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Chi protegge i preti pedofili? Lo Stato fa finta di niente

Pope Francis is greeted by Italian Prime Minister Paolo Gentiloni during an audience with the leaders of EU countries at the Vatican City on the occasion of the celebrations to mark 60th anniversary of signing the Treaty of Rome, 24 March 2017. ANSA/L'OSSERVATORE ROMANO +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

«Chi vede un bambino non vede nulla»; «Felice chi ha dei figli, ma non infelice chi non ne ha»; «Piccolo è il bambino, piccolo è il lutto»; «Non si deve dire un segreto a una donna, a un pazzo o a un bambino». Si tratta di una breve antologia di detti popolari coniati nell’attuale Europa tra il XV e il XVI secolo e raccolti dallo storico Jean Delumeau in uno dei suoi saggi più famosi, Il peccato e la paura (Il Mulino, 2006). «Quando ebbe inizio l’età moderna europea – spiega Delumeau – l’atteggiamento d’incomprensione nei riguardi dell’infanzia si rivela ancora largamente diffuso e riveste due aspetti tra loro complementari: la scarsa sensibilità per la freschezza e l’innocenza del fanciullino, la scarsa emozione per la sua fragilità; e la tendenza a vedere il fanciullo in età scolare (come diremmo noi oggi) come un insieme di difetti, un essere cattivo e maligno che occorreva necessariamente disciplinare affinché non diventasse adulto malvagio».

Questa antologia di proverbi, «per quanto contenuta, ci fa capire che il bambino non era riconosciuto come tale. Si tratta di una creatura che acquisterà valore solo quando sarà stata disciplinata, diventando uomo», osserva lo storico francese. La sua chiave di lettura del rapporto del mondo adulto con quello dell’infanzia nella cultura occidentale e cristiana al termine del Medioevo, può essere utile per osservare anche alcuni fatti di estrema attualità. L’annullamento dell’identità umana del bambino non è infatti una dinamica che appartiene solo al passato, né tanto meno – purtroppo – è stata definitivamente consegnata alla Storia della nostra civiltà. L’idea violentissima che scaturisce dalla “fusione fredda” tra il logos – il bambino non è un essere umano finché non entra nell’età della ragione (paideia) – e il pensiero religioso cattolico – il bambino è malvagio per natura (peccato originale) -, ne porta con sé un’altra altrettanto criminale: se non è essere umano, lo si può uccidere tranquillamente.

Va ricercata qui, in estrema sintesi, la radice “culturale” della pedofilia, della sua giustificazione e della protezione riservata ai pedofili ad esempio dai gerarchi vaticani, di cui tanto spesso si sente parlare nel caso dei sacerdoti stupratori. Non solo. Contro questo crimine orrendo tante parole vengono spese e tanti impegni sono presi a livello istituzionale, ma poi, nei fatti, raramente si traducono in qualcosa di concreto. È questo il caso dell’Italia, e del nostro governo e Parlamento, in particolare quando c’è di mezzo la Chiesa cattolica.

Veniamo ai fatti. Nel 2016, per primi su Left (n. 50 del 10 dicembre) denunciammo con l’avvocato Caligiuri del foro di Roma, la violazione della Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale, ratificata dall’Italia nel 2012. Ci si riferiva allora alle…

L’inchiesta di Federico Tulli prosegue su Left in edicola


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«Il 25 Aprile non può essere una celebrazione di parte», il comune di Todi esclude i partigiani dalla festa di Liberazione

Il corteo organizzato dall'Anpi, l'Associazione nazionale partigiani, per il 25 aprile, 25 aprile 2016. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Festa della Liberazione con i liberatori in disparte. A Todi, in provincia di Perugia, il Comune ha tolto il patrocinio e il logo dell’Anpi (Associazione nazionale partigiani d’Italia) dalle celebrazioni per il 25 Aprile. È la prima volta che succede nella storia della città e forse anche in Italia. «L’imprevedibile e sconcertante presa di distanza avviene a soli cinque giorni dalla ricorrenza e lascia tutti senza parole» racconta l’Anpi in una nota emessa subito dopo aver preso atto dell’esclusione.

«L’amministrazione comunale ha inteso predisporre un programma delle celebrazioni, che sia quanto più istituzionale possibile, evitando, quindi, di aderire a programmi e celebrazioni che abbiano una impostazione di parte» questa la motivazione con cui il Comune di Todi ha giustificato il no all’assegnazione del patrocinio. Una scelta assolutamente inaspettata, stando alla ricostruzione dell’Anpi.

Tutto ha inizio il 27 marzo, quando la sezione locale dell’Anpi ha presentato all’amministrazione comunale il programma delle celebrazioni e fatto richiesta di spazi, patrocinio e di poter apporre il proprio logo. Il 5 aprile, il presidente, Camilla Todini, si è incontrata in comune con il sindaco Antonino Ruggiano e con il consigliere comunale Claudio Ranchicchio per discutere del programma proposto. Da quell’incontro «nulla ha lasciato intendere che la condivisione della celebrazione fosse in qualche modo o per qualche motivo a rischio e, non essendosi mai verificato tale fatto, niente poteva farlo supporre» si legge nel comunicato. Tutto si è svolto come sempre, infatti il Sindaco aveva già incaricato la sua segretaria di invitare le autorità per partecipare alla commemorazione.

Convinti della collaborazione del Comune, i membri dell’Anpi avevano già cominciato ad affiggere manifesti e locandine in giro per la città e per le frazioni. Il sindaco era al corrente del fatto che i manifesti e le locandine fossero già state stampate, in quanto si era coordinato con l’associazione dei partigiani affinché su manifesti e locandine comparisse anche il logo dell’orchestra che avrebbe suonato alla festa.

L’amara sorpresa arriva nel tardo pomeriggio del 19 aprile, quando il Comune decide di negare il patrocinio.  L’Anpi, continua il comunicato, definisce «a dir poco grave» la decisione del Comune, e non esita a chiamarla «un attacco alla storia e alla memoria di questo Paese, un oltraggio alla Costituzione». «Certo, siamo di parte, siamo partigiani, siamo e saremo sempre dalla parte dell’antifascismo» si legge ancora nella nota, ma «si può celebrare il 25 Aprile stando da un’altra parte?». «Le istituzioni devono essere pienamente antifasciste come chiesto dalla Costituzione italiana, – ricorda l’associazione dei partigiani – una celebrazione istituzionale non può che essere pertanto antifascista anch’essa». Questa è la parte da cui si schiera l’Anpi, dalla parte dell’antifascismo, della Costituzione, della pace e dell’uguaglianza, temi che verranno affrontati nel corso delle celebrazioni. Quale di queste quindi è «la “parte” a cui l’amministrazione comunale non vuole aderire?». Considerare “sbagliata” la parte da cui si schiera l’Anpi, «la dice lunga sulle idee dei nostri amministratori» osserva l’associazione dei partigiani. «Mancare di rispetto all’Anpi equivale a mancare di rispetto alle istituzioni.» Quando l’associazione dei partigiani fu invitata alla Camera, in occasione del 70esimo anniversario della liberazione dal nazifascismo, l’ex presidente della Camera Laura Boldrini si rivolse così ai partigiani presenti: «Voi non siete qui come ospiti ma siete qui come padroni di casa». Nonostante lo sconcerto, l’Anpi sarà comunque in piazza del Popolo a festeggiare.

Ricordiamo che in tutte le iniziative organizzate dall’Anpi nazionale per la festa della Liberazione sarà possibile firmare in favore della campagna “Mai più fascismi”, un appello alle istituzioni affinché si attivino contro le manifestazioni di razzismo e gli atti di violenza a sfondo neofascista che si stanno moltiplicando in Italia.

Tra i principali eventi del 25 Aprile, segnaliamo il corteo che sfilerà a Roma fino a Porta San Paolo, e quello di Milano, a cui parteciperà Carla Nespolo, presidente nazionale dell’Anpi.

L’attualità del giovane Marx (podcast). Gli interventi di Don Pasta, Alessandro Portelli e Francesco Valerio della Croce

Da giorni, è sbarcata nelle sale italiane una pellicola che ha aperto un vivace dibattito a sinistra: Il giovane Karl Marx, primo film dedicato alla vita e al pensiero del ventenne filosofo, teorico del comunismo.
Un film diretto dal regista e documentarista haitiano Raoul Peck – tra le sue ultime opere, I’m not your Negro, 2016, con cui ha affrontato in modo magistrale la questione della genesi del razzismo negli Stati uniti – che arriva a 200 anni dalla nascita di Marx, e a 170 dalla pubblicazione del Manifesto del Partito comunista, in un momento di crisi della sinistra.

Un film che mostra quanto siano attuali le intuizioni del primo Marx, il Marx romantico, ancora profondamente legato alla critica della alienazione religiosa, quello appassionato e voglioso di trasformare il mondo oltre che interpretarlo, parafrasando le celebri Tesi su Feuerbach.

Left è stato invitato dal distributore, Wanted, ad intervenire alla prima romana del film al cinema Farnese. Al termine della proiezione, sono intervenuti lo chef e scrittore Don Pasta, Alessandro Portelli, professore di letteratura angloamericana e giornalista, e Francesco Valerio della Croce, Segretario nazionale della Federazione giovanile comunista italiana. A Left on air, vi proponiamo i loro tre interventi, le loro letture a caldo del film, incalzati dalle domande di Alessandro Tiberio, organizzatore della serata e distributore della pellicola.

Buon ascolto

In Pakistan il movimento dei giovani Pashtun si ribella alla violenza dei militari

Demonstrators of Pashtun Protection Movement gather at a public rally in Peshawar on April 8, 2018. In a rare public challenge to Pakistan's powerful armed forces, thousands of Pashtuns rallied April 8, in the northwestern city of Peshawar to call for an end to abuses by police and troops.The crowd chanted anti-military slogans as speakers took to the stage demanding an end to forced "disappearances" and harassment by authorities. / AFP PHOTO / ABDUL MAJEED (Photo credit should read ABDUL MAJEED/AFP/Getty Images)

Pashtun contro la guerra. Contro i talebani, contro gli islamisti, ma anche contro l’esercito pachistano. Un nuovo movimento secolare si sta espandendo nel Nord del Paese, guidato da un giovane attivista, Manzoor Pashteen, 26 anni. Molti altri ragazzi lo seguono perché «abbastanza è abbastanza. Questa regione non è un campo di battaglia».

Si chiama Pashtun Tahafuz Movement, movimento per la protezione dei Pashtun, in tre lettere: Ptm. Nato quattro anni fa, chiedeva lo sminamento della regione del Waziristan, Pakistan nord-ovest.
Dopo anni di silenzio, a gennaio 2018, è rinato, rinvigorito da un’altra scia di lotta civile: stesso nome, forze e istanze diverse, che stanno scuotendo la società pachistana. I membri del Ptm chiedono diritti e sicurezza, si battono affinché i colpevoli della violenza contro la loro minoranza paghino per quello che compiono quotidianamente. Vogliono che Islamabad metta fine ad omicidi illegali, sparizioni forzate, arresti sommari delle forze dell’ordine.

Non ci sono bandiere alle loro manifestazioni: solo ritratti, fotografie, nomi. Di chi è morto, scomparso o arrestato senza accuse o prove, e non è mai più tornato a casa. Il Ptm è un movimento rinato nel sangue, dopo la morte di un gruppo di uomini di un’area tribale Pashtun, ammazzati a gennaio a Karachi dalla polizia, accusata di aver messo in scena una finta sparatoria per questi assassini extragiudiziali.

Il movimento chiede la fine «delle sparizioni forzate, costante insulto al popolo Pashtun, fine della violazione dei nostri diritti», dice il membro del movimento Ali Wazir: «riceviamo minacce dalle istituzioni statali, proprio come dai “buoni talebani”. Un altro leader del movimento, Moshin Dawar, ha detto che parlare apertamente delle azioni «dei militari in Pakistan è un suicidio», definirli oppressori e condannare checkpoint e il coprifuoco imposto alle aree tribali è più che pericoloso, come parlare dell’Isi, servizi segreti del Paese, ad alta voce. «Abbiamo passato gli ultimi due mesi a difenderci dalle accuse di essere agenti stranieri e di lavorare per gruppi di potere. Ma tutto quello che possiamo fare è mantenere il morale alto, il nostro primo errore sarà anche l’ultimo» ha detto Pashteen.

Sono migliaia quelli che in tre mesi hanno cominciato a partecipare alle marce, portando per le strade i ritratti dei cari morti, scomparsi o detenuti dalle istituzioni senza prove o processo. Per quanto li tollereranno le autorità? Se lo chiedono ogni volta che occupano le strade, hanno paura ma anche coraggio. Lo scorso 8 aprile diecimila persone hanno marciato a Peshawar, nel Nord del Paese. Il capo delle forze armate, il generale Qamar Javed Bajwa, ha già dichiarato che «queste proteste pianificate minacciano gli sforzi dell’antiterrorismo nazionale militare degli ultimi anni».

I Pashtun costituiscono il 15 per cento della popolazione del Pakistan, 204 milioni di persone. «Migliaia di giovani Pashtun sono scomparsi nell’ultimo decennio, prelevati dalle loro case, dalle università, dalle strade» dice un attivista del Movimento Farhad Ali. Eppure nessuno lo dice, lo scrive, lo ribadisce.

Nessun titolo dei giornali del Paese è dedicato al Ptm, nessun reporter locale è presente alle loro manifestazioni, scriverne vuol dire «varcare la red line per la sicurezza dell’establishment del Paese», scrive il New York Times. «In buona parte si tratta di auto-censura, non puoi chiedere a singoli individui, singoli giornalisti di diventare martiri della libertà di espressione» ha detto Saroop Ijaz, rappresentante Human Rights Watch. Censure, minacce, violenza. Ma, dice Pashteen, per i nostri diritti «non c’è altra opzione, dobbiamo continuare, è l’ultima nostra possibile opzione».

Il grado di civiltà di un Paese (e le sue bugie) si misurano osservando le sue carceri

“Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri”, diceva Voltaire e se non fossimo il Paese in cui nessuno si risparmia di condividere sui social almeno un aforisma al giorno verrebbe da pensare che la frase non l’abbia mai letta nessuno vista la situazione carceraria in Italia.

I numeri del rapporto dell’Associazione Antigone lasciano pochi dubbi: nel 2017 quasi la metà dei decessi avvenuti in carcere sono suicidi (52 su 123). C’è un luogo, nella civilissima Italia, in cui il suicidio è la causa principale di morte. E quei 52 sono solo un piccola parte dei 1123 tentativi di suicidi avvenuti durante l’anno.

Gli atti di autolesionismo sono 9510, con picchi altissimi in alcuni penitenziari: ad Ivrea, tanto per citare un esempio, 109 su 224 detenuti hanno ceduto al farsi del male. E forse non è il caso che nel carcere di Bollate (conosciuto per il regime “a celle aperte”) siano solo 87 su 1216.

Ma c’è altro: diminuiscono i reati (e non ditelo a Salvini altrimenti gli tocca trovare un lavoro) e aumentano i detenuti. Scrive bene l’Associazione Antigone: “E’ evidente come l’aumento del numero delle persone presenti nelle carceri italiane, registrato negli ultimi due anni, nulla abbia a che vedere con la questione criminalità, ma sia figlio di un sistema politico che per accrescere i propri consensi ha fatto leva sulla paura dei cittadini e agitando lo spettro della sicurezza. Elementi, questi, tipici del populismo penale e dell’utilizzo dello stesso diritto penale in senso repressivo e antigarantista, senza – come detto – nessuna efficacia nel prevenire i crimini.”

Il 39% dei detenuti rientra in carcere entro i successivi 10 anni. Il carcere rieducativo, insomma, continua a essere un miraggio. Non c’è un’emergenza stranieri, non c’è correlazione tra i flussi di migranti in arrivo in Italia e i flussi di migranti che fanno ingresso in carcere: negli ultimi quindici anni, a partire dal 2003, gli stranieri residenti in Italia sono più che triplicati mentre il tasso di detenzione degli stranieri è diminuito di tre volte. È bassissimo il numero di carcerati fuggiti dalle guerre di origine siriana o afgana: 144 in tutto.

A guardare la situazione delle carceri in Italia, insomma, verrebbe voglia di condannare più le bugie degli uomini.

Buon venerdì.

 

Per approfondire, consigliamo la lettura di Left n. 3/2018


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Dove sono i pacifisti?

ROME - FEBRUARY 15: Peace demonstrators hold rainbow peace flags as they participate in an antiwar protest in Venezia Square February 15, 2003 in downtown Rome, Italy. Approximately one million peace protesters gathered to protest a possible U.S.-led war on Iraq. (Photo by Marco Di Lauro/Getty Images)

Lo chiamavamo anche «Oceano pacifico» (Liberazione nel 2003), e perfino «Seconda potenza mondiale» (il New York Times). E colorava le città di bandiere arcobaleno, riempiva le piazze, bloccava i treni, occupava le banchine dei porti, assediava le basi. Discuteva, marciava, era trasversale. Nulla, sembrava, sarebbe stato come prima. Invece nulla è come allora.

Il 22 febbraio 2003, contro il conflitto in Iraq, si mobilitarono in 24 milioni in Europa, 3 milioni a Roma e 110 in 603 città di tutto il pianeta. «Il ciclo delle grandi mobilitazioni altermondialiste, la rivolta per le aspettative tradite dalla globalizzazione, si tramutò nel grande movimento contro la guerra e fece paura più del Sessantotto con percentuali di consenso altissime nella società – spiega Loris Caruso, sociologo dell’Università di Firenze – ma poi la crisi ha funzionato come azzeramento delle aspettative». Come dire: più speri, più ti mobiliti. «Ma le situazioni cambiano, i movimenti sembrano sempre esplodere dal nulla».

Dove sono oggi i pacifisti in un Paese che partecipa a 32 missioni “di pace” e “ospita” 113 tra basi e installazioni Usa e Nato? «La crisi della mobilitazione pacifista è la stessa delle altre grandi mobilitazioni di massa, a partire da quelle sindacali e della sinistra», spiega a Left Maurizio Simoncelli, vicepresidente di Archivio disarmo. Quella che non è in crisi è…

L’inchiesta di Checchino Antonini prosegue su Left in edicola


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L’articolo 11 non tollera attacchi mirati né bombardamenti come avvertimento

20090131- VICENZA - BASE VICENZA: ATTIVISTI 'NO DAL MOLIN' OCCUPANO AEROPORTO. Attivisti del movimento 'No Dal Molin' occuppano i terreni dell'aeroporto vicentino, dove deve sorgere la nuova base militare Usa. I manifestanti, alcune centinaia, intendono protestare cosi' contro l'avvio dei lavori nel Dal Molin, dove da alcuni giorni sono tornate in azione le ruspe per abbattere le vecchie strutture dell'aeroporto e preparare l'area per la Camp Ederle 2. ANSA / BOLZONI - DAL MASO/ JI

Gli amici dei miei nemici sono miei nemici. I nemici dei miei nemici sono miei amici. Gli amici dei miei amici sono miei amici. Se vi sembra un adagio superficiale, semplicistico e piuttosto stupido mettetevi il cuore in pace perché in quelle tre frasi c’è tutto lo spessore della politica estera vista dalla politica italiana, l’Italia condannata alla conclamata irrilevanza internazionale e europea che negli ultimi anni ha deciso di osservare il resto del mondo dalla lente distorta dei “patti firmati” rinunciando completamente a sviluppare un’analisi critica (e propria) sui fatti internazionali.

Ora si tratta della guerra in Siria ma è solo l’ultimo capitolo di una storia che viene da lontano e che ha spinto il governo (e tutte le sue diverse “voci” che siano stampa, internet o televisione) a dividere la realtà in tutto bianco e tutto nero, rinunciando alla complessità e al dovere di costruire una propria chiave di lettura.
La guerra in Siria racconta sotto le mentite spoglie di un “attacco mirato” e di un “avvertimento” è un altro capitolo della truffa internazionale che ciclicamente viene perpetrata in cui sempre decidiamo consapevolmente di cadere e che spesso la storia smentisce qualche anno dopo.

Per riuscire a far digerire la guerra ormai anche la narrazione è più o meno la stessa: si prende una zona calda del mondo in cui viene facile illustrare il deterioramento dei diritti (e in Siria basterebbe la successione famigliare al potere di Assad padre con Assad figlio per richiamare subito alla successione dinastica che funziona sempre perfettamente), si costruisce un allarme imprescindibile che diventa un alto rischio per la comunità internazionale (ultimamente funzionano moltissimo le armi chimiche che non richiedono nemmeno lo sforzo di essere documentate), si evita accuratamente di utilizzare il vocabolario bellico fermandosi alle “azioni dimostrative” e ci si prepara agli attacchi rivendendoli come rimbrotti.

Non conta fermarsi sulla narrazione della complessità o interrogarsi sulla chiave di lettura collettiva che si vuole dare alla Storia: i pro-Trump magnificano l’attacco in Siria in nome del fascino decisionista del presidente americano, a loro basta quello, i macronisti esultano per l’azione poiché garantisce Trump, in Gran Bretagna si applaude la May per lo sgarbo a Putin, esultano perfino i principi sauditi che hanno visto sempre in Assad un nemico da abbattere urgentemente.

Intanto, dall’altra parte, i guerrafondai per definizione, quel pezzo di destra che in Putin ha individuato da sempre l’uomo forte e sovranista da guardare con ammirazione, improvvisamente diventano pacifisti: non c’è analisi della situazione politica, gli basta sapere che la Russia non condivide l’attacco per decidere da che parte stare. È la politica internazionale (anche quella) vissuta come tifo, divisi non per differenza di pensiero e di valori ma semplicemente per appartenenza. È ancora una volta la politica che diventa una partita di calcio, un campo in cui ci sono i buoni che sono buoni e i cattivi i che sono sempre irrimediabilmente cattivi. Nessun tono intermedio, nessuna concessione alla conoscenza della storia o alla natura geopolitica della zona. Tutti siriani o tutti putiniani, tutti filo Assad o tutti a urlacciare contro il dittatore. In mezzo, niente.

Se c’è qualcosa che più di tutto ha relegato l’Italia all’irrilevanza internazionale forse è proprio questo muoversi per partito preso e mai per partito scelto. Il pacifismo, l’intervento bellico e le crisi internazionali sono solo campi diversi su cui giocarsi partite locali e localistiche. Un provincialismo naïf senza né capo né coda risibile nello scacchiere del mondo. Poi ci sarebbe la Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».

Il pacifismo insomma non è la paturnia di una certa sinistra fuori dal tempo e fuori dal mondo ma è un principio costituzionale che non prevede l’utilizzo della forza come soluzione delle controversie internazionali: la questione non è ideologica ma strettamente politica. In quel parlare (spesso a proposito) di rispetto della Costituzione solo quando torna utile pro domo sua i nostri dirigenti politici perseverano nel dimenticare che l’articolo 11 della nostra Costituzione non prevede e non tollera “attacchi mirati”, bombardamenti come avvertimento e tantomeno la violenza in risposta alla violenza. Ma anche su questo, statene certi, verrà presto il momento che sarà da buonisti invocare la pace. E continuerà la guerra, contro ogni disperato abbastanza disperato da non riuscire a fare sentire la propria voce.

L’editoriale di Giulio Cavalli è tratto da Left in edicola


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Armi italiane in Yemen. Giorgio Beretta: «L’Italia rischia una condanna per favoreggiamento»

epa06629560 Yemenis walk past a building allegedly destroyed by recent airstrikes, on the third anniversary of the Saudi-led military campaign on Yemen, in Sana'a, Yemen, 25 March 2018. The Saudi-led military coalition continues its airstrike campaign against the Houthi rebels and their allied forces across war-affected Yemen since March 2015, claiming the lives of more than 10 thousand people and displacing more than three million. EPA/YAHYA ARHAB

«L’Italia potrebbe essere condannata per favoreggiamento di crimini di guerra». Questa la dura accusa di Giorgio Beretta, analista del commercio internazionale e nazionale di sistemi militari e di armi comuni. Beretta collabora con l’Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa (Opal) di Brescia che fa parte della Rete italiana per il disarmo (Rid).

Tre ong sostengono di avere le prove che delle bombe italiane sono responsabili della morte di alcuni civili nello Yemen. Lo European center for constitutional and human rights, la Mwatana organization for human rights, la cui sede è nello Yemen, e la Rete italiana per il disarmo hanno già presentato le prove ed un esposto  alla procura di Roma affinché accerti le responsabilità italiane nella morte di due bambini e di una donna in un bombardamento.

Quali conseguenze potrebbero esserci per l’Italia se venisse confermato che tra le armi che vendiamo all’Arabia Saudita ci sono le bombe che vengono sganciate sulla popolazione civile nello Yemen?

Già nel gennaio 2017 esperti dell’Onu hanno accertato che l’Arabia Saudita ha sganciato ordigni di fabbricazione italiana sulla popolazione civile e che questo potrebbe costituire un crimine di guerra. Le conseguenze potrebbero essere pesantissime per l’Italia, che potrebbe rischiare di essere condannata per favoreggiamento di crimini contro l’umanità. Già a suo tempo il governo americano, all’epoca guidato da Barack Obama, decise di non inviare alcuni equipaggiamenti militari ai sauditi perché questi li usavano in maniera indiscriminata. Fu l’ufficio legale del presidente a consigliare ad Obama di vietare la vendita di certi tipi di armi all’Arabia Saudita. I legali ricordarono ad Obama come nel processo a Charles Taylor – ex presidente della Liberia e criminale di guerra condannato – venne condannato anche chi gli fornì le armi, in quanto i venditori erano al corrente dell’uso che ne veniva fatto. Noi per ora abbiamo presentato un esposto alla procura di Roma ma non escludiamo di rivolgerci anche a corti sovranazionali.

Come mai si parla così poco della guerra nello Yemen?

Per due motivi: l’Italia non ha soldati sul territorio yemenita e lo Yemen è molto lontano, quindi i loro profughi non arrivano in Italia. Della guerra in Yemen, non si trova notizia sulle edizioni cartacee dei maggiori quotidiani italiani o nei telegiornali. Una delle poche volte che lo Yemen è finito in prima pagina o in televisione, è stato dopo che il New York Times diede la notizia che bombe italiane venivano sganciate sui civili. Tutto questo è sintomatico del fatto che non c’è interesse ad approfondire l’informazione sul conflitto da parte di certa stampa.

Il governo italiano è trasparente in materia di vendita di sistemi militari?

Come ho detto anche in una audizione in Commissione alla Camera lo scorso ottobre, l’Italia è stato l’unico Paese dell’Unione Europea ad avvalersi della clausola di riservatezza nell’ultima relazione presentata all’Onu sulla compravendita di armi.
L’Italia aderisce al trattato internazionale sul commercio delle armi e quindi ogni anno è chiamata a mandare un rapporto in cui bisogna certificare quali autorizzazioni alla vendita di sistemi militari sono state approvate, le consegne effettive e i Paesi destinatari. L’anno scorso, l’Italia, avvalendosi della clausola di riservatezza, ha omesso di riportare nella relazione annuale a Ginevra per l’Att, i Paesi destinatari delle esportazioni di armamenti. Sono convinto che l’Italia si sia avvalsa di quella clausola per non certificare in un documento ufficiale che l’Italia ha autorizzato la vendita di quasi 20mila bombe aeree del tipo Mk 82, Mk 83 e Mk 84 ai sauditi. Se non l’avesse fatto, quello  sarebbe stato il primo documento ufficiale a certificare che l’Italia ha autorizzato la vendita di questi ordigni all’Arabia Saudita, e un documento del genere potrebbe essere utilizzato in sede legale. Penso che il governo Gentiloni e Uama (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento) abbiano deciso volutamente di non rendere nota questa informazione. Sfido il ministro plenipotenziario Francesco Azzarello, direttore dell’Uama, a smentirmi su questo.

Lo Stato italiano ha quindi deciso di aggirare il trattato?

Non si tratta di “aggirare il Trattato”. Si tratta di trasparenza e di esporsi al controllo pubblico. Escluso infatti l’ultimo governo Prodi, che in materia era abbastanza trasparente, in generale a tutti i governi degli ultimi dieci anni ha sempre dato fastidio dover fornire informazioni sulle esportazioni di armi. Vogliono continuare a fare affari indisturbati, senza fornire informazioni precise a nessuno. Sono informazioni importanti perchè possono essere usate dal Parlamento e dalla società civile per esercitare la loro funzione di controllo sull’operato del governo. Governo che in questa materia si trova qui in chiaro conflitto di interessi con sé stesso. Perché, da una parte, lo Stato è il maggiore azionista di Leonardo (ex Finmeccanica) e Fincantieri, le due industrie che più di tutte producono armamenti e il governo ne promuove l’esportazione. D’altra parte dovrebbe assicurarsi, attraverso la Uama, che queste esportazioni non finiscano a Paesi in guerra. Prevale sempre però chiaramente la logica del profitto. Dietro a tutto questo ci sono poi interessi politici, economici ed anche elettorali. Per esempio, quando il governo decide di fornire navi agli Emirati Arabi o al Qatar, mette al lavoro la Fincantieri di Genova, collegio elettorale dove era candidata il ministro della Difesa Roberta Pinotti. Pinotti evidentemente sperava in un ritorno elettorale che poi non c’è stato ed è infatti stata eletta perchè “ripescata” in un altro collegio.

Che si può fare per limitare la compravendita delle armi?

Basterebbe attuare i trattati che già ci sono e in Italia applicare la legge 185 del 1990. C’è tutta una serie di divieti nella nostra legge e nel trattato internazionale sul commercio delle armi che dovrebbero essere applicati in maniera rigorosa, come quello di non vendere armi a chi si rende colpevole di violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale.

In Somaliland è vietato parlare di unità nazionale. Giornalisti, poeti e scrittori finiscono in carcere

Naima, Mohamed, Ahmed. Poeti, scrittori, giornalisti in prigione. Spesso le parole, in Somaliland – Paese che si affaccia sul golfo di Aden, non riconosciuto dalla comunità internazionale -, portano in carcere.

La cella della poetessa Naima Abwaan Qorane è stata chiusa a gennaio. Lì rimarrà per tre anni, dice la sentenza del tribunale, per «attività anti-nazionale», per «aver portato la nazione in uno stato di discredito». È stata arrestata quando è tornata da Mogadiscio, capitale della Somalia, dove aveva letto un testo «sull’unità somala». Dopo una guerra civile brutale, il Somaliland è divenuto indipendente dalla Somalia nel 1991, col collasso del regime di Mohamed Siad Barre. Dice il suo avvocato che dal giorno del suo arresto Naima è stata ripetutamente minacciata di stupro ed omicidio, mentre veniva interrogata dalle forze dell’ordine. Il prezzo delle sue rime sono state le sbarre.

Mohamed Kayse Mohamoud invece è stato condannato lo scorso lunedì. Era stato arrestato il 7 febbraio scorso. Mohamed ha 31 anni e per i prossimi 18 mesi della sua vita rimarrà in cella per «aver offeso l’onore del presidente». L’intero capo d’accusa nel processo che è stato imbastito contro l’autore sta tutto in una sola frase, scritta in un post su Facebook, che diceva questo: «Il presidente è un locale». Ha leso l’autorità: «Il presidente è nazionale», ha detto il giudice che lo ha condannato, ricordando che Muse Bihi Abdi è stato eletto l’anno scorso dall’intero Paese.

Nell’ex protettorato britannico dallo scorso dicembre sempre più giornalisti, autori, attivisti pagano le parole con la prigione. Lo scorso gennaio due giornalisti, Ahmed Sa’ed e Abdirahman Mohamed Ege, sono stati arrestati con l’accusa di «propaganda» e «fake news» riguardanti Abdishakur Mahmoud Hassan, il sindaco di Berbera, una città portuale molto povera. Per la loro liberazione si batte il Cpj, Committee to protect journalist. La coordinatrice dell’ong responsabile per l’Africa, Angela Quintal, ha fatto appello al presidente Abdi: «Dovrebbe cogliere l’opportunità per mettere fine a questi tentativi sfacciati di intimidazione contro i giornalisti, fare della libertà di stampa una priorità per la sua amministrazione».

Prima di Ahmed e Abdirahman, una storia simile si è ripetuta il 5 dicembre 2017, quando è finito in manette Abdirisak Dayib Alilil per un articolo scritto per il Gabiley news: accusava il sindaco di Gabiley, Mohamed Omar, di attività criminali. Ma Abdirisak nega di averlo fatto: non lavora per quel giornale dal 2015, ora è direttore di un’altra testata, la Haldoornews. Le accuse cadono, la verità resta, ma le celle delle prigioni in Somaliland rimangono chiuse.

45 giorni di niente

Italian Senate Speaker Maria Elisabetta Alberti Casellati leaves after meeting with Italian President Sergio Mattarella at the Quirinal Palace in Rome, Italy, 18 April 2018. President Mattarella has given Senate Speaker Casellati the task of "verifying the existence of parliamentary majority between the parties of the centre-right coalition and the M5S", the head of State department's Secretary General Ugo Zampetti said after talks between the two on Wednesday. Casellati had been requested to give "an agreed-on indication for the awarding of a mandate of premier to form the government. "The president asked the Senate Speaker to report back by Friday". ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Provando a semplificare: dice il Movimento 5 Stelle che non se ne fa niente con Silvio Berlusconi (ma in realtà pronunciando “Berlusconi” si riferisce a tutta Forza Italia tranne, chissà perché, alla Casellati che dice la Taverna che va rispettata in quanto “seconda carica dello Stato” ma lo stesso concetto non valeva per Laura Boldrini che per loro evidentemente è peggio degli sgherri di Berlusconi); dice Salvini che non può “scaricare” Berlusconi (e anche lui si riferisce a Forza Italia perché sa benissimo che senza di loro sarebbe poco o niente); il PD dice al Movimento 5 Stelle e alla Lega “fate voi” godendosi lo stallo e sapendo bene che stare all’opposizione sarebbe un inaspettato balsamo contro il crollo dei propri consensi; Fratelli d’Italia, Liberi e uguali (a cui non scappa una parola, un’azione, una novità che sia una) e gli altri piccoli sono praticamente ininfluenti.

Tutto fermo. Tutto bloccato: 45 giorni di niente. E non sono tanto i 45 giorni passati (la media in Italia nel dopoguerra è di 51 giorni dalle elezioni per formare il governo, quindi la straordinarietà dei tempi lunghi è di fatto una falsa notizia) ma piuttosto è l’attacco militare in Siria e i suoi sviluppi, è lo storico processo finito male dei fattorini di Foodora che si sono accorti di vivere in un Paese in cui mancano le leggi per richiedere i diritti, sono gli urlacci di Macron che ora lancia addirittura l’allarme su un tracollo imminente dell’Europa, sono gli ultimi richiami dell’Europa all’Italia per stringere ancora di più la cinghia e sono i dati economici del Paese che andrebbero interpretati e discussi, tutti questi accadimenti danno il senso del niente di tutti questi 45 giorni.

45 giorni in cui i commenti sui fatti nazionali e internazionali (dopo una campagna elettorale in cui anche la cronaca nera era diventato un generale tema di dibattito politico) sono scomparsi. Ci si riduce a dire banalità insipide per non scontentare i potenziali futuri compagni di governo, che sono un po’ tutti. E così la classe dirigente si mostra tutta nella sua piccolezza: sventolare valori in campagna elettorale per essere sempre pronti a smussarli (o smentirli) appena si materializza l’occasione di un posto al sole. Ora tutti buoni, tutti zitti, tutti scodinzolanti.

Avanti così.

Buon giovedì.