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Il Grande fratello nella versione di Pechino

BEIJING, CHINA - FEBRUARY 17: A Chinese police officer watches over a crowd of travelers as they board a train while leaving for the Spring Festival at a local railway station on February 17, 2015 in Beijing, China. Millions of Chinese will travel home to visit families in a mass migration during the Spring Festival holiday period that begins with the Lunar New Year on February 19. (Photo by Kevin Frayer/Getty Images)

Immaginate un Paese senza criminalità né terrorismo, dove i buoni vengono premiati e i cattivi puniti in base alla loro condotta in rete e offline. Nel giro di qualche anno, quel Paese potrebbe esistere davvero. È dal 2012 che la Cina lavora a uno dei progetti d’ingegneria sociale più imponenti mai realizzati: un sistema di rating dell’affidabilità finalizzato a raccogliere tutte le informazioni concernenti individui e società, in modo da indicizzare ogni soggetto sulla base dei crediti totalizzati in riferimento alla credibilità commerciale, politica, legale e sociale. Si comincia setacciando il flusso di dati generato online dagli oltre 700 milioni di utenti cinesi – che ormai acquistano e comunicano perlopiù in rete e via mobile – per poi incrociare i risultati con quanto rintracciabile negli archivi giudiziari e di polizia, registri bancari e documenti fiscali.

La filosofia che anima il piano prevede premi per i “bravi” e punizioni per i “cattivi”. Ergo, i punti accumulati influenzeranno l’accesso di una persona a una vasta gamma di servizi. Ti serve un prestito bancario? Vuoi comprare un biglietto aereo? Ambisci a mandare i tuoi figli nelle scuole migliori del Paese? Non è detto tu possa farlo, dipende dal tuo “credito sociale”. Ovviamente, l’inadempienza davanti a un debito, un atteggiamento critico verso il Partito-Stato o persino l’inosservanza della “pietà filiale” (l’obbligo morale verso i genitori) potrà costare ai “bad elements” un’erosione del punteggio finale. Ugualmente, un’azienda segnalata per aver infranto la fiducia dei consumatori verrà sottoposta a una sorveglianza quotidiana o a ispezioni random.

Appena pochi giorni fa la National development and reform commission ha annunciato che chi sarà pizzicato a commettere infrazioni di vario genere, come fumare in treno, diffondere rumors online e utilizzare biglietti scaduti, a partire dal 1 maggio rischia di…

L’inchiesta di Alessandra Colarizi prosegue su Left in edicola


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L’archeologo Paolo Brusasco: In Kurdistan è in atto un genocidio umano e culturale

Sin dai tempi della guerra del Golfo, l’archeologo Paolo Brusasco ha denunciato lo scempio del patrimonio artistico nell’antica Mesopotamia. Docente di archeologia del Vicino Oriente antico all’università di Genova e supervisore di importanti scavi archeologici in Iraq e in Siria, Brusasco è autore di numerosi saggi, a cui ora si aggiunge l’importante ricognizione Dentro la devastazione. L’Isis contro l’arte di Siria e Iraq (La nave di Teseo). A lui abbiamo chiesto di aiutarci a fare il quadro delle devastazioni del patrimonio archeologico in Kurdistan di cui nessuno parla.

«Per quanto riguarda l’area del Kurdistan iracheno le devastazioni sono state tutte concentrate nella piana di Mosul, a Ninive nella zona di confine», racconta Brusasco. «Ma è nel Kurdistan siriano che si sono concentrate le maggiori devastazioni. La feroce campagna militare turca nella zona di Afrin in Siria ha già visto gli attacchi al tempio neo ittita di Ayn Dara, a monumenti ellenistico-romani e bizantini di Cyrrhus e islamici a Jindaris. Attacchi che violano il diritto internazionale e la Convenzione dell’Aja del 1954. Secondo alcune fonti, i bombardamenti avrebbero colpito anche la celebre cattedrale di Julianos una delle più antiche e imponenti chiese cristiane della Siria del IV secolo.

Particolarmente colpita dalle truppe di Ankara è stata la regione del Rojava.
Stupisce il silenzio mondiale che avvolge questo micidiale attacco. Il presidente Erdogan oggi sta massacrando i curdi che nel 2014 hanno proclamato la nascita della federazione del Rojava, ovvero l’unico Stato democratico in Oriente. Parliamo di quegli stessi curdi che erano visti come eroi quando hanno liberato Kobane e Raqqa dall’Isis. Parliamo di un progetto politico che vede le donne come soggetto attivo con ruoli di responsabilità anche a livello strategico e politico. La confederazione si rifà a statuti e alle costituzioni democratiche di repubbliche confederali occidentali e riunisce arabi, turkmeni, cristiani. Oggi vengono bombardati e uccisi dall’esercito turco e del Free syrian army, che ormai non esiste più, poiché vi hanno fatto ingresso islamisti che si sono alleati con i turchi. Tutto questo avviene senza che il mondo dica nulla.

Contestualmente, la Turchia sta cercando di cancellare il patrimonio storico artistico curdo, bombardando anche siti patrimonio Unesco.
Proprio nei giorni scorsi Ankara ha bombardato…

L’intervista di Simona Maggiorelli a Paolo Brusasco prosegue Left in edicola


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Verso un’Europa senza dio, i giovani decretano la fine della religione

Da quando il 13 marzo del 2013 Jorge Mario Bergoglio è diventato papa Francesco, subentrando a Joseph Ratzinger aka Benedetto XVI, lo sguardo dei media italiani è rimasto fisso sulla presunta opera riformatrice del gesuita argentino. Trasmettendo un messaggio parziale e alterato – della presunta opera di ammodernamento della Chiesa e di rottura con il passato che Bergoglio starebbe portando avanti – anche attraverso la continua pubblicazione di immagini che raccontano un papa in qualche modo più umano rispetto al suo algido predecessore, “semplice”, “diretto”, vicino ai suoi fedeli. Ovviamente le strette di mano, le carezze ai neonati, i selfie, le passeggiate nella folla, la valigetta in simil pelle, il viaggio in utilitaria e così via, tutto è costruito a tavolino. E il regista di questa operazione è proprio lui, il papa-parroco. Avvicinandosi alla gente sin dal famoso «buonasera» dal balconcino di piazza S. Pietro, Bergoglio è il primo e unico pontefice ad aver compiuto gesti finalizzati a rendere la sua figura più accessibile per veicolare un’idea di Chiesa di nuovo degna della fiducia pesantemente compromessa dalle responsabilità nei casi di pedofilia e negli scandali finanziari che hanno segnato la fine del pontificato di Ratzinger. Questo almeno nelle sue intenzioni, che poi papa Francesco sia effettivamente riuscito a tamponare l’emorragia di credenti o ad attirarne di nuovi è un altro paio di maniche. 

Un significativo campanello di allarme – dal punto di vista della Chiesa di Roma – risuona dando un’occhiata a un’interessante ricerca dal titolo Europe’s young adults and religion, condotta tra il 2014 e il 2016 da Stephen Bullivant, professore di teologia e di sociologia della religione presso la St. Mary’s University di Londra, e pubblicata sul quotidiano britannico The Guardian. Lo studio, focalizzato sui giovani di età compresa tra 16 e 29 anni in 21 Paesi del centro-nord Europa storicamente a tradizione cristiana, mostra come l’ateismo e il disinteresse totale nei confronti della religione sia prevalente nel campione osservato da Bullivant.

Entrando nel dettaglio, in 12 Paesi gli adolescenti e i giovani adulti non credenti risultano la maggioranza e in Repubblica ceca sono addirittura il 91%, in Estonia l’80% e in Svezia il 75%. In primo piano, in questa speciale fotografia che parla di un’Europa in marcia veloce verso una società post-cristiana, troviamo anche la Gran Bretagna (70% dei giovani sono non credenti) e la Francia (64%). Agli antipodi ci sono la Polonia (17%) e la Lituania (25%).

Secondo Bullivant, la tendenza è destinata ad acuirsi nei prossimi anni: «L’adesione “automatica” al cristianesimo, in Europa, è probabilmente cessata per sempre, o almeno per i prossimi 100 anni. L’identità culturale religiosa non viene più trasmessa dai genitori ai figli. Costoro semplicemente la ignorano. Anche se sono battezzati, molti di loro non varcheranno mai la soglia di una chiesa». Già oggi, stando alla ricerca, il 70% dei giovani cechi e il 60% degli spagnoli, olandesi, britannici e belgi ha dichiarato di non averlo mai fatto né intende farlo. Soltanto in Polonia, in Portogallo e in Irlanda più del 10% dei giovani dichiara di seguire le funzioni almeno una volta alla settimana. Tra i cattolici belgi lo fa solo il 2%, in Ungheria il 3%, in Germania il 6% e in Francia il 7%. Tra chi si è definito cattolico ci sono comunque grandi differenze nel livello dell’impegno. Oltre l’80% dei giovani polacchi si dichiara cattolico e il 47% frequenta la messa almeno un volta la settimana. In Lituania, dove il 70% di giovani adulti si dichiara cattolico, varca abitualmente la soglia di una chiesa solo il 5%. «Entro 20 o 30 anni, le chiese tradizionali saranno sempre più piccole, ma le poche rimaste saranno fortemente impegnate» osserva Bullivant.

Da segnalare il caso del Regno Unito (dove il 59% dei giovani non frequenta mai funzioni religiose), in cui solo il 7% dei giovani intervistati si definisce anglicano, e meno del 10% si caratterizza come cattolico. I giovani musulmani sono il 6%, stanno quindi per raggiungere i coetanei che si considerano membri della Chiesa ufficiale del Paese. I dati in parte si spiegano con l’immigrazione. «Un cattolico su cinque non è nato nel Regno Unito ed è noto che la natalità dei musulmani è maggiore rispetto al resto della popolazione. Inoltre l’Islam ha un tasso di appartenenza religiosa molto più alto della media degli altri monoteismi».

E l’Italia? I nostri giovani non sono tra quelli monitorati in Europe’s young adults and religion ma, scorrendo alcuni dati Istat sul tema dell’appartenenza religiosa, risultano sostanzialmente in sintonia con buona parte dei loro coetanei. Almeno per quanto riguarda la tendenza a partecipare alle funzioni religiose cattoliche si posizionerebbero a metà classifica e puntano verso le posizioni immediatamente a ridosso del vertice in quanto la messa li attira sempre meno. Nel 2014 il 19,8% dei giovani 14-24 anni andava in chiesa almeno una volta alla settimana, nel 2015 sono stati il 17,5% e nel 2016 il 16,7%; di contro, nello stesso lasso di tempo preso in esame, rispettivamente il 26,9% (2014), il 29,4% (2015) e il 30,3% (2016), non lo ha mai fatto. Considerando che stiamo parlando del periodo centrale del pontificato di Bergoglio nel Paese “epicentro” del cristianesimo, anche in Italia non c’è un gran risultato per il papa che viene dalla «fine di mondo» per rivoluzionare la Chiesa e per la grancassa mediatica che ne propaganda le gesta.

L’articolo di Federico Tulli è tratto da Left in edicola


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L’irresistibile ipocrisia dei film che solleticano gli euroscettici

Per molti europei, soprattutto italiani, la Gran Bretagna della british exit è un po’ come l’amante di un incontro occasionale che il mattino dopo si riveste in silenzio per poi dileguarsi, senza nemmeno lasciare uno straccio di numero. Davanti al benservito targato Brexit sono rimasti impietriti, come sotto shock. Dimenticando, o forse ignorando, che quarant’anni fa il Paese, dall’economia in ginocchio, era entrato implorante nell’allora Cee come “malato d’Europa”. Proprio loro, gli unici a vincere la guerra, avevano dovuto ripagare fino all’ultima sterlina i prestiti agli Stati Uniti anziché essere ricoperti di dollari in chiave antisovietica, come invece gli ex-fascisti italiani e tedeschi. Insomma, mentre noi uscivamo dalla mezzadria vendendo frigoriferi agli americani e crescevamo (parola magica) più della Cina di oggi, loro perdevano l’impero facendo la fila per i razionamenti (donde la leggendaria disciplina nel fare le file). Solo che alle spalle noi avevamo l’italietta nazionalista e fascista unificata nel 1860, loro il più solido e potente Stato-nazione europeo a vocazione imperialistica, per tacere di un’umiliante sconfitta e di un’inebriante vittoria. Questo spiega, almeno in parte, la psicologia del voto Brexit.

Pareva opportuno ricordarlo prima di parlare di almeno due recenti pellicole che, con tempismo a dir poco sospetto, fungono da commentario – appunto, politico – alla storia contemporanea. Si tratta naturalmente di Dunkirk e L’ora più buia: lungometraggi strapremiati (ben quattordici nomination agli Oscar tra i due) che, partendo da due fatti storici strettamente connessi della Seconda guerra mondiale, risuonano tutt’altro che misteriosamente nell’immaginario di un Regno che in fondo non si è mai sentito europeo e che dopo quarant’anni di problematica convivenza ha finalmente deciso di mollare l’Unione.

Il primo tratta…

L’articolo di Leonardo Clausi prosegue su Left in edicola


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Se la sanità pubblica è difesa solo dai lavoratori

Un momento della protesta dei giovani medici che rivendicano il loro diritto di accedere alla specializzazione senza dover per forza emigrare all'estero, Roma, 2 Aprile 2014. ANSA/ UFFICIO STAMPA +++ NO SALES, EDITORIAL USE ONLY +++

A legislatura appena terminata, è tempo di bilanci, anche per i sindacati. E in ambito medico, la Cgil elenca quelle che considera vere e proprie battaglie di successo a cominciare dall’ultima “conquista” avvenuta a ridosso delle elezioni: una pre-intesa per il rinnovo del contratto collettivo del cosiddetto comparto sanità. «Dopo otto anni di blocco, abbiamo rimesso a regime la contrattazione» racconta a Left, Andrea Filippi, segretario nazionale Fp Cgil medici «Riuscite ad immaginare – aggiunge – cosa abbia significato lavorare negli ospedali per otto anni senza contratto, coi direttori generali che potevano fare ciò che volevano?». Il nuovo accordo riguarderà infermieri, operatori sanitari e amministrativi impegnati nel Sistema sanitario nazionale. Più di 540mila lavoratori in totale. Per loro, dopo trenta lunghe ore di trattativa, e grazie alla mediazione tra i dicasteri di Salute e Pubblica amministrazione, comuni, regioni e sindacati, è in arrivo un aumento medio delle retribuzioni di 85 euro al mese. E non solo.

«Siamo riusciti anche a ripristinare la contrattazione sindacale per quanto riguarda l’organizzazione del lavoro» prosegue Filippi. «Si tratta di una enorme vittoria, su molti temi caldi ora le aziende sono obbligate a confrontarsi con le rappresentanze». Un risultato che è figlio di una lotta che inizia da lontano. «La riforma della Pubblica amministrazione di Brunetta del 2009 aveva completamente disarticolato le relazioni sindacali. Ma successivamente, l’importante accordo di novembre 2016 con il governo per il rinnovo contrattuale del pubblico impiego prima, e il decreto 75/2017 (la riforma Madia, ndr) poi, hanno spianato la strada per i rinnovi contrattuali, per la stabilizzazione dei precari, su cui tutte le aziende ospedaliere si stanno muovendo, e per la definizione dell’orario di lavoro».

Non tutti i…

L’articolo di Leonardo Filippi prosegue Left in edicola


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Luigi Ferrajoli: «Ripartiamo dall’uguaglianza»

Exclusive. An illegal migrant poses with a placard reading '#Lost in your world' in Ventimiglia, French-Italian border, Italy on June 15, 2015. About 200 migrants, mostly Africans from Sudan, Chad, Eritrea and Libya were stopped on the border last week, as French police refuse to let them in to continue their journey to northern countries. France says it is up to Italy to house them and assess their asylum claims, as they arrived in Italy by boat. Photo by Franck Bessiere/ABACAPRESS.COM

Come rifondare la politica attraverso il principio dell’uguaglianza e restituire «frammenti di sovranità» alle persone ormai private dei diritti sociali? È il nodo cruciale del momento, il terreno in cui la sinistra – o quel che rimane – ha miseramente fallito. A queste domande offre riflessioni sul filo del diritto il giurista Luigi Ferrajoli nel suo Manifesto per l’uguaglianza (Laterza). Di questi temi parlerà il 5 aprile a Roma in un incontro su “La sinistra, la politica e le elezioni” con Luciana Castellina e Giulio Marcon e il 12 aprile con Francesca Re David, segretaria Fiom Cgil alla sede della Cgil.

Professor Ferrajoli come abbiamo raccontato nell’ultimo numero di Left, nonostante documenti internazionali e costituzioni sanciscano i diritti fondamentali dell’uomo questi non vengono attuati e le diseguaglianze non sono mai state così forti come adesso. Che cosa non ha funzionato?
Non ha funzionato la politica. I diritti fondamentali sono norme. Essi richiedono leggi di attuazione, cioè l’introduzione, ad opera della legislazione e perciò della politica, delle loro garanzie, cioè dei doveri ad essi corrispondenti. Non basta formulare in una costituzione il diritto alla salute o all’istruzione perché tali diritti siano effettivamente garantiti. A questi diritti corrisponde l’obbligo di attuarli con leggi istitutive del servizio sanitario e della scuola pubblica, l’uno e l’altra di carattere universale e gratuito. È quanto è accaduto in Italia e in gran parte dei Paesi europei nei primi 30 anni dopo il 1945, con la costruzione dello Stato sociale e del diritto del lavoro. In questi ultimi venti anni la politica ha invece compiuto il processo opposto: la demolizione del diritto del lavoro con la precarizzazione dei rapporti di lavoro e la riduzione dello Stato sociale con i tagli alle spese destinate alla salute e alla scuola pubblica. Al punto che oggi, a causa dei ticket – che tra l’altro coprono soltanto 4 o 5 miliardi sui 110 dell’intera spesa sanitaria – 11 milioni di persone, in Italia, hanno rinunciato alle cure.

E a livello internazionale?
È accaduto di molto peggio. Il diritto internazionale è pieno di patti, dichiarazioni e di carte dei diritti umani che anch’esse, se prese sul serio, imporrebbero alla comunità internazionale la loro attuazione tramite l’introduzione delle relative garanzie. E invece poco o nulla è stato fatto. La disuguaglianza e la povertà sono cresciute in maniera esponenziale, al punto che le 8 persone più ricche del mondo hanno la stessa ricchezza della metà più povera (3 miliardi e mezzo) dell’intera popolazione mondiale, e milioni di persone muoiono ogni anno per mancanza di acqua potabile, di alimentazione di base e di farmaci salva-vita. Eppure basterebbe pochissimo per ridurre questa tragedia. È stato calcolato che l’1,13 per cento del Pil mondiale – circa 500 miliardi di dollari l’anno, molto meno del bilancio annuale della difesa dei soli Stati Uniti – farebbe uscire dalla miseria più di tre miliardi di persone.
Dopo la vittoria elettorale di forze euroscettiche come M5s e Lega, quale scenario vede per l’Europa?
L’Unione europea è stata una delle più grandi conquiste del secolo scorso. Il problema non è uscirne o distruggerla ma riformarla. Speriamo che grillini e Lega, una volta assunte le responsabilità di governo, abbandonino la demagogia che li caratterizza. Adesso l’architettura istituzionale dell’Ue è assolutamente irrazionale. I padri costituenti dell’Unione pensavano che alla creazione del mercato comune e poi di una moneta unica avrebbero fatto seguito l’istituzione di un governo politico dell’economia e la costruzione di una vera federazione europea. Ma questo non è avvenuto. Ne è risultato un sistema politico assurdo. Gli organi comunitari sono dotati di enormi poteri, che producono decisioni immediatamente vincolanti per i Paesi membri senza bisogno di ratifiche parlamentari. Sul piano giuridico, quindi, l’Europa è già una federazione. Ma non lo è sul piano politico.
I poteri selvaggi dei mercati hanno creato le diseguaglianze responsabili della violazione dei diritti umani. È possibile una “sfera pubblica globale” con funzione di controllo delle politiche statali sulla garanzia di uguaglianza?
È la sola alternativa realistica a un futuro di catastrofi: alla crescita esponenziale della disuguaglianza e della povertà, alla distruzione dell’ambiente e della stessa abitabilità del pianeta, allo sviluppo della criminalità, dei terrorismi e delle guerre. Dobbiamo acquistare la consapevolezza che l’odierno assetto istituzionale della globalizzazione non è, nei tempi lunghi, sostenibile. È una globalizzazione dell’economia e della finanza e non anche della politica, del diritto e dei diritti. Il risultato è la dislocazione a livello globale dei poteri economici e finanziari i quali, non più sottoposti alle sfere pubbliche nazionali e in assenza di una sfera pubblica globale, si sono trasformati negli odierni sovrani assoluti, impersonali, invisibili, irresponsabili, che hanno assoggettato la politica ai loro interessi. Ciò che oggi occorrerebbe sarebbe invece una politica interna del mondo, in grado di imporre limiti e vincoli ai mercati selvaggi e di attuare le tante carte dei diritti che affollano il nostro ordinamento internazionale. Non si tratta di un’utopia, ma al contrario della sola alternativa realistica a un futuro catastrofico. L’ipotesi più irrealistica è infatti che la realtà, in assenza di una sfera pubblica globale e di un costituzionalismo sovranazionale, possa rimanere come è e che la corsa del mondo verso lo sviluppo insostenibile possa a lungo continuare senza concludersi nell’auto-distruzione.
Venendo all’Italia e alla sinistra, e al centrosinistra, e alla sconfitta del 4 marzo, si può dire che questa è stata causata dal non aver difeso il progetto di uguaglianza contenuto nella Costituzione?
È così. La cosiddetta “sinistra” ha fatto in questi anni politiche di destra. Esattamente l’opposto del compito prescritto dall’articolo 3 della Costituzione: non la rimozione ma la promozione delle disuguaglianze. In questi ultimi cinque anni il numero delle persone in condizioni di povertà assoluta è raddoppiato e le garanzie dei diritti sociali e del lavoro sono state pesantemente manomesse. Di qui il crollo della rappresentatività della sinistra e il successo dei populismi, che è sempre l’effetto del fallimento della politica.
Come si può rifondare la politica dal principio di uguaglianza? Dopo il voto del 4 marzo lei intravede questa possibilità?
Ovviamente l’uguaglianza forma il presupposto della democrazia in entrambe le sue dimensioni: quella formale, espressa dalla rappresentanza politica di tutti, e quella sostanziale, ossia della garanzia dei diritti fondamentali, che parimenti sono diritti di tutti. Ma l’uguaglianza non è solo il progetto disegnato dalla Costituzione e perciò imposto alle politiche dall’alto. Essa è anche la condizione delle solidarietà collettive e della formazione di soggetti sociali – come era il vecchio movimento operaio – accomunati dall’uguaglianza nelle condizioni di vita e perciò dalle lotte contro le disuguaglianze. Oggi si è invece capovolta la direzione della vecchia lotta di classe, sostituita da conflitti identitari, che mettono i penultimi contro gli ultimi, i poveri contro i poverissimi, i cittadini contro i migranti, trasformati in nemici contro cui scaricare la rabbia e la disperazione generate dai fallimenti della politica.
Veniamo infine alla violazione più palese dei diritti umani, quella ai danni dei migranti. Lei definisce i provvedimenti in Italia, dalla Bossi-Fini fino ai decreti Minniti-Orlando, le “odierne leggi razziali”, dopo quelle del 1938. E definisce i migranti nuovo soggetto costituente. Perché?
Le politiche italiane e più ancora quelle europee contro l’immigrazione sono una vergogna. Stanno cambiando l’identità del nostro Paese e dell’Europa, che non sono più l’Italia e l’Europa dei diritti e dell’uguaglianza, ma l’Italia e l’Europa dell’esclusione, dei muri e dei fili spinati. Ho chiamato “razziali” le leggi contro i migranti perché esse hanno riesumato la figura della “persona illegale”, discriminata ed esclusa per ragioni di nascita e di identità personale. E a proposito del popolo dei migranti ho parlato di “popolo costituente” perché esso esibisce tutte le nostre contraddizioni rappresentate, in primo luogo, dalla fuga di milioni di persone dalle guerre, dalla fame e dalla miseria causate dalle nostre politiche, che saranno costrette ad affrontarne le cause soltanto quando la pressione degli esclusi alle nostre frontiere diventerà irresistibile. E in secondo luogo, dal carattere meticcio, oltre che oppresso, del popolo dei migranti, il quale, con le sue differenze culturali, religiose e linguistiche, prefigura l’identità meticcia e democratica dell’umanità futura, basata sull’uguaglianza delle differenze promessa dalle nostre costituzioni, cioè sull’integrazione e sulla convivenza pacifica di tutti gli esseri umani.

L’intervista di Donatella Coccoli a Luigi Ferrajoli è uscita su Left del 30 marzo 2018 


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«Studiate, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza»

Al contrario di quello che potrebbe sembrare, Renzi non si è dimesso da segretario del Pd. Formalmente sì. Ma in realtà no. Come dimostrano gli avvenimenti degli ultimi giorni, il Pd rimane saldamente nelle mani di quello che si potrebbe definire un segretario di fatto.
Il partito non ha nemmeno avviato un processo di analisi del voto. L’unica cosa chiara è che si vuole (o meglio Renzi vuole) stare all’opposizione.
Eppure l’occasione era (è ancora ma con poca probabilità) molto interessante: si potrebbe formare un governo Pd e 5 stelle con una larga maggioranza che permetterebbe di affrontare riforme importanti, inclusa la riforma del sistema legislativo.
Ma Renzi ha deciso di no. Il governo se si farà dovrà essere M5s + Lega o M5s + centrodestra.
Non ci sono altre possibilità, per Renzi.
Perché?

L’unica risposta possibile è perché Renzi vuole punire gli elettori. Vuole in particolare che gli elettori che dal Pd si sono spostati sul movimento 5 stelle siano puniti per una decisione che non dovevano prendere.
Renzi pensa che non sia in nessun modo colpa sua se ha perso. È evidentemente colpa di qualcun altro, che sono in primis gli ex-elettori del Pd che hanno avuto l’ardire di non votarlo.
Dobbiamo dedurre che a Renzi del Paese e dei suoi abitanti non interessa affatto. A lui interessa solo e soltanto il potere ma solo nella misura in cui possa controllarlo completamente. Piuttosto meglio niente.
Non si spiega altrimenti una impuntatura che alla fine, come tutte le decisioni che ha preso negli anni della sua segreteria, danneggerà lui stesso e il Pd.
Allo stesso tempo Renzi ignora del tutto i suoi elettori, quelli che hanno votato Pd. Nelle sue apparizioni pubbliche dopo il voto, per dire che se ne andava (anche se per finta) non li ha nemmeno ringraziati. Le sue scelte post elettorali sono del tutto coerenti con la scelta che ha fatto di demolire definitivamente l’idea di sinistra che era ancora esistente nel suo partito, ancorché ormai residuale. Perché la sinistra ha certamente tra le sue caratteristiche quella di cercare il bene maggiore possibile per la più larga parte della popolazione.
Allora, di fronte all’eventualità che si formi un governo Lega-5 stelle, se il Pd e Renzi fossero effettivamente di sinistra, dovrebbero, necessariamente, cercare in tutti i modi possibili di formare un esecutivo evitando che vadano al governo Meloni, Salvini e Berlusconi.

Se ancora ce ne fosse bisogno, questa è la dimostrazione plastica che, semmai lo fosse stato, il Pd non è più un partito di sinistra. Queste decisioni costeranno molto care al partito, sia che si formi un governo sia che si torni alle elezioni.
Tommaso Cerno mi intervistò nel 2013 e glielo dissi: “Renzi distruggerà il partito”. Purtroppo quanto immaginato si sta puntualmente realizzando. Perché si comporta come il ragazzino che ha il pallone e siccome non gli fanno avere il ruolo che vuole, decide di portarlo via e di non far giocare gli altri.
Quello che Renzi dimentica è che gli altri poi si organizzano.
Niente è eterno nella storia. Meno che mai i partiti, che sono solo delle associazioni di persone con finalità politiche e in quanto tali volubili così come lo sono le idee prevalenti in un determinato momento storico.
Il lettore si potrebbe chiedere che senso ha un giornale come il nostro che ha nel nome un concetto che sembra condannato dalla storia e dagli eventi come le ultime elezioni.
Noi di Left invece insistiamo. Perché pensiamo che il concetto di sinistra non sia qualcosa di astratto. Ma si possa invece riferire a idee che hanno una base molto concreta.
Uno dei cardini concettuali della sinistra è senza dubbio il concetto di uguaglianza di tutti gli esseri umani.
Esso viene solitamente espresso dal pensiero di sinistra come uguaglianza dei diritti.
Il problema è che in questa forma è un concetto estremamente debole perché non ha appigli teorici al di là del funzionamento fisiologico del corpo.

Noi invece pensiamo che l’uguaglianza non sia un diritto ma sia invece una caratteristica fondante dell’essere umano. È un’uguaglianza per costruzione, come direbbe un matematico, perché legata alla dinamica della formazione della realtà psichica che si ha alla nascita. La realtà psichica si forma, o meglio si crea, come reazione della biologia del corpo e della sostanza cerebrale, allo stimolo luminoso che colpisce per la prima volta la retina.
La reazione è la comparsa di un pensiero di esistenza di un altro essere simile a se stessi con cui avere rapporto. È la comparsa dell’essere umano che prima della nascita non c’era.
Il feto non è un essere umano ma una possibilità di essere un essere umano. Possibilità che per realizzarsi deve corrispondere ad un sviluppo fetale perlomeno di circa 24 settimane, momento nel quale si forma la retina e compare la possibilità che il cervello reagisca allo stimolo luminoso.
Questa reazione e formazione è identica in tutti gli esseri umani. Non c’è distinzione.
In questo senso è un’uguaglianza universale che non ha bisogno di leggi per essere affermata. È una verità scientifica, ossia prescinde da quello che può pensarne Salvini, Renzi o il papa.

In questo senso è un’idea fondante che è indipendente dalla storia degli esseri umani nel senso che è una caratteristica fondante dello stesso essere umano e prescinde da quello che egli pensa.
La Teoria della nascita di Fagioli, oltre che una psichiatria che è psicoterapia come cura e guarigione dalla malattia mentale, fonda una nuova antropologia che permette di stabilire in maniera scientifica, ossia oggettiva, cosa è umano e cosa non lo è.
Dà cioè alla politica la possibilità di sapere e distinguere cosa è bene e cosa è male per gli esseri umani. E cosa è la politica di sinistra se non cercare il bene di tutti?

*Il titolo è una frase di Antonio Gramsci, L’Ordine Nuovo, anno I, n. 1, 1 maggio 1919

Il commento di Matteo Fago è tratto da Left in edicola


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Il giovane Marx di cui abbiamo bisogno

Ci sono voluti una decina di anni perché il regista haitiano Raoul Peck portasse a compimento il suo film sul giovane Marx. Dal 2008, la stampa tedesca aveva dato qualche notizia sulle ricerche condotte dall’artista, poi più nulla. Non abbiamo idea di quali siano stati i motivi di tale latenza, fatto sta che Il giovane Karl Marx arriva nelle sale italiane in un momento topico: a duecento anni dalla nascita del filosofo di Treviri e nel bel mezzo di una crisi epocale attraversata dalla sinistra, nostrana ed europea. Si sa, gli artisti hanno spesso il fiuto dei cani e vanno a rappresentare esigenze e idee che altrimenti resterebbero nascoste e inespresse.

Del giovane Marx non si sentiva parlare nel nostro Paese dalla fine dell’Ottocento, quando Croce e Gentile si scrivevano nel loro epistolario, e poi dagli anni Sessanta del Novecento, quando il Sessantotto pretendeva di ricollocare al centro l’uomo, al posto del mercato e delle istituzioni. Poi, con l’ondata strutturalista francese, il Capitale ha avuto la meglio sulla produzione giovanile del filosofo di Treviri e lo studio dei modi di produzione ha prevalso sulla ricerca di un «uomo nuovo» non alienato e non scisso tra cittadino e borghese. Soltanto lo psichiatra Massimo Fagioli, nei suoi testi fondamentali, in particolare in Bambino donna e trasformazione dell’uomo (1980), ha continuato a ricordare l’essenzialità della fase giovanile marxiana, individuando una frattura profonda nel pensiero dell’autore già nel 1837, quando, alla sola età di 19 anni, Marx scrive al padre una lettera intensa per spiegargli che avrebbe lasciato per sempre la via del diritto e seguito la sua amata strada della filosofia.

«Ci sono momenti della vita, che si piantano come regioni di confine davanti ad un tempo trascorso, ma al tempo stesso indicano con precisione una direzione nuova», scrive da Berlino il giovane studente, in piena crisi esistenziale. Marx infatti non dorme più, ha profondi stati di ansia, perché da un lato non riesce a portare avanti i suoi studi di diritto, dall’altro sente che la tensione verso la filosofia lo allontana dall’arte della poesia, verso cui ha nutrito fino ad ora velleità di scrittore. Ma c’è di più: in quel 1837 la frattura con gli amici “giovani hegeliani” si è ormai consumata, così come col venerando Hegel, che gli appare come un filosofo astratto che mistifica la realtà dietro allo Spirito razionale. «Avevo letto dei brani della filosofia di Hegel, ma non trovavo alcuna attrattiva in questo barocco canto di sirene. Ancora una volta volli immergermi nel mare, ma con la ferma intenzione di trovare la natura spirituale altrettanto necessaria, concreta e solidamente fondata quanto la natura fisica, di non esercitare più l’arte della finzione, ma di portare la pura perla alla luce del sole».

Dobbiamo a Fagioli l’evidenziazione di questo passo da lui interpretato come il tentativo assolutamente straordinario e coraggioso del giovane filosofo di superare l’astrattismo idealista – che riduceva la realtà alla sola Idea – e la grettezza positivista – che parlava soltanto di fatti concreti e misurabili – attraverso una ricerca che fosse in grado di fare emergere «la perla delle perle», vale a dire una realtà «spirituale altrettanto necessaria, concreta e solidamente fondata quanto la natura fisica». Come a dire che il giovane autore aveva intuito, a soli 19 anni, che la realtà materiale senza realizzazione psichica non è niente.

Marx giunge a Berlino un anno prima della lettera, nel 1836, in un clima di grande fermento culturale che vede già affermata la divisione dei giovani discepoli hegeliani in destra e sinistra (Hegel era morto nel 1830). E Marx si colloca subito a sinistra frequentando i radicali berlinesi del Club dei dottori diventando amico di Bruno Bauer, contro cui poi scriverà la Sacra famiglia (1845). Nel 1841 Marx si laurea con una tesi su Democrito ed Epicuro elogiando una filosofia decisa a liberarsi delle paure degli dèi e delle superstizioni religiose, per un libero sviluppo dello spirito umano. In un articolo sulla Gazzetta di Colonia del 1842, Marx scrive: «…la filosofia tedesca, ha un’inclinazione alla solitudine, all’isolamento sistematico, all’imperturbata auto-contemplazione (…) Ma…la filosofia non abita fuori del mondo così come il cervello non sta fuori dell’uomo per il solo fatto che non sta nello stomaco».

È adesso che Marx incontra il pensiero di Feuerbach che gli restituisce concretezza attraverso uno studio dell’uomo «in carne e ossa» e attraverso la critica dell’alienazione religiosa. All’amore per Dio occorre sostituire l’amore per gli uomini. Il giovane filosofo non affonda le radici del proprio sistema nell’economia, ma nella politica per l’instaurazione di una democrazia assoluta. Dietro ha ancora Rousseau, Feuerbach e la Rivoluzione francese, ma ancora per poco. Ben presto infatti anche l’emancipazione politica gli appare inadeguata e nella Questione ebraica (1843) Marx mostra una scissione drammatica all’interno dell’uomo che si è emancipato soltanto politicamente: la scissione tra borghese e cittadino. La Rivoluzione francese infatti ha sancito l’uguaglianza formale fra gli uomini (come cittadini), ma questi continuano a essere ancora profondamente diseguali (come borghesi).

È con i Manoscritti economico-filosofici (1844) che Marx pretende di descrivere la vera liberazione dell’uomo: non più solo politica, ma economico-sociale. Gli uomini saranno davvero uguali quando verrà abbattuta la proprietà privata, il perno su cui si fonda il capitalismo e la distinzione tra operai e padroni. Nel 1845 Marx ha 27 anni, e quei suoi 19 anni, segnati dal tentativo di superare la Scilla e Cariddi di materialismo e idealismo e dall’influenza di Feuerbach, che gli aveva insegnato che prima di tutto l’uomo deve combattere l’alienazione religiosa, sono ormai alle spalle e lontanissimi. Per paura di cadere nelle braccia del nemico idealista, il Marx maturo perde di vista il pericolo positivista e idealizza la materia; la critica di Feuerbach gli appare adesso monca e unilaterale, in quanto non considera la capacità attiva dell’uomo con cui modifica il reale. «…I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta prima di mutarlo». Modificando il mondo e le strutture economiche, Marx pretende di modificare gli uomini.

È proprio nel 1845 (con L’ideologia tedesca) che la critica, infatti, chiude la fase giovanile marxiana. Egli ha perso definitivamente quello slancio che lo faceva tuffare nel mare «alla ricerca della perla delle perle». L’uguaglianza diventa così l’uguaglianza della soddisfazione dei bisogni materiali e la rivoluzione coincide con la mera trasformazione della struttura economica. Oggi, nel 2018, possiamo dire che la lotta alle disuguaglianze combattuta soltanto sul piano materiale ha perso sia sul versante comunista che su quello liberista: le disuguaglianze fra gli esseri umani sono ancora enormi e pochissimi detengono la maggior parte delle ricchezze mondiali. Ma, proprio perché le due grandi alternative nella storia hanno fallito, è divenuta necessaria una nuova concezione dell’uomo che non lo riduca né a puro spirito né a mero robot, ma lo veda come unione di corpo e psiche, perché le vere trasformazioni si fanno con la realtà psichica degli uomini rendendoli liberi dall’alienazione religiosa e dalla sudditanza alle idee false sulla realtà umana.

Ripartiamo dai 19 anni di Marx e da quell’intuizione geniale perché, se il comunismo marxista è fallito, resta ancora oltremodo necessaria una forza culturale e politica che risponda alle esigenze di cambiamento e di emancipazione degli esseri umani.

L’articolo di Elisabetta Amalfitano è stato pubblicato su Left n. 13, del 30 marzo 2018


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La Libia siamo noi

Una foto pubblicata da Sea Watch che mostra i migranti salire da soli sulla nave della Guardia Costiera Libica, praticamente salita sopra al gommone

«La circostanza che la Libia non abbia definitivamente dichiarato la sua zona Sar non implica automaticamente che le loro navi non possano partecipare ai soccorsi, soprattutto nel momento in cui il coordinamento è sostanzialmente affidato alle forze della Marina militare italiana, con propri mezzi navali e con quelli forniti ai libici»: sono le parole (messe nero su bianco) da Nunzio Sarpietro, giudice di Catania, nel decreto di convalida del sequestro della nave di Open arms. Dice, fuori dal lessico giudiziario, che è l’Italia a coordinare e decidere ciò che avviene in quelle acque, è l’Italia che ricaccia indietro i disperati in fuga, è l’Italia che si occupa, travestita da guardia costiera libica, dei respingimenti in aperta violazione di tutti i trattati internazionali di cui si fregia.

La vera notizia, quindi, non dovrebbe essere l’ennesima inchiesta già mezza sbriciolata del pm Zuccaro ma piuttosto il fatto che l’Italia, con tutto il suo finto carico di contrizione istituzionale, debba raccontarci ben altro. Scrive il giudice: «Si è creato un polverone intorno all’ong spagnola Open arms ma in pochi stanno ponendo attenzione su ciò che dicono realmente gli elementi di indagine. All’interno della ricostruzione dei fatti il giudice riconosce, per esempio, che l’ong ha ricevuto minacce esplicite anche con armi e che la situazione in Libia è quella che conosciamo, ma si spinge ad effettuare osservazioni che ritengo non condivisibili sul piano giuridico. L’interpretazione delle norme vigenti sul favoreggiamento (art. 12 d. lgs. n. 286/1998) mi sembra infatti discutibile alla luce della riserva di legge assoluta in materia di misure restrittive della libertà personale (art. 13 Cost.) e soprattutto della riserva di legge in materia di stranieri e di diritto di asilo (art. 10, commi 2 e 3 Cost.). Inoltre si dice che Open arms, come le altre ong, non può decidere a propria discrezione dove portare le persone, perché questa decisone fa parte di accordi tra gli Stati, con un ragionamento che sembra dimenticare che la materia non è e non deve essere soggetta alla discrezionalità degli Stati ma solo alle normative internazionali sul soccorso in mare e alle normative sulla protezione dei rifugiati e sul divieto di tortura. Inoltre si parla del Codice di condotta come di una sorta di norma regolamentare auto accettata, quando nella realtà esso non è una fonte secondaria. La ricostruzione infine non si sofferma, invece, su quanto prevedono la convenzione di Ginevra, le leggi internazionali che regolano il soccorso in mare (che l’associazione umanitaria è tenuta a rispettare) e sulle ragioni per cui non era possibile individuare nella Libia un luogo sicuro».

In pratica, la Libia brutta sporca e cattiva, che Minniti e compagnia hanno provato a farci credere che fosse rieducata e ammorbidita dal nostro bravo governo, in realtà siamo noi. E non siamo colpevoli del silenzio su ciò che accade, ma evidentemente siamo la causa degli accadimenti. Del resto è un vecchio trucco che funziona sempre quello del poliziotto buono e del poliziotto cattivo che convergono sullo stesso risultato finale.

Buon venerdì.

 

Palestina, la “Grande marcia del ritorno” inizia nel sangue: cinque morti a Gaza

Palestinians take part in a tent city protest near the border with Israel east of Jabalia in the northern Gaza strip on March 30, 2018 to commemorate Land Day. Land Day marks the killing of six Arab Israelis during 1976 demonstrations against Israeli confiscations of Arab land. / AFP PHOTO / Mohammed ABED (Photo credit should read MOHAMMED ABED/AFP/Getty Images)

È Yom al Ard.  Il “Giorno della terra”, la “Grande marcia del ritorno” che si tinge però di rosso. Sale a 5 infatti il bilancio dei manifestanti palestinesi morti negli scontri con l’esercito israeliano lungo il confine, mentre i feriti sono oltre 300. Secondo una nota dell’Ansa lo ha detto il ministero della sanità di Gaza, citato dall’agenzia palestinese Maan. Una tra le ultime vittime era stata ferita questa mattina nei primi scontri ed è deceduta in ospedale. L’esercito israeliano ha calcolato in circa 17mila i manifestanti che “stanno lanciando bombe incendiare e sassi”.

Ogni 30 marzo in Palestina scocca il mese del diritto al ritorno. Sui calendari palestinesi – in West Bank, Gaza, su quelli degli arabi in Israele – la data è cerchiata di rosso. Le proteste termineranno solo tra sei settimane. Migliaia di persone sono al confine israeliano con le loro tende, tra loro donne e bambini. Dall’altro lato della recinzione, cento cecchini dell’esercito israeliano, schierati con il cordone di sicurezza dei militari.

Era il 30 marzo 1976. Israele ordinò la confisca della terra che apparteneva ai cittadini palestinesi: duemila ettari di terreni vennero requisiti e ribellioni divamparono da Deir Hanna a Arrabeh, Galilea; sei arabi furono uccisi dalle forze di sicurezza, a decine rimasero feriti.

Palestina, don’t go. Non avvicinarti. Gli israeliani le chiamano “no-go zone”, sono i punti sensibili adiacenti al border conteso. Gadi Eizenkot, capo di Stato maggiore dell’esercito israeliano, aveva detto che i militari «non permetteranno infiltrazioni di massa, o saranno tollerati i danneggiamenti della barriera al confine. Se ci sono vite a rischio, i soldati hanno il permesso di aprire il fuoco».

Il ministro della difesa Avigdor Lieberman, sempre secondo l’Ansa, ha avvisato in arabo, sul suo profilo Twitter, che «ogni palestinese che da Gaza si avvicina alla barriera di sicurezza con Israele metterà la propria vita a rischio». L’avviso si riferisce alla situazione di tensione in corso alla frontiera con Gaza.

Nei giorni precedenti alla Grande marcia era scattato l’allarme tra le organizzazioni che tutelano i diritti umani. Amnesty International ha fatto appello alla polizia e alle istituzioni: «le autorità dovrebbero astenersi dall’usare forza letale contro i manifestanti. I report dell’esercito israeliano che minacciano di aprire il fuoco contro chiunque provi a varcare il confine sono incredibilmente allarmanti. Per la legge internazionale le armi da fuoco possono essere usate solo per proteggersi da minaccia imminente di morte» ha detto Philip Luther, divisione Amnesty Medio Oriente e Nord Africa. «L’esercito può ricorrere alla forza solo per scopi legittimi, la forza letale non può essere usata contro manifestanti pacifici».

Dal 30 marzo al 15 maggio. Sono già pianificate le manifestazioni di piazza del prossimo 14 maggio, quando verrà inaugurata la nuova ambasciata Usa nella città divisa, Gerusalemme. L’apertura della sede diplomatica coinciderà con il 70esimo anniversario della fondazione dello Stato d’Israele, avvenuta il 14 maggio 1948. Il giorno dopo, terminerà la primavera della battaglia palestinese.  Il 15 maggio infatti è il “Giorno della Catastrofe”, della Naqba, dichiarato dai palestinesi dopo la grande cacciata, quando in 700mila furono espulsi per sempre da case, villaggi, città. Era lo stesso anno: 1948, stessa terra contesa oggi, 2018.