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Gli atei perseguitati in Iraq, ma la Costituzione tutela la libertà di opinione

In Iraq tre persone sono ricercate e una quarta è stata arrestata con l’accusa di “organizzare seminari per promuovere l’idea della non esistenza di Dio e per diffondere l’ateismo”, nella provincia di Garraf, a circa 30 km da Nassirya nel sud del Paese. A riportarlo sono il sito d’informazione specializzato in medio oriente, Al Monitor, e altri fonti arabe.

Dhidan al-Ekili, un magistrato locale, ha raccontato alla stampa l’arresto è stato eseguito l’11 marzo. Sempre secondo Ekili, le forze dell’ordine hanno ricevuto dal tribunale locale l’ordine di perseguire con fermezza il «fenomeno dell’ateismo».

Ma per l’analista ed esperto di politica irachena Ali Jaber al-Tamimi «non esistono articoli nel codice penale iracheno che puniscano l’ateismo», intervistato sempre da Al Monitor. «La Costituzione irachena tutela la libertà di credo e di opinione» ha continuato Tamimi. Anche sui social network la notizia non è passata inosservata, in molti hanno infatti criticato la decisione della magistratura.

Lo studio più recente sulla diffusione della religione in Iraq è stato condotto da Gallup nel 2012. Stando al sondaggio, l’88% della popolazione irachena si dichiara religiosa. L’Iraq si posiziona così al settimo posto al mondo per diffusione della religione.

Molti quotidiani ritengono che la diffusione dell’ateismo sia dovuta alla corruzione presente nei partiti islamici e alla loro incapacità di amministrare il Paese negli ultimi dieci anni. Questi partiti sono arrivati al potere dopo l’invasione americana del 2003.

Sull’argomento, Al Monitor ha chiesto di fare luce al giornalista Safaa Khalaf: «L’ateismo in Iraq nasce per motivi politici e ha conseguenze economiche e sociali. L’ateismo si è fatto largo nel malcontento creato dal fallimento dei partiti di matrice islamica nel governare lo stato e gestire i servizi. I metodi di comunicazione moderni hanno poi cambiato lo stile di vita di molti iracheni, in particolare dei giovani, avvicinandoli all’ateismo e al laicismo». Khalaf, che da tempo segue le problematiche sociali irachene, ha poi aggiunto: «In Iraq, c’è molta confusione tra pensiero religioso e pensiero politico. Il laicismo è considerato nemico dello stato nella retorica proposta dai partiti islamici, al punto che è completamente sparito dal dibattito politico dal 2003. Addirittura il Partito comunista iracheno ha sostituito il termine “laico” con il termine “civiltà”». «Questi errori nell’etichettare i diversi comportamenti e pensieri, questo analfabetismo, fa gioco alle autorità, perché facilità il loro compito nel reprimere le voci di dissenso, in particolare quando criticano la religione e il clero» ha poi concluso Khalaf.

Ancora scontri tra studenti e polizia indiana per l’indipendenza del Kashmir

epa06647097 Kashmiri student shout slogans during a protest against the recent killings in south Kashmir, in Srinagar, the summer capital of Indian Kashmir, 05 April 2018. Reports state police fired dozens of tear smoke shells to disperse the stone throwing students at Amar Singh College in Srinagar. Schools in Kashmir valley re-opened after four days, however, students protested in many parts of Kashmir valley against militant and civilian killings in south Kashmir that left 20 dead. EPA/FAROOQ KHAN

Fuoco, polvere e lacrimogeni in Kashmir. Nuovi scontri tra gli studenti e la polizia indiana nella città di Srinagar. Pietre, canti per l’indipendenza della loro terra e slogan anti-indiani, dopo il primo aprile, il giorno più sanguinoso degli ultimi mesi: gli studenti universitari sono tornati a marciare per le strade dei distretti meridionali contro il governo indiano ed induista. La loro terra rimane in bilico nella disputa tra New Delhi e Islamabad.

Il primo giorno d’aprile 3 soldati indiani, 13 combattenti separatisti, 5 civili hanno perso la vita negli scontri a Shopian, nei villaggi di Dragad e Kachdoora. Dopo questo spargimento di sangue, gli esami sono stati rimandati e le università e scuole sono state chiuse. È stato un tentativo del governo centrale per mettere fine alla protesta degli studenti, ma il 5 aprile i ragazzi sono ritornati per strada con pietre e bandiere dopo una settimana di tensioni. Le dimostrazioni contro l’esercito indiano infatti dopo il 1 aprile sono state di massa e diffuse nel territorio, decine di persone sono rimaste ferite. Da quando il comandante dei ribelli Burhan Wani è stato ucciso nel 2016, 200 separatisti sono morti nelle operazioni dei militari indiani nella polveriera del Kashmir del sud.

La regione a maggioranza musulmana è una delle più militarizzate del mondo, contesa da India e Pakistan, sin dall’indipendenza dalla Gran Bretagna, arrivata nel 1947. I ribelli separatisti hanno cominciato a combattere contro il potere indiano nel 1989, per l’indipendenza della loro terra. Sia il Pakistan che l’India rivendicano il territorio himalayano e hanno combattuto tre guerre nella regione montuosa. Dal 1990, decine di migliaia sono le vittime, perlopiù civili.

L’ennesimo governo “non eletto dal popolo”

Non so se qualcuno è sfuggito ma il prossimo governo (se ci sarà, se si riuscirà a formare) sarà l’ennesimo governo “non eletto dal popolo”, “non votato da nessuno”, “deciso nelle segrete stanze”, voluto “dai poteri forti” e figlio di una “forzatura voluta dal Presidente”.

Le frasi virgolettate sono state scritte (così, pari pari) da dirigenti dei partiti che oggi si sono presentati da Mattarella e che fino a poche settimane fa fingevano di non sapere di essere in una Repubblica parlamentare in cui la maggioranza se non esce netta dalle elezioni deve essere trovata in Parlamento.

È importante ricordarselo perché sia che il prossimo governo sia M5s-Lega oppure M5s-Pd oppure qualsiasi altra combinazione possibile si ritroverà ad essere espressione diversa da quella uscita dalle urne.

E quindi sarà un “inciucio”, l’ennesimo governo “non eletto dal popolo”, “non votato da nessuno”, “deciso nelle segrete stanze”, voluto “dai poteri forti” e figlio di una “forzatura voluta dal Presidente”, come dissero loro.

Oppure potrebbe succedere che questa volta non se ne lamenti nessuno e allora sarebbe ancora peggio poiché non sarebbe il governo il problema ma piuttosto l’infantile polemica a comando di chi si lamenta delle modalità solo per giustificare la propria assenza.

E per tutti quelli che diranno che servirebbe piuttosto una legge elettorale diversa con un più alto premio di maggioranza vale la pena ricordare che la coalizione che ha preso più voti (e solo dopo il partito che finge di avere vinto ma che è arrivato secondo) non è stata votata da 2/3 degli italiani. E quindi sarebbe un  “inciucio”, l’ennesimo governo “non eletto dal popolo”, “non votato da nessuno”, “deciso nelle segrete stanze”, voluto “dai poteri forti” e figlio di una “forzatura voluta dal Presidente”.

Buon venerdì.

Morire di lavoro ai tempi del Jobs act

Due donne si abbracciano commosse dopo l'esplosione che ha causato la morte di due operai nel porto industriale di Livorno, 28 marzo 2018. I due operai, dipendenti della Labromare di Livorno, morti nell'esplosione di un serbatoio che aveva contenuto acetato di etile, secondo una prima ricostruzione stavano lavorando all'esterno. Uno dei due operai era più esperto, l'altro più giovane. Stavano effettuando lavori di manutenzione e il serbatoio era stato svuotato. ANSA/ ALESSIO NOVI

Sono morti a Treviglio, il giorno di Pasqua, Giuseppe Legnani e Giambattista Gatti, due figli a testa, operai della Ecb, fabbrica di pet food nella bassa bergamasca. Alcuni residenti si sono lamentati per il cattivo odore e loro sono stati chiamati per un sopralluogo. Li ha uccisi, esplodendo, l’autoclave di un serbatoio. Dicono, invece, che abbia un “gradevole odore fruttato” l’acetato di etile respirato da Lorenzo Mazzoni, 25 anni, e Nunzio Viola di 53, tre giorni prima a Livorno. Doveva essere solo una «routinaria operazione di pulizia di un serbatoio vuoto» ma questo solvente per vernici è un liquido volatile e infiammabile così tanto che basta una scintilla per provocare un’esplosione. Lavoravano nei cantieri Neri per conto di Labromare (aziende dei Fratelli Neri) che cura lo smaltimento dei rifiuti del porto. E il 29 marzo un operaio di 56 anni, Carmine Cerullo, è rimasto folgorato vicino a Bologna su un traliccio dell’alta velocità, mentre Nunzio Industria è precipitato nel Mugello: aveva 52 anni, ed era salito da Napoli per un appalto di Vodafone.
Livorno Nord, il parco industriale è spuntato negli anni 50. Darsene, una dopo l’altra, nel canale industriale del porto, asservite alle operazioni di chimichiere, petroliere, per Gpl e altro materiale stoccato nei depositi costieri. Sono 211 i serbatoi tra la via Aurelia e il Tirreno e, dodici miglia al largo, sulla piattaforma off shore, con la sua ragnatela di condotte sottomarine, situata in una zona che doveva servire alla protezione delle balene. Una città di torri abitate da sostanze tossiche, esplosive, cancerogene, e 1.500 lavoratori. È un’«area a elevato rischio di incidente industriale rilevante». Mostri peggiori si trovano solo nei porti di Genova, Ravenna, Marghera, Napoli o nei nuclei industriali di Trecate e Filago (rispettivamente in provincia di Novara e di Bergamo, ndr).
Scrivo i nomi di chi è morto per lasciare una traccia, perché già domani si ricorderanno di loro solo i compagni e i familiari, gli omicidi “bianchi” provocano assuefazione in un’opinione pubblica lacerata dalla crisi e distratta da altre paure fabbricate ad arte. Dall’inizio dell’anno gli infortuni mortali sono già 151 secondo l’Osservatorio indipendente di Bologna – un numero superiore ai 113 dello stesso periodo del 2017 – mentre l’Inail non ha ancora finito i conti del 2017, il dato provvisorio è di 1.029, +1,1 per cento, e 119 sono stranieri, i più sfruttati di tutti.
Tornando a Livorno: negli ultimi 30 anni, seminando orfani e vedove, sono morti in venti, sulle banchine del porto, nelle stive o nei cantieri, chi precipitato, chi schiacciato da un vagone o da un muletto o da un carrello, tranciato da un’elica, colpito da un tubo di 16 metri, stritolato tra i fusti.
Sì, ci sono il lutto cittadino, il gonfalone del Comune, la fascia nera al braccio dei calciatori della squadra locale, il cordoglio delle aziende che si mettono a disposizione degli inquirenti, ma poi la vita continua. Anzi, continua la morte, anche quella “in itinere”, di chi crepa mentre va o viene dal lavoro, anche quella lenta di chi è esposto all’amianto o ad altre sostanze tossiche. E non è “morte da lavoro” il suicidio di Ivan Simion, carpentiere che si è impiccato a Orbassano due giorni dopo la strage di Livorno, perché da mesi l’azienda non lo pagava?
Il governatore toscano Enrico Rossi, di quel pezzo di Leu che viene dal Pd, ha detto: «Mattanza frutto di lassismo». Ma è lo stesso dei tagli alla sanità e dell’accorpamento delle Asl, una deterritorializzazione che ha complicato la programmazione della sicurezza nei luoghi di lavoro. Il piano sanitario prevede che il 5 per cento della spesa serva alla prevenzione ma non è mai stato attivato. Né a Livorno, né altrove in Italia. Negli ultimi dieci anni, il dipartimento prevenzione di Livorno ha dimezzato, in linea col trend nazionale, gli operatori dedicati alla vigilanza. In tutta Italia…

L’inchiesta di Checchino Antonini prosegue su Left in edicola


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Non chiamatele morti bianche

Foto LaPresse - Vince Paolo Gerace 19/01/2018 - Milano (MI) Cronaca Il leader di Leu, Pietro Grasso, a Milano ha raggiunto il raduno alla manifestazione per dire no alle morti sul lavoro e ha brevemente incontrato i manifestanti alla testa del corteo in piazza San Babila. Alla manifestazione presenti Fiom e sindacati metalmeccanici. Nella foto: la manifestazione per ricordare i morti della Lamina, 4 morti sul lavoro a Milano

Sicurezza. È stata la parola più usata durante la campagna elettorale. Non solo da esponenti del centrodestra leghista e xenofobo. Ma anche dal centrosinistra. Con il ministro dell’Interno Minniti, il governo Gentiloni ne aveva fatto la propria parola d’ordine. Paventando invasioni (inesistenti) di migranti, Lega, Forza Italia, Pd e M5S, all’unisono, hanno sostenuto la necessità di maggiori controlli prospettando soluzioni emergenzialistiche e securitarie. Non uno che abbia usato la parola sicurezza in senso proprio, riguardo alla sicurezza che davvero manca in Italia, quella sul lavoro. Con quali conseguenze lo denunciamo già in copertina attraverso l’opera dell’artista Alessio Ancillai dal titolo Testo unico sulla sicurezza del lavoro con scarpe. Solo nei primi tre mesi del 2018 sono già 151 gli operai che hanno perso la vita sul lavoro. Non chiamatele morti bianche, ci ricorda lo scrittore Marco Rovelli che nel 2008 ha dedicato a questo tema un toccante libro reportage, Lavorare uccide. Non si può parlare di fatalità. Le morti sul lavoro sono omicidi. Le cause sono da cercare nell’accelerazione dei cicli di produzione, in nome della massimizzazione del profitto. Si nascondono in politiche che hanno imposto la flessibilità e la precarietà, attraverso contratti a tempo determinato che ostacolano la formazione perché le aziende in quel caso la considerano una spesa inutile.

Le cause sono da cercare in un sistema industriale italiano che, in tempi di crisi, continua a produrre senza innovazione, con macchinari vecchi, per giunta risparmiando sulla sicurezza, approfittando degli scarsi controlli e del fatto che al più si rischia una multa. Sono pochissimi i casi in cui una denuncia porta all’apertura di un fascicolo e poi al processo. E anche quando si va a processo sono rare le cause vinte dai lavoratori e dai loro familiari. La disoccupazione è un’altra potente arma di ricatto. Chi ha un impiego anche se precario e sotto pagato, cerca di tenerselo stretto, anche accettando turni massacranti. Così chi ha un lavoro povero viene contrapposto a chi ne ha uno ancora più povero; come i migranti costretti a lavorare in nero, fino a condizioni di sfruttamento da schiavitù. Se il lavoratore protesta gli viene risposto che c’è un’intera fila in cerca di un posto come il suo. Così si viene spinti ad accettare condizioni di lavoro sempre più mortificanti, che negano la dignità, che impattano pesantemente sulla vita privata, sulle relazioni sociali, perfino su sogni e aspirazioni.

Pensiamo per esempio ai lavori a chiamata che non permettono di organizzare la propria vita. Oppure pensiamo ai giovani collaboratori delle piattaforme digitali che vengono considerati imprenditori di se stessi e per questo non avrebbero diritto neanche al sempre più fantomatico reddito di cittadinanza. Anche i giornali mainstream hanno riportato con evidenza il progressivo aumento dei morti sul lavoro. Nelle settimane scorse, a Catania due vigili del fuoco, a Livorno due operai, come a Treviglio, e drammaticamente la strage continua. Secondo l’ultima indagine del 2017, il 20% delle vittime sono agricoltori schiacciati dal trattore. Ma a morire più di tutti sul lavoro sono gli edili. Il 10% dei morti sul lavoro sono stranieri mentre il 25% delle vittime ha più di 60 anni. E aumentano anche le persone che preferiscono tacere, e non denunciare gli infortuni. Il quadro dettagliato e sconvolgente lo potete leggere in questo ampio sfoglio di copertina. Ci siamo interrogati sulle cause di questa drammatica e inaccettabile ecatombe ma ci siamo chiesti anche perché oggi prevalga la rassegnazione, che poi, troppo presto, diventa oblio.

Per contrasto torna alla mente il dolore, l’indignazione e l’incazzatura di cui raccontava Luciano Bianciardi dopo l’esplosione nelle miniere di Ribolla nel 1954. La disperazione delle famiglie si accompagnava a una vibrante denuncia da parte degli operai, con la ferma e determinata richiesta di un cambiamento. Dopo lo sciopero passarono all’occupazione dei pozzi della Montecatini. Il 28 giugno 1958 Bianciardi scriveva: «48 operai minacciati di licenziamento rimasero nel pozzo per 3 giorni. La polizia bloccò gli accessi, sperando di prenderli per fame, ma senza risultato. Allora l’azienda decise l’intervento armato, dirigeva le operazioni insieme al vice questore, il direttore della miniera, il dottor Riccardi, commercialista, direttore politico del gruppo delle miniere. Organizza circoli culturali per impiegati e tecnici, e ha istituito il prete di fabbrica, cioè un sacerdote che avvicina gli operai anche in fondo i pozzi e li “rieduca”. Anche il premio di crumiraggio è opera sua». Pretendevano giustamente quegli operai lavoro in condizioni di sicurezza. Allora non c’era la robotizzazione, ma oggi c’è, perché si continuano a mandare gli operai nelle cisterne? Allora non c’era ancora una avanzata legislazione sulla sicurezza, perché oggi non c’è una forte lotta per la sua piena applicazione?

Finita l’epoca fordista, il turbo capitalismo in cui viviamo ha portato con sé una frammentazione, atomizzazione della classe lavoratrice, mentre i sindacati sono stati bypassati da un centrosinistra che ha pensato di poter fare a meno della intermediazione. Basta tutto questo a spiegare l’indifferenza che circonda le morti sul lavoro in Italia? C’è molto su cui interrogarsi, molto da studiare e capire perché non si tratta di numeri ma di persone. Non ci arrendiamo all’idea che nel 2018 non si possa pensare un nuovo modello di società e di sviluppo che non sia basato sullo sfruttamento e sulla negazione dei diritti umani.

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola


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Quella violenza fisica e psicologica che opprime le donne: il rapporto di Amnesty Italia

Qual è la percezione delle violenze fisiche e psicologiche nei confronti delle donne, delle persone Lgbti, dei minori? Per fornire un quadro dell’opinione dei cittadini c’è adesso il rapporto Gli italiani e le discriminazioni realizzato dalla sezione italiana di Amnesty international in collaborazione con Doxa. Lo studio è stato realizzato prendendo in esame un campione di persone tra i 18 e i 70 anni. Per sei italiani su dieci la violenza sulle donne è aumentata, ma il dato cambia se si va ad evidenziare il sesso di chi la pensa in questo modo. Sette su dieci sono donne, mentre appena la metà degli uomini intervistati la pensa così. Un altro fenomeno in crescita, rispetto al sondaggio, è quello del bullismo, lo è per 7 italiani su 10. La metà pensa però che ciò sia dovuto al clamore mediatico. Sulle unioni civili un italiano su due pensa che siano giuste. Ma le discriminazioni riguardano anche le persone Lgbti, di cui il 40 % sostiene di aver subito una violenza fisica o psicologica nel corso della sua vita.

La prima parte dello studio si è concentrato sul femminicidio e sulla violenza psicologica e fisica sulle donne. Nel 2016, in media una donna veniva uccisa ogni 60 ore. Cifre drammatiche, anche se le fredde statistiche registrano un miglioramento del 17,6% rispetto a dieci anni fa. L’anno terribile fu il 2013, con una donna uccisa ogni due giorni.

Questo dato però diventa molto più drammatico poi se messo in relazione con quello degli omicidi in generale. Gli omicidi nel complesso sono infatti in calo costante: sono diminuiti del 35% nella decade tra il 2006 e il 2016. Nello stesso periodo, gli uomini uccisi sono scesi del 42,8%, passando da una media annuale di 439 delitti a 252.

Se mettiamo in rapporto il numero dei femminicidi con quello degli omicidi in generale, emerge quindi che l’incidenza relativa dei femminicidi sul totale dei delitti è in costante aumento e rappresentano ogni anno una fetta maggiore degli omicidi. Il grafico qui sotto spiega la situazione.

Un dato che non stupisce ma che connota in maniera importante la questione del femminicidio è quello relativo agli assassini delle donne. Su 149 donne uccise nel 2016, 118 di queste, il 79,2% frequentavano il loro assassino. Nel 51% dei casi questi erano partner o erano stati partner della vittima. Inoltre, secondo un dato – ancora provvisorio – raccolto nel 2017, 110 omicidi di donne sono avvenuti tra le mura domestiche.  Solo nel 21% dei casi una donna è stata uccisa da uno sconosciuto, una percentuale completamente ribaltata nel caso degli uomini, per cui lo stesso dato sale al 76%.

Nel rapporto di Amnesty, si cita anche uno studio condotto nel 2014 dall’Istat, La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia, condotto su un campione di 25mila donne a cui è stato chiesto di riferire sulle violenze da loro subite negli ultimi cinque anni.

Secondo l’Istat, sarebbero 6 milioni e 788mila le donne a dichiarare di aver subito una violenza, fisica o sessuale nel corso della loro vita. Il 31,5% del totale delle donne in Italia. Fatto ancora più grave, di queste, un milione e mezzo afferma di aver subito uno stupro o un tentativo di stupro. Un numero pari agli abitanti di Milano, per esempio.

Una buona notizia viene dal calo delle violenze. L’11,3% delle intervistate ha dichiarato di aver subito una violenza fisica o sessuale, in calo rispetto al 13,3% emerso da un’indagine analoga condotta nel 2006. Per quanto riguarda le violenze psicologiche, si è passati dal 42,3% del 2006 al 26,4% del 2014. Secondo l’Istat, i cui dati sono citati nel rapporto Amnesty, il calo è da attribuirsi ad «una migliore capacità delle donne di prevenire e combattere il fenomeno e di un clima sociale di maggiore condanna della violenza».

Sempre confrontando la ricerca Istat condotta nel 2006 con quella del 2014, si nota un aumento delle denunce, passate dal 6,7% all’11,8%. Sono più che raddoppiate le donne che considerano reato un abuso, cresciute dal 14,3% al 29,6%. Le donne che hanno parlato delle violenze subite con qualcuno sono aumentate dal 67,8% al 75,9%. L’aumento di questi numeri denota come ci sia una maggiore consapevolezza da parte delle donne su che cosa costituisca un abuso e quindi un reato e un accresciuto desiderio di tutelarsi.

L’Istat fa notare, si legge nel rapporto, come al miglioramento della situazione possa aver contribuito un miglior lavoro da parte delle forze dell’ordine. Le donne che si dicono “molto soddisfatte” – secondo la classificazione dell’Istat – dell’operato delle forze dell’ordine sono passate da 9,9% al 28,5%, nel caso di violenze commesse da partner o ex partner. Sono invece cresciute dal 9,7% al 23,9%, nel caso di violenze commesse da estranei.

Situazione opposta se si vanno a guardare le violenze gravi, – l’Istat le definisce lo “zoccolo duro” della violenza – se nel 2006 erano il 26,3% le donne ad aver riportato ferite a seguito delle violenze di un partner o ex partner, nel 2014 sono diventate ben il 40,2%.

Già l’Organizzazione mondiale della sanità nel 2013 aveva condotto uno studio, il Global and regional estimates of violence against women, che ha analizzato 141 ricerche effettuate in 81 Paesi diversi. Da questo studio sono emersi dati inquietanti. Il 35% delle donne subisce una qualche forma di violenza nel corso della sua vita, la più comune delle quali viene perpetrata da mariti e fidanzati, di cui è vittima il 30% delle donne. Il 38% delle donne uccise, è vittima del proprio partner.

In questo scenario, l’Europa emerge come il continente più progredito, ma questo non dovrebbe essere motivo per festeggiare: più di un quarto delle donne europee subisce abusi fisici o sessuali da parte del partner.

In ultimo, un dato presentato dall’Oms è il costo degli abusi. Perché gli abusi sulle donne hanno un costo fisico e mentale, non solo per le donne che li subiscono, ma per tutti. Solo in Inghilterra e Galles è stato stimato che il costo degli abusi si aggiri sui 15 miliardi di sterline, sommando tutti i servizi che si attivano a seguito di un abuso. Il direttore dell’Oms, allora, nel presentare la relazione usò parole molto dure, arrivando a definire la violenza sulle donne «un problema sanitario di dimensioni epidemiche».

Il sei luglio scorso la Camera dei deputati ha approvato la relazione finale della commissione parlamentare Jo Cox (dal nome della deputata laburista assassinata) sui fenomeni di odio, intolleranza, xenofobia e razzismo, e fa luce sui pregiudizi degli italiani. Da qui si evince che  il 36,8% delle donne ha subito discriminazioni sul lavoro, contro appena il 6% degli uomini. Delle donne che hanno subito discriminazioni sul luogo di lavoro, il 44% è stata costretta a lasciare il proprio impiego.

Altro dato negativo, arriva dall’anno appena conclusosi: su 355 omicidi, 140 sono femminicidi. «Le discriminazioni, in ogni loro forma, sono ancora oggi all’ordine del giorno e sappiamo che c’è ancora tanto da fare» ha dichiarato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, nel corso della presentazione dello studio. «La nostra organizzazione si impegna quotidianamente per contrastare questi fenomeni, sensibilizzando l’opinione pubblica e le istituzioni e creando progetti specifici. I risultati delle nostre azioni iniziano a vedersi e questo viene confermato dall’indagine Doxa in cui emerge una maggiore consapevolezza dei nostri connazionali che vedono un cambiamento o, quanto meno, si iniziano a rendere conto del problema» ha poi concluso Noury.

Per approfondire, vedi il libro di Left Contro la violenza sulle donne

Gli scandali non fermano la volata di Viktor Orban verso la riconferma elettorale

epa06630335 Serbian Prime Minister Aleksandar Vucic (C-R) receives Hungarian Prime Minister Viktor Orban (C-L) ahead of the inauguration ceremony of the renewed local synagogue after its reconstruction in Subotica, northern Serbia, 26 March 2018. EPA/Szilard Koszticsak HUNGARY OUT

La «democrazia illiberale» – così è stata definita dal suo premier – è al voto. Domenica 8 aprile le urne ungheresi verranno aperte. Il difensore dell’«Europa cristiana e bianca», il nemico dei burocrati di Bruxelles e dell’integrazione, Viktor Orban, verrà con tutta probabilità riconfermato per il suo terzo mandato. Diventerà di nuovo primo ministro d’Ungheria, ma è già il leader di tutta quella “Nuova Europa orientale” che vira a destra, e non solo del suo Paese.

«Non vogliamo che il nostro colore si mischi con altri, non permetteremo ad un solo migrante irregolare di entrare in Ungheria» ha detto Orban a degli ufficiali a Veszprem, lo scorso 8 febbraio. Sono parole che hanno scatenato l’ira di Zeid Ra’ad al-Hussein, Alto commissario diritti umani Unhcr, che ha definito il premier «xenofobo e razzista», fomentatore di odio, «una forza combustibile, ma che non vincerà in Europa, non oggi». La risposta è arrivata dal ministro degli Esteri di Budapest, Peter Szijjarto, secondo cui al-Hussein è «capo di un organo estremista pro migranti» e dovrebbe dimettersi. «Il cristianesimo», è tornato poi a ribadire il premier, «è l’ultima speranza per salvare l’Europa».

Un’Europa a cui l’Ungheria non vuole assomigliare. Braccio destro di Orban, a capo dello staff presidenziale, ufficialmente «ministro dell’Ufficio del primo ministro», Janos Lazar ha appena vinto la sua diatriba con Facebook: ha recentemente postato un video sui «cristiani bianchi spariti da alcuni quartieri di Vienna». Nelle immagini vengono mostrate donne velate, uomini di colore per le strade. Lazar dice agli spettatori che è «quello che presto potrebbe accadere in Ungheria». In bilico tra hate speech e libertà d’espressione, Facebook ha deciso di rimuovere il video, ma poi lo ha reso di nuovo visibile.

I bersagli della campagna del premier e dei suoi ministri sono i soliti, vecchi nemici: l’Unione Europea, i migranti, le ong, George Soros. «Ci sono due strade: quella del governo nazionale, e non diventeremo un Paese per migranti, e quella delle persone di George Soros, e l’Ungheria diventerà un Paese per migranti», ha scandito più volte il premier, che da ragazzo usufruì delle borse di studio della Open society, la fondazione del magnate ebreo. Soros nei manifesti elettorali del partito di Orban, Fidezs, abbraccia in fotomontaggio gli avversari politici del primo ministro: tutti insieme, cesoie alla mano, tagliano la recinzione del confine ungherese. Orban ha già vinto, parlando dai microfoni dei palchi, da sud e nord del Paese, di migranti ad un paese senza migranti, riuscendo a distogliere l’attenzione dalla foschia degli scandali che, sempre più fitta, avvolge la sua cerchia.

L’Ungheria è nel mirino dell’Olaf, “Office européen de lutte antifraude”, ufficio anti-frode europeo, per alcuni dei 35 progetti che hanno ricevuto miliardi di finanziamenti dall’Unione europea. Di questi 35, 17 contratti dal 2013 al 2015 sono finiti alla Elios innovativ zrt, società che aveva tra i suoi proprietari Istvan Tiborcz, marito della figlia di Orban, Rahel, sposata nel 2013. L’ufficio rivuole indietro il 4 per cento dei soldi stanziati dal 2012 al 2015, perché, riferisce l’Olaf, si tratta di soldi «frodati o mal spesi», casi di «collusione, sospetti di conflitto di interessi, progetti dai costi gonfiati». L’ufficio ha chiesto alle autorità ungheresi di agire contro le «serie irregolarità» della società, ma sono scandali che finiscono poco sui giornali e in tv a Budapest e dintorni.

Lontano dalla Capitale, l’acqua è dolce al lago di Balaton, ma le informazioni che arrivano dal “mare magiaro” ad ovest del Paese e dall’inchiesta Reuters sono salate. I resort che sorgono a Keszthely, dove andavano a riposarsi gli apparatchiks comunisti e sovietici fino al 1989, ora sono zona d’investimento per favorire la crescita del turismo, ma chi capitalizza profitti sono gli Orbans. A marzo è nata la governativa Mtu, agenzia del turismo ungherese, un’entità creata per decreto, per implementare programmi e progetti, anche quelli finanziati dai soldi europei. A capo c’è il ceo Zoltan Guller, la sua consigliera sulla strategia di marketing è la figlia di Orban, Rahel. I miliardi che il governo ungherese ha stanziato per il turismo entro il 2030 sono 3: di questi, 1,4 finiranno a Balaton, ha annunciato Budapest. I soldi arrivano dalle tasse dei cittadini e per il 40% dai finanziamenti Ue, ma le mani sulle proprietà nella zona del lago sono dell’amico d’infanzia di Orban, Lorinc Meszaros, e del marito di Rahel Orban, il genero del premier, che ha diritto a metà dei profitti del resort più grande della zona.

Non solo. Il ministro senza portfolio, politico di Fidezs, Lajos Kosa, è l’ultimo uomo al centro dell’ennesimo scandalo ungherese. Sarebbe lui la chiave di volta di uno schema per il riciclaggio massivo di denaro sporco. Lo scoop è del giornale Magyar Nemzet, che fa parte della galassia mediatica di Lajos Simicska, oligarca e vecchio amico di Orban, che ora vive in esilio.

Simicska era membro del partito Fidezs dalla sua fondazione, data: 1988. Era l’uomo grigio dietro le quinte mentre cominciava l’ascesa politica del suo amico Viktor, nel 2014 è diventato uno degli uomini più ricchi e potenti del Paese. Dopo un litigio con il premier, ha cominciato a sostenere il partito di destra Jobbik, che non ha abbandonato le sue posizioni sulla questione dei migranti, ma ha fatto della lotta alla corruzione governativa il suo cavallo di troia per ottenere voti alla guerra delle urne di domenica.

L’opposizione, divisa in 23 partiti, con tutta probabilità non riuscirà a vincere, perché non è riuscita a coagularsi. A destra di Orban c’è Gabor Vona, a capo di Jobbik, a sinistra rimane il socialista Gergely Karacsony. In mezzo mancano gli elettori, una “contro narrazione” forte, un uomo che diventi un’alternativa al fondatore della «democrazia illiberale d’Europa», dove la retorica anti-migrazione continuerà anche dopo, ad urne chiuse. Le indagini contro l’élite dell’Orbanomics, forse, invece no.

A proposito di autobus

Ha insistito. Si è innervosito. E poi ha preteso che l’autobus non continuasse il suo viaggio. Un sessantenne di Civitella (provincia di Forlì-Cesena) pretendeva che venisse controllato il biglietto di alcuni  passeggeri stranieri. Se l’è presa con l’autista, gli ha chiesto di accostare e verificare di persona e quando quello si è rifiutato ha pensato bene di improvvisarsi controllore chiedendo agli stranieri di mostrargli il biglietto. Mica agli italiani, solo agli stranieri.

Quando quelli si sono rifiutati ha cominciato ad inveire costringendo l’autista a fermare la corsa e chiamare i carabinieri perché le focose intemperanze (razziste, si può dire?) dell’anziano non sfociassero in qualcosa di peggio. È l’aria che tira dalle nostre parti di questi tempi, qui dove in nome della xenofobia (che è razzismo travestito) molti disperati credono di trovare la giustizia sociale prendendosela con altri più disperati di loro. Qui dove stanare uno straniero senza biglietto è l’aspirazione di una moltitudine di sceriffi fai da te che s’imbruttiscono nel cercare conferme dei propri teoremi per poter dire che avevano ragione loro, che “non sono razzisti ma” e che l’invasione (e non la mala politica, i furbi, i mafiosi e i corrotti) è la causa di tutti i mali. Quando l’ultima spiaggia per resistere al proprio disagio è nell’inchiodare gli altri significa che la situazione è terribilmente infiammabile e lassù c’è una classe dirigente che prima o poi dovrà fare i conti con i mostri che ha creato.

I carabinieri hanno denunciato il sessantenne per interruzione di pubblico servizio (l’autobus è rimasto bloccato per più di mezz’ora).

E gli “stranieri” avevano tutti un regolare biglietto.

Buon giovedì.

Il sogno di Martin Luther King, a 50 anni dalla sua morte

epa04569755 Jerome Pride holds a sign depicting Martin Luther King Jr. during the annual Martin Luther King Day parade as it winds its way through downtown Memphis, Tennessee, USA, 19 January 2015. EPA/MIKE BROWN

Il 4 aprile di 50 anni fa moriva una delle figure più importanti nella lotta per i diritti civili, il premio Nobel per la pace Martin Luther King. Ispirato dai metodi di protesta non violenti del Mahatma Gandhi, King ha guidato il movimento per i diritti civili fino al suo omicidio nel 1968.

La lunga marcia per il riconoscimento dei diritti civili e per la fine della segregazione razziale negli Stati Uniti comincia nel 1955, con il famoso atto di ribellione di Rosa Parks, donna di colore che si rifiuta di lasciare il proprio posto sull’autobus ad un uomo bianco, come imponeva la legge dell’epoca. Rosa Parks viene arrestata, e questo spinge il movimento ad organizzare un boicottaggio del trasporto pubblico di Montgomery, la città dell’Alabama teatro della vicenda. Il boicottaggio durerà un anno e un mese, e nell’organizzarlo Martin Luther King si imporrà come leader del movimento. Negli anni successivi continua ad organizzare proteste ma con risultati alterni.

Momento cardine nella vita di King è la campagna di protesta organizzata a Birmingham, sempre in Alabama, nel 1963. King organizza sit in, marce e occupazioni di suolo pubblico di massa, in aperta violazione delle leggi razziali, con il dichiarato intento di creare un situazione critica al punto che l’unica opzione rimasta alle autorità sia negoziare con il movimento. La polizia reagisce arrestando i manifestanti, tra cui King stesso. Dalla sua cella scrive una lettera in cui rivendica la protesta, e rimarca che il suo movimento stava violando leggi ingiuste, facendo notare come il tanto celebrato Boston Tea Party del ‘700 – quando un gruppo di coloni americani gettò in mare il carico di tè di una nave diretta in Inghilterra – fosse un atto illegale all’epoca, mentre tutto quello che fece Hitler in Germania fu completamente legale.

Nello stesso scritto propone anche un’altra idea, una visione della lotta per i diritti civili inedita: il nemico, l’oppressore, non è il governo o il ku klux klan. Il nemico è l’uomo bianco medio, che sacrifica la giustizia sociale sull’altare dell’ordine pubblico. L’uomo bianco che da un lato dice di condividere il fine del movimento, mentre dall’altro guarda con paternalismo i neri dall’alto in basso e ne critica i metodi della protesta. “Dovete attendere un momento migliore” dice l’uomo bianco all’uomo di colore, si legge nella lettera.

La fama e la capacità di raccogliere attorno a sé così tante persone non passa inosservata al governo. L’Fbi, la Nsa e la Cia decidono di mettere sotto controllo il suo telefono in cerca di possibili legami con il regime dell’Urss, ovviamente senza successo. Perché battersi per la giustizia sociale, agli occhi del capitalismo a stelle e strisce, voleva dire automaticamente essere un pericoloso sovversivo.

L’evento che consacrerà King come figura non solo americana ma mondiale è anche uno dei momenti più iconici della storia: il discorso alla marcia su Washington nel 1963, il famoso «I have a dream». Una delle frasi più famose di sempre e simbolo della lotta per un mondo più giusto. Frase improvvisata sul momento, alcuni dicono ispiratagli dalla sua amica, la cantante gospel Mahalia Jackson, che mentre si trovava alle spalle di King avrebbe urlato «Tell them about the dream!», in italiano «Raccontagli del sogno!».

Il 1964 è un anno d’oro per King. Gli viene conferito il premio Nobel per la Pace per l’impegno nella lotta contro il razzismo attraverso la protesta non violenta, e il suo movimento ottiene una vittoria storica, con la firma da parte del presidente americano Lyndon Johnson del Civil rights act che pone fine alla segregazione razziale. Alla firma della legge, era presente anche King stesso. Ma King non lottava solo per le persone di colore, lottava per un mondo migliore. Negli ultimi anni si era espresso spesso contro la guerra in Vietnam e aveva organizzato iniziative di aiuto ai poveri.

Nel 1968 viene ucciso mentre si trova in un albergo a Memphis, e ovviamente le teorie complottiste sulla sua morte si sprecano. L’albergo fa oggi parte di un museo che celebra la storia dei diritti civili.

Diverse sono le iniziative che ne commemorano la vita. A Palazzo Blu a Pisa, fino a fine aprile, si può visitare la mostra Omaggio a Martin Luther King: breve percorso attraverso la sua storia. Anche a Milano, alla Casa di Vetro fino al 23 giugno, in mostra la storia dei diritti civili I have a dream. Infine Rai Radio 3 dedica al dottor King tre giorni di programmazione, ascoltabili anche su internet.

I cortili di Piter

La scorsa settimana ho visto due simpatiche commedie russe ambientate nella San Pietroburgo odierna (Piter FM del 2006 e Kokoko targato 2016). Ciò che mi ha colpito è quanto siano ricorrenti nei film ambientati nella “Venezia del Nord” i suoi cortili interni. Chi ha vissuto a “Piter”- così viene vezzeggiata dai suoi abitanti – o almeno non ci è passato solo di sfuggita, credo sappia cosa intendo.


I cortili interni di San Pietroburgo non sono particolarmente belli anzi, a prima vista appaiono spesso spogli. Vi si accede attraverso un tunnel non illuminato. Al loro interno sono spazi asfaltati da cui si accede alle diverse scale del condominio. Talvolta da un primo cortile si può passare a un secondo e a un terzo per poi sbucare in un’altra via della città: scorciatoie spesso note solo agli abitanti del quartiere. Qui spesso i bimbi del caseggiato trovavano modo – e trovano, ma sempre meno – di sfruttare al meglio questa piccola porzione di terra di nessuno, per giochi con la palla o con la corda. (Non gli adolescenti che preferiscono ritrovarsi sulle scale interne per fumare e chiacchierare). Nei cortili, subito dopo la guerra gli abitanti del caseggiato organizzavano anche feste e balli, ampliando ancora di più quella comunanza già dettata dalla vita nelle case in condivisione.


La notte i cortili diventano uno spazio più freak: luogo di ricovero momentaneo per gli ubriachi o del sesso clandestino di coppie improvvisate, mentre sui muri dei suoi tunnel vengono incollati manifestini di concerti punk.


Negli ultimi anni i cortili di San Pietroburgo sono diventati luoghi di culto. Si contano molti appassionati che organizzano veri e propri tour per visitare quelli più particolari. Ed esistono siti internet che hanno costituito un vero e proprio catalogo dei cortili. E se quelli del centro storico diventano tradizione, cresce però anche l’interesse per quelli delle periferie, dei nuovi caseggiati dei quartieri dormitorio. Sì perché anche lì spesso ha assunto sembianze peculiari, rimodellando il tessuto urbano. Anche lì i muri e i pavimenti si stanno impregnando di storie.

Buongiorno Mosca,
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