge 2850 traccia un quadro non molto lusinghiero della situazione attuale e individua, un po’ semplicisticamente, solo mancanza di risorse economiche e incapacità organizzative alla base delle attuali carenze della psichiatria. Bisogna ricordare però che la legge 180 fu una legge di indirizzo, una legge quadro che lasciava alle Regioni i criteri della sua attuazione e non analizzava il problema delle spese e dei finanziamenti. Ciò dette luogo a differenze inevitabili che tutt’ora sussistono fra le varie zone del territorio e determinò, soprattutto all’inizio, gravissime carenze assistenziali in gran parte d’Italia. Il blocco dei nuovi ricoveri, con l’entrata in vigore della 180, lasciò un vuoto che fu sostenuto dalle famiglie con grandi sacrifici e non poche tragedie. Rispetto al problema dei malati cronici la legge sposò la credenza ideologica che la cronicità fosse un mero derivato dell’istituzionalizzazione manicomiale: oggi sappiamo che i casi più gravi di schizofrenia anche quelli che sono curati in modo ottimale possono avere un decorso molto lungo, di molti decenni.

L’altro tema quello del ricovero obbligatorio affrontato dalla senatrice Dirindin rivela un’idea sorprendente: il Tso che è un atto terapeutico dovrebbe essere limitato per legge. è come dire che non si devono fare troppi interventi di appendicite! Ora è chiaro che quando si affronta una crisi psicotica acuta che può sfociare in atti lesivi per sé e per gli altri, è meglio un ricovero in più, se salva una vita, che un paziente in meno. Ciò che decide il medico nell’esercizio della sua professione inoltre è insindacabile da parte del legislatore e del giudice a meno che non si contravvenga alla deontologia o si commettano reati. Ma la difesa a oltranza dei principi della 180 porta a considerare il ricovero e l’Spdc non necessari per la terapia della malattia mentale in quanto legati all’istituzionalizzazione.

Quest’ultima era l’ossessione di Basaglia contrario alla legge 180 (redatta dal democristiano Orsini e approvata dal governo Andreotti), proprio perché lo psichiatra veneziano non voleva reparti psichiatrici negli ospedali generali: lui avrebbe preferito un “network di appartamenti anticrisi”, strutture non medicalizzate, sullo stile delle case famiglia inglesi realizzate da Ronald Laing e finite in un clamoroso fallimento. Con lo psichiatra di origine scozzese, Basaglia dialogò nel suo libro La maggioranza deviante del 1971. Per capire chi fosse veramente Ronald Laing basta leggere la biografia R. D. Laing. A life (2006), del figlio Adrian, fa il ritratto di un uomo devastato dalla depressione e vittima dell’alcolismo come il suo amico David Cooper con cui redasse Reasonand violence (un omaggio alla filosofia sartriana del 1971).

Va detto che la riorganizzazione dei servizi auspicata dalla proposta di legge 2850 non può essere considerata un processo a sé stante. Deve invece essere in relazione non solo con una visione della malattia mentale e del suo trattamento, ma più in generale anche con una antropologia e con una concezione dell’uomo. La legge 180 non va pertanto solo applicata ma va rivista e criticata proprio in virtù dei suoi impliciti assunti ideologici che non possono essere dati per scontati. Quale era la concezione dell’uomo di Basaglia, che avrebbe conferito alla legge che impropriamente porta il suo nome, un carattere rivoluzionario come pensano alcuni? Quella fenomenologico esistenziale di Binswanger e Sartre vicini ad Heidegger che negava la malattia mentale? Quella marxista che annullava l’esistenza della realtà psichica? Oppure un coacervo eclettico alquanto confuso?

La frequentazione di Basaglia con R. D. Laing, potrebbe essere considerata uno scivolone, un episodio marginale. Ma che pensare quando i basagliani rivendicano l’affinità della filosofia di Michel Foucault con le idee e la prassi antipsichiatrica di Gorizia e di Trieste? Non molto tempo fa è stato recensito su Left un pamphlet di Jean-Marc Mandosio dal titolo emblematico Longevità di un’impostura: Michel Foucault (2017), in cui l’autore francese segue il filosofo nelle tortuosità e nelle contraddizioni del suo pensiero che lo portò ad appoggiare la rivoluzione iraniana di Khomeini e a considerare il sadomasochismo una pratica ascetica.

Secondo Mandosio, la sconfortante ammirazione di Foucault per il capo carismatico Khomeini riproduce senza rendersene conto quelle espressioni stereotipate che in altri tempi erano servite per tessere l’elogio di Hitler, Stalin e Mao. Perché una cosa del genere? Perché il filosofo era attratto dall’idea di una fusione mistica fra i religiosi e il popolo nella quale vedeva «la possibilità di introdurre nella vita politica una dimensione spirituale» che avrebbe dovuto agire come un fermento. Ci si chiede come si possa conciliare un approccio marxista o genericamente di sinistra con affermazioni come quelle precedenti.

Ma l’aspetto più controverso del pensiero di Michel Foucault è proprio quello espresso nella sua opera più importante Storia della follia nell’età classica (1961): in essa viene negata la nascita della psichiatria considerata solo una struttura del potere medico e svuotata di significato l’opera di Philippe Pinel e dei primi alienisti che tentarono la cura della malattia mentale con «il trattamento morale». Molti storici e psichiatri come Giovanni Jervis (cfr. La razionalità negata, libro del 2008 scritto con Gilberto Corbellini) considerano le tesi del filosofo francese solo degli slogan a effetto, delle semplificazioni suggestive ma prive di un rigore metodologico e storiografico. Rivendicare la complicità ideologica tra Franco Basaglia e Michel Foucault porta su di un terreno non privo di rischi dal punto di vista della credibilità, anche se gli attuali sostenitori della 180, che ritengono che essa vada attuata ma non modificata, sembrano non rendersene assolutamente conto.

 

L’articolo dello psichiatra Domenico Fargnoli è stato pubblicato su Left n. 43 del 28 ottobre 2017


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Respirare l’arte e la vita. La lezione di Caroli

Doppio ritratto di Piero della Francesca

Con inganni il titolo spassoso (L’arte italiana in quindici weekend e mezzo) il nuovo libro di Flavio Caroli racconta capolavori dell’arte andando in profondità nell’interpretazione dell’opera come creazione di immagine nuova, nella ricostruzione del contesto culturale, mettendo a fuoco la tecnica e le innovazioni di ogni singolo artista rispetto alla tradizione. Con la leggerezza di Italo Calvino – che è spessore e insieme gusto per la narrazione – lo storico dell’arte ravennate, per esempio, ci guida alla scoperta dell’arte bizantina fra i rilucenti e atemporali bagliori del mausoleo di Galla Placidia, per poi aprire inaspettate finestre sulla trasformazione industriale del territorio romagnolo colta attraverso lo sguardo poetico di Michelangelo Antonioni.

Viaggiando idealmente fra Milano, Bologna Parma, Ferrara, Venezia e oltre, tratteggiando l’originale fusione fra paesaggio e arte che caratterizza l’Italia, Caroli ci invita ad addentrarci nell’immaginario di artisti dalla fortissima personalità vissuti in epoche differenti, dal Quattrocento alla seconda metà del Novecento: la classicità di Mantegna, l’inquietudine di Cosmè Tura, l’umanesimo di Piero della Francesca e poi di Leonardo, la concretezza popolare di Lotto. La fertile competizione fra il coraggio espressivo di Correggio e l’ineffabile eleganza del Parmigianino, la luce e la sensibilità di Giorgione, il realismo rivoluzionario di Caravaggio e i fantasmi dell’illuminismo rappresentati da Goya. Ma anche i paesaggi di luce di Monet da cui trasse ispirazione Morandi, per poi intraprendere la via di una rappresentazione della natura «con il cono, il cilindro e con la sfera», secondo l’insegnamento di Cézanne, rifiutando «l’attimo luminoso» che fece la fortuna del pittore delle ninfee.

I nessi, spesso, sono inaspettati e suggestivi. Linguaggio icastico, intuizione penetrante e fulminanti sintesi critiche rendono la lettura di questo volume edito da Mondadori ricco di sorprese. Il filo rosso è la passione per l’arte come linguaggio per immagini che va, di volta in volta, letto cercando di comprendere anche l’invisibile. «I capolavori sono il riassunto di pensieri più profondi di un’epoca storica e costituiscono l’apertura visionaria verso il tempo che verrà», scrive Caroli. In questa chiave, per esempio, rilegge la pittura di Leonardo, mostrando come il «pensiero in figura» quattrocentesco a Milano si muova tra umanesimo centro italiano e naturalismo lombardo, erede della tradizione gotica. L’andamento dialogico della narrazione (l’autore si rivolge a un’esploratrice che solo alla fine scopriremo essere stata un amore giovanile) permette al critico e storico dell’arte di fondere arte e vita, argomentazione colta ed emozione della scoperta. Così da una mancata visita al Cenacolo di Leonardo il discorso di snoda fino un segreto invito al Castello di Rivoli, tempio dell’arte povera che nel secondo Novecento si ribellò alla mercificazione dell’arte. «Nessuno saprà e tu potrai pensare, e sentire, liberamente», promette l’io narrante alla segreta compagna. Respirare l’arte e la vita questo è ciò che conta. Flavio Caroli lo racconta con questo libro e, dal vivo, il 13 maggio a Torino con una lectio magistralis per il Salone del libro e in una molteplicità di future date.