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La rivoluzione di velluto infiamma l’Armenia, proteste contro il premier Sargsyan e feriti tra i manifestanti

Armenian protesters shout anti-government slogans during a protest rally against a hike in electricity prices in Yerevan, Armenia, Wednesday, June 24, 2015. A standoff between police and demonstrators protesting a hike in electricity prices blocked the central avenue in the Armenia capital on Wednesday for the third day running. (Hrant Khachatryan/PAN Photo via AP)

«La situazione è rivoluzionaria. Le persone non andranno a lavoro, è cominciato lo sciopero generale». Siamo in Armenia, dove Nikol Pashinyan, leader dell’opposizione, ha dato il via alla disobbedienza civile: «Do l’annuncio dell’inizio della rivoluzione di velluto in tutta la Repubblica, dobbiamo paralizzare l’intero sistema statale, il potere deve andare al popolo. Il premier Serzh Sargsyan deve vedere che non ha alcuna Armenia su cui governare». Nella capitale, Erevan, il traffico è bloccato, le strade del centro occupate, le squadre antisommossa pronte. C’è già sangue: di manifestanti feriti o arrestati a piazza di Francia, Yerevan. Le bandiere che sventolano i manifestanti sono quelle nazionali, mentre si canta: «Un’Armenia senza Serzh».

Chi protesta la chiama «la presa di potere» di Serzh Sargsyan. Superato il limite di due mandati presidenziali, nominato tra i fischi della piazza, con l’appoggio del partito repubblicano al potere, l’ex presidente, dopo un decennio, è diventato primo ministro e rimane ancora al comando del Paese. Dieci anni fa, con il sangue di otto morti negli scontri delle proteste per i brogli elettorali, iniziò la sua presidenza nel 2008. Dieci anni dopo, il suo mandato da primo ministro comincia con arresti e urla che pretendono che vada via. C’è già il filo spinato. Scudi di ferro della polizia. Barricate. Volti arrabbiati della protesta. Per disperderla scie di lacrimogeni piovono dal cielo bianco del Caucaso del sud.

I Sargsyan sono due. Non parenti, ma alleati. Il secondo è Armen Sargsyan, ex ambasciatore in Gran Bretagna, che ha giurato da presidente la settimana scorsa. Sostituirà Serzh,ma avrà un ruolo puramente rappresentativo, dopo gli emendamenti costituzionali approvati nel 2015 con un referendum di transizione da repubblica presidenziale a parlamentare. «Un cambiamento di sistema avvenuto per favorire lui solo: Serzh», criticano gli avversari politici.

Quando l’opposizione è scesa per strada a protestare, il popolo l’ha seguita. Le nuove barricate caucasiche «violano l’articolo 33 sulla libertà di raduno. I manifestanti mettano fine alle azioni illegali per evitare conseguenze indesiderate». È l’ultimatum delle forze dell’ordine. Cinque giorni fa erano centinaia a protestare, adesso sono migliaia. La campagna di «disobbedienza totale» è iniziata, ha detto ancora Pashinyan, del blocco avversario al premier, Elk. Gli armeni sono in strada, da Yerevan fino a Gyumrin. Fino a Vanadzor. Le autorità fanno sapere che i manifestanti «violano la legge sul raduno pubblico», e prenderanno «legittime misure per assicurare il normale funzionamento delle strutture statali». È arrivato già l’appello di Human right watch per non ricorrere alla forza contro chi protesta pacificamente, una «cattiva pratica tradizionale» della repubblica, ma 40 manifestanti e 6 poliziotti sono già finiti in ospedale.

Quel verminaio dietro la morte di Stefano Cucchi

Ilaria Cucchi mostra la foto del fratello Stefano dopo la sentenza della corte d'appello sul processo Stefano Cucchi, Roma, 31 ottobre 2014. ANSA/ANGELO CARCONI

Se non vi è bastato tutto lo schifo che è uscito in questi anni sulla morte di Stefano Cucchi (ammazzato di botte e vituperato dagli individui peggiori della classe politica di certa destra) preparatevi ad aggiungere un altro disgustoso capitolo che arriva direttamente dalla caserma dei carabinieri di Tor Sapienza, Roma, quello stesso quartiere che qualche tempo fa manifestava contro il “pericolo sicurezza” degli stranieri e che oggi scopre di avere avuto carabinieri mendaci e terribilmente insicuri.

Nell’udienza di ieri del processo a carico di cinque carabinieri avvisati di omicidio preterintenzionale, falso e calunnia si è scoperto che le relazione sullo stato di salute di Cucchi sono state ritoccate per cercare di sollevare gli uomini dell’Arma dalle loro responsabilità. Nella prima relazione si legge che Cucchi “riferiva di avere dei dolori al costato e tremore dovuto al freddo e di non poter camminare” tanto da dover “essere aiutato” anche per salire le scale mentre veniva portato all’udienza preliminare per la convalida del suo arresto mentre nella seconda versione spariscono i dolori e  si legge che Cucchi “era dolorante alle ossa sia per la temperatura freddo/umida che per la rigidità della tavola del letto”.

A compilare la relazione è stato il carabiniere Francesco Di Sano (e ci sono anche due relazioni quasi identiche del piantone di Tor Sapienza peccato che il piantone dica davanti al giudice che la seconda non l’ha mai firmata) ma le correzioni (lo hanno raccontato gli stessi carabinieri ieri in aula) sarebbero state richieste dai loro superiori. Avete letto bene: dai loro superiori.

Ogni capitolo di questa storia è un verminaio. Sono passati anni ma piano piano si infiltrano verità. E ora, come scrive la sorella Ilaria, ora qualcuno comincia a tremare davvero. Stefano Cucchi tremava per la paura e le botte, ora questi tremano per lo spiraglio di giustizia.

Buon mercoledì.

Diritti delle donne e dei bambini, l’Italia è ultima in Europa

Aumentano in Italia i bambini che vivono in povertà assoluta. E non sempre la suola riesce a colmare il gap socio-economico che c'è tra loro e chi è più fortunato. E' l'allarme che lancia Save the Children, attraverso l'Atlante dell'infanzia a rischio "Lettera alla scuola", presentato il 14 novembre 2017 a Roma e pubblicato da Treccani. Nel 2016, ricorda Save the Children, un bambino su otto vive in condizioni di povertà assoluta, il 14% in più rispetto all'anno precedente. E le diseguaglianze sociali "continuano a riflettersi sul rendimento degli alunni". Il tasso di ripetenze è 6 volte maggiore nelle scuole che presentano un indice socio-economico e culturale più basso: più di un quindicenne su 4 (27,4%) contro una quota di quasi uno su 23 (4,4%) negli istituti con indice alto. Una differenza di 23 punti percentuali, contro una media Ocse del 14,3%. ANSA/ UFFICIO STAMPA SAVE THE CHILDREN +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Sei una bambina, un bambino, un adolescente o una donna che vive in Italia? Peggio per te. Nella classifica del livello di inclusione di donne e popolazione sotto i 18 anni in 171 Paesi, l’Italia è scesa al 27esimo posto, ultimi tra i Paesi Ue. Questa è la situazione fotografata dai dati dello studio redatto da WeWorld, una onlus impegnata nella difesa dei diritti di donne e bambini in tutto il mondo.

La ricerca rivela in modo impietoso un’Italia peggiora: la stessa ricerca condotta nel 2015 ci aveva posto alla 18esima posizione. In due anni abbiamo perso nove posizioni, la peggior regressione di classifica per una nazione Ue. Il Bel Paese è peggiorato sotto ogni punto di vista: il contesto in cui donne e bambini vivono è meno sicuro, il numero delle persone colpite da disastri naturali è aumentato e l’impoverimento delle famiglie pregiudica il benessere dei minori.

In Italia, secondo i dati di WeWorld, solo l’8% dei figli di genitori senza diploma si laurea, contro il 68% di chi invece è figlio di genitori laureati. Nel mezzogiorno inoltre, la dispersione scolastica è superiore al 20% e un milione e 292mila giovani sotto i 18 anni vive in condizioni di povertà. Ancora più a rischio di dispersione scolastica i giovani privi di cittadinanza italiana, che rappresentano il 9,4% del totale degli studenti. In Europa, meglio di noi fanno anche l’Estonia, la Repubblica Ceca, la Lettonia, la Lituania e la Polonia. Anche se prendiamo in esame i Paesi del G20 la situazione non migliora, siamo infatti tra i sei Paesi con la peggior performance.

Lo studio è stato condotto identificando 17 indicatori, divisi in tre categorie, che rappresentano tutti gli aspetti che partecipano allo sviluppo della persona, sia professionale che personale, e la sua inclusione nella società. Nella categoria contesto troviamo gli indicatori: ambiente, abitazione, conflitti e guerre, potere e democrazia, sicurezza e protezione, accesso all’informazione e genere. Delle restanti due categorie, una si riferisce alle donne e l’altra a bambini e adolescenti. Per le donne, gli indicatori valutati sono: salute, educazione, opportunità economiche, partecipazione politica e violenza di genere. Nel caso di bambini e adolescenti, sono stati presi in considerazione: la violenza sui minori, il capitale economico, il capitale umano, l’educazione e la salute.

L’aspetto su cui più si è concentrata la ricerca è l’educazione. Elemento fondamentale per lo sviluppo della persona, lo studio sottolinea come l’istruzione sia un aspetto cruciale nel miglioramento di un Paese. Un’istruzione migliore e più diffusa è imprescindibile se si vogliono appianare le differenze, che sussistono tra uomini e donne, bambini e adolescenti, nella garanzia dei diritti fondamentali di eguaglianza e pari opportunità.

WeWorld ha identificato cinque barriere principali da eliminare per assicurare l’accesso ad un’educazione inclusiva. La scarsa nutrizione, che limita o impedisce del tutto la possibilità di frequentare la scuola. La discriminazione di genere, sia quella presente nelle leggi di alcuni Stati, sia quella dovuta ad arretratezza culturale. La violenza nelle relazioni sociali e familiari. La migrazione, che interrompe gli studi. Infine c’è la barriera della povertà educativa, con cui si intende non solo la qualità dell’insegnamento, ma anche la possibilità di svolgere attività educative che non sono limitate allo studio scolastico, come può essere visitare siti archeologici e musei o leggere libri. In combinazione con la povertà economica, la povertà educativa porta all’ereditarietà delle condizioni di esclusione sociale.

Il Paese più inclusivo, secondo WeWorld, è l’Islanda, seguita dalla Norvegia, poi Svezia, Danimarca, Slovenia e Finlandia. Le grandi potenze occidentali come Germania, Regno Unito, Francia, Canada e tutto il resto d’Europa – ad eccezione di Portogallo e Spagna – sono tutte tra le prime venti posizioni. L’unica grande potenza che non compare tra le posizioni più alte della classifica sono gli Usa, che condividono con noi italiani la 27esima posizione.

All’altra estremità della graduatoria troviamo tutta l’Africa, il Medio oriente e gran parte del Sud Est asiatico. In fondo alla classifica c’è la Repubblica centrafricana e, subito sopra, Ciad, Mali e Sud Sudan. Su 171 Paesi monitorati, in 100 di questi WeWorld ha identificato forme insufficienti di inclusione o gravi forme di esclusione, e in questi Paesi si concentra il 59% della popolazione mondiale.

È interessante notare come la maggior parte dei migranti sbarcati sulla nostra penisola nel 2017 – stando ai dati dell’Unhcr – provengano da Paesi che occupano alcuni tra gli ultimi posti della classifica. La maggior parte dei migranti proveniva dalla Nigeria, che troviamo alla posizione 156. Ci sono poi gli ivoriani, il cui Paese natale occupa la 155esima posizione, e infine quelli che provengono dalla Guinea, il loro Paese è il 154esimo.

Investire nell’istruzione – come conferma il report – è il modo migliore per portare fuori dalla povertà le persone, ed evitare che il fenomeno diventi ereditario.

Udienza Cucchi, si aprono squarci nella versione ufficiale dei carabinieri

+++ RPT CON DIDASCALIA CORRETTA +++ L'avvocato della famiglia Cucchi, +++RPT+++ Fabio Anselmo +++RPT+++, mostra delle foto durante il dibattimento del processo d'appello per la morte di Stefano Cucchi, a Roma 31 ottobre 2014. ANSA/ANGELO CARCONI

Non sembrò affatto sorpreso, il carabiniere Tedesco quando vide arrivare Stefano Cucchi malconcio in tribunale, la mattina dopo il suo arresto. Era il 17 ottobre 2009. Invece il suo collega Schirone, che gli fece presente le gravi condizioni del ragazzo, era «turbato», fin da quando aveva prelevato Stefano alla stazione Tor Sapienza dell’Arma, dopo una notte in guardina, dolorante al punto da persuadere il piantone a chiamare il 118. «Era evidente che fosse stato picchiato», conferma Schirone che, quando incontrò in Tribunale i colleghi che avevano operato l’arresto, ne chiese conto a Francesco Tedesco che conosceva bene. Tedesco è uno dei tre accusati per il pestaggio di Stefano, gli altri sono Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro sempre della stazione Appia, tutti per lesioni personali aggravate e abuso d’autorità. E poi ci sono altri due imputati, il maresciallo Roberto Mandolini, che risponde dei reati di calunnia e falso, mentre lo stesso Tedesco, insieme con Vincenzo Nicolardi, di calunnia nei confronti di tre agenti della penitenziaria che furono processati per questa vicenda e poi assolti in maniera definitiva.

«Gesticolando Tedesco mi disse che la sera prima Cucchi non era stato affatto collaborativo». E lei s’è accontentato di questa risposta? gli chiederà il giudice. No. La testimonianza di Schirone è così inusuale in casi di malapolizia che diversi legali lo ringraziano “a scena aperta” mentre la difesa dei Cc punta a screditarlo costruendo un’antipatia tra i due, per questioni di donne, che Schirone smentisce con vivacità. Viene fuori, invece, oltre alle istantanee di un Cucchi visibilmente dolorante, claudicante, sofferente, con gli occhi cerchiati da ematomi, anche il ritratto di un carabiniere «esaltato», Tedesco, «che si fomenta facilmente», magari perché aveva a che fare con «delinquenti di spessore», «all’epoca ci fomentavamo tutti». Ma questo spiegherebbe anche perché Cucchi, ritrovandoselo in aula, per la convalida, poche ore dopo l’arresto, fosse visibilmente agitato. Diciamo pure incazzato.
Ma Stefano quella notte avrebbe rifiutato il ricovero. Perché? Stefano disse subito di stare molto male, appena andò via Nicolardi. Perché solo il 13 febbraio 2010 verrà scritto che si sarebbe rifiutato di firmare il verbale del proprio arresto? E perché il mancato fotosegnalamento che pure è obbligatorio in ogni arresto?

L’udienza appena conclusa oggi 17 aprile nell’aula della Corte d’assise di Piazzale Clodio, riformula i misteri del caso ma, finalmente, apre i primi impressionanti squarci nella versione ufficiale che, per otto anni, era riuscita a conservare i carabinieri nel cono d’ombra che all’epoca sembrò quasi essere stato ordinato dall’allora ministro della difesa di Berlusconi, Ignazio La Russa. Fu lui ad “assolvere” preventivamente i militari e l’Arma. L’inchiesta del pm Barba li tenne fuori con accuratezza e la commissione d’inchiesta del Senato si occupò solo del versante malasanità di questa storia. Ma non c’è solo la testimonianza di Schirone. Il suo collega d’equipaggio Mollica ricorda che all’andata chiesero entrambi a Stefano se volesse passare in ospedale, e tornarono «turbati» da Piazzale Clodio: «ho pensato che qualcuno l’avesse “toccato”, evidente che fosse stato qualcuno con cui aveva avuto a che fare prima di noi». A differenza di Schirone, però, Mollica prese parte a una riunione di quasi tutti i Cc coinvolti nel caso convocata da una serie di ufficiali. Avvenne nella sede del comando provinciale a cavallo della metà di novembre del 2009, due-tre settimane dopo la morte di Cucchi. Una riunione strana, ciascuno avrebbe fornito la propria versione in plenaria, di fronte a tutti gli altri. Una strana indagine interna. Ma a otto anni dai fatti Mollica ricorda poco o niente. Solo che quel giorno non fece menzione del proprio turbamento. Dopo la prima deposizione al pm della prima inchiesta, Schirone venne convocato dal colonnello Casarsa. Subì pressioni? «Può darsi, in maniera velata, forse non me ne sono accorto. Non me ne ricordo».

Prima di loro ci sono state le testimonianze di due appuntati sul giallo delle due annotazioni con lo stesso codice informatico. «In teoria è impossibile», ha detto l’appuntato Di Sano al banco dei testi. Fatto sta che sia lui, sia il collega Colicchio, entrambi in servizio a Tor Sapienza quella notte tra il 16 e il 17 ottobre 2009, hanno firmato due dichiarazioni apparentemente identiche con piccole modifiche che servono solo a minimizzare la gravità delle condizioni di Cucchi.
Le note sullo stato di salute di Stefano Cucchi, dunque, nelle ore successive al suo arresto «sono state modificate» e almeno una potrebbe essere potenzialmente falsa. Gianluca Colicchio ha ricordato in aula perfettamente il report nella quale scriveva che Cucchi «dichiarava di avere forti dolori al capo, giramenti di testa, tremore e di soffrire di epilessia» ma non ha riconosciuto come sua l’annotazione (riportante uguale data e numero di protocollo) nella quale si legge che l’arrestato «dichiara di soffrire di epilessia, manifestando uno stato di malessere generale verosimilmente attribuito al suo stato di tossicodipendenza e lamentandosi del freddo e della scomodità della branda in acciaio».

Colicchio in aula ha detto di ricordare «di avere fatto una sola relazione; la seconda è strana perché porta la mia firma, ma io non la ricordo. Nella seconda ci sono dei termini che io non uso, non la riconosco». Ancora più anomale sono le due annotazioni di servizio a firma del carabiniere Francesco Di Sano. Nella prima, si legge che Cucchi «riferiva di avere dolori al costato e tremore dovuto al freddo e di non potere camminare»; nella seconda annota che il geometra dichiara di «essere dolorante alle ossa sia per la temperatura freddo/umida che per la rigidità della tavola da letto». «Mi chiesero di modificarla perché la prima era troppo dettagliata. Ho eseguito un ordine». E chi l’avrebbe ordinato a sua volta al superiore dei due appuntati?

Ultimo teste l’avvocato Giorgio Rocca che partecipò come difensore d’ufficio di Cucchi all’udienza di convalida dell’arresto anche se Stefano aveva indicato un suo legale di fiducia. Finalmente Rocca lo ammette in aula. «Ricordo che lui aveva un atteggiamento ostile nei confronti dei carabinieri perché riteneva di essere stato arrestato ingiustamente. Prima dell’udienza ebbe battibecchi continui con loro, non era calmo. Mi disse che non l’avevano maltrattato, ma che lui era fatto così». Ma Rocca sembra non essersi accorto delle difficoltà del suo assistito a camminare, delle macchie di sangue sui jeans. Non è mai stato da solo con Stefano e solo le domande insistenti del Pm Giovanni Musarò, di Fabio Anselmo e degli altri legali di parte civile, riusciranno a fargli ricordare che Stefano non era seduto in una postura corretta, quasi sdraiato da un fianco, appoggiato sul gomito. Il viso gonfio e la voce strascicata. In aula Ilaria, sua sorella, i genitori Rita e Giovanni e gli attivisti di Acad, l’associazione contro gli abusi in divisa. Prossime udienze 15 e 31 maggio, 12 e 27 giugno.

Brema diventa la capitale del jazz internazionale

Jazzmenia Horn

Il jazz dell’Est Europa non è più una sorpresa. Anzi è una realtà consolidata. Lo dimostra il fatto che una nazione come la Polonia sia il paese partner di jazzahead!, la fiera internazionale del settore che si tiene nella città tedesca di Brema dal 19 al 22 aprile, giunta alla sua 13a edizione. La rassegna ha raggiunto lo scorso anno il traguardo dei 60 paesi rappresentati. I partecipanti professionali hanno superato quota tremila (3169, per l’esattezza) mentre rispetto al 2016 sono stati mille i visitatori in più, attratti dai concerti all’interno della fiera di Brema. E uno degli esponenti del jazz polacco, il pianista Marcin Wasilewski, sarà sul palco per ben due volte a guidare una pattuglia motivata a fare bella figura. Walilewski è un pianista classico nell’ impostazione, con una grande vocazione alla melodia ma anche al ritmo. Un groove molto marcato che trasmette ai musicisti che lavorano con lui: il contrabbassista e in alcuni casi arrangiatore Slawomir Kurkiewicz e il batterists Mical Miskiewicz. Il trio ha recentemente inciso l’album Spark of life per l’etichetta Ecm di Monaco di Baviera, a simbolo di un livello musicale eccellente.
Anche il Jazz di casa è presente lungo tutta la manifestazione. All’interno di jazzaehad! infatti si terrà il German Jazz Expo dove saranno presentate le realtà emergenti del paese. Ma tra queste c’è un progetto trasnazionale che comprende anche Ungheria, Francia e Regno Unito. È la Velvet Revolution, una rivoluzione di velluto che ruota attorno al sassofonista di Wolsfburg Daniel Erdmann e che ha trovato due partner ideali nel vibrafonista inglese Jim Hart e nel violinista e violista francese Théo Ceccaldi. Il loro disco A Short Moment Of Zero G,inciso dall’etichetta ungherese Bmc presenta una serie di tracce dove forme del passato rivivono in chiave moderna come nella ballata con momenti contrappuntistici quale è la traccia titolo. Un titolo tutt’altro che banale e di grande interesse.
Tre le ospiti a Brema anche la rivelazione dell’ultimo Umbria Jazz Winter. È  Jazzmeia Horn ( in foto) da Dallas, forte delle vittoria dei premi dedicati a Thelonious Monk e a Sarah Vaughan. Jazzmeia ha una tecnica di altissimo livello nell’ambito di un registro medio alto, presentando brani originali costruiti per questa voce. Maestra dello scat, dà maggiori emozioni quando vira verso sonorità soul. Nell’album A Social Call (Prestige / Egea) si può apprezzare maggiormente quelle sfumature che una cantante già matura può regalare con i suoi brani. Molto del repertorio di questo disco d’esordio ha non solo una funzione strettamente musicale, ma anche sociale (appunto social) per tenere sempre alta l’attenzione sui problemi del mondo con testi di denuncia.

Slovacchia, il caso Kuciak fa dimettere il ministro dell’Interno

epa06608560 People turn on the lights of their mobile phones as they participate in a rally called 'Let's stand for decency in Slovakia' in Bratislava, Slovakia, 16 March 2018. Mass street protests in Slovakia started after the murder of journalist Jan Kuciak and his fiance Martina. Protesters are asking for an independent investigation into the murders and new, trustworthy government that will not include people suspected of corruption EPA/CHRISTIAN BRUNA

A febbraio il giornalista Jan Kuciak è stato ucciso insieme alla sua fidanzata Martina. Ad aprile Bratislava non l’ha ancora dimenticato. Migliaia di persone sono tornate in strada per chiedere le dimissioni di Tibor Gaspar, il capo della polizia responsabile delle indagini del duplice omicidio. Una testa del potere slovacco cade, ma non è la sua. Si dimette infatti Tomas Drucker, ministro dell’Interno.

Dopo essersi opposto alla revoca di Gaspar, Tomas Drucker ha lasciato ieri l’incarico proprio perché si è rifiutato di licenziare il dirigente delle forze dell’ordine. Era quello che chiedeva la piazza indignata dall’assenza di progressi nelle indagini del caso Kuciak. Tre settimane: è quanto è rimasto  al governo Drucker dopo la sua nomina, sostituiva infatti Robert Kalinak, ex ministro del governo dimissionario di Robert Fico.
Alla conferenza stampa dell’ormai ex ministro c’erano pochi giornalisti, uno stemma della Slovacchia in una piccola stanza, un podio di legno: rimanere in carica vuol dire non migliorare la situazione, ma «polarizzare ulteriormente la società del nostro Paese – ha detto Drucker -. Non ci sono più le circostanze adatte che mi permettono di svolgere il mio incarico».

Drucker dice di aver chiuso con la politica per sempre, vuole ritirarsi a vita privata: «ho deciso di dimettermi e lasciare spazio ad un’altra persona che affronti la questione, è più importante la mia integrità della mia posizione». Il presidente della Repubblica, Andrej Kiska, aveva ripetutamente chiesto che Gaspar fosse rimosso dall’incarico per riguadagnare la fiducia dell’opinione pubblica, ma Drucker aveva ribadito il suo no perché le indagini di Gaspar «non erano ancora giunte al termine».
Alcuni degli articoli di Jan riguardavano la più grande compagnia di sicurezza del Paese e gli accordi fatti con il governo. Il proprietario di questa agenzia è legato al capo della polizia, Gaspar.

«La corruzione, non il coraggio, va punita» è l’urlo della folla dei trentamila scesi in piazza dopo sette settimane dalla morte di Jan. Chiedono giustizia per lui, ma anche per il resto del Paese, attanagliato nella morsa della corruzione sulla quale indagava il giornalista. I suoi ultimi articoli riguardavano eventuali legami tra la ndrangheta calabrese e gli esponenti del governo slovacco del partito Smer di Robert Fico.
Non solo Gaspar: Bratislava vuole anche le dimissioni di Dusan Kovacik, il procuratore speciale incaricato di perseguire casi di abusi di potere e corruzione tra i politici e i dipendenti pubblici. Secondo i dati raccolti dal suo ufficio l’anno scorso, Kovacik ha supervisionato 61 casi di corruzione tra il 2009 e il 2017, ma non sono mai arrivati in tribunale. Nessuna accusa penale è stata mai mossa. Nessun politico è mai finito in prigione in Slovacchia per corruzione, scrive Transparency International.

Adesso l’obiettivo di Peter Pellegrini, nuovo premier di Bratislava, dopo le dimissioni di Robert Fico, è ripulire l’immagine del Paese: «non siamo uno stato mafioso», ha detto pochi giorni fa ai giornalisti durante una visita a Bruxelles. L’omicidio di Jan è stato «compiuto da professionisti» e per questo è difficile da risolvere, nonostante un «numero senza precedenti di poliziotti stia lavorando per trovare i colpevoli». Troppi giorni sono trascorsi tra l’omicidio e la scoperta dei cadaveri dei due giovani per capire la verità: «gli assassini hanno quattro giorni di vantaggio su di noi, l’omicidio è stato compiuto un mercoledì, i corpi sono stati rinvenuti una domenica. È troppo per un caso di assassinio».

Le proteste della piazza proseguiranno forse più velocemente delle indagini negli uffici. Il risveglio della società civile di Bratislava è senza precedenti, anche se per questa primavera slovacca a pagare col sangue è stato il giovane reporter 27enne. Proiettili e parole. Kuciack è il primo giornalista assassinato nel Paese. Scrive Tom Nicholson su Politico che è «il giorno più buio per il giornalismo slovacco: nemmeno durante gli anni turbolenti che sono seguiti alla fine del comunismo nel 1989, i reporter venivano uccisi in Slovacchia».

Le scritte sui cessi

L’annoso problema delle scritte sui cessi, sui cessi delle scuole o sui cessi dell’autogrill o sui cessi dei bar o sui cessi delle discoteche, è qualcosa che non meriterebbe nemmeno due righe su un giornalino di quartiere o su un notiziario della scuola. Niente.

Che le scritte sui cessi oggi siano un argomento di discussione perché apparse (anzi, incise, poiché non appaiono le scritte sui cessi ma sono vergate dalla mano consapevole di chi si prende la briga di calcare con cura) in uno dei bagni di Montecitorio fotografa perfettamente il momento. E, attenzione, non staremo qui a discutere del presunto onorevole che si è preso il disturbo di incidere un verso fascista («Es braust unser panzer», che tradotto significa «Il nostro carro armato sta ruggendo»: il verso è tratto dal Panzerlied, tra i canti più diffusi durante la Seconda guerra mondiale tra i soldati della Wehrmacht) poiché come si affrettano a chiarire dalla Camera dei deputati quel bagno è accessibile anche a giornalisti, funzionari e scolaresche in gita (e facciamo finta di crederci) ma ci interessa di più sapere che il cesso da violare ora diventa il cuore delle istituzioni e soprattutto che inneggiare al fascismo, per fortuna, è una moderna forma di pornografia.

È una coerente fotografia di questo tempo: le istituzioni sono il luogo in cui si nota ancora di più se si grida forte, ancora più forte. Non sono mica i luoghi dove esercitare le proprie nobiltà ma la vetrina perfetta per dare sfogo alla propria stupidità, stolidità, fatuità.

Bene, direi. Avanti così.

Buon martedì.

In Montenegro il ritorno del vecchio leader Djukanovic mentre l’opposizione denuncia brogli

epa06672126 Montenegro's former Prime Minister and Democratic Party of Socialists leader Milo Djukanovic (C) speaks during a meeting with his supporters in Podgorica, Montenegro, 15 April 2018. Montenegro's pro-West ruling party has won the most votes in the small Balkan country's parliamentary election, according to unofficial results, with an election campaign focused on choosing closer ties with the European Union (EU) and the North Atlantic Treaty Organization (NATO). EPA/BORIS PEJOVIC

Il Montenegro ha scelto il suo presidente, Milo Djukanovic è tornato. Ha vinto con il 54% dei voti, sventolando la bandiera blu con le stelle dorate a Podgorica e ripetendo soprattutto due parole in campagna elettorale: “Europa” e “stabilità”. «Questa è la conferma che la decisione del Montenegro è quella di continuare il suo percorso europeo, questo ci condurrà alla piena adesione all’Unione». Sono state queste le sue prime parole alla folla riunta per festeggiarlo in strada, appena la tv nazionale ha mostrato i risultati elettorali nella serata di domenica 15 aprile.

Tra segnalazioni di violazioni e denunce di irregolarità elettorali, – firme false, tessere con lo stesso numero di serie, dispositivi elettronici per il riconoscimento non funzionanti -, ad urne appena chiuse, il vecchio leader Djukanovic ha riconquistato il potere in Montenegro. Accusato da tempo di essere l’autocrate del piccolo stato sull’Adriatico – con poco più di 600mila abitanti-, le parole degli avversari politici, filo-russi quanto filo-europei, non hanno tuttavia scalfito il suo ritorno né fermato la sua corsa elettorale. Ex comunista ed ex alleato di Milosevic fino al 1998, a capo dei Dps, partito democratico dei socialisti, Djukanovic, dopo essere già stato sei volte primo ministro e una volta presidente, sostituirà l’alleato Filip Vujanovic.

Il Montenegro ha votato il 15 aprile per la prima volta dopo l’adesione all’Alleanza atlantica e per la terza volta da quando lo Stato è diventato indipendente nel 2006. Ora il vecchio-nuovo presidente promette che lo condurrà anche «ad essere un membro effettivo dell’Unione Europa».
Djukanovic è stato assente per due anni dalla scena politica balcanica, che ha però saputo influenzare per oltre un quarto di secolo. Aveva promesso di ritirarsi nel 2016, quando le elezioni parlamentari furono messe a rischio da un presunto golpe filorusso che tentava di prevenire l’ingresso del Montenegro nella Nato. Poi, per quello che ha definito “senso di responsabilità”, Djukanovic ha deciso di candidarsi di nuovo lo scorso marzo.

Il candidato indipendente Mladen Bojanic, ex parlamentare supportato dalla maggioranza dei partiti d’opposizione e dal blocco filorusso del Paese, è arrivato secondo con quasi il 34% dei voti. Non è riuscito a porre fine a quello che chiama il “regno del dittatore”. «Il Montenegro ha scelto quello che ha scelto»: ha detto dopo la sconfitta Bojanic, che ha però anche aggiunto che il risultato delle urne è frutto di «ricatti e pressione», che il neoeletto «non è la soluzione, perché è il creatore dell’instabilità e del caos». Rimane in politica con una promessa: «Continuerò a lottare per un Montenegro libero da Djukanovic e dalla sua dittatura». Draginja Vuksanovic, prima donna a correre da candidata per il piccolo partito democratico sociale del Paese, è arrivata terza, con poco più dell’8% dei voti.

Nepotismo, legami con la criminalità organizzata, sistema clientelare, corruzione cronica: sono le quattro colonne portanti del potere di Djukanovic secondo le accuse dei sette candidati che lo hanno sfidato nella campagna elettorale, tutti usciti sconfitti in queste ultime elezioni vinte al primo turno. Secondo il rapporto Freedom House, “Nation in Transit 2018: confronting illiberalism”, pubblicato la settimana scorsa, i diritti democratici e civili a Podgorica, quanto a Belgrado, sono in declino.

Più che elezioni presidenziali, per gli analisti questo è stato un test per confermare il potere personale di Djukanovic e un referendum sull’orientamento europeo del Paese. L’opposizione vuole “ridurci a provincia russa”, ha ripetuto in campagna elettorale Djukanovic, conquistandosi simpatie e voti delle minoranze croate, bosniache e albanesi della nazione. Presentatosi come bastione anti russo in Europa, come alfiere balcanico che volta le spalle al Cremlino agli occhi dell’ovest, Djukanovic ha convinto la popolazione che il Paese alle urne ieri non stava solo scegliendo un presidente, ma una direzione: Ovest oppure Est. E un’orbita: Bruxelles oppure Mosca.

Proprio a Mosca, Putin ha detto pochi giorni fa che l’amicizia tradizionale con il Paese balcanico occidentale è andata perduta: «lo stato attuale delle relazioni tra Russia e Montenegro non corrisponde a quello dell’amicizia fraterna e all’affinità spirituale tra i nostri popoli che dura da secoli». Il presidente neoeletto ha ribadito invece che vuole «relazioni normali con la Russia», ma «se la Russia è pronta ad averle con noi».

Ieri ed oggi, Est ed Ovest nei Balcani: dalla dissoluzione della ex Yugoslavia, alle manovre d’entrata nel blocco dell’Unione Europea. Non aveva neppure compiuto trent’anni quando è diventato il premier più giovane d’Europa. Oggi ne ha quasi sessanta, ma in Montenegro il vecchio volto del potere ha ancora la sua faccia.

I cittadini russi sempre più contrari alla guerra in Siria: «Basta, ritiriamo le truppe»

FILE - This file photo released on Thursday March, 22, 2108, by the Syrian official news agency SANA, shows Syrian government forces overseeing the evacuation by buses of rebel fighters and their families, at a checkpoint in eastern Ghouta, Syria. In the spring of 2015, the Army of Islam rebel group held a massive military parade that included thousands of opposition fighters marching in formation and a striking display of tanks and armored vehicles in the town of Douma, at the doors of the Syrian capital. Now, the Army of Islam stands alone in eastern Ghouta, its fighters facing a stark choice: Surrender or die. (SANA via AP, File)

Molti osservatori, negli ultimi giorni, si sono giustamente arrovellati per capire quale sia la strategia di Putin in Siria. Ma nessuno si è chiesto cosa pensino i russi dell’intervento dell’Armata Rossa in quel Paese. Se si dovesse valutare in relazione alle chiacchiere della gente nei bar o sulla base delle confidenze dei taxisti non ci sarebbe dubbio: “bring back our boys” (“portiamo a casa i nostri ragazzi” come rivendicavano i pacifisti americani durante la guerra del Vietnam) è l’opinione generalizzata. Domenica scorsa nelle grandi manifestazioni popolari nella provincia di Mosca contro l’inquinamento e i depositi di immondizia a cielo aperto (su cui torneremo) sono circolati manifesti polemici in cui è ritratto un bambino russo che si chiede retoricamente: “Aiutiamo i bambini siriani… e io chi sono?!”
I mass-media russi hanno sempre diffuso con timidezza i sondaggi d’opinione sull’intervento russo in Siria. Nell’ultima rilevazione dell’autorevole agenzia “Levada” di Mosca dell’agosto 2017 è emerso che il 49% degli intervistati è per il ritiro delle truppe, il 30% per la prosecuzione dell’intervento mentre il 21% non prendeva posizione. Una maggioranza isolazionista che la dice lunga sugli umori della popolazione, in un Paese dove i telegiornali sono controllati ferreamente dal governo e dove l’opinione pubblica è largamente anti-americana.
La linea di faglia contro l’ intervento si è sicuramente allargata negli ultimi mesi, se anche – sempre meno timidamente – giornali e deputati della Duma mostrano sempre più perplessità. Forse Putin dovrebbe iniziare ad ascoltare di più i propri cittadini che preferirebbero “meno cannoni e più burro”.

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