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Il declino inarrestabile dei nostalgici dell’Urss

Il declino del Partito comunista della federazione russa (Pcfr) è proseguito inarrestabile anche nelle ultime elezioni presidenziali del marzo 2018. La parabola del Pcfr nelle elezioni presidenziali non necessita di commenti. Nelle precedenti presidenziali Gennady Zjuganov aveva ottenuto queste percentuali: 32,0% (primo turno 1996), 40,3% (ballottaggio con Eltsin 1996), 29,2% (2000), 17,7% (2004), 17,1% (2012). Nel 2008 si era presentato il grigio uomo di apparato Nikolaj Charitonov raccogliendo il 13,7%. Nel 2018 Pavel Grudinin ha conquistato solo l’11,8%.
Il Pcfr nacque nel 1993 non come erede del disciolto Partito comunista dell’Urss, ma come un prodotto peculiare di diverse eredità e pulsioni presenti all’interno della transizione russa degli anni Novanta. Da una parte le tendenze più staliniane e burocratiche del Pcus. Per questo motivo Sergio Romano ha paragonato il partito di Zjuganov il Pcfr al Msi italiano. Così come il Msi esprimeva sì la nostalgia verso il fascismo ma nella sua espressione “repubblichina”, il Pcfr esprime la nostalgia non tanto verso l’Urss in generale (nostalgia che attraversa a vari livelli tutta la società russa) ma quella dell’epoca staliniana. D’altra il PCFR sin da subito fu anche il magnete per altre aspirazioni e tendenze che albergavano in Russia. Fu l’espressione di un forte richiamo nazional-patriottico che superava la contrapposizione della guerra civile tra bianchi e rossi, dell’esaltazione della missione storica della “Rus’” come impero euroasiatico, dell’antisemitismo strisciante da sempre presente nella società russa, del recupero del ruolo di collante della Chiesa Ortodossa. Tutto ciò nella Russia eltsiniana dominata dalla corruzione, dalla crisi sociale, della decadenza degli apparati statali si trasformò in un blocco sociale che probabilmente se non ci fossero stati i brogli e la mobilitazione di grandi interessi non solo su scala russa, sarebbe stato in grado portare Zjuganov a vincere le presidenziali del 1996.
L’ascesa di Putin che è diventato l’alfiere del sovranismo, della “dittatura della legge”, della ripresa economica con elementi redistributivi, dell’alleanza strategica con il patriarcato di Kirill, del nuovo protagonismo internazionale della Russia ha in gran parte prosciugato lo spazio sociale e politico del Pcfr. Che è sempre di più diventato un partito marginale che si limita a criticare questa o quella misura della governo putiniano senza essere in grado – prima di tutto per i suoi limiti culturali – di proporre un’alternativa al regime esistente.
Il Pcfr è arrivato alle presidenziali del 2018 in uno stato di completa prostrazione. Nelle elezioni per la Duma del 2016 aveva perso 6% rispetto alla tornata precedente. La composizione sociale e per classi d’età del partito del 2017 fornisce un quadro esplicito della sua situazione interna. L’età media dei 162mila iscritti è di 55,6 anni. I pensionati sono il 42,5% e i giovani fino ai 30 anni solo l’11,6%. Dal punto di vista sociale gli operai sono il 7%, gli impiegati il 6,5% mentre ben il 2,1% sono imprenditori o dirigenti d’azienda (i cosiddetti “direttori rossi”).
E tra quest’ultimi alla fine è stato scelto il candidato per le presidenziali del 2018. A dicembre nei sondaggi il candidato nominato dal comitato centrale del partito era ancora Gennady Zjuganov. I sondaggi lo davano al 5-6%, superato anche da Vladimir Zhirinovskij. Così proprio alla vigilia di Natale, le strutture del partito si riunivano nel disperato tentativo di mettere una pezza al disastro annunciato. E dal cilindro usciva il coniglio della candidatura di Pavel Grudinin.
Pavel Grudinin è un imprenditore del settore agroalimentare che ha avuto successo costruendo un’azienda modello vicino a Mosca grazie anche alla speculazione. Esordì in politica nei primi anni 2000 con Russia Unita e per qualche tempo fu poi vicino allo xenofobo Zhirininovskij per poi approdare all’area del Pcfr. E infatti si è presentato alle presidenziali dello scorso marzo in qualità di indipendente. Ha puntato sull’elettorato deluso da Putin perla crescente corruzione del suo apparato e sui settori sociali più puniti dalla crisi economica degli ultimi anni (intercettandoli soprattutto in Siberia). È cresciuto costantemente nei sondaggi negli ultimi due mesi prima delle elezioni, creando qualche grattacapo allo staff di Putin raccogliendo simpatia e interesse persino nell’area “liberal” (quella più moderata e nazionalista) dell’elettorato. Non ha potuto invertire la storica tendenza al declino del Pcfr ma raccolto settori dell’elettorato lontani culturalmente dalla sua tradizione. In questo senso il fatto di essere emanazione del Pcfr lo ha persino frenato. Nelle interviste si è richiamato sia alla socialdemocrazia del Nord Europa ma anche al modello cinese, ma è apparso imbarazzato e non a suo agio nella rivendicazione dello stalinismo.
Forse non sarà in grado di salvare il Pcfr dal suo destino storico ma potrebbe costruire nel prossimo futuro una coalizione politica e sociale intorno a sé che vada oltre il nostalgismo. Non sarebbe certo la sinistra di cui necessita questo Paese ma, forse, un (piccolissimo) passo avanti in quella direzione.

Buongiorno Mosca!
Storie, vicende e riflessioni dalla Russia
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Quale conoscenza se i manuali sono di parte

A migrant shows on an atlas where he comes from to an Italian woman, at the Franco-Italian border in Ventimiglia, Italy, Sunday, June 21, 2015. European Union nations failed to bridge differences Tuesday, June 16 over an emergency plan to share the burden of the thousands of refugees crossing the Mediterranean Sea, while on the French-Italian border, police in riot gear forcibly removed dozens of migrants. (AP Photo/Thibault Camus)

I manuali scolastici di storia del dopoguerra hanno continuato senza sosta a costruire un’identità nazionale, seppur sulle macerie della Seconda guerra mondiale. Spesso lo hanno fatto glorificando le atroci campagne dell’esercito italiano in Africa, ponendosi in una prospettiva del tutto italocentrica. Significativa questa frase da Storia e civiltà (Petrini, 1950) di Franco Landogna: «Era evidente dunque l’interesse (per la Libia ndr), e date le condizioni di barbarie, di miseria e di oppressione dell’elemento indigeno arabo cui il governo turco teneva quelle regioni, il diritto dell’Italia ad impadronirsene, per portarvi una più alta e alacre civiltà».

Solo negli anni 90, quindi in tempi relativamente recenti, il ritratto stereotipato del colonialismo è parzialmente venuto meno. Questo processo di “smemoratezza” collettiva ha lasciato tracce nel razzismo di oggi e in alcune forme di fascismo istituzionale. Ma le criticità dei manuali riguardano tutte le epoche storiche. Con le dovute eccezioni, dalla storia antica a quella contemporanea, i testi in uso nelle scuole italiane risultano monchi, superati ed eurocentrici. Quella di Cristoforo Colombo può essere definita ancora “scoperta”? Le missioni gesuite in Sud America sono state “civilizzatrici”? Che fine ha fatto la storia dell’Africa, dell’Asia, del Centro e del Sud America? Perché si parla di Islam solo nei box che titolano “terrorismo”? E perché si omettono le conseguenze dell’“italianizzazione fascista” in Istria e Dalmazia?

Per non parlare poi dei…

L’articolo di Maria Panariello prosegue su Left in edicola


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Francesca Fagioli: Gli adolescenti di oggi, una generazione matura

«Prima ancora degli psichiatri, sono gli artisti e i poeti che ci raccontano di quel mondo misterioso che è l’adolescenza. Un mondo pieno di turbamenti, di conflitti, di sogni e progetti ma anche di solitudine e tristezza» scrive la psichiatra Francesca Fagioli, dopo aver citato un brano di Bel-ami di Guy de Maupassant, in un suo articolo sulla rivista scientifica Il sogno della farfalla. A lei che è dirigente medico al servizio di Prevenzione e intervento precoce salute mentale della Asl Roma 1, ci siamo rivolti per provare a far emergere alcune delle mille sfumature che riguardano questa fondamentale tappa della nostra vita, troppo spesso giudicata attraverso una lente deformata dai luoghi comuni.

Cos’è l’adolescenza?

L’adolescenza è il tempo in cui si devono comporre come in un puzzle tutte le sensazioni, emozioni, affetti, immagini che ci portiamo dentro dai nostri primi giorni, mesi, anni di vita. E l’adolescente tante volte non sa darsi un tempo. È come se, il tempo della nostra vita che inizia alla nascita, in adolescenza si fermasse e si allungasse allo stesso momento. Il mondo indefinito di luci e ombre del neonato, che nel primo anno di vita non ha ancora la visione nitida delle cose, riemerge nell’adolescenza, in particolare in quella incertezza che l’adolescente ha nella ricerca di un altro da sé. Per cui l’identità che prima di tutto è da cercare e consolidare è quella sessuale. Ma essere atti alla sessualità con la pubertà non significa un immediato passaggio all’atto. Ognuno ha bisogno di un suo tempo, per poter cimentare la propria identità in un rapporto con un essere umano che è assolutamente uguale a se stessi ma è completamente diverso, ossia nel rapporto uomo donna. Per cui la sessualità diventa rapporto interumano, ricerca, realtà umana che deve portare con un sentire del corpo a costruire un’identità non a distruggerla.

Nel linguaggio comune si parla di crisi adolescenziale come di un fatto normale a cui tutti vanno incontro in questa delicata fase di cambiamento. Cosa distingue una crisi “fisiologica” da una che fisiologica non è?

L’adolescenza è crisi per definizione. Una crisi assolutamente fisiologica perché avviene in un periodo particolare di passaggio dall’essere bambino al diventare adulto. Questo tempo…

L’intervista di Federico Tulli alla psichiatra Francesca Fagioli prosegue su Left in edicola


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La fantasia dei ragazzi corre sul web

Come scrive con chiarezza Michele Cortellazzo nella voce della Treccani: «Per linguaggio giovanile si intende la varietà di lingua utilizzata nelle relazioni del gruppo dei pari da adolescenti e post-adolescenti, costituita principalmente da particolarità lessicali e fraseologiche (e, in misura minore, morfosintattiche e fonetiche)». Il linguaggio giovanile è quindi una varietà linguistica codificata e stratificata nel tempo che segue, come qualunque altra forma di una lingua storico-naturale, precise regole a livello della composizione delle parole (lessico), della loro organizzazione nella frase (sintassi) e del modo in cui tali elementi sono pronunciati (fonetica). La principale caratteristica di tale variante è l’età dei parlanti.

I linguisti hanno identificato un linguaggio giovanile in diversi periodi storici. Pensiamo ad esempio in italiano al linguaggio giovanile degli anni Cinquanta, quando con lo sviluppo economico i giovani avevano occasioni di svago prima impensabili. Tale prima fase finì bruscamente negli anni Sessanta, quando, con i movimenti politici, il linguaggio giovanile che si caratterizzava per l’età dei parlanti, cedette il posto ad un linguaggio tipico di un orientamento politico, usato da persone appartenenti a diverse fasce d’età. Pensiamo a tutta la fraseologia tipica di quello che è stato chiamato sinistrese, ad esempio il frequente intercalare di “cioè”, oppure “nella misura in cui”, ecc. Questo linguaggio univa le generazioni, ma creava separazioni a causa delle idee politiche.

Fu poi la volta del Riflusso, quando alla fine degli anni Settanta nacque un altro linguaggio giovanile, legato alla ricerca di risposte sul piano personale, piuttosto che politico. Si tornava ad una variante che tendeva a creare una distanza fra le generazioni e quindi serviva per identificare uno specifico gruppo e per distinguerlo da gruppi contigui. Ogni linguaggio giovanile si caratterizza quindi per l’uso di parole prese da diversi registri o contesti: ad esempio dall’italiano colloquiale viene “bestia”, dai dialetti…

L’articolo di Federico Masini prosegue su Left in edicola


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Violenza sulle donne, la convenzione di Istanbul compie 7 anni. Con quali risultati?

Un momento della manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne, Roma, 25 novembre 2017. ANSA/ANGELO CARCONI

Il 7 aprile ricorre l’anniversario dell’approvazione da parte del Comitato dei ministri del consiglio d’Europa della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, nota anche come Convenzione di Istanbul. Approvata nel 2011, l’Italia l’ha ratificata il 19 giugno 2013 con voto unanime di entrambe le Camere. A gennaio 2018, i Paesi firmatari sono 46, più tutti gli Stati dell’Unione europea. La convenzione è entrata in vigore ed è diventata vincolante il primo agosto 2014.

Un provvedimento importante e significativo ma che ancora purtroppo, non ha portato grandi cambiamenti nella società italiana, come si evince anche dall’ultimo rapporto di Amnesty Italia come abbiamo scritto su Left.

Lo scopo della convenzione è quello di stabilire uno standard sovranazionale a cui si devono conformare le norme in materia di protezione delle donne da ogni genere di violenza o minaccia di violenza. La stesura del testo è iniziata nel 2008 ed è terminata nel 2010. Nelle ultime fasi della redazione del trattato, il Vaticano e la Russia hanno proposto delle modifiche che sono state criticate da Amnesty International. Le modifiche in questione prevedevano l’esclusione dalla tutela dell’accordo delle donne omosessuali, transessuali e bisessuali. Ma queste modifiche non sono state approvate e anche queste categorie oggi sono tutelate dall’accordo.

Quali sono quindi gli standard a cui si devono conformare le leggi di uno Stato firmatario?
Il trattato è basato su quattro P, che sono: protezione, prevenzione e sostegno delle vittime, perseguimento dei colpevoli e politiche integrate. Ad ognuno di questi aspetti è dedicato un capitolo dell’accordo.
Secondo la convenzione la violenza contro le donne è una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione. È inoltre il primo trattato internazionale a contenere una definizione del concetto di “genere”, qui inteso come «ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini».
Gli Stati che aderiscono devono includere nei loro codici penali, qualora già non lo siano, una serie di reati: la violenza fisica, psicologica e sessuale, definita come qualunque atto sessuale non consenziente, la sterilizzazione forzata, la mutilazione genitale, le molestie sessuali, l’aborto forzato e il matrimonio forzato.

Uno degli articoli più importanti è il terzo, che definisce delle espressioni ricorrenti nel trattato. Con “violenza contro le donne” si intendono tutti gli atti che determinano o possono determinare un danno fisico, sessuale, psicologico o economico. Nella stessa definizione ricade anche la minaccia di tali atti. La “violenza domestica”, secondo il trattato, è costituita da tutte le azioni violente, da un punto di vista fisico, psicologico, sessuale ed economico che si verificano tra partner e coniugi, attuali o precedenti, indipendentemente dal fatto che l’autore abbia condiviso o meno l’abitazione con la vittima. Infine viene designata la “violenza contro le donne basata sul genere” come qualunque atto violento diretto contro una donna in quanto tale o che colpisce prevalentemente le donne.

Ad ulteriore tutela delle vittime, l’articolo quattro prevede che l’attuazione delle misure deve essere garantita indipendentemente dall’etnia, lingua, religione, opinione politica, orientamento sessuale, identità di genere e status di migrante o rifugiato e appartenenza ad una minoranza.

Il cuore sul porto di Livorno

Vai a lavorare in vigna con la tuta blu del babbo e tieni lontani i pensieri cupi dal cuore. Ma poi un amico livornese ti chiama e dice che due operai sono morti al porto di Livorno, nelle cisterne, mentre facevano lo stesso lavoro di manutenzione di chi un tempo aveva indossato quella stessa vecchia tuta blu che tu ora indossi. E ti sale prima il magone e poi la rabbia. E fortunato te che con la tuta blu stai all’aria buona e non negli ambienti confinati dove tuo padre l’aveva portata, a sporcarsi di grasso, idrocarburi e polvere, a prendere il sentore del gas di saldatura e l’ossido ferroso della smerigliatrice. E al paradiso della classe operaia non ci credi più.

Ma scrivi, scrivi la vita di chi lavora, perché domani anche quei due morti di Livorno saranno dimenticati. E altri prenderanno il loro posto: un trafiletto nella cronaca locale, un foglio stampato sul muro del cimitero, e poi la notte e l’oblio. E allora scrivi con ogni mezzo necessario, con la forza della vite che piegata infili nel terreno, a costo di lacrimare linfa come un tralcio potato, col tremore del riso metallico che fa il fil di ferro quando stride sul filare, assicurato da un chiodo curvo. Nulla è sicuro ma tu, maremma cane, scrivi.

Prendete un operaio livornese, come quello a sinistra. Infilatelo in un serbatoio, come quello sullo sfondo. Provate a scrivere una storia senza usare le parole “incidente”, “esplosione”, “polmoni”, “malattia”.
Basta, è impossibile, lasciate stare.
Provate allora a raccontare…

Alberto Prunetti è uno scrittore e giornalista, autore di “108 metri, The new working class hero”, Laterza 2018

L’articolo di Alberto Prunetti prosegue su Left in edicola


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Ozlem Tanrikulu: Non fermeranno il nostro progetto politico in Rojava

A che punto è oggi la rivoluzione di Rojava?
Già prima della rivoluzione del Rojava la popolazione aveva un buon livello di organizzazione politica. Con la rivoluzione si è sviluppato il sistema democratico confederale. Parliamo di una zona geograficamente ampia, con un mosaico di lingue, culture ed etnie: per questo motivo era importante disporre di un sistema completo che abbracciasse questa ricchezza culturale e storica. Nel corso della storia, la lingua curda Suryani-sunnita e approcci nazionalistici sono stati usati per creare differenze nella regione. Costruire un sistema confederale democratico richiedeva dunque un’ampia consapevolezza da parte della gente e una organizzazione complessa. Per prima cosa sono stati creati rapidamente i gruppi (associazioni, comitati) e le istituzioni come struttura amministrativa del sistema. Di seguito gli interventi in economia e autodifesa, intesa questa non come forza militare ma come autodifesa sociale di base. Si tratta, vorrei ricordare, di una società che ha vissuto sotto la pressione di forze d’invasione per migliaia di anni e che veniva da una cultura feudale.

In cosa consiste il progetto?
Il progetto consiste nella formazione di una mentalità comune in settori come istruzione, cultura, salute, economia e autodifesa ed è a lungo termine. Il confederalismo democratico non è un modello rigido, ma si evolve sulla base delle esperienze acquisite. Per questo motivo era necessario sviluppare una ‘fiducia in sé’, nell’idea che la cultura e la consapevolezza storica e sociale sarebbero stati percorsi complessi da affrontare. Infatti puoi creare organizzazioni, far partecipare la popolazione dal basso, ma è importante renderla consapevole per prendere le distanze dalla natura del potere. Il sistema del confederalismo democratico richiedeva una mentalità flessibile: se questa non è formata sull’educazione comune, una società non può essere creata. Ora, con il tempo, si è capito la differenza tra il confederalismo democratico e l’organizzazione dello Stato-nazione. Il confederalismo democratico richiede uno sguardo profondo. Le organizzazioni sono importanti, ma ciò che muove internamente lo è ancor di più. È ciò che rende il sistema permanente.

Le pratiche di autogestione hanno modificato l’approccio dei singoli, sono state cioè uno strumento “educativo” verso una gestione equa delle risorse economiche, politiche, sociali?
La società è cambiata nella visione femminile perché era importante rappresentare equamente le donne e farle partecipare ai meccanismi decisionali. Questo processo ha reso più consapevole la donna della propria forza e capacità di agire. Grazie a questo cambiamento, oggi anche nei gruppi più lontani dalla mentalità democratica, i problemi vengono espressi e risolti con il dialogo. È cambiata anche la mentalità a proposito di giustizia sociale: la società trova le soluzioni dei propri problemi familiari, sociali e personali attraverso, appunto, metodi di dialogo. In questo modo oltre l’80 per cento delle dispute sono state risolte nei comitati territoriali per la pace.

L’economia è stata l’area di sviluppo che invece ha presentato maggiori difficoltà. Dopo la rivoluzione le proprietà statali governative sono state distribuite alle comunità e sono state costituite cooperative agricole. Ma il problema era gestirle con la mentalità giusta: le cooperative infatti non sono solo imprese economiche, sono complessi sanitari, sociali, educativi. Ogni cooperativa è uno spazio vivente, uno spazio organizzativo.

L’attacco contro Afrin e l’intenzione della Turchia di procedere verso Manbij, Kobane, il confine con l’Iraq, mette in pericolo (anche sul piano del consenso della base) il confederalismo democratico e la sua natura multietnica e multiculturale?
C’è un attacco totale al sistema del confederalismo democratico da parte delle grandi potenze, non solo della Turchia. È un sistema che ha prodotto ricerche nelle società arabe del Medio Oriente, potrebbe diffondersi in tutto il mondo. Il capitale globale vuole bloccarne la diffusione perché teme che metta in discussione il suo potere. Gli attacchi sono stati vari. Ad esempio, hanno voluto definire il sistema come Stato-nazione o ridurre i nuovi modelli di organizzazione etichettandoli come rapida via per la libertà, cercando di imitarli. Ognuno, dal proprio punto di vista, ha cercato di imporre il proprio sistema di valori, dimostrando la necessità di una lotta più elaborata e comune. Se vuoi mantenere vivo il confederalismo democratico hai bisogno non solo di difenderti sul piano militare e politico ma soprattutto di dare risposte culturali. Per quanto riguarda Afrin, è nota per il suo patriottismo, la sua dipendenza dalla terra. Un centro dove vivono culture diverse. L’invasione e gli attacchi feroci dello Stato turco hanno causato la morte di centinaia di persone e la fuga di centinaia di migliaia di civili. Ma la popolazione che si è formata con questa esperienza finirà per portare il proprio progetto politico fin sulla luna. È impossibile annientare solo con un attacco fisico un sistema che si è costruito sulla cultura.

L’intervista di Chiara Cruciati a Ozlem Tanrikulu è tratta da Left n. 13 del 30 marzo 2018


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L’impresa detta legge e la politica obbedisce

MATTEO RENZI GIULIANO POLETTI 2015-03-18 Titolo: MATTEO RENZI Didascalia: MATTEO RENZI GIULIANO POLETTI

Da tempo c’è chi va dicendo in giro che la classe operaia è morta e quel che ne rimane sta scomparendo. Forse non hanno granché torto a leggere quotidianamente i numeri sulle morti sul lavoro: sono tutti operai, del porto, della logistica, della chimica, delle aziende per mangimi. Una lenta morte collettiva, fulminante a livello individuale. Ma di fronte a una strage silenziosa e quotidiana, il cinismo non aiuta la storia. E forse non è neppure il caso di parlare di numeri, sebbene siano esorbitanti, così da evitare il rischio di assuefazione o nel peggiore dei casi di non sentire la stessa violenza anche quando e se questa strage silenziosa dovesse ridursi.

La sicurezza nei luoghi di lavoro è un “non tema” nel dibattito pubblico, politico ed istituzionale in Italia. A livello politico istituzionale se ne discute solo nelle formali note di cordoglio dopo l’ennesima morte che acquista la propria dignità solo quando per qualche ora se ne ritrova notizia sulla homepage dei grandi quotidiani nazionali. Molto più di frequente però, i morti, caduti sul lavoro, si ritrovano solo nelle pagine interne di qualche edizione locale. Operai morti le cui storie non vengono mai raccontate, dove il come e perché è spesso affidato alla voce di chi, solo dopo, si presenta in quei luoghi a decretare cause ed effetti. Dichiarazioni spesso sbrigative per non ledere l’immagine delle aziende coinvolte. Inchieste che si chiudono in 48 ore per evitare che il mostro burocratico-giudiziario pesi sui profitti d’impresa.

Ed è da qui che tocca ripartire per…

L’analisi di Marta Fana prosegue su Left in edicola


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Il piccolo grande tesoro di Baghdad

Nel 1258 i mongoli invasero Baghdad, all’epoca capitale del califfato abbaside che si estendeva dall’Andalusia alla Persia. Cinsero d’assedio la città, uccisero centinaia di migliaia di persone e violarono la biblioteca, tesoro inestimabile di cultura, arte e pensiero: Dar al-Hikma, la casa della sapienza, era stata fondata come biblioteca privata dal califfo Harun al-Rashid nel IX secolo, poi ampliata dai successori fino a contare mezzo milione di volumi. La più grande biblioteca del mondo conteneva opere in greco, ebraico, copto, siriaco, persiano, sanscrito, arabo. Tanto grande e ricca da ospitare un’università.

I mongoli alla guida di Hulegu, nipote di Genghis Khan, entrarono, presero i libri e li gettarono nel Tigri. Ne distrussero centinaia di migliaia, così tanti che il colore del fiume – si narra – divenne nero per l’inchiostro che abbandonava le pagine. Di quei libri se ne salvarono pochissimi, recuperati dalla gente dall’acqua del Tigri. Uno, un testo del XIII secolo di interpretazione del Corano e dell’Islam, è oggi tra gli scaffali della biblioteca al-Qadiriyya. È sopravvissuto a un’altra distruzione, otto secoli dopo: quella del 2003.

Con l’invasione statunitense dell’Iraq e il caos di bande armate che…

L’articolo di Chiara Cruciati prosegue su Left in edicola


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Adolescenti di oggi, una generazione matura (podcast). Intervista alla psichiatra Francesca Fagioli

I ragazzi oggi sono davvero come vengono dipinti dai media mainstream? Restiamo sbalorditi quando leggiamo su La Repubblica che sarebbero tutti “sdraiati”, svogliati, fatui, quasi dei potenziali delinquenti.

Per capire e smontare questa visione stereotipata e per provare a far emergere alcune delle mille sfumature che riguardano questa fondamentale tappa della nostra vita, troppo spesso giudicata attraverso una lente deformata dai luoghi comuni, ci siamo rivolti alla psichiatra Francesca Fagioli, dirigente medico al servizio di Prevenzione e intervento precoce salute mentale della Asl Roma 1.

Potete ascoltare la nostra intervista nella nuova puntata di Left on air, il consueto podcast di approfondimento dei temi trattati sul nostro settimanale.

Buon ascolto

Un’intervista alla psichiatra Francesca Fagioli, a cura di Federico Tulli, è stata pubblicata su Left n. 14 del 6 aprile 2018


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