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Minori in affido, una vita con la valigia in mano

«Sono una madre cui hanno sequestrato i figli da oltre due anni». Veronica (nome di fantasia) vive in Emilia Romagna. È un’impiegata. Una vita come tante se non fosse che le hanno portato via i suoi due bambini. «Dal dicembre 2015 – racconta – me li hanno strappati senza alcun valido motivo. Una decisione arbitraria dell’assistente sociale. E la cosa che mi fa più rabbia è che ora il padre può vederli tranquillamente, mentre a me è reso impossibile». È il gennaio 2013 quando Veronica viene picchiata dal marito davanti alla figlia che allora aveva solo sette anni. Ne nasce un processo che si conclude con la condanna per lesioni personali.

«Il reato – si legge nelle motivazioni della sentenza – risulta ancora più grave in quanto compiuto per futili motivi all’interno delle mura domestiche, nei confronti della madre dei propri figli ed alla presenza di una minore». Il Tribunale decide quindi per l’affidamento “esclusivo” dei due bambini a Veronica. Il padre potrà vederli, certo, ma solo alla presenza dei servizi sociali. Inspiegabilmente, però, la situazione si ribalta. L’assistente sociale decide di applicare l’articolo 403 del codice civile: allontanamento forzato dai genitori, anche senza la pronuncia di un giudice. Il tutto con la seguente motivazione: «La situazione famigliare presenta caratteristiche che fanno presupporre elementi di forte pregiudizio». Fine.

«C’era stata una lite con mia figlia sul cibo: lei non voleva mangiare e avevamo litigato. Ma nulla di più di quanto non accada in ogni rapporto madre-figlia», spiega Veronica. Senza dimenticare, evidenzia il suo legale, l’avvocato Erminia Donnarumma che da anni si occupa di affidi e delle storture del sistema minorile, che «per un allontanamento devono sussistere gravi motivi, mentre qui si parla di supposizioni». Eppure nessuno interviene: i due bambini finiscono in affido alla prozia e il padre, nonostante una condanna in via definitiva, va a trovarli senza bisogno di preavvisi, portandoli anche con sé in vacanza. La madre, invece, rimane inascoltata per oltre un anno. Addirittura, racconta Donnarumma, il servizio sociale in un primo momento ha inviato la relazione al tribunale sbagliato e ci sono voluti nove mesi per correggere l’errore. E oggi? Veronica vede la figlia più grande una volta al mese per un’ora, dopo non averla potuta incontrare per 15 mesi di seguito. Il figlio più piccolo, invece, poco tempo fa è stato ricoverato in ospedale, ma lei l’ha saputo 24 ore dopo. A differenza del padre che è stato immediatamente avvisato. Sono migliaia in Italia i minori allontanati dalle proprie famiglie d’origine. Non sempre per motivi validi. Il varo della legge 173/2015 ancora non ha prodotto tutti gli effetti sperati, al punto che ancora oggi non esiste un dato ufficiale sul numero dei minori «fuori famiglia».

Manca una visione complessiva del fenomeno. «Il ministero del Lavoro e delle politiche sociali non è in condizione di fornire un dato nazionale globale», si legge nell’ultima relazione della commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza: oltre cento pagine in cui si denunciano la mancanza di fondi, l’assenza di controlli e un meccanismo, quello tra servizi sociali e Tribunali per i minorenni, che troppo spesso non riesce a rispondere adeguatamente alle esigenze dei ragazzi e delle famiglie. Gli ultimi dati disponibili sono del 2010: allora erano circa 30mila i bambini «fuori dalla famiglia di origine». Numeri dietro cui si celano storie concrete, conflitti, battaglie contro i mulini a vento. Come quella di Pietro la cui figlia aveva otto mesi quando venne assegnata a una struttura e poi data in affidamento. Una decisione contro cui si è opposto con tutte le forze fino a quando la Cassazione ha dichiarato la bambina non adottabile quando ormai di anni ne aveva 12. Era maggio 2013.

«I servizi sociali avrebbero dovuto favorire gli incontri tra me e mia figlia, come prevede la legge. Ma da allora ho potuto vederla soltanto due volte» racconta. Ha provato a scriverle delle lettere: «Molte sono state cestinate. Perché le firmavo “il tuo papà”». Lungaggini, dunque. E storture. Tutto a causa di un meccanismo non controllato e spesso arbitrario in mano agli assistenti sociali che possono allontanare i minori dalle famiglie anche senza autorizzazione dei tribunali. Ma questo, specifica la legge, dovrebbe essere una extrema ratio: si decide per l’allontanamento solo in caso di un pericolo «grave, concreto e provato in caso di permanenza del bambino nell’ambito della propria famiglia». Come però rivelato dalla stessa commissione Infanzia, l’allontanamento viene disposto «senza una motivazione specifica sulla impossibilità di dare seguito in modo efficace a tutti gli interventi di sostegno in favore della famiglia e del minore». Risultato: «Nel 100% dei casi la motivazione dell’allontanamento si rinviene in valutazioni assolutamente generiche», ha denunciato in Commissione Francesco Morcavallo, oggi avvocato dopo essere stato magistrato presso il tribunale dei minori di Bologna. E, nella maggior parte dei casi, la ragione ruota attorno alla formula della «inadeguatezza genitoriale», una valutazione, hanno denunciato gli esperti, «discrezionale e arbitraria».

Ma non è tutto: «Sull’infanzia c’è un giro di soldi che neanche ce lo immaginiamo: dalla magistratura all’avvocatura, fino alle case farmaceutiche», dice a Left la senatrice uscente Eleonora Bechis, che si è occupata a lungo della questione. «Parliamo in totale di un giro che supera il miliardo», ribatte un’associazione che preferisce restare anonima vista la delicatezza dell’argomento. Qualche esempio? «Alcune strutture – denuncia ancora la commissione parlamentare – per ricevere finanziamenti, indicano alla fondazione privata finanziatrice la durata prevedibile, esprimendola in anni, anche se non è dato sapere sulla base di quale criterio, e sostituendosi al giudice», che dovrebbe essere l’unico a decidere il periodo dell’allontanamento. I dubbi aumentano se si considera che nonostante la legge fissi un tempo massimo di due anni, la permanenza in istituto dei minori nel 42% dei casi va oltre 48 mesi e nel 22% dei casi dura da 24 a 48 mesi. Se non di più. Alessandra vive a Zocca, in provincia di Modena: «Nel 2000 mi sono stati tolti i miei bambini, all’epoca avevano due anni lei, 14 mesi lui». I servizi sociali arrivano a casa di Alessandra dopo una segnalazione ma per verificare le condizioni di salute del nonno dei bimbi. Alla fine, però, vengono portati via loro due a causa di una «fragilità in ambito genitoriale». Da lì comincia un’odissea interminabile.

«Mi hanno detto che ero un’ubriacona e una drogata per levarmi i miei bambini». Ma dai controlli fatti in seguito dal SerT e dal Centro di igiene mentale non risulta: Alessandra non è dipendente da droghe o alcol. I figli però sono ormai andati: da un affidamento a un altro, vittime – come emergerà poi – anche di violenze. «Venivano lasciati per giorni senza cibo», racconta Alessandra. Infine la beffa. «Nel 2009 i due bambini vengono affidati all’Azienda di servizi alla persona (Asp) del Comune» – raccontano dallo studio legale Donnarumma, che segue anche il caso di Alessandra. Il punto è che l’Asp di Zocca era stata sciolta il 31 dicembre 2006. Il Tribunale ha affidato due bambini a un ente che non esisteva più da anni».

L’inchiesta di Carmine Gazzanni è stata pubblicata su Left del 18 maggio 2018


SOMMARIO ACQUISTA

Il caso Bianzino va riaperto, nuove carte evidenziano errori e depistaggi

Ha ventiquattr’anni Rudra Bianzino e da dieci cerca di capire perché suo padre è morto in una cella, anche se il caso è stato archiviato nel 2009. Rudra è il figlio di Aldo, arrestato il 12 ottobre 2007 e trovato morto alle 8 del mattino due giorni dopo. Aveva 43 anni e viveva a Pietralunga nell’Alta Valtiberina. Left ha potuto leggere le carte con cui Rudra è tornato a chiedere al Tribunale di Perugia nuove perizie e la riapertura di un caso finora derubricato a omissione di soccorso costata nove mesi di condanna a un agente di polizia penitenziaria.

Rudra è uno dei nomi di Shiva. I suoi s’erano conosciuti in una notte di canti e balli sul Trasimeno. Me lo raccontò Roberta Radici, la madre di Rudra, scomparsa anche lei un anno dopo, arrestata con Aldo quel venerdì mattina quando sulla collina arrivarono i poliziotti in borghese e il finanziere con il cane. Erano le sette e mezza. S’erano portati i panini, sarebbe stata una perquisizione minuziosa. Col piede di porco sollevarono perfino le assi di legno del pavimento e profanarono la tomba di un cagnolino avvelenato dal morso di una vipera. Finché i segugi fiutarono una quarantina di piante. Il verbale recitava: “piante di hashish”, come dire “alberi di marmellata”. Era solo “canapone”, cannabis indiana poco pregiata, quasi tutte inutili piante maschio.

Alto, magro, barba e occhialini, Aldo era arrivato in Umbria dal Piemonte ma passando per l’India come altri della sua generazione credendo che si potesse vivere in pace facendo l’ebanista e suonando il corno rituale di Babaji. Cercava l’India, Aldo, ma lo ha trovato la Fini-Giovanardi che non fa distinzione tra canapone ed eroina, tra autocoltivazione e narcomafie, proprio quando Perugia, più a valle, è una piazza di spaccio cruciale, da record di morti per overdose.

Le nuove carte smontano la versione ufficiale. «Abbiamo scoperto che le lesioni epatiche risalgono a due ore prima della morte – dice a Left, Cinzia Corbelli, uno dei legali di parte civile – e sono sovrapponibili a quelle cerebrali». L’archiviazione si basa, invece, su una perizia che attribuiva le lesioni al fegato a maldestre manovre rianimatorie e faceva risalire la morte a un’insufficienza cardio-respiratoria dovuta a una massiva emorragia subaracnoidea causata da un aneurisma cerebrale. Eppure il preliminare di relazione di consulenza tecnica medico legale, il 17 ottobre di dieci anni fa, segnalava “evidenti lesioni viscerali di natura traumatica”, diceva di due costole rotte e della milza spappolata. «Ma allora perché non ci sono lesioni allo sterno? E perché nell’immediatezza si disse di pestaggio “particolare”, effettuato con tecniche militari, quelle che non lasciano segni esterni ma spappolano gli organi interni? – si chiede Rudra parlando con Left – quello che mi fa più rabbia, che è inaccettabile, è che mi sono dovuto sobbarcare quello che avrebbe dovuto fare lo Stato per provare a capire cosa sia successo dentro le mura di un carcere».

Le telecamere a circuito chiuso, puntate su quella cella numero 20 della sezione 2/B, non fornirono alcun elemento e i testimoni, subito trasferiti per “ragioni di sicurezza”, avevano detto che Aldo chiese aiuto. «Fatti i cazzi tuoi – si sarebbe sentito rispondere – aspetta domani». Il giorno 13 era stato due volte in infermeria ma fu annotata una sola delle visite. E per un’ora fu portato all’ufficio comando. Roberta Radici cercò di ricostruire quello che era successo. Era stata rilasciata il mattino dopo. Il viceispettore capo del carcere sembrava preoccupatissimo di sapere come stesse Bianzino, se soffrisse di cuore, se già avesse avuto svenimenti. «Lo possiamo ancora salvare». Ma era una beffa, suo marito era già morto. «Ma quando lo potrò rivedere?», «Signora, martedì dopo l’autopsia». E’ così che venne a sapere della morte di Aldo.

Dopo il blitz, Rudra era stato lasciato nella cascina solo, a 14 anni, con una nonna di 91. Tutto quello che gli restava era quella perizia imprecisa ma che offriva ancora la possibilità di “datazione” delle lesioni sui reperti conservati un po’ a Padova, un po’ a Perugia. Così Luigi Gaetti, anatomopatologo mantovano, già vicepresidente dell’Antimafia quando era senatore dei cinquestelle, ha potuto appurare che le lesioni a fegato e cervello sono «sovrapponibili» e risalgono a due ore prima della morte. «Diverse le criticità emerse nell’analisi delle perizie – scrive – ripetute date sbagliate, incongruità dei numero dei preparati, errori (veniali) del campionamento dei vetrini, foto macro poco chiare, ricorrere a discutibili analisi sulle modalità rianimatorie per non prendere in considerazione ciò che il sapere scientifico aveva già dimostrato; tutti elementi che denotano una certa superficialità…».

Lo conferma Antonio Scalzo, medico legale a Cosenza, per il quale il decesso è frutto di “lesioni traumatiche determinate da terzi in carcere”, che è anche dovuto all’omissione di soccorso, che ci fu una palese violazione delle linee guida per il campionamento del fegato e «la contingenza gravissima» dell’«ingenuo smarrimento di materiale probatorio», oltre alle «evidenti contraddizioni» negli elaborati dei periti, «che non trovano conforto in alcuna legge di copertura». In sintesi, le «conclusioni discutibili (per usare un eufemismo!)» dei consulenti tecnici del pm, avrebbero «ostacolato la ricostruzione».

Perché l’aneurisma non l’ha mai visto nessuno, può succedere, ma manca una porzione del cervello. Sparita. «E secondo noi proprio lì sarebbero state evidenziabili le lesioni traumatiche», scrivono i consulenti di Rudra. Anche il sangue “spremuto” dal fegato non è stato riscontrato all’altezza degli archi costali ma al livello pelvico. Come se fosse stato rianimato un uomo in piedi piuttosto che steso a terra. Ma comunque le probabilità di lesioni riconducibili a una manovra di rianimazione, effettuata da una dottoressa «di corporatura estremamente esile», oscillano tra lo 0 e il 2% e riguardano solo persone obese o donne incinte.

«La lesione TRAUMATICA (il maiuscolo è di Scalzo, ndr) a carico del fegato» fu «senz’altro causata in vita e con azione contundente in diretta», «almeno due ore prima del decesso». «Un colpo violento impresso dal basso verso l’alto». Non mancano altri misteri come i buchi nelle videoregistrazioni o le «innumerevoli contraddizioni che hanno costellato l’esame testimoniale degli stessi agenti». E’ proprio quello che dovrebbe appurare un processo per rispondere alla domanda di Rudra: «Chi ha ucciso mio padre?».

Ritorno. L’aliyah degli ebrei, i profughi palestinesi

Sono trascorsi settant’anni da un evento che ha trasformato il Medio oriente e il mondo intero, la fondazione dello Stato di Israele e la Nakba, la catastrofe del popolo palestinese.
Nel libro Israele, tra mito e realtà. Il movimento sionista e la Nakba palestinese settant’anni dopo, in uscita per Alegre ed. il 17 maggio 2018, di cui anticipiamo un estratto, i due corrispondenti de il manifesto Michele Giorgio e Chiara Cruciati, ripercorrono la storia e l’attualità dell’idea di Israele, ricostruendo la genesi del movimento sionista e le sue conseguenze sulla popolazione palestinese.
Gli autori mettono a fuoco alcuni concetti ideologici fondanti lo Stato ebraico e le politiche concrete che ne sono conseguite in questi decenni. Un puzzle composto di frammenti diversi, ognuno dei quali fornisce un angolo di visuale sul progetto sionista e la sua attuale realizzazione: l’uso della terra e del lavoro, dei concetti di cittadinanza e nazionalità, la proprietà e la sua confisca, il concetto di ritorno, lo Stato unico, il sionismo e il neosionismo.
In questi settant’anni si è passati da un sionismo “socialista”, fondato sul mito della conquista del­la terra e del lavoro, a un nazionalismo religioso, con inevitabile spostamento a destra della società israeliana. Oggi preva­le la narrazione sionista della storia della Palestina, che rimuove costantemente che nella terra promessa del racconto biblico dove i sio­nisti intendevano fondare uno Stato c’era un altro popolo, che sentiva quella terra come propria per il semplice fatto che ci viveva da secoli e secoli. Ed è questa l’origine della contraddizione irrisolta tra il mito di un focolare ebraico dove far tornare un popolo a lungo perseguitato, e la realtà di un progetto coloniale di insediamento.

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«Lo Stato di Israele è stato creato sulla Nakba, non si può parlare dell’esistenza dello Stato di Israele come è oggi senza la Nakba. È la precondizione alla fondazione dello Stato di Israele come Stato ebraico. E ancora oggi non esisterebbe senza preservare la Nakba»1.

«Il tentativo di realizzare e mantenere una maggioranza ebraica in Palestina è l’obiettivo fondamentale del sionismo. È il principale strumento di impedimento del diritto al ritorno e di negazione della Nakba»2.

La maggioranza ebraica, l’espulsione della popolazione indigena: sono questi i due elementi che hanno plasmato e reso concreto il progetto sionista di creazione di uno Stato ebraico. Il nodo è qui, nel duplice concetto di ritorno – uno legalizzato, l’altro negato – che le due narrative producono e riproducono. Un circolo vizioso nel quale l’esistenza e la realizzazione del primo (il ritorno nell’ideologia sionista) sono sia la causa che l’effetto del mancato espletamento del secondo (il ritorno palestinese, così come definito dal diritto internazionale e radicato nel discorso di liberazione nazionale).

Il concetto di ritorno è colonna del progetto ideologico sionista perché suo principale strumento. La suggestiva e originaria narrazione del “popolo senza terra per una terra senza popolo” ha alla base il necessario trasferimento e la conseguente stabilizzazione dei migranti ebrei dal mondo nella Grande Israele, immagine biblica tuttora utilizzata dalla diplomazia israeliana dei più recenti governi per giustificare un progetto di matrice coloniale.

Una volta formulate le proprie basi concettuali, il movimento sionista si è trovato di fronte a una serie di potenziali ostacoli da superare per realizzare a pieno il sogno di un focolare ebraico in Palestina: l’acquisizione della terra e delle proprietà esistenti, l’eliminazione (o, come avvenuto, la radicale limitazione) della popolazione indigena e la sua sostituzione con la popolazione desiderata. Ovvero, facilitare l’immigrazione ebraica nel neonato Stato di Israele attraverso un mix di suggestioni religiose e strumenti pratici.

A modellarsi è il concetto di “ritorno” ebraico, che va ben oltre – sul piano prettamente semantico ma anche su quello puramente ideologico – quello di immigrazione. L’ebreo che il sionismo aspira a condurre in Israele non sta emigrando in uno Stato a lui estraneo, ma sta ritornando nella nazione a cui naturalmente appartiene.

Su questa base politico-ideologica si fonda la cosiddetta “legge del ritorno”, tra le prime approvate dal neonato parlamento israeliano: pubblicata nel 1950, conferendo il diritto a compiere l’aliyah (la salita, ovvero il ritorno) a ogni ebreo, da qualsiasi parte del mondo provenga, afferma che «ogni ebreo ha il diritto di stabilirsi in questo paese».

L’inserimento di tale concetto di ritorno, esclusivo ed escludente su base religiosa, ha istituzionalizzato strumenti già esistenti e ampiamente operativi. A partire dall’Agenzia ebraica, fondata dal movimento sionista durante il Mandato britannico della Palestina, nel 1923, a rappresentanza degli ebrei già presenti e, dal 1929 in poi, con lo scopo dichiarato di facilitare l’immigrazione ebraica in territorio palestinese sia attraverso l’acquisizione di terre che nella formulazione di precise politiche che agevolassero i trasferimenti.

Ente semi-statale, ha operato alla costruzione del futuro Stato in simbiosi e stretta collaborazione – come un’unica macchina – con gli altri enti nati in quegli anni, dal sindacato Histadrut al Jewish National Fund: prendendo possesso di beni immobili, formando unità paramilitari (le Haganah, nucleo fondante il futuro esercito israeliano), costruendo ospedali e scuole. Fino a essere dichiarata, il 14 maggio 1948, governo provvisorio dello Stato di Israele guidato da David Ben Gurion. Conclusa quella prima fase transitoria, l’Agenzia ebraica si è dedicata alla ricerca di nuovi potenziali migranti – attraverso l’apertura di filiali in tutto il mondo – e all’inserimento economico, sociale e “culturale” dei nuovi arrivati. Dal 1967 in poi, dall’inizio dell’occupazione militare di Gerusalemme est, Gaza e Cisgiordania, ha destinato parte delle risorse umane e finanziarie alla gestione e facilitazione delle attività di espansione coloniale. […]

L’espulsione del 1948 e la ongoing Nakba

Per garantire l’esistenza di uno Stato ebraico non era sufficiente l’immigrazione della popolazione desiderata. Questa doveva completamente sostituirsi alla popolazione indigena e preesistente, quella palestinese, che nel 1948 contava oltre un milione abitanti di diverse affiliazioni religiose (musulmana, cristiana, ebrea le principali).

La Nakba, la catastrofe del popolo palestinese, è la concretizzazione della “rimozione” dell’ostacolo: l’espulsione dell’80% della popolazione palestinese, oltre un milione di persone, verso i futuri territori occupati e fuori dai confini della Palestina storica, verso Egitto, Libano, Siria, Giordania, Iraq, e la distruzione di oltre 500 villaggi arabi. […]

Ma perché l’assenza fosse permanente Israele aveva bisogno di compiere un passo in più: mantenere “viva” la Nakba attraverso il divieto al ritorno, stavolta quello della popolazione non desiderata. Lubnah Shomali, direttrice esecutiva dell’ong palestinese Badil, spiega: «Nella legislazione israeliana sono due le leggi che impediscono il diritto al ritorno palestinese. La legge del ritorno che lo riconosce solo a chi è ebreo, caratterizzandosi dunque come normativa discriminatoria perché compie una distinzione sulla base della religione; e la legge per la prevenzione dell’infiltrazione. Quest’ultima, risalente al 1954 e oggi utilizzata dal governo Netanyahu per cacciare i richiedenti asilo africani, è stata implementata subito dopo la fine della guerra, nel 1948, quando migliaia di palestinesi provarono a tornare, convinti di poterlo fare. Il loro tentativo di rientrare a casa imbarazzò profondamente Israele che ha dunque introdotto in una legge, e dunque “legalizzato”, lo strumento per impedire che i rifugiati palestinesi ponessero fine immediata all’obiettivo sionista di una patria per ebrei. Non si è trattato dunque solo di espulsione, ma del successivo mantenimento di tale status attraverso l’impedimento fisico a esercitare il ritorno: la legge infatti stabilisce che chiunque entri in Israele illegalmente sarà trattato come infiltrato e bloccato. Come? O ucciso sul posto (migliaia di palestinesi sono morti così dopo il 1948) o arrestato e detenuto in una prigione israeliana o deportato. Si è così generata una realtà unica: la Nakba è divenuto un processo attivo e continuato nel tempo e non riferito a un periodo specifico e limitato».

Ma proprio perché negato il ritorno è colonna portante del movimento di liberazione nazionale e della narrativa palestinese. Sviscerato dalla politica, narrato in innumerevoli opere d’arte, da romanzi, poesie, canzoni, dipinti, fumetti, il ritorno è anima dei palestinesi in quanto popolo della diaspora. Il trauma vissuto nel 1948 con la scomparsa fisica dell’80% della propria società; la distruzione (avvenuta in pochi mesi) dell’intera struttura sociale, culturale ed economica; gli anni difficili di ricostruzione della propria identità nazionale; hanno segnato e segnano ancora oggi il modo di definizione di se stessi come individui e come collettività.

1 Sergio Yahni (ricercatore dell’Alternative tnformation center), in Practicalities of Return ii, Badil, 2015

2 Manar Makhoul (ricercatore di Badil), in Practicalities of Return ii, Badil, 2015

Chissà che un giorno non salga un po’ di coraggio su Israele

A leggere i titoli dei quotidiani italiani viene subito un moto di voltastomaco: nel giorno in cui Israele compie i suoi settant’anni, cinquanta palestinesi morti ammazzati rimangono per terra insieme ai pezzi di migliaia di feriti. Trump ufficializza l’apertura dell’ambasciata USA a Gerusalemme e questi decidono di festeggiare bevendo sangue, mangiandosi cadaveri e godendo del pregiudizio internazionale di chi ancora ha il coraggio di raccontarli come una democrazia illuminata.

Verrebbe da chiedersi cosa dovrebbe accadere perché anche qui in Italia si possa puntare il dito contro le derive sanguinarie di Tel Aviv che continua ad essere raccontata come una capitale davvero democratica, davvero occidentale e davvero digeribile.

«La politica israeliana ha spazzato via ogni possibilità di uno Stato Palestinese. Mi domando se non bisogna anche smettere di ripetere ipocritamente la formula “Due Popoli, Due Stati”. Lo Stato Palestinese non c’è più, è stato occupato, colonizzato. I territori palestinesi sono ormai come riserve indiane. Il vero problema che si pone è quello dei diritti umani e civili della popolazione. Uno Stato Palestinese non c’è più, c’è solo uno scenario sudafricano, in cui i palestinesi vivono una forma di apartheid. L’Europa pare non voler capire che questa situazione rappresenta una minaccia diretta: l’odio che Israele e Usa attirano verso tutto l’Occidente potrà portare a nuove reclute per il terrorismo, a nuove ondate di rifugiati, e saremo noi europei a pagare il prezzo di questa ferita aperta»: le parole, condivisibili da scolpire nelle dieci tavole dell’ennesimo eccidio in nome di un qualche dio sono di Massimo D’Alema. Sì, avete letto bene. M a s s i m o D’ A l e m a. Se D’Alema è l’unico a dire quello che la giustizia si aspetterebbe di ascoltare significa che forse c’è un problema.

È lo stesso problema che spinge certi quotidiani nazionali a titolare “scontri” per raccontare dello sterminio iperarmato di uno Stato contro ribelli inermi. È lo stesso problema di qualche vate antimafia che insiste nel non vedere le violenze di Netanyahu illudendosi di vederlo veramente leader.

Chissà se un giorno anche qui dalle nostre parti si avrà il polso di riconoscere che lo Stato che rappresenta quel popolo così storicamente oppresso oggi è diventato il simbolo di un’oppressione che insiste nel volersi condonare per ciò che ha subito senza prendersi la responsabilità di ciò che fa subire ad altri. Chissà quanto tempo servirà per riconoscere le vittime diventate aguzzini. Chissà quando si smetterà di torgliersi il cappello di fronte a Israele.

Buon giovedì.

Nasce ResistenzApp, per studiare la storia partigiana anche da smartphone

In uno degli ultimi capitoli de Il sentiero dei nidi di ragno, il commissario Kim così spiega al comandante Ferriera il senso profondo della lotta partigiana: «Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni: per l’operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua corruzione. Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l’uomo contro l’uomo». Lo scorso 25 aprile un quotidiano nazionale ha titolato: “Liberateci dalla Liberazione”, sostenendo che, in ultima analisi, gli italiani non ne conoscono o apprezzano più il senso. Nello stesso giorno l’Istituto nazionale Ferrucci Parri di Milano, la rete che riunisce gli Istituti per la storia della Resistenza, ha lanciato il progetto ResistenzApp, un’applicazione gratuita che descrive e georeferenzia i principali eventi della guerra di Liberazione, offendo una galleria di personaggi e di spunti tematici, accompagnati da immagini e materiali audio e video.

Nonostante le istanze revisionistiche del periodo fondamentale e fondante la nostra storia democratica si può sostenere che la Resistenza continua a resistere, e a regalare spunti di riflessione attuali e cogenti. Sfruttamento, ignoranza, oppressione, ingiustizia non sembrano affatto aver perso di significato.

«La dimensione attuale ci fa guardare a quel periodo con domande diverse, ma permane il valore ultimo dell’interrogarsi individualmente sul senso di giustizia e dell’etica personale di fronte alla necessità di operare una scelta. È la Resistenza degli uomini e delle donne in quanto individui, con le loro fragilità, i loro dubbi e anche le loro contraddizioni, per andare oltre la retorica dell’eroe e riscoprire al contrario delle persone che hanno avuto il coraggio di schierarsi – spiega Toni Rovatti, storica dell’Università di Bologna e coordinatrice del progetto assieme a Marcello Flores e Mirco Carrattieri -. L’applicazione offre un affresco sulla Resistenza, ne restituisce le diversità e la complessità, sia dal punto di vista dei periodi storici sia della pluralità dei personaggi e degli eventi».

Il progetto, al quale hanno partecipato molti dei più importanti storici italiani e finanziato dalla presidenza del Consiglio dei ministri in occasione del settantesimo anniversario della Liberazione del 2015, nasce con il duplice obiettivo di evitare la classica liturgia della memoria, utilizzando uno strumento agile e di uso comune, e di evidenziare aspetti meno conosciuti, e finora poco indagati, di quel periodo storico e delle storie degli uomini e delle donne che hanno fatto la Resistenza. «È uno strumento che guarda alle nuove generazioni e al contempo offre una serie di banche dati per gli addetti ai lavori riflettendo le acquisizioni della storiografia degli ultimi venti anni in modo sintetico ma puntuale», precisa Rovatti.

La Resistenza difatti non è solo quella armata dei partigiani: «Abbiamo cercato di mettere a valore la pluralità della Resistenza – aggiunge ancora -. C’è quella armata, certo, ma anche quella civile, delle donne e degli intellettuali, e degli internati militari italiani, i soldati catturati dai tedeschi e diventati prigionieri di guerra dopo l’8 settembre e deportati in Germania, dove vengono utilizzati come lavoratori forzati. Questa vicenda, a lungo sottovalutata, rappresenta invece una prima e significativa forma di “resistenza senz’armi”, tanto più importante considerato il numero dei militari coinvolti».

Altri aspetti troppo a lungo sottaciuti, e che tornano alla luce scorrendo tra le innumerevoli voci dell’applicazione, sono quelli relativi alla Resistenza al meridione e delle donne. Un caso emblematico è la storia di Caterina Tufarelli Palumbo Pisani, la prima sindaca donna eletta della storia repubblicana, a San Sosti in provincia di Cosenza nel marzo 1946, che con uno dei suoi primissimi provvedimenti istituirà il comitato comunale di assistenza, un organismo di vitale importanza di fronte alla povertà dilagante e alla diffusa disoccupazione. Accanto a figure femminili irrinunciabili come quelle di Ada Prospero Gobetti e Renata Viganò prendono vita quindi «personaggi meno conosciuti, dalle operaie alle benestanti, che hanno operato una scelta indubbiamente difficile ma alla quale ben presto si abituano perché con la guerra e il conflitto saltano i canoni della normalità», sottolinea ancora la studiosa.

Al progetto non hanno lavorato solo gli storici. Nella sezione audio prendono vita, e voce, i documenti, gli scritti, e i ritratti di una vasta galleria di donne e uomini resistenti, letti dai due attori teatrali della compagnia bolognese Archivio zeta, Enrica Sangiovanni e Gianluca Guidotti. «Le storie che leggiamo non sono romanzate, sono i documenti originali, in alcuni casi autobiografici come le lettere scritte ai familiari durante la prigionia, in altri ritratti vergati da amici o parenti», precisa Sangiovanni, che ha dato voce alle protagoniste femminili. «Porre l’accento sulla complessità e persino le contraddizioni dei partigiani attraverso i loro scritti – prosegue – ha un significato particolare, ovvero quello di non banalizzare il tema della memoria e di comprendere il senso profondo della scelta di queste donne e uomini che decisero di stare dalla parte dei più deboli, degli emarginati e degli oppressi di allora. E per questo sono così straordinariamente attuali».

La chiamano “discriminazione invisibile” e ogni anno in India uccide 239mila bambine

Una immagine rilasciata dall'ufficio stampa della ONG Save the childreen mostra Lucky, with his breakfast beside the rubbish dump which runs alongside his neighbourhood, Sanjay Colony, delhi, India. Ogni anno 6,9 milioni di bambini muoiono prima di compiere i 5 anni, per malattie prevenibili e curabili, come la malaria, la diarrea o la polmonite: 51 ogni mille nuovi nati, 1 ogni 5 secondi, quasi 19 mila ogni giorno. Il 99% di queste morti avviene nei paesi in via di sviluppo e piu' di un bambino su 3 muore a causa della malnutrizione. Lo sottolinea Save the Children, che oggi ha presentato il rapporto ''With-out. Fame e sprechi: il paradosso della scarsita' nell'abbondanza'' e ha lanciato a Roma la campagna ''Every one'' per fermare le ''morti assurde'' dei bambini nel mondo e ''raggiungere con interventi di salute e nutrizione milioni di bambini e donne nei paesi poveri''. ANSA/SAVE CHILDREN- HO- EDITORIAL USE ONLY

In India tutti conoscono il nome della bambina che ha cambiato il Paese. Quello che è successo ad Asifa Bano, 8 anni, ha cambiato la storia della nazione (v.Left qui). A Kathua a gennaio scorso la bambina è stata violentata e poi uccisa con una pietra dopo uno stupro di gruppo. Da allora giustizia per lei è stata chiesta da un lato all’altro della nazione, in ogni strada e piazza in cui si ricordava urlando il suo nome.

Dopo la vicenda di Asifa, il mese scorso il premier Narendra Modi ha introdotto la pena di morte per chi violenta bambini sotto i dodici anni, in un Paese dove è stato calcolato che siano 50 le violenze commesse ogni giorno su minori, – soprattutto di sesso femminile -, e i casi denunciati nel 2016 sono stati 19mila.

In India una bambina può morire di violenza, ma anche di disinteresse. È mortale anche se, apparentemente, non immediatamente percepibile. Gli esperti l’hanno chiamata “discriminazione invisibile”. Uccide 239mila bambine ogni anno, 2.4 milioni in un decennio. Accade nel Paese alle ragazze, solo perché sono ragazze.

I dati sulla mortalità femminile indiana sono stati appena raccolti nel report della Lancet Global Health. Le cifre analizzate riguardano solo la discriminazione post-natale. Molte delle morti avvengono per negligenza: le bambine ricevono meno cure mediche, educazione, nutrizione dei coetanei maschi.

«La discriminazione di genere contro le ragazze non è riservata solo ai feti, ma anche alle bambine partorite. E l’equità di genere non riguarda solo il diritto all’educazione, alla rappresentazione politica, all’impiego lavorativo» dice Christophe Guilmoto, co-ricercatore dello studio. In primis “riguarda anche, in definitiva, la sopravvivenza: salute, vaccini, nutrimento.

L’altissimo tasso di mortalità infantile femminile è diffuso nel 90% del Paese, soprattutto nelle regioni rurali, dal Bihar, al Rajasthan, all’Uttar Pradesh. In 29 dei 35 Stati indiani analizzati, l’eccesso di mortalità femminile è stato registrato in bambine sotto i cinque anni. «Il 22% della mortalità complessiva tra le donne è legato al loro genere» conferma l’IIASA, International Institute for Applied Sistems Analysis.

 

Di Maio e Salvini si inventano il VAR di governo: una moviola per contare i (loro) falli

Matteo Salvini e Luigi Di Maio in una foto combo, Roma 11 maggio 2018 ANSA/ LAMI CARCONI/ANTIMIANI

L’Huffington Post pubblica una bozza del contratto di governo (qui) e chissà perché non c’è niente che possa stupire. Che due forze di governo (ma davvero?) fatichino a ritrovarsi su un programma diverso dopo una propaganda tutta strepiti e urlacci non stupisce nessuno. Rassicura piuttosto (visto i protagonisti in campo) la risibile superficialità di un contratto che pare il foglio manoscritto di un pacchista a domicilio, uno di quelli che promette materassi insuperabili a prezzi da gioielleria.

Il punto forte, diciamolo, è il comitato di conciliazione (parallelo al Consiglio dei ministri, una sorta di governo ombra composto però dagli stessi membri di governo) che dovrebbe risolvere le eventuali discordanze tra le due forze politiche. Semplificando: siccome ci mettiamo d’accordo ma siamo sicuri di non riuscire ad andare d’accordo decidiamo un giudice terzo che siamo noi per risolvere le controversie al di fuori degli organi politici stabiliti dalla Costituzione. Non basta la piattaforma online, non servono i gazebi da piazzisti, ciò che conta è avere una via d’uscita per dirimere le beghe in modo che si vedano il meno possibile.

Non va male però. Avrebbero potuto inventarsi un blog del tipo www.eoracomeneusciamo.it oppure un comitato di saggi formato da Scanzi e Calderoli, invece, bontà loro, si sono limitati a un consiglio di non ministri che consigli i ministri per riportarli a ragionevoli modi. Una sorta di moviola per rivedere al rallentatore tutti gli scazzi e decidere chi ha compiuto il fallo per primo o se c’è stata un’eccessiva reazione.

Hanno inventato la moviola per rivedere le proprie azioni. Geni. E insistono nel simularsi indaffarati cercando in giro un Presidente del Consiglio disposto a fargli da cameriere. Avanti così.

Buon mercoledì.

La corruzione e il fallimento delle politiche confessionali consegnano l’Iraq a Moqtada al-Sadr

Sorpresa alle elezioni irachene: a vincere le parlamentari è stata l’alleanza Sairoun (“Coloro che marciano”) guidata dal religioso sciita Moqtada al-Sadr che conquista 54 seggi sui 329 totali del Parlamento iracheno. Secondo partito (47 seggi) è la coalizione Fatah (“Conquista”), il raggruppamento delle milizie sciite filo-iraniane guidata da al-Amiri. Molto male il premier uscente al-Abadi che con la lista Nasr (“Vittoria”) manderà in parlamento solo 42 deputati. Peggio di lui ha fatto però il suo predecessore Nouri al-Maliki, considerato da molti in Iraq come il principale responsabile delle divisioni interne e dell’acceso settarismo tra sunniti e sciiti. Nel Kurdistan iracheno, invece, il maggiore partito è il Kdp di Barzani con 25 seggi seguito dal Puk di Talabani (15). Terzo il partito di opposizione Gorran (6) che ha però già denunciato irregolarità.

Fortissimo l’astensionismo: solo il 44,5% degli aventi diritto è andato a votare. Una percentuale bassa in qualche modo prevedibile visto che molti iracheni non si sentono affatto rappresentati da un ceto politico corrotto e incapace di risolvere i problemi che attanagliano da anni la popolazione.

La prima riflessione su queste elezioni è che a uscire sconfitta dalle urne è stata proprio la leadership post Saddam che ha spaccato il Paese su linee confessionali, alimentando lo scontro tra sciiti, sunniti e curdi. Gli iracheni che sono andati a votare non a caso hanno preferito chi ha offerto (almeno a parole per ora) un’alternativa anti-confessionale (Sadr) o chi è stato in prima linea contro l’autoproclamato Stato Islamico (Is). Proprio su Sadr, tra i principali protagonisti della resistenza sciita all’occupazione Usa, sono ora puntati gli occhi degli osservatori locali e internazionali: negli ultimi anni il religioso sciita si è voluto mostrare leader nazionale rassicurante vicino alle fasce più diseredate della popolazione irachena e, a differenza di al-Maliki e delle milizie sciite, ha mostrato come al-Abadi una certa ostilità anti-iraniana (lo scorso anno è arrivato addirittura a visitare il principe saudita sunnita Mohammed bin Salman). Proprio l’attenzione verso le classi più emarginate della società e il richiamo costante contro ogni forma di settarismo sono stati i due principali motivi che hanno spinto il religioso ad allearsi con gli “atei” marxisti rappresentati dal Partito Comunista iracheno e a formare Sairoun.

Secondo altri analisti, tuttavia, è possibile pure che le milizie sciite, arrivate seconde alle elezioni e legate a doppio filo con l’Iran, tentino di allearsi con al-Maliki per formare il nuovo governo.

Per approfondire: “Non bastano le elezioni a ricucire l’Iraq ferito”, a pag. 32 di Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Cucchi, un carabiniere testimone: «I miei colleghi tentarono di incastrare la polizia penitenziaria»

«È successo un casino, i ragazzi hanno massacrato di botte un arrestato. Il maresciallo Roberto Mandolini me lo disse portandosi la mano sulla fronte e precipitandosi a parlare con il comandante Enrico Mastronardi della stazione di Tor Vergata. Seppi da quella che è poi diventata la mia compagna, Maria Rosati, e che assistette al colloquio perché faceva da autista di Mastronardi, che stavano cercando di scaricare le responsabilità dei carabinieri sulla polizia penitenziaria. Lei capì il nome Cucchi ma all’epoca non era ancora una vicenda nota perché non era morto». È iniziata così la testimonianza oggi in prima corte d’Assise dell’appuntato dei carabinieri Riccardo Casamassima, l’uomo che denunciando i suoi colleghi militari ha fatto riaprire il caso Cucchi, il geometra di 31 anni deceduto all’ospedale Pertini il 22 ottobre del 2009, sei giorni dopo essere stato arrestato per detenzione di stupefacenti. Nel processo bis sono imputati cinque carabinieri accusati a vario titolo di omicidio preterintenzionale, falso e calunnia. «Qualche giorno dopo incontrai il figlio di Mastronardi, Sabatino con il quale ebbi uno scambio confidenziale – ha continuato, rispondendo alle domande del pm Giovanni Musarò, Casamassima, che all’epoca dei fatti prestava servizio alla stazione di Tor Vergata e ora è in servizio all’VIII Reggimento –  anche lui si portò la mano sulla testa e parlando della morte di Cucchi disse che non aveva mai visto una persona così messa male. Lo aveva visto la notte dell’arresto quando il ragazzo venne portato a Tor Sapienza».

Un’udienza cruciale che fa seguito a quella in cui altri due carabinieri hanno ammesso l’esistenza di verbali manomessi per minimizzare le condizioni di salute di Cucchi, gravemente compromesse proprio dal pestaggio che sta venendo fuori da questa udienza.

Casamassima ha detto di aver deciso di parlare dopo quattro anni e mezzo, «perché all’inizio la vicenda Cucchi non mi aveva visto coinvolto in prima persona, ma troppe cose fatte dai miei superiori non mi erano piaciute, come l’abitudine di falsificare i verbali, e, provando vergogna per ciò che sentivo e vedevo, ho deciso di rendere testimonianza, temendo ritorsioni che poi si sono verificate. Quando è uscito il mio nome sui giornali, i superiori hanno cominciato ad avviare contro di me procedimenti disciplinari, tutti pretestuosi. Con Mandolini (accusato di falso e calunnia, ndr.) mi sono incrociato una mattina nell’ottobre del 2016: gli dissi solo di andare a parlare col pm e a dire quello che sapeva – ha concluso Casamassima – gli dissi che la Procura stava andando avanti e che aveva in mano una serie di elementi importanti. Lui mi rispose dicendomi che il pm ce l’aveva a morte con lui».

Questo il commento di  Ilaria Cucchi, a margine  della testimonianza di Casamassima:  E’ inaccettabile che qualcuno abbia fin dall’inizio cercato di coprire quanto è accaduto. Tanti, troppi anni fa vidi Roberto Mandolini nel primo processo per la morte di Stefano, il processo sbagliato. Raccontò che la sera dell’arresto di Stefano lui era stata ” piacevole”, lui era stato simpatico. Ora ascolto tutta un’altra storia dopo che per anni io e la mia famiglia abbiamo rincorso la verità. Ritengo Mandolini il principale responsabile  morale di questi anni di attesa detta verità. Sono provata – ha concluso Ilaria Cucchi- ho la pelle d’oca ma finalmente ho la speranza che emerga che noi sapevamo, anche se lui diceva che era stata una serata piacevole”

Le signore del fantastico che ci mettono in guardia sui rischi del domani

Prima che la catastrofe abbia inizio, un uomo affetta carote nella cucina di una tipica casa americana sotto gli occhi di sua moglie e della suocera. La seconda, una femminista ormai anziana, commenta: «Tu non hai idea di quante donne siano morte perché arrivassimo a vedere questo». È una scena de Il racconto dell’ancella, fiction Tv tratta dall’omonimo romanzo dell’autrice canadese, oltre che attivista e femminista, Margaret Atwood (classe 1939). Nello Stato distopico di Galaad, incastonato fra Usa e Canada, un colpo di stato integralista cristiano ha instaurato un regime totalitario con lo scopo di porre rimedio al male che affligge la Terra: la sterilità femminile. A narrare la vicenda attraverso un misterioso diario ritrovato fra le rovine della dittatura ormai decaduta è una delle “ancelle”, ovvero le poche donne ancora fertili e perciò rese schiave degli ufficiali del regime, i Comandanti, che hanno con loro rapporti sessuali finalizzati esclusivamente alla procreazione. La vita delle ancelle e delle donne in generale, ridotta a una sopravvivenza in stato di segregazione di grado variabile in funzione di gerarchie di matrice biblica, non ha altro valore.

Di questa, e di altre storie fantascientifiche di ieri e di oggi con protagoniste donne e scritte da donne, hanno parlato al Salone internazionale del libro di Torino cinque scrittrici italiane: Maria Serena Sapegno, Giusi Marchetta, Veronica Raimo e Simona Vinci, con la moderazione di Loredana Lipperini. Ciascuna di loro ha scelto un’altra scrittrice, eleggendola a “signora del fantastico”. A torto ritenuto un genere a predominio maschile, e a dispetto di chi pretende di spiegarne l’essenza in termini di ricerca letteraria a esclusivo sfondo scientifico di stampo positivista, la fantascienza è in realtà dominio dell’irrazionale per eccellenza, dell’immaginazione spinta ben oltre il limite del reale e di ciò che è sperimentalmente verificabile. Non sorprende quindi che molti dei più recenti premi internazionali di letteratura fantascientifica siano stati assegnati a donne.

Ma la mano femminile all’interno di questo genere di scrittura non inizia certo a muoversi solo nel nostro secolo. Anzi, a ben vedere la fantascienza nasce femmina (e forse femminista), visto che quello che viene considerato come il primo romanzo fantascientifico dell’epoca moderna è Frankenstein di Mary Shelley. Nella ribellione all’anaffettività del suo creatore, il ghiaccio polare in cui il Mostro si rifugia alla fine della storia, si cela la rivolta dell’autrice contro la fredda razionalità dell’ambiente in cui visse. Il romanzo divenne così rappresentazione della rivolta alla figura paterna, l’anarchico illuminista William Godwin, da parte di una giovane donna nata con il marchio dell’aver “ucciso la propria madre” (la filosofa Mary Wollstonecraft, anticipatrice del femminismo, morta di febbre puerperale qualche giorno dopo averla partorita), e che visse nel segno del lutto: oltre alla madre, perse infatti il marito e due dei tre figli, e infine morì di malattia a soli 54 anni. Il romanzo, disse l’autrice, era nato da un sogno che aveva fatto, quindi da un’immagine inconscia che dalle profondità del suo vissuto è cresciuta nei secoli fino a diventare uno dei miti più potenti della storia della letteratura, ben al di là della semplice ricerca illuminista sulle rischiose conseguenze di una scienza che travalichi i limiti della morale.

L’essenza più autentica della fantascienza insomma, il genere che “parla del futuro per raccontare il presente”, come accade anche nel romanzo di Atwood. Non è un caso se, pur scritto nel lontano 1985, Il racconto dell’ancella è stato trasposto in versione televisiva solo trent’anni più tardi, quando le stesse libertà per le quali il femminismo ha combattuto sono di nuovo a rischio: viene da pensare, ad esempio, all’attacco frontale di questi giorni alla legge 194 attraverso irrealistiche e antiscientifiche sentenze di moralismo intransigente, molto simili a quelle immaginate nella distopia di Galaad. E così, come anche nel caso de Le Sirene di Laura Pugno, “allevate” in vasca per essere sfruttate, a essere violento non è il racconto in sé, ma la realtà che esso descrive con lo scopo di ammonire sulle possibili conseguenze di quotidiani comportamenti, di decisioni politiche che via via rosicchiano, negano, polverizzano le precedenti realizzazioni di identità umana e sociale delle donne.

Il regime autoritario di Galaad, nel romanzo di Atwood, non è sorto in un solo giorno, ma è stato pianificato e realizzato gradualmente e con lucida efficienza maschile, e se la protagonista ha ancora il privilegio della memoria di un passato diverso, le prossime generazioni di donne «non potranno voler recuperare qualcosa che non hanno mai conosciuto». È il femminismo fantascientifico come cultura della vigilanza sull’eredità che rappresenta il patrimonio di realizzazioni acquisite, contro gli attacchi che da più parti possono provenire.

È di qualche settimana fa la pubblicazione de Le visionarie, antologia “trans-storica” curata da Jeff e Ann VanderMeer e composta da ventinove racconti che «tratteggiano i contorni di un mondo di volta in volta futuristico, inquietante, onirico o semplicemente strano», come scrive l’editore, Nero editions. Racconti scritti da donne «che hanno fatto la storia e il presente della narrativa fantastica» (finalmente non solo anglosassoni) e tradotti in italiano da altrettante scrittrici o giornaliste coordinate da Claudia Durastanti e Veronica Raimo. Una fra tutte, Ursula K. Le Guin, recentemente scomparsa, fautrice di una fantascienza profondamente umanista, laica, libertaria, scrittrice capace di rivendicare con orgoglio la propria appartenenza al genere, senza il timore di sfidare la cosiddetta “narrativa realista” al prezzo della rinuncia a successi commerciali tanto facili quanto nocivi alla qualità della creazione letteraria.

Non riesce invece ad affrancarsi da una visione cupa e alienata dell’esistenza il filone di autrici di stampo più nettamente dell’orrore, come la contemporanea argentina Mariana Enriquez, nonostante il timbro spesso ironico, o che si collocano in un gotico d’antan come la “maestra dell’orrore” (la definizione è di Stephen King) Shirley Jackson, la cui prosa prende ancora una volta le mosse da una reazione di rifiuto all’autoritarismo familiare, in questo caso negli Usa degli anni 50. Passata alla storia per il racconto La lotteria, alla sua epoca Jackson raggiunse la fama per le cronache “casalinghe”, le cui protagoniste sono sempre in contrasto con la figura materna. Quando fu ricoverata in ospedale per parto e all’accettazione dichiarò che la sua professione era «scrittrice», si sentì rispondere «okay, scriviamo casalinga». Parole che, a quanto sembra, furono pronunciate da un’impiegata donna. A quel tempo si poteva accettare, sebbene a fatica, che una donna si ribellasse; ma che lo facesse scrivendo, e scrivendo letteratura dell’immaginario, era davvero troppo. Oggi le cose sono ben diverse. «Molte scrittrici sono morte, perché accadesse questo» viene da dire a noi, parafrasando la suocera dell’ancella.

Riconfermato, nel frattempo, il tandem Bray – Lagioia alla guida del Salone torinese, che quest’anno ha raggiunto numeri da record. Ben 144.386 ingressi, superando i dati dell’edizione 2017