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Una carovana di migranti dal Messico scatena l’ira di Trump

Central American migrants taking part in a caravan called "Migrant Viacrucis" towards the United States march to protest against US President Donald Trump's policies as they remain stranded in Matias Romero, Oaxaca State, Mexico, on April 3, 2018. The hundreds of Central Americans in the "Way of the Cross" migrant caravan have infuriated Trump, but they are not moving very fast -- if at all -- and remain far from the US border. As Trump vowed Tuesday to send troops to secure the southern US border, the caravan was camped out for the third straight day in the town of Matias Romero, in southern Mexico, more than 3,000 kilometers (1,800 miles) from the United States. / AFP PHOTO / VICTORIA RAZO (Photo credit should read VICTORIA RAZO/AFP/Getty Images)

Mille in marcia. In fuga da povertà, narcotraffico, persecuzione politica. Dal cuore delle violenze in Sud America. Partiti da Honduras, Guatemala, El Salvador. Si sono messi in cammino per raggiungere il confine della salvezza americano giorni fa, ma adesso sono stati fermati a Matias Romero, un villaggio povero nello stato poverissimo del sud, Oaxaca, Messico. La “carovana dei migranti”, fiume umano unito di centinaia di richiedenti asilo e rifugiati, oggi è stata fermata, smantellata, e dispersa dalle divise messicane.

I più vulnerabili riceveranno un visto umanitario di un anno, agli altri è stato chiesto di lasciare il Paese. Alcuni si sono arresi, altri sono in attesa di registrazione per i documenti temporanei, molti rimangono fedeli al sogno di quando sono partiti e stanno già proseguendo il cammino da soli, per attraversare il confine armato e arrivare nella terra promessa a stelle e strisce.

Da cinquant’anni i membri dell’organizzazione americana Pueblo sin fronteras, gli ideatori della carovana, aiutano i migranti in fuga: «Siamo un collettivo di amici che ha deciso di essere in solidarietà permanente con sfollati e apolidi, accompagniamo i rifugiati nel loro viaggio di speranza e richiesta di diritti umani, evitiamo che vengano avvicinati e sfruttati dai cartelli» durante il percorso verso il confine. La carovana viene organizzata ogni anno dal 2010 perché sono migrantes en la lucha, migranti in lotta.

Dall’altro lato del confine, a nord, servizi e reportage giornalistici sugli schermi e giornali americani negli ultimi giorni avevano titoli come questo: “Un’enorme carovana dal Centro America sta arrivando negli Stati Uniti e nessuno osa fermarla”, “Un’enorme sfida per la politica migratoria dell’amministrazione Trump e la sua abilità di gestire un gruppo di migranti organizzato”.

I tweet del presidente a cascata hanno risposto alla nazione: contro questa carovana il Congresso dovrebbe usare «l’opzione nucleare se necessario, per fermare il flusso massivo di droghe e persone». Trump ha poi promesso di nuovo di costruire il muro, ma anche di spedire l’esercito dalla Us border patrol al confine. Bersagli dell’attacco sui social sono diventati i suoi soliti nemici: «La debole legge americana», il Messico e i democratici.

“Non colpevoli” di stupro due campioni del rugby. Da Belfast a Dublino, le donne unite nella protesta

Irish rugby player Paddy Jackson (C) speaks to members of the media as he leaves court in Belfast on March 28, 2018, after being found not quilty of a charge of rape. Ireland rugby players Paddy Jackson and Stuart Olding were on Wednesday acquitted of raping a woman in Belfast in 2016. / AFP PHOTO / Paul FAITH (Photo credit should read PAUL FAITH/AFP/Getty Images)

Il processo è durato nove settimane alla corte di Laganside, a Belfast in Irlanda del Nord. Otto uomini e tre donne in giuria. Il caso: una festa studentesca, musica e alcol, finiti in uno stupro. Era la parola della vittima – 19 anni la notte del 28 giugno 2016, 21 anni in questo marzo 2018 – contro quella di due giocatori, due star del rugby irlandese.

Dopo aver deliberato per più di tre ore, il verdetto della corte per i due sportivi accusati di violenza sessuale è stato “not guilty”, non colpevoli. Paddy Jackson, 26 anni, e Stuart Olding, 25, sono stati assolti il 28 marzo. Anche gli altri due uomini coinvolti, Blane McIlroy e Rory Harrison, accusati di intralcio alla giustizia, sono stati ritenuti innocenti. Qualche ora dopo la decisione del tribunale della capitale dell’Irlanda del Nord, le proteste hanno varcato il confine con la Repubblica d’Irlanda.

E tutte le donne dell’isola, da Belfast a Dublino, in solidarietà con la vittima, hanno iniziato a urlare la stessa cosa: “I belive her”, io le credo. Ragazzi e ragazze, fiori gialli in mano, hanno protestato davanti alle sedi delle autorità in quattro città per “stand with survivors”, rimanere dalla parte delle sopravvissute.

«Che cosa indossava quella sera? Che cosa aveva bevuto? Nove settimane di umiliazione, ogni dettaglio di quella notte è stato scrutinato, fuori e dentro la corte. La sua biancheria intima macchiata di sangue veniva passata di mano in mano, la sua persona trascinata nel fango da pubblico e media» ha scritto della vittima Katie Goth sull’Indipendent. «Al processo la domanda non era mai “questi uomini sono violentatori?”, ma sempre “questa donna è una bugiarda?”».

Nel 2016 sono stati registrati in Irlanda del Nord 810 stupri e 30mila episodi violenti per abusi domestici. Negli ultimi 5 anni è aumentato del 40 per cento il numero delle violenze denunciate, ma solo un caso su dieci finisce per essere indagato dalle forze dell’ordine. Non va meglio nella Repubblica d’Irlanda dove peraltro, a differenza di quanto accade nel Nord (che fa parte del Regno Unito) la vittima dello stupro in caso di gravidanza conseguente alla violenza non può abortire. La legge vigente vieta del tutto l’interruzione volontaria di gravidanza anche in caso di incesto e anomalia fetale (si rischia una condanna a 14 anni di carcere). Non a caso la norma è sotto la lente delle Nazioni Unite perché viola i diritti umani. Come sappiamo, su questo fronte forse le cose potrebbero cambiare. Il 25 maggio si terrà il referendum per abrogare l’ottavo emendamento della Costituzione per liberalizzare l’aborto.

Sul referendum sull’aborto in Irlanda vedi articolo di Giulia Caruso su Left del 27 febbraio

Fino all’ultimo giorno, l’importante è uccidere Dj Fabo

Paolo Gentiloni, presidente del Consiglio, durante la conferenza stampa all'INPS sul reddito di inclusione (REI), Palazzo Wedekind, Roma, 28 marzo 2018. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Dj Fabo non l’ha ucciso Marco Cappato, no. E non ha nemmeno agevolato il suicidio se davvero (come è vero) il diretto interessato ha inseguito quel gesto con il sospiro di chi arriva a una liberazione. Non l’ha ucciso la fidanzata, non l’ha ucciso sua madre e non l’ha ucciso nemmeno la pm che non è riuscita a trattenere le lacrime sostenendo l’accusa. Dj Fabo lo uccidono tutti i giorni i chiodi di un cattolicissimo benpensare che crocifigge chi si permette di credere che non ci sia una strada comandata per la libertà ma piuttosto che il diritto all’autodeterminazione sia sacrosanto (laicissimamente sacrosanto) nel momento in cui non danneggia nessuno.

E se è vero che la legge non sempre è giusta e soprattutto non sempre è al passo con la sensibilità dei diritti e dei tempi è altresì vero che gli stessi che si scandalizzarono quando Matteo Salvini disse sulla legge sul biotestamento che lui si occupa «dei vivi, mica dei morti» oggi ci spiegano che la scelta del Governo di difendere in Corte costituzionale il divieto del codice penale risalente agli anni 30 che norma il reato di cui è imputato Marco Cappato è una scelta “politica”.

Hanno aspettato l’ultimo giorno utile per difendere una norma liberticida (che andrebbe cancellata presto, piuttosto che difesa) riuscendo nella mirabile impresa di ridare fiato ai tromboni sempre impegnati a scegliere cosa sia giusto per gli altri (e di solito molto permissivi con se stessi).

Come dice Filomena Gallo, presidente dell’Associazione Luca Coscioni: «Per quanto riguarda Marco Cappato, il suo collegio di difesa che coordino e l’Associazione Luca Coscioni, il nostro obiettivo non cambia: vogliamo far prevalere, contro la lettera del codice penale del 1930, i principi di libertà e autodeterminazione riconosciuti dalla Costituzione italiana e dalla Convezione europea dei diritti umani, nella convinzione che Fabiano Antoniani  avesse diritto a ottenere in Italia il tipo di assistenza che – a proprio rischio e pericolo – ha dovuto andare a cercare all’estero con l’aiuto di Marco Cappato».

Tutti consapevoli che il prossimo governo sarà ancora peggio.

Buon mercoledì.

L’odissea quotidiana di Api e degli altri: una vita in coda per il permesso di soggiorno

«Il mio nome è Api. Sono arrivato all’una di notte, ho trovato già quindici persone qui, prima di me. Ho dormito qui, ho incontrato tante persone qui… che vengono da una, due settimane o più. Vengono ogni giorno, ogni sera, dormono qui, fanno un fuoco. Questo perché la questura prende solo dieci, a volte dodici persone. Questo è molto brutto. È brutto specialmente perché la questura non dà a chi dorme qui neanche l’acqua. Non danno loro niente. Ed è certo che sanno bene che loro hanno dormito qui».

Api è uno dei tanti richiedenti asilo che, fra cartoni per passare la notte e fuochi per riscaldarsi, arrivano la sera davanti alla questura di via Patini a Roma. Con la speranza, prima ancora che di vedersi riconosciuto un diritto fondamentale come quello d’asilo, di potervi quantomeno accedere, la mattina successiva.

Sì, perché, oltre a non essere previsto un sistema di prenotazione o di regolamentazione della fila, vengono accolte, in prima istanza, non più di venti domande al giorno. E, siccome poi le donne hanno la precedenza, se ne entrano quindici va da sé che potranno presentare domanda solo cinque uomini. Gli altri, regolarmente respinti, andranno a ingrossare le file di quell’umanità disperata, perseguitata dalla lentezza e opacità della burocrazia e da procedure che, oltre a violare la dignità umana, non rispettano nemmeno i diritti garantiti dalla normativa nazionale e internazionale.

Per esempio, il decreto legislativo 25 del 2008, e successivamente il 142 del 2015, non prescrivono nessuna formalità sulla comunicazione del domicilio all’atto della domanda. E invece succede, non di rado, che nel caso della domanda di protezione internazionale, l’ufficio Immigrazione della questura romana neghi ai migranti la richiesta in assenza di un’abitazione stabile. Applicando una prassi del tutto illegittima: cioè, non basta esibire un’autocertificazione del richiedente recante l’indirizzo presso il quale intenda fissare il proprio domicilio, occorre possedere (e mostrare) o la cosiddetta “cessione di fabbricato” dichiarata da un privato o la “dichiarazione di ospitalità” certificata dal centro di accoglienza in cui sono accolti. Tenuto conto che buona parte dei richiedenti è fuori dai circuiti di accoglienza, l’ostacolo diventa insuperabile.

Dunque, negato l’accesso concreto agli uffici, ostacolato dal numero ridotto di istanze ammesse giornalmente, a limitare ingiustificatamente il diritto a chiedere protezione c’è pure la richiesta del passaporto: se si considera che la maggior parte dei soggetti intenzionati a richiedere asilo non ne ha mai posseduto uno oppure non è stato in grado di portarlo con sé al momento della fuga o gli è stato rubato durante una delle tappe del viaggio, questo atteggiamento della questura li costringe a rimanere nel limbo dell’irregolarità. Spingendo spesso alla decisione di rinunciare all’esercizio del proprio diritto a richiedere la protezione internazionale o il rinnovo del documento di soggiorno.

«Non ho il passaporto perché l’ho perso. Quando sono venuto qui l’agente mi ha chiesto “dove è il tuo passaporto?”. Io gli ho detto che l’avevo perso e lui mi ha risposto “vai fuori”. Io ho la denuncia della polizia, ho documentato lo smarrimento. Sono venuto qui prima, già sei volte. Cosa posso fare? Non lo so…», dice un richiedente asilo, sulle note di Ennio Morricone, nel video Questura aperta, realizzato da Baobab Experience e dalla Rete legale di supporto ai migranti in transito, durante due giornate di vigilanza e monitoraggio fuori dalla questura di via Patini. Dove, insieme a tanti Api, aspettava (inutilmente) il suo turno. E dove ritornerà. Forse.

Giornate Fai di primavera: la Buona scuola e quegli studenti “costretti” a fare i volontari

Come ogni anno anche nel 2018 si è svolta la bella iniziativa del Fai denominata Giornate di primavera, due appuntamenti in cui, grazie ai volontari del Fondo ambiente italiano, sono visitabili oltre mille luoghi d’arte e di cultura che il resto dell’anno sono chiusi e inaccessibili. Durante la seconda giornata, presso il museo mineralogico dell’università Federico II di Napoli, un gruppo di studenti al quinto anno del liceo classico Vittorio Emanuele II ha fatto emergere una realtà poco nota che mette in discussione uno dei punti cardine dell’iniziativa: la “volontarietà”.

I fatti sono questi: domenica 25 marzo un gruppo di ragazzi della VB è stato costretto a svolgere il proprio compito di guida turistica volontaria, assegnatogli nel contesto dell’alternanza scuola-lavoro introdotta con la cosiddetta Buona scuola. Costretti a fare i volontari? Esatto: la classe era tornata il giorno prima da una gita all’estero, ed aveva comunicato – con un mese di anticipo – la contrarietà a presentarsi per l’alternanza scuola-lavoro, perché, come si legge nella nota «…stanchi, perché abitiamo lontani dal centro, per pranzare in famiglia, per studiare», cioè condurre la vita di qualunque studente delle superiori.

In tutta risposta, la dirigenza della scuola ha minacciato sanzioni disciplinari nel caso non si fossero presentati. A quel punto i giovani hanno deciso di partecipare lo stesso nonostante tutto, ma con una differenza fondamentale: invece di indossare il cartellino del Fai che li identificava come volontari, hanno deciso di indossarne un altro, scritto da loro, dove veniva manifestata la protesta contro l’«alternanza scuola-lavoro sfruttamento». Stando a quanto dichiarato dai ragazzi nella nota e in una intervista rilasciata a Radio onda d’urto, la loro protesta ha riscosso grande successo tra i visitatori del museo. Attratti dal loro “badge”, molti si sono fermati a chiedere informazioni a riguardo. Secondo la ragazza intervistata, quasi nessuno dei visitatori sapeva in cosa consistesse realmente l’alternanza. Le stesse persone si sono poi complimentate con i ragazzi, in quanto hanno dimostrato il loro dissenso, senza però venir meno ai loro impegni. La giovane spiega, inoltre, come le ore di alternanza scuola-lavoro siano un requisito per accedere all’esame di maturità.

La protesta non ha riscosso lo stesso successo con la delegata del Fai, che ha cercato di strappare uno dei cartellini indossati dai ragazzi e minacciato gli stessi di non farli ammettere all’esame. Per la delegata, la loro protesta stava infangando il buon nome del Fai.

La vicenda era però ancora lontana dal terminare. Lunedì, la delegata del Fondo ambiente italiano è andata a scuola, a pretendere provvedimenti disciplinari dal preside: tutta la classe riceverà 7 in condotta a fine anno. «Ci sentiamo di fronte ad una gravissima negazione della libertà di espressione e soprattutto abbiamo finalmente constatato sulla nostra pelle cosa voglia dire che gli enti privati entrino nella scuola pubblica», si legge nella nota degli studenti. Oltre al danno, la beffa: nonostante abbiano lavorato, senza essere retribuiti, contro la loro volontà, sono anche stati sanzionati per aver espresso dissenso. La classe però rivendica la sua protesta, e anzi fa notare come non solo abbiano svolto il compito che si erano impegnati a portare a termine, ma hanno anche sensibilizzato molte persone su un problema che coinvolge tutti i giovani d’Italia.

Il comunicato pubblicato su Facebook dalla classe è stato condiviso più di 5mila volte ed ha ricevuto apprezzamento da più parti, anche se non è mancato chi ha accusato i ragazzi di essere dei pigri scansafatiche. Vista la risonanza che ha avuto la prima nota, la classe ha pubblicato ieri una seconda nota per fare ulteriormente luce sulla vicenda, e chiarire come la questione sia frutto di un equivoco. La protesta infatti, non era diretta al Fai e non aveva alcuna intenzione di infangarne il nome, bensì era rivolta contro l’alternanza scuola-lavoro. Riguardo le critiche di essere soltanto pigri, i ragazzi rispondono: «Noi accogliamo ogni opportunità – tant’è vero che quella domenica, in fin dei conti, eravamo lì a fare le guide – ma rifiutiamo l’obbligo e la non possibilità di scelta». Fanno poi notare come loro siano la prima generazione ad aver intrapreso questo programma, da tre anni a questa parte, e che il loro giudizio è una bocciatura su tutta la linea. Sebbene le opinioni differiscano leggermente da studente a studente, sono comunque tutti e tutte concordi nel dire che l’alternanza scuola-lavoro è «nel migliore dei casi una perdita di tempo, nel peggiore dei casi uno sfruttamento».

A fare ulteriore luce sul funzionamento dell’alternanza è Virginia: «Questo è il secondo anno che collaboriamo con il Fai, per un totale di 120 ore sulle 200 obbligatorie di alternanza. In due anni, le giornate in cui abbiamo fatto da guide come quella di domenica sono state appena tre. Le ore restanti le passiamo a scuola con un docente o a fare brevi sopralluoghi in alcuni musei, ma nessuna di queste attività comunque ci aiuta nell’accoglienza dei visitatori durante le poche occasioni di apertura. Ancora più assurdo, quest’anno doveva essere una professoressa di latino e greco a farci lezioni sui minerali, un campo che ovviamente non le compete».

Sia l’intervista che la nota, si concludono poi sottolineando come l’alternanza pesi molto sul tempo che gli studenti possono dedicare allo studio e alla vita privata. I giovani rivendicano poi la necessità di una scuola che formi persone, non forza-lavoro, in cui si dia più spazio allo studio, alla ricerca, ai dibattiti, tutte cose a cui l’alternanza toglie spazio.

In realtà, il Fai si era già attratto le critiche di Federico Giannini di Finestre sull’arte lo scorso 20 marzo. Nel suo articolo Giannini fa notare come dietro la narrazione entusiasta dei media delle giornate Fai di primavera, si celi una realtà ben diversa. Nonostante le giornate di primavera siano state lodate da figure istituzionali come il ministro dei Beni e delle attività culturali e del turismo Dario Franceschini e dal suo sottosegretario Ilaria Borletti Buitoni, che hanno parlato delle giornate di primavera come un modello da imitare per valorizzare il patrimonio culturale e avvicinare i cittadini allo stesso, sono diversi i punti critici che Giannini ha identificato nelle giornate di primavera. Innanzitutto, dice Giannini, è sì giusto lodare l’iniziativa del Fai che rende visitabili luoghi altrimenti inaccessibili, ma allo stesso tempo il dibattito pubblico dovrebbe concentrarsi sul perché gli stessi luoghi restino chiusi i restanti 363 giorni. Giannini porta inoltre come esempio, negativo, quello di alcuni luoghi che anche nelle due giornate di primavere sono visitabili soltanto da soci Fai, o che hanno delle fasce orario a loro riservate.

C’è poi la questione in cui sono stati coinvolti gli studenti napoletani: quella dei volontari. Le giornate di primavera impiegano circa 40mila studenti volontari, i quali, oltre a non venire neanche ringraziati sul sito del Fai, sono costretti a sobbarcarsi il lavoro che invece spetterebbe a figure professionali che hanno studiato anni per prepararsi a tale compito.

In ultimo c’è la questione della collaborazione tra pubblico e privato, particolarmente lodata da Franceschini e Borletti Buitoni. Nell’articolo di Finestre sull’Arte, si fa anche notare come il modello che segue il Fai possa andare bene in situazioni d’emergenza, ma se ricorrere a lavoratori volontari per sostituire figure professionali diventa la norma, allora è tutto il sistema ad essere malato.

L’articolo di Giannini non è passato inosservato, ed ha stimolato la risposta del vicepresidente del Fai, Marco Magnifico. In un articolo apparso sul sito emergenzacultura.org il 21 marzo scorso, Magnifico rivendica la funzione di denuncia propositiva delle giornate di primavera, che nelle intenzioni degli organizzatori dovrebbero portare all’attenzione del pubblico e della politica quei luoghi d’arte e di cultura ad oggi non valorizzati, se non solo durante appunto le giornate di primavera. Stando a Magnifico, le giornate di primavera dovrebbero anche essere un’occasione per i giovani volontari di mettersi in gioco e di fare un’esperienza dall’alto valore formativo. Nella risposta si cita anche il fatto che sono sempre di più le amministrazioni locali che chiedono al Fai di aggiungere alcuni siti di loro competenza tra quelli visitabili durante le giornate di primavera.

La replica di Giannini non si è fatta attendere, e il 23 marzo scorso ha risposto a Magnifico. Secondo Giannini, l’aspetto di denuncia delle giornate di primavera passa del tutto in secondo piano, rispetto al trionfalismo con cui di solito viene trattato l’argomento. C’è poi sempre il problema dei volontari, per cui queste giornate rappresentano sì una occasione di formazione, ma che uno studente volontario non potrà mai sostituire un professionista formato appositamente per organizzare visite guidate che si rivolgono ad un pubblico adulto. Per tacere del fatto che per poter esercitare la professione che svolge un volontario, serve un’abilitazione. In ultimo, per Giannini non c’è da rallegrarsi se un’amministrazione locale chiede aiuto al Fai per valorizzare un sito: il primo a cui rivolgersi per un comune dovrebbe essere il Mibact, non un ente privato.

A concludere tutti ciò, si è inserito nel dibattito anche il collettivo di professionisti (o aspiranti tali) che hanno voluto rivolgere otto domande al Fai, attraverso un post apparso sul loro blog il 26 marzo scorso.

Sotto i proclami un mese di niente

La combo, realizzata con due immagini di archivio, mostra Matteo Salvini e Luigi Di Maio (S). ANSA

È curioso che i due, Di Maio e Salvini, si trasformino improvvisamente in quieti adoratori delle istituzioni e sfegatati seguaci del presidente della Repubblica in vista delle prossime consultazioni. È curioso (e piuttosto pericoloso) che da ormai un mese riescano nel misero giochino del dichiarasi vincitori di elezioni che non ha vinto nessuno e pure insistano nel maramaldeggiare un incarico che gli spetterebbe – dicono loro – di diritto nutrendo grandi aspettative per il loro primo appuntamento con Mattarella come se fosse lui la chiave di volta di uno stallo che invece richiederebbe solo un po’ di concreta politica.

Di Maio insiste nel pretendere di essere presidente del Consiglio poiché era suo il nome sotto il simbolo del Movimento 5 stelle sulla scheda elettorale e fa niente che la legge elettorale non prevedesse nessuna indicazione in questo senso. A forza di continuare a insistere con la semplificazione (ma l’hanno fatto in molti, anche a sinistra) lo slogan pubblicitario è diventato un atto politico che dovremmo accettare come regola per la popolarità della consuetudine, evidentemente. Quando il Movimento 5 stelle presentò la squadra dei ministri qualcuno provò a dire che nonostante lo spettacolino funzionasse parecchio in questi tempi di confusa ignoranza delle regole e della democrazia esiste un iter consolidato e normato per costituire un governo, qualcosa di un po’ più complesso di un sfilata in stile calcistico a inizio stagione. Nelle prossime ore sarà Mattarella, a ripeterglielo.

Dall’altra parte Matteo Salvini non sa più cosa inventarsi per usurpare i voti di Berlusconi facendo finta che Berlusconi non esista. E così rivendica il risultato della coalizione di centrodestra (che è sicura e serena come un safari in cabriolet) fingendo che sia tutto suo e usa tutti questi ultimi giorni per imparare la parte del responsabile istituzionale sperando che ci si dimentichi in fretta dei suoi conati sparsi contro tutti in questi ultimi anni. Anche lui, ovviamente, ha scambiato un hashtag per una promessa che chissà chi dovrebbe concedergli e continua a farsi immortalare con la faccia tronfia di chi si apparecchia da premier.

Il punto è che nessuno ha la maggioranza parlamentare. Nessuno dei due. E Di Maio non vuole Berlusconi anche se si terrebbe volentieri Salvini e Salvini d’altro canto non può permettersi di fidanzarsi con Di Maio tenendo in disparte Berlusconi. Tutto esattamente come un minuto dopo le elezioni. Tutto fermo. Tutto uguale. È passato un mese, abbiamo assistito a una moltitudine di schermaglie e di foto in posa ma non è cambiato niente. Non è servito a niente. Sotto i proclami un mese di niente. E ora quelli del «rispettare la volontà del popolo» si affidano a Mattarella. Che gli dirà, con il solito garbo e con poco agio, che il popolo ha chiesto a Di Maio e Salvini di fare politica, oltre ai post su Facebook.

Buon martedì.

Cosa resta della questione palestinese dopo la strage della Giornata della terra

Da 42 anni il 30 marzo per noi palestinesi è giorno molto importante perché celebriamo la “Giornata della terra” per ricordare la protesta in Galilea contro la confisca di terra palestinese da parte dello Stato d’Israele che fu soffocata nel sangue con il massacro di 7 palestinesi ed il ferimento di centinaia. D’allora il popolo palestinese in questa data celebra la sua identità ed unità ricordando la sua lotta contro l’occupazione e denunciando i crimini contro la libertà e l’autodeterminazione che Israele purtroppo continua ancora a praticare .

Quest’anno per i palestinesi questo anniversario si colora di un significato particolare perché gli accadimenti degli ultimi e dei prossimi mesi hanno riportato all’attenzione della comunità internazionale la causa palestinese e soprattutto richiedono un necessario rafforzamento della sua lotta .

Infatti, lo scorso 6 dicembre Trump con la sua dichiarazione di riconoscere Gerusalemme capitale d’Israele ha riacceso i riflettori sul dimenticato conflitto israelo-palestinese, oscurato negli ultimi tempi da altri conflitti regionali, facendo un regalo sia al sionismo e agli israeliani ma anche noi palestinesi.

Ha fatto un regalo al sionismo che è da sempre alla ricerca di una legittimazione alle sue aspirazioni di occupare tutta la Palestina facendo di Gerusalemme la capitale eterna dello stato ebraico. Infatti, riconoscere Gerusalemme capitale di Israele significa riconoscere anche l’annessione degli insediamenti israeliani nei pressi di Gerusalemme e quindi anche l’annessine degli altri insediamenti israeliani nell’intera Cisgiordania nonostante siano giustamente considerati illegali dalla comunità internazionale in quanto sono una aperta violazione della IV Convenzione di Ginevra che vieta alla potenza occupante di trasferire parte della sua popolazione nel territorio occupato. Ma se Israele si annette Gerusalemme che da sola rappresenta un terzo dell’intera Cisgiordania ed i territori espropriati per la costruzione di insediamenti nella restante Cisgiordania, vuol dire nella ripresa di una futura trattativa ai noi palestinesi verrebbe concesso ben poco e di fatto verrebbe cancellata l’idea della costituzione di due Stati così come disegnata con la risoluzione 181.

Tutto ciò non è fantapolitica ma purtroppo sono previsioni molto attendibili dal momento che il primo gennaio il Likud (partito del primo ministro israeliano Netanyahu) ho votato quasi all’unanimità (1499 voti favorevoli contro 1) un documento che impegna i deputati del Likud a far approvare dal parlamento israeliano (knesset) una legge sull’annessione allo stato ebraico degli insediamenti in Cisgiordania, che sicuramente potrà contare anche sull’appoggio del partito di estrema destra xenofobo Baituna e dei partiti religiosi che rappresentano la lobby dei coloni.

La dichiarazione di Trump è stato un regalo al sionismo anche perché contribuisce far accettare dall’opinione pubblica internazionale come un dato di fatto che Gerusalemme è la capitale d’Israele, per cui se è riconosciuta come tale dagli Stati Uniti dovrebbe essere normale anche per gli altri Paesi riconoscerla e trasferirvi le loro ambasciate.

Inoltre, la dichiarazione di Trump è stato un regalo personale a Netanyahu, da mesi sotto incessante pressione da parte della magistratura perché accusato di corruzione e che lo scorso luglio aveva subito una pesante sconfitta politica e di immagine con la vittoriosa protesta dei palestinesi di Gerusalemme Est che sono riusciti ad ottenere la rimozione dei metal detector dagli ingressi della moschea di Al Aqsa. Grazie all’inatteso regalo di Trump Netanyahu può così tirare un sospiro di sollievo e restare alla guida di una coalizione che lo sta portando sempre più a destra.

Ma la dichiarazione di Trump ha contribuito a fare chiarezza, cioè con questa dichiarazione gli Stati Uniti sono usciti allo scoperto, hanno dimostrato a tutti la loro vera faccia, cioè quella di mediatori di parte nel processo negoziale, e lo hanno dimostrato anche a quei palestinesi che avevano creduto al processo di pace a guida Usa. Questa dichiarazione di Trump dimostra che gli Stati Uniti in tutti questi anni non hanno mai svolto il ruolo di mediatori imparziali, bensì quello di sponsor della politica colonizzazione e di occupazione di Israele, e come è stato detto da qualcuno, «di avvocati difensori d’Israele».

Non dimentichiamo che il congresso Usa aveva dato mandato al presidente Bill Clinton di farsi sponsor degli accordi di Oslo e che è lo stesso Clinton ad intavolare in mondo visione la sceneggiata della firma ufficiale degli accordi nel cortile della Casa Bianca il 13 settembre 1993 con un sorridente Arafat che stringe la mano di un riluttante Rabin consegnando alla storia una delle immagini più significative del novecento.

Ma è sempre Clinton che appena due anni dopo, l’8 novembre 1995 (dimenticando che Gerusalemme, secondo gli accordi di Oslo del 1993 doveva essere oggetto di futuri negoziati insieme ad altre questioni spinose quali quella dei profughi, e, secondo la risoluzione 181 del 1947 , che prevede la costituzione di uno stato ebraico accanto ad uno stato palestinese, doveva costituire un corpus separatum sotto il controllo internazionale), firma il cosiddetto Jerusalemm Embassy Act approvato dal Congresso con il quale , sostanzialmente, gli USA riconoscono di fatto, con un abile esercizio retorico, Gerusalemme come capitale di Israele («The United States conducts official meetings and other business in the city of Jerusalem in de facto recognition of its status as the capital of Israel») e prevedono il trasferimento dell’ambasciata consentendo però di rinviare la decisione sullo spostamento effettivo ogni sei mesi per «interessi di sicurezza nazionale» e così è avvenuto per 22 anni fino alla dichiarazione di Trump dello scorso 6 dicembre 2017.

La dichiarazione di Trump, sebbene illegittima ed inopportuna, ha avuto il merito di fare aprire gli occhi alla dirigenza palestinese e ai suoi sostenitori e riconoscere il fallimento di Oslo. Si è trattato, però, di un riconoscimento tardivo perché oramai gli accordi di Oslo sono un cadavere putrefatto, o meglio sono già nati morti perché sono stati una svendita dei diritti di libertà ed autodeterminazione del popolo palestinese, accettando il principio non del rispetto del diritto internazionale ma della trattativa con il soggetto più forte, lo stato d’Israele, che non poteva che imporre le sue condizioni.

Altro indiscusso merito della dichiarazione di Trump è stato quello di riaccendere la protesta popolare, dentro e fuori la Palestina occupata e della solidarietà internazionale, con le tante manifestazioni che si sono avute non solo nei territori palestinesi occupati ma anche nei Paesi arabi, Islamici ed in occidente.

Trump ha giustificato la sua dichiarazione dicendo che questa si limita a riconoscere “una realtà di fatto” dimenticando di dire che questa realtà è stata creata anche con il sostegno complice delle varie amministrazioni americane (da Clinton ad Obama fino ad arrivare a Trump) alla politica di occupazione israeliana, sostegno fornito non solo in termini di finanziamenti ma anche in termini di veto Usa contro la risoluzioni Onu di condanna di Israele.

Di fronte a questa realtà mentre Trump preme sull’acceleratore ricorrendo non solo alla diplomazia ufficiale ma anche ad una diplomazia di tipo casereccio affidando al genero Jared Kushner il compito di andare nei vari Paesi arabi per raggiungere un “accordo estremo” per Israele-Palestina e quindi creare una potente coalizione anti Iran con al centro Israele, Usa ed Arabia Saudita (particolarmente fruttuosi sono i contatti che Kushner sta avendo con il suo nuovo amico del cuore, il principe ereditario saudita Mohamed bin Salman), la dirigenza palestinese sembra guadagnare tempo, andando alla ricerca di consensi ed appoggi alla causa palestinese in mezzo mondo ed anche presso l’Onu.

Infatti, mentre a dicembre si parlava del trasferimento della ambasciata israeliana entro il 2019, a metà febbraio è arrivato l’annuncio dell’apertura il 14 maggio di una sede provvisoria nella struttura che attualmente ospita il consolato americano a Gerusalemme Ovest.

I motivi di questa accelerazione sono da ricercarsi non solo nella necessità di non sfarsi sfuggire una occasione simbolica dal momento che quest’anno la data del 14 maggio ricorderà 70 anni dalla proclamazione dello stato d’Israele che invece i palestinese considerano come la loro “Nakba” (catastrofe), ma anche nei finanziamenti messi a disposizione dal miliardario israelo-americano Sheldon Adelson, e, soprattutto, per motivi strategico-politici in quanto si dice che sia a breve la presentazione del cosiddetto “accordo del secolo” tra israeliani e palestinesi, cioè il piano di pace della Casa Bianca.

L’ambasciatrice Usa all’Onu Nikky Aley ha detto che questo «piano non sarà amato da entrambe le parti e non sarà odiato da entrambi le parti». Parole molto vaghe ma sicuramente il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele attribuisce agli israeliani un’arma in più nella futura contrattazione con i palestinesi, soprattutto se entrerà in gioco il fattore tempo (come è avvenuto per Oslo con trattative rimandate all’infinito), cioè se passa del tempo ed altri Paesi vi trasferiscono le loro ambasciate oltre agli Stati Uniti mentre Gerusalemme sarà accettata come dato di fatto come capitale d’Israele, questo, invece, sarà un incubo per i palestinesi dal quale sarà difficile uscirne per il principio che se si accetta il grosso, la perdita di Gerusalemme , perché non accettare il piccolo, l’annessione degli insediamenti in Cisgiordania. Sarà un incubo per i palestinesi soprattutto se verrà offerto loro il principio della compensazione dei territori, cioè al posto di Gerusalemme e degli insediamenti in Cisgiordania la costituzione di uno stato palestinese a Gaza, secondo la proposta del nuovo segretario della difesa nazionale Jhon Bolton, appena nominato da Trump.

L’“accordo del secolo” del presidente nordamericano nasce dall’esigenza di tutelare gli interessi strategici ed economici principalmente di Arabia Saudita, Stati Uniti ed Israele le cui diplomazie da mesi si sono messe in moto per costruire un fronte comune anti Iran.

Infatti, l’Arabia Saudita dell’ambizioso e spregiudicato principe ereditario Mohamed bin Salman vuole sempre più affermarsi non solo come unico punto di riferimento per il mondo islamico ma anche come moderna potenza economica. Lo scorso ottobre Mohamed bin Salam ha presentato il progetto Neom, un futuristico programma di rinnovamento dell’economia saudita che mira a garantirne la sopravvivenza anche dopo l’era dell’oro nero, puntando sulle energie alternative, sulle biotecnologie, sulle scienze tecnologiche e digitali. Il progetto Neom prevede investimenti per 500 miliardi per la costruzione di un gigantesco polo industriale sulle sponde del Mar Rosso, nei pressi del Golfo di Aqaba. Solo una parte degli investimenti (230 miliardi) è coperta dal Fondo Pubblico di investimenti saudita, gli altri dovrebbero provenire da investitori stranieri e si sa che i grossi investitori a livello internazionale sono in qualche modo legati ad Israele.

Gli Stati Uniti, già presenti nell’area con numerosi soldati in Siria, Iraq e Libano e basi militari nei Paesi del Golfo, voglio rafforzare e legittimare la loro presenza anche per contrastare il sempre maggiore ruolo che sta avendo la Russia in Medio Oriente. Vogliono inoltre soddisfare i loro interessi economici basti pensare che in occasione del viaggio di Trump in Arabia Saudita dello scorso maggio l’America si è impegnata a vendere armamenti per 350 miliardi in 10 anni (100 subito e gli altri a seguire).

Israele, invece, potenza occupante ma anche potenza nucleare, non accetta non solo chiunque osi criticare e condannare la sua politica di occupazione ma anche non accetta un’altra potenza rivale … L’Iran non è mai stato morbido nei confronti di Israele che ha bocciato l’accordo sul programma nucleare iraniano firmato a Vienna il 14 luglio 2015, dopo più di 10 anni di trattative, da Theran e dal cosiddetto “5+1” cioè i Paesi membri del consiglio di Sicurezza con diritto di veto (Usa, Russia, Cina, Francia e Regno Unito) più la Germania, dimenticando che il programma nucleare israeliano non è sottoposto a nessuna forma di controllo nonostante già da anni Israele sia in possesso della bomba atomica. La bocciatura dell’accordo sul programma nucleare iraniano da parte di Israele è avvenuta fin dall’inizio ed ora, insieme alle potenti lobby ebraiche nordamericane che hanno sostenuto e sostengono Trump, preme sull’amministrazione statunitense affinché faccia altrettanto.

Dunque, Arabia saudita, Stati Uniti ed Israele per soddisfare i loro rispettivi interessi strategici ed economici hanno deciso di creare un fronte comune contro l’Iran cercando di coinvolgere però anche altri Paesi della regione (Egitto, Giordania, Paesi del Golfo). E per raggiungere questo obiettivo l’unica strada percorribile è la normalizzazione dei rapporti con Israele sapendo che tre cose gli israeliani non sono disposti ad accettare, cioè 1) la costituzione di uno Stato palestinese in Cisgiordania accanto ad Israele e di più con Gerusalemme Est capitale; 2) lo status di corpus separatum sotto il controllo internazionale di Gerusalemme perché vogliono eliminare qualsiasi traccia di non appartenenza; 3) il ritorno dei profughi perché temono lo scoppio della cosiddetta bomba demografica palestinese.

Trump queste cose le conosce bene, ecco perché ha fatto la sua dichiarazione il 6 dicembre regalando Gerusalemme agli israeliani e successivamente ha prima minacciato di tagliare gli aiuti USA all’agenzia Onu (Unrwa) che assiste i profughi palestinesi poi li ha dimezzati perché non dare più soldi ai profughi palestinesi significa non riconoscere più loro lo status di profughi e quindi titolari di quel famoso diritto di ritorno riconosciuto invece dalla risoluzione 194 del 1948 dell’Assemblea generale dell’Onu. In questa ottica va letta la proposta americana, sostenuta da Israele, di sostituire l’Unrwa, agenzia appositamente istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1948 per i profughi palestinesi, con l’Unhcr cioè l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, il che significherebbe equiparare i profughi palestinesi a tutti gli altri profughi, quindi scavalcare la risoluzione 194 e il diritto dei profughi palestinesi.

Trump sa che per favorire il processo di normalizzazione tra Israele ed i Paesi arabi occorre rimuovere l’ostacolo più spinoso, cioè la questione palestinese. Ecco perché per il presidente Usa l’importante non è la soluzione a due o uno Stato ma la soluzione ed ecco perché sta elaborando il suo cosiddetto “accordo del secolo”.

Per realizzare questo accordo del secolo Trump si sta circondando di uomini che condividono il suo pensiero, e per certi versi lo superano e lo esprimono senza pudore. Infatti (il 23 marzo) ha nominato come nuovo responsabile per la sicurezza nazionale John Bolton al posto del generale McMaster che in questi mesi di presidenza Trump aveva cercato, insieme al capo dello staff John Kelly e del Pentagono James Matthis, entrambi già sostituiti, di tenere a freno le mire guerrafondaie del presidente preferendo la via diplomatica per la soluzione delle varie crisi. Bolton, invece, è considerato un falco duro e puro, infatti, ha progettato la guerra all’Iraq quando era ambasciatore Usa all’Onu sotto la presidenza di George Bush, ed ora si è schierato apertamente per una guerra preventiva contro la Corea del Nord ed ha definito «un furto» l’accordo sul nucleare iraniano voluto da Obama. Per cui, secondo Bolton, gli Stati Uniti devono abbandonare l’accordo, reimpostare le sanzioni economiche contro l’Iran e rovesciare il regime di Theran. E sicuramente quando Trump il 9 aprile dovrà decidere se rinnovare o meno la firma all’accordo farà sentire la sua voce. Anche per quanto riguarda la questione palestinese Bolton si è già espresso ed in modo molto chiaro. Secondo Bolton, la soluzione a due Stati è morta, opinione condivisa anche dal nuovo capo del Pentagono Mike Pompeo e da tantissimi altri ma Bolton è andato oltre esprimendo la sua opinione per quanto riguarda la soluzione della questione palestinese, che secondo lui sarebbe un espediente di cui si servono i nemici di Israele, per minacciare la sua sicurezza. Per Bolton la soluzione è quella a tre Stati, cioè ovviamente Israele, Gaza che passerebbe all’Egitto e la West Bank (Cisgiordania) tornerebbe a far parte della Giordania, esclusi tre grossi blocchi di insediamenti che rientrerebbero nei confini dello Stato ebraico.

La soluzione di Bolton non prende minimamente in considerazione la posizione dell’Egitto né quella della Giordania che non l’hanno accolta con entusiasmo in quanto presi dai loro problemi interni dovuti anche alla presenza di numerosi profughi palestinesi. Ma soprattutto non prende in considerazione i diritti del popolo palestinese, la sua aspirazione ad avere Gerusalemme come sua capitale, il diritto dei palestinesi ad avere uno Stato riconosciuto dalla famosa risoluzione Onu 181 votata anche dagli Stati Uniti.

Prima di Bolton, Trump per poter portare avanti il suo piano di pace, l’accordo del secolo, il 13 marzo ha licenziato via twitter il segretario di stato Rex Tillerson per nominare al suo posto il capo della CIA Mike Pompeo. «Siamo in disaccordo su tutto» si è giustificato Trump. Verissimo ma soprattutto perché Tillerson l’estate scorsa aveva raggiunto un accordo con il Qatar sul terrorismo internazionale di matrice islamica e sulle sue fonti di finanziamento suscitando l’ira dell’Arabia Saudita che invece accusava l’emiro del Qatar di appoggiare Hamas ed i Fratelli Musulmani e di aver descritto l’Iran come “potenza islamica”, cosa inaccettabile per il credo wahabita di Riad per il quale lo sciismo di Teheran è una sorta di peccato di apostasia e soprattutto perché la monarchia saudita è sempre più preoccupata dell’affermarsi del Qatar come potenza economica con il più grande giacimento di gas al mondo ed è preoccupata dei rapporti dell’emirato qatariota con l’Iran. Quindi il licenziamento di Tillerson va letto in questa ottica, cioè come regalo di Trump all’Arabia Saudita che si sta proponendo come rappresentante degli interessi strategici ed economici americani nella regione, affiancandosi quindi ad Israele in questo suo ruolo e questo lo si era capito già con l’accordo sulla vendita di armi dello scorso maggio, che è sembrato a tutti essere un accordo di più ampio respiro, una specie di investitura della leadership saudita come capofila del processo di normalizzazione dei rapporti con Israele in chiave anti iraniana voluto e sostenuto da Trump perché considerato strumentale per realizzazione dell’accordo del secolo.

Trump dunque sta preparando il terreno per la realizzazione del suo piano, infatti, dopo il suo viaggio in Medio Oriente dello scorso maggio, ha inviato nella regione suo genero Jared Kushner e il segretario James Mattis, e, in questi giorni è in ancora in atto la visita in America del principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman e sono in calendario anche le visite del presidente egiziano Al Sisi e del re giordano Abdullah II e degli emiri dei Pesi del Golfo, tutti in sorta di pellegrinaggio a Washington alla ricerca della benedizione Usa.

L’Arabia Saudita vuole avere la benedizione nordamericana non solo per la sua politica estera ma anche per quella interna in quanto l’appoggio Usa permettere di oscurare la sanguinosa guerra saudita contro lo Yemen e la continua violazione dei diritti umani (ogni giorno l’aviazione di Riad bombarda ripetutamente il Paese yemenita, un Paese poverissimo, oramai ridotto all’estremo dove la gente muore perché non riesce a curarsi neanche una banale gastroenterite e per mancanza di viveri). Inoltre, l’appoggio americano alla guerra alla corruzione e all’ammodernamento della società saudita (ad esempio con il permesso finalmente riconosciuto alle donne di guidare o quello riconosciuto ai giovani, uomini e donne, di partecipare insieme a concerti) permette all’ambizioso e spregiudicato principe Bin Salman, da un lato, di sbarazzarsi in modo indolore dell’opposizione interna e, dall’altro, di guadagnarsi il consenso non solo delle nuove generazione ma anche delle frange più reazionarie della società saudita non indifferente però alla tutela dei propri interessi economici (se l’ammodernamento della società è il prezzo che si deve pagare per fare affari con gli americani che ben venga). Queste sono le cose che stanno a cuore a Bin Salman, ecco perché finora nei suoi vari incontri con diversi personaggi dell’amministrazione Trump e nelle varie conferenze non c’è stato nessun accenno alla questione di Gerusalemme, al riconoscimento americano dello scorso 6 dicembre di capitale di Israele.

Gli emiri dei Paesi del Golfo a loro volta andranno a Washington alla ricerca della benedizione americana per tutelare la loro posizione di potenze economiche e partner strategici in quando sedi di importanti basi militari americane, contro le mire egemoniche di Bin Salman che aspira a fare dell’Arabia Saudita con il suo futuristico progetto Neom l’unica superpotenza della zona. Pertanto anche per gli emiri dei Paesi del Golfo il ricevimento alla Casa Bianca sarà un’occasione per rinnovare alleanze e stringere nuovi accordi economici, non certo per discutere di Gerusalemme e sostenere le legittime rivendicazioni dei palestinesi.

Più delicata è la posizione del presidente egiziano Al Sisi e di re giordano Abdullah II in quanto più direttamente coinvolti con migliaia di profughi palestinesi che oramai fanno parte integrante delle loro rispettive popolazioni, pertanto sicuramente nel loro prossimo viaggio a Washington non potranno ignorare la questione palestinese alla luce del fatto che i loro Paesi sopportano il peso anche economico di questa situazione e alle luce anche del proposta di soluzione a tre Stati di Bolton. Sicuramente questi due Paesi, Egitto e Giordania, chiederanno e riceveranno aiuti e finanziamenti per fare tirare un sospiro alle loro povere economie, ma sicuramente gli aiuti ed i finanziamenti americani avranno un costo, cioè acconsentire alle richieste americane per la realizzazione dell’accordo del secolo.

Ecco perché Abbas prima che questo avvenga deve confermare, in modo netto e deciso, il suo no categorico all’accordo del secolo e chiamare in causa solo l’Onu affinché decida alla luce del diritto internazionale non solo su Gerusalemme ma sull’intera questione palestinese, condizionando così le posizioni degli altri Paesi arabi.

Allo stato attuale non si conosce nei dettagli la proposta del secolo americana ma molto probabilmente essa prevede che Israele fermi la costruzione di nuovi insediamenti in nuovi territori, ma questo non significa che Israele non possa migliorare e/o aumentare gli insediamenti già esistenti, e questo sarà una sorta di legittimazione dei vecchi insediamenti. Inoltre, si prevede che Israele restituisca alcuni territori della Cisgiordania. Nello specifico si parla dei territori rientranti nella cosiddetta area A (che rappresenta l’8% dell’intera Cisgiordania) ed area B (che rappresenta il 20% della Cisgiordania) al netto di Gerusalemme che gli Israeliani vogliono come capitale. Quindi al massimo ai palestinesi sarà restituito il 28% della Cisgiordania perché l’area C (che corrisponde al 72% della Cisgiordania) è già completamente sotto il controllo israeliano sia dal punto di vista amministrativo sia dal punto di vista della sicurezza, così come previsto dagli accordi di pace di Oslo, all’epoca di Arafat, prima della seconda Intifada. Oggi, invece, tutti i territori palestinesi sono, dal punto di vista della sicurezza, sotto il controllo israeliano, per questo Abbas nel suo discorso all’Onu ha detto che l’Anp è una «autorità senza authority, e i palestinesi lavorano per gli israeliani».

Ma se le cose stanno così la politica dilatoria intrapresa dall’Anp dopo la dichiarazione di Trump fa il gioco israeliano ed americano. Infatti, Abu Mazen partecipando al vertice straordinario dei Paesi della cooperazione islamica (Oic), convocato il 13 dicembre ad Istambul da Erdogan che ha condannato la decisione «pericolosa», «illegale» ed «illegittima» di Trump, ha sostenuto che «d’ora in poi i palestinesi non accetteranno più alcun ruolo di mediazione degli Usa nel processo di pace in Medio Oriente».

Questo concetto è stato espresso anche nel corso del Consiglio centrale palestinese (14 gennaio) dove Abu Mazen ha affermato che «gli israeliani hanno ucciso gli accordi di Oslo, perciò Oslo è finito». Di qui la necessità di fermare la collaborazione per quanto riguarda i coordinamento di sicurezza previsto appunto dagli accordi di Oslo .

Dopo la riunione del consiglio Centrale palestinese Abbas ha partecipato in Egitto alla conferenza di Al Azhar (17 gennaio) dopo di che, il 20 febbraio, ha tenuto un discorso al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel corso del quale ha chiesto che si organizzi una conferenza di pace per il Medio oriente entro la metà del 2018 con il compito di stabilire un meccanismo internazionale multilaterale che possa risolvere la questione palestinese.

Poi Abbas è andato presso i singoli Paesi europei ma nessuno di questi Paesi si è proposto come mediatore. Nessuno cioè ha detto di sì ma neanche nessuno ha detto no, perché nessuno di questi Paesi può fare pressione su Israele in quanto privi degli strumenti per fare pressione (come i finanziamenti delle potenti lobby ebraiche americane) e nessun Paese può fare da mediatore senza il consenso degli americani.

Trump non si muove neanche di una virgola dalla sua decisione anzi la rafforza con la decisione di inaugurare il 14 maggio l’apertura dell’ambasciata a Gerusalemme.

Abu Mazen, invece, sembra prendere e soprattutto perdere tempo, nella speranza forse che gli americani cambino qualche cosa, probabile che Trump per accontentare Abbas accetti la partecipazione di altri mediatori a condizione però che gli USA siano determinanti nella scelta di altri mediatori. Ma in confronto il sovrano non sarà più la legittimità internazionale ma la trattativa nella quale prevarrà una sola legge, cioè la legge del più forte, cioè Israele.

Per noi palestinesi, invece, per la difesa dei nostri diritti, in difesa di Gerusalemme e di tutta la sua terra illegittimamente occupata e devasta, senza perdere tempo, si dovrebbe:

  • Chiedere la cancellazione di Oslo e di tutti i suoi effetti,
  • Fare assumere ad Israele la responsabilità di gestire i territori occupati,
  • Rinviare l’intero fascicolo della causa palestinese all’Onu affinché venga affrontato dall’Onu alla luce del diritto internazionale,
  • Organizzare una conferenza internazionale per far si che decidano tutti i soggetti internazionali alla luce del diritto internazionale,
  • No a trattative dirette e al ruolo di unico mediatore degli Stati Uniti.

Stephon, 22 anni, nero, ucciso dalla polizia Usa perché aveva in mano un cellulare

epa06639757 People hold up signs at a rally for social justice following the fatal police shooting of unarmed Stephon Clark in Sacramento, California, USA, 31 March 2018. People are reacting after private autopsy results, released by the family, show that he was shot eight times, including six from behind. EPA/ELIJAH NOUVELAGE

Hanno sparato all’uomo disarmato otto volte, alla schiena. Lo dice un’autopsia indipendente, richiesta dalla famiglia di Stephon Clark, cittadino afro americano, 22 anni, due figli, e uno smartphone. Quello che la polizia ha scambiato per un’arma, prima di ucciderlo nei pressi della casa di sua nonna, il 18 marzo scorso. I poliziotti del dipartimento di Sacramento, California, hanno aperto il fuoco di notte.

Ora «beneath the grief, anger simmers». Sotto il dolore, la rabbia ribolle. C’è scritto sul Washington Post, vicino alla foto del funerale di Clark: «La fine di un uomo solo, ma l’inizio di una marcia di molti». In centinaia, infatti, si sono riuniti intorno alla sua bara tre giorni fa, il 30 marzo, e le proteste, iniziate nei giorni scorsi, non si sono ancora fermate. Durante l’ultima, il primo aprile, una manifestante, Wanda Cleveland, è stata investita dall’auto dello sceriffo. Questa settimana la comunità nera di Sacramento promette che non rimarrà a casa, la città continuerà a ricordare Clark, giorno e notte, anche quando tornerà la luce blu delle volanti al buio. «Hanno ucciso Stephon, continuano ad ucciderci. Continueremo a chiedere giustizia non solo per lui, ma per tutte le vite che abbiamo visto ingiustamente togliere dalle forze dell’ordine». Black lives matter. Nei loro pugni in aria, ora, c’è uno smartphone, in segno di lutto e lotta: Stephon è morto per questo, perché il telefono è stato scambiato per una pistola.

Dieci minuti per morire: Stephon avrebbe potuto, infatti, ricevere cure mediche adeguate ed essere salvato, dopo che è stato aperto il fuoco. Lo dice la seconda autopsia, una perizia indipendente richiesta dalla famiglia, che contraddice la prima e la narrazione della polizia californiana, che ha reagito alle nuove rivelazioni con dei vaghi «no comment». Dieci minuti è il tempo in cui Clark è rimasto vivo, a terra, nei pressi del cortile della casa dei suoi nonni, dopo che i proiettili l’hanno colpito – uno al fianco, uno al collo, sei alla schiena -, prima di chiudere gli occhi per sempre.

«L’autopsia conferma che non era una minaccia per la polizia, he was slain in another senseless police killing, Stephon è stato ucciso in un altro omicidio insensato della polizia, in discutibili circostanze» ha detto il rappresentante legale della famiglia Clark, Benjamin Crump, avvocato per i diritti civili, che si è già battuto per le cause di Travyon Martin e Micheal Brown. Clark è una delle 264 persone uccise dalle forze dell’ordine dall’inizio di quest’anno, 2018, in America; 987 persone sono state uccise nel 2017. Le divise dicono di essere intervenute quella sera del 18 marzo dopo una chiamata ricevuta per un furto d’auto.

Dalle telecamere sul corpo dei poliziotti e da un video di un elicottero con sensori notturni, la morte di Stephon è stata ripresa e da quando il video è stato pubblicato tensione e lacrime hanno ceduto il posto alla rabbia della comunità afro-americana locale.

Sarebbe una bella opposizione, quella agli indegni

+++ ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA +++ Irruzione degli agenti della Dogana Francese nella sala della stazione di Bardonecchia dove opera Rainbow4Africa, 30 marzo 2018. Lo denuncia la stessa associazione, impegnata ad assistere i profughi che sempre più numerosi scelgono le Alpi nel tentativo di attraversare la frontiera. TWITTER

Che poi se ci pensate è soprattutto una questione di dignità. Dignità nel senso di misura, forma, etica e potabilità di ciò che è universalmente riconosciuto come ingiusto, falso o disonesto. Se improvvisamente diventasse obbligatoria la dignità – obbligatorio averla, obbligatorio pretenderla – il fumus con cui si giustificano azioni indegne non verrebbe preso in considerazione, nemmeno se sparato di grancassa su tutti i media: una bugia sarebbe una contraddizione che una volta svelata pretenderebbe la dignità di farsene carico e di agire di conseguenza.

Se la dignità fosse obbligatoria il problema del giorno non sarebbe Bardonecchia, lo sconfinamento e i pruriti nazionalisti ma piuttosto sarebbe il succo dell’azione, quello che è veramente successo, il perseguitare un disperato come se fosse una priorità nazionale e, se la dignità fosse obbligatoria, il ministro Minniti non potrebbe ergersi a maestro di politica estera e sicurezza senza che goccioli dappertutto il sangue libico con etichetta italiana. Se la dignità fosse uguale per tutti non ci sarebbe una gara su chi è più xenofobo, disumano e respingente. Ci sarebbero i degni e gli indegni e Minniti e francesi sarebbero nella stessa squadra.

Se la dignità fosse uguale per tutti, le parole avrebbero un peso oltre che un senso. Salvini e Di Maio avrebbero addosso tutte le frasi che si sono detti, uno contro l’altro, e un abboccamento non potrebbe avvenire senza prima disfarsi di loro: non è un “avvicinamento” ma è un cambio di linea politica. Ed è così indegno cavalcare il cambiamento dopo essersi intascati i voti per farsi la guerra.

Se la dignità valesse per tutti ci sarebbero i “senza diritti”, i “senza casa”, “i senza lavoro”, i poveri, gli umiliati, i “senza speranza”, i periferici che sarebbero una violazione della dignità come diritto. Ci si concentrerebbe sui carnefici e non sui disperati.

Se la dignità fosse obbligatoria i servetti di Berlusconi non potrebbero discettare di diritti delle donne, Salvini sarebbe (nella migliore delle ipotesi) colui che ha ricandidato Umberto Bossi condannato in primo grado a 2 anni 3 mesi per appropriazione indebita, Casaleggio non potrebbe discettare di democrazia digitale avendo provato a registrarne il marchio, una certa parte del Pd dovrebbe raccontarti del proprio recente passato piuttosto che disquisire di futuro, un pezzo di sinistra dovrebbe placidamente farsi da parte e qualche ministro dovrebbe chiedere scusa.

Se la dignità fosse obbligatoria si scriverebbe che una porzione di questo Parlamento, anche se ha ancora addosso il profumo di nuovo, si porta dietro l’odore della fogna, intriso com’è di promessi dimissionari mai dimissionati, di volgari provocatori sempre sull’onda, di incapaci e di bolliti.

Sarebbe una bella opposizione, quella agli indegni.

Buon lunedì.

Il Grande fratello nella versione di Pechino

BEIJING, CHINA - FEBRUARY 17: A Chinese police officer watches over a crowd of travelers as they board a train while leaving for the Spring Festival at a local railway station on February 17, 2015 in Beijing, China. Millions of Chinese will travel home to visit families in a mass migration during the Spring Festival holiday period that begins with the Lunar New Year on February 19. (Photo by Kevin Frayer/Getty Images)

Immaginate un Paese senza criminalità né terrorismo, dove i buoni vengono premiati e i cattivi puniti in base alla loro condotta in rete e offline. Nel giro di qualche anno, quel Paese potrebbe esistere davvero. È dal 2012 che la Cina lavora a uno dei progetti d’ingegneria sociale più imponenti mai realizzati: un sistema di rating dell’affidabilità finalizzato a raccogliere tutte le informazioni concernenti individui e società, in modo da indicizzare ogni soggetto sulla base dei crediti totalizzati in riferimento alla credibilità commerciale, politica, legale e sociale. Si comincia setacciando il flusso di dati generato online dagli oltre 700 milioni di utenti cinesi – che ormai acquistano e comunicano perlopiù in rete e via mobile – per poi incrociare i risultati con quanto rintracciabile negli archivi giudiziari e di polizia, registri bancari e documenti fiscali.

La filosofia che anima il piano prevede premi per i “bravi” e punizioni per i “cattivi”. Ergo, i punti accumulati influenzeranno l’accesso di una persona a una vasta gamma di servizi. Ti serve un prestito bancario? Vuoi comprare un biglietto aereo? Ambisci a mandare i tuoi figli nelle scuole migliori del Paese? Non è detto tu possa farlo, dipende dal tuo “credito sociale”. Ovviamente, l’inadempienza davanti a un debito, un atteggiamento critico verso il Partito-Stato o persino l’inosservanza della “pietà filiale” (l’obbligo morale verso i genitori) potrà costare ai “bad elements” un’erosione del punteggio finale. Ugualmente, un’azienda segnalata per aver infranto la fiducia dei consumatori verrà sottoposta a una sorveglianza quotidiana o a ispezioni random.

Appena pochi giorni fa la National development and reform commission ha annunciato che chi sarà pizzicato a commettere infrazioni di vario genere, come fumare in treno, diffondere rumors online e utilizzare biglietti scaduti, a partire dal 1 maggio rischia di…

L’inchiesta di Alessandra Colarizi prosegue su Left in edicola


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