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La scuola sempre più abbandonata negli Usa. In rivolta gli insegnanti in Oklahoma

OKLAHOMA CITY, OK - APRIL 9: Teachers continue their strike at the state capitol on April 9, 2018 in Oklahoma City, Oklahoma. Thousands of teachers and supporters continue to rally at the state Capitol as Oklahoma becomes the latest state to be plagued by teacher strife. Teachers are walking off the job after a $6,100 pay raise was rushed through the Legislature and signed into law by Gov. Mary Fallin. (Photo by J Pat Carter/Getty Images)

Centodieci miglia a piedi per protesta, da Tusla a Oklahoma City. It’ s for the kids, don’t give up. È per i ragazzi, non mollate: 125 insegnanti americani hanno marciato per sette giorni no stop, quando si sono accorti che i fondi statali non sarebbero stati stanziati. Né per loro, né per i loro studenti. Né per le loro scuole, né per le loro famiglie. E allora tutti i professori d’Oklahoma hanno iniziato a scioperare.

Sedie vuote, in aule vuote, in classi vuote. In Oklahoma non si va a scuola. Molte rimangono chiuse da due settimane nei più grandi distretti della regione per il walkout, lo sciopero selvaggio indetto dai professori per carenza di fondi assegnati. È la seconda settimana che i teachers fanno pressione ai legislators per ottenere più finanziamenti per progetti scolastici e per l’aumento dei loro salari.

Secondo il Bureau of Labor Statistics, gli insegnanti dello Stato del centro sud degli Usa vengono pagati 20mila dollari in meno rispetto alla media degli insegnanti del resto della nazione. L’ultimo aumento approvato ammontava a 6.100 dollari annui, ma per i professori non è abbastanza: ne richiedono almeno 10mila, quanto basta per non doversi trovare un doppio lavoro. Il salario degli insegnanti in Oklahoma è il terzo più basso nel Paese: solo in Mississippi e South Dakota i professori guadagnano di meno. Nel loro Stato classi troppo numerose sono state accorpate in aule che vanno in pezzi, come le edizioni obsolete e non aggiornate dei libri di testo. Tutto è “unfit for learning”, tutto è inadatto ad imparare.

Secondo il report del Center on Budget and Policy Priorities, lo Stato americano ha tagliato mille dollari di finanziamento per ogni studente negli ultimi nove anni, ovvero il 28 per cento; dopo aver dimezzato le tasse per le compagnie petrolifere e del gas, i legislatori hanno ridotto il fondo destinato all’educazione. Nel resto d’America 29 Stati per i loro studenti hanno stanziato nel 2015 meno fondi che nel 2008.

Seguendo l’esempio dei colleghi in Arizona, Kentucky, West Virginia, – dove i salari dell’anno scolastico 2016/17 sono stati più bassi di quelli del 1999/2000 -, gli insegnanti di Oklahoma city hanno deciso di scioperare «perché siamo lavoratori dello Stato, ma lo Stato lavora contro di noi». E quando torneranno in aula non è chiaro.

Tornando alla “march for education”, ad Oklahoma City hanno partecipato almeno 50mila persone.  Alicia Priest, del sindacato degli insegnanti e presidente dell’associazione per l’educazione in Oklahoma, ha detto: «gli insegnati sono qui, i genitori sono qui, la comunità è qui fuori, perché pensano che le cose possano cambiare. The “momentum” is on our side, è dalla nostra parte».

La Sarabanda postcomunista di Nina e le sue amiche

Nina ha 33 anni, è una ragazza dolce, malinconica, ironica, a tratti triste, una ragazza viva. Suona la viola e con le parole e la sua musica ti porta in posti lontani della sua memoria. Irida Gjergji anche lei ha 33 anni, suona la viola e attraverso Nina riesce ad andare in quei posti lontani della memoria. Irida è nata nell’Albania comunista. Tra i suoi ricordi d’infanzia ci sono i balletti di Stravinskij che guardava in tv, il caos dopo la caduta del regime e la pubblicità della Coca Cola. Di quando era adolescente ricorda la passione per la viola, le schegge di proiettile che volavano a destra e a sinistra e la sua amica Albana. Anni dopo Irida si è trasferita in Italia e si è diplomata al Conservatorio di Pescara. Ha voluto inseguire i suoi sogni e non è voluta sottostare a un progetto di vita già scritto come ogni brava ragazza albanese. In Italia ha anche inseguito la sua passione per il teatro. Nina è il personaggio del suo progetto Sarabanda postcomunista che nasce come sua autobiografia per parlare della condizione di immigrato, ma senza rinunciare alla musica e al folklore albanese. È un concerto spettacolo dove il contrabbasso si intreccia con il pianoforte, la batteria, la viola e la voce di Nina. Un gruppo di jazzisti italiani che si sono lasciati trascinare da quei ritmi irregolari tipici dei Balcani e che hanno formato insieme a Irida l’Hora Quartet. Irida canta in albanese, ma nonostante le parole siano in una lingua sconosciuta, la sua musica fa vibrare la pelle. Non c’è bisogno di capire, bisogna solo lasciarsi andare e sentire. I suoi racconti celano tristezza, gioia, dolore, ironia tutti sentimenti che si esprimono subito dopo con la sua musica.

«Scrivere questo testo è stato catartico» racconta Irida, e aggiunge: «Non è facile parlare degli anni 1990 e del 1997, sono anni che ti segnano. Scrivevo tutto quello che mi veniva in mente e poi toglievo le cose troppo patetiche e dolorose creando leggerezza e ironia. Non era facile rileggere il tutto soprattutto quando ti ispiri al tuo vissuto. Attraverso il personaggio di Nina ho cercato di prendere le distanze». Nina parla delle peripezie avute nel rinnovo del permesso di soggiorno, del suo essere giovane donna albanese, del rapporto difficile con il papà e di Albana, la sua amica delle superiori. Un giorno un ragazzo che conoscevano aveva proposto loro di salire in macchina, Albana è salita nonostante Irida cercava di convincerla del contrario, da quel giorno Irida non l’ha più rivista. È un racconto difficile quest’ultimo e Irida lo affida a Nina. Lei non è voluta salire in quella macchina. La sua viola l’ha salvata.

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Al teatro Tor Bella Monaca a Roma, giovedì 12 aprile (ore 21)
Con Irida Gjergji Mero voce e viola – Andrea Di Giampietro pianoforte – Emanuele Di Teodoro contrabbasso – Walter Caratelli batteria. Collaborazione alla drammaturgia alla messa in scena Andrea Cosentino | musiche originali Diego Conti, Giacomo Salario

Il museo in crisi mette in vendita papiri antichi per non chiudere

epa05018119 A student of the Cologne Institute of Conservation Sciences (CICS) unfolds a 2,500 year old papyrus scroll using steam among other aids in Cologne, Germany, 09 November 2015. The about four meter long papyrus was unfolded on behalf of a art collector using a special technique. EPA/ROLF VENNENBERND

«Vendesi 20 frammenti di papiri risalenti a 1.500 anni fa, se interessati contattare il Museo del Papiro Corrado Basile di Siracusa». Questo l’annuncio, in seguito rimosso, che campeggiava sul sito e sulla pagina Facebook del museo siciliano.

L’annuncio col quale alcuni frammenti di papiri greci e demotici del Museo del Papiro venivano messi in vendita

I 20 papiri riportano testi in greco e in “demotico”, la scrittura che gli egizi usavano per redarre i documenti destinati al popolo. Si tratterebbe di scritti dalla provenienza accertata, inediti, acquistati una decina di anni fa dall’istituto.

Nonostante sia di proprietà privata, il museo si avvale di finanziamenti erogati dalla Regione Sicilia. Anna di Natale, fondatrice e direttore del museo, ha spiegato che la scelta di vendere parte del proprio patrimonio è dovuta proprio al dimezzamento dei contributi da parte della Regione. «Vendiamo perché abbiamo bisogno di liquidità per andare avanti», ha dichiarato senza mezzi termini  Corrado Basile. E l’inusuale iniziativa non è passata inosservata al mondo della cultura.

«Una grande importanza è riservata alla didattica rivolta agli studenti: mi chiedo che tipo di messaggio il museo pensi di trasmettere alle nuove generazioni, vendendo manoscritti antichi di cui il museo medesimo dovrebbe infatti essere custode», ha scritto Roberta Mazza, professoressa di storia classica e antica e ricercatrice presso l’università di Manchester, oltre che curatrice onoraria della collezione egizia del museo dell’ateneo inglese. Il museo siculo fa infatti dei percorsi formativi rivolti alle scuole uno dei suoi punti di forza.

Il polo siculo ospita inoltre l’Istituto italiano per la civiltà egizia, trasferitosi da Torino a Siracusa proprio per la rilevanza, anche internazionale, della galleria siciliana. Nel 1995, era stato selezionato tra i finalisti dello European museum of the year award, nonostante le dimensioni molto contenute del museo. «Mi domando cosa pensino i membri di questo istituto della vendita» aggiunge Roberta Mazza.

Il museo del papiro non è però l’unico luogo di cultura in Italia dal futuro incerto.

Basti pensare al caso della biblioteca di Archeologia e Storia dell’arte di Palazzo Venezia a Roma. La legge di bilancio di quest’anno ha autorizzato il ministero per i Beni culturali a creare une fondazione privata ad hoc per la gestione dell’istituto. Biblioteca di rilevanza culturale e storica, l’unica in Italia interamente dedicata a queste due materie di studio, fra le cui mura si sono formati generazioni di archeologi e storici. Fondata nel 1922, l’inventario della biblioteca conta ben 370mila volumi, 3mila e 900 testate di periodici e 20mila e 700 unità di materiale grafico, tra fotografie, incisioni e disegni.

Un patrimonio immenso che ora potrebbe passare nelle mani di una fondazione privata che in quanto tale deve produrre utili, mentre fino ad ora la stessa biblioteca è sopravvissuta interamente grazie ai fondi pubblici, non avendo entrate autonome. Così facendo, però, lo Stato verrebbe meno alla sua responsabilità nei confronti della Costituzione stessa, che all’articolo nove recita: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione».

«Una fondazione di diritto privato infatti non garantisce la trasparenza della conduzione né gli standard qualitativi necessari ad assicurare il servizio di alto livello che l’istituzione richiede», spiegano i professori Fulvio Cervini e Marcello Guaitoli, presidenti – rispettivamente – della Consulta universitaria di Storia dell’arte e di quella di Topografia antica, in una lettera a novembre 2017. «Nemmeno si vede – proseguono – come potrebbe (una fondazione privata, ndr) garantire la sua sostenibilità economica, in quanto una biblioteca pubblica non ha entrate autonome derivanti da biglietti o servizi aggiuntivi e dipende totalmente dal finanziamento pubblico».

La formazione storico-artistica è uno dei fiori all’occhiello del nostro Paese, primo al mondo per numero di siti Unesco, ma 19esimo tra i paesi Ue per numero di persone impiegate nel settore della cultura.

Può la scienza salvare la democrazia?

A fine gennaio scorso, a oltre 20 anni dalla nascita della pecora Dolly, l’Istituto di neuro-scienze di Shanghai ha reso noto d’aver clonato Zhong Zhong e Hua Hua, le prime scimmie create con la stessa tecnica usata per l’ovino britannico. Secondo il New Scientist i due macachi dovrebbero rendere possibile la creazione di popolazioni di scimmie personalizzabili e geneticamente uniformi per accelerare la ricerca per curare il morbo di Parkinson, l’Alzheimer e il cancro. Questa nuova tecnica consentirà agli scienziati di modificare i geni dei primati clonati per monitorare come questi alterano la biologia degli animali e confrontarla poi con esseri geneticamente identici tranne che per le alterazioni. Nel 2000 erano state clonate altre scimmiette ma con una tecnica che divideva un embrione dopo che questo era stato fertilizzato producendo quindi solo un gemello geneticamente identico.

Secondo quanto sviluppato dal dottor Qiang Sun dell’Accademia cinese delle scienze di Shanghai, l’ottimizzazione della tecnica utilizzata per Qiang Sunpotrà rendere possibile produrre un numero teoricamente illimitato di cloni.
Ancora prima del merito dei suoi risultati, la scienza necessita attenzione critica per la velocità con cui produce cambiamenti. La ricerca, la clonazione riproduttiva o terapeutica, gli interventi sul genoma umano, animale o vegetale, gli investimenti attorno a tutto quello che chiamiamo intelligenza artificiale e la gestione dell’enorme mole di dati che tutto ciò produce richiedono un quadro normativo chiaro, puntuale, condiviso globalmente, conoscibile, la cui applicazione ed efficacia siano monitorabili. In caso di limitazioni, o patenti violazioni, dei diritti fondamentali o dello Stato di diritto internazionale, tanto la ricerca quanto il suo prodotto devono poter esser messe in dubbio, modificate e controllate affinché non creino discriminazioni e disuguaglianze. Non si tratta di proibire arbitrariamente, bensì di governare fenomeni di portata epocale sulla base delle norme codificate dalla Comunità Internazionale dal secondo dopoguerra a oggi.

Negli ultimi 25 anni, la Repubblica popolare cinese ha dedicato ingenti risorse umane e finanziarie affinché i dipartimenti di ricerca scientifica e ingegneria delle proprie università arrivassero a competere con quelli americani ed europei. Nello stesso periodo Pechino, molto spesso grazie proprio alle innovazioni tecnologiche che ha copiato o prodotto in casa propria, ha rafforzato un sistema autoritario che ha limitato fortemente il dissenso, creato un’identità nazionale forte e promosso un nazionalismo e suprematismo razziale anche al proprio interno che controlla chiunque non ne faccia parte geneticamente o culturalmente. Se all’inizio degli anni Novanta il miglior centro di ricerca cinese era all’altezza di un medio dipartimento in Occidente che studiava le stesse materie, oggi Shanghai e Pechino hanno creato poli di eccellenza che ancora (forse) non attraggono presenze internazionali di rilievo ma che sicuramente offrono prospettive certe per scienziati, ingegneri e fisici cinesi che si son specializzati altrove.

Un progresso scientifico promosso al netto della libertà individuale o della salute e benessere pubblici può consolidare tecnocrazie che stabiliscono cosa possa o non possa esser fatto senza alcuna possibilità di appello da parte di chi ne subisce le conseguenze – anche se queste apparentemente sono tutte di segno positivo. Per evitare che la scienza divenga il più potente alleato dell’autoritarismo, occorre che gli strumenti internazionali sui diritti umani vengano applicati alle nuove frontiere della ricerca scientifica e delle sue applicazioni tecnologiche. Le decine di trattati, convenzioni, patti e documenti che contengono gli elementi che qualificano i diritti individuali e collettivi stabiliscono precisi obblighi per i Paesi che incorporano queste norme universali nei loro sistemi nazionali. Dall’Afghanistan allo Zimbabwe, passando per le nostre belle e ricche democrazie occidentali, i governi nazionali son tenuti ad adottare leggi che rispettino quanto contenuto nei documenti internazionali che hanno ratificato. Tra i vari diritti previsti a livello globale ve n’è uno che dobbiamo iniziare a chiamare con il suo nome: “diritto alla scienza”: dalla libertà per i ricercatori di far il proprio lavoro al diritto di tutti di poter beneficiare del frutto delle ultime scoperte scientifiche, questo diritto alla scienza deve rientrare tra le preoccupazioni, e occupazioni, di chi ha a cuore il futuro della libertà e della democrazie perché racchiude implicazioni e le ripercussioni strutturali per il futuro dell’umanità.

All’inizio dell’anno, la National science foundation degli Stati Uniti ha calcolato che nel 2016 il numero di pubblicazioni scientifiche cinesi ha superato per la prima volta quelle made in Usa: 426mila contro 409mila. Con 496 miliardi di dollari spesi, gli Stati Uniti restano il primo Paese in assoluto per investimenti in ricerca, spendendo il 26% del totale mondiale, ma la Cina segue con un incremento del 18% annuo dal 2000 (gli Usa erano solo il 4%) raggiungendo i 408 miliardi di dollari (il 21% del totale globale). Il dato significativo è che nel 2016 la Cina ha totalizzato anche 34 miliardi di dollari investiti da privati in venture capital.

C’è chi ritiene che quantità non significhi qualità, ma è certo che la Cina, come il resto dell’Asia orientale, può ormai competere con scoperte originali e non solo duplicare quanto prodotto in Occidente – la clonazione delle due scimmiette ne è la riprova. La Svezia e la Svizzera producono le pubblicazioni scientifiche più citate, seguite dagli Stati Uniti e altri stati membri dell’Unione europea, ma se gli studi cinesi son quelli meno ripresi dalla comunità scientifica globale e il vantaggio cinese sugli Usa in termini di risultati di ricerca non è valido in tutti i campi – i ricercatori statunitensi ed europei producono più studi (e brevetti) nelle scienze biomediche – la Cina è ormai leader nella ricerca ingegneristica necessaria al potenziamento dell’intelligenza artificiale.

L’estate scorsa, il Consiglio di Stato della Repubblica popolare cinese ha adottato un piano ambizioso per cui, entro il 2030, il Paese dovrà divenire il “principale centro mondiale per l’innovazione dell’intelligenza artificiale”. Secondo alcuni esperti, nel prossimo decennio l’industria nazionale cinese che s’interessa d’intelligenza artificiale potrebbe avere un giro d’affari di 150 miliardi di dollari. Negli ultimi mesi, il governo e l’industria cinese hanno lanciato decine di iniziative relative all’intelligenza artificiale – tra le più importanti la costruzione di un parco tecnologico da 2,1 miliardi di dollari alla periferia di Pechino per ospitare 400 imprese attive nel settore. Secondo la Reuters, il parco si concentrerà su tecnologie emergenti tra cui big data, deep learning, cloud computing e l’identificazione biometrica; il giro d’affari previsto è di 7,68 miliardi di dollari all’anno. Gli investimenti della Cina nel calcolo quantico e i microchip di nuova generazione stanno crescendo in modo talmente esponenziale che l’amministrazione Trump sta bloccando fusioni e acquisizioni di imprese strategiche perché teme per la propria sicurezza nazionale e tiene sotto costante e strettissimo controllo tutto ciò che ha a che fare cogli interscambi nell’industria dei semiconduttori.

L’applicazione di scoperte e invenzioni in un contesto in cui non è possibile un controllo pubblico delle finalità, oltre che dei processi, crea sicuramente molte zone grigie che s’inscuriscono in modo preoccupante per tutto ciò che riguarda la ricerca e sviluppo che confonde obiettivi e priorità civili e militari. Oltre ad assistere e facilitare molte attività umane, i progressi nell’intelligenza artificiale possono esser utilizzati per aumentare a dismisura la sorveglianza indiscriminata o la censura culturale e politica, allo stesso tempo l’intelligenza artificiale fa ormai parte integrante delle tattiche e strategie militari in zone di conflitto molto lontane dai centri di comando. Se è ormai noto l’uso di droni di ricognizione e armati da parte degli Usa e della Nato, meno conosciuto è il piano del governo cinese che sta finanziando lo sviluppo di nuove capacità militari basate sull’intelligenza artificiale nelle decisioni sul campo di battaglia e nelle armi autonome con regole d’ingaggio sconosciute e al di fuori dei codici militari vigenti e internazionalmente riconosciuti. Questi sviluppi tecnologici creano situazioni del tutto al di fuori del diritto umanitario internazionale senza che via un nucleo di Paesi che si stia organizzando per proporne una regolamentazione – e la crisi patente del sistema multilaterale non lascia per sperare per il futuro.
Ma esiste un modo per ingaggiare i governi democratici e non nel tentativo di arrivare al rispetto di regole condivise che consentano, nel caso di specie, la piena applicazione del diritto alla scienza e quindi la promozione e protezione di diritti individuali e collettivi di miliardi di persone?

Da qualche l’Associazione Luca Coscioni ha iniziato ad agire perché questa possibilità possa esistere, posto naturalmente che ci sia a livello istituzionale chi se ne fa carico e che chi predica pratichi. Quanti sono i Paesi democratici che consentono che la ricerca pura vada avanti senza doversi imbattere quotidianamente con divieti ideologici o ostacoli amministrativo-burocratici, croniche mancanze di fondi o assenza di meccanismi meritocratici? Per fornire un primo assaggio di chi fa cosa e come, l’Associazione ha iniziato a compilare un Indice per la libertà di ricerca scientifica e l’autodeterminazione che raccoglie informazioni pubbliche su decine di Paesi relativamente alla ricerca sulle cellule staminali embrionali e sugli embrioni, la procreazione medicalmente assistita, la salute riproduttiva e le scelte di fine vita. L’incrocio dei dati analizzati dal team guidato dal professor Andrea Boggio della Bryant university dimostra come, per esempio, investire in ricerca non implica necessariamente promuoverla e che, tutto sommato, alcuni Paesi europei molto ricchi hanno tassi di libertà di ricerca simili a quelli dell’America latina. Allo stesso tempo, grazie al professore Cesare Romano e a suoi studenti della Loyola Law school di Los Angeles, i dati elaborati dall’Indice consentono la presentazione di rapporti indipendenti che evidenziano ulteriormente il (precario) stato dell’applicazione del diritto alla scienza a livello statuale con tutto quello che questo comporta.

Questo lavoro di monitoraggio e denuncia della violazione del diritto alla scienza dovunque nel mondo vuole esser un contributo perché, a partire dalle Nazioni unite, si ritenga la scienza parte integrante dei diritti umani. Riteniamo che l’effettiva applicazione del “diritto alla scienza” – dovunque nel mondo – possa rappresentare una risposta, tanto a casa nostra che altrove, per evitare che le democrazie liberali vengano travolte dagli sconvolgimenti in corso a causa del progresso tecnologico e per consentire loro di riuscire a migliorare o rafforzare il funzionamento istituzionale. Il combinato disposto della modifica genetica di precisione su vegetali e animali, e dunque anche sugli esseri umani, dell’intelligenza artificiale e della possibilità di intervento sul funzionamento della mente umana, avrà come effetto già nei prossimi decenni un cambiamento dei modi di manifestarsi della natura umana, con la prospettiva alla lunga anche di cambiarne alcuni tratti. L’illusione di rispondere attraverso proibizioni e barriere “etiche” è destinata ad aggravare il dominio di logiche di mero interesse economico/egoistico, le quali, se non governate, porterebbero verso una umanità geneticamente migliorata, o “aumentata”, solo per chi se lo può permettere o secondo direzioni decise illiberalmente dai governanti stessi. Il principio dell’uguaglianza dei cittadini alla nascita diventerebbe definitivamente lettera morta, ponendo una pietra tombale sulla possibilità stessa di esistenza di una democrazia liberale. Ma le democrazie devono aprire un dibattito laico e inclusivo su questi temi. Urgentemente.

Dall’11 al 13 aprile prossimi l’Associazione Luca Coscioni ha convocato la quinta riunione del Congresso Mondiale per la Libertà di Ricerca Scientifica al Parlamento europeo di Bruxelles, il titolo che abbiamo dato all’incontro è “La Scienza per la democrazia“, abbiamo chiesto decine di scienziati, ricercatori, politici, malati e militanti dei diritti umani, di condividere con noi le loro esperienze e le loro raccomandazioni certi che nei prossimi mesi occorrerà portare questo pensiero e le successive azioni in giro per il mondo mobilitando un’alleanza internazionale per il diritto alla scienza per garantire un futuro di libertà e sviluppo sostenibile per quante più persone possibile.

«Marie Colvin uccisa dalle armi di Assad». La sorella della reporter chiede giustizia

Handout photo issued on 22 February 2012 by the Sunday Times, shows Marie Colvin, covering Egyptians' uprising in Tahrir square, Cairo, Egypt, 04 February 2011. ANSA/IVOR PRICKETT/THE SUNDAY TIMES/HO HANDOUT -- EDITORIAL USE ONLY -- NO SALES

Conoscevano tutti Marie Colvin: una reporter leggendaria. Ha passato la vita a raccontare l’orrore delle guerre, fino all’ultima in cui ha perso la vita. All’alba del conflitto in Siria è morta ad Homs nel 2012 durante un bombardamento, insieme al fotoreporter francese Remi Ochlik, mentre scappavano da un press center durante un’offensiva. A distanza di sei anni la sorella Cathleen chiede giustizia e ha intrapreso una causa civile presso la corte distrettuale di Washington.
L’inviata di guerra del Sunday Times «è stata uccisa dalle forze del regime di Assad, in un’operazione che aveva un target: silenziare i giornalisti, secondo quanto riferito nella testimonianza di un membro dell’intelligence siriana», scrive il suo giornale.

Tutto questo emerge dalle prove dettagliate sul coinvolgimento del regime siriano nella morte della reporter fornite dalla sorella, aiutata da un’organizzazione per i diritti umani di San Francisco. Cathleen Colvin ha un obiettivo: rendere il governo siriano ufficialmente responsabile della morte della giornalista, vero bersaglio, sei anni fa, di quelle bombe che caddero su Homs al press center.

«Marie sapeva che rischi stava affrontando, ma aveva deciso di assumerli, le persone volevano raccontare le loro storie, e Marie li ascoltava. Per questo per me è così importante rendere queste prove pubbliche» ha detto Cathleen. «Mia sorella è stata morta per aver denunciato la brutalità del regime, ma il suo lavoro vive ancora. Cerchiamo giustizia per lei e per le migliaia di vittime siriane, speriamo che il nostro caso aiuti la comunità internazionale ad assicurare alla giustizia i criminali di questa guerra».

Nel 2012 gli ufficiali siriani fecero festa per celebrare il successo della missione e la morte della giornalista americana, ha rivelato un disertore dei servizi segreti. Le parole del generale Rafiq Shahadah durante l’assedio della città furono queste, secondo la testimonianza riportata dai giornali: «Marie Colvin era un cane e ora è morta. Che gli americani la aiutino adesso». La fine dei suoi giorni e dei suoi reportage è stata premeditata, ci sarebbero duecento documenti governativi portati fuori dal Paese a provarlo e il racconto di “Ulisse”, nome in codice del disertore dei servizi segreti siriani.

Mentre in Siria continua la guerra, il volto di Marie Colvin, capelli biondi, il suo unico occhio verde e la sua benda da pirata, è tornato sulla prima pagina del suo quotidiano dove ha scritto, dal 1985 fino alla morte, delle guerre d’Africa e Medio Oriente: dalla Cecenia, Kosovo, Sierra Leone, Zimbabwe, Timor est, – dove nel 1999, rifiutandosi di lasciare un compound sotto fuoco dell’esercito indonesiano, riuscì a salvare la vita di 1500 donne e bambini- e Sri Lanka, dove perse il suo occhio destro per un missile. La Siria è stata la sua ultima guerra.

Bomba o non bomba

Nella giornata di ieri, mentre tutti discutevano delle baruffe tra Salvini e Di Maio e la stampa si riempiva di editoriali zeppi di consigli su cosa dovrebbe fare il Partito democratico una bomba dentro la sua auto ha maciullato Matteo Vinci, 42 anni, e gravemente ferito il suo settantacinquenne padre. Una bomba come quelle che da noi si osavano solo nei tempi peggiori quando vigeva prepotente il senso di impunità se non addirittura la convergenza di interessi con lo Stato. Matteo Vinci, secondo le prime ipotesi della Procura, avrebbe avuto un diverbio con un vicino parente di qualche cognome importante. Le parole degli inquirenti lasciano pochi dubbi: “le cosche stanno alzando il livello”, hanno dichiarato. Una bomba, di quelle vere, che esplodono davvero e che procura un dolore e un rumore che tutti dovrebbero girarsi a guardare, parlarne, cercare di capire.

Ieri in Calabria sono stati arrestati Carmelo Ficara, Francesco Andrea Giordano, Michele Surace e il figlio Giuseppe, tutti nomi che contano nel campo delle costruzioni a Reggio Calabria e in provincia. “Imprenditori”, come si fanno chiamare. Eppure sono accusati di essere i prestanome e i riciclatori della cosca dei Tegano, una famiglia mafiosa che nonostante passino le generazioni non sempre perde lo “smalto”.  Hanno cementificato la provincia reggina. Gli hanno sequestrato beni per un valore di cinquanta milioni di euro. Cinquanta milioni di euro.

Ieri a Palermo è stato arrestato Pietro Formoso, fratello dei due Formoso che furono condannati per la strage mafiosa a Milano nel 1993. Secondo le indagini Formoso deciderebbe (a nome di Cosa Nostra) quali filetti devono stare sulle nostre tavole. Dalle intercettazioni si capisce anche che il latitante Matteo Messina Denaro preferisce invece investire sull’olio extravergine. Quello che mangiamo, noi.

Aspettiamo con ansia e poca speranza l’indignazione e le soluzioni da parte di chi brama il governo per risolvere “le paure degli italiani”. Aspettiamo con ansia che di mafia, anche solo per sbaglio, se ne senta parlare anche da parte dei papabili leader. Aspettiamo con ansia che questo Paese non abbia bisogno delle carneficine per svegliarsi magari tenendo conto anche di tutte le carneficine che già sono state. Aspettiamo con ansia che qualcuno si occupi del tema delle mafie e magari che faccia in modo che le mafie smettano di occuparsi di noi.

Buon martedì.

Armi chimiche: «Con l’attacco su Douma, Assad lancia un avvertimento ai suoi alleati»

«Penso che a bombardare con le armi chimiche la popolazione di Douma sia stato il regime di Assad». A parlare è Lorenzo Declich, esperto del mondo islamico. Declich cura il blog Tutto in trenta secondi ed è autore tra gli altri dei libri Siria, la rivoluzione rimossa  (ed. Alegre) e Islam in 20 parole (Laterza). Left lo ha intervistato per cercare di fare chiarezza sui motivi dell’utilizzo di armi chimiche sulla popolazione di Douma, nella Ghouta orientale, a circa 20km ad est di Damasco.

Che idea si è fatto sull’attacco del 7 aprile scorso?

L’area colpita è l’ultima parte della Ghouta orientale ancora in mano ai ribelli. La Ghouta orientale è stato uno dei fulcri della sollevazione popolare del 2011. Inizialmente era una zona prevalentemente agricola, poi col tempo hanno cominciato a stabilirvisi molte famiglie poverissime che poi hanno appoggiato la ribellione al regime.

Diversi analisti hanno trovato similitudini tra questo ed altri attacchi chimici che ci sono stati in Siria. Se prendiamo inoltre in considerazione il tempismo con cui è avvenuto, mi viene da pensare che sia stato di nuovo il regime a colpire. Con questo attacco Assad cerca di farsi spazio al tavolo a cui siedono le potenze regionali che si stanno spartendo la Siria, spartizione che è già in corso.

Al bombardamento chimico è poi seguito l’attacco israeliano su una base militare siriana ad Homs, area molto importante dal punto di vista militare. Le uniche notizie su questo ultimo attacco vengono però da agenzie siriane, che sono profondamente influenzate dalla propaganda di regime, quindi prenderei questa notizia della responsabilità israeliana con le pinze. È pur vero però che Israele ha condotto diversi raid aerei in territorio siriano, con lo scopo di, stando al governo di Tel Aviv, limitare il traffico di armi dirette ad Hezbollah, suo nemico diretto.

Sono anni che le armi chimiche vengono usate in Siria. Cosa si può fare per impedirne l’uso?

Già nel 2013 l’allora presidente americano Barack Obama tracciò la famosa “linea rossa”, la linea oltre il quale il conflitto siriano non doveva spingersi, ovvero l’uso delle armi chimiche. Le armi chimiche vennero poi usate ma la risposta americana non ci fu. A quel punto era chiaro che i limiti che si cercava di imporre al conflitto potevano essere tranquillamente superati. Assad ora si sente sempre più libero di portare avanti questo genere di azioni militari, il cui scopo è sempre quello di mandare un messaggio, non solo ai ribelli suoi nemici, ma anche ai suoi alleati principali, Iran e Russia. E il suo messaggio è «io posso generare caos, posso creare indignazione nell’opinione pubblica mondiale come e quando voglio, quindi anche io voglio poter dire la mia sulla spartizione della Siria».
Neanche da parte della comunità internazionale c’è alcuna volontà di voler fermare gli attacchi chimici o bloccare questo processo di ripartizione del Paese. Gli effetti devastanti che questa inazione sta avendo su quel poco di popolazione civile rimasta in zone controllate dai ribelli sono sotto gli occhi di tutti.

Secondo lei è scontato che Assad a fine conflitto resterà a capo del regime siriano?

Penso proprio di sì, e mi sembra che la cosa sia stata accettata come un dato di fatto da tutti. La Russia è l’unico Paese che davvero potrebbe spingere verso un cambio dei vertici del governo di Damasco, che così facendo andrebbe però contro gli interessi dell’Iran, il più stretto alleato di Assad, il quale ha tutto l’interesse a che Assad resti al suo posto.
La sorte di Assad è nelle mani dei suoi alleati, e più volte ho detto che il dittatore siriano è un fantoccio. Assad ha svenduto completamente il suo Paese per rimanere al potere: sia la Russia che l’Iran stanno infatti facendo tutto ciò che vogliono in Siria, sia in termini militari che economici.
La Russia ha ben cinque basi militari nel Paese, di cui una a Laodicea (nota anche come Latakia, ndr), la principale città portuale siriana, in cui c’è una notevolissima presenza di cittadini russi.
L’Iran si sta invece muovendo molto sul fronte economico ed è molto impegnato nella ricostruzione delle aree a maggiore presenza sciita, già da adesso, a conflitto ancora in corso.

Cosa ci possiamo aspettare da Trump, ora?

Fino a ora la risposta Usa è stata assolutamente inefficace. Un attacco singolo, alla base aerea da cui sarebbero partiti gli aerei che hanno sganciato le bombe chimiche, senza alcuna strategia dietro. I danni sono stati minimi e l’effetto sul conflitto nullo, si trattava solo di uno specchietto per le allodole nel classico stile di Trump: mostrare i muscoli per un attimo e poi continuare a farsi gli affari propri.
Staremo a vedere se anche il bombardamento del 7 aprile spingerà gli Stati Uniti a reagire e se sarà un altro attacco fine a sé stesso o se questa volta ci sarà una strategia più ampia dietro. Avendo visto com’è la politica estera di Trump, non penso che la seconda ipotesi si realizzerà.

Il conflitto è nato a seguito delle proteste di piazza del 2011, nel contesto della primavera araba che stava attraversando diversi paesi medio-orientali. Nonostante la contestazione al regime siriano godesse del supporto di una grande porzione di popolazione, al punto da sfociare nella guerra civile, la comunità internazionale non intervenne, al contrario di quanto fece in altri paesi come la Libia. Come mai secondo lei?

La Libia è innanzitutto un Paese con riserve petrolifere e quando si tratta di combustibili, l’occidente è in prima fila a tutelare i propri interessi. Infatti, una volta che la primavera araba è arrivata anche lì, c’è stata una corsa ad intervenire.

In Siria, la comunità internazionale si è accorta tardi di quanto fosse forte il desiderio di cambiamento nel Paese, poiché la rivolta è sbocciata lentamente. È iniziata a marzo, ma le grandi manifestazioni di massa sono cominciate solo a luglio, tre mesi dopo, nonostante una repressione mostruosa, che nel tempo ha fatto migliaia di morti. Inoltre la Siria ha sempre gravitato dal lato orientale della cortina di ferro, e una volta caduto il muro di Berlino, le potenze di quella parte del mondo hanno subito cercato di guadagnare influenza per portare avanti i loro interessi nel Paese medio-orientale.

In questa situazione, tra interessi incrociati delle potenze locali e mancanza di percezione della portata della rivoluzione in atto, la comunità internazionale è rimasta un po’ a guardare, senza supportare le istanze dei rivoluzionari. Sono così subentrate le potenze della regione che hanno cominciato a finanziare i gruppi ribelli di stampo fondamentalista islamico, piuttosto che le forze democratiche che avevano dato il via alla ribellione.

Potrebbe questa inazione essere dovuta anche ad un fraintendimento di fondo della natura della ribellione al regime?

Un altro fattore che è stato spesso frainteso nelle analisi della rivolta sono le persone che l’hanno condotta. Molti giornalisti e analisti, per capire cosa stava succedendo in Siria, si sono rivolti a dissidenti o leader di vecchi partiti e movimenti d’opposizione, che però non avevano nulla a che fare con le agitazioni in corso.
A protestare, c’erano invece le nuove generazioni, completamente slegate da queste vecchie formazioni e vecchie ideologie. Quello per cui manifestavano erano più diritti: economici, civili, politici e la possibilità di sviluppare appieno la propria individualità, cose che vengono completamente negate e osteggiate in una dittatura.

Da dissidente liberale a leader xenofobo: la parabola di Orban, signore e padrone dell’Ungheria

epa06650548 President of the ruling Fidesz party, Prime Minister Viktor Orban waves as he attends the final electoral rally of Fidesz in Szekesfehervar, some 63km southwest of Budapest, Hungary, 06 April 2018. Hungary will hold its general election on 08 April. EPA/ZSOLT SZIGETVARY HUNGARY OUT

Trent’anni anni fa, era il 1988, in Ungheria, c’era un dissidente liberale dai capelli lunghi. Nella sua lettera per richiedere la borsa di studio alla fondazione del magnate George Soros, il giovane scrisse che l’Ungheria, dalla dittatura, si sarebbe trasformata in una democrazia. Che «uno degli elementi principali della transizione è la rinascita della società civile». Il ragazzo fu premiato, usufruì dei fondi per andare a seguire i corsi ad Oxford. Lo studente Viktor, trent’anni dopo, è il premier Orban. L’alfiere dell’“Europa cristiana”, il signore della “patria bianca” dai confini filospinati, bastione contro l’islam, il nemico giurato di Soros e delle sue idee considerate “morbide” sull’immigrazione, è salito sul palco del successo elettorale da confermato premier d’Ungheria.

Fidesz è il partito scelto dal 49% degli ungheresi, con 134 seggi su 199 in Parlamento, ha la maggioranza costituzionale dei due terzi dell’Assemblea nazionale, una preferenza altissima, come l’affluenza a queste ultime urne, quasi da record: ha votato il 68,8% degli aventi diritto, l’8% in più di quattro anni fa, ovvero quasi sei milioni di elettori.

La notte del conteggio dei voti, per Orban, non è stata lunga. Chi si interrogava sulla maggioranza a rischio di Fidesz, ha dovuto confrontarsi, fin dalle prime ore dallo spoglio, con una vittoria schiacciante. Chi sperava che Orban rallentasse la sua corsa, nel day after deve fare i conti con velocità e successo raddoppiati.

«Con risultati come questo c’è bisogno di ricordare il saggio proverbio: sii modesto, perché ora hai ragione di esserlo, l’Ungheria non è arrivata ancora dove vuole, ma è in cammino». Sono state le prime parole del premier sul palco, tra gli applausi. Ha cantato vittoria, non per se stesso, ma per il suo Paese, per la sua politica e per la tradizione “bianca” e cattolica d’Ungheria, che ha promesso ancora una volta di difendere. È la terza vittoria consecutiva per Orban, la quarta in totale.

Sulle rive del Danubio, Fidesz è riunita alla Casa Bianca ungherese, è un partito stordito dal successo inatteso. Nella classifica elettorale, dopo Orban, si è posizionato Gabor Vona, 39 anni, a capo della formazione di estrema destra Jobbik (Movimento per un’Ungheria migliore). Vona arriva secondo a queste elezioni che, a suo avviso, avrebbero determinato «il corso del Paese non per i prossimi quattro anni, ma per almeno due generazioni». Insieme ai migranti, nemico numero uno dell’Ungheria per Vona è «il governo mafioso di Orban».

Con il 12% delle preferenze, in terza posizione, c’è l’alleanza di socialisti ed ecologisti di Georgely Karacsony. Ma alle elezioni, insieme ai 23 partiti d’opposizione, a uscire sconfitta è anche l’Unione europea, che vuole tutelare, solo a suon di sanzioni, valori e diritti che l’Ungheria viola. La burocrazia di Bruxelles non ha potuto niente contro la xenofobia muscolare di Orban. L’ultima parola gliel’ha data il suo popolo, alla fine ha vinto lui, di nuovo.

Qualcuno è andato in abiti tradizionali in cabina elettorale – i membri dell’“Associazione per la preservazione degli ussari ungheresi”, per esempio. Le urne dovevano essere chiuse alle sette di sera, ma lunghe file rimanevano ai seggi a sfidare le lancette dell’orologio. Poi al primo buio la città ha cominciato a ballare per strada. La massa plebiscitaria della “democrazia illiberale” ha scelto e se n’è andata a cantare di notte, tricolore, clacson e birra, per le strade di Budapest.

Insieme alla Merkel, Orban è il capo al potere in Europa da più tempo. Gli scandali di corruzione di amici, parenti e membri del suo partito, esplosi negli ultimi mesi, non l’hanno indebolito, grazie anche al ribaltamento operato da giornali e tv di regime, che li hanno dipinti come attacchi alla nazione stessa e al suo primo ministro. Capitalismo dell’oligarchia a lui compiacente, retorica xenofoba, dottrina da partito-stato unico: ha reso la nazione il suo monolite. Ha già cambiato quasi tutto nel suo Paese, dal sistema giudiziario, – ora in mano al suo governo -, fino a quello economico, che è in mano ai suoi parenti ed amici. Dal 2010, in cinque anni, con la maggioranza Fidesz in Parlamento, più di mille leggi sono passate dopo poche ore di dibattito.

Nel 1988 il “dissidente” Orban diceva di odiare il muro che sarebbe caduto un anno dopo; nel 2018 lo stesso uomo ne ha innalzati di nuovi, blindati, nazionali e personali. L’Ungheria che doveva trasformarsi in democrazia, come scriveva nei papers da studente, è diventata la “capsula di petri” d’Europa per l’autocrazia morbida di cui è autore. Era così già prima delle elezioni, ma lo sarà ancora di più da domani.

Ostracismo e pregiudizio. Politiche razziste contro i Rom

Malgrado l’attenzione dei media si sia concentrata sul flusso migratorio dell’ultimo biennio, la politica e l’opinione pubblica dalla questione rom, l’antiziganismo è purtroppo molto presente, in chiave razzista, nella società italiana. I 148 insediamenti formali, sparsi in 87 comuni italiani, rappresentano la più evidente cartina di tornasole di un pensiero comune, esemplato e incoraggiato dal linguaggio dei politici.
Ha scritto in un tweet il leader della Lega, Matteo Salvini, a commento degli scontri avvenuti tra alcuni abitanti del campo di via Gordiani a Roma e gli agenti della polizia, intervenuti ad arrestare un abitante dell’insediamento: “Questi zingari lavorano anche a Pasqua. Ho pronta una democratica e pacifica ruspa”.

Dal 2012 a oggi, a parte qualche tenue tentativo di amministrazioni virtuose di superare il sistema dei campi, sono stati spesi 82 milioni di euro per mantenerlo.
Una cifra e una politica che stridono con gli impegni dettati dalla Strategia Nazionale di Inclusione dei rom, presi dal governo italiano davanti all’Europa. E mai mantenuti. E poco o nulla smuove la Giornata internazionale dei Rom, Sinti e Caminati che si celebra ogni anno l’8 aprile. A parte il presidente Mattarella, gran parte delle istituzioni e amministrazioni locali continuano a fare finta di nulla. Tanto che, ancora nel 2017, la situazione rimane immutata: scarsa esistenza e incidenza di strumenti per l’implementazione della strategia e una debole volontà politica hanno disatteso la sfida di andare oltre i campi monoetnici. Con il risultato di ricreare ciò che doveva essere superato.
E, così, anche nel 2017, per l’assenza di meccanismi di coordinamento e di monitoraggio (e per la carenza di un reale interesse all’inclusione) si è assistito al rifacimento, al mantenimento e alla costruzione di nuovi insediamenti per soli rom. Tra il 2012 e il 2017, nuove costruzioni alloggiative sono sorte tra Milano, Carpi, Merano e Moncalieri per ‘sistemare’ circa 240 persone; due a Pistoia e Roma, in cui è stato, anche, inaugurato un centro di accoglienza per soli rom, circa mille, proponendo una realtà (ghettizzante) unica in Europa, dove, al contrario, “le città stanno procedendo verso politiche di opportunità e integrazione: il tempo delle misure speciali, segreganti e discriminanti è definitivamente scaduto”, ha spiegato Tommaso Vitali docente dell’Università Sciences Po, intervenuto al dibattito, tenutosi in Senato, per la Celebrazione della giornata internazionale rom e sinti, e durante il quale è stato presentato il Rapporto annuale 2017, redatto dall’Associazione 21 luglio.
E, invece, nel Belpaese (dei campi), alla costruzione di nuovi insediamenti autorizzati corrispondono altrettante operazioni di sgombero forzato, condotte in modo discrezionale dalle autorità locali, in deroga alle tutele procedurali previste dal diritto internazionale. E che, soprattutto, non producono mai l’effetto di sanare l’inadeguatezza dell’alloggio, ottenendo l’esito opposto: replicarla altrove. Cosicché, in tutta Italia nel 2017, ne sono state eseguite 230 – 33 solo a Roma e 25 a Milano -, generando un riversamento degli abitanti di origine rom dalle baraccopoli informali ai microinsediamenti spontanei.
Sta di fatto che, a fronte di un totale stimato compreso fra le 120 e le 180mila presenze di cittadini rom e sinti, 26mila sono quelli in emergenza abitativa, di cui 16.400 (e il 43 per cento ha cittadinanza italiana) collocati in insediamenti autorizzati e 9.600, originari dell’ex Jugoslavia e per il 30 per cento a rischio apolidia, sistemati in baraccopoli informali.
Marginalizzazione spaziale e condizioni abitative al di sotto degli standard provocano ricadute a cascata nel mancato riconoscimento degli altri diritti umani e della loro identità. Perciò è necessario “un atto di riconoscimento di molte vite fatte di sofferenza e di tenuta morale, cioè di due elementi che raramente vengono accostati all’esistenza di rom e sinti perché la sofferenza viene interpretata, a volte, quasi fosse un dato antropologico e genetico e la forza morale, semplicemente, viene loro negata per lasciare spazio a quella che, così diffusamente, si propone come vera e propria riprovazione morale. E, come noto, quando si attua un meccanismo di riprovazione morale siamo al primo passo di un dispositivo che porta all’ostracismo. Che, tra le sue conseguenze, certo di minoranza estrema, può far immaginare il pogrom, cioè una volontà di sterminio”, ha dichiarato il direttore dell’Unar, già presidente della Commissione diritti umani del Senato, Luigi Manconi, intervenuto al dibattito. Quella volontà che manca, piuttosto, di superare un pensiero palesemente discriminatorio.

Hanno risolto il problema “migranti” e “violenze straniere”

The "North League" (LN) party's candidate for the post of the Prime Minister, Matteo Salvini, attends an electoral meeting in Turin, Italy, 28 February 2018. ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Non so se vi è capitato di notare le prime pagine dei giornali, le notiziacce urlate a tutta pagina nella cronaca nera, i titoli dei telegiornali e i servizi allarmati delle trasmissioni del mattino, del pomeriggio e soprattutto della sera: non c’è più “sostituzione etnica”, non c’è più il pericolo costante “per le nostre donne”, non ci sono più le ondate di sbarchi zeppi di terroristi, non ci sono più pericolosi criminali stranieri, non ci sono pisciatori africani, non ci sono prime pagine di islamici e riti satanici (a dire la verità ne hanno arrestati davvero, di presunti estremisti, ma la notizia è durata il tempo di un soffio) e non ci sono drammi per le manifestazioni che non ci sono state (e che continuano a non esserci, tra l’altro) per Pamela Mastropietro.

L’emergenza nazionale che sembrava avere gettato il Paese nell’orrore e nella disperazione si è magicamente dissolta senza nemmeno prendersi la briga di formare il governo. È bastato il risultato delle elezioni perché certa informazione (meglio, propaganda travestita da informazione) tornasse nei binari della normalità togliendo il piede dall’acceleratore di un allarmismo prêt-à-porter che ora non serve più, anzi sarebbe dannoso.

Mediaset ha chiuso le trasmissioni di Belpietro e Del Debbio (che sul pericolo migranti hanno costruito un’epopea) e lo stesso Salvini, in mancanza di materiale buono per la sua disgustosa campagna elettorale permanente, ieri ha dovuto sfruttare la giornata internazionale di Rom, Sinti e Caminanti per non rinunciare alla dose giornaliera di veleno spanto.

Così basta guardarsi intorno per cogliere tutto il senso della melma a forma di giornalismo che ci ha inondato per mesi. A volte serve proprio il silenzio per riconoscere l’odore delle voci che sono state.

Buon lunedì.