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«Il mio Faruk, ucciso due volte a Sarajevo»

epa03173440 A litte girl places flowers among some of the 11,541 red chairs displayed in the main street of Sarajevo, Bosnia, 06 April 2012. One for each victim, 11,541 empty red chairs were set up in the Bosnian capital Sarajevo for the 20th anniversary of the siege of Sarajevo and the start of the Bosnian war in 1992. EPA/FEHIM DEMIR

Di fianco alla stufa, il tempo scorre lieve. Il tintinnare del cucchiaino nella porcellana si spegne dolcemente in un sapore suadente di crnj čaj, tè nero, mentre fuori il freddo mostra i denti di un febbraio bosniaco rigido ma ancora senza neve. Che anno sarà stato? Il 2004, forse il 2005. Fino a pochi istanti prima ho ascoltato storie imperiali e socialiste, asburgiche e jugoslave, ambientate tra la Dalmazia, Sarajevo e Vienna, con puntate a Praga e a Trieste e chissà dove altro in quell’Europa fors’anche romantica ma oramai del tutto decaduta. Estinta. Ho ascoltato storie di famiglia visualizzandole come in un film, un Via col vento balcanico dal finale sempre e comunque tragico. Con il calore in bocca a sciogliere membra e parole, istintivamente fisso qualcosa nel muro dirimpetto a me in questo salone arredato col gusto di Elisabetta di Baviera, già imperatrice d’Austria-Ungheria. Una toppa nel muro. Una piccola toppa rappezzata bene, eppure ancora visibile.

«Il mio Faruk era lì, seduto davanti a me, come ora lo sei tu», mi dice d’un tratto Kanita-Ita Fočak, guardandomi sorridente da dietro la montatura agile e colorata degli occhiali da vista. Lei, architetto e anima storica e culturale della sua Sarajevo, il 10 maggio 1992, all’inizio del secondo mese dell’assedio più lungo della storia bellica europea del Novecento (1.445 giorni), era seduta in quello stesso salone accanto al suo Faruk. In quel preciso punto. «Quel giorno ci furono tante esplosioni e molti spari – ricorda -. Mio marito sarebbe voluto andare a vedere come stesse una sua cugina, che viveva non lontana da noi, ma riuscii a dissuaderlo. Ci rifugiammo col nostro bimbo di tre anni, Faris, in un microscopico ricovero di due metri quadrati che lui stesso aveva ricavato sotto alle scale. Quando i bombardamenti diminuirono, trovammo il coraggio di salire su in salone».

Stavano lì, guardando…

L’articolo è tratto dal numero di Left in edicola


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In giro per il mondo da sei milioni di anni

TOPSHOT - Rohingya Muslim refugees walk down a hillside in the Kutupalong refugee camp in Cox's Bazar on November 26, 2017. Rohingya refugees who return to Myanmar from Bangladesh following a repatriation agreement will initially live in temporary shelters or camps, Dhaka said November 25, a day after the UN raised concern for their safety when they go back. The United Nations says more than 620,000 Rohingya have fled to Bangladesh since August and now live in squalor in the world's largest refugee camp after a military crackdown in Myanmar that the UN and Washington have said clearly constitutes "ethnic cleansing". / AFP PHOTO / Ed JONES (Photo credit should read ED JONES/AFP/Getty Images)

Nel repertorio delle parole usate a vanvera nel 21esimo secolo, un posto di rilievo spetta a “radici”: le radici che ciascuno avrebbe in un posto (e un posto solo) e da cui deriverebbero diritti diversi, più ridotti o addirittura inesistenti per chi da quel posto avesse avuto la cattiva idea di allontanarsi, migrando. Eppure basta abbassare gli occhi: là sotto non abbiamo radici, ma gambe: con le quali, come noto, si va in giro. Siamo sempre stati molto mobili noi umani, a partire più o meno da sei milioni di anni fa, quando i nostri antenati sono scesi dagli alberi, segnando un distacco netto con gli altri primati, cioè le altre scimmie.

La stazione eretta, lo sviluppo del cervello e tanti prodotti della sua attività fra cui il linguaggio, sono conseguenze di questa prima migrazione, in senso verticale. Ci sono 250 specie di primati, e siamo gli unici che per camminare si servono solo degli arti inferiori, che negli altri sono semplicemente posteriori. In questo modo gli arti superiori, braccia e mani, liberi da impegni per la locomozione, hanno cominciato a fare altre cose, ad afferrare oggetti, e poi a farne utensili. La nostra genealogia comprende creature parecchio diverse da noi; definire il momento esatto in cui siamo diventati propriamente umani è difficile, forse impossibile. Si comincia a parlare del genere Homo quando troviamo le prove archeologiche che qualcuno sapeva fare una cosa che neanche lo scimpanzé più intelligente è mai riuscito a fare: servirsi di un attrezzo per costruire un altro attrezzo. È successo poco meno di due milioni e mezzo di anni fa; la creatura che scheggiava sassi con altri sassi in modo da produrre attrezzi appuntiti o taglienti è stata battezzata Homo habilis.

Tante altre migrazioni sono seguite, in senso orizzontale nello spazio geografico, documentate nei fossili, nei reperti archeologici e nel Dna. Per quattro milioni di anni i nostri antenati, prima australopiteci, poi membri del genere Homo, sono…

 

Il genetista dell’Università di Ferrara Guido Barbujani, interviene al festival èStoria di Gorizia il 19 maggio, ore 17

L’articolo di Guido Barbujani prosegue su Left in edicola


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Laica e pragmatica, viaggio nella sinistra del Bloco

TO GO WITH A AFP STORY BY OLIVIER DEVOS - Portuguese radical left-wing party Bloco de Esquerda's candidate for the general elections and member of the Portuguese parliament, Marina Mortagua (C) stands with other party members during the painting of a mural painting in support of the resettlement of refugees in Portugal, in Lisbon on September 14, 2015. Her gaze is frank, her tone direct, Mariana Mortagua, rising star of the Portuguese radical left struggling to take off in the polls, wants to embody in the parliamentary elections of October 4, "the voice of those who do not recognize themselves" in the traditional parties. AFP PHOTO / PATRICIA DE MELO MOREIRA (Photo credit should read PATRICIA DE MELO MOREIRA/AFP/Getty Images)

Il Bloco de esquerda (Be) è probabilmente una delle formazioni della sinistra continentale più interessanti e complesse da capire. Questo perché è difficile da catalogare negli schemi classici: post-materialista o materialista, sovranista o europeista, opposizione radicale o dialogante, elitista o dal basso. Max Weber, nel breve pamphlet che riporta la sua conferenza all’Università di Monaco del 1919 La politica come professione, distingue due modi di intendere l’azione e la strategia politica: etica della convinzione ed etica della responsabilità. Nel primo caso a contare sono solo le idee, una visione deontologica secondo la quale i principi non sono negoziabili, nel secondo caso invece contano sì i principi, ma anche la mediazione e gli obiettivi che è possibile raggiungere in un determinato contesto.

Un passo indietro. Il Bloco nasce nel 1999 dall’unione di vari partiti della costellazione della sinistra non legata al Partido comunista português (Pcp) e al Partido socialista (Ps). Nel corso di questi due decenni la convivenza tra le varie anime non sempre è stata facile, tuttavia l’idea che lo stare insieme fosse più importante della prevaricazione di un’identità sull’altra ha fatto sì che, almeno fino ad ora, i conflitti non portassero mai o a scissioni traumatiche e o definitive. Un corpo vitale, una sorta di spugna all’interno della quale si muovono molte cose: movimenti, associazioni, il partito ovviamente e – sia permesso di usare qui questa parola – i suoi dirigenti.

Già, perché una politica dal basso non sempre è…

L’articolo di Goffredo Adinolfi prosegue su Left in edicola


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Laici e non credenti a Roma sono discriminati. La protesta della Uaar: impossibile celebrare funerali aconfessionali

A Roma esistono solo tre sale adatte allo svolgimento di funerali laici cerimonie funebri. Per questo motivo, il Circolo Uaar della Capitale, a firma del coordinatore Roberto Sabatini, ha scritto una lettera aperta ai presidenti dei Municipi affinché predispongano nei territori da loro amministrati locali idonei «allo svolgimento di cerimonie funebri non confessionali, ossia estranee a qualsiasi tipo di culto religioso».

Secondo l’Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, mettere a disposizione dei cittadini sale di questo tipo «è da considerarsi un diritto costituzionale ed un indicatore di civiltà, a prescindere dalla numerosità dei potenziali fruitori; ma considerando che, come del resto è avvenuto per i matrimoni civili, una percentuale consistente e crescente della popolazione di questa città desidera e intende avvalersi di prassi e strutture non religiose, l’individuazione e l’allestimento di questo tipo di locali è ormai improcrastinabile».

Ad oggi, il comune più esteso e più popoloso d’Italia (nonché il quarto dell’Unione europea), prosegue Uaar Roma, «dispone di sole tre strutture (di cui quella del Cimitero Flaminio non sempre disponibile) dedicate al commiato laico, tra l’altro ubicate lontano dai quartieri dove hanno vissuto le persone che, morendo, sono salutate dai loro cari e dai loro conoscenti sul territorio». Una situazione difficile che «costringe molte famiglie a reprimere le loro convinzioni profonde e le stesse volontà dei loro congiunti defunti e ad organizzare cerimonie di addio nei luoghi di culto più tradizionali, poiché i soli ad essere presenti e funzionali ovunque. La possibilità di avere, sui tanti territori municipali in cui la Capitale si articola, adeguate sale del Commiato laico, attenuerebbe l’attuale discriminazione che direttamente e indirettamente si esercita sulla minoranza non confessionale e renderebbe tutti davvero “più uguali” di fronte alle leggi e alle istituzioni dello Stato di cui fa comunque parte».

Piano City Milano, quando la musica disegna una nuova città

Va in scena a Milano dal 18 al 20 maggio Piano City, giunto alla sua settima edizione consecutiva, che si propone di portare la musica del pianoforte nei luoghi più disparati della città: case private, cortili, stazioni della metropolitana, tram, musei, piazze, giardini e decine di locali per oltre 400 eventi fra concerti, lezioni ed happenings, tutti gratuiti previa prenotazione da effettuarsi online tramite la pagina facebook Piano City Milano o sul sito.

Cettina Donato e Stefania Tallini il 19 maggio in concerto

La manifestazione è impreziosita da uno o più grandi nomi internazionali e quest’anno è la volta della pianista azera Aziza Mustafa Zadeh (nella foto), che ha saputo fondere i ritmi jazz con influenze classiche e di avanguardia, mescolandole alle sonorità del Paese natìo dando origine a una fusion molto particolare, in scena il 18 alla Galleria d’Arte Moderna.Sabato 19 maggio alle ore 20 a piazza Gae Aulenti sarà in scena il “4Hands Duo”, nuovo progetto musicale nato dall’incontro di due nomi di spicco del jazz italiano: le pianiste, arrangiatrici e compositrici Stefania Tallini e Cettina Donato. Un dialogo originale tra due musiciste di altissimo livello.

Alla Galleria d’Arte moderna il 20 maggio ci sarà Vinicio Capossela, che ritorna dopo l’inaugurazione della rassegna nel 2012. Da segnalare gli avvenimenti musicali all’alba all’idroscalo con Pol Solonar e ai Bagni misteriosi, luogo da poco restituito alla città, con il talento di Andrea Vizzini.

La novità di questa edizione sono i concerti notturni ospitati nella splendida cornice della Palazzina liberty, mentre altre si terranno in location inedite come l’archivio di stato, l’orto botanico di Città studi e il memoriale della Shoah. A cento anni dalla scomparsa di Debussy la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli dedicherà sabato 19 una rassegna al compositore. La manifestazione ha previsto in fase organizzativa la possibilità di iscrizione online aperta ai pianisti, a chi propone spazi per ospitare concerti o propone sia pianisti che spazi per ospitarli. Il format ha avuto tanto successo da essere già attivo a Napoli dal 2013 e verrà inaugurato in autunno a Palermo.

> Il programma completo

Migranti uccisi e gettati in fosse comuni in Gambia: l’ex presidente Jammeh sotto accusa

epa000462165 President of the Republic of Gambia Alhaji Dr. Yahya A.J.J. Jammeh passes honor guard after his arrival inside the Malacanang Palace in Manila, Tuesday 21 June 2005. Gambia President assures the Philippines that it will support the country's bid for observer status in the Organization of Islamic Conference when it convenes in Yemen for its regular ministerial meeting next week, the Department of Foreign Affairs (DFA) said Monday. EPA/MIKE ALQUINTO

Se la fortuna, l’orizzonte e le onde li avessero assistiti, le loro speranze si sarebbero realizzate e avrebbero raggiunto le coste spagnole. Guardavano il mare che li separava dall’Europa nel 2005, ormai molti anni fa, 50 africani. Erano migranti ma forse non si saprà mai esattamente da quali villaggi e Paesi erano arrivati fin lì, su quella spiaggia. Sono stati uccisi da una squadra d’assalto – i Junglers – che li ha scambiati per mercenari che volevano rovesciare il governo del Paese: il Gambia.

Questa storia ritorna alla luce adesso perché le organizzazioni dei diritti umani stanno cercando di far aprire un’inchiesta e il 16 maggio hanno reso note delle prove e testimonianze su quel massacro. I Junglers prendevano ordini dall’uomo più potente della nazione, il presidente Yahya Jammeh.

Tra i migranti fermati sulla spiaggia nel 2005 in 44 arrivavano dal Ghana, altri dalla Nigeria, altri dall’Africa dell’Ovest. Insieme alla squadra della morte dei Junglers c’erano ufficiali di alto rango del Paese – l’ispettore generale della polizia, il capo dell’agenzia di intelligence del Gambia, il capo dello staff della difesa e quello della guardia nazionale. Dopo averli torturati, una settimana dopo, i Junglers hanno ucciso i migranti al confine con il Senegal, nei pressi di Kanilai. Ora cominciano ad essere disseppelliti dalle fosse comuni.

Trial International e Human Rights Watch adesso accusano l’ex presidente Jammeh di aver dato l’ordine di ucciderli. Le ong hanno intervistato 30 ex ufficiali del presidente, 11 dei quali direttamente coinvolti nelle esecuzioni, dice il report HRW.

Ma a raccontare questa storia per la prima volta a HRW è stato Martin Kyere, ghanese, unico e solo sopravvissuto del massacro. Prima detenuto nella stazione di polizia, portato poi nella foresta per essere torturato e ucciso, Kyere si è rocambolescamente liberato ed è riuscito a scappare.

«I migranti africani non sono stati uccisi da delinquenti, ma da una squadra della morte paramilitare che prendeva ordini dal presidente Jammeh, hanno distrutto elementi chiave per evitare che gli investigatori internazionali conoscessero la verità» ha detto Reed Brody, consulente HRW. Jammeh ha regnato con la violenza brutale per 22 anni dalla capitale Banjul, ricorrendo ad abusi dei diritti umani, sparizioni forzate, omicidi extragiudiziali, detenzione arbitraria.

Ora «cerchiamo di farlo estradare in Ghana per processarlo per i suoi crimini» ha detto Brody. Jammeh ha perso le elezioni presidenziali nel 2016 contro Adama Barrow e dal 2017 vive in esilio in Guinea equatoriale. È dallo stesso anno che HRW e altre ong per i diritti umani tentano di assicurarlo alla giustizia.

 

Migranti e omosessuali pari sono

Ci siamo noi e poi ci sono loro. Il messaggio razzista e un po’ fascista arriva direttamente dal magnifico rettore (volutamente minuscolo) di Verona Nicola Sartor che decide di cedere alle proteste di Forza nuova (sì, Forza nuova) e annulla una giornata di studio sulle migrazioni Lgbti dal titolo “Richiedenti asilo. Orientamento sessuale e identità di genere”. Gay e per di più “negri” e per di più “clandestini” deve essere sembrato troppo all’illuminato rettore. Ebbene, leggete cosa è stato in grado di scrivere:

«Ho dovuto disporre la sospensione della giornata di studio “Richiedenti asilo. Orientamento sessuale e identità di genere” prevista per il 25 maggio prossimo, rinviando l’approfondimento dei suoi contenuti scientifici a data da destinarsi.

L’evento è uscito dall’ambito scientifico per diventare terreno di contrasto e soprattutto di ricerca di visibilità per diversi attivisti di varia estrazione.

L’Università non può prestarsi a strumentalizzazioni da parte di soggetti estranei al mondo scientifico che si scontrano su temi politicamente ed eticamente controversi come quelli delle migrazioni e dell’orientamento sessuale delle persone».

La controversia sull’orientamento sessuale delle persone dentro un’università ci mancava. Sommarla come niente fosse alle migrazione, tutto dentro un calderone di spaventosa diversità è un capolavoro di scemenza.

Siamo pronti per l’Italia del futuro, direi.

Buon venerdì.

Uno spicchio d’Europa tinto di rosso

LISBON, PORTUGAL - APRIL 25: Bloco de Esquerda party members walk through Avenida da Liberdade to celebrate the 43rd Anniversary of The Carnation Revolution on April 25, 2017 in Lisbon, Portugal. Thousands of Lisbon citizens took to the streets to celebrate the 43rd Anniversary Of The Carnation Revolution, when the Armed Forces rebelled and overthrew the regime of the Estado Novo. The revolution started as a military coup organized by the Armed Forces Movement (MFA) composed of military officers who opposed the regime, but the movement was soon coupled with an unanticipated and popular campaign of civil resistance. This movement led to the fall of the dictatorship and the withdrawal of Portugal from its African colonies and East Timor. (Photo by Horacio Villalobos/Corbis via Getty Images)

Sembra ieri, forse perché la stampa internazionale ha scoperto il fenomeno lentamente, ma il governo portoghese a guida socialista minoritaria e con l’appoggio esterno dell’arcipelago di comunisti, verdi e Bloco de esquerda (partito nato nel 1999 dalla fusione di diversi movimenti che da tempo non s’identificavano nel Pcp) è ormai giunto in fase di bilanci. Quando s’insediò – novembre 2015 -, i bookmaker gli davano pochi mesi di vita. Lo chiamavano geringonça, ossia “bagnarola”, “trabiccolo”, ma anche (a tradurlo nel gergo politico nostrano) “inciucio”. L’accordo tra il partito degli spendaccioni, quei socialisti che nel 2011 avevano sfiorato la bancarotta, e la sinistra radicale, che voleva uscire dall’Euro e dalla Nato, avrebbe messo gli investitori in fuga e i partner europei in allarme. Non sarebbe andato lontano.

Invece è andata diversamente. Il Pil (2,7% nel 2017) non era così alto dal 2000, un deficit così basso non si era mai visto in tutta la storia democratica del Paese e la disoccupazione è scesa intorno all’8%. Stupore internazionale: da sinistra si poteva governare. Persino gli anticapitalisti più cattivi dimostravano di saper stare al tavolo del tè senza drizzare il mignolo. Il 14 aprile scorso l’Economist titolava: “Piccolo miracolo sull’Atlantico”, ed era solo l’ultimo di una lunga serie di elogi provenienti da più parti al governo di António Costa. Ma l’articolo, letto in dettaglio, diceva qualcos’altro. Diceva che la sinistra portoghese gode di buona salute perché in fondo non è poi così di sinistra («it is not especially left-wing»).

Il fatto è che il governo Costa è il passo avanti dopo i soliti due indietro. Per capirlo, urge un breve riepilogo. Già l’ultima fase del secondo governo socialista di José Sócrates stava varando una prima austerità, e quel governo cadde proprio su un pacchetto di pesanti tagli. Poi venne la destra e…

L’articolo di Marcello Sacco prosegue su Left in edicola


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L’eccezione lusitana

Plenary Session in Strasbourg. Week 14.

Per sfuggire alla profonda crisi in cui versa il Bel paese sono molti gli italiani che studiano modi per trasferirsi dove il costo della vita è più basso e la qualità della vita potenzialmente migliore. In particolare sono pensionati e giovani che vogliano studiare o mettere su una propria attività. Fra le mete più gettonate c’è il Portogallo. Perché negli ultimi anni, anche grazie a una fortunata congiuntura economica, è andato incontro ad una rapida crescita ma anche e soprattutto perché con il governo di sinistra insediatosi nel 2015, il Paese si è modernizzato aprendosi a nuove prospettive. L’alleanza di governo guidata dal socialista António Costa ha detto no all’austerity, cercando di riqualificare i servizi pubblici, di salvaguardare salari e pensioni andando incontro a una fase di crescita. Il Programa de estabilidade 2018-2022 presentato da Mario Centeno, ministro delle Finanze lusitano e presidente dell’Eurogruppo, segnala un debito alto, ma anche una crescita annuale stimata sopra il 2% mentre l’occupazione è salita del 3,2%.

Un quadro piuttosto sorprendente in un Paese che fino a non molti anni fa ha subito l’oppressione della dittatura clericofascista di Salazar: un regime da sacrestia, come denunciava Saramago, che chiuse il Paese in una bolla isolazionista e impose l’idea che il popolo dovesse vivere in modo povero e frugale ostacolando ogni forma di progresso paventato come forma di corruzione.

Ma il Portogallo – va ricordato – ha anche vissuto un importante momento di rottura, incruenta, come la Rivoluzione dei garofani del 1974. E forse, azzardiamo, anche perché ha conosciuto un forte rifiuto del passato fascista (senza una transizione-amnesia come quella imposta in Spagna) oggi una nuova sinistra può rinascere. In ogni caso, anche tralasciando affascinanti ipotesi di ricerca, i fatti politici concretamente accaduti negli ultimi tre anni in Portogallo ci appaiono assai interessanti.

Invece di rincorrere le destre sul loro terreno come ha fatto il centrosinistra in Italia, invece di sposare le politiche neoliberiste della cosiddetta “terza via” blairiana, António Costa ha guardato a sinistra, cercando alleanze con il Bloco de esquerda (Be) e con il Partido communista português (Pcp). Un’alleanza del tutto inedita nella giovane storia della democrazia che conta solo una quarantina d’anni. Un accordo che ha chiesto un lungo lavoro di mediazione, pur tra luci e ombre. Per capire cosa c’è dietro l’eccezione lusitana rispetto al quadro della crisi delle socialdemocrazie europee abbiamo chiesto a colleghi giornalisti e a studiosi che vivono e lavorano in Portogallo e conoscono quella realtà dall’interno di aiutarci a tracciare un bilancio di questi primi due anni e mezzo di governo Costa. Ma anche di aiutarci a leggere la prospettiva aperta dal Bloco in chiave europea, visto che una delle sue più stimate esponenti, Marisa Matias, è parlamentare Ue attiva nella Gue/Ngl.

Nato nel 1999, dal 2015 il Bloco ha preso parte all’accordo di governo con socialisti, comunisti e verdi, raccogliendo molti consensi fra i più giovani. Da notare anche che il partito è guidato da tre donne che hanno messo al centro i diritti sociali e civili. Detto tutto questo, non intendiamo con questa storia di copertina promuovere astrattamente il Portogallo a modello.

Aver imboccato e percorso la strada della mediazione ha prodotto grossi risultati ma ha avuto anche un prezzo, come raccontano gli approfondimenti che qui proponiamo. Tuttavia abbiamo pensato che potesse essere molto utile, offrire strumenti di lettura per comprendere l’eccezione lusitana, con l’intento di aprire una discussione a sinistra.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola


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Spunta a Varsavia una nuova Podemos

Gdansk, Poland 1st, May 2016 The RAZEM (Together) political party rally in Gdansk in occasion of International Labor Day. RAZEM activists demanded better working conditions and a decent wage. The RAZEM party leader Adrian Zandberg takes part in the rally (Photo by Michal Fludra/NurPhoto via Getty Images)

Hanno scelto di chiamarsi Razem che in polacco significa Insieme. Senza nessun richiamo al passato né alla sinistra classica. Messo in soffitta il rosso, il colore prescelto è il viola. I sondaggi attestano questo partito al 6 per cento, ma in Polonia c’è chi azzarda che rappresenti l’unica alternativa valida al governo autoritario e populista di Jaroslaw Kaczyński. È un’interessante novità, soprattutto a livello culturale e teorico, nel panorama europeo. È la Podemos polacca.

«Diamo voce ai disillusi e a chi si schiera contro l’establishment» ripetono nei comizi. Attenti agli ultimi della società, hanno ottenuto consensi in primis tra i giovani, le donne e i precari (nel mondo del lavoro ha ottenuto un buon 10 per cento). Costruiscono la sinistra, senza nominarla. Questo è il loro segreto. «Siamo una forza populista, nel senso che ci facciamo portavoce delle legittime domande del popolo: più democrazia e giustizia sociale», dicono.

Razem nasce nel 2015 da un collettivo studentesco, da ex Giovani socialisti e da attivisti Verdi che, a pochi mesi dalle elezioni nazionali, mandano una lettera aperta a movimenti e società civile: si invoca la nascita di un soggetto nuovo che ridia speranza alla gente. Giungono duemila firme in pochi giorni, tutte persone estranee a mobilitazioni organizzate. Toccano le corde giuste: è un appello di insoddisfazione nei confronti dell’establishment e, anche, contro una sinistra ormai…

L’articolo di Giacomo Russo Spena prosegue su Left in edicola


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