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A Roma l’odissea dei migranti invisibili dentro la ex fabbrica della penicillina

ROME, ITALY - APRIL 03: Grafitti covers the walls at an abandoned penicillin factory where migrants and people in poverty live in bad hygienic conditions, on April 3, 2018 in Rome, Italy. (Photo by Antonio Masiello/Getty Images)

Estrema periferia di Roma. Tor Cervara. In via Vannina, una stradina sterrata alle spalle di via Tiburtina, fra compro oro e sale con slot machine, si è svolto, il 21 marzo, l’ultimo sgombero di un ghetto che, dal 2014, ha costituito riparo per tanti migranti invisibili alle istituzioni. Ma chiaramente ingombranti tanto che le forze dell’ordine, secondo quanto riportano le associazioni (che hanno supportato gli ex occupanti) nel report Uscire dal ghetto, hanno effettuato le operazioni con modalità non conformi alle prescrizioni. Senza alcun preavviso e senza la presenza della Sala operativa sociale. E, soprattutto, senza delineare una soluzione alternativa, limitandosi a una risposta esclusivamente repressiva.

E, perciò, costringendo gli ex occupanti, circa ottanta, a trovare rifugio in un enorme e vuoto capannone industriale in via Tiburtina 1040, sede dismessa della ‘Fabbrica della penicillina’, già abitata da altre cinquecento persone. In condizioni igieniche e sanitarie indegne e, se possibile, peggiori di quelle dello stabile di via Vannina: presenza di amianto, residui chimici e di rifiuti speciali abbandonati, infestazioni di ratti e carenza di ogni qualsivoglia servizio. Le procedure non sarebbero in linea con quanto dispone l’articolo 11 della legge numero 48 del 2017 che, nel dettare disposizioni in materia di occupazioni arbitrarie di immobili, tutela «la salvaguardia dei livelli assistenziali che devono essere, in ogni caso, garantiti agli aventi diritto dalle Regioni e dagli enti locali». E questo tenendo in giusta considerazione sia i diritti dei proprietari sia quelli degli occupanti che, per la loro conclamata vulnerabilità, debbono, però, essere ritenuti prioritari.

Anche perché, come sostiene il report, l’obbligo di vivere in condizioni disumane è da ricercarsi nelle inefficienze del sistema di accoglienza istituzionale, nelle pratiche difformi della questura di Roma e nelle difficoltà concernenti l’ottenimento della residenza. Concretamente, molti degli abitanti di via Vannina hanno terminato il loro percorso di accoglienza senza risorse per poter proseguire in autonomia il loro radicamento nella società italiana: disomogeneità delle esperienze, poca attenzione all’insegnamento della lingua italiana e carenza di attività volte all’inserimento lavorativo hanno generato situazioni di marginalità estrema.

Una marginalità che prospera, anche, per l’impossibilità di esercitare fondamentali diritti, in assenza di un indirizzo di residenza, per ottenere il quale è necessario un permesso di soggiorno, rilasciato solo a fronte del soddisfacimento di richieste pretestuose e, il più delle volte, irrealizzabili. Obbligando la gran parte dei migranti, quindi, a rinunciare alla possibilità di poter beneficiare legittimamente delle cure, in maniera strutturale, a spese dello Stato, dei servizi sociali, della registrazione presso i centri per l’impiego e di poter partecipare all’assegnazione degli alloggi di residenza pubblica.

Nel frattempo, in quella struttura, a dir poco, fatiscente tanti (troppi) immigrati – dal Congo, dal Gambia, dal Ghana, dalla Guinea, dalla Nigeria, dal Senegal, dalla Sierra Leone e dal Togo – ci vivevano, costretti a mettere da parte la loro dignità di esseri umani, in nome della «presunta sicurezza e del decoro urbano», si legge nel report redatto, a bilancio delle attività, dalle associazioni – Medu, Alterego-Fabbrica dei diritti, BeFree, Intersos, A buon diritto e Wilpf – presenti nell’edificio.

Tra i 92 e 111, gli ex occupanti di via Vannina erano per la maggior parte uomini fra i 18 e i 30 anni, e 5 donne, in alcuni casi, sospette vittime di tratta ai fini dello sfruttamento della prostituzione. Tanti richiedenti asilo, alcuni “ricorrenti” (la cui domanda di protezione è stata negata e che hanno presentato ricorso), extracomunitari con decreto di espulsione, con problemi di rilievo penale o destinatari di una pena detentiva ma sospesa, titolari di permesso di soggiorno con problemi per il rinnovo e migranti che chiedono accesso al programma di rimpatrio volontario: tutti in condizioni di forte isolamento.

Che li ha obbligati a trascurare la propria situazione psico-fisica per dare la priorità alla ricerca di lavori, seppure in nero e in stato di grave sfruttamento, pur di trarre l’indispensabile al proprio sostentamento. E, però, sviluppando, a causa della mancanza di prevenzione (oltre che per le condizioni di scarsa igiene e di cattiva alimentazione), disturbi e patologie nonché dipendenza da alcol o sostanze stupefacenti. E se non fosse stato avanzato il requisito della residenza, tanti di loro, qualificati e con una rilevante formazione scolastica, non si ritroverebbero nelle condizioni insostenibili in cui versano.

Agricoltori, commessi, meccanici, saldatori, lavapiatti, cuochi, pittori, magazzinieri, operai edili, elettricisti, camerieri, musicisti, bigliettai, tecnici elettronici, camerieri, musicisti, bigliettai, addetti alla sicurezza e alle pulizie, commercianti, barbieri, ingegneri meccanici, benzinai, grafici, cassieri, corrieri e giardinieri hanno (quasi) perso la speranza di trovare un impiego regolare. E non solo.

Il giubbotto “Press” non salva i giornalisti palestinesi dai colpi dei cecchini israeliani

Palestinian journalists cover the Palestinian demonstrations on the border with Israel. it is worth mentioning that Israel killed photojournalist Yaser Murtaja two weeks ago and wounded many of the press photographers, including a serious injury to journalist Ahmed Abu Hussein. The Palestinian Journalists Syndicate demanded international protection for journalists and civilians against the clear targeting of them and against the breach International conventions and conventions on 20 April 2018(Photo by Momen Faiz/NurPhoto via Getty Images)

Ahmad è morto. Reporter, 24 anni, era stato colpito il 13 aprile scorso durante le proteste al confine di Gaza, a Jebaliya. Hanno provato a curarlo all’ospedale Al Andalusi, nella Striscia, poi è stato trasferito a Ramallah, ma Ahmad Abu Hussein non ce l’ha fatta ed è deceduto il 25 aprile all’ospedale Israel’s Tel Hashomer, vicino Tel Aviv.
Ahmad era un fotografo, lavorava per la Gaza’s Al Shaab, stazione radio della sinistra palestinese. Due settimane fa era stato raggiunto dalla pallottola di un cecchino israeliano e poche ore dopo la foto del suo corpo ferito era sui social media. È il secondo giornalista a morire da quando le proteste della “Grande marcia del ritorno”  sono iniziate il 30 marzo scorso. Da allora 5mila palestinesi sono rimasti feriti, 40 sono stati uccisi.

Ahmad è stato colpito all’addome, portava un giubbotto con la scritta “press”, bianco su blu, proprio come Yasser Murtaja, giornalista della Palestinian Ain Media. Yasser, 30 anni, è morto a Gaza il 7 aprile scorso. Le pallottole le hanno raggiunti entrambi nonostante fosse chiaro  che erano reporter.
Il giorno in cui Murtaja è stato ucciso, il sindacato dei giornalisti palestinesi, ha riferito che altri cinque reporter erano rimasti feriti e tutti erano identificabili per la loro professione. Il sindacato ha riferito che Murtaja si trovava a 350 metri dalla recinzione del confine israeliano, ma è diventato comunque un bersaglio dell’Idf, esercito israeliano, che a sua volta ha dichiarato solo che «le circostanze in cui sono stati colpiti i giornalisti non sono familiari all’Idf». Per ottenere chiarimenti dall’esercito, al sindacato dei giornalisti palestinesi si è poi unito quello israeliano: «uno Stato che si dice democratico non fa del male ai giornalisti in the line of duty, durante l’adempimento del loro dovere».
Reporter, morti, e sotto la scritta “press”. In precedenza Christopher Deloire, segretario generale di Reporter senza frontières, ha detto che l’ong «condanna con indignazione le sparatorie deliberate contro i giornalisti» e ha chiesto che un’indagine venga aperta per la morte di Yasser.
Dopo quello di Yasser, a Gaza ci sarà dunque un altro funerale di un reporter. Per Sherif Mansour, coordinatore del programma Medio Oriente e Nord Africa del Cpj, Comitato protezione giornalisti, «la morte di Ahmad Abu Hussein sottolinea la necessità delle autorità israeliane a riesaminare urgentemente le politiche verso i giornalisti che coprono le proteste, bisogna prendere decisioni immediate. Chi indossa un equipaggiamento che indica che gli individui sono membri della stampa dovrebbe avere una protezione extra, non diventare un bersaglio».

De Luca, Berlusconi e la storia usata come lettiera

“Il Pd vive come gli ebrei negli anni delle leggi razziali: braccati, umiliati e senza patria”: parole di tre giorni fa pronunciate dal presidente della Campania Vincenzo De Luca, uno di quelli che senza sparate sui giornali non esisterebbe nemmeno. Uno di quelli che in un partito serio non verrebbe candidato nemmeno come amministratore di condominio.

“Siamo di fronte a un grave pericolo. L’altro giorno stavo dando una mano a delle persone e gli ho chiesto come si sentissero di fronte a questa formazione politica, che non si può certo definire democratica. Uno mi guarda negli occhi e mi dice ‘credo che ci sentiamo come gli ebrei al primo apparire della figura di Hitler‘”: parole pronunciate ieri da Silvio Berlusconi, presidente di Forza Italia (non è un leader, su, non scherziamo con il senso delle parole) e pregiudicato, che in Paese normale sarebbe fuori dalla politica da anni, dovrebbe spiegarci parecchie cose ( tra cui la provenienza del denaro con cui ha cominciato ad essere imprenditore e le amicizie mafiose dei suoi stretti collaboratori come Marcello Dell’Utri).

Tutti e due a parlare di ebrei e di Hitler ovviamente sfruttando l’aria del 25 aprile, inserendosi nel tema caldo del momento per farsi notare di più e meglio con tutto l’egocentrismo di cui sono capaci. Ma qui la colpa è infinitamente più grave: qui siamo di fronte a due membri della classe dirigente che usano la Storia come zerbino, come una lettiera in cui fare i propri bisogni sperando di poter dare due zampate per coprire tutto. Sulla pelle dell’antifascismo e del popolo ebraico.

Buon giovedì.

Quattro storie per raccontare la Resistenza nel segno del coraggio e della libertà

Se avete bambini – ma anche se non ne avete – a cui vorreste trasmettere i valori della Resistenza, l’importanza del coraggio, della libertà e della fratellanza tra i popoli, questi quattro libri pubblicati da Gallucci editore fanno al caso vostro.

Bella Ciao, illustrato da Paolo Cardoni, a cui è anche allegato un cd con le musiche dei Modena City Ramblers, trasforma in colori e figure il testo della famosa canzone partigiana. Ogni tavola ripercorre una strofa della canzone, dall’invasore che marcia in città, fino al fiore piantato in montagna. Nota in tutta il mondo, “Bella Ciao” è stata tradotta in moltissime lingue, tra cui inglese, curdo, turco, spagnolo e anche cinese. Col tempo è diventato un inno di resistenza contro ogni forma di oppressione, al punto da venire usato di recente in diverse manifestazioni fuori dall’Italia: Syriza, il partito greco di Alexis Tsipras che ha vinto le elezioni nel 2015, ha concluso la sua campagna elettorale proprio con “Bella Ciao”; nel 2011 è stata cantata più volte dagli attivisti di Occupy wall street e alcuni manifestanti l’hanno intonata durante le proteste di piazza Taksim contro il premier turco Recep Tayyip Erdoğan nel 2013.

Paolo Cardoni è un disegnatore romano nato nel 1953. Per la stessa casa editrice ha illustrato anche La storia degli uomini e Piccolo marinaio dei tre oceani. È stato anche direttore artistico del cartone animato La freccia azzurra, tratto dall’omonimo racconto di Gianni Rodari.

I Modena City Ramblers sono un gruppo folk italiano formatosi a Modena nel 1991 che ha spesso reinterpretato canzoni popolari italiane legate alla resistenza.

Una illustrazione di “Bella Ciao” 

C’è poi Imagine, basato sull’omonima canzone di John Lennon, illustrato dal francese Jean Jullien e tradotto da Altan, con l’introduzione scritta da Yoko Ono. Protagonista di questa raffigurazione del famoso inno alla pace e alla fratellanza è un piccione, che attraversa un limpido cielo azzurro pastello, sotto al quale tutte le creature convivono in pace. Il libro è un invito ai bambini a continuare a sperare e lavorare per un mondo migliore, senza confini, oggi più marcati che mai, né violenza, né soprusi.

Jean Jullien è un artista francese che vive a Los Angeles particolarmente attivo sul web. Moltissimi dei suoi lavori si possono trovare sul suo sito.

Al centro, il piccione protagonista di “Imagine”

Libertà, la poesia del 1942 di Paul Eluard diventa un “libro a fisarmonica”, che in ogni piega cela i paesaggi che vengono descritti nei versi tradotti da Franco Fortini. Scritta durante il secondo conflitto mondiale, è un elogio ad uno tra i più preziosi valori dell’uomo, che, nel periodo in cui la poesia è stata scritta, veniva messo in discussione dalla violenza del nazifascismo.

Paul Eluard, poeta francese nato nel 1895 e morto nel 1952, è stato ispirato dai grandi eventi del suo tempo – i conflitti mondiali e le rivoluzioni sociali e tecnologiche – a scrivere poesie e contribuire così alla nascita del movimento surrealista.

La copertina di Libertà

Storia di Leda racconta la storia fittizia di una bambina di dieci anni, la Leda del titolo, che fa la staffetta partigiana nel maggio del 1944. Un giorno come un altro, Leda sta pedalando con la sua bici per portare un messaggio ad un’unità di partigiani, quando incontra una pattuglia tedesca ed è costretta alla fuga. I tedeschi stanno per raggiungerla ma viene salvata da uno stravagante anziano che vive in una grotta e si fa chiamare Mago. Prende così il via una storia che insegna ad apprezzare la virtù del coraggio e il valore della memoria.

Scritto da Ermanno Detti, nato a Manciano, classe 1939. Detti ha pubblicato con Gallucci Favole di campagna e I viaggi curiosi di Nico e Mina.

I disegni sono di Roberto Innocenti. Nato nel 1940 a Bagno a Ripoli, in provincia di Firenze, Innocenti è uno dei più grandi disegnatori al mondo. È infatti l’unico italiano ad aver vinto il premio Hans Christian Andersen, il più importante riconoscimento internazionale nel campo della letteratura per l’infanzia.

Una delle tavole che narrano la Storia di Leda

Ecco come vengono bloccati i migranti in Sudan tra abusi e violenze. E l’Europa chiude un occhio

epa04193631 A photo made available on 06 May 2014 shows trucks, carrying illegal migrants who were left in the desert on the Sudanese-Libyan border, arriving after they were rescued in Dongola, Sudan, 03 May 2014. According to media reports, some 300 African nationals were left by their traffickers in the desert as they were attempting to cross into Libya en route to Europe. Ten people died before Sudanese and Libyan forces rescued the remaining immigrants and brought them to the Sudanese town of Dongola. EPA/STR

«A volte», ha detto il colonnello Samih Omar al New York Times, «mi sembra che questo sia il confine meridionale dell’Unione Europea». Invece è il percorso rovente verso la Libia, il porto d’Africa per raggiungere l’Europa. È terra di Sudan, duemila miglia che i migranti attraversano sperando di raggiungere il Mediterraneo e poi l’Europa. È dove opera la pattuglia del colonnello Omar per impedire che i richiedenti d’asilo salpino verso le coste europee.

Le sue Rsf le Rapid support forces, hanno appena arrestato 66 migranti in arrivo dal Nord del Darfur, in un’operazione congiunta con i Niss, servizi segreti e d’intelligence nazionali: 37 degli uomini in fuga erano sudanesi, 26 erano etiopi. Il Sudan è il Paese di transito soprattutto per chi scappa da Eritrea e Etiopia.

Tra Europa e Sudan «la relazione è opaca per mutuo aiuto reciproco: gli europei vogliono i confini chiusi, i sudanesi vogliono porre fine ad anni di isolamento dall’Ovest e all’embargo» contro il governo di al Bashir, accusato dalle Ong di violare tutti i diritti umani possibili, scrive ancora il NYT. Per soffocare la migrazione, l’Europa farebbe ricorso alle truppe di questa temuta polizia segreta.
Anche Human Rights Watch sottolinea come nonostante le denunce di abusi, gli Stati Uniti e l’Unione europea sostengano il governo sudanese in materia di antiterrorismo e controllo delle migrazioni.

Tutto questo in qualche modo è il risultato del processo di Khartoum, arena di conferenze internazionali sul tema della migrazione, svoltesi tra ufficiali europei ed africani. Tra quelli africani, c’erano i sudanesi. Il processo è iniziato nel 2014, ufficialmente per “migliorare i diritti umani” nel corno d’Africa. Anche se nessun fondo europeo è stato stanziato per il governo del Paese, o arrivato direttamente ed ufficialmente per arginare la partenza dei richiedenti asilo, – come è accaduto in Turchia e Libia -, 130 milioni sono arrivati ad agenzie e organizzazioni umanitarie nel territorio di al Bashir, per finanziare programmi d’aiuto per migranti, ma anche per formare ufficiali.

Mohamed Hamdan, un comandante delle Rsf, ha detto durante una cerimonia nella capitale Karthoum che i suoi soldati «fanno il lavoro che dovrebbe fare l’Ue. Ecco perché dovrebbero riconoscere i nostri sforzi, supportarci perché abbiamo perso molti uomini, e molti soldi. Altrimenti cambieremo idea e smetteremo di svolgere questo compito». Il comandante vuole “una compensazione europea”, cioè soldi, per continuare a dispiegare soldati-guardiani al confine libico, e per impedire che i migranti raggiungano il mare. Le sue truppe sono nate dalle milizie “janjaweed” implicate nei crimini di guerra commessi in Darfur durante la guerra, oggi sono invece accusate di torturare i migranti in transito e sono conosciute soprattutto per la loro brutalità.

Le relazioni tra blocco europeo e sudanese evolvono, questo implica «la riabilitazione dell’apparato di sicurezza sudanese, i cui leader sono accusati dalle Nazioni Unite di crimini di guerra in Darfur. Non c’è uno scambio diretto di denaro», dice Suliman Baldo, autore del report “Border control from Hell”, che parla della partnership sulla migrazione tra Europa e Sudan, ma «l’Ue, in pratica, legittima l’abuso della forza» delle milizie.

Questi accordi stretti con uno dei Paesi dove i diritti umani sono violati ogni giorno è «un patto col diavolo» e «la storia insegna che non va mai a buon fine». Lo ha detto Mukesh Kapila, ex coordinatore Onu per il Sudan al Guardian. «Lo abbiamo già visto molte volte, dobbiamo impegnarci con la società civile, non andare a letto con al Bashir».

Nessun partito (o quasi) oggi si salva dal fascismo culturale

March in memory of Valerio Verbano in Rome, Italy, on Thursday, February 22, 2018. Valerio Verbano was an Italian leftist activist assassinated in his home by three unidentified killers on February 22, 1980 in uncertain circumstances, in what it is believed was a political killing. Until today no judicial truth has been established. (Photo by Michele Spatari/NurPhoto via Getty Images)

Il fascismo esiste ancora? Oppure è un fenomeno da ascrivere solo ad un ben determinato periodo storico, che è ormai passato, morto e sepolto? Anche se in Italia il dibattito si accende solo in periodo elettorale, le scienze sociali, soprattutto all’estero, hanno sviluppato da diversi anni un’accesa discussione sul tema. Diciamo subito che gli studi sul fascismo, oltre ad essere difficili da realizzare, a causa della rilevanza del tema e delle sue numerose ripercussioni dal punto di vista politico e sociale, sono impegnativi anche per alcune ragioni che potremmo dire “metodologiche”, in quanto legate alla definizione stessa del fenomeno.

Fino a quando infatti non si definisce un fenomeno, non si può individuarlo, analizzarlo, né – ovviamente – si può dire se esiste o meno. I problemi legati alla definizione di fascismo sono principalmente due: il primo è che non esiste una teoria del fascismo (come invece accade per altre dottrine politiche), il secondo è che il fascismo ha una sua caratteristica intrinseca, il sincretismo: mescola insieme culture tra di loro molto diverse, spesso in apparente contraddizione reciproca. Ad esempio, nazionalismo e socialismo, populismo ed elitismo, anti-capitalismo e anti-socialismo: sono tutti oggetti culturali molto diversi tra loro che, però, nel totalitarismo tedesco e in quello italiano trovavano originali forme di sintesi. Il sincretismo rende il fascismo difficilmente decifrabile in modo preciso e univoco attraverso l’osservazione empirica.

Ad ogni modo, in termini molto generali, possiamo distinguere oggi almeno due tipi di fascismo: uno storico, esplicito, spesso “orgoglioso” e (almeno per la legge formale italiana) criminale e un altro fascismo che potremmo definire quasi “antropologico/psicologico” legato ad un modo di pensare e di vedere il mondo. Il primo viene studiato considerandolo un fenomeno legato principalmente o esclusivamente ad un ben determinato periodo storico (il Ventennio, parlando dell’Italia). E, con riferimento ai giorni nostri, riguarda…

Charlie Barnao è docente di Sociologia all’università Magna Grecia di Catanzaro. Il suo articolo prosegue su Left n. 17, in edicola dal 27 aprile 2018

 

Resistere oggi è (anche) non permettere di intossicare la Storia

Il corteo organizzato dall'Anpi, l'Associazione nazionale partigiani, per il 25 aprile, 25 aprile 2016. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Piuttosto che scrivere sul 25 aprile oggi, di questi tempi varrebbe la pena leggere, studiare, ostinatamente ricordare, ricordare ad alta voce, resistere all’intossicazione che qualcuno insiste nel propagare per rammollire la Storia e così anche i valori di quella Storia e della Resistenza.

Nel 2004 Giorgio Bocca scriveva:

«C’è da mesi una campagna di denigrazione della Resistenza: diretta dall’alto, coltivata dai cortigiani. Il loro gioco preferito è quello dei morti, l’uso dei morti: abolire la festa del 25 aprile e sostituirla con una che metta sullo stesso piano partigiani e combattenti di Salò, celebrare insieme come eroi della patria comune Giacomo Matteotti ucciso dai fascisti e il filosofo Gentile, presidente dell’accademia fascista, giustiziato dai partigiani, onorare insieme le vittime antifasciste della risiera di San Sabba e quelle delle foibe titine. Proposte da comitati di reduci che evidentemente non hanno mai sentito parlare dei lager in cui i fascisti, prima e dopo l’armistizio, hanno chiuso decine di migliaia di cittadini colpevoli unicamente di essere di etnia slovena. L’argomento delle nostre deportazioni è talmente poco conosciuto che il presidente del consiglio Berlusconi può permettersi di parlare di un Mussolini che «mandava gli antifascisti in vacanza sulle isole». L’uso dei morti per dimostrare che le idee per cui morirono gli uni si equivalgono a quelle per cui morirono gli altri è inaccettabile. La pietà per i morti è antica come il diritto dei loro parenti e amici a piangerli, ma non è dei morti che si giudica, ma di quando erano vivi e stavano al fianco degli sterminatori nazisti. Ricostruiamo l’unità della patria, dicono, dimentichiamo la guerra civile, sostituiamo alle fazioni la unità della democrazia. Ma la democrazia dov’è? Che democrazia è questa autoritaria che si va affermando nel nostro Paese? Ai suoi sostenitori basta che il governo non apra i suoi lager, che non fucili gli oppositori, che non soffochi tutte le voci critiche per gridare che la democrazia è salva. Ma la mutazione autoritaria è sotto gli occhi di tutti, anche dei rassegnati o indifferenti: i personaggi della televisione invisi al potere cacciati o tacitati, gli autori di libri all’indice berlusconiano esclusi dalla televisione e ignorati dai giornali (…). E anche la corruzione più pesante e sfacciata, i prestiti bancari, i ricatti della pubblicità, le concorrenze mafiose».

Lo scriveva 14 anni fa. Se notate che sia ancora terribilmente attuale avete il senso di quanto ciò che abbiamo fatto non sia abbastanza.

Buon 25 aprile.

Un milione di case popolari e affitti a misura di lavoratore. Ecco il “piano Corbyn” contro l’emergenza abitativa

epa06678983 Labour Leader Jeremy Corybn launches his party's Housing Review - 'Housing for the Many' during a press conference in London, Britain, 19 April 2018. EPA/ANDY RAIN

Il partito laburista ha lanciato un piano per affrontare l’emergenza abitativa in Gran Bretagna, una delle principali fonti di disagio per i ceti più poveri e, soprattutto, per le nuove generazioni, sostanzialmente costrette a considerare un miraggio l’idea stessa di acquistare un’abitazione. Il piano, presentato in questi giorni, si articola in tre proposte piuttosto ambiziose.

La prima è la volontà del partito guidato da Jeremy Corbyn, una volta al governo, di costruire in dieci anni un milione di nuove case. Ma, ed ecco il secondo punto, il Labour non si propone solo di costruire centomila abitazioni all’anno, ma di ridefinire il concetto stesso di casa popolare. Il prezzo degli affitti delle case popolari non verrà più stabilito in base ai criteri di mercato ma indicizzato in base agli stipendi reali. In città come Londra ma non solo, infatti, calmierare il prezzo delle case popolari indicizzandolo al prezzo di mercato, le rende comunque inaccessibili per i ceti più bassi considerando che la speculazione selvaggia porta i prezzi del mercato abitativo a prezzi esorbitanti.

Esistono a Londra migliaia di appartamenti vuoti, acquistati solamente a fini di investimento, un tipo di speculazione edilizia che mantiene il prezzo degli immobili e degli affitti a livelli inaccessibili non solo ai ceti popolari, ma a grandissima parte del ceto medio, tanto che possedere una casa a Londra e sinonimo di spropositata ricchezza. Utilizzando il salario disponibile, invece, si renderanno veramente disponibili anche per i più poveri e per le giovani coppie queste nuove abitazioni che verranno costruite.

Il terzo e forse più importante punto è l’istituzione di un fondo statale che abbia il compito di acquistare i terreni da privati al loro prezzo reale: prima della concessione edilizia. Una delle principali fonti di speculazione sul mercato edilizio è infatti proprio quella del prezzo dei terreni che, prima che vengano considerati edificabili, valgono quasi sempre un decimo del loro valore. Tramite questo fondo apposito lo Stato provvederà ad acquistare i terreni al loro valore reale prima che vengano destinati al mercato delle costruzioni: in questo modo si abbatteranno anche i costi per poter costruire case popolari e in generale il mercato edilizio.

Un piano, come si è detto, molto ambizioso che ha l’enorme merito di mettere finalmente nel cassetto l’idea che lo Stato, soprattutto in un ambito cruciale come quello edilizio, possa solo agire da regolatore del mercato ma che possa riprendere a svolgere un ruolo attivo e da protagonista.

Le case pignorate ai più poveri: continua la protesta in Grecia

People protesting homes' auctions clashed with police at an Athens court of appeals as foreclosures continue as part of reforms under Greece's bailout plans. Athens, Greece 20 December 2017. (Photo by Dimitris Lampropoulos/NurPhoto via Getty Images)

A Stella A. a gennaio hanno detto che rimanevano 30 giorni per raggiungere un accordo con la compagnia idrica le cui bollette non riusciva a pagare. Oppure la casa dove è cresciuta sarebbe stata requisita e venduta. Dopo l’acqua, l’elettricità. «Abbiamo fatto affidamento su amici e parenti», ha detto ad Aljazeera, parlando dei prestiti che ha chiesto in giro per pagare le bollette. Alternativa non c’era: la casa dove vive con i genitori in pensione sarebbe finita sul mercato, all’asta. «Abbiamo sempre paura che arrivi un impiegato della compagnia e ci tagli la corrente, che arrivi una lettera che annuncia che la nostra casa non è più nostra».
Proteste e scontri, tafferugli da Atene a Tessalonica, proseguono da novembre a questa primavera per le case pignorate ai greci più poveri e per la politica del governo di Alexis Tsipras: una delle sue promesse elettorali era cancellare l’austerity, proteggere le classi più deboli e, soprattutto, le loro case dal pignoramento. Non è stato così.

Per la classe operaia greca le aste sono diventate il simbolo della remissività del loro governo verso le misure economiche imposte dall’Europa. Nel 2018, si è calcolato, saranno 18mila le case che appartenevano ai greci che non sono riusciti a pagare mutui, debiti contratti, semplici bollette, e che andranno vendute al miglior compratore. È parte del processo obbligatorio del programma di salvataggio voluto da Bruxelles: la Grecia ripagherà anche così i suoi debiti. È una delle misure richieste dai creditori nell’eterna crisi economica che attanaglia il Paese e accade secondo l’accordo approvato da Ue e Fmi per Atene.

Uomini dal volto coperto hanno fatto irruzione nel suo ufficio ad Atene, sfondando la porta con una mazza. Con lo stesso bastone hanno distrutto stampanti, computer e documenti. Per Barbara Sgoura, notaio, è stato il “giorno più scioccante” della sua carriera. «Sono rimasti meno di tre minuti, ma hanno fatto migliaia di euro di danni», racconta al Financial Times. La polizia è arrivata ad investigare, ma nessun arresto è seguito. È una Grecia fatta di rabbia e ribellione quella che lotta contro il pignoramento delle case di chi non riesce a sopravvivere sull’orlo della povertà. Panagiotis Lafazanis, l’ex ministro dell’energia di Syriza, uscito dai ranghi del partito di Tsipras nel 2015, è a capo delle proteste che ogni settimana tentano di impedire il lavoro dei notai che procedono con la vendita dei beni all’asta. «Queste aste sono una disgrazia, un ritorno all’autoritarismo» ha detto un mese fa Lafazanis, mentre la polizia disperdeva la folla con i gas lacrimogeni.

Niente fermerà questo processo nei mesi a venire. La prossima data è la beffa di un simbolo. Le aste online inizieranno il primo maggio, giorno della festa dei lavoratori.

La supercazzola progressiva ma flat

Danilo Toninelli nella Loggia d'Onore durante il secondo giorno di consultazioni al Quirinale per la formazione del nuovo governo, Roma, 4 aprile 2018. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

L’ultima puntata di questa perdibile saga che sono questi cinquanta giorni di consultazioni sono i patetici tentativi di raccontare simili programmi elettorali che si contraddicono con iperboli oratorie che sono degne dei pacchisti che si incrociano nei parcheggi di qualche autogrill. L’ultimo in ordine di tempo è il capogruppo al Senato del Movimento 5 stelle Danilo Toninelli che in scioltezza ha aperto alla flat tax leghista con una dichiarazione che lascia basiti: «La semplificazione fiscale è anche una nostra priorità. Una flat tax che non svantaggi le fasce più deboli e rispetti il criterio della progressività scolpito nella nostra Costituzione per noi va bene», ha detto Toninelli.

E fa niente che una flat tax che «rispetti la il criterio della progressività scolpito nella nostra Costituzione» valga più o meno come augurarsi un pollo capace di librarsi in volo: l’importante è scovare formule retoriche per rendere potabile tutto ciò che serve per tentare di non innervosire i propri elettori. Così la flat tax che fino a qualche mese fa veniva bollata come «incostituzionale», «che scassa i conti dello Stato», «una bufala» (tanto da meritarsi sul blog di Grillo il nomignolo «flop tax») ora diventa «semplificazione fiscale». Fantastico.

La politica, quando non si è capaci di farla, diventa un esercizio retorico per nascondere sotto le metafore i propri fallimenti. Così ci tocca pure sentire Salvini che apre al reddito di cittadinanza, il M5s apre alla flat tax, i distanti fingono di essere simili per annusarsi e poi reagiscono offesi se il corteggiamento non funziona. E ora, dopo averci detto per settimane quanto si assomigliano di là a destra, proveranno per qualche giorno a simularsi di centrosinistra. Di governo, nemmeno l’ombra.

Buon martedì.