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Il caso Windrush mette in crisi Theresa May

LONDON, ENGLAND - APRIL 20: Demonstrators chant and hold placards during a protest in support of the Windrush generation in Windrush Square, Brixton on April 20, 2018 in London, England. The Windrush generation are people who arrived in the UK after the Second World War from Caribbean countries at the invitation of the British government. It is now thought that an estimated 50,000 people of the Windrush generation face the risk of deportation if they never formalised their residency status and do not have the required documentation to prove it. (Photo by Chris J Ratcliffe/Getty Images)

Non i bombardamenti in Siria, non il caso Skripal. Ma una cifra: 7.629. È il numero che fa tremare il governo di Theresa May. Dentro quella cifra ci sono storie come quella di Joseph Bravo o dei fratelli Johnson e di tanti altri i cui diritti sono stati calpestati. È lo scandalo Windrush. Ovvero il caso dei cittadini di origine caraibica rispediti ingiustamente nei loro Paesi perché non in possesso dei documenti di ingresso.

Tutto inizia 70 anni fa. È il 1948: Londra è devastata dalla Seconda guerra mondiale, centinaia di edifici sono stati bombardati, la città va ricostruita e serve manodopera. Le macerie costellano la mappa di tutto il Paese. Della polvere e ruggine di quelle rovine belliche si sporcheranno uomini che non avevano la pelle bianca: arrivano nella nebbia della capitale dal sole dei Caraibi, da tutte le ex colonie britanniche. La prima nave, salpata da Kingston, Giamaica, giunge in Essex il 22 giugno 1948. I caraibici che sbarcano avevano risposto in patria ad annunci di lavoro che promettevano salario, casa, un futuro migliore.

Dal mar dei Caraibi al mare del Nord: la legge permetteva libertà di movimento, dal 1940 per trent’anni ha funzionato così. Una volta arrivati, i residenti delle ex colonie assaggeranno subito freddo e pioggia, ma soprattutto razzismo e discriminazione, because of the color of their skin, per il colore della loro pelle, dicono tutti i tabloid in edicola in questi giorni. Con il nome di quella prima vecchia nave, la Empire Windrush, è stata indicata una generazione intera, di cui farà parte anche chi arriverà dopo, con altre navi e in altri periodi, fino agli anni 70: i destini di questi uomini cresciuti in Gran Bretagna, che non sono mai più tornati indietro, eppure «non sono britannici», dice la legge, vengono ancora chiamati, letteralmente, Windrush, «corsa del vento».

Il signor Joseph Bravo, dalla Giamaica a Londra è arrivato con i suoi genitori in cerca di fortuna quando aveva 7 anni. Oggi ne ha più di 60. Joseph si è costruito una vita sull’isola: si è sposato, ha comprato una casa, ha l’assicurazione e la patente, è diventato elettricista. È stato un cittadino onesto del Regno per 54 anni ed ha pagato le tasse. Poi l’Home office un giorno gli ha detto che…

L’inchiesta di Michela AG Iaccarino prosegue su Left in edicola


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Ernesto Puhl: «Lula è vittima di un golpe neoliberista»

Former president of Brazil Luiz Inacio Lula da Silva waves people during a visit at a camp of the Landless Workers Movement (MST) at the municipality of Itatiaiucu, metropolitan region of Belo Horizonte in the state of Minas Gerais on February 21, 2018. Brazil's former leftist president Luiz Inacio Lula da Silva made yet another appeal against a 12 year prison sentence for corruption that could knock him out of an attempted comeback election. / AFP PHOTO / DOUGLAS MAGNO (Photo credit should read DOUGLAS MAGNO/AFP/Getty Images)

Chapecó. Stato Santa Catarina. Brasile. Il nome della città dice poco, al di qua dell’Atlantico. Ad eccezione degli appassionati di calcio. Nel 2016, infatti, la Chapecoense, la squadra di calcio della città, diviene famosa suo malgrado in tutto il mondo. È il 28 novembre e l’aereo su cui viaggiano i calciatori precipita nei pressi di Medellin (Colombia). È una strage. Muoiono in 71, tra cui tutta la Chapecoense, ad eccezione di tre tesserati. Viene alla mente, da quest’altra parte dell’oceano, la tragedia di Superga. Altra epoca, altre latitudini, stesso massacro.
È proprio da Chapecó che viene Ernesto Puhl, dirigente del Movimento Sem terra (Mst), movimento sociale brasiliano che coinvolge più di un milione e mezzo di famiglie e che ha la sua ragion d’essere nella conquista di quella che i militanti chiamano «riforma agraria popolare».

È in Italia, invitato da Rete Radié Resch, per un giro di incontri sugli obiettivi e le pratiche del Mst. Lo incontriamo all’Ex opg Je so’ pazzo di Napoli e poi allo Spazio pueblo di Cava de’ Tirreni, le due tappe meridionali di questo tour. È qui, tra assemblee e sorsate dell’inseparabile chimarrão (l’infuso preparato con foglie di erba Mate, ndr), che le domande si affollano. Ernesto conosce a fondo il Mst. Ne respira l’aria da quando aveva cinque anni. Tutta la sua famiglia è «insediata»; vive, cioè, in un pezzo di terra conquistato grazie ad una delle occupazioni promosse dal Mst, e ora legalmente riconosciute anche dalle istituzioni. Un risultato conseguito grazie alla lotta. «Lottare sempre», slogan del movimento, preso a prestito da una delle figure di riferimento dei «senza terra», il sociologo Florestan Fernandes, non è mera retorica.

Ma non parla tanto del Mst. Gli eventi brasiliani delle ultime settimane ne stravolgono l’agenda. Prima il mandato d’arresto per Lula, l’ex presidente brasiliano. Poi la grande mobilitazione popolare a sua difesa. Ventimila persone a fungere da scudo umano dinanzi alla sede del sindacato in cui si trovava, per impedire che la polizia potesse catturarlo. Quando Ernesto ce ne parla i suoi occhi si accendono, «si animano» come direbbe lui. Infine – ma la parola “fine” è tutt’altro che scritta – l’arrivo di Lula nel carcere di Curitiba. Condannato in secondo grado a dodici anni di detenzione, con l’accusa di corruzione e riciclaggio.

Il Brasile è tornato al centro dell’interesse dei media internazionali dopo la notizia delle porte del carcere che si aprono per l’ex presidente Lula. C’è chi parla di «Tangentopoli brasiliana» e chi di «golpe». Qual è la situazione?
Tutti sanno che le accuse rivolte a Lula sono inconsistenti. Addirittura il pubblico ministero federale dell’operazione Lava jato («autolavaggio», questo il nome dell’inchiesta che coinvolge per corruzione decine di politici brasiliani), Dallagnol, ha sostenuto che contro Lula hanno…

L’intervista di Giuliano Granato a Ernesto Puhl prosegue su Left n.17


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Ken Loach: «La sinistra soft ha fallito ovunque, non solo in Italia»

Ken Loach during the conversation with the audience in Locarno. © Festival du film de Locarno / Pablo Gianinazz

«Socialismo o barbarie». È lapidario Ken Loach nell’esprimere la sua visione del futuro citando un leggendario slogan di Rosa Luxemburg. «Sembra un aut aut disperato, vero? Penso invece che oggi più che mai, non esista davvero un’altra via», rincara il grande regista britannico che abbiamo incontrato a Belfast, in occasione del premio alla carriera, Il Réalta award conferitogli dalla giuria del Belfast film festival per il suo «eccezionale contributo al cinema a livello mondiale».

L’autore di pellicole indimenticabili come Land and freedom, Carla’s song e I, Daniel Blake, a 82 anni più battagliero che mai, è reduce da giornate di fuoco, soprattutto da quando il Partito laburista israeliano ha deciso di tagliare i ponti con il Labour di Jeremy Corbyn, reo, a suo dire, di essere troppo indulgente e negligente nel punire gli elementi «antisemiti» al suo interno. Un vortice che ha coinvolto anche lo stesso Ken Loach come altri esponenti di spicco della sinistra laburista. Abbiamo parlato di internazionalismo, welfare state, e fake news naturalmente. E abbiamo raccolto il suo messaggio che, forte e chiaro, indica nell’autodeterminazione dei popoli l’unica risposta possibile alla chiusura delle frontiere e all’avanzata del nazionalismo xenofobo.

Cosa la preoccupa di più, in questo momento?
Sono preoccupato da tutto quello che accade a casa nostra come da quello che accade nel resto del mondo. Penso a quello che accade in Siria e alle terribili sofferenze che quelle popolazioni stanno attraversando. Penso allo sciagurato intervento del governo inglese in quei territori. Penso anche che quest’anno è il 70esimo anniversario della cacciata dei palestinesi dalle loro terre da parte degli israeliani e che le sofferenze per quei popoli sembrano eterne. Sono preoccupato da Trump per esempio. E soprattutto sono preoccupato per come sia difficile distinguere tra cosa è falso e cosa è vero.

La guerra che si combatte sul fronte delle “fake notizie” sembra non avere fine.
Certo, penso alle manipolazioni della stampa inglese e alle sue bugie, alle accuse calunniose di antisemitismo che hanno colpito il Labour. Da quando Jeremy Corbyn ha ottenuto la leadership del partito grazie all’appoggio della gente e non grazie ai giochi in Parlamento, gli attacchi si susseguono senza sosta. È il classico gioco delle classi dominanti che quando si sentono minacciate nel loro esercizio del potere, cambiano le regole del gioco, spesso falsificando la realtà grazie al contributo dei media che sono nel loro libro paga, spesso ricoprendosi di ridicolo. Per esempio, se appoggi il popolo palestinese, allora non puoi che essere antisemita.

Su questo fronte, recentemente si è trovato al centro di una polemica. I media l’hanno accusata di essersi scagliato contro un gruppo di parlamentari laburisti che si era mobilitato contro l’antisemitismo, dicendo che bisogna «buttarli a calci fuori dal partito». Come risponde a queste accuse?
Ecco, questo è un esempio di come la stampa stravolge le tue parole, usandole senza alcuna vergogna. Ma non possiamo farci sempre intimidire dalle fake news! In questo caso si tratta del Daily mail che ha riportato una mia frase assolutamente fuori dal contesto. In quell’occasione, un’assemblea del Labour, io non ho parlato di nessuna risoluzione sommaria nei confronti dei parlamentari in questione. Volevo solo dire che chi è eletto non rimarrà al suo posto per tutta la vita, che bisogna stare attenti alla qualità dei candidati, al fatto che siano qualificati e motivati a svolgere il proprio lavoro al servizio della comunità. E che, soprattutto, rispettino i valori in cui crediamo. E chi non risponde a questi requisiti, non può parlare in nostro nome.

In tempi di Brexit, mentre assistiamo all’avanzata del nazionalismo xenofobo, alla chiusura delle frontiere, lei crede ancora nell’attualità dell’internazionalismo e della solidarietà?
L’internazionalismo è da sempre un fondamentale valore della sinistra. Un valore per cui ci siamo battuti in passato e per cui ci batteremo in futuro. L’internazionalismo è valido oggi e lo sarà sempre. Soprattutto oggi, in un mondo globalizzato, i problemi e i bisogni della working class sono simili. In Uk come in Spagna, come in Italia. E anche in Corea. Perché tutti i lavoratori si trovano e si troveranno a fare i conti con il mercato globale, la competitività globale e con lo sfruttamento globale. I movimenti nazionalisti e xenofobi che in questo momento prosperano in Europa come in America e che apparentemente nascono dal basso, affermando di difendere la working class, sono palesemente al servizio della classe dominante, sfruttando il concetto del Paese dominante. Per sconfiggerli, bisogna rimettere in campo il concetto dell’autodeterminazione dei popoli. Bisogna lavorare insieme, costruire legami e obiettivi comuni che vadano oltre i confini nazionali. Anche se al momento sembra impossibile, si può sempre lavorare a un cambiamento possibile del sistema, a un nuovo modello economico. Penso al modello proposto da Varoufakis in Grecia ad esempio. Abbiamo bisogno di una differente visione di Unione europea. Io credo nell’Europa dei popoli, della gente, contro questo club di grassi businessman che è invece l’Ue di Bruxelles.

In I, Daniel Blake, lei ha offerto un’indimenticabile testimonianza di come il sistema socio assistenziale britannico possa annientare la vita delle persone. Come si può uscire da questa trappola?
Possiamo pensare a un unico modello di social welfare che rispetti la dignità delle persone. Per esempio. Il sistema inglese umilia la gente, criminalizzando i loro bisogni attraverso l’esercizio punitivo delle forme di assistenza, creando un clima di incertezza, quasi di paura. Penso si tratti di crudeltà consapevole ai danni di lavoratori e disoccupati, donne e madri soprattutto. Per cui, anche ottenere un alloggio diventa un percorso umiliante, per non parlare del lavoro e anche della stessa sussistenza quotidiana.

Anche in questo caso, i media fanno il loro gioco.
Certo, anche loro svolgono un ruolo non indifferente esercitando ciò che io chiamo «crudeltà consapevole». Penso ai programmi televisivi come Benefit britains per esempio, che offrono un’immagine assolutamente distorta dei disoccupati, delle persone più vulnerabili, presentandoli come scroungers, come parassiti che vivono alle spalle di chi lavora e paga le tasse, addossando loro tutta la colpa del fallimento della social security. Si tratta di un sistema che va radicalmente cambiato. Bisogna potenziare gli investimenti pubblici, per avere la scuola di cui abbiamo bisogno, la sanità di cui abbiamo bisogno, i trasporti di cui abbiamo bisogno. In questo momento è in corso una battaglia politica di enorme portata. Il Labour di Jeremy Corbyn è sotto attacco proprio perché sta rivalutando i valori socialisti più autentici. Di contro, i tempi sono maturi per lavorare a un manifesto comune che indichi la rotta da seguire.

Questa via da seguire, questa lezione, vale anche per l’Italia?
In Italia con il governo Renzi, come del resto in Spagna, si assiste al fallimento della “soft left”, la sinistra che avanza verso destra dopo aver sepolto per sempre i valori socialisti. In Germania la socialdemocrazia ha da tempo fallito i suoi obiettivi riformisti. Chi sostiene che i concetti di destra e sinistra siano superati, che le ideologie siano morte, è in malafede o non si rende conto di cosa sta parlando. Per esempio, l’ideologia delle classi dominanti non è morta. Parlano di libertà, certo. Libertà di mercato, libertà di sfruttamento su scala mondiale. Per questo, anche se le situazioni e i sistemi di organizzazione sociali sembrano differenti, in realtà lo sono solo apparentemente. Per cui la risposta non può che essere unica. Tutto sommato credo che siamo in una fase di grande cambiamento e anche di grande speranza, in fondo. Vorrei avere più tempo per raccontare questa storia. E vorrei essere più giovane per vivere il futuro sviluppo di questo cambiamento.

 

L’intervista di Giulia Caruso a Ken Loach è tratta da Left n. 17 del 27 aprile 2018


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Armenia, dopo le proteste di massa il primo maggio viene eletto il nuovo primo ministro

epa06687362 People celebrate Armenian Prime Minister Serzh Sargsyan's resignation in the center of Yerevan, Armenia, 23 April 2018. Armenian Prime Minister and former president Serzh Sargsyan announced his resignation in response to round-the-clock mass protests against Serzh Sargsyan's appointment as a prime minister after serving two terms as the President. EPA/HAYK BAGHDASARYAN

Sventolano le stoffe del tricolore armeno al vento della vittoria, le bandiere rimangono nei pugni dei ribelli  in festa nelle piazze di Erevan. Primo maggio, festa dei lavoratori: è quando il Parlamento dell’ex repubblica sovietica dell’Armenia ha dichiarato di eleggere un nuovo primo ministro, dopo le dimissioni dell’ex premier Serzh Sargsyan per le proteste di massa che hanno inondato le strade del Paese.
I manifestanti, che non hanno ancora abbandonato le strade dall’inizio delle proteste d’aprile, urlano il nome dell’uomo che ha dato inizio a tutto questo: Nikol Pashinian, il leader dell’opposizione. Piazza della Repubblica nella Capitale non tornerà vuota se non quando Pashinian sarà il nuovo premier e il partito repubblicano tutto, che siede ancora in Parlamento, non avrà seguito l’esempio dell’ex primo ministro Sargsyan.

Pashinian ha chiesto che il potere venga ora trasferito ad un «primo ministro del popolo, con elezioni lampo, non permetteremo a questo sistema corrotto di esistere, rimanete in piazza, dobbiamo finire la rivoluzione di velluto». La primavera del Caucaso del Sud sa di non aver ancora completamente vinto e le piazzde non si sono ancora svuotate.
«La rivoluzione di velluto non è finita, spero che voi siate qui per la vittoria finale». Pashinian non si è ancora tolto la maglia mimetica che ha indossato dal primo giorno delle proteste a Erevan, quando ha abbandonato giacca, cravatta, Parlamento e ha cominciato ad invitare il suo popolo ad occupare le strade. Pashinian urla da quasi due settimane al megafono bianco, stesso colore delle bende sulla sua mano rotta durante le proteste. È stato la testa d’ariete contro l’uomo più potente del Paese. Quando ha accusato Sargsyan di manipolare la costituzione a suo favore per mantenere il potere, lo hanno messo in carcere. Fino a lunedì scorso contava le sbarre della cella, dove era stato rinchiuso per aver commesso “atti pericolosi contro la società”. Poi, dopo 24 ore, è uscito e da liberato, il rivoluzionario Pashinian, è stato acclamato liberatore della nuova Armenia. “La nuova Armenia” è quello per cui adesso tutti i blocchi politici della nazione devono lavorare, ha detto il presidente dello Stato Armen Sargsyan.
Gli armeni non vanno più a dormire, rimangono in strada, non sono andati via nemmeno quando il convitato di pietra d’epoca sovietica Serzh Sargsyan, se n’è andato. Gli urlavano “Serzh, vattene!” e lui, prima presidente per dieci anni, poi primo ministro dopo una riforma costituzionale ad personam per il mantenere il potere, – approvata con un referendum nel 2015 -, ha obbedito.

«Nikol Pashinyan ha ragione, io torto»: con queste parole ha rassegnato le sue dimissioni l’ormai ex premier Serzh Sargsyan, in cima alla piramide del potere dall’indipendenza del Paese, raggiunta nel 1991. In Parlamento alle spalle aveva il partito repubblicano e quasi alcun avversario. L’opposizione reale era per le strade della sua città e continua a rimanerci. «Questa situazione richiede soluzioni, ma io non ne prenderò nessuna, lascio la carica», ha detto l’ex premier. L’aveva ottenuta lo scorso 9 aprile.
Ora il premier ad interim Karen Karapetyan,  al vertice di transizione, si dimetterà nei prossimi giorni. Ma di Pashinian ha detto: «che vuol dire candidato del popolo? Non conosco nessun Paese dove il primo ministro viene scelto in questo modo. Ci sono le elezioni per farlo. Se è la scelta del popolo, vuol dire che il popolo sceglierà lui».
Dalle lacrime per i gas sparati per disperdere i manifestanti a quelle di gioia. Centinaia di soldati che dovevano reprimere la protesta si sono uniti alla folla negli ultimi giorni. Gli scudi che dovevano levarsi per fermare il popolo in marcia verso il Parlamento alla fine si sono abbassati.
Ieri era una manifestazione non autorizzata, oggi una rivoluzione, domani non si sa. Il Paese è sempre stato nell’orbita del Cremlino, ospita due basi militari russe, è rimasto, – come dicono in Usa – “Moscow-friendly”. Nonostante il cambio di potere, continuerà ad esserlo, assicurano i russi e assicura lo stesso Pashinian. Il presidente Armen Sarkysian invece ha già avuto un colloquio telefonico con Putin. «Anche nei momenti più difficili della storia, siete un popolo unito» ha detto la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. Ha concluso con: “Armenia, la Russia è sempre con te”.

«Socialismo e cultura». Il pensiero di Antonio Gramsci che può servire alla sinistra

Antonio Gramsci muore il 27 aprile 1937 in una clinica romana, dopo dieci anni di carcere duro che lo segnarono nel corpo, ma non nella mente. La sua resistenza intellettuale e la sua continua ricerca non vennero minate dai fascisti che pure speravano di “spegnere quel cervello”. Ne sono una prova i Quaderni del carcere, prova tangibile di altissima elaborazione culturale e politica, purtroppo non ancora conosciuta e valorizzata dalla sinistra.  Left pubblica alcuni brani di un articolo di colui che è stato, oltre che dirigente politico, un grandissimo giornalista e sostenitore dell’importanza della cultura a sinistra. Anzi, della cultura che è politica. Nella sua forma più alta ed umana. L’articolo “Socialismo e cultura” venne pubblicato su Il Grido del popolo il 29 gennaio 1916 e in questa forma ridotta su Left n.16 del 22 aprile 2017.

«Bisogna disabituarsi e smettere di concepire la cultura come sapere enciclopedico, in cui l’uomo non è visto se non sotto forma di recipiente da empire e stivare di dati empirici; di fatti bruti e sconnessi che egli poi dovrà casellare nel suo cervello come nelle colonne di un dizionario per poter poi in ogni occasione rispondere ai vari stimoli del mondo esterno. Questa forma di cultura è veramente dannosa specialmente per il proletariato. Serve solo a creare degli spostati, della gente che crede di essere superiore al resto dell’umanità perché ha ammassato nella memoria una certa quantità di dati e di date, che snocciola ad ogni occasione per farne quasi una barriera fra sé e gli altri (…).
La cultura è una cosa ben diversa. È organizzazione, disciplina del proprio io interiore, è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri. Ma tutto ciò non può avvenire per evoluzione spontanea, per azioni e reazioni indipendenti dalla propria volontà, come avviene nella natura vegetale e animale in cui ogni singolo si seleziona e specifica i propri organi inconsciamente, per legge fatale delle cose. L’uomo è soprattutto spirito, cioè creazione storica, e non natura. Non si spiegherebbe altrimenti il perché, essendo sempre esistiti sfruttati e sfruttatori, creatori di ricchezza e consumatori egoistici di essa, non si sia ancora realizzato il socialismo. Gli è che solo a grado a grado, a strato a strato, l’umanità ha acquistato coscienza del proprio valore e si è conquistato il diritto di vivere indipendentemente dagli schemi e dai diritti di minoranze storicamente affermatesi prima. E questa coscienza si è formata non sotto il pungolo brutale delle necessità fisiologiche, ma per la riflessione intelligente, prima di alcuni e poi di tutta una classe, sulle ragioni di certi fatti e sui mezzi migliori per convertirli da occasione di vassallaggio in segnacolo di ribellione e di ricostruzione sociale. Ciò vuol dire che ogni rivoluzione è stata preceduta da un intenso lavorio di critica, di penetrazione culturale, di permeazione di idee attraverso aggregati di uomini prima refrattari e solo pensosi di risolvere giorno per giorno, ora per ora, il proprio problema economico e politico per se stessi, senza legami di solidarietà con gli altri che si trovavano nelle stesse condizioni. (…)
Lo stesso fenomeno si ripete oggi per il socialismo. È attraverso la critica della civiltà capitalistica che si è formata o si sta formando la coscienza unitaria del proletariato, e critica vuol dire cultura, e non già evoluzione spontanea e naturalistica. Critica vuol dire appunto quella coscienza dell’io che Novalis dava come fine alla cultura.
Io che si oppone agli altri, che si differenzia e, essendosi creata una meta, giudica i fatti e gli avvenimenti oltre che in sé e per sé anche come valori di propulsione o di repulsione. Conoscere se stessi vuol dire essere se stessi, vuol dire essere padroni di se stessi, distinguersi, uscire fuori dal caos, essere un elemento di ordine, ma del proprio ordine e della propria disciplina ad un ideale. E non si può ottenere ciò se non si conoscono anche gli altri, la loro storia, il susseguirsi degli sforzi che essi hanno fatto per essere ciò che sono, per creare la civiltà che hanno creato e alla quale noi vogliamo sostituire la nostra. Vuol dire avere nozioni di cosa è la natura e le sue leggi per conoscere le leggi che governano lo spirito. E tutto imparare senza perdere di vista lo scopo ultimo che è di meglio conoscere se stessi attraverso gli altri e gli altri attraverso se stessi.
Se è vero che la storia universale è una catena degli sforzi che l’uomo ha fatto per liberarsi e dai privilegi e dai pregiudizi e dalle idolatrie, non si capisce perché il proletariato, che un altro anello vuol aggiungere a quella catena, non debba sapere come e perché e da chi sia stato preceduto, e quale giovamento possa trarre da questo sapere».

I prof protestano per il bando transitorio «trappola per i precari». E le maestre fanno lo sciopero della fame

Un momento della protesta dei precari della scuola davanti il Miur a Roma, 12 gennaio 2016. ANSA/ANGELO CARCONI

«Per noi precari della scuola storici questo bando è una trappola». Non usa mezzi termini Roberto Truglia, che fa parte del coordinamento dei docenti abilitati di seconda fascia delle graduatorie di istituto, quando parla del bando “transitorio” per l’assunzione degli insegnanti. I docenti hanno infatti diffuso un comunicato in cui esprimono tutta la loro contrarietà al bando d’assunzione lanciato con la riforma della Buona scuola e propongono delle soluzioni al loro problema. Passano anche alla protesta e infatti le sigle sindacali Anief e Saese hanno indetto uno sciopero per il 2 e il 3 maggio. Inoltre, dal 28 aprile al 3 maggio tocca al Coordinamento nazionale dei diplomati magistrale abilitati: le insegnanti delle elementari che da mesi protestano perché escluse dalle Graduatorie a esaurimento (Gae) da una sentenza del Consiglio di Stato faranno un  sit in di protesta e sciopero della fame davanti al Miur.

Professor Truglia cosa c’è che non va in questo bando?

Il concorso dovrebbe servire a stabilizzare i precari storici della scuola come me, ma, per come è stato pensato, è nel migliore dei casi uno spreco di soldi, nel peggiore una trappola. Inizialmente erano ammessi soltanto i docenti abilitati di seconda fascia come me (la prima fascia comprende gli insegnanti iscritti nelle Graduatorie ad esaurimento, e che quindi diventeranno di ruolo; la terza fascia è composta da insegnanti in possesso di un titolo di studio valido per l’insegnamento ma non abilitati, ndr), poi il Tar del Lazio ha deciso che al bando può partecipare anche chi ha un dottorato di ricerca ma non è abilitato all’insegnamento.

In che senso è una trappola per i precari storici?

È una trappola per noi perché, secondo i termini del concorso, viene riconosciuto un massimo di 30 punti guadagnati con l’esperienza di insegnamento maturata negli anni, e nel caso di molti di noi si parla di decine di anni. Anni di esperienza sia lavorativa che personale, a contatto ogni giorno con la scuola ed i suoi problemi. Con un limite così basso di punti riconosciuti, veniamo quindi equiparati a chi ha cominciato solo pochi anni fa. Inoltre, non solo può partecipare anche chi ha concluso un dottorato, ma esserne in possesso fa guadagnare molti punti, pur senza avere alcuna abilitazione all’insegnamento e quindi senza avere alcuna esperienza educativa. Ma le problematiche non finiscono qui: una volta vinto il bando si accede al Fit, formazione iniziale e tirocinio. Il Fit si svolge in tre anni: i primi due anni sono composti da tirocini e supplenze, mentre al terzo anno viene assegnata una cattedra vacante. Nel caso il Fit non venisse superato, si viene cancellati dalle graduatorie e la propria storia lavorativa annullata. In tal caso, un precario come me, l’anno successivo dovrebbe ripartire da zero e vedersi annullati anni di insegnamento. C’è poi un’ulteriore discriminazione, sempre in termini di punteggio, tra l’abilitazione tramite Tfa, tirocinio formativo attivo, e Pas, percorsi abilitanti speciali.

C’è differenza tra questi due percorsi?

No, entrambi provengono dalla stessa normativa e il percorso è molto simile. Rispetto al Tfa, il Pas è un percorso specializzante per insegnanti di laboratorio delle superiori, ma a questo ultimo percorso vengono assegnati ben 19 punti in meno rispetto al Tfa, una differenza che può pesare molto quando si partecipa al bando “transitorio”.

Cosa propone il coordinamento di cui fa parte per risolvere la vostra situazione?

Noi chiediamo la riapertura delle graduatorie ad esaurimento, chiuse dal 2008. Oppure, per le classi di concorso per cui le graduatorie sono già esaurite, passare direttamente all’assunzione degli insegnanti abilitati in seconda fascia rispettando i punteggi individuali acquisiti fino ad ora. Sarebbe una soluzione molto semplice e che non richiederebbe alcun bando o concorso. Abbiamo comunque organizzato delle mobilitazioni: le sigle sindacali Anief e Saese hanno indetto uno sciopero per il 2 e il 3 maggio.

Erik Gandini: «Racconto la realtà complessa»

Erik, tu che fai un tipo di cinema permeato sempre da uno sguardo politico, pensi che destra e sinistra non esistano più?
I ‘binomi’ sono intriganti perché ci aiutano a navigare in un mondo frammentario e complesso, rendendo la realtà più facile, comprensibile. È comodo pensare che ci sia da una parte il giusto e dall’altra lo sbagliato, è un bisogno naturale che abbiamo. Un ricercatore americano, Barry Schwartz, studia come il consumismo moderno abbia reso le scelte molto più difficili, moltiplicando l’offerta fino all’inverosimile.

È il Paradox of choice, che anziché dare libertà, paralizza. Less is more. La politica sembra aver capito questo paradosso meglio dell’economia di mercato e ci mette ancora di fronte a questa dicotomia. Lavorare con il documentario negli ultimi anni ha significato, per me, sempre di più dover riconoscere invece la complessità della realtà per cercare una narrativa che vada oltre la semplificazione.

Potremmo dire che ormai per leggere il contemporaneo non servono vecchi paradigmi o che ne servono altri, ad esempio Nord/Sud?
Per me fare un film come La teoria svedese dell’amore è stato mettere in crisi una dicotomia che mi coinvolge personalmente, quella della superiorità del Nord verso il Sud, secondo la quale noi al Nord Europa abbiamo realizzato la società più moderna del mondo e quindi non abbiamo più nulla da imparare dal Sud. Con la conseguenza, peraltro, che chi arriva come migrante può solo apprendere da noi. C’è un rischio vero e proprio in…

L’intervista di Simone Amendola ad Erik Gandini prosegue su Left in edicola


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A chi interessa il conflitto d’interessi

Il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, a margine di un incontro elettorale a Udine, 26 aprile 2018. ANSA/ALBERTO LANCIA

Ma davvero, a chi interessa il conflitto d’interessi oggigiorno? A pochi, pochissimi, sembrerebbe. E sapete perché? Perché in Italia c’è un conflitto d’interessi di fondo che ha un nome e cognome (Silvio Berlusconi) eppure a lui hanno dovuto fare riferimento negli anni praticamente tutti gli uomini del centrodestra, un bel pezzo di centrosinistra che con Silvio Berlusconi ha allegramente duettato nel corso degli anni (sempre, ben inteso, in nome di una “responsabilità istituzionale” che è la giustificazione che dovrebbe perdonare tutto) e perché gran parte della stampa (carta, televisione, internet, radio) ci ha fatto credere che non esista nessun conflitto d’interessi da risolvere – ovviamente quei media sono tutti di Silvio Berlusconi.

Così basta che Di Maio dica una cosa semplice come il pane (ovvero che Berlusconi da sempre usa i suoi media come manganelli contro l’avversario politico di turno) perché in Italia improvvisamente si scateni l’inferno: «Parole da esproprio proletario» ha strepitato Silvio Berlusconi dalla sua reggia, con il solito vecchio trucco di paventare lo spettro del comunismo come prima difesa.

Eppure una seria legge sul conflitto di interessi, se ci pensate, sarebbe una bellissima notizia per il governo che verrà (se verrà): una di quelle che bene o male darebbe la sensazione che qualcosa stia cambiando davvero e, soprattutto, eviterebbe all’Italia la figuraccia internazionale di avere da decenni un serio problema di informazione e democrazia che si insiste nel normalizzare piuttosto che risolvere.

Buon venerdì.

Destra e sinistra, una distinzione fondamentale

Destra e sinistra non esistono più, è una distinzione superata. Sono tanti anni che sentiamo ripetere questa affermazione. Che mi è sempre suonata allarmante. Tanto più se chi la pronuncia si affanna a presentarsi neutro, scevro da ideologie, profeta dei un sedicente nuovo che avanza. È successo nel 1994 quando Berlusconi scese in campo rivendicando la propria estraneità alla politica di professione e lanciando il partito azienda. È successo nel 1989 con il crollo del muro di Berlino che segnò quello delle ideologie e che partorì solo la Bolognina. È accaduto con Veltroni quando nelle feste dell’Unità sostituì le citazioni di Gramsci con l’asettico «I care» di Kennedy. È accaduto quando le sezioni sono diventate circoli e quando perfino il Pd ha tolto l’antifascismo dal proprio statuto. È accaduto quando Grillo ha detto che i 5stelle non sono di destra né di sinistra, ma sono la nuova Dc.

Dettagli, direte. Talvolta invece i dettagli sono dei segnali, delle spie, dei frammenti che aiutano a comprendere più a fondo l’insieme. Anche le parole sono importanti. Sostituire la diade destra/sinistra cara a Bobbio con quella di vecchi (da rottamare)/giovani come fece Renzi, di fatto, ha portato solo alla sostituzione di un vecchio ceto politico catto-comunista con un ceto politico catto-liberista. Dirsi anti-casta, come hanno fatto i grillini, a ben vedere, non significa affatto combattere le disuguaglianze. Dirsi anti sistema, come hanno fatto Lega e M5s della prima ora, non significa affatto voler costruire una società con meno disuguaglianza e meno ingiustizia sociale; lo dimostrano provvedimenti come la flat tax proposta da Salvini che ora riscuote apprezzamenti anche da Toninelli dei Cinquestelle «purché non danneggi i poveri» (sic!).

Anche senza scomodare Giorgio Gaber e la graffiante ironia del suo «cos’è la destra», «cos’è la sinistra», ci pare che ci sia molto di tragicomico in questa gara di Pd Cinque stelle, Forza Italia e Lega, a dirsi di centro, guardando tutti indistintamente a destra, inneggiando a respingimenti, gestione emergenziale e securitaria dell’immigrazione, bocciando lo ius soli e via di questo passo. Sull’importanza fondamentale della distinzione fra destra e sinistra vorrei invitare i lettori a leggere gli importanti approfondimenti storici e politologici che offrono Nadia Urbinati, Carlo Galli e Charlie Barnao in questo sfoglio. In questa breve introduzione restiamo ai fatti accaduti negli ultimi 50 giorni di palude politica. Davvero possiamo dire che il governo si sia occupato solo di ordinaria amministrazione dando il via libera all’uso delle basi militari agli Usa per bombardare la Siria? È il Patto atlantico che lo chiede, certo.

Ma obbedirvi dichiarando – come ha fatto Gentiloni – che l’Italia non è neutrale nel conflitto in Siria va contro l’art. 11 della Carta. In attesa del nuovo governo, il nuovo Parlamento ha già prodotto uno stop alla riforma carceraria che recepiva le condanne per violazione dei diritti umani pronunciate dalla Cedu nei confronti dell’Italia. Ed è accaduto che il ministro della pubblica istruzione Valeria Fedeli abbia inserito gli insegnanti di religione nelle commissioni di esame di terza media. Ed è accaduto che il M5s abbia approvato la spesa di 600 milioni per l’acquisto di droni militari. Sono provvedimenti senza connotazione politica? La risposta è pleonastica.

Mentre scriviamo Di Maio dice di aver dato il 12 aprile scorso incarico al professor Giacinto Della Cananea «di comporre un comitato scientifico per studiare le convergenze programmatiche tra il Movimento 5 stelle e i due partiti con i quali è in corso un dialogo per il governo: la Lega e il Partito democratico. Il professore ha lavorato senza sosta per dieci giorni e ha redatto questo primo schema di accordo, che andrà approfondito insieme alla forza politica che accetterà di sedersi al tavolo con noi». Non lo chiama programma, ma contratto, da stipulare indifferentemente con Lega e Pd.

Anche tralasciando di ricordare l’assonanza nominale con il contratto con gli italiani di Berlusconi, notiamo, tra l’altro, che scompare l’abrogazione della Fornero e scompare l’abrogazione del pareggio di bilancio. Mentre viene evocato un nuovo governo dei tecnici. Anche quello guidato da Monti lo fu e si caratterizzò per dei provvedimenti a dir poco conservatori come, appunto, la riforma Fornero delle pensioni. Destra e sinistra, con tutta evidenza, non sono categorie dello spirito, ma definiscono scelte politiche che hanno ricadute ben concrete sulla vita di tutti noi.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola


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Destra e sinistra non sono uguali

Five-Star Movement (M5S) leader, Luigi Di Maio, during his visit to the Milan International Furniture Fair in Rho, near Milan, Italy, 21 April 2018. ANSA/FLAVIO LO SCALZO

Scriveva Raymond Aron (che non era un intellettuale di sinistra) che chi sosteneva la fine della  distinzione tra destra e sinistra era di destra, o comunque non era un amico della sinistra. Norberto Bobbio ha proseguito su questa strada e ha argomentato in maniera analitica e non ideologica, che la distinzione ha particolarmente senso nelle società di mercato basate sulla libera iniziativa e quindi sulla produzione di diseguaglianza sociale. Le democrazie non solo non riescono a disinteressarsene, ma devono fare i conti con le richieste di più eguaglianza o più equa distribuzione delle risorse, di politiche che tengano conto dei bisogni primari dei cittadini, non per la semplice sopravvivenza, ma per condurre una vita dignitosa.

Anche se non vogliamo chiamare queste politiche “di sinistra”, anche se vogliamo incasellarle in politiche umanitarie o di aiuto, è evidente che queste politiche presumono che la democrazia ci spinga a pensare in termini di eguaglianza, a mettere in dubbio che possiamo semplicemente avere una visione di neutralità dei diritti di libertà come nel liberalismo pre-democratico. L’inclusione nel sovrano collettivo di molti – idealmente di tutti coloro che devono ubbidire alla legge – non consente l’indifferenza del governo democratico e del discorso pubblico verso le questioni di giustizia distributiva e in generale di eguaglianza. Significa questo che non si possa fare a meno di destra e sinistra? Credo di sì.

Perché questa distinzione non è il prodotto di un’ideologia, ma il sostrato sul quale l’ideologia…

 

L’analisi di Nadia Urbinati prosegue su Left in edicola


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