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Ma che dice l’Europa di Macron?

epa06671917 French President Emmanuel Macron (C) poses on the TV set before an interview with RMC-BFM and Mediapart French journalists at the Theatre national de Chaillot in Paris, 15 April 2018. Macron releases the interview after United States, Britain and France decided to launch air strikes in Syria in response to a suspected chemical weapons attack on 14 April 2018. EPA/FRANCOIS GUILLOT / POOL

Sarebbe curioso sapere che ne pensa l’Europa di Emmanuel Macron, che decide di fare Stato autonomo e indipendente per attaccare la Siria compiacendo Trump, gli Usa e tutto il resto. Sarebbe curioso sapere anche che ne dice Macron del suo finto europeismo da quattro spicci (utile finché poteva essere utile per sconfiggere la «guerrafondaia» Le Pen, come disse Macron), che ha sventolato per mesi e che qui in Italia ha eccitato un certo centrosinistra inconcludente e confuso.

Sarebbe curioso sapere che ne dice l’Onu di Macron. Se prima o poi ha intenzione di spiegarci come funzioni un’Organizzazione delle Nazioni Unite che non riesce a tenere uniti i propri Stati membri, come uno di quei ristoranti che non rispetta l’insegna e i menù messi solo per attirare turisti.

Sarebbe curioso sapere che ne pensa il Parlamento francese di questo Macron, che decide di fare la guerra senza concedersi il disturbo di informare la propria assemblea e giustificando tutto questo con l’urgenza di una situazione che si trascina da anni e che faceva comodo lasciare passare inosservata.

Sarebbe curioso anche sapere cosa si siano detti Macron e il principe saudita Mohammed bin Salman, dinastia sunnita storicamente nemica della Siria e dell’Iran, che si sono incontrati pochi giorni fa in un faccia a faccia definito «strategico» da entrambe le parti e che è coinciso con la decisione dell’attacco alla Siria.

Sarebbe curioso sapere che ne dicono i macronisti di noialtri che l’hanno celebrato per mero calcolo elettorale nazionale e senza nessuna conoscenza favoleggiando sulla sua capacità politica e di mediazione. E questo si è messo a fare la guerra.

Buon lunedì.

La fake news di Corbyn antisemita

LONDON, ENGLAND - JUNE 30: Labour Party Leader Jeremy Corbyn attends Anti Semitism inquiry findings at Savoy Place, on June 30, 2016 in London England.The Labour leader said there was no acceptable form of racism as he was speaking after the launch of a report by the former director of Liberary, Shami Chakrabarti. (Photo by Jeff J Mitchell/Getty Images)

Nel 2012 Mear One, un artista americano noto per i suoi controversi murales, dipinse una delle sue pungenti opere in cui rappresentava alcuni banchieri ricchi e privi di scrupoli. Il dipinto venne accusato di contenere alcuni chiari elementi di chiave antisemita per la rappresentazione dei banchieri con sembianze ebraiche. Il sindaco della municipalità di Londra in cui il murales era stato dipinto ne ordinò la rimozione. In un post su facebook un semi sconosciuto parlamentare inglese, tale Jeremy Corbyn, scrisse a commento del post di Mear One: «E perché vogliono rimuovere la tua opera d’arte?».

L’opera, in generale, è una critica al classismo della società moderna e Corbyn, facendo riferimento a questo, paragonò l’episodio a quella volta in cui Rockefeller fece cancellare un’opera di Diego Rivera per la presenza di Lenin. Cinque anni dopo una parlamentare laburista di religione ebraica, ha ritrovato questo commento al post di Mear One e ha chiesto a Corbyn conto di quella che – nel frattempo – era diventata una manifestazione di solidarietà ad un artista antisemita…

Da questo episodio è nata lo scorso anno una nuova ondata di proteste per il problema di antisemitismo all’interno del Partito laburista. Un’ondata ovviamente rilanciata dalla stampa britannica, per larga parta controllata dal mondo finanziario, che non vedeva l’ora di attaccare nuovamente il Labour nel vivo di una campagna elettorale che si preannunciava difficile per i conservatori di Theresa May, in netta difficoltà a causa del caos nelle trattative per la Brexit. Ora la storia si ripete. Nei giorni scorsi Corbyn ha definito «inumane e illegali» le violenze dei soldati israeliani contro gli abitanti di Gaza in occasione delle celebrazioni del Giorno del ritorno, durante le quali 17 palestinesi sono stati uccisi da cecchini. Tanto è bastato per…

L’articolo di Domenico Cerabona prosegue su Left in edicola


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Leggere “L’amica geniale” a Brasilia. In chiave politica

People peruse books at a book-sharing stand set up by Marcio Mizael Matolias, 44, an artist who lives inside a sand castle at Barra da Tijuca beach in Rio de Janeiro, Brazil, on January 18, 2018. For the last 22 years, Matolias has lived inside his sand castle surrounded by books, golf clubs and fishing poles. Neighbors and friends call him "The King". / AFP PHOTO / MAURO PIMENTEL (Photo credit should read MAURO PIMENTEL/AFP/Getty Images)

Il successo dei romanzi di Elena Ferrante in Brasile continua a sorprendere: decine di migliaia di copie vendute a ogni nuova traduzione proposta. A ciò vanno aggiunti gli articoli di giornale, le interviste ai traduttori, i dibattiti. Se l’espressione Ferrante fever, titolo del documentario diretto lo scorso anno da Giacomo Durzi, rinvia al boom editoriale nordamericano, nei tropici lusofoni si parla di febbre Ferrante, a indicare il susseguirsi di discussioni sui media, tesi di laurea, studi accademici sulla produzione della scrittrice italiana.

Non è un caso che nella città di Fortaleza, in Brasile, si terrà il prossimo novembre un congresso internazionale sull’autrice de L’amica geniale. (Tutta la sua opera è pubblicata da Edizioni e/o ndr) Fin dal titolo Elena Ferrante, um olhar subalterno -“uno sguardo subalterno” – risulta evidente la dimensione politica dell’operazione, che intende analizzare i libri della Ferrante dalla specola della subalternità, geografica e culturale. A promuovere l’evento è il programma Pgp-letras dell’Universidade federal do Ceará, una delle maggiori università pubbliche del Paese sudamericano. L’iniziativa riunirà ricercatori locali, così come studiosi italiani, quali Andrea Mazzucchi e Matteo Palumbo dell’Università di Napoli Federico II, tutti interessati a mettere a fuoco di opere come L’amore molesto o I giorni dell’abbandono la dimensione meridionale. L’aggettivo richiede una precisazione. Il convegno, infatti, sposterà il baricentro critico a occidente del Mediterraneo. E meridione, sotto la linea dell’Equatore, non significa Sud d’Italia, ma Sud del mondo.

È proprio sulla base di tale concezione “globale” del meridione che i testi della Ferrante vengono letti e interpretati nel Brasile attuale delle rivendicazioni femministe, dell’impennata dei conflitti di genere, delle nuove modalità di lotta di classe. È facile, insomma, immedesimarsi in personaggi relegati alla subalternità in un Paese nel quale violenza e ingiustizia sono una piaga costante. Anche perché si tratta di punti di vista – quello, ad esempio, di Delia ne L’amore molesto o quello di Olga de I giorni dell’abbandono – che…

L’articolo di Yuri Brunello prosegue su Left in edicola


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Sicurezza urbana, breve storia di una legge-vergogna

Agenti di polizia Municipale in piazza di Spagna, Roma 29 marzo 2018. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Non solo spacciatori, ma anche persone che chiedono l’elemosina, ubriachi, prostitute o senzatetto i cerca di un giaciglio. In virtù del decreto Minniti Orlando sulla “sicurezza urbana” – convertito in legge il 17 aprile 2017 – queste categorie di persone si sono rapidamente trasformate, agli occhi dello Stato, da esseri umani in difficoltà, da sostenere, in nemici giurati dell’ordine pubblico e del decoro, da far sparire il più possibile dai centri urbani, dagli sguardi di chi passeggia davanti le vetrine delle nostre città. Per farlo, è stata data carta bianca ai sindaci. Via libera quindi alla modifica dei regolamenti di polizia urbana, per poter comminare tempi rapidi provvedimenti di allontanamento e sanzioni a chi è considerato complice del degrado. In che modo? Anche solamente stazionando in alcune “zone rosse”, individuate dai sindaci.

E così, moltissime amministrazioni hanno colto la palla al balzo, da quelle di centrosinistra a quelle di centrodestra, senza soluzione di continuità. Come testimoniano i dati raccolti grazie al paziente impegno di Meno di zero, l’osservatorio «contro la guerra agli ultimi» nato alcuni mesi fa, grazie alla sinergia di alcuni militanti, provenienti da diverse realtà di attivismo a Roma. «Nel provvedimento di Minniti, la sicurezza urbana viene definita come “il bene pubblico che afferisce alla vivibilità e al decoro delle città”, da perseguire attraverso “riqualificazione urbana”, “eliminazione di fattori di marginalità”, “prevenzione della criminalità”, e “affermazione di più elevati livelli di coesione sociale”. Ci si aspetterebbe dunque una legge piena zeppa di misure di welfare dunque, no? Invece è una legge ad personas, che criminalizza alcune categorie di persone». A raccontarlo è Federica Borlizzi, attivista del collettivo che tiene in piedi l’osservatorio.

«Per contrastare il dispositivo – spiega – abbiamo deciso di non essere ideologici e partire dai dati, mappando i vari provvedimenti, dai mini daspo che dispongono un allontanamento dal centro di quarantott’ore, ai daspo veri e propri di sei mesi e più, e poi le multe. Indicando in ogni caso chi sono i soggetti bersagliati da queste misure». Un lavoro che ha portato alla…

L’inchiesta di Leonardo Filippi prosegue su Left in edicola


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Budapest si ribella a Orban. Decine di migliaia di giovani in piazza

Una manifestazione pacifica per la democrazia. “Stop Orban”. Cartelli con scritte esplicite, slogan forti e decisi contro il presidente reduce dalla vittoria schiacciante alle elezioni dell’8 aprile. “Dittatore”, “L’Ungheria si ribella alla truffa”, “Orban vattene”, questo gridano decine di migliaia di cittadini di Budapest che si sono dati appuntamento davanti al Teatro dell’Opera, luogo simbolo della cultura e amatissimo nella capitale ungherese.

(Foto di Francesca Zappacosta)

Da lì per via Andrassy, completamente piena, in direzione del Parlamento. Sono giovani ungheresi, soprattutto, ed esponenti dell’opposizione che nei giorni precedenti la manifestazione hanno denunciato brogli elettorali. Sarebbero scomparse infatti migliaia di schede. Per questo motivo l’opposizione ha chiesto l’intervento dell’Unione europea e dell’Onu perché fosse di nuovo possibile il conteggio dei voti. I cittadini di Budapest sono indignati per il modo in cui Orban ha vinto con il premio di maggioranza che lo ha portato a controllare il 67% del Parlamento.

(foto di Francesca Zappacosta)

La manifestazione di oggi, sabato 14 aprile, è nata spontaneamente in rete e coinvolge migliaia di giovani che non vedono di buon occhio la politica di Orban e la svolta sempre più reazionaria del suo governo. Una politica che opprime soprattutto le nuove generazioni, ricordiamo che migliaia di giovani ungheresi ormai vivono all’estero.
A Budapest, tra l’altro, Orban non ha vinto. E la prova è data dalla  forza di questa protesta spontanea. La popolazione di Budapest si è ribellata con una fortissima indignazione.

(video di Francesca Zappacosta)

La scuola sia pubblica, laica e gratuita

Un momento dello sciopero e della manifestazione per il boicottaggio delle prove Invalsi organizzata a Roma davanti al ministero dell'Istruzione, 12 maggio 2016. US FRONTE DELLE GIOVENTU' COMUNISTA +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Pubblica, laica, pluralista, democratica. Aggettivi semplici, a cui non dobbiamo cessare di assegnare l’alto valore di principi irrinunciabili, ciascuno con la propria portata di profonda civiltà, e che vanno associati ad un altro, altrettanto fondamentale: gratuita. È il ritratto di una scuola che è stata costruita intenzionalmente come strumento dell’interesse generale perché, solo grazie a quelle peculiarità, essa risponde al mandato che la Costituzione le assegna: formare cittadini consapevoli, in grado cioè di compiere delle scelte motivate dalla conoscenza e dalla capacità di selezionare informazioni e di metterle utilmente in relazione; configurare, sulla scorta del comma 2 dell’art. 3 della Carta, lo strumento privilegiato che la Repubblica ha in mano per rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona e la partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Leggere e riflettere su queste peculiarità altissime e significative rappresenta quotidianamente uno stimolo per non cessare di mobilitarsi sul tema dell’istruzione, pur – o, forse, soprattutto – nella consapevolezza di quanto la normativa degli ultimi 20 anni abbia intenzionalmente decostituzionalizzato la scuola, prona come è stata alla logica (che investe tutto lo Stato sociale) del pensiero unico dettato dall’Europa: giustapporre criteri economici e di profitto ai diritti fondamentali delle persone. Se il 4 dicembre 2016 abbiamo difeso la Costituzione, lo abbiamo fatto anche perché i principi in essa contenuti abbiano un’attuazione concreta. Perdere su questo fronte, assecondare l’oblio del senso profondo di quegli aggettivi, ridurli a orpello retorico e non a esigenza irrinunciabile significherebbe non solo tradire le premesse della nostra storia nazionale, ma arrenderci ad…

Il parere di Marina Boscaino prosegue su Left in edicola


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Riprendiamoci la poesia civile di Rodari

Con Gianni Rodari abbiamo riso già da piccolissimi, ci siamo immedesimati in Giovannino Perdigiorno o Gip nel televisore. Ci ha fatto riflettere parlando della guerra e della pace, dell’ecologia e della musica, ci ha posto delle domande negli anni in cui, tra i banchi, imparavamo a leggere e a scrivere. Abbiamo cercato di imitare le sue rime scrivendo anche noi bizzarre filastrocche e grazie a lui non ci siamo mai sentiti sbagliati nel commettere qualche errore. Lo sentivamo dalla nostra parte.

Gianni Rodari – di cui il 14 aprile ricorre l’anniversario della scomparsa – è stato un intellettuale vicino alle giovani generazioni, a cui dà sempre la massima considerazione aprendo con loro un dialogo di scambio e partecipazione. Scrisse per la scuola, per gli insegnanti e i genitori. I temi che affrontò su Paese Sera con i suoi articoli e la rubrica “Dialoghi con i genitori” e sul mensile Il giornale dei genitori, di cui fu direttore dal 1968 al 1977, aprono vasti campi di ricerca. Il contributo che ha dato su questo versante è significativo; da giornalista impegnato sul fronte della scuola, si batte per una sua gestione autentica e democratica, non risparmiando critiche verso chiunque ne impediva o cercava di frenare il suo principio fondante, che è quello laico, inclusivo e solidale.

La mancanza di importanti riferimenti a Rodari nei più rinomati libri della letteratura italiana fa riflettere. Un’assenza che si sente, che pesa, quando nell’indice, tra gli autori che iniziano con la R, non si trova il suo nome. Carmine De Luca che curò nel 2013, portandole alla ribalta, le prime prove del giornalista-scrittore nel libro Il giudice a dondolo, conferma che c’è una sorta di «disattenzione e pigrizia di buona parte della critica letteraria, poco disponibile a prestare orecchio alla letteratura per l’infanzia, in generale, e a Rodari in particolare». Eppure illustri professori come Tullio De Mauro e Alberto Asor Rosa hanno scritto saggi e articoli sottolineando l’importanza della sua ricerca nella letteratura per l’infanzia e nella linguistica italiana. Proprio attraverso la linguistica egli rifiuta quell’ordine costituito in cui vede riflesso un ordine politico e sociale per lui inaccettabile. Questo rifiuto lo porterà a tentare di costruire un nuovo ordine, più solidale, che parte dalla riorganizzazione dell’universo linguistico e suggerisce una nuova dimensione di rapporti umani e sociali. I giochi verbali, i rovesciamenti, la parodia, l’umorismo, ma anche quella utopia concreta che traspare nelle frasi e nei racconti, confermano poi l’influenza delle avanguardie del Novecento. Anche per questo Rodari fu uno scrittore forse troppo rivoluzionario sia per il partito comunista, sia per quel mondo cattolico che vedeva attraverso le sue favole, incitamenti al cambiamento, la possibilità di una trasformazione culturale che si distanziava dai prodotti “confezionati” pensati fino ad allora per i bambini.

Dal dopoguerra agli anni Settanta scrive molti romanzi, e attraverso questa costruzione realistica del presente, mediante però una vena fantastica, ha la possibilità di trovare nella favola gli ideali pedagogici e civili, dall’attivismo alla collaborazione, i temi, cioè, su cui poesie, filastrocche, storie e favole prenderanno corpo. È nelle onomatopee, nel gioco spiritoso di varianti che Rodari apre lo spazio ad una scrittura leggera che sottolinea quella matrice surreale conosciuta anni prima attraverso i surrealisti d’oltralpe e il futurismo di Palazzeschi. I suoi versi e le sue storie spingono a cambiare il mondo, a volerlo migliore, a sognare sempre in grande. Antonio Faeti, nel libro Le provocazioni della fantasia, lo definisce “poeta civile”. Non a caso Grammatica della fantasia, il saggio in cui rivendica l’importanza del processo creativo e dell’invenzione, nasce dagli incontri con una cinquantina di insegnanti di Reggio Emilia nel marzo del 1972. Un’altra opera, il surreale racconto La torta in cielo, prende corpo invece dai suoi incontri in una scuola della periferia romana, al Trullo, dove Rodari trascorre alcune mattinate insieme agli alunni della quinta elementare della maestra Bigiaretti, conosciuta in occasione dei convegni nazionali del Mce (Movimento di cooperazione educativa). Nella scuola elementare Rodari stabilisce un rapporto amichevole con i bambini che poi si riflette nella scrittura. Nel suo libro La scuola anti trantran, la maestra Bigiaretti ricorda quell’incontro memorabile: mai si sarebbe aspettata di vedere Rodari, lì, sulla porta della classe, divertito nell’averle fatto una sorpresa.

Il titolo della favola nasce dalla combinazione di due parole o “duello di parole”, come più comunemente l’autore di Omegna era solito proporre, cioè un esercizio per far nascere l’incontro di immagini che potessero dare inizio ad una storia. A dare lo spunto fu la conversazione con un suo amico: con l’espressione pie in the sky, traducibile in “castelli in aria”, Rodari lasciò vagare i suoi pensieri, fino all’incontro giusto. In quella classe del Trullo, tra lo scrittore e i ragazzi inizia così un rapporto che lo anima, per così dire, suggerendogli idee sui personaggi e i luoghi, facendo crescere a poco a poco il romanzo ambientato proprio nella borgata. La torta in cielo è un romanzo di fantascienza, pacifista, ecologico e antimilitarista. L’elemento scientifico ritorna come indagine doverosa a distanza di circa vent’anni dalla bomba atomica, è il tempo infatti della Guerra fredda. La critica mossa da Rodari verso gli scienziati, che non dovrebbero accettare di costruire strumenti di morte, è chiara nel discorso in cui il protagonista Paolo espone le sue perplessità: «- Scusi, ma non si risparmierebbe di più se le bombe atomiche non si fabbricassero nemmeno? – Sono cose che tu non puoi capire. È politica, io non mi interesso di politica. Io sono soltanto uno scienziato. Anzi, ahimè, lo ero…».

 

Al di là di situazioni proprie della favola classica, la trama è moderna per le questioni di attualità che tocca, su cui Rodari interviene anche con le simpatiche bizzarrie suggeritegli dagli alunni. La torta in cielo è un’operazione letteraria di “abbassamento” verso la cronaca, raccontando un tema così delicato come la minaccia di una nuova bomba atomica. Ma l’obiettivo è far arrivare ai più piccoli un messaggio chiaro e aperto alla ricerca.

Dapprima non si parlò di torta ma di pizza (perché al Trullo la parola si usa sia per la pizza al pomodoro che per la torta al cioccolato). Gli ingredienti furono subito suggeriti a raffica dai bambini – ovviamente era consentito qualsiasi gusto – e tutte le golosità vennero concentrate in quella “bomba”. Crema, panna, gelato, savoiardi, croccantino, ciliegie candite e molte altre leccornie. Rodari generosamente utilizzò tutti i suggerimenti e la torta fu veramente preparata da tutta la classe. Poi una mattina lo scrittore andò a leggere loro le ultime due righe della storia che auguravano l’arrivo di un giorno in cui «ci sarà un pezzetto di torta per tutti, quando si faranno le torte al posto delle bombe». La maestra Bigiaretti racconta che a quelle parole, le bambine e i bambini, emozionati, scoppiarono in un lunghissimo applauso e quel momento rimase vivissimo in tutti loro.

«La coscienza del dovere che abbiamo di cambiare il mondo in meglio senza accontentarci dei mediocri cambiamenti di scena che lasciano tutto come prima». Bastano queste parole per comprendere lo spessore umano e culturale di Gianni Rodari, che, senza alcun dubbio, appartiene alla letteratura del Novecento.

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L’articolo di Ilaria Capanna è stato pubblicato su Left 13 aprile 2018


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Perché riscoprire Gramsci fa bene alla scuola

Schoolboys looking at a mural of Antonio Gramsci School children looking at a mural portraying Antonio Gramsci. Orgosolo, 1975

«Nella scuola moderna mi pare stia avvenendo un processo di progressiva degenerazione: la scuola di tipo professionale, cioè preoccupata di un immediato interesse pratico, prende il sopravvento sulla scuola “formativa” immediatamente disinteressata». Queste frasi non sono estrapolate da uno dei tanti dibattiti sui media a proposito della Buona scuola, né vengono da pedagogisti o intellettuali che ciclicamente discettano sulle sorti dell’istruzione in Italia. L’autore è Antonio Gramsci, che le ha scritte in una nota dei Quaderni del carcere in cui sottolinea l’importanza dello studio del latino e del greco, lingue tutt’altro che morte, anzi formative perché aprono alla riflessione e alla prospettiva storicistica.

Poco più in là Gramsci aggiunge un altro concetto. La scuola che ha come unico obiettivo la preparazione al lavoro, fintamente considerata “democratica”, «è destinata a perpetuare le differenze sociali».
Come si vede, in poche parole si accenna a un nodo cruciale dell’istruzione contemporanea, il dissidio cioè tra due visioni contrapposte: la scuola che forma cittadini dotati di spirito critico e la scuola schiacciata sul mercato del lavoro, di stampo neoliberista. La conclusione è che quest’ultima, la scuola finalizzata al lavoro, non fa altro che perpetuare le diseguaglianze esistenti a livello sociale.

Gramsci ha scritto migliaia di pagine sulla scuola, tra articoli di giornale, note carcerarie e lettere. Eppure questo immenso patrimonio è stato messo da parte, quando non addirittura annullato. L’alone di estraneità che circonda l’autore dei Quaderni investe soprattutto l’aspetto pedagogico del suo pensiero, cioè il nucleo della sua elaborazione teorica. Un unicum. È difficile, infatti, nel panorama italiano, trovare un intellettuale e un politico che abbiano prestato tanta attenzione alla formazione degli esseri umani. Per questo motivo è

Giuseppe Benedetti e Donatella Coccoli hanno scritto per l’Asino d’oro edizioni Gramsci per la scuola. Conoscere è vivere, in uscita il 20 aprile

L’articolo di Giuseppe Benedetti e Donatella Coccoli prosegue su Left in edicola


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Migrazioni: una sfida culturale, politica e scientifica

20070612- LAMPEDUSA - CLJ - IMMIGRAZIONE: 5.347 I RICHIEDENTI ASILO E RIFUGIATI NEL 2006. In questa immagine di archivio alcuni immigrati nel CPT di Lampedusa. Sono 5.347 le persone accolte nel sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) nel 2006, il 20% in piu' rispetto all'anno precedente. Il dato presentato stamani nel rapporto annuale stilato da Anci e Censis che e' stato illustrato al teatro Capranica a Roma. ANSA / ETTORE FERRARI / FRR /DC

Rispetto al tema delle migrazioni umane, «l’evidenziarsi di posizioni diverse e anche contraddittorie, che suscitano confusione in chi cerca di orientarsi, ci ha spinto a cercare di fare chiarezza su alcuni problemi a nostro giudizio fondamentali, derivanti da una serie di idee errate e ingannevoli sulla realtà umana radicate nella nostra cultura che, sebbene spesso nascoste, possono avere contenuti manifestamente razzisti».

Così scrivono le psichiatre e psicoterapeute Rossella Carnevali e Valentina Mancini nell’introduzione alla nuovo numero della rivista scientifica Il sogno della Farfalla in uscita il 16 aprile. Un numero monografico, interamente dedicato, quindi, a un argomento di estrema attualità in diversi ambiti, non solo socio-politici, come quello dei flussi migratori. «Esso infatti – osservano le due curatrici – viene ormai trattato a tutti i livelli, a volte in modo approfondito, più spesso con molta approssimazione, ed è oggetto di ricerca di numerose discipline: politologia, economia, sociologia, antropologia, medicina, filosofia e arte».

Nelle oltre 140 pagine, l’aspetto divulgativo e quello scientifico si fondono, consentendo con un linguaggio preciso, rigoroso e chiaro anche al lettore non “specializzato” di entrare in possesso di una chiave di interpretazione del fenomeno priva di pregiudizi e zavorre culturali. Nell’articolo di apertura, dedicato alla storia della ricerca psichiatrica transculturale, Carnevali e Mancini, raccontano come «i principali autori che si sono succeduti nello studio di tale materia abbiano tentato senza successo di trovare un’universalità nell’eziopatogenesi delle malattie mentali». Le due autrici si interrogano poi sull’effettiva necessità di una «psichiatria etnica», dedicata cioè alle culture diverse dalla nostra.

Nell’articolo seguente, la docente di filosofia Elisabetta Amalfitano spiega come le radici dei pregiudizi nei confronti dello straniero in quanto “diverso”, affondino nella storia del pensiero filosofico e come possano essere divelte. La psichiatra e psicoterapeuta Claudia Battaglia si concentra, a sua volta, sul tema dell’adolescenza, «considerando che in questa delicata fase della vita la condizione di migrante può rappresentare uno specifico fattore di rischio per lo sviluppo di patologie mentali». Lo sfoglio sulle migrazioni prosegue con due interessanti sezioni di interviste: «La prima – raccontano Carnevali e Mancini – è dedicata agli psichiatri impegnati in questo ambito, restituisce un’idea del panorama psichiatrico internazionale; la seconda raccoglie i contributi dei migranti stessi, che raccontano la loro esperienza, le difficoltà e le possibilità di integrazione nella nostra società.

Un altro articolo, basato sulle testimonianze degli operatori che lavorano quotidianamente a contatto con i migranti, fornisce un resoconto diretto delle criticità presenti nel sistema di accoglienza». Nei due interventi conclusivi, il giornalista di Left Federico Tulli esamina la storia delle politiche di accoglienza in Italia, alla luce del contesto europeo, evidenziandone l’impatto sulla vita dei migranti; mentre gli psichiatri Francesco Fargnoli e Domenico Fargnoli, nel loro articolo di cui riportiamo un estratto qui di seguito, «scardinano la comune convinzione che ci sia una correlazione fra immigrazione e terrorismo».

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Il 14 aprile, la rivista di psichiatria e psicoterapia Il sogno della farfalla, in occasione dell’uscita del numero dedicato ai migranti, organizza con il settimanale Left il convegno “Migrazione e salute mentale: una nuova prospettiva”. All’incontro partecipano alcuni autori del numero monografico, il direttore della rivista, lo psichiatra Andrea Masini,  la direttrice di Left, Simona Maggiorelli, oltre a politologi, artisti e operatori sociali che si occupano di immigrazione, sia da un punto di vista teorico generale o dell’attualità, sia da quello clinico e pratico della gestione dei problemi concreti connessi all’accoglienza. Teatro Puccini di Firenze, ore 10-17.30; ingresso libero. Info e prenotazioni: [email protected]

Pena di morte, diminuiscono le esecuzioni nel mondo. Gli Usa al decimo posto nella classifica degli omicidi di Stato

Un momento del flash mob di Amnesty International a Piazza del Popolo a Roma contro la pena di morte, oggi, 10 ottobre 2011. ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

Iran, Arabia saudita, Iraq e Pakistan. In questi quattro Paesi nel 2017 sono state eseguite l’84% delle condanne a morte sommarie nel mondo. Nel complesso, a livello planetario lo scorso anno sia le condanne che le esecuzioni per mano dello Stato sono diminuite. Sono questi i due dati principali che emergono dal nuovo Rapporto di Amnesty international sulla pena di morte nel mondo. Entrando nel dettaglio, le esecuzioni sono state almeno 993 in 23 Paesi, in calo del 4% rispetto alle 1032 del 2016. Il risultato del 2017 diventa ancora più significativo se paragonato a quello del 2015, l’anno che ha fatto registrare il maggior numero di esecuzioni dal 1989. Lo scorso anno sono state il 40% in meno rispetto a due anni prima (1634).

Per quanto riguarda le sentenze di condanna alla pena capitale nel 2017 sono state 2591 in 53 Paesi diversi, vale a dire 526 in meno rispetto alle 3117 del 2016. Per il secondo anno consecutivo diminuisce dunque anche il numero dei Paesi in cui si condanna a morte: erano 61 nel 2015 e 55 nel 2016.

I dati sin qui elencati sono però parziali e i numeri reali sono sicuramente più grandi. Amnesty infatti sottolinea l’impossibilità di riportare cifre esatte rispetto a quei Paesi in cui la stampa e questo tipo di informazioni sono sottoposte a censura oppure che si trovano in guerra, come Corea del Nord, Laos, Siria, Libia, Malesia, Vietnam, Bielorussia, Yemen e Cina. In particolare «dalle informazioni disponibili, emerge chiaramente che ogni anno in Cina avvengono migliaia di condanne a morte ed esecuzioni». Dal 2009, Amnesty international invita ogni anno il governo di Pechino a rendere pubblici i dati sull’applicazione della pena di morte, ma non ha mai ricevuto una risposta ufficiale perché sono soggetti a segreto di Stato.

I numeri in diminuzione delle condanne e delle esecuzioni note sono inversamente proporzionali a quelli relativi agli Stati in cui la pena capitale non è più presente. A fine 2017 agli Stati abolizionisti si sono aggiunte Guinea e Mongolia, così dai 104 del 2016 si è passati a 106. Se si prendono invece in considerazione anche i Paesi dove la pena di morte è prevista dal codice penale ma non viene applicata da diversi anni, il numero degli Stati in cui non è più presente sale a 142.

«Questi dati confermano l’andamento globale verso l’abolizione della pena capitale» sottolinea l’organizzazione umanitaria. Amnesty osserva inoltre che sono rimasti solo quattro Paesi nel mondo ad applicare sistematicamente la pena di morte. Il problema è che «sono responsabili dell’84% di tutte le esecuzioni registrate nel 2017». Si tratta di Iran, con almeno 507 esecuzioni confermate, Arabia saudita (146), Iraq (125) e Pakistan con 60 esecuzioni confermate. In questa classifica dell’orrore il primo Paese occidentale sono gli Stati Uniti al nono posto, con 23. Insieme al Giappone, gli Usa di Trump sono stati gli unici due Paesi del G8 a eseguire sentenze capitali nel 2017.