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Il silenzio assordante sul massacro dei curdi

DEREK, SYRIA - NOVEMBER 13: Yazidi refugees celebrate news of the liberation of her homeland of Sinjar from ISIL extremists, while at a refugee camp on November 13, 2015 in Derek, Rojava, Syria. Kurdish Peshmerga forces in Iraq say they have retaken Sinjar, with the help of airstrikes from U.S. led coalition warplanes. The Islamic State captured Sinjar in August 2014, killing many and sexually enslaving thousands of Yazidi women. (Photo by John Moore/Getty Images)

Fin dove arriva l’estensione dell’impunità? Fin dove ci si può spingere nel massacro e nel disprezzo del diritto? Fin dove si può farlo nella più totale indifferenza della comunità internazionale e dei media? Erdogan ci sta mostrando sul campo che questi confini sono assai estensibili. Quella porzione di Medio Oriente che dopo la dissoluzione dell’Impero ottomano prese il nome di Siria, e che adesso si è dissolta a sua volta, è il luogo ideale per riplasmare i confini di ciò che è lecito. Ed è lecito tutto ciò che si può fare, come nello stato di natura di Hobbes e Spinoza. In quello stato di natura non esiste alcuno Stato civile: l’assoluta libertà di massacro di Erdogan, allora, ci mostra che non è collassata solo la sovranità statale siriana, ma pure qualsiasi simulacro di comunità internazionale. Erdogan ha di fatto invaso la Siria, e tutto accade come nulla fosse: perché, dal punto di vista di una comunità internazionale, che non esiste in quanto comunità normata da un diritto, nulla è, in effetti. Erdogan massacra i curdi, tanto combattenti quanto civili, e, ancora, nulla è. I curdi del resto sono da cent’anni l’assoluto rimosso del Medio Oriente, vittima silenziosa delle strategie delle sovranità statali.

Negli ultimi quindici anni i curdi hanno provato a mettere in discussione il principio della sovranità dello Stato-nazione, attraverso la teoria del confederalismo democratico: e così adesso, quel Leviatano si abbatte su di loro, in forma di vendetta, lacerando ancora le carni di quel popolo ribelle. Mentre il sacrificio si compie, il mondo resta ammutolito. Ma non perché sgomento dalla terribile entità di quel massacro. Piuttosto, perché nulla sa, e, se sa qualcosa, preferisce non farne parola. Così appaiono del tutto naturali le immagini di Erdogan in visita in Italia senza che nessuno dei nostri governanti abbia osato far cenno dei suoi crimini. Un’infamia inemendabile. E allora, sia gratitudine a chi è penetrato nei cancelli della fabbrica Agusta, il luogo primo della nostra complicità nel massacro in corso. È con i nostri elicotteri Agusta Westland che il massacro viene compiuto. Le pale degli elicotteri fanno un rumore tale, e le bombe sganciate, che il silenzio dei media e dei governanti si fa sempre più assordante.

Fanno bene al cuore le immagini della partecipazione alle manifestazioni per Afrin, certo: ma è sempre troppo poco quel che possiamo fare, perché il silenzio del discorso pubblico ci sopravanza. Ciò, ovviamente, non ci esime dal continuare a fare. Bisogna ricordare, senza posa, a fronte dell’obsolescenza programmata del discorso pubblico, dove i morti scompaiono dalla scena più velocemente di una qualsiasi canzone pop, di qualsiasi tormentone estivo, come si getta un bene di consumo qualsiasi nell’immondizia. Ricordiamo, invece. Ricordiamoci di Alan Kurdi, quel bambino curdo finito morto riverso sulla spiaggia, che il mondo ha guardato in faccia per un istante, commuovendosi come sempre per interposta persona, per poi assistere il giorno dopo a un nuovo spettacolo che cancella quello del giorno precedente. Ricordiamolo, che migliaia di piccoli Alan Kurdi sono uccisi, o costretti a un esodo immane, dalle nostre bombe. E ricordiamo che Erdogan sta provando a uccidere la speranza più luminosa di un Medio Oriente da troppo tempo disperato, la speranza costruita giorno dopo giorno da un movimento curdo che tenta di ridare forma e contenuti e pratiche nuovi a una parola da noi usurata e consunta e abusata: democrazia. Ricordiamolo, che è perché i curdi del Rojava sperimentano una democrazia radicale, che sono massacrati.

L’editoriale di Marco Rovelli è tratto da Left in edicola


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Nessuno disturbi il Sultano

TOPSHOT - Turkish President Recep Tayyip Erdogan (C) waves to supporters on November 6, 2017 during the launch of a project to built a new opera house in Istanbul. The 2,500 seat opera house would be built on the site of the Ataturk Cultural Centre (AKM) which has been unused for over a decade and whose impending demolition has worried some architects. / AFP PHOTO / OZAN KOSE (Photo credit should read OZAN KOSE/AFP/Getty Images)

Abbiamo raggiunto il pieno controllo della regione di Afrin. Continuiamo le operazioni per scovare mine ed esplosivi. L’obiettivo è permettere alla popolazione locale di tornare a casa». È di poche parole la fonte militare che domenica 25 marzo ha annunciato alla stampa il raggiungimento del primo obiettivo dell’offensiva turca “Ramo d’ulivo”, iniziata lo scorso 20 gennaio. La conquista del cantone di Afrin, nel nord della Siria, è infatti solo la prima tappa di un disegno ben più ampio da parte della Turchia. Il “sultano” Erdogan non ne fa alcun tipo di mistero: a Trebisonda, sul mar Nero, ha annunciato alcuni giorni fa che «a breve» le sue forze armate riprenderanno possesso della cittadina curdo-siriana di Tel Rifaat. Il pretesto ufficiale è sempre lo stesso: la Turchia combatterà i «terroristi» (leggi “i curdi del Rojava e del Pkk”) sia «in casa che all’estero». «Entreremo anche a Sinjar» (in Iraq, nda), ha poi aggiunto, tranquillizzando però subito Baghdad: «Non siamo uno Stato occupante». Ma prima di spingersi così ad Est, bisogna risolvere la complicata partita a Manbij. I grattacapi per Ankara non sono pochi: a differenza della vicina Afrin, qui sono presenti oltre duemila militari Usa alleati dei curdi.

L’amministrazione Trump, finora complice spettatrice dell’offensiva turca, si trova di fronte ad un complicato dilemma: mettersi contro il partner della Nato impedendogli di avanzare o, tradire nuovamente i curdi, gli alleati di comodo per combattere boots on the ground lo pseudo califfato dell’Isis? Qualunque sia la risposta, a battere cassa è la Russia. Putin sa bene che un’opposizione statunitense all’avanzata turca spingerebbe Ankara sempre di più nelle sue mani. Ma, d’altro canto, se Trump restasse indifferente al destino del Rojava, gli Usa uscirebbero definitivamente di scena dalla questione siriana perché l’attore curdo è stato fondamentale nei successi sul terreno della coalizione internazionale anti-Is. Erdogan alza la voce, ma sa bene che la sua presenza in Siria dipende dal patto segreto firmato con Mosca. Il Cremlino, nei fatti, ha dato luce verde ai turchi per “Ramo d’ulivo” e non ha mostrato alcuna opposizione alla volontà di Ankara di porre fine all’amministrazione curda nel Rojava e di creare al suo posto una «safe zone» lungo il confine in cui sistemare gran parte dei rifugiati siriani presenti in Turchia (circa 3,5 milioni). Per i russi, l’ok dato a Erdogan sarebbe una punizione per l’alleanza dei curdi siriani del Pyd con gli Stati Uniti in chiave anti-Is. «Il sostegno russo alla Turchia – ha scritto David Barchard su Middle East eye – può essere anche sufficiente per smantellare l’alleanza militare che lega da sette decenni gli statunitensi con i turchi e creare al suo posto una partnership strategica turco-russa. Ciò rappresenterebbe una grande perdita per l’Occidente e un premio per Mosca». Il ruolo giocato dalla Russia su Afrin è dimostrato anche dall’atteggiamento del…

L’inchiesta di Roberto Prinzi prosegue su Left in edicola


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La Francia rivive l’incubo dell’antisemitismo

Un momento della Marcia bianca di Parigi contro l'antisemitismo per l'assassinio di Mireille Knoll, 28 marzo 2018. ANSA/PAOLO LEVI

Per Mirelle Knoll, ad memoriam, la Francia ha marciato da Marsiglia a Lione. A Parigi. Da Place de la Nation, ad est della capitale, fino all’edificio del suo appartamento, i francesi hanno sfilato per le strade solo con tre cose: il loro tricolore, le foto di Mirelle, il silenzio. La donna che viveva nell’11esimo arrondissement  aveva 85 anni, capelli bianchi e ricordi dell’Olocausto a cui era sopravvissuta. Da bambina nel 1942 era riuscita ad evadere dal Vel d’Hiv, evitare il rastrellamento del Velodromo d’inverno, da cui 13mila ebrei francesi furono deportati nei campi nazisti per lo sterminio. Il giorno dopo la marcia la nazione si interroga.

Dal 2000 sono stati 11 gli omicidi a sfondo antisemita in Francia. «Siamo scioccati e preoccupati», Marc Knobel, dell’organizzazione Crif, studi ebraici, ricorda al suo Paese che la comunità ebraica francese affronta la violenza da molto tempo, tutti i giorni. Knobel e molti ebrei francesi erano abituati però agli attacchi commessi verso i ragazzi che vanno a scuola, o alle sinagoghe. «Ora sono le persone anziane ad essere uccise, un fatto che ha prodotto un senso di paura e insicurezza nella comunità, le persone sono più spaventate che arrabbiate. Certo non viviamo ai tempi dei pogrom, molti conducono una buona vita qui». Ma la violenza è quotidiana per la comunità ebraica più vasta d’Europa, più di mezzo milione di persone da Nord a Sud della Francia, e «non puoi proteggere tutti o mettere un poliziotto dietro ogni porta».

Secondo gli ultimi dati, la violenza antisemita è cresciuta del 26 per cento nell’ultimo anno in Francia, il danneggiamento di luoghi ebraici del 22 per cento. L’antisemitismo in Francia «rimane, si trasforma, riappare, muta», ha detto il primo ministro Edouard Philippe.

Mirelle è stata uccisa in casa sua, dove ora sono state accese candele, posti dei fiori, dei fogli sui cui è scritto “je suis juif, je suis Mirelle”. Due uomini sono stati fermati come sospetti colpevoli del suo assassinio, hanno 20 anni e ora accuse di omicidio con motivo antisemita da affrontare. L’anziana è stata accoltellata undici volte, poi bruciata. Motivo, secondo la polizia e le autorità francesi: odio razziale. Per la sua famiglia, per i suoi amici non è un crimine commesso contro un membro della comunità ebraica, ma contro la comunità per intero.

Un anno fa, aprile 2017, Sarah Halimi, una donna ebrea di 65 anni, è stata picchiata e gettata dalla finestra di casa sua. Ancora prima, nel 2012, tre bambini e un insegnante erano stati uccisi in una scuola ebraica al centro della città di Tolosa. Le cose sono cambiate anni dopo. Dopo l’attacco al negozio kosher nel 2015, due giorni dopo la strage nella redazione di Charlie Hebdo, una cifra record, 7900 ebrei, hanno cominciato ad emigrare in massa verso Israele. L’esodo oggi si è fermato, ma la paura no.

Questi sono i giorni dei cortei funebri a Parigi. Dopo il lutto per  Arnaud Beltrame, l’ultimo eroe di Francia, il gendarme volontario nell’attacco jihadista, c’è quello di Mirelle. Daniel, suo figlio, alla fine della marcia ha detto: «la Francia non è antisemita, ma ci sono degli antisemiti, la fine di mia madre non deve capitare a nessuno: ebreo o musulmano, bianco o nero».

La politica vista dai “memers”, i creatori di tormentoni 2.0 che non risparmiano nessuno

Il fenomeno dei meme è vecchio quanto internet stesso, ma la diffusione dei social network li ha resi molto più popolari e li ha fatti uscire dalla cultura di nicchia degli appassionati del web entro cui erano relegati. Secondo la definizione di Treccani, un meme è un «singolo elemento di una cultura o di un sistema di comportamento, replicabile e trasmissibile per imitazione da un individuo a un altro». Nell’accezione con cui il termine viene usato su internet, un meme è un’immagine, un video, un qualunque contenuto multimediale, trasmesso da utente ad utente e che a volte richiede una conoscenza pregressa del sistema o evento a cui fa riferimento per essere apprezzato. Secondo il sito knowyourmeme.com, l’enciclopedia di questa forma espressiva 2.0, la qualità che rende un meme tale è che sia in grado di «auto-replicarsi», vale a dire che ogni utente deve poterlo facilmente rielaborare. Ad esempio, il video di un uomo a cavallo che salta un fossato non potrebbe mai diventare un meme, in quanto la sua replica richiederebbe una serie di mezzi e capacità che non tutti hanno. La cinnamon challenge, persone che si filmavano mentre cercavano di mangiare un intero cucchiaio di cannella in polvere, era un meme in quanto chiunque può riprendersi con un semplice cellulare e quindi chiunque può dare il suo contributo al fenomeno e diffonderlo. È comunque molto difficile definire con precisione cosa si intenda per meme su internet. Anche una semplice frase o un’espressione, possono diventare un meme. Il concetto italiano che più vi si avvicina è, probabilmente, quello di “tormentone”. Con la differenza però che, laddove il tormentone si ripete sempre uguale, il meme viene modificato nel passaggio da un utente ad un altro.

E siccome tutto è politica, anche i meme diventano politici. Andando di pari passo con la diffusione di Facebook, si sono moltiplicate le pagine che ironizzano sulla politica italiana. La più nota è sicuramente Socialisti gaudenti, con i suoi quasi 120mila like. Per capire la cultura di riferimento della pagina, basta guardare la foto di copertina: Craxi con in mano un negroni. Ma non bisogna pensare che sia una pagina di parte, l’ironia è trasversale e prende di mira tutti gli schieramenti politici. Ma c’è spazio anche per tutto quello che è nazionalpopolare, dal calcio a Sanremo, strizzando l’occhio anche al mondo della musica indie: non mancano citazioni de I cani, Thegiornalisti, Cosmo e compagnia cantante.

Altra pagina ben nota è Logo comune, che non si limita a creare e diffondere immagini divertenti. Il marchio di fabbrica della pagina sono le storie: “Logo comune” crea intere saghe con protagonisti i politici nostrani, opportunamente modificati. Spulciando tra le foto della pagina si può incontrare Deep Mayo che disquisice di Wittgenstein con Giovanni Floris, o Mad Theo Raenzee che propone l’alternanza meme-lavoro. Ma la storia che più di tutte ha fatto guadagnare popolarità alla pagina è sicuramente quella dell’improbabile storia d’amore tra Alessandro Di Battista e Maria Elena Boschi, opportunamente rinominati Deebosky.

Questa non è però l’unica pagina a creare realtà alternative. Dopo che lo scorso aprile Andrea Orlando ha rivelato di essere single è nata la pagina Il virile ministro Orlando. Nei meme di questa pagina l’ex ministro della Giustizia è sempre impegnato a sedurre colleghe di partito e non.

Ma internet, si sa, non fa sconti a nessuno, ed ecco che nasce Luigi Di Maio che facesse cose, pagina che come si può intuire ironizza sulle scarse capacità di coniugare congiuntivi del leader del M5s. Anche qui si sprecano i fotomontaggi, e Di Maio diventa Luigino Paoli sulla copertina di Sapore di Salirebbe.

Anche alcuni particolari momenti o eventi, come Berlusconi che restituisce cose, nata ovviamente per prendere in giro le promesse elettorali del capo di Fi. La più popolare e recente di questo genere è però sicuramente Aggiornamenti quotidiani sul reddito di cittadinanza, che va ben oltre il concetto di auto-replicabilità del meme per limitarsi a scrivere ogni giorno sulla propria bacheca «Anche oggi niente», e chissà se mai vedremo un post diverso.

Molte di queste pagine collaborano anche tra di loro ma c’è una causa in particolare che li unisce. Dopo aver dato tanto alla politica, ora le pagine di meme chiedono qualcosa indietro: il reddito per i memers, i creatori di meme

A riveder le stelle: Calderoli, La Russa, Taverna

Roberto Calderoli, fresco vicepresidente del Senato:

«Pacs e porcherie varie hanno come base l’arido sesso e queste assurde pretese di privilegi da parte dei culattoni». (da Corriere della Sera, 2006)

«Un paese civile non può fare votare dei bingo-bongo che fino a qualche anno fa stavano ancora sugli alberi». (da Matrix, 2006)

«Il cristiano che vota a sinistra si schiera dalla parte del peccato e del demonio». (da City, 22 marzo 2006)

«Sabina sarai la mia sposa. Giuro davanti al fuoco che mi purifica. Esso fonderà questo metallo come le nostre vite nuovamente generate». (Formula di matrimonio celtico. Corriere della Sera, 21 settembre 1998)

«Amo gli animali, orsi e lupi com’è noto, ma quando vedo le immagini della Kyenge non posso non pensare, anche se non dico che lo sia, alle sembianze di orango.» (citato in Calderoli insulta il ministro Kyenge, Corriere.it, 14 luglio 2013)

«Andremo a Bruxelles noi padani, porteremo un po’ di saggezza della croce a quel popolo di pedofili!». (citato in Calderoli, se questo è un ministro, L’Espresso, 22 giugno 2010)

Ignazio La Russa, fresco vicepresidente del Senato:

«Dovreste ringraziare Fini per aver definito il fascismo il male assoluto, perché adesso siamo liberi di dire a alta voce tutte le altre cose buone che è stato il fascismo.» (novembre 2003; citato in Alberto Piccinini, Lezioni di storia, il manifesto, 9 settembre 2008, p. 12)

«E comunque non lo leveremo il crocifisso, possono morire. Il crocifisso resterà in tutte le aule della scuola, in tutte le aule pubbliche. Possono morire, possono morire, loro e quei finti organismi internazionali che non contano nulla» (riferendosi alla sentenza della Corte europea dei diritti umani; dalla trasmissione televisiva La vita in diretta, RaiUno, 4 novembre 2009)

«Dicono che Berlusconi fa eleggere solo le donne belle. Non è vero, ci sono alcune elette non belle anche da noi, ma certo non raggiungono l’apice della sinistra, di donne di cui non faccio il nome.» (citato da Il Corriere, 7 maggio 2011)

«Sì. Sono fascista. Sono orgoglioso di essere fascista» (da Annozero, 16 dicembre 2010)

Paola Taverna, fresca vicepresidente del Senato:

«A lo sa che io quanno so’ arrivata qua me la so’ studiata tutta la Costituzione? Cioè, no, capito? Io me so’ voluta fa’ trovà preparata. E questi invece mo’ ce chiudeno er Senato…» (da Corriere della Sera, 21 gennaio 2016)

«Potrebbe essere in corso un complotto per far vincere il Movimento cinque stelle a Roma. Vogliono mettere noi 5 stelle, per poi togliere i fondi e farci fare brutta figura» (da Radio Campus, 16 febbraio 2016)

«A zozzoniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!» (Urlo in aula del Senato, 29 luglio 2015)

«Sono sempre stata presentata come quella che “viene dal Quarticciolo”, come se avessi addosso la lettera scarlatta. E cosa vuol dire? Perché, se Einstein veniva dal Quarticciolo non sarebbe stato capace di formulare la teoria della relatività?» (Convegno, 24 novembre 2017)

«C’è una sentenza che sostiene che il vaccino può causare l’autismo» (da Piazzapulita, 2015)

«Un bambino non vaccinato è un bambino sano» (Convegno su salute e vaccinazione pediatriche, 16 febbraio 2018)

«La nostra posizione è sempre la stessa e siamo a favore delle vaccinazioni. Non vogliamo però che si strumentalizzi un tema così importante». (intervista Huffington Post, 20 maggio 2017)

L’aiuto specifico ai migranti genera lotte tra poveri, serve un welfare universale (podcast). Intervista a Stefano Allievi

L'immagine postata dalla ong Proactiva Open Arms sul suo profilo Instagram in relazione allo sbarco di 91 migranti a Pozzallo, il 12 marzo 2018. Tra loro c'era anche un giovane di 22 anni, morto il giorno successivo per la malnutrizione che da mesi ha contribuito a peggiorare il suo gi‡ precario quadro clinico. +++ ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA +++

 

Nel 2018 si celebrano i 70 anni della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo con mostre, convegni, dibattiti e festival dei diritti umani, che toccheranno l’acme il 10 dicembre. Ma molti Paesi che hanno sottoscritto il testo approvato nel 1948 dall’assemblea generale delle Nazioni unite oggi sembrano non “ricordare”. O peggio ancora. Fin dalla rivoluzione francese, l’Europa si auto descrive come la culla di una cultura giuridica illuminata, ma nella prassi politica oggi si comporta in maniera opposta, negando ai migranti e ai profughi quegli stessi principi di cui si proclamata sostenitrice all’uscita dalla guerra. In questo quadro, emblematico è il caso Italia.

Non è bastata la legge Bossi Fini che ha chiuso ai migranti ogni canale legale di accesso al nostro Paese, lasciando solo uno stretto pertugio per i motivi umanitari. Ora il nostro Paese criminalizza le ong, sequestra le navi che soccorrono i naufraghi e promuove respingimenti collettivi (vietati dalla Convenzione europea dei diritti umani) facendo accordi con la guardia costiera libica che rinchiude i migranti in lager dove i diritti umani non esistono. Con il plauso di Bruxelles. Il sogno di una Europa unita è naufragato in una unione di mercati, dove le merci possono circolare liberamente ma non altrettanto le persone.

Di questo abbiamo parlato a Left on air il podcast di approfondimento del nostro settimanale – col professor Stefano Allievi, sociologo dell’università di Padova e autore di numerosi saggi sul tema dei migranti compreso l’ultimo uscito per Laterza: Immigrazione. Cambiare tutto.

Buon ascolto.

La cover story di Left n. 12 del 23 marzo si apre con un’intervista al sociologo Stefano Allievi di Federico Tulli


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Università, secondo Repubblica la crisi delle iscrizioni è finita. Ma non tornano i conti

Gli studenti impegnati nel test per l'ingresso a Medicina al campus universitario Luigi Einaudi di Torino, 5 settembre 2017. Gli aspiranti camici bianchi sono 66.907 (erano 62.695 nel 2016). Il test è unico. I posti disponibili a Medicina e Odontoiatria sono circa 10.000 (9.100 per Medicina e 908 per Odontoiatria). Nei prossimi giorni toccherà agli altri corsi di laurea. Domani, 6 settembre, è prevista la prova per Medicina Veterinaria mentre è fissata per giovedì 7 quella per le aspiranti matricole per i corsi di Architettura. Mercoledì 13 settembre sono previsti i test per le Professioni Sanitarie. A seguire, giovedì 14 e venerdì 15, le selezioni, rispettivamente, per i corsi per Medicina e Chirurgia in lingua inglese e per Scienze della Formazione Primaria. ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

In un articolo del 18 marzo, Repubblica ha festeggiato il ritorno delle nuove immatricolazioni all’università ai livelli pre-crisi del 2007/2008. Peccato che i dati non trovino riscontro nella realtà dei fatti, fa notare la redazione di ricercatori e docenti universitari di Roars. Sul sito vengono messi a confronto i dati presentati dal quotidiano fondato da Scalfari con quelli dell’Ans (Anagrafe nazionale studenti) e dell’Ufficio statistico del Miur. Stando a Roars, La Repubblica ha male interpretato i dati, confondendo le categorie in cui atenei, Ans e ufficio del Miur dividono i nuovi iscritti all’università.

I nuovi iscritti vengono infatti divisi in “iscritti al primo anno” e “immatricolati”. C’è una differenza fondamentale tra queste due categorie, e dalla confusione tra le due è nato l’equivoco dei numeri pubblicati da Repubblica. Gli “immatricolati” sono soltanto coloro i quali si iscrivono per la prima volta nella loro vita all’università. Per “iscritti al primo anno”, invece, si intendono sia gli immatricolati, sia chi è appunto iscritto al primo anno di un corso di laurea ma non è una matricola.

È “iscritto al primo anno” ma non “immatricolato” chi, per esempio, dopo aver iniziato un percorso di studi accademici, ha deciso di sospenderlo, per poi magari riprenderlo in un ateneo diverso, ripartendo dal primo anno di studi. Oppure ancora, è considerato “iscritto al primo anno” chi ha terminato una laurea triennale ed ha deciso di continuare gli studi iscrivendosi ad un corso di laurea magistrale. La differenza tra “immatricolati” e “iscritti al primo anno” è spiegata anche nel glossario sul sito dell’Ans.

Repubblica ha quindi scambiato l’insieme, ovviamente più grande, degli iscritti al primo anno con quello dei “semplici” immatricolati. In altri casi, invece, ha sommato le due cifre, finendo così con il contare due volte molti studenti.

Il grafico seguente riporta la differenza tra “iscritti al primo anno” e “immatricolati” di tutti gli atenei italiani, sia pubblici che privati, rilevati nell’anno accademico 2016/2017 dall’Ans. Come si vede chiaramente, gli iscritti al primo anno sono circa 200mila in più rispetto agli immatricolati.

Passiamo ora ai numeri riportati da Repubblica, che li ha ottenuti rivolgendosi direttamente a 59 università statali su 61 (per le altre due, il quotidiano ha ricevuto i dati dal Miur). Secondo l’articolo del quotidiano romano, i nuovi immatricolati quest’anno accademico sarebbero 321.652, in aumento di 11.804 unità rispetto allo scorso anno accademico. Un aumento di quasi il 4%.

Roars, insospettito dalla grandezza del numero presentato da Repubblica, ha quindi fatto un calcolo per confrontare il numero degli immatricolati di quest’anno con quelli dell’anno accademico scorso. Sui siti dell’Ans e dell’Ufficio statistico del Miur, si possono liberamente consultare tutti i dati degli iscritti all’anno accademico 2016/2017. Se per Repubblica gli immatricolati di quest’anno sono 321.652, e sono 11.804 in più rispetto all’anno scorso, allora basterebbe sottrarre 11.804 a 321.652 per ottenere il numero degli immatricolati nell’anno accademico 2016/2017, ossia 309.848 secondo la stima di Repubblica. Ed ecco che i conti non tornano.

Come si vede dalla tabella riportata da Roars, il numero di immatricolati presentato da Repubblica nei soli 61 atenei pubblici, nell’anno accademico 2016/2017, è di ben 47mila unità superiore a quello dell’Ans. Non solo, il numero degli immatricolati negli atenei pubblici secondo Repubblica sarebbe addirittura superiore a quello rilevato dall’Ufficio di statistica del Miur, che però tiene conto di tutte le università italiane, pubbliche e private.

L’errore del quotidiano diventa ancora più evidente se si vanno a prendere in considerazione i dati delle singole università: secondo Repubblica l’università di Ferrara avrebbe visto crescere i propri immatricolati di ben il 92,6% durante quest’anno accademico, un aumento spropositato per qualunque ateneo. Ulteriore prova dell’equivoco di Repubblica è il dato dell’università di Trento, sul cui sito si può trovare il numero degli iscritti al primo anno e degli immatricolati nell’anno in corso. Per Repubblica i nuovi immatricolati all’università di Trento sono 3.246, ma basta andare sul sito dell’università in questione per vedere che quello è il numero degli iscritti al primo anno, invece che dei nuovi immatricolati.

L’articolo di Roars fa anche notare come non sia la prima volta che Repubblica commetta degli errori nell’affrontare il tema dell’università italiana. Già nel 2011, il quotidiano aveva pubblicato un articolo in cui sosteneva che il numero di pubblicazioni scientifiche da parte di ricercatori italiani fosse crollato di ben 12mila unità. Anche questo numero si è rivelato falso.

Nel 2012 invece, su Repubblica è comparso un articolo che celebrava La Sapienza di Roma come la prima università italiana, secondo una studio pubblicato dalla Classifica accademia delle università mondiali (Arwu). Purtroppo il giornalista di Repubblica non si è accorto che la posizione della classifica che lui citava, elencasse gli atenei in ordine alfabetico, e non per qualità dell’insegnamento.

Reddito d’inclusione, 900mila poveri hanno ricevuto 300 euro al mese nel 2018

Una senzatetto dorme sulla panchina sotto una pensilina degli autobus a Napoli, 13 novembre 2013. ANSA / CIRO FUSCO

Nel 2018, quasi 900mila persone hanno usufruito dei circa 300 euro previsti dal Reddito d’inclusione. Di queste persone, 7 su 10 risiedono al sud. È quanto si legge nel rapporto dell’Osservatorio statistico sul reddito di inclusione, presentato dall’Inps e dal ministero del Lavoro.

Sono in 316.693 le persone, divise in 110mila famiglie, ad aver beneficiato del Rei, per un contributo medio di 297 euro a nucleo. Altre 47.868 persone (119mila famiglie) hanno ricevuto il Sia (Sostegno di inclusione attiva), in media 244 euro a famiglia.

In totale le misure erogate hanno raggiunto la metà dei potenziali beneficiari. Secondo il presidente dell’Inps, Tito Boeri da luglio in poi gli aiuti contro la povertà saranno ricevuti da 2 milioni e mezzo di persone divise in 700mila famiglie. Vale a dire circa la metà delle persone in difficoltà che in Italia sono 4,7 milioni (1,6 milioni di famiglie).

Elezioni in Egitto, il plebiscito annunciato per Al Sisi svela le paure profonde del Paese

epa06631579 A man holds a child on his shoulders while walking underneath electoral posters for President Abdel Fattah al-Sisi during day two of the Egyptian presidential election in Cairo, Egypt, 27 March 2018. Voting in the presidential election will take place over a three-day period, from 26 March to 28 March. EPA/MOHAMED HOSSAM

«Delle nuove elezioni Potemkin per il popolo egiziano». Paragonando l’imperatrice russa Caterina al presidente egiziano Abel Fattah al Sisi, Robert Fisk, storico corrispondente britannico dell’Indipendent, ha definito così il Cairo al voto in queste ore: sessanta milioni di potenziali elettori dall’Alto al Basso Egitto, urne aperte due giorni fino al 28 marzo, un plebiscito annunciato all’orizzonte, che verrà formalmente riconosciuto il prossimo due aprile.

«In un paese che si è abituato alle elezioni finte, a finti giornali, parlamenti finti» il presidente verrà riconfermato da una larga maggioranza. Con oltre il 96 per cento dei voti ottenuti alle ultime elezioni del 2014, quattro anni dopo, il presidente, «la cui faccia una volta finiva su torte e cioccolatini in segno d’affetto», vincerà con una totale, prevedibile maggioranza. Lealtà elettorale al presidente, per ottenere in cambio protezione dagli attacchi islamisti, arriverà anche da parte di quei dieci milioni di copti che vivono nel paese.

«Ai cristiani d’Egitto, come quelli d’Iraq e Siria, è riservato un posto speciale nei regimi del Medio Oriente. Sono una minoranza e le minoranze hanno sempre bisogno di protezione. E chi può fornirgliela meglio degli autocrati che li governano?». Nel 2016 sono stati cento i copti uccisi negli attacchi jihadisti, dalla penisola del Sinai fino alle chiese nella capitale. Non importa quanto «i cristiani vogliano vivere in una società secolare, di dignità e giustizia: devono fare affidamento su un oppressore contro i musulmani per salvaguardarsi. I copti voteranno fedeli ad un uomo la cui polizia segreta domina la vita politica d’Egitto, i cristiani sono parte integrante del regime di Al Sisi, sfortunatamente è quello che sono diventati», scrive Fisk.

Nelle celle delle prigioni e degli apparati di sicurezza del Cairo rimangono oppositori, blogger, studenti, giornalisti, attivisti. Secondo Human rights watch, su 106mila persone recluse nelle carceri egiziane, almeno 60mila sono prigionieri politici. Nelle strade della capitale non è rimasto nessuno. Alcun fantasma può sfidare il caudillo, se non l’apatia: il vero nemico di queste elezioni è l’astensione. Chi voterà, non chi vincerà. Neutralizzati islamisti e rivoluzionari, altri eventuali potenziali sfidanti, il sociologo egiziano Said Sadek ha detto a Le Monde ciò a cui il regime mira davvero con l’apertura delle urne: «Vuole una forte partecipazione per affermare la sua legittimità all’estero, la sfida è quella di convincere gli indecisi, il popolo lo ha eletto sull’onda della paura quattro anni fa, lo hanno visto come un salvatore dai Fratelli musulmani, oggi c’è stabilità e gli egiziani non si sentono in dovere di andarlo a votare».

Il papa copto Tawadros II non ha ufficialmente supportato il presidente, la Chiesa non ha espresso una posizione ufficiale in merito al voto, ma Boulos Halim, portavoce dell’istituzione religiosa, ha detto: «Non abbiamo chiesto alle persone di votare una particolare persona, ma solo di votare». Uno contro uno: sempre se stesso. Al Sisi non ha rivali, se non un unico sfidante: si chiama Moussa Mostafa Moussa, partito Ghad, lo conoscono in pochi ed è un sostenitore di quello che dovrebbe invece essere il suo avversario politico, il generale.

Il 28 marzo, oltre 133mila seggi in Egitto chiuderanno col buio. Calerà anche a piazza Tahrir, culla di tutte le primavere arabe, ormai silenziosa, dove un manifesto elettorale con la faccia del presidente è tutto quel che rimane oggi, marzo 2018, dopo la rivoluzione del 2011.

Tutti così zitti che tocca dare ragione a Salvini

A picture of Carlos Puidgemont is fixed in front of the entrance building of a prison in Neumuenster, northern Germany, Tuesday, March 27, 2018 where Carles Puigdemont, the fugitive ex-leader of Catalonia and ardent separatist, is believed to be held after he was arrested Sunday by German police on an international warrant as he tried to enter the country from Denmark. (Frank Molter/dpa via AP)

«L’indipendenza della Catalogna è probabilmente una cattiva idea, certamente va contro gli interessi della più ampia nazione spagnola e molto probabilmente contro gli interessi della stessa regione. … Madrid deve iniziare a parlare con i suoi avversari e smettere di cercare di incarcerarli.» A scriverlo è Jean Paul Goujon sul Times, non proprio un pericoloso quotidiano progressista.

C’è l’ex presidente arrestato per «ribellione, sedizione e malversazione per l’organizzazione del referendum sull’indipendenza della Catalogna» (che scritto così sembra un reato da cartone animato); vi è il mandato d’arresto europeo per Meritxell Serrat, Toni Comín e Lluís Puig e Clara Ponsatí; ci sono decine di arresti; c’è la repressione e soprattutto, manca la politica.

Ma sulla questione catalana (ma va?) continua a pesare anche il silenzio dell’Europa che sembra avere definitivamente deciso di disinteressarsene. «Se permettessimo alla Catalogna di separarsi – e comunque non sono affari nostri – altri faranno lo stesso. Non voglio che succeda. Non mi piacerebbe che tra 15 anni avessimo un’Unione europea con 98 stati», aveva dichiarato già lo scorso ottobre Jean-Claude Juncker. E quindi a posto così.

Per farla breve: il premiere spagnolo Rajoy è riuscito a infiammare il movimento indipendentista catalano (pacifico, popolare e con una grande capacità di mobilitazione) preferendo la repressione giudiziaria alla soluzione politica. L’Europa tace. L’Italia tace. E tutto intorno c’è tanto silenzio e tanto immobilismo che addirittura risultano sensate le parole di Salvini che chiede il dialogo piuttosto che le manette. Tutti talmente pavidi che alla fine tocca dare ragione a Salvini.

Buon mercoledì.