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Federica Messa aka Mèsa, l’affresco in note di una generazione che sogna forte

Fino a ieri, la si poteva incontrare nei locali di tendenza di Roma, ma anche nei giardini privati, invitata a suonare per dilettare una serata: «Mi bastavano un divano o una sedia e io cantavo le mie canzoni. Posso ancora farlo, in realtà». Adesso, dopo un Ep, Federica Messa, in arte Mèsa («con l’accento aperto, mi raccomando!») ha pubblicato il suo primo album di inediti: Touché. Una stoccata, la sua, con la chitarra, che suona da sempre e imbraccia con enorme disinvoltura, per proporre musiche e testi che scrive rinchiusa nella sua cameretta.

Cantautrice a tutto tondo, anche se supportata dalla band con cui si esibisce con uno show più elettrico, e meno intimo: il 27 aprile sarà all’Ohibò di Milano, poi la vedremo ospite al prestigioso Mi ami in quel dell’Idroscalo stavolta, il 26 maggio, e poi in tournée per tutta l’estate. Siciliana di origine, ma romana di nascita, anche se fa di tutto per sviluppare, dice lei, un livello di romanità convincente: «Sono cresciuta al Torrino, in una zona periferica di Roma, fin quando non ho iniziato a fare serate in zone molto più centrali come San Lorenzo, il Pigneto, San Giovanni, dove capitavo per caso ogni tanto, non avevo questa conoscenza approfondita della mia città. In questi ultimi anni sto diventando più romana. Amo molto Roma, soprattutto adesso che inizio a fare questo mestiere, sono fortunata a essere qui».

Una laurea in Lettere, che oggi le permette di dare lezioni private a giovani studenti e, contemporaneamente, di iniziare a fare questo mestiere: «Certo – ironizza – ho unito due cose molto remunerative: la musica e la letteratura». Una passione, fin da piccola per la musica americana, con la scoperta dei Nirvana, per poi approdare ad altri generi: «…la musica punk, in generale, poi ho scoperto il cantautorato americano, mi sono appassionata a Elliott Smith, ma anche a Joni Mitchell, se vogliamo prendere una grandissima figura femminile. Più tardi, è arrivato il cantautorato italiano e mi sono appassionata tantissimo a Dalla, De Gregori e Battisti».

Ad accorgersi di lei è Bomba dischi, etichetta discografica dal gran fiuto, quella di Calcutta per intenderci, ed esce, lo scorso 2 marzo, con questo disco dal titolo francese. I brani, tutti prettamente autobiografici, sono ben undici, e, rievocando il titolo, ogni canzone sembra un incontro di scherma dove non importa tanto chi vince o contro chi si gareggia, quanto il non aver paura di gridare «touché». «Di solito, più che una ricerca, è un modo per capire quello che è successo in un determinato periodo, in un momento particolare della mia vita. Scrivo dopo che nella realtà sono successe delle cose davvero e poi è un mio modo per mettere un punto, mettere a fuoco le cose. Non è un voler ricercare, piuttosto un voler dare un nome alle cose, nelle canzoni. Nasce tutto da quelle che sono le relazioni che ho, di vario tipo: sentimentali, d’amicizia».

Infatti, i suoi testi sono un ventaglio variegato di pensieri sussurrati, anzi cantati, che Mèsa fa conoscere in tutta la loro verità. Un disco al quale bisogna predisporsi, molto poco pop, un po’ in controtendenza, ammette lei. Piccoli pezzi di vita, spesso introdotti da periodi musicali non convenzionali o molto suonati, che colpiscono subito però. Come nel brano “Tutto”, in cui ci appare da sola con la sua chitarra e sullo sfondo c’è questa Roma che prova a fare sempre più sua, elencandoci una ridda di situazioni, da ventiseienne e non. In “Oceanoletto” è la storia di un amore finito, di un rimpianto, a farci scoprire una delle sue più belle melodie.

Rapporti, momenti vissuti, ma anche riflessioni sul mondo che ci circonda: «Nel brano “Un esercito orizzontale” difendo la mia generazione, che, ci dicono, è quella di chi non ha voglia di fare, che comunque si accontenta, però non c’ha il lavoro, non ha “la linea retta” della vita. Quella che, per esempio, avevano i miei che hanno studiato, si sono sposati, hanno avuto i figli. La mia generazione si arrangia, ma forse sogna un po’ più forte e in questo pezzo ho voluto dare valore al sogno, che poi alla fine è più concreto. Noi ci sbattiamo molto per concretizzarlo questo sogno, non stiamo lì ad aspettare che succeda qualcosa, nonostante non abbiamo il posto fisso o abbiamo impiegato un po’ di più a laurearci».

Ha le idee chiare questa giovane rivelazione, che, mi piace, si sia formata nei giardini, nei locali, in questi tempi di talent e programmi in cui apparire sembra l’unica qualità. Federica, ce lo ha detto, sogna forte, anche di fare questo mestiere: «L’ho sempre saputo, in qualche modo, che volevo fare questa roba qui, ma forse ho deciso di iniziare a provarci seriamente due o tre anni fa. Perché ho iniziato a scrivere in italiano, mi sono focalizzata in maniera più metodica, più seria anche sul discorso del suonare in giro live, del trovarmi un nome, di mettere insieme dei pezzi da proporre dal vivo. Ho sempre suonato, avuto progetti in questo senso: ho sempre scritto e cantato».

Due cose interessanti di lei. Aver abbandonato l’inglese, appunto: «Ho sempre ascoltato la musica inglese, per me era naturale approcciarmi in quel modo là, però poi ho pensato che se volevo parlare in maniera più diretta, avrei dovuto usare la mia lingua, anche per chi, nel mercato italiano ascolta è sicuramente più facile. Volevo che arrivasse, oltre alla melodia, quello che scrivo». Poi questo nome particolare: «Mio nonno aveva un documento antico, sai quelli sui cognomi delle famiglie, e c’era scritto che la mia famiglia, chissà quanti mila anni fa, era di origine spagnola e che in Italia fosse stata aggiunta una esse. Non so se è vera questa storia, ma alla fine mi è parso carino chiamarmi Mèsa, anche se genera un po’ di fraintendimenti e a Roma diventa “me sa’” e la cosa mi diverte anche».

Molise, le elezioni del déjà vu con i soliti nomi: vince il centrodestra e vola l’astensione

Una foto tratta dal profilo Facebook di Donato Toma +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++

Il vecchio che avanza. Più che il centrodestra, a vincere in Molise sono stati i vecchi volti della politica regionale. Fa niente se, nel frattempo, sono intercorse condanne o bocciature a precedenti elezioni. L’italiano è un popolo che dimentica, dopotutto. E così, ad esempio, rientrerà in consiglio regionale l’ex governatore e ras del centrodestra Michele Iorio, che aveva già provato prima di ora la scalata al Senato, salvo essere bocciato il 4 marzo. Ma non si è perso d’animo: ha fondato una lista tutta sua (“Iorio per il Molise”) a supporto del candidato di centrodestra Donato Toma e si è ributtato nella mischia, conquistando un posto in consiglio regionale. Ma non da subito: a gennaio è stato condannato in appello, complessivamente dovrà scontare una sospensione di 18 mesi e forse cederà il posto ad un altro. Bazzecole. Così come lo è il fatto che Vincenzo Niro e Vincenzo Cotugno, i due presidenti del Consiglio regionale uscente che si sono succeduti nel corso dell’amministrazione della giunta di Paolo Di Laura Frattura (centrosinistra), con un bel salto carpiato hanno messo su due liste civiche candidandosi anche loro con il centrodestra. Ebbene, entrambi rientreranno in consiglio. Tutto come prima, dunque, salvo la casacca diversa. E forse non c’è nemmeno da sorprendersi visto che Cotugno è, incidentalmente, il cognato di un altro pezzo da novanta di Forza Italia in Molise, l’europarlamentare Aldo Patriciello. Parenti e partito, insomma. Da sempre: alle politiche del 4 marzo il candidato del centrodestra alla Camera era Mario Pietracupa, anche lui, manco a dirlo, cognato dell’euro-onorevole.
In una competizione serrata ma a tratti grottesca sono state determinanti le liste più che i partiti, i nomi più che i programmi. Non è un caso che il centrodestra si sia presentato con un plotone di 180 candidati che, per una regione piccola come il Molise, è tutto dire. Un esempio su tutti: la lista del già citato Cotugno, “Orgoglio Molise” (riedizione di “Rialzati Molise” con cui Cotugno si presentò nel 2013 col centrosinistra) ha raccolto più voti di Lega e Fratelli d’Italia e soltanto circa mille preferenze in meno rispetto a Forza Italia.
A gestire, dunque, la cosa pubblica si ritroveranno gli stessi artefici di quello che il Molise è oggi: sanità commissariata dal lontano 2009, disoccupazione al 14,6%, quella giovanile al 47,3% e Pil pro capite pari a un terzo della media nazionale.
Il centrosinistra, invece, avrà tanto da riflettere sulla sua definitiva Caporetto dato che è riuscita a fare anche peggio delle politiche del 4 marzo, non raggiungendo nemmeno il 18%, nonostante l’alleanza Pd-Liberi e Uguali. Il Movimento 5 stelle resta, invece, primo partito, esattamente come per le politiche: magra consolazione per chi, dopo la Sicilia, ha visto sfumare ancora la tanto agognata “Regione a 5 stelle”. Il Movimento, dati alla mano, è crollato, nel giro di poco più di un mese, dal 44% delle politiche al 31% delle regionali.
E ora, inevitabile, va in scena il gioco delle parti, col Molise-Ohio tirato in ballo o respinto a seconda della convenienza. Luigi Di Maio ha già chiarito che la piccola regione non potrà incidere sulla formazione di un governo. Tutto giusto, se non fosse per il fatto che fino a venerdì scorso il pentastellato diceva esattamente l’opposto; Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, invece, più che alla formazione del governo guardano alla leadership interna, esaltando il determinante risultato ora di Forza Italia, ora della Lega. Salvo, poi, essere sbugiardati dai numeri: il primo con il 9,4% resta, seppur di poco, primo partito della coalizione ma in netto calo dal 16,1% delle recenti politiche, mentre la Lega si ferma poco sotto il risultato del voto del 4 marzo all’8,3% (da 8,7%).
Al di là delle dichiarazioni di circostanza (anche la Meloni parla di «fondamentale contributo di Forza Italia» col suo 4%…), diventa difficile che il centrodestra possa sfaldarsi in vista di un governo. Tutto resta appeso. Come prima, più di prima. A meno che non sia il Pd a giocarsi la carta di un governo con i 5 stelle, magari con l’alibi della “responsabilità” in ossequio a Sergio Mattarella, nel tentativo di resuscitare dalle nere ceneri in cui è sprofondato.
Resta però un vuoto, colossale, su cui tutti dovrebbero riflettere, vincitori e vinti: a votare è andato solo un cittadino su due (affluenza al 52,2%, contro il 71,6% delle politiche di marzo). La politica è sempre più sinonimo di sfiducia. Ed è questo il dato, ultimo, che fa più terrore.

Stephen Lawrence ucciso per il colore della pelle: la Gran Bretagna fa ancora i conti con il razzismo

epa06662288 (FILE) - A handout photo made available by the London Metropolitan Police Service in London, Britain on 03 January 2012 showing Stephen Lawrence. The London Metropolitan Police (MPS) on 11 April 2018 state that as it approaches 25 years since the tragic night that Stephen Lawrence was murdered, the MPS is reviewing the status of the investigation. Despite previous public appeals: rigorous pursuit of all remaining lines of enquiry: numerous reviews and every possible advance in forensic techniques, the Met investigation team is now at a stage where without new information the investigation is unlikely to progress further, and this was explained to the family earlier this year. Stephen was stabbed to death by a group of six white youths in an unprovoked racist attack as he waited at a bus stop on Well Hall Road in Eltham, London, Britain on 22 April 1993. EPA/LONDON METROPOLITAN POLICE / HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES *** Local Caption *** 52934991

Murdered because of the color of his skin, ucciso per il colore della sua pelle. Stephen era solo un teenager che passeggiava per le strade del sud est di Londra, quando è stato ammazzato a Eltham la notte del 22 aprile 1993 durante un’aggressione a sfondo razziale. Venticinque anni dopo il fratello Stuart lancia di nuovo l’allarme: «Temo per la mia vita».

Ma cos’era accaduto in quell’aprile del 1993? «L’omicidio che ha cambiato la nazione», come lo chiama la Bbc che ne fa una storia accurata, tappa per tappa, risale a 25 anni fa, ed è un caso giudiziario che ha segnato per sempre la storia del Paese. La Gran Bretagna fu costretta a confrontarsi con il suo razzismo, quello dei suoi cittadini, ma soprattutto quello delle sue istituzioni che intralciarono le indagini, nel 1993. Un quarto di secolo dopo la morte di Stephen Lawrence i conti col passato non sono ancora chiusi. Eppure è tempo che accada, dice la madre del giovane, Doreen.

Il 23 aprile 1993, un giorno dopo l’omicidio di suo figlio, una lettera anonima con i nomi dei sospetti assassini viene lasciata in una cabina telefonica a Eltham. Accanto al numero 1 cerchiato c’è il nome di Neil Acourt. Segue quello di Dave Norris, Jamie Acourt e il numero 4: Gary Dobson. La polizia comincia a sorvegliarli quattro giorni dopo. Il 4 maggio però la famiglia di Lawrence è delusa: non si sta facendo abbastanza per trovare i responsabili della morte del ragazzo. Le conferenze che tengono via via per denunciare i ritardi della giustizia sono pubbliche, durante una di queste c’è un ospite illustre: Nelson Mandela.

Arriva il giugno del 1993: i due fratelli Acourt, Neil e Jamie, il numero uno e tre della lista, vengono arrestati, insieme a David Norris e Gary Dobson. Neil e un altro membro della gang, Luke Knight, vengono identificati come responsabili dell’omicidio, ma respingono le accuse. Le prove non sono abbastanza, vengono scarcerati. Ma la battaglia dei Lawrence continua: nel settembre 1994 lanciano una private prosecution, un procedimento privato contro le stesse persone, che però fallisce di nuovo. I tre sono a piede libero, acquitted, assolti. La disputa legale va avanti per anni ed anni. Fino al 1998, quando il giudice sir William Macpherson conclude che le indagini svolte erano state intralciate dalle forze dell’ordine stesse, perché Stephen era nero. Razzismo dei killer, razzismo della società, ma soprattutto delle autorità: chi doveva rendergli giustizia, il Crown Prosecution Service, non lo aveva fatto abbastanza, perché si trattava di un cittadino di colore e non di un bianco. Oggi si riferiscono tutti al rapporto Macpherson come a «una delle decisioni più importanti della giustizia criminale della storia moderna britannica». Perché per la prima volta la questione non veniva taciuta e nascosta con ipocrisia.

I membri della gang che hanno ucciso Stephen sono finiti in prigione solo nel 2012, 19 anni dopo le ferite letali inferte al giovane, ucciso per strada quando aveva 18 anni solo perché aveva la pelle nera e passeggiava nei dintorni, quella notte ad Eltham. Altro motivo non c’era.

Neville Lawrence ha ormai i capelli bianchi. I fiori che lascia sul marciapiede dove è stato ucciso suo figlio sono dello stesso colore. Dice di aver perdonato i killer di Stephen. Quello che gli è successo, è, in qualche modo, successo all’intero Paese.

La storia di Stephen è diventata il simbolo della battaglia contro il razzismo in Gran Bretagna e il Paese in questi giorni lo ricorda. Il fratello di Stephen, Stuart, ha portato avanti questa battaglia e la sua memoria, ma tutti sanno dove abita. Sia la famiglia della gang, sia i membri della polizia, che «dovevano servire e proteggere, ma hanno protetto e servito solo se stessi e i criminali, questo è assolutamente diabolico». Stuart ha paura di morire e di essere ucciso come suo fratello, perché forse le cose non sono cambiate del tutto, ma dice di avere una cosa più importante da fare, un esempio di lotta per la giustizia da continuare a mostrare a suo figlio.

Il coraggio di Anna

Pentirsi dall’interno di un’organizzazione criminale è sempre un passo difficile. Pentirsi in ambienti ‘ndranghetistici è ancora più complicato per i rapporti di sangue che spesso intercorrono all’interno del clan e che “pesano” nel trasformare un pentimento in un tradimento, ed è comodissimo per i boss.

A Catanzaro c’è una donna che da qualche tempo sta raccontando tutto quello che sa sui rapporti criminali che stanno dietro alla maxi rapina al caveau della Sicurtransport (8,5 milioni di euro il bottino totale) che il 4 dicembre 2016 una banda foggiana ha messo a segno con la collaborazione delle ‘ndrine (attraverso un uomo della cosca degli Arena).

Una rapina da film: auto e furgoni incendiati per bloccare il passaggio e isolare la zona, quindici persone armate con strumenti ad alta tecnologia, una ruspa con martello pneumatico per sfondare il caveu, un dispositivo inibitore di frequenze per impedire qualsiasi possibilità di conversazioni telefoniche.

Anna Cerminara era la compagna di Giovanni Passalacqua (una delle menti del colpo) e di fronte ai magistrati ha raccontato tutti i particolari dell’azione, della sua preparazione, tutti i nomi e i cognomi. Nonostante le pressioni del suo ex compagno dopo che lei ha deciso di entrare nel programma di protezione testimoni e nonostante le continue minacce rivolte anche al figlio Anna ha proseguito il suo percorso di collaborazione con i magistrati della DIA di Catanzaro. Era entrata nel programma di protezione ma poi la paura aveva preso il sopravvento: “O ci pensi tu, o ci pensiamo noi” dicevano a Passalacqua pretendendo che lei dicesse tutto quello che aveva raccontato alla Polizia. Poi Anna ha ritrovato le forze per chiedere aiuto e protezione allo Stato. E ha detto tutto.

E a me sembra una storia che infonde speranza, in questo lunedì.

La passione e l’impegno di Louise Michel nella Comune di Parigi

In uscita per la casa editrice Elèuthera, un racconto polifonico della più celebre «incendiaria» parigina. Ne “Il tempo delle ciliegie”, lo scrittore e musicista Marco Rovelli racconta l’epopea dell’anarchica Louise Michel, e il suo impegno nella Comune di Parigi, che pagherà con la deportazione in Nuova Caledonia. Vi proponiamo qui un estratto dell’opera:

[divider]Il tempo delle ciliegie[/divider]

Henri, giardiniere del castello di Vroncourt

Dicono che sia stata lei a incendiare Parigi. Le notizie qui a Vroncourt arrivano tardi, sempre che arrivino: ma stavolta pare che da Parigi un giudice abbia chiesto direttamente al sindaco informazioni su Louise. Dicono che a Parigi non si faccia che parlare di lei ovunque. L’incendiaria, dicono. Ma io non ci credo. Me la ricordo bene, Louise, al castello.

Chissà come deve star male chiusa dentro la cella della prigione. Me la ricordo bene, sapete, si doveva sempre correrle dietro per tenerla a bada, non poteva star ferma. Era attratta dal bosco. E dai lupi. Per i lupi aveva una vera e propria passione. Nel cortile del castello, che poi era una grande casa squadrata e tozza, con quattro torri agli angoli, arrivavano i lupi, d’inverno, durante le tempeste.

Ululavano nel cortile in mezzo alla neve, e Louise stava alla finestra, incantata, a cercare di decifrare le ombre. Ovvio, le facevano paura, a quale bambina non fanno paura i lupi? Ma era proprio quella paura a stimolarla. Era proprio per quella paura che li cercava. I lupi per lei non hanno mai rappresentato il Male, non c’erano lupi cattivi per lei. O meglio, c’erano, ma erano gli uomini-lupo, quelli che pur dotati di ragione facevano il Male. Che poi per lei il Male era una cosa semplice. Avere un pezzo di pane e non spartirlo con una bambina incontrata per la strada, quello era il Male. Non glielo aveva insegnato nessuno, era proprio qualcosa che aveva dentro dalla nascita. Chissà poi, io non sono istruito, so appena leggere e scrivere, non ne capisco di queste cose da filosofi . Ma che tipo era Louise, questo lo so bene.

Sua madre lavorava per i Demahis, come il sottoscritto. Il padre non venne mai rivelato. Ma noi lo sapevamo bene che era stato il figlio dei padroni, Laurent, a mettere incinta la serva. Marianne, che era proprio una bella ragazza, bionda con gli occhi azzurri. Louise non le somigliava, purtroppo. Sì, nei castelli della nobiltà era un fatto comune, la serva è una proprietà che si usa per apprendere certe arti amatorie: ma io me lo ricordo che tra Laurent e Marianne c’era stato del tenero. Forse fu per questo che lui se ne andò a vivere altrove, non poteva sposarla, ma non poteva continuare a convivere sotto lo stesso tetto, chissà. Io almeno me la sono sempre immaginata così. Qualcuno invece dice che fosse il padrone a essere il padre di Louise, ma io non ci credo. Fatto sta che furono Monsieur Étienne-Charles e Madame Charlotte a prendersi cura della piccola. La allevarono come una nipote, o una figlia se volete, le diedero un’educazione: erano nobili illuminati, loro, volterriani, laici. Le volevano bene. Vi dico, nei dintorni Louise era conosciuta come Mademoiselle Demahis. Mi ricordo che un giorno la figlia, che si era sposata e ogni tanto tornava al castello, si arrabbiò perché loro le facevano prendere lezioni di musica: «Ma siete impazziti», urlò, «si dimenticherà la sua posizione!». Insomma, Louise aveva una mamma e due nonni. Dalla mamma prese la devozione: Louise era molto religiosa, da piccola. Dicono che non lo sia più, ma io mica ci credo.

Il prato, sapete, ho spesso pensato che fosse quella la sua casa. Non era una ragazza da castello, Louise, per quanto sapeva sempre ben comportarsi, s’intende. Ma appena poteva andava a girare nei prati. C’erano un sacco di animali, attorno al castello. Cani, gatti – un sacco di gatti, che lei ci parlava di continuo! – e una vecchia asina che Louise e Monsieur Étienne seppellirono sotto un’acacia. E poi i cavalli che venivano nella corte, e lei gli dava sempre da mangiare… Mi ricordo che odiava il modo in cui i contadini trattavano gli animali, o gli altri bambini che si divertivano a torturarli.
Che se è vero che adesso la deporteranno in Nuova Caledonia come dicono, di sicuro per lei sarà molto meglio della prigione. Tra le foreste e i selvaggi, quello sarà un posto che amerà.

Sapete, mi toccò pure rimproverarla perché rubava frutta, e pure dei soldi, al castello, per darli a dei bambini che secondo lei ne avevano bisogno… Li vedeva vestiti male, scalzi, e allora andava da loro e gli diceva: «Prendi». Io un paio di volte la afferai e la feci rientrare, ma poi non me la sentii, lasciai che facesse i suoi regali. Certo che quella volta che tornò senza le scarpe perché le aveva date a un povero, beh quel giorno anche i suoi nonni si arrabbiarono.
Mi spiace non potermi immaginare tutto quello che avrà sofferto in questo periodo. Se potessi, andrei da lei e me la abbraccerei. Ormai sono alla fine, ma prima di morire mi sarebbe piaciuto rivederla e riabbracciarla. Temo che dovrò morire senza averlo fatto, però. (….)

La Biblioteca di New York, fucina culturale anti Trump

Da oltre cinquant’anni Frederick Wiseman, il decano dei documentaristi premiato con l’Oscar alla carriera nel 2017, è impegnato in un lungo viaggio con l’obiettivo di esplorare funzioni, ruolo sociale e meccanismi interni delle istituzioni americane. Il suo non è un approccio didascalico o didattico tipico di una certa scuola documentaristica, ma di scoperta. Per il pubblico a cui Wiseman si rivolge, ma anche e soprattutto per lo stesso regista. Con il suo nuovo film, Ex Libris, in uscita proprio in questi giorni (23-25 aprile), Wiseman si confronta con il mondo delle biblioteche pubbliche, e nello specifico quella di New York, con i suoi 92 distaccamenti sparsi per la città.

Il primo aspetto che salta all’occhio, e che la distingue da gran parte delle altre istituzioni prese in esame in precedenza dal regista, è la straordinaria atmosfera di serenità, solidarietà e collaborazione che vi si respira tra le persone. «C’è effettivamente qualcosa di allegro e l’umore alto è contagioso» ci racconta Wiseman, che con questo film che ora esce in sala è stato in concorso a Venezia dove ha vinto il Premio Fipresci. «Lo staff alla New York Public library è creativo e generoso. Certo, sarebbe irreale che non vi fossero mai dissapori. Solo che a me non è capitato di assistere a questi momenti», dice sorridendo il regista.

A Wiseman preme, con il suo documentario, «enfatizzare la missione della biblioteca, l’offerta di un certo tipo di servizi alle persone». Non è che la New York Public library riesca a offrire una soluzione per tutto ciò che in America non funziona, racconta, «ma è magnifico che esista una tale istituzione». In genere, l’idea che si ha delle biblioteche è quella di un luogo principalmente destinato alla salvaguardia, all’archiviazione e alla lettura di testi di varia natura. Ciò che invece emerge da Ex Libris è come la biblioteca pubblica sia in realtà un apparato organico in grado di offrire un’ampia gamma di opportunità ai cittadini.

È un luogo sì di apprendimento, ma anche di…

L’articolo di Marco Cacioppo prosegue su Left in edicola


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La monarchia assoluta che piace all’Occidente

TOPSHOT - Members of Saudi Arabia's Crown Prince Mohammed bin Salman's delegation leave 10 Downing Street, in central London on March 7, 2018. British Prime Minister Theresa May will "raise deep concerns at the humanitarian situation" in war-torn Yemen with Saudi Crown Prince Mohammed bin Salman during his visit to Britain beginning Wednesday, according to her spokesman. / AFP PHOTO / DANIEL LEAL-OLIVAS (Photo credit should read DANIEL LEAL-OLIVAS/AFP/Getty Images)

Incontrando a Parigi il presidente francese Macron lo scorso 10 aprile, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman era stato chiaro: «Se l’alleanza con i nostri partner lo esige, risponderemo “presente” all’azione militare contro Damasco». Quattro giorni dopo, una pioggia di missili lanciati da Usa, Inghilterra e Francia sarebbe piovuta su Homs e Damasco colpendo il centro ricerche di Barzeh nella capitale siriana, un sito militare e un centro di comando a Homs che, secondo il Pentagono, erano utilizzati dal governo di Bashar al-Assad per la produzione e lo stoccaggio di gas. Riyadh non ha preso parte all’offensiva, ma il sostegno della monarchia wahhabita all’attacco è stato immediato: «Una risposta al continuo uso da parte del regime di armi chimiche contro civili tra cui donne e bambini» ha detto in una nota il ministero degli Esteri.

Riyadh sa perfettamente che quanto accaduto il 14 aprile è un evento che gioca a suo favore. Che si sia trattato o meno di uno show di Usa, Francia e Inghilterra – attacco limitato e al momento isolato, Russia informata in anticipo e non colpita dai missili, danni irrilevanti per il regime – resta il fatto che il messaggio mandato dal fronte anti-Assad a Russia e Iran è concreto: il conflitto siriano non può terminare con la vittoria dell’asse Mosca-Teheran-Damasco. Notizie incoraggianti per una monarchia, quella saudita, che nel conflitto in Siria ha inviato armi e denaro a gruppi di «opposizioni moderate» nel tentativo di far cadere il presidente siriano sostenuto dall’arci rivale Iran e dalla Russia.

Un progetto che…

L’articolo di Roberto Prinzi prosegue su Left in edicola


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Le incognite della guerra fredda 2.0

Participants of the Conference on International Security gather together near a big screen showing a Russian warplane unloading its weapons over target in Syria, prior to the session in Moscow, Russia, Wednesday, April 4, 2018. Top Russian defense and security officials on Wednesday launched diatribes at the West, accusing it of fomenting a new Cold War in a bid to retain waning influence in global affairs. (AP Photo/Alexander Zemlianichenko)

Un decano della diplomazia come Sergey Lavrov, ministro degli Esteri russo, ha recentemente dichiarato che oggi la situazione nei rapporti tra gli Stati è «peggiore di quanto non fosse nella classica guerra fredda, perché allora si osservava un certo decoro mentre ora gli occidentali ricorrono apertamente alle menzogne, alla pura e semplice diffusione di fake news». Un acuto osservatore della politica internazionale come Sergio Romano ha perfino scritto un libro intitolato In lode della guerra fredda sostenendo che in fondo quell’ordine, quei «cinquant’anni trascorsi dalla fine della Seconda guerra mondiale erano stati la pace più lunga del continente euroasiatico dai trattati di Vestfalia ai nostri giorni». Ma è veramente così? Davvero la guerra fredda fu un’epoca di pace e di rapporti tra gli Stati basati sul mutuo rispetto?

Per molti giovani di oggi la guerra fredda è qualcosa che hanno studiato a scuola, ma per chi ha qualche anno in più si è trattato di un orizzonte geopolitico e culturale, di un sistema di relazione tra gli Stati, di uno scontro ideologico che ha permeato un intero periodo storico. Nello scontro tra i blocchi contrapposti tra occidente e oriente, tra capitalismo e comunismo, tra democrazia e dittatura ogni individuo era chiamato a schierarsi, ad appoggiare la Nato o il Patto di Varsavia. La sinistra italiana e internazionale (salvo le piccole minoranze eretiche e della nuova sinistra) ne rimase schiacciata: da una parte i comunisti che sostenevano più o meno criticamente il blocco sovietico e dall’altra i socialdemocratici che pur con qualche distinguo appoggiavano l’alleanza occidentale.

Attraverso scontri diplomatici, guerre per procura (come quella coreana del 1950 o quella vietnamita degli anni 60-70), spionaggio politico, industriale e militare si dipanò un confronto che durò quasi mezzo secolo.
Il simbolo della guerra fredda fu il muro di Berlino che divideva l’ex capitale del Reich in due zone di influenza. Lungo 155 km, era stato fatto costruire dai russi nel 1961 per frenare la fuga di tedeschi – soprattutto forza-lavoro qualificata – dell’Est verso l’Ovest. Uno dei principali fondamenti della guerra fredda non fu che un mito: non si trattò di uno scontro tra due blocchi più o meno equivalenti.

In realtà…

Il reportage di Yurii Colombo da Mosca prosegue su Left in edicola


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L’ira dei siriani: «Perché vi indignate solo ora?»

A picture taken on April 16, 2018 in the rebel-held Syrian town of Binnish shows 45-year-old Syrian artist Aziz al-Asmar drawing a graffiti, with a caption next to it reading in Arabic: "Abu Ivanka, may God guide you, your strike is like a roosters fart." The graffiti, which refers to US President Donald Trump as "Father of Ivanka", shows three missiles being spewed out of a rooster's backside. It was painted on a wall in the town of Binnish, in a rebel-controlled area of the northeastern Syrian province of Idlib, in the aftermath of April 14 missiles strikes on Syrian regime targets by the United States, France and Britain. "It was like a useless cry," al-Asmar said of the strikes launched in response to an alleged chemical weapons attack on the rebel town of Douma, near Damascus. The graffiti "is a message to the US administration and Trump that our people has really been disappointed by the US administration's policies. It would have toppled Bashar al-Assad by now if it had really wanted to," he said. / AFP PHOTO / OMAR HAJ KADOUR (Photo credit should read OMAR HAJ KADOUR/AFP/Getty Images)

Sono stati cinque giorni febbrili sui social network, quelli intercorsi tra l’attacco chimico contro l’enclave ribelle di Douma, alla periferia di Damasco, e le incursioni “punitive” di States e alleati. Molto contraddittori – come di consueto – i commenti dei siriani, segnati o da una amara ironia, o da un grande allarmismo. Ad aver paura erano soprattutto gli abitanti del centro di Damasco, e di altre aree sotto il controllo del regime di Assad, poco abituati ad assistere ad incursioni aeree.

Dall’“Assadistan” giungono i timori della gente comune e le denunce arrabbiate dei sostenitori del regime, nelle quali si parla di «invasione», «rischio terza guerra mondiale», perdita di «sovranità nazionale»… Di tutt’altro tono, invece, i commenti di chi vive nelle aree fuori dal controllo di Assad, dove le battute sugli avventurosi tweet del presidente statunitense andavano per la maggiore: «Vai Abu Ivanka! Colpisci la bestia, colpiscila forte!» («Abu Ivanka», papà di Ivanka, è il nomignolo con cui viene ironicamente chiamato Trump da molti siriani sui social, nda).

Se, da una parte, erano davvero in pochi a sperare che l’attacco alleato avesse un impatto degno di nota, e potesse spostare gli equilibri militari o far vacillare le alleanze che tengono in piedi il regime, dall’altra erano in tanti a sperare che l’attacco avesse potuto ridurre, almeno temporaneamente, la capacità di bombardare dell’aviazione del regime. Le speranze di questi ultimi sono svanite dopo l’attacco, durato solo 70 minuti, diretto verso depositi, laboratori e centri studi a Damasco, obiettivi ritenuti legati al programma chimico siriano. Un attacco preannunciato alle forze russe, quindi anche al regime, che ha avuto tutto il tempo per evacuare uomini e mezzi.

Al punto che la temutissima «aggressione imperialista che ci porta…

L’articolo di Fouad Roueiha prosegue su Left in edicola


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L’essere umano che compare alla nascita

È uscito qualche giorno fa l’ennesimo articolo sensazionalistico su Repubblica che annuncia la scoperta “definitiva”: trovate le aree del cervello responsabili della schizofrenia! Sarebbe infatti il malfunzionamento di queste aree, una parte di cervello che si rompe, che determinerebbe i sintomi schizofrenici: dissociazione, rapporto con la realtà alterato, delirio, catatonia…

D’altra parte Repubblica è lo stesso giornale che pubblica gli interventi di Recalcati, interventi in cui sembrerebbe in gioco un pensiero e non solo il funzionamento chimico-biologico del cervello. Anche se poi quale sia questo pensiero e soprattutto come funzioni è difficile se non impossibile da capire, almeno dalle parole di Recalcati. In entrambi i casi però rimane fondante un’idea di pensiero oppure di un meccanismo di funzionamento del cervello che è sostanzialmente scorrelato da ciò che gli accade intorno. Non si ipotizza mai che possa esistere un’influenza esterna che modifichi il pensiero o il funzionamento biologico del pensiero. Viene quindi da chiedersi come questi signori possano fare psicoterapia: se il pensiero non si modifica a cosa serve la psicoterapia? Perché chiamarla terapia se non è possibile modificare alcunché?

È incredibile come Repubblica continui da decenni a ripetere sempre lo stesso mantra: il pensiero è immodificabile, il pensiero è il funzionamento biologico dell’organo cervello, la malattia mentale è ascrivibile interamente al funzionamento biologico del cervello. Perché? Perché questa pervicacia a insistere ad annullare e far sparire sempre, insistentemente il fatto che in Italia, nel 1971, è stata scoperta la causa della malattia mentale, inclusa la schizofrenia. È la scoperta contenuta in Istinto di morte e conoscenza di Massimo Fagioli, dove viene tra l’altro raccontato il percorso di cura e guarigione di un grave caso di schizofrenia. Fagioli ha scoperto e compreso dove nasce la fantasia, cosa la nutre e cosa la uccide. Ha scoperto e compreso che cosa è la malattia e come lo psichiatra può affrontarla per eliminarla definitivamente. Come per le malattie organiche in cui per eleminare la malattia si elimina la sua causa, nelle malattie mentali, scoperta la causa la si può eliminare per eliminare la malattia. La causa non è organica perché riguarda il pensiero che è una realtà non materiale.

Se si considera il pensiero come monade a se stante, non influenzabile dall’esterno, realtà eterna e non modificabile, allora non esiste malattia e non esiste cura. Ma non c’è nemmeno rapporto tra esseri umani. La scoperta della malattia mentale è stata la simultanea scoperta della fisiologia della mente umana, ossia del suo funzionamento “sano”. Ed è stata la scoperta della verità dell’essere umano che è il rapporto con gli altri. Quando c’è la malattia quello che non funziona più è il rapporto con gli altri. È quella realtà che va in crisi. La bravura del medico psichiatra è capire quali sono i segnali che indicano un problema psichico. La malattia è l’esito finale della reazione psichica a rapporti d’amore deludenti. Il bambino appena nato cerca l’amore della madre e offre con tutto se stesso l’amore del suo essere.

Essere che si è formato come reazione alla realtà inanimata aggressiva. La reazione, la prima reazione è di far sparire l’aggressione violenta e la creazione di un pensiero, un’idea, di rapporto totale con un altro essere umano. La reazione allo stimolo nuovo (la luce) è la pulsione di annullamento. Con essa e insieme alla vitalità del corpo, il neonato realizza l’esatto opposto della realtà che lo aggredisce: elimina l’inumano per fare qualcosa di totalmente umano, il primo pensiero, ciò che Fagioli chiamò inconscio mare calmo. Elimina la violenza per fare qualcosa di totalmente opposto a essa: una reazione che è amore e tendere verso l’altro. È la capacità di amare, la forza del cuore, che ogni neonato ha e che gli fa amare senza condizioni l’altro essere umano. La malattia viene quando questo amore totale del neonato viene negato e annullato. La cultura propalata da Repubblica e da tanti altri grandi media è l’annullamento dell’identità del bambino. Essi sostengono che il bambino nasce perverso e violento. Pensi solo a se stesso. Non ha rapporto con gli altri. Non ha capacità di amare. Sono proiezioni. È quella cultura che non ha la minima idea di cosa voglia dire amore per gli altri né tantomeno ha la più pallida idea di cosa sia la fisiologia o patologia mentale. Perché annullare una realtà significa non vedere. E non vedere significa non capire. Dopo di ché accade che la propria incapacità di vedere diventa volere che gli altri non siano e non sappiano, che gli altri non vedano.

Il commento di Matteo Fago è tratto da Left in edicola


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