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Asifa, otto anni. Violentata e uccisa in India perché musulmana. E l’ultradestra indù difende gli accusati

epa06553047 Kashmiri people hold placards during a protest calling for justice in the murder case of 7 year-old Ashifa Bano in Srinagar, India, 22 February 2018. Bano was the raped and murdered in Kathua district of Jammu region in January 2018. EPA/FAROOQ KHAN

Città di Kathua, in Kashmir, India del Nord. È il gennaio 2018. Asifa sta portando in giro i suoi cavalli al pascolo. Ha un vestito viola e otto anni. Un uomo la avvicina e lei lo segue tra alberi e cespugli. Poi uno stupro di gruppo. Poi un omicidio brutale. E Asifa è stata ritrovata morta nella foresta.

La società civile indiana, indignata, è tornata a riempire le strade: per chiedere ancora una volta sicurezza contro la violenza sessuale ai danni di donne e bambini e assicurare gli assassini alla giustizia. Uno dei tre sospetti dell’omicidio di Asifa è un funzionario dell’ufficio delle imposte: Sanji Ram aveva ordinato a suo nipote di rapire la bambina dalla comunità di nomadi musulmani Bakerwal a cui apparteneva, nel distretto induista di Jammu.

La bambina è stata avvicinata, drogata e rinchiusa in un tempio induista. Per quattro giorni è stata ripetutamente violentata più persone. Poi è stata strangolata e ancora violentata. Il suo cadavere è stato abbandonato poco lontano dal tempio, tra gli alberi della foresta, con il vestito sempre viola, ma anche rosso del suo sangue. Era il 17 gennaio scorso.

Le indagini dal giorno della sua morte sono andate a rilento. Anand Dutta, un membro delle forze dell’ordine indiane che si occupava del caso, ha accettato una tangente di seimila dollari per insabbiare tutto. Per eliminare le tracce degli uomini, ha lavato gli indumenti di Asifa. Tentava di cancellare le prove, ha riferito la stessa polizia in seguito. Ora è in manette insieme ad altri otto coinvolti nel crimine. Tutti i sospettati sono induisti. Ma, se una parte dell’India protesta contro di loro, un’altra parte occupa le strade per il loro rilascio.

Se a Delhi donne e uomini chiedono giustizia per la vittima, nel distretto del Kashmir la richiedono per i carnefici. I gruppi della destra induista e l’associazione degli avvocati locali, in seguito all’arresto degli accusati, – tutti membri della loro comunità –, con fuoco e bastoni, non hanno permesso che la polizia depositasse le accuse contro i sospetti, bloccando il loro ingresso alla corte.

Il conflitto nel distretto di Jammu tra induisti e musulmani va avanti da tempo, soprattutto da quando molte delle tribù musulmane sono diventate stanziali. Il funzionario Ram era contro “le colonie” dei nomadi Bakerwals a Kathua e con lo stupro voleva “mandare un messaggio” ai musulmani del territorio. Per Talib Hussain, della comunità locale islamica, «il crimine è stato pianificato per diffondere paura tra i musulmani di Kathua e farli andare via dalle loro case, in una regione prevalentemente induista; la situazione è peggiorata da quando Narendra Modi, il primo ministro indiano, ha vinto le elezioni nel 2014».

«Immaginate cosa passa per la testa di una bambina di otto anni, mentre viene drogata, tenuta prigioniera, violentata da una gang per giorni e poi uccisa. Se non chiedete giustizia per Asifa, appartenete al niente» ha detto lo scrittore e cantante Farhan Akhtar, insieme a centinaia che chiedono adesso in tutto il paese #JusticeforAsifa.

Swati Maliwal, della Delhi commission for women, è entrata in sciopero della fame per chiedere che le indagini facciano il loro corso. Rahul Gandhi, a capo principale partito di opposizione al Congresso, ha partecipato alla marcia di ieri notte nella capitale indiana, dove si reclamava no more shielding of rapist, basta protezione agli stupratori. Chi chiede giustizia per la bambina, vuole giustizia per tutte le donne uccise e violentate in India ogni giorno. Chi difende gli stupratori, fa sventolare nelle sue marce la bandiera indiana e il simbolo del partito nazionalista Bharatiya Janata.

«Lo stupro di Asifa, umanità perduta e ritrovata», titola il quotidiano Greater Kashmir, descrivendo le due nazioni scese in piazza in queste ore. L’incidente sembrava un altro «orribile ed isolato episodio di violenza sessuale in India, perpetuato ai danni di una bambina indifesa da parte di uomini brutali. Ma nei momenti che si sono susseguiti dall’omicidio di Asifa, il caso è diventato l’ultimo terreno di battaglia nella guerra di religione indiana», scrive il New York Times.

«C’è un solo motivo per cui questi uomini accusati di un crimine così macabro hanno il supporto pubblico: come la maggior parte delle persone a Kathua, sono induisti, mentre la ragazza era musulmana» ha scritto Samar Halarnkar su Scroll.in. «Ci sono, nelle vite di ogni nazione, momenti definitivi, soglie e Rubiconi attraversati, linee rosse violate, precedenti stabiliti. Uno di questi momenti avviene oggi in India nel distretto di Kathua nello stato di Jammu e Kashmir».

La resistenza del Quadraro diventa festival

Un’altra data importante, oltre al 25 aprile, è quella del 17 aprile. È il giorno che rimanda ai tristi fatti del 1944, noti come il rastrellamento del Quadraro. Furono 750 i deportati, scovati dai nazisti in un quartiere soprannominato, dagli stessi tedeschi, “Nido di Vespe” per l’odio nutrito nei loro riguardi dagli abitanti, visibile nell’urbanistica del quartiere. Nei dedali di quel territorio, i soldati, su ordine del comandante Kappler, stanarono uomini tra i quindici e i cinquant’anni, violando fortemente la resistenza partigiana romana. Conosciuta col nome in codice “Operazione Balena”, la vigliacca azione militare ebbe, altresì, lo scopo di inviare manodopera in fabbriche chimiche, minerarie o a scavare trincee, in Germania con il noto e triste epilogo. A ricordare quei tragici avvenimenti, avvenuti nel cosiddetto “Quadraro vecchio”, che oggi si estende anche al “nuovo” territorio, al di là della Tuscolana a ridosso di Porta Furba, l’arco che si forma nell’incrocio tra la via in questione e l’acquedotto Felice, un festival per non dimenticare tutti quegli uomini strappati ai loro affetti e alla sana resistenza. Per il settantaquattresimo anniversario, cinque giornate ricche di attività, iniziative, mostre, arte e concerti, dislocati in tutto il territorio dell’attuale V municipio, dal 13 al 17 aprile.
A promuovere l’atteso evento, il centro sociale occupato Spartaco, l’associazione Officina Via Libera, l’associazione Punto di Svista, ASD Quadrato. Con loro tante realtà e altrettanti luoghi, ormai certezze culturali del quartiere, come la Biblioteca interculturale Cittadini del mondo. Tutti confluiti nel logo “Q44”: un’identità che raccorda varie associazioni quando si tratta di commemorare il rastrellamento del Quadrato, con l’obiettivo di mantenere viva la memoria e il significato profondo dell’identità e dei valori antifascisti del quartiere.
Gli appuntamenti sono molti e tutti con uno spessore elevatissimo. Si inizia venerdì 13, con un workshop del Liceo artistico Argan, mentre al Csoa Spartaco, di via Selinunte, ci sarà la presentazione del libro “Sovversive ad Honorem” di Pasquale Grella. Sabato 14, presso la menzionata biblioteca ormai, centro di aggregazione e scambio culturale, sarà visibile la mostra fotografica di Marco Santi. Tra gli altri appuntamenti, anche quello che si terrà presso Moggio Vineria per la mostra “Foto storiche del Quadraro raccontate”, a cura di Riccardo Sansone. Ci sarà martedì 17, giornata conclusiva del festival, la deposizione delle corone alla lapide in memoria dei rastrellati, presso il Parco 17 aprile 1944 di Piazza dei Tribuni. Che siano strade, locali o altri contesti, tutti si prestano, in questi cinque giorni, al ricordo di quella terribile alba, da riportare nei libri di scuola.
A raccontarci di questa iniziativa, con orgoglio e passione, è Maria Anna Tomassini. Archivista e attivista di ogni iniziativa dedicata alla memoria di quel giorno, residente al Quadraro, nonché corista del “QuadraCoro”, coro amatoriale del quartiere, formato da ben 60 elementi, diretti dal maestro Francesco Giannelli, affiancato dalla maestra di pianoforte Sabrina De Carlo. Ad illustrarci il fitto, e variegato, programma è proprio Maria Anna che mi porta, idealmente, in giro per le strade e la storia del quartiere e che alterna il ricordo toccante della maledetta deportazione al racconto delle tante iniziative che animeranno questi giorni. Tra queste, anche l’installazione interattiva che l’artista Ugo Spagnuolo ha creato per l’occasione, che si affianca al murale “Vuoti di memoria”, dallo stesso realizzato, visibile alla stazione della metropolitana di Porta Furba. Non dimenticare è il motto, l’idea che deve accomunare tutti, al Quadraro e tutto intorno, e Anna Maria è orgogliosa di non dimenticare e di non far dimenticare: “Vivo al Quadraro e fin dal primo giorno, per me è stato un tarlo l’idea di dover ricordare; mi sono appassionata a rendere viva la memoria del quartiere. Questa è la borgata ribelle! Io abito in via dei Quintili, in una via tramortita dal rastrellamento; il mio civico risponde, a livello di urbanistica, al nido di vespe: un luogo che proteggeva i partigiani e chi svolse attentati di ogni genere per sabotare i nazifascisti. Entri nel cortile e ti trovi dieci palazzi e non sai dove si entra, c’è proprio l’idea di fuga e di rifugio. Oggi faccio parte del QuadraCoro e il mio impegno, che metto come opera di servizio, mi rende un punto di riferimento per la memoria e la condivisione”.
Nel 2014 Maria Anna, insieme a un’altra componente del coro, Valentina Calderone, hanno realizzato un video-appello con la partecipazione di attori e artisti, come Valerio Mastandrea, Moni Ovadia, per un’altra nobile causa, quella che i noti fatti fossero inseriti nei libri di testo delle scuole e ci sono riuscite: “Questo è il valore vero del collettivo” ribadisce più e più volte Maria Anna!
Quest’anno, il Festival è dedicato a Sisto Quaranta, un deportato scomparso lo scorso ottobre. Uno degli ultimi sopravvissuti.
La cosa straordinaria è che ogni Q44 viene ricordato qualcuno. Purtroppo Sisto Quaranta è morto da poco e noi pensiamo che sia uno degli ultimi “rastrellati”, ma il problema è che non sappiamo quanti sono stati a tornare, non sono mai stati quantificati. Non c’è una vera conoscenza storica, sono sempre stati undici, dodici quelli che si sono esposti sempre, andando nelle scuole. Sisto è sempre stato il più capace a coinvolgere i giovani e le future generazioni. Quando ho comprato casa al Quadraro, ho iniziato subito a interessarmi a questi fatti perché ho conosciuto lui e mi ha detto che voleva che questa storia fosse conosciuta da tutti prima che lui morisse. Sisto denunciava una certa dimenticanza dei fatti del Quadraro, da parte delle istituzioni, perché, lui diceva, è un quartiere proletario, mentre se fosse accaduto ai Parioli se lo sarebbero certamente ricordato! Lui lo dice in modo forte, in un video che fa parte di uno spettacolo teatrale che è stato già portato al Valle occupato.
Si tratta dello spettacolo “Nido di vespe” che porterete di nuovo in scena lunedì 16 aprile.
Sì, presso il teatro Off Off di via Giulia. Nel 2013, quando per la prima volta fu proiettato il video in cui Sisto parla, arrivò tutto l’orgoglio che si può provare a raccontare questo avvenimento. Lui era un grande comunicatore e non si è mai risparmiato. Questo spettacolo, ci tengo a dirlo, è il risultato di una numerosa raccolta di racconti e testimonianze dirette dei rastrellati e dei testimoni di quella tragica alba del ‘44. Il regista e attore protagonista, Daniele Miglio, è il nipote della donna che nel video-appello fa un gesto bellissimo con le mani, che sbattono sul tavolo, per spiegare il rumore dei passi dei nazifascisti. Si tratta di un lavoro preziosissimo anche dal punto di vista storico e della condivisione del valore della memoria, e ha sempre girato nelle scuole del quartiere anche nella sua versione reading, che sabato 14 verrà presentata presso un luogo ideale per bambini e ragazzi, che è “Baracca e Burattini” in via dei Furi.
Le iniziative sono sparse in tutto il territorio del quartiere, nelle scuole o altri locali, ma ha il suo fulcro in Piazza dei Tribuni, dove c’è il mausoleo.
Quello del mausoleo è un giardino che si chiama proprio “Parco 17 aprile 1944”, che, di recente, è stato oggetto di vandalismo e questa cosa non era mai accaduta. Hanno disegnato svastiche, simboli del degrado, come del resto è il fascismo, che è sempre stato figlio del degrado, al pari del razzismo. Le istituzioni da qualche anno sono sempre più assenti, mentre dieci anni fa, almeno fino al 2014, c’era l’orgoglio dell’amministrazione comunale a essere presenti. Addirittura firmammo un protocollo di intesa tra gli, attuali, municipi V e VII, con Zingaretti, perché il 17 aprile fosse equiparato al 25 aprile. Adesso, al degrado del parco in onore dei rastrellati coincide un degrado di valori circa l’importanza dell’antifascismo come valore attuale. L’evidenza su questo parco merita. Le svastiche sono state cancellate in quattro giorni. Avevo subito chiesto proprio a Spagnuolo di cancellarle, ma poi ho avvertito le associazione e abbiamo fatto scoppiare il caso attraverso i giornali. Però ho scritto al presidente del municipio chiedendogli di prendersi come impegno personale quello di tutelare questo parco, che è un’eccellenza. Questo parco va curato ogni giorno.
Tra i molti contributi, appunto la possibilità di ammirare le opere di Ugo Spagnuolo che mantengono vivo il ricordo. Lui lo ha fatto in due modi originalissimi.
Sì, oltre al murales, ci sarà un’altra opera che verrà presentata il 17 aprile, in concomitanza con il concerto del QuadraCoro all’Istituto J. Piaget Diaz di via Diana. È un’opera anche sonora. Si vede questa bottiglia inserita in un marchingegno di cavatappo che ha dentro un piccolo registratore che elenca le 750 persone rastrellate. Un vero e proprio appello di tutti i nomi dei rastrellati, che sono stati presi dall’elenco di don Gioacchino Rey, che sta nelle ultime pagine del libro di Walter De Cesaris, “La borgata ribelle”. Rappresenta il primo atto di memoria del rastrellamento che è avvenuto qualche giorno dopo lo stesso, grazie a questo prete, che comunque era antifascista, e che ha cominciato a trascrivere i nomi di quelli che erano stati presi, con via, numero civico. È un primo atto di memoria, un documento importantissimo. Questo elenco, quando lo si ascolta, è un flusso, come una nenia, ma si può interrompere e a quel punto si ascoltano dei cori che inneggiano al “mi ricordo”. Francesco Giannelli e Ugo Spagnuolo si sono messi insieme a realizzare questa parte sonora: una drammatizzazione che fa tremare la voce ed emozionare tanto.
Con il QuadraCoro attingerete al vostro prezioso repertorio che contiene una canzone dedicata a questa giornata.
Eseguiremo otto brani e sì, anche la canzone che si intitola proprio “17 aprile 1944” ed è tratta da una poesia di Aldo Poeta, mentre la musica è del nostro direttore. Aldo Poeta era un comunista di quelli che hanno fatto tanto per il Quadraro e la sua poesia la si può trovare all’interno del libro di De Cesaris. Un libro importante, il primo che raccontò nel dettaglio, e con moltissime testimonianze, la storia del rastrellamento, senza tralasciare il contesto storico nel quale avvenne questa terribile azione per mano dei nazifascisti guidati dal comandante Herbert Kappler, “er maledetto” come lo definì Aldo Poeta nella sua poesia “17 aprile 1944 Unternehmen Walfisch-Operazione Balena (Li mortacci loro)”.

Il link per consultare il programma di Q44 Festival della memoria e della resistenza del Quadraro è: https://q44alquadraro.wordpress.com/2018/04/01/q44-2018/#more-80

nella locandina una foto di i Sisto Quaranta uno dei pochissimi rastrellati che  poté tornare a casa, scomparso l’anno scorso

 

Tra 8 per mille e esenzione Ici, quei privilegi fiscali che fanno la fortuna della Chiesa

Volete sapere che fine fa il vostro 8 per mille? La Uaar, Unione degli atei e degli agnostici razionalisti, ha lanciato la campagna Occhiopermille, il cui scopo è informare gli italiani sul malfunzionamento della ripartizione dell’8 per mille. La stessa campagna viene portata avanti ogni anno dal 2007. La Uaar si fa carico di informare i cittadini sull’argomento in quanto, come aveva segnalato già la Corte dei conti nel 2014: «scarsa è l’informazione posta in essere dalle amministrazioni su tale peculiare modalità di attribuzione» si legge nella relazione della corte sul sistema dell’8 per mille. Concetto ribadito anche nella relazione del 2016, sempre della Corte dei conti, le cui conclusioni sono quasi immutate rispetto a quella di due anni prima .

L’8 per mille è il modo con cui lo Stato finanzia le confessioni religiose, ed è stato istituito nel 1985, in sostituzione della “congrua”, cioè la somma che lo Stato italiano versava alla Chiesa cattolica come risarcimento dei beni confiscati allo Stato vaticano e per il mantenimento dei preti. Come fanno notare sia la Uaar che la Corte dei conti, il metodo di attribuzione dell’8 per mille non è di immediata comprensione. Nella relazione della Corte, il sistema dell’8 per mille viene definito così “peculiare” che perfino «i cittadini – anche dotati di diligenza media – possono essere indotti a ritenere che solo con una scelta esplicita i fondi vengano assegnati».

E invece non avviene così. Come funziona quindi l’8 per mille?
Quando si compila la dichiarazione dei redditi, si può decidere di destinare appunto l’8 per mille della propria quota Irpef incassata dallo Stato ad una confessione religiosa o allo Stato stesso. Fin qui nulla di strano, ma se si decidesse di lasciare vuoto il campo dell’8 per mille nella dichiarazione dei redditi? In tal caso, la quota viene assegnata lo stesso e proporzionalmente in base alle scelte di chi invece ha deciso la destinazione della propria quota. Il grafico qui sotto fa chiarezza su questo meccanismo.

Grafico della percentuale di ripartizione tra le diverse confessioni religiose e lo Stato dell’8 per mille

A sinistra, le scelte contenute nelle dichiarazioni di reddito del 2013, consultabili sul sito del ministero di Economia e finanza. A destra, la ripartizione delle quote nel 2017. Come si vede, più dell’80% dell’8 per mille finisce alla Chiesa cattolica. L’8 per mille può sembrare una cifra irrisoria, ma è stato calcolato che si aggira attorno ad un miliardo di euro.

È evidente che questo metodo di ripartizione favorisce la Chiesa cattolica, ma non è l’unico problema.
Nella sua relazione del 2014, la Corte dei conti boccia in toto il sistema dell’8 per mille. Nato per garantire il sostentamento del clero, col passare degli anni «il flusso di denaro si è rivelato così consistente da garantire l’utilizzo di ingenti somme per finalità diverse, non finanziate, in precedenza, con le risorse statali» si legge nel rapporto. Questo flusso di denaro ha portato ad un «rafforzamento economico senza precedenti della Chiesa italiana». «Le difficoltà di autofinanziamento della Chiesa cattolica non possono gravare sulle finanze pubbliche» continua la Corte, e aggiunge inoltre che «le risorse provenienti dall’8 per mille non possono essere intese come l’assicurazione di una sorta d’impegno dello Stato a provvedere alle necessità della Chiesa». La stessa relazione non usa mezzi termini quando si tratta di andare nel merito dei problemi di questo sistema, definito opaco nella raccolta, ripartizione ed erogazione. Mancano inoltre verifiche sull’utilizzo che viene fatto dei fondi, ci sono carenze nelle rendicontazioni e non esiste alternativa per il contribuente che vorrebbe destinare una parte della propria imposta a fini sociali ed umanitari, pur senza finanziare nessuna particolare confessione religiosa. L’intero sistema agisce «in violazione dei principi di buon andamento, efficienza ed efficacia della pubblica amministrazione». Come se non bastasse, la relazione fa notare che i fondi destinati alla religione sono «gli unici che, nell’attuale contingenza di fortissima riduzione della spesa pubblica in ogni campo, si sono notevolmente e costantemente incrementati».

Non c’è però solo critica nel rapporto della Corte dei conti: l’8 per mille viene confrontato con il 5 per mille, che risulta «più rispettoso dei principi di proporzionalità, di volontarietà e di uguaglianza», «più inclusivo e democratico».

C’è poi un’ultima criticità nell’8 per mille segnalata dalla Corte: la mancanza di «controlli sulla correttezza dell’agire degli intermediari», in particolare quelli «collegati ad alcuni beneficiari». Già nel 2014 la Uaar aveva messo in dubbio la correttezza proprio di alcuni intermediari, riportando la testimonianza di un contribuente che aveva deciso di destinare otto e cinque per mille rispettivamente allo Stato e alla Uaar. Ricontrollando la copia della dichiarazione che gli era stata rilasciata dal centro di assistenza fiscale a cui si era recato, ha però notato che il suo 8 per mille risultava a favore della Chiesa cattolica, mentre la destinazione del 5 per mille era stata riassegnata alla onlus Operatori di misericordia, sempre associata alla Chiesa cattolica.

A sinistra, il modulo che era stato compilato al Caf. A destra, la copia consegnata al contribuente con i campi alterati

Tornato al Caf, il contribuente ha poi fatto correggere l’errore, tra l’imbarazzo e le scuse dell’operatore, che ha comunque pubblicizzato la onlus cattolica. La Uaar esprime inquietudine ed un certo sospetto riguardo al supposto “errore”, in quanto l’Associazione cristiana lavoratori italiani e il Movimento cristiano lavoratori gestiscono centinaia di Caf e sono anche tra le maggiori destinatarie del 5 per mille.

C’è poi un’altra questione che riguarda da vicino la Chiesa cattolica: l’imposta comunale sugli immobili, l’Ici. A riguardo si è pronunciato l’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea, il belga Melchior Wathelet. Wathelet ha raccomandato alla Corte di giustizia di capovolgere un precedente sentenza del Tribunale Ue con cui si esentava lo Stato italiano dal dover recuperare l’Ici non pagata dalla Chiesa.

Fino ad oggi la Chiesa è riuscita a non pagare l’Ici grazie ad una sentenza del 2016 in quanto, sebbene si tratti di un aiuto di Stato illegale da parte dell’Italia nei confronti della Chiesa, la corte aveva riconosciuto l’impossibilità da parte dello Stato italiano di riuscire a stimare con precisione l’importo che la Chiesa dovrebbe versare. Secondo l’Anci, l’Associazione nazionale dei comuni italiani, la Chiesa deve alle casse dello Stato italiano una cifra che si aggira tra i 4 e i 5 miliardi. Per Wathelet, per quanto difficile sia arrivare ad una stima precisa, questo non giustifica una deroga alle norme sugli aiuti di Stato.

Tutto comincia nel 2006 con una serie di denunce, tra cui quella della scuola Montessori e di un bed and breakfast, pervenute alla Commissione europea. Dopo una serie di indagini, nel 2012, Bruxelles pubblica un documento in cui chiarisce: il «sistema italiano di esenzioni all’Ici concesse a enti non commerciali per scopi specifici tra il 2006 e il 2011 era incompatibile con le regole Ue sugli aiuti di Stato», ma allo stesso tempo «non deve essere disposto il recupero dell’aiuto, avendo l’Italia dimostrato l’impossibilità assoluta di darvi esecuzione».

Nel 2013, la scuola e il B&b presentano allora un ricorso al Tribunale Ue e tre anni dopo viene respinto. A quel punto i denuncianti si rivolgono alla Corte di giustizia Ue, la più alta corte europea, di cui ora attendiamo la sentenza.

Tutta questa fatica per diventare Salvini, il cameriere di Berlusconi

Vedrete che non basterà nemmeno questo per convincere i salviniani più duri e puri. Nemmeno la scenetta goffa, patetica e bassissima che ieri è avvenuta davanti ai giornalisti assiepati fuori dall’ufficio del presidente della Repubblica in cui Silvio Berlusconi, con fare da padrino più che da padre, ha voluto interpretare la figura dell’anima nobile di un centrodestra che nei fatti non è mai stato una coalizione eppure continua a simulare unità, consapevole di essere uno sgangherato gruppo di partiti che da soli conterebbero come il due di bastoni con la briscola a coppe. Berlusconi ha introdotto il discorso di Salvini (recitato con la convinzione di un bambino intento a proferire la poesia natalizia) e ha poi voluto prendersi la scena in coda alla conferenza stampa per lanciare strali (sempre con la sicumera del vecchio zio un po’ rimbambito) contro il Movimento 5 Stelle.

Il senso del suo discorso, tanto per sintetizzare, è che i grillini non dovrebbero permettersi di chiedere che lui venga messo da parte: non sia mai che si dica che Berlusconi è un corrotto (sentenza passata in giudicato), amico della mafia con Marcello Dell’Utri come tramite (sentenza passata in giudicato) e salvato da qualche processo grazie alle sue stesse leggi.

Ciò che conta però non è tanto Berlusconi che continua a fare il Berlusconi ma piuttosto il Salvini che ci ha messo tutto questo tempo a diventare l’autoritario, autonomo e indipendente leader di una coalizione in cui alla fine si ritrova ancora una volta ad essere il patetico portaborse. Successe a Bossi, dipendente di Berlusconi, poi successe a Maroni e ora tocca a Salvini. Tutti questi anni a fare il duro per poi vederlo scodinzolare di fronte al padrone Silvio.

Buon venerdì.

A scuola da Gramsci

«I clericali parlano spesso e volentieri di libertà della scuola. Ma non si ingannino i lettori. La parola libertà acquista nelle loro bocche un significato tutto suo che non coincide affatto col concetto che della libertà possono avere gli uomini pensanti che non sono clericali». Così scriveva Antonio Gramsci il 13 aprile del 1917 nell’articolo I privilegi della scuola privata che ora si può leggere anche nella agile raccolta di scritti gramsciani Odio gli indifferenti (edita da Chiarelettere).

Sono passati più di cent’anni e quelle parole di Gramsci suonano più attuali che mai.

Soprattutto riguardo all’urgenza di una scuola pubblica, democratica, gratuita e laica, che trasmetta ai ragazzi passione per la conoscenza, che li stimoli a sviluppare un proprio pensiero critico, libero, autonomo. Su questo tema hanno scritto pagine molto importanti Giuseppe Benedetti e Donatella Coccoli, autori di Gramsci per la scuola, in uscita per L’Asino d’oro edizioni, di cui proponiamo una anticipazione che aiuta a leggere in profondità i problemi della scuola italiana oggi.

Ma torniamo ancora per un attimo alla viva voce di Antonio Gramsci, che in quello scritto Per la libertà della scuola e per la libertà di essere asini (questo era il sottotitolo) denunciava senza infingimenti: «Libertà della scuola significa propriamente per i clericali libertà di essere asini col godimento di tutti i diritti che sono riconosciuti a chi ha studiato».

La formula: “Per la libertà della scuola” – spiegava il pensatore e politico – «è una bandiera che copre, o dovrebbe coprire, una lucrosissima speculazione economica e di setta». Allora come oggi: «Le scuole private clericali sono floridissime in Italia. Nessuna legge ne inceppa lo sviluppo e la libera esplicazione. Esse possono fare la concorrenza che vogliono alla scuola di Stato»… Poiché «lo Stato riconosce il diritto di comprare la merce istruzione dove si vuole… Ma la merce istruzione vale poco in Italia, quantunque costi discretamente». Poco dopo Gramsci precisa: «Abbiamo usato un linguaggio economico appunto per mettere meglio in vista il fatto che la questione per cui si agitano i clericali è prettamente economica. Essi vorrebbero vendere allo Stato quanta più merce avariata possono. Vorrebbero conquistare una libertà che sarebbe solo un privilegio per loro, un privilegio per gli studenti che frequentano le loro scuola, a danno della collettività».

Allora come oggi. Drammaticamente.

Per l’involuzione che ha subito la scuola pubblica, causata da continui tagli (e al tempo stesso regalie milionarie alle scuole confessionali), da infauste politiche neo liberiste, e innumerevoli e dannose riforme, che hanno umiliato le competenze degli insegnanti e svuotato di contenuti i programmi. A cominciare dalla riforma stilata da Luigi Berlinguer che sancì l’autonomia scolastica e sdoganò le paritarie private, con la legge 62/2000. Da qui indirettamente si aprì la strada a ciò che – via Moratti, Gelmini e Renzi – è diventata la scuola oggi. Con presidi “capo azienda”, alternanza scuola lavoro, e l’istruzione trattata come una merce qualsiasi. Nel gennaio scorso abbiamo dedicato una storia di copertina a questo tema, proponendo l’abolizione della Buona scuola di marca renziana. Speravamo che potesse diventare argomento centrale di discussione pubblica durante la campagna elettorale. Così non è stato.

Ma non ci arrendiamo. Insieme ai promotori della legge di iniziativa popolare per la scuola della Costituzione (Lip) rilanciamo la proposta oggi, con determinazione, certi che la scuola sia il cuore pulsante della società, il settore cruciale su cui investire per uscire dalla crisi, che in Italia non è solo economica, ma politica e culturale. Con questa nuova cover story a più voci – realizzata con la collaborazione di insegnanti, pedagogisti, ricercatori, giornalisti e attivisti – non ci limitiamo alla pars destruens ma avanziamo una proposta concreta invitando a rileggere Gramsci, per ripartire dalle sue idee sulla scuola rimaste inattuate e dal concetto chiave di egemonia culturale. Lo facciamo in un momento cruciale, mentre l’anno scolastico volge al termine (in tutti i sensi) con le prove Invalsi; mentre i principali partiti, persi in una parossistica ridda di alleanze, offrono il quadro desolante di un vuoto assoluto di proposta politica. In questo immobilismo, però, il dimissionario governo Gentiloni ha trovato il modo di fare ulteriori regali alla Chiesa: schierandosi in difesa del codice Rocco di epoca fascista (nel processo che vede imputato Marco Cappato per aver aiutato Dj Fabo) e regalando altri soldi alle scuole private. Tra gli ultimi atti del Miur guidato dal ministro Valeria Fedeli, infatti, c’è il decreto del 22 marzo che assegna nel 2018 alle scuole paritarie quasi 500 milioni di euro. Lo stesso governo, nel 2017, ne aveva stanziati 570.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola


SOMMARIO ACQUISTA

Jeremy Corbyn avverte Theresa May: «Niente attacchi in Siria, basta con le stragi»

epa06656894 Labour Leader Jeremy Corbyn delivers a speech during Labour's local election campaign launch in London, Britain, 09 April 2018. Local government elections are scheduled for 03 May 2018 with all London boroogh councillor seats to be elected. EPA/ANDY RAIN

Dove il conflitto non è mai finito, ci si prepara ad una nuova escalation di violenze. Ma c’è chi vuole che rimanga fredda, la guerra tra Russia e America over the skies of Syria, nei cieli sopra la Siria, e ritiene che sia giusto attendere. Che servano indagini, inchieste, prove. Il leader labour Jeremy Corbyn chiede al suo Paese di non intervenire nel massacro siriano. La soluzione è nei tavoli e colloqui diplomatici, non nelle bombe.

Corbyn “il rosso” respinge l’idea degli attacchi aerei in preparazione nella capitale, tutte le controparti coinvolte nel conflitto regionale devono sedere around the table, allo stesso tavolo dei negoziati a Ginevra per trovare una soluzione politica, non militare, alla guerra di Damasco.

Mentre a Downing street si riunisce il war cabinet e Consiglio nazionale di sicurezza, – gabinetto britannico, al quale partecipano esperti dell’intelligence e vertici militari, richiamati per emergenza dalle vacanze pasquali -, Corbyn dichiara: «Aspettate le Nazioni unite, aspettate di sentire cosa ha da dire il segretario generale Onu, cominciate l’inchiesta sulla fonte e l’uso delle armi chimiche ma soprattutto, fate sedere ogni Paese coinvolto, compresi i confinanti, attorno al tavolo dei negoziati a Ginevra, per una soluzione politica. Non possiamo permettere che muoiano a centinaia di migliaia e altri milioni diventino rifugiati».

Per la May, l’attacco con armi chimiche a Douma – del cui utilizzo sono accusate le truppe di Assad -, non può rimanere unchallenged, incontrastato, e il Paese lavora «con i suoi più vicini alleati», con Trump e Macron, America e Francia. Come il presidente francese, la premier è ready to act, pronta ad gire, con l’Europa che entra in guerra. Alla May, Corbyn chiede che sia la maggioranza a decidere e non lei, che si metta ai voti l’azione militare, che il governo non scelga da solo sull’intervento: «Il Parlamento dovrebbe sempre dire la sua sulle azioni militari, c’è bisogno di un processo politico».

Sopra la terra e sotto. I sottomarini della Marina reale britannica, armati di missili da crociera, si stanno muovendo, come la Raf alla base di Cipro, ad Akrotiri, riferiscono fonti militari ai media britannici. Non solo Corbyn. Anche Julian Lewis, capo del Defence select committee, ha dichiarato che «quando si contemplano interventi militari in conflitti altrui, il Parlamento va consultato prima. In Siria nessuno merita il nostro supporto». Ma le parole non fermano il volo dei caccia.

«Quello che è accaduto è terribile, ma non vogliamo un bombardamento», ha detto ancora il leader labour contro questa escalation. Corbyn si era già opposto all’intervento in Siria nel 2015 contro lo Stato islamico. Oggi la bandiera del “rosso” rimane bianca: «Bombardamenti aerei non hanno fermato questi attacchi in precedenza, non daranno in futuro una soluzione a lungo termine per mettere fine alla guerra».

Dipendono ma non sono dipendenti

La protesta dei 'riders' di Foodora, i ragazzi che consegnano il cibo a domicilio, davanti alla sede torinese. Torino, 10 ottobre 2016. ANSA/ AMALIA ANGOTTI

Sono tracciati in ogni loro movimento. Il datore di lavoro ha un controllo totale sugli orari e può modificarli senza preavviso. Se qualcuno di loro ha dei problemi fisici si sente rispondere dal suo responsabile che gli dispiace ma non può fermarsi. Ovviamente non c’è nessun diritto alla malattia. Se qualcuno di loro risulta troppo lento può capitare che si senta dire “sei lento, sei più lento delle femminucce”. Non timbrano ma devono fare il “login” all’interno dell’app. I padroni delle aziende per cui lavorano si sforzano di convincerci di avere “inventato” un lavoro “agile e con il sorriso” mentre invece i fattorini fanno uno dei mestieri più antichi del mondo.

Sono dipendenti nel senso 2.0: dipendono in tutto e per tutto dall’algoritmo e dalle decisioni dei capi (che incitano la delazione interna in cambio di un progresso di carriera) ma non hanno diritti. I nuovi dipendenti della “new economy” (su cui anche una certa sinistra sembra avere perso il senso della misura)  sono allevati così bene che trovano incredibile rivendicare diritti.

Così ieri i sei rider di Foodora che sono stati “licenziati” (ma non è un licenziamento vero, perché non è un lavoro vero, secondo la legge) dopo avere protestato per la paga troppo bassa in tribunale a Torino hanno capito che la simpatia e la disponibilità non hanno valore legale. E chissà che qualcuno oggi non cominci a pensare che per questo servirebbero contratti seri con diritti seri e magari anche intermediari (quei sindacati che oggi quasi tutti osteggiano) che vigilino sui rapporti di lavoro. E chissà che magari anche qui da noi la politica cominci a rendersi conto (a destra e a sinistra) che quando qualcuno parla di “nuove professioni” è urgente fare due cose subito subito: capire che non siano le vecchie professioni travestite con meno diritti e, in caso contrario, sapere che servono nuove leggi. Politica, appunto.

Buon mercoledì.

Scuola, democrazia a rischio

Presidio di studenti contro il DDL ''Buona Scuola'' sotto la sede del PD, Roma 5 Maggio 2015. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Piange di rabbia, Francesca. Nonostante siano passati ormai otto mesi, lo sconforto resta immutato. Dopo aver dedicato una vita intera all’arte e al suo insegnamento, dopo aver vagato per anni nelle scuole del tarantino vittima di un asfissiante precariato, ritrovarsi oggi a essere inserita come insegnante di sostegno lascia senza parole. «Me l’hanno comunicato qualche settimana prima dell’inizio dell’anno scolastico – racconta – senza che avessi alcuna formazione nel sostegno. L’unica preparazione che hanno dato, a me e a chi era nella mia stessa condizione, è stato un corso di aggiornamento. Come se per prendersi cura dei ragazzi più difficoltosi bastasse questo».

Adele, invece, insegna a Frosinone. Qualche mese fa, lascia un commento critico su un blog contro la riforma scolastica del governo Renzi. Una sua collega lo stampa e lo consegna alla dirigente scolastica, che sospende per alcuni giorni Adele. La vicenda viene denunciata anche in un’interrogazione parlamentare. Il ministro Valeria Fedeli però ha preferito non rispondere. A Carpi, invece, protagonista è uno studente. La sua colpa? Quella di aver usato in un post su Facebook parole perplesse rispetto all’alternanza scuola-lavoro per la quale stava svolgendo uno stage presso un’azienda. La risposta è stata un sei in condotta.

Facce diverse di una stessa medaglia, quella della Buona scuola. «Prima di Renzi uno studente non sarebbe mai stato punito per un commento su Facebook», spiega il segretario dell’Unicobas, Stefano D’Errico. «Ma è anche vero che la legge 107 chiude un ciclo. Renzi ha portato a termine un percorso trentennale di distruzione sistematica della scuola, operato sia dal centrodestra che dal centrosinistra». Nel 1993, ricorda D’Errico, con la cosiddetta «privatizzazione del pubblico impiego», l’allora governo Amato definisce il dirigente scolastico «datore di lavoro». Il primo passo verso l’aziendalizzazione della scuola. «Da decenni – spiega Francesco Sinopoli, segretario generale della Flc Cgil – il principio che si segue è che un mercato senza regole governi tutto, in un’ottica profondamente neoliberista. E Renzi ha confermato questo piano ideologico». Il risultato è stato un fallimento su larga scala, con una precarizzazione sempre più diffusa e una mancanza di democrazia interna.
Eppure, come spiega Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda, «uno degli obiettivi era quello di ridurre il precariato». Ma, invece di…

L’inchiesta di Carmine Gazzanni prosegue su Left in edicola


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Alla scoperta dell’antenata dell’aspirina. Viaggio nel Belpaese dei rimedi medicinali

È iniziato tutto a Roma. Con più precisione, a Trastevere. Ad essere proprio puntuali, all’interno di una botte, conservata in un antico laboratorio ospitato da una chiesa del rione. È un tiepido autunno romano e una ricercatrice inciampa in questo contenitore di marmo e ottone, custode dell’ultimo residuo al mondo di un farmaco messo a punto da Andromaco il vecchio, medico di Nerone. Si chiama “teriaca” ed è una panacea miracolosa. La sua ricetta, giunta sino a noi grazie al passaparola, per oltre due millenni ha dato sollievo a donne e uomini affetti dalle malattie più disparati e fino a pochi anni fa era richiesta e somministrata. Considerata l’antenata dell’aspirina, la teriaca è composta da 51 elementi (compresa la vipera!) e di norma veniva miscelata in pubblica piazza il 24 giugno di ogni anno.

La scoperta sorprende ed entusiasma la ricercatrice. Quali altre ricette, formule, parole, pozioni e riti di guarigione tramandati nei secoli continuano a vivere e a essere praticati nel nuovo millennio? Il contenuto della botte e il suo odore inebriante diventano l’ispirazione per un lungo viaggio, dalla Val d’Aosta alla Campania, sulle tracce di chi conserva tradizioni e conoscenze antiche, mantenendo intatti i significati del passato e arricchendone i contenuti grazie all’utilizzo delle moderne tecnologie.

Così da una ricerca durata circa due anni emergono conoscenze, storie, saperi connessi alla salute e al benessere degli esseri umani che si tramandano da secoli, quasi esclusivamente per tradizione orale. Sono ricette, preghiere e formule “magiche” che hanno impreziosito la cultura e le tradizioni dell’Italia, sopravvivendo al corso della storia ufficiale grazie alla capacità di rotolare di bocca in bocca, di adattarsi, di trasformarsi e – quando necessario – di nascondersi per ricomparire nel momento opportuno.

La ricerca è oggi raccolta in una piattaforma multimediale: sei puntate radiofoniche, realizzate dagli audio documentaristi  Marco Stefanelli e Andrea Cocco (con Marzia Coronati autrice di questo pezzo ndr) e musicate da Dario Coletta, decine di fotografie di luoghi e personaggi, scattate da Cristina Panicali, Gabriele Lungarella e Noemi De Franco, interviste extra, bibliografia e sitografia per approfondire, il tutto disponibile in un sito: ilterzopaesaggio.com, un progetto reso possibile dall’associazione Sabrina Sganga e dal contributo dell’associazione Wwoof.

Perché “Il terzo paesaggio”? La definizione è presa in prestito da uno scrittore e giardiniere francese, Gilles Clement, che ha dedicato interi libri all’elogio delle piante spontanee, quelle che secondo lui costituiscono un terzo paesaggio, un luogo dove la natura può sfuggire ancora per un po’ al progetto umano… Come le erbe incolte, così anche la storia raccontata c’è da sempre, è fondamentale per lo sviluppo dell’umanità, è costituita di fibra forte e tenace.

Ascoltate le puntate e approfondite. È possibile che al termine dell’indagine anche i più sospettosi di voi arrivino a intuire che queste conoscenze dalla lunga storia, a un primo sguardo quasi primitive, potrebbero convivere con le nozioni scientifiche di oggi, innescando un processo fruttuoso per la salute tutta.  «Il problema – ha spiegato l’antropologo Tullio Seppilli, forse il più grande studioso italiano in materia, discepolo di Ernesto De Martino – non è di contrapporre un’altra medicina a quella ufficiale, ma di allargare gli orizzonti della medicina ufficiale […]. Il modo in cui il sistema nervoso centrale arriva alle varie parti degli organismi con i suoi stimoli è ormai un problema di anatomia e fisiologia, non più un fatto misterioso da negare per chissà quale paura».

Il primo effetto dell’intesa tra M5s e Lega nord? Affossata la riforma penitenziaria

20060727 - ROMA -POL- INDULTO: SI' DELLA CAMERA CON I 2/3, IL TESTO VA AL SENATO- IL carcere di Rebibbia a Roma. IL provvedimento e' stato approvato con la maggioranza richiesta dalla Costituzione. I voti a favore sono stati 460, quelli contrari 94, 18 gli astenuti. Ora il testo va in Senato. Di MeoAnsa -PAT

«Il Parlamento sembra aver dimenticato del tutto che lo Stato italiano sia stato condannato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per sistematici trattamenti inumani e degradanti», questa la dura accusa lanciata dall’ex deputata del Partito radicale Rita Bernardini, in seguito alla mancata inclusione della riforma carceraria tra i temi da trattare nelle commissioni speciali di Camera e Senato per gli atti urgenti di governo. A votare contro la discussione dei decreti della riforma sono stati M5s, Lega, Fi e Fdi.

Il compito delle commissioni speciali è quello di occuparsi degli atti del governo, in attesa che si chiarisca la composizione di maggioranza e opposizione parlamentari, e possano dunque insediarsi le commissioni permanenti. Al Senato, l’organo è presieduto da Vito Crimi, senatore M5s, mentre per la carica omologa alla Camera i pentastellati avevano espresso la volontà di convergere su un nome della Lega nord, e le indiscrezioni danno come favorito il leghista Nicola Molteni (fino a martedì, il favorito era Giancarlo Giorgetti).

Le commissioni si sarebbero dovute limitare a fornire un parere obbligatorio ma non vincolante sulla riforma, che sarebbe poi tornata in mano al governo, che avrebbe potuto approvare definitivamente il testo, esercitando  così la delega fornita dal Parlamento.

«Ai fautori di “più gogna per tutti” – continua Bernardini – in nome della “sicurezza”, ricordo che la pena da infliggere ai colpevoli non deve essere esclusivamente il carcere che crea recidiva; si possono prevedere altre misure. Misure alternative che sono più efficaci per un futuro reinserimento sociale». Bernardini sottolinea come la necessità dell’introduzione di pene alternative, come previsto dalla riforma, sia supportata da diversi studi e raccomandata anche dal comitato dei ministri del Consiglio d’Europa (un’organizzazione sovranazionale separata dall’Ue, ndr) che «in un pronunciamento del 2017, prevedeva espressamente che il diritto interno di ogni Paese comunitario persegua la riduzione del ricorso alle pene detentive in carcere, attraverso la disciplina di sanzioni e misure che non privino il soggetto della libertà personale».

Ma per Bernardini, e per tutti coloro che hanno manifestato il proprio impegno per l’approvazione della riforma, come l’Unione delle camere penali italiane, giuristi, associazioni e gran parte della comunità penitenziaria, la battaglia non finisce qui. La promessa, lanciata da Bernardini, è quella di continuare a presentare ricorsi e dossier alle corti italiane ed europee, per denunciare la sistematica violazione dei diritti umani nelle carceri italiane.

Anche il Garante nazionale dei diritti dei detenuti, Mauro Palma, è intervenuto sulla questione: «Negare un passaggio meramente consultivo finale – ha detto – che non prevede possibilità di intervento di merito denota una disattenzione grave rispetto all’ampio mondo di coloro che tale provvedimento da tempo attendono». Il garante esprime amarezza per la decisione della commissione, e fa notare come anche l’Europa avesse lodato l’iniziativa della riforma: «L’Europa, pur partendo da una prospettiva di sanzione nel 2013 per condizioni detentive irrispettose della dignità della persona, è giunta a riconoscere i passi che l’Italia ha compiuto per sanare tale grave criticità». Ma, con tale decisione, il Parlamento esprime la volontà di interrompere questo percorso, col rischio che la riforma finisca nel dimenticatoio.