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Caso Skripal, dopo l’espulsione dei diplomatici russi Mosca annuncia reazioni dure

epa06615462 Russian diplomats and family members leave from the Russian Embassy in central London, Britain, 20 March 2018. British Prime Minister Theresa May ordered the expulsion of 23 Russian diplomats in retaliation for the poisoning of the former Russian spy Sergei Skripal aged 66 and his daughter Yulia, aged 33 were found suffering from extreme exposure to a rare nerve agent in Salisbury southern England,on 04 March 2018. Skripal and his daughter Yulia remain in a 'very serious' condition. EPA/ANDY RAIN

È la più grande azione contro l’intelligence straniera dai giorni della cortina di ferro, ma le relazioni sono peggiori di quelle dell’epoca dei blocchi. Quello che accade, secondo Ivan I. Kurilla, storico esperto delle relazioni Usa-Russia dell’Università di Pietroburgo, intervistato dal New York Times, questa non è la nuova Guerra Fredda: è molto peggio. Perché dopo la più grande espulsione diplomatica della storia, come l’ha definita la premier Theresa May, ha risposto il Cremlino: la Russia non si lascerà “piegare”. Le ritorsioni contro l’America e l’Europa sono state promesse. Il deputato del ministero degli Esteri Serghei Rjabkov ha detto che le contromisure saranno durissime, l’ambasciatore russo alle Nazioni unite Vassily Nebenzia ha definito la mossa occidentale «sfortunata, poco amichevole». Aleksej Chepa, a capo della commissione affari esteri della Duma di Stato, ha detto che Mosca espellerà i diplomatici dei Paesi che hanno partecipato all’azione congiunta con la Gran Bretagna.

Con una risposta coordinata dal Mediterraneo all’Atlantico, il fronte è unito contro la Russia. Dal Canada all’Australia, dall’Albania all’Ucraina, fino alla Norvegia. E la mappa continua ad allargarsi. Più di cento diplomatici russi da 21 Paesi, di cui 16 europei, sono stati obbligati a tornare a Mosca. L’Italia ha deciso l’espulsione di due diplomatici. La Farnesina ha fatto sapere in una nota che «a seguito delle conclusioni adottate dal Consiglio Europeo del 22 e 23 marzo scorso, in segno di solidarietà con il Regno Unito e in coordinamento con partner europei e alleati Nato, il ministero degli Affari esteri e della Cooperazione Internazionale ha notificato la decisione di espellere dal territorio italiano entro una settimana due funzionari dell’ambasciata della Federazione russa a Roma accreditati in lista diplomatica».

Dasvidania zapad, addio Occidente. L’effetto domino nella guerra delle spie e delle ambasciate non lascia scie di sangue, ma di veleno sì. Dalle Nazioni Unite a New York se ne andranno in dodici, il consolato russo a Seattle è stato chiuso. Il gas nervino usato a Salisbury ha provocato l’avvelenamento dell’ex colonnello della Gru (il servizio segreto militare russo) Serghej Skripal e della figlia, ma anche coesione europea, solidarietà atlantica.

Espellere i diplomatici russi, “personale di intelligence non dichiarato”. Obiettivo di Londra era «smantellare la rete delle spie di Putin in Europa». Quando la May lo ha chiesto, Francia, Polonia, Estonia, Lituania, Lettonia hanno subito detto yes. Altre decine di nazioni si sono unite al coro di sì negli ultimi due giorni e hanno ripetuto il famoso “highly likely” della premier britannica compreso Donald Tusk: per il Consiglio europeo che ci sia la mano di Mosca dietro il caso Skripal è «altamente probabile», «non c’è altra spiegazione possibile».

Gli indici dei leader dell’Ue sono tutti puntati contro il Cremlino. La linea è dura ed è della Merkel. Ma è su proposta del premier Viktor Orban che anche il capo della delegazione dell’Ue in Russia è stato richiamato per consultazioni. Nel fuoco incrociato delle contromisure i primi a sparare verso Est sono i fratelli del vecchio blocco sovietico, una nuova cortina di ferro, un fronte unico ed inossidabile contro il Mosca. La Polonia è pronta a imporre sanzioni contro la Russia «anche da sola». La questione è più sensibile per il premier della Repubblica Ceca Andrej Babis e per Praga, che per Varsavia o i Paesi Baltici: la Repubblica Ceca è stata nominata dal Mid, ministero degli Esteri russo, come la fonte più probabile del novichok, il veleno usato per l’avvelenamento di Skripal.

Dokozatelstvo, prove del coinvolgimento russo, non ce ne sono e tutto questo «è una mera provokazia, vogliono rendere la crisi più profonda possibile» ha detto il ministro degli Esteri Serghey Lavrov. E «ci dispiace che nel farlo, usino la dicitura hightly likely», ha detto il portavoce del presidente Dimitry Peskov. Altamente probabile, vesma verojatno in russo. Ormai un modo di dire, uno scherzo, il nuovo ritornello di Mosca. «Se fosse stata davvero usata una sostanza velenosa militare, sarebbero già morti, la Russia quelle sostanze le ha distrutte, tutto questo è chuzh, bred, una corbelleria, un delirio», ha detto Putin, poi «farlo sarebbe stato da stupidi, alla vigilia delle elezioni, prima dei mondiali di calcio», quelli che Boris Johnson, ministro degli Esteri britannico, qualche giorno fa ha paragonato alle Olimpiadi di Hitler del 1936.

Per approfondimenti vedi anche l’approfondimento di Yurii Colombo.

Libere di giocare. Rifugiate e richiedenti asilo in campo con Liberi Nantes

Liberi Nantes amplia il proprio campo di gioco. E le parole campo e gioco non sono certo casuali. L’associazione romana, fondatrice dell’unica squadra di calcio in Italia per migranti e richiedenti asilo (riconosciuta anche dall’Unhcr), porta vanti da più di dieci anni progetti di integrazione e inclusione legati al mondo dello sport. E nel tempo le attività si sono moltiplicate, senza contare quella che è stata la grande sfida (vinta) di rimettere in sesto e prendere in gestione lo storico campo di calcio di Pietralata, il “XXV Aprile”, teatro delle partire casalinghe del Liberi Nantes. Tutte attività rivolte però a uomini. Almeno fino ad ora. La novità riguarda infatti il progetto S(Up)port Refugees Integration, appena partito, e rivolto alle donne. A donne migranti e richiedenti silo. Un progetto che ha preso vita grazie all’assegnazione di fondi europei tramite la vittoria di un bando a tema “Azioni di inclusione attraverso lo sport”. Nel concreto, Liberi Nantes offrirà quindi a rifugiate, migranti, richiedenti asilo o vittime di tortura accesso gratuito allo sport non agonistico, facendo attività come atletica leggera, ginnastica, touch rugby escursionismo e calcio. Anche queste, tutte discipline già portate avanti dall’associazione, ma prima d’ora solo con gli uomini.

«Il giudizio da parte della Commissione del bando è stato lusinghiero soprattutto perché ci siamo rivolti ad un target complicato come le donne migranti e richiedenti asilo» racconta il presidente di Liberi Nantes, Alberto Urbinati. E che il target fosse complicato a Liberi Nantes lo sapevano bene, visto che già in passato avevano provato a guardare a questa tipologia di donne con progetti analoghi, senza però riuscire nell’obiettivo. Per ragioni numeriche (le migranti e richiedenti asilo sono molte meno rispetto agli uomini), economiche (mancavano fondi, che ora invece ci sono) ma soprattutto culturali. «Queste donne – prosegue Urbinati – sono abituate nella migliore delle ipotesi a stare a casa, fare figli, non contraddire mai l’uomo. Il fatto di dire loro “se vuoi puoi metterti le scarpe e giocare” è rivoluzionario, va al di là di come si percepiscono loro stesse”. Ed è proprio il cercare di superare la loro dimensione di partenza uno degli obiettivi del progetto. «Vogliamo scardinare un po’ di limiti che loro stesse ereditano al netto di alcune difficoltà oggettive. Spesso queste donne hanno bambini da giovanissime, ma anche qui cerchiamo di fare il massimo per agevolarle, con un servizio di baby sitting. Perché non è detto che se sei mamma non puoi andare, volendo, a farti una corsa. Prima di essere mamma o donna sei una persona e hai diritto ai tuoi spazi di libertà».

Gli obiettivi dietro al progetto sono molteplici, il più importante dei quali si lega proprio allo “strumento” con il quale si fa sport: il corpo. «Lavorare sul corpo è molto importante ancora di più per questa tipologia di donne, che magari hanno subito violenza» osserva il presidente di Liberi Nantes. «Tornare ad appropriarsi del proprio corpo per divertirsi, vederlo come capace di giocare e stare insieme ad altre persone e non solo come un corpo che è stato vittima di abusi per noi è fondamentale. Vogliamo indirizzare il lavoro in questo senso sperando che ciò favorisca un percorso di recupero psicofisico». Un percorso non semplice, ma tutto lo staff di Liberi Nantes ne è consapevole. «Abbiamo una squadra di istruttori sensibilizzata sul tema. Sappiamo che il corpo di queste donne va trattato in un certo modo, ci vuole attenzione anche nell’approccio fisico. Ci sono barriere psicologiche e culturali da superare. È ovvio poi che ci dovrà essere un supporto psicologico per donne che magari sono state vittime di tortura, ma questo non sta a noi farlo. Quello che invece vogliamo fare è provare a ridare loro una dimensione di leggerezza attraverso l’aspetto del gioco, per noi elemento essenziale, riconosciuto anche come diritto fondamentale dell’uomo dall’Unesco». Recupero quindi di una dimensione di leggerezza ma anche di normalità. «Uno degli obiettivi è quello di restituire a queste donne uno spazio di normalità, cosa che magari non prenderebbero neanche in considerazione. Il tutto non solo con la pratica sportiva, ma anche con attività come le escursioni. Porteremo infatti le ragazze in giro per Roma, per i parchi e i monumenti della città, anche per farle uscire dai loro soliti percorsi fatti di scuola, prefettura, rientro nei centri».

Un progetto, quello di Liberi Nantes, che la stessa associazione vive però in maniera consapevole, anche di quello che è il loro perimetro di gioco e delle loro possibilità. «Grazie alla nostra attività decennale conosciamo i benefici dello sport a livello fisico e psicologico, ma – chiarisce Urbinati – sappiamo anche che non sarà certo questo a risolvere i problemi, tantissimi, di queste persone. Quello che speriamo è che queste attività possano essere un input, un seme con il quale queste donne potranno coltivare qualcosa. Siamo consapevoli che non saremo certo solo noi a poter determinare un cambiamento in meglio, ma sappiamo anche che nel corso di questi 10 anni non sono mancate testimonianze di operatori dei centri che ci hanno detto di come, dopo esperienze simili, alcuni ragazzi erano trasformati, erano più socievoli».

Allo stato attuale il progetto ha ricevuto una quarantina di adesioni (su un numero di beneficiarie previsto di circa 100), raccolte da Liberi Nantes facendo girare il tutto nei centri d’accoglienza (con contatti diretti di operatori e operatrici conosciuti dall’associazione), Sprar e associazioni che lavorano con donne migranti, rifugiate e richiedenti asilo. Ospitate a Roma e Provincia. Ora bisognerà coinvolgere quelle donne. «Il primo passo sarà quello di conquistare la loro fiducia» – spiega il presidente di Liberi Nantes. «Queste 40 adesioni sono arrivate da parte di donne che i vari centri o associazioni ci hanno detto essere interessate. Ora bisogna concretizzare la cosa. Andremo nelle varie strutture a fare dimostrazioni, far giocare le ragazze e coinvolgerle il più possibile. Per trasformare quelle adesioni in reale partecipazione». Nella pratica, dopo questa prima fase di reclutamento, il progetto partirà a breve con una cadenza di due allenamenti a settimana, prevalentemente al campo XXV Aprile, riguardo il calcio, l’atletica, la ginnastica e la danza terapia. Una volta al mese invece toccherà alle escursioni. Un’attività ambiziosa, per la quale lo stesso Urbinati è consapevole dei rischi. «Siamo alla fase iniziale di un progetto pilota consapevoli che potrebbe fallire. Che magari non tutte le donne porteranno avanti la cosa nel corso dei mesi, anche perché il tempo nel quale noi le vedremo è limitato. Una volta uscite dal campo, finita l’escursione, torneranno alla loro vita. Per noi però è una sfida». Una sfida che sarà anche materia di studio. All’interno del progetto è prevista infatti un’attività di documentazione realizzata grazie alla collaborazione con la cooperativa sociale IndieWatch, finalizzata alla produzione di materiali in italiano e inglese su tutto il percorso del progetto, per poter mettere al servizio di tutti l’esperienza, “così da capire e studiare quanto fatto”, precisa Alberto. Una sfida che però parte con idee e obiettivi chiari e precisi, condensati al meglio nel nome del progetto: S(Up)port Refugees Integration. «Abbiamo voluto giocare sulle parole sport e support – conclude il presidente di Liberi Nantes – mettendo l’Up tra parentesi che per noi sta a significare l’alzarsi. Ovvero lo stare in piedi sulle proprie gambe, magari più forti a fine percorso, che consentiranno così a tutte di affrontare meglio il mondo che le circonda». Gambe più forti, per andare anche più lontano.

Se non vi basta, ora c’è anche l’Europa che paga i muri

Se non vi è bastata la donna morta con il suo tumore addosso mentre veniva trattenuta sul confine perché scavallarlo fino ad arrivare al primo ospedale sarebbe stato contro le regole; se non vi basta la guardia alpina colpevole di avere salvato una famiglia surgelata, con bambini piccoli e la madre in gravidanza, pescata sulle alpi; se non vi basta la nave della ONG Proactiva open arms tenuta sotto sequestro come se fosse il ferrarino di qualche boss di ‘ndrangheta mentre quella porzione di Mediterraneo in cui la ONG operava rimane sguarnita, a disposizione dei rastrellamenti degli schiavisti libici travestiti da guardia costiera; se non vi basta l’Europa che dispiega tutta la propria forza giudiziaria per Carles Puigdemont mentre chissà come se la godono i responsabili della Thyssenkrupp a cui il mandato d’arresto europeo ha fatto poco più del solletico nonostante la tragedia accaduta in Italia in cui sono morti sette operai ma pare che non interessi poi troppo a nessuno.

Se non vi basta tutto questo allora sappiate che una delle tante (brutte) facce di questa Europa che si sta già preparando per richiamare l’Italia poiché qui si andrebbe in pensione troppo bene e troppo presto ha la forma del muro di cemento, alto tre metri e lungo più di ottocento chilometri, che la Turchia del presidente Tayyp Erdogan ha piazzato sul proprio confine per tappare gli esuli che provano a scappare dalla Siria. Sappiate che sono stati regalati dall’Unione europea anche i mezzi militari Cobra II che sparano contro chi tenta di avvicinarsi (anche se è un provare a mettersi in salvo) e che contravvengono tutti i faldoni di diritto umanitario di cui l’Europa si fregia e intanto se ne frega.

È il lato oscuro ma prevedibile di un’Europa che ancora una volta si dimostra inflessibile con i disperati (che siano pensionati greci, lavoratori anziani italiani o profughi siriani) mentre continua a perdonarsi una certa mollezza con il dispotico turco così come con le multinazionali. È l’Europa “dei popoli” sempre più Europa “dei pochi” che riduce tutto a un freddo conto economico come un commercialista che vorrebbe mettere a bilancio la paura, l’amore, l’esser soli e il tentativo di sopravvivere. È l’Europa contro cui tutti promettono di alzare la voce e invece continua indisturbata a interpretare i grumi peggiori.

Buon martedì.

Per approfondire,  Left in edicola fino al 29 marzo e in digitale su www.left.it


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Proactiva Open Arms, reato di soccorso in mare? Luigi Manconi: «Spero che non c’entri il voto del 4 marzo»

La nave Open Arms della Ong spagnola Proactiva sotto sequestro nel porto di Pozzallo, 19 marzo 2018. ANSA

Una chiamata generica di soccorso dall’Italia. Con una comunicazione: il coordinamento delle operazioni di salvataggio è dei libici. Premesso che la Libia non ha un Marictim rescue coordination centre (Mrcc) e nemmeno le è riconosciuto, dall’Organizzazione internazionale marittima (Imo), lo spazio Search and rescue (Sar), la nave Open Arms, battente bandiera spagnola, ha, con il governo italiano, (solo) un accordo che la impegna a rispettare il codice di condotta, adottato nel 2017, per regolamentare il soccorso dei migranti nelle acque internazionali a nord della Libia. Nessun obbligo, dunque, la cui violazione costituisca reato: l’unico (obbligo) rimane il soccorso in mare di chi soffre e rischia di morire in pochissimo tempo.
A sentire Proactiva Open Arms, c’è stato un cambiamento nell’approccio della guardia costiera italiana: è stata la prima volta che ha delegato il coordinamento delle operazioni alla Libia. E, secondo quanto riferito dal fondatore della Ong, Oscar Camps, durante la conferenza stampa “Contro il reato di soccorso in mare”, alla Commissione per i diritti umani del Senato – con il presidente Luigi Manconi  -, sebbene l’Italia non abbia impedito le azioni di soccorso, di certo non le ha facilitate, cambiando il modus operandi in corso d’opera.

Senatore Manconi, è un cambiamento che fa pensare a qualcosa di più pernicioso di quanto non stia già accadendo (anche politicamente)?
Mi auguro che l’incertezza mostrata dall’Italia non si debba a un’eccessiva sensibilità rispetto ai risultati dello scorso 4 marzo. Sarebbe un fatto disdicevole. Stiamo parlando di una vicenda che investe enormi problemi, relativi al diritto italiano, a quello internazionale e al diritto dei diritti umani. Perciò, auspico che questioni così fondamentali non siano messe in discussione da una condizione ordinaria come quella del voto.
Rimbalzata dai fax e dalla comunicazioni diplomatiche, Open Arms viene fatta navigare senza destinazione ufficiale per quasi trentasei ore, in attesa della definizione del porto (sicuro) di sbarco. Difficoltà reale di gestire uno stato di necessità o strategia disumana?
Né l’una, né l’altra ipotesi. Si è trattato di un eccesso di zelo, di un’improvvisa tentazione di sottolineare una formalità fino ad allora mai richiesta: quella che fosse il governo a cui appartiene la nave dell’Ong, la Spagna, a chiedere alle autorità italiane il porto d’approdo. Il che, però, confligge con le situazioni di estremo pericolo in cui versano i migranti che affrontano i viaggi nel Mediterraneo (tanto più in quel giorno e in quella circostanza) e, di conseguenza, con la necessità di intervenire con la massima urgenza e cooperazione tra le forze coinvolte nel soccorso.
Di fatto, la nave è sotto sequestro e l’accusa per la quale i tre membri dell’equipaggio rischiano tra i quattro e i sette anni di carcere è di associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione illegale. Regge? O è un’accusa pretestuosa?
Non regge assolutamente perché nell’operato dell’associazione non c’è nulla che lo possa confermare: la Proactiva svolge un’attività di soccorso messa in atto con l’unica finalità, appunto, di operare il salvataggio. Per cui, l’accusa di essere un’associazione a delinquere è priva di qualsiasi fondamento.

Rimane il sospetto, se non la certezza, che la persecuzione giudiziaria (non inedita) nei confronti dei soccorritori persegua il becero scopo di criminalizzare l’umanità di chi non l’ha persa. E di chi, sabato 24 marzo, è sceso spontaneamente in piazza in diverse città italiane per sostenere l’Ong spagnola, convinto, come recita lo slogan delle manifestazioni, che “salvare le persone non è un delitto”.
«Questa manifestazione, che è nata in maniera spontanea in tante città in Italia e in Spagna, ci fa sentire meno soli e ci fa sentire che c’è molta gente che ci appoggia e che dice ‘no’ a quello che sta succedendo che è assurdo, ridicolo e tragico», ha detto il capo missione della Proactiva Open Arms, Riccardo Gatti, intervenuto al presidio, a Roma. In attesa, presumibilmente fino al 2 aprile prossimo, della decisione del Gip di Catania.

Barcellona in piazza per Puigdemont arrestato. Ada Colau: «Occorre una soluzione politica»

epa06629817 Protesters hold the Catalan 'Estelada' pro-independence flag as a vehicle of the Mossos d'Esquadra passes by following clashes during a protest against the detention of former Catalan leader Carles Puigdemont at the Spanish Government Delegation in the Autonomous Community of Catalonia in Barcelona, Catalonia, northeastern Spain, 25 March 2018 (issued on 26 March). The clashes resulted in nine people arrested and some 100 injured. German police arrested former Catalan leader Puigdemont on 25 March 2018 after he crossed into Germany from Denmark. Puigdemont is sought by Spain who issued an European arrest warrant against the former leader who was living in exile in Belgium. EPA/Quique Garcia

Per l’indipendenza torna il fuoco a primavera. Appena l’ex presidente catalano è stato fermato, la città ha cominciato a muoversi. Molto lontano dalle spiagge di quel sud, in terra tedesca, Carles Puigdemont è stato arrestato e Barcellona si è svegliata. Di nuovo. Il bilancio del giorno dopo è di quasi novanta feriti per gli scontri con le forze dell’ordine, quando migliaia di indipendentisti sono scesi in piazza contro l’arresto del leader deposto. Nei pressi dell’ufficio della Commissione europea della città i manifestanti hanno urlato «questa Europa è vergognosa» e “non più sorrisi”. All’orizzonte ora altri scontri, fumogeni e futuro incerto.

Abbandonata la Spagna dopo il referendum, Carles Puigdemont da ottobre scorso viveva in Belgio. Stava tornando dalla Danimarca quando la polizia tedesca ha fermato la sua auto, come ha raccontato Jaume Alonso Cuevillas, il suo avvocato.

Inseguito dal mandato di arresto internazionale emesso dalla Suprema Corte di Madrid venerdì scorso, il leader catalano è stato ammanettato dalla polizia tedesca e rischia di essere estradato in Spagna – lo sapremo nei prossimi giorni – per rispondere a due accuse: sedizione e ribellione. La pena prevista: 30 anni di prigione. Se i passi del governo spagnolo adesso rafforzeranno il movimento indipendentista o lo indeboliranno non è ancora chiaro, ma lo è il fatto che il gigante europeo si è mosso contro l’uomo simbolo della piccola Catalogna.

Secondo Elsa Artadi, membro del Parlamento catalano, braccio destro di Puigdemont, la Spagna è in cerca di «vendetta e repressione». Se la coalizione di Puigdemont, Insieme per la Catalogna, chiede di «non cadere nelle provocazioni», resistenza civile è quello che chiede il Cup, il partito della sinistra radicale pro-indipendentista.

Ada Colau, sindaca di Barcellona, invece richiama il governo centrale ai suoi obblighi per trovare una soluzione politica: «Lo Stato si nasconde dietro poliziotti e giudici e la situazione diventa sempre più complicata, ma i problemi politici si possono risolvere solo con la politica».

La “vertigine del successo” di Putin

epa06617790 A lonely protester stands with a poster in front of the State Duma, as pedestrians argue with each other in Moscow, Russia, 21 March 2018. An activist of the Amnesty International demands a just punishment for deputy Leonid Slutsky for multiple cases of sexual harassment to female journalists. Her placard reads 'Deputies, we demand adopting law on sexual harassment!'. EPA/SERGEI CHIRIKOV

Putin il suo plebiscito l’ha ottenuto. Grazie alla mobilitazione di uno straordinario apparato in cui potere esecutivo, amministrativo, gruppi economici, mass-media in gran parte coincidono, ha portato la Russia al voto. Ma può far conto su un sostegno popolare più che solamente passivo, incattivito dalla stupida propaganda russofobica occidentale, impaurito dalla crisi economica, ripiegato su se stesso dal degrado sociale che avanza.

L’insistenza con cui parte dell’opposizione russa si è concentrata sui brogli e le manomissioni nelle urne allo stesso tempo dimostra come oggi non esista ancora nessuna alternativa concreta a “Zar Vladimir”. E non perché i brogli non ci siano stati – realisticamente e conti alla mano 10 milioni di voti sono stati manipolati – ma perché il vero problema restano le prospettive complessive della società russa. Se ne sono accorte anche le cancellerie occidentali, che il giorno dopo il voto non hanno battuto tanto sul tasto delle manipolazioni, mettendo così definitivamente in panchina Alexey Navalny.

La demonizzazione di Putin serve a poco e offusca le idee: questa è la Russia di oggi, per quanto non possa piacere, è da qui che bisogna ripartire. Putin aveva bisogno del plebiscito per implementare il suo programma-economico sociale fatto di lacrime e sangue, e l’abbiamo già detto.

Qui ci preme sottolineare un altro aspetto. Il 18 marzo segna un salto di qualità dell’autoritarismo del regime. I segnali che lo hanno preceduto sono stati tanti: la persecuzione degli lgbt e degli attivisti dei diritti umani in Cecenia, la messa fuorilegge dei sindacati, l’intimidazione degli attivisti politici. Le presidenziali hanno dimostrato plasticamente che quel po’ di libertà che esiste ancora in Russia è relegato alla sfera privata e individuale mentre viene coartata ogni dimensione della libertà collettiva e pubblica. Ma l’autoritarismo è una pianta vorace. Se non incontra resistenze divora tutto. Come ha scritto Ian Shenkman a proposito del caso degli arresti qualche mese fa di un gruppo di antifascisti, su Novaya Gazeta: «Le autorità ci stanno mettendo alla prova, testando quanto spazio esiste. Se ora taciamo, non ci difendiamo l’un l’altro, sanno che potranno continuare con lo stesso spirito».

Il 6 marzo 1930 Josif Stalin firmava sulla Pravda il celebre editoriale “Vertigine del successo” in cui ammoniva il suo apparato a non farsi inebriare dai successi ottenuti contro i contadini nella collettivizzazione forzata dell’agricoltura. Putin è sufficientemente accorto da non farsi inebriare dal suo successo perché sa come è stato ottenuto e che la strada che ha intrapreso è irta di difficoltà. Tuttavia ha costruito e messo in moto una macchina-apparato difficile da controllare. Una macchina-apparto arrogante che si basa sulla sottomissione e sull’obbedienza “verticale”. E così, appena finita la campagna elettorale, la Duma ha mandato assolto il deputato neofascista Leonid Slutsky dopo le molestie sessuali nei confronti di alcune giornaliste. Non solo. A tutti i giornalisti che avevano manifestato solidarietà con le giornaliste è stato tolto l’accredito alla Duma.

Questo senso di impunità e di onnipotenza sfacciate sta incontrando però una inaspettata resistenza. I giornalisti di testate autorevoli come Vedomosti e Kommersant hanno deciso anche loro di non mettere più piede alla Duma. Ma ciò che più importante ancora che il social network Odnoklassniki (una sorta di Facebook russo con 148 milioni di iscritti) ha dichiarato anch’esso solidarietà alle giornaliste e ha protestato contro le ultime decisioni della Duma. Il Cremlino per ora tace, non si sa se indispettito o imbarazzato. Forse nel momento dell’apogeo, qualcuno sta iniziando a provare sintomi di rigetto. Se verrà difeso ogni millimetro di democrazia con le unghie e con i denti, allora non tutto sarà perduto.

Buongiorno Mosca,
Storie, vicende e riflessioni dalla Russia
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Le parole di Fico e le risposte che mancano

New elected Chamber of Deputies' President Roberto Fico of Five Stars Movement during his first speech at the Chamber of Deputies, Rome, 24 March 2018. ANSA/ETTORE FERRARI

Centralità del Parlamento. Nessuna scorciatoia in aula nell’iter dell’approvazione delle leggi. «In un contesto in cui il rapporto tra il potere legislativo e il potere esecutivo continua a essere caratterizzato dall’abuso di strumenti che dovrebbero essere residuali, in cui poteri e competenze sono spesso trasferiti in altre sedi decisionali, dobbiamo impegnarci a difendere il Parlamento da chi cerca di influenzare i tempi e le scelte per vantaggio personale. Le decisioni finali devono maturare solo e soltanto nelle commissioni e nell’Aula perché soltanto un lavoro indipendente può dare vita a leggi di qualità». Poi taglio dei costi della politica e dei privilegi. Garantire un alto livello qualitativo della discussione parlamentare, garantire il rispetto di tutte le componenti sia di maggioranza, sia d’opposizione. Poi ha ringraziato la Boldrini (e chissà la bile che ha gocciolato Salvini) e il presidente della Repubblica.

Il discorso di Roberto Fico durante il suo insediamento come presidente della Camera è stato un ottimo discorso. Se si chiudessero gli occhi potrebbe essere in molte sue parti ciò che avremmo voluto sentire dal leader (che non c’è) di un centrosinistra che non c’è: «Valori che per essere affermati nella nostra Carta costituzionale hanno richiesto il sacrificio di tanti uomini e tante donne nella lotta contro il nazifascismo. Vogliamo ricordare quel sacrificio con particolare commozione oggi, nell’anniversario dell’eccidio delle Fosse ardeatine», ha detto Roberto Fico, ponendo il tema dell’antifascismo come il centrosinistra si è dimenticato di fare negli ultimi anni.

Non sappiamo che direzione prenderà la formazione del prossimo governo (e nell’aria non si annusa nulla di buono) ma ancora un volta mentre dalle macerie del centrosinistra si alzano risolini snob sugli umili trascorsi lavorativi del presidente della Camera (poi un giorno capiremo quando il centrosinistra è diventato così scemo da prendere per il culo gli umili, i poveri e i disperati) qualcun altro con coraggio (o fosse anche per mero calcolo elettorale) trova il coraggio e l’occasione per dire quello che il centrosinistra non dice.

Vi propongo un gioco: cercate sui giornali degli ultimi giorni un ribattere nel merito sul punto politico le parole di Fico e una valutazione o un’opposizione o una proposta sui programmi del prossimo governo. Ecco.

Buon lunedì.

Baustelle, l’amore non fa rima con cuore

A un anno di distanza da L’amore e la violenza, cui ha fatto seguito un tour da tutto esaurito, la band toscana capeggiata da Francesco Bianconi torna con la parte seconda dell’album, concentrandosi, stavolta, sull’amore. Durante il recente tour, il cantautore, affiancato dagli ottimi colleghi Rachele Bastreghi e Claudio Brasini, ha sperimentato nuove atmosfere sonore, per un progetto in cui la musica elettronica la fa da padrona. «Mentre eravamo in tournée – racconta Bianconi – ci siamo messi, come mai prima, a fare due cose contemporaneamente: i concerti e un disco nuovo. In genere tra un nostro disco e l’altro passano quattro anni, evidentemente stavolta gli argomenti che avevamo messo sul tavolo con il primo volume, diciamo, erano finiti e, quindi, ci siamo trovati a scrivere, nel giro di poco tempo, delle canzoni nuove». E proprio offrendo al pubblico il pezzo “culto” “Veronica n. 2”, brano che anticipa l’uscita, il prossimo 23 marzo, di questo secondo tempo: L’amore e la violenza vol. 2 – Dodici nuovi pezzi facili, i Baustelle saranno in concerto, in tutta Italia, dal mese di aprile.

Nel primo volume, raccontavate l’amore in tempi di guerra e storie di un’era bellicosa e senza scampo che spera, appunto, nell’amore. Con questa seconda parte, lo avete trovato?
Diciamo che questa è stata una sfida. Va molto di moda, nella musica leggera, scrivere solo d’amore e allora ho detto: «Va bene, scriviamo anche noi delle pure love song». Poi si è rivelato un fallimento perché se io scrivo canzoni d’amore, pure mi escono che non sembrano così pure (ride) perché le canzoni che mi piacciono hanno anche rimandi al mondo al di fuori dall’amore. In questo disco, in un modo e in un altro, si parla volutamente solo di relazioni interpersonali.

Come ti piace scriverle?
Chi scrive canzoni ha il dovere di essere portatore di punti di vista insoliti, altrimenti, da ascoltatore, la storia classica, raccontata in maniera classica, non la trovo per niente interessante.

Riprendete, nel brano “Caraibi”, un discorso de Il sussidiario, parlando di un amore giovanile; poi però “Tazebao” è un pezzo costruito intorno a una serie di frasi sentimentali, slogan. Oppure parlate di storie d’amore tormentate, che inevitabilmente finiscono, come in “Jesse James e Billy Kid”.
Per me l’amore è una cosa che va oltre le relazioni interpersonali. In ogni caso ci sono almeno due soggetti in gioco: io e l’altro. L’amore vero è quando io riesco a dimenticarmi di me stesso, stando con l’altro, senza chiedergli nulla in cambio. Questo è il mio modo di vedere, quello che mi piacerebbe che fosse l’amore, che sia tuo figlio o la donna amata.

Nel sottotitolo spunta una citazione della pellicola del 1970 di Bob Rafelson Cinque pezzi facili. Lì c’è l’analisi dell’inquietudine, dello scontento, voi invece proponete un riscatto, una soluzione?
Non sempre. L’amore può essere inquietudine, talvolta persino distruzione. C’è una canzone intitolata “L’amore negativo”, dove negativo non è un giudizio di valore, ma significa che negativo è quasi sempre potenza distruttrice, porta già in sé l’idea della fine. E a volte, l’amore può anche essere la fine di qualcosa.

I riferimenti, le citazioni, sono le più varie, in questo lavoro: dal cinema, prima di tutto, a Federico Fiumani, poi Harry Nilson, ma anche La casa di Asterione di Borges. C’è un filo di pensiero che accomuna questi intellettuali?
Non c’è un pensiero culturale univoco, semplicemente quando scrivo canzoni non riesco a non utilizzare anologie, similitudini, accostamenti, perché le canzoni che mi piacciono, anche d’amore, ne parlano utilizzando un lessico complesso, che non si ferma alla parola “cuore”.

Il tour di questo secondo capitolo non vi vedrà, stavolta, nei teatri, ma in altre, diverse situazioni. Dove incontrerete il vostro pubblico.
Abbiamo deciso, volutamente, di fare dei concerti nei club, invece che nei teatri (come abbiamo fatto l’anno scorso) dove il pubblico deve stare seduto. C’è una profonda differenza. Lo scorso anno speravamo che a un certo punto del concerto, la gente si alzasse in piedi; stavolta, partiamo che siamo già tutti in piedi e… magari qualcuno si metterà seduto. Sto scherzando, ma sarà una cosa un po’ più classicamente rock.

Oggi che tempi stiamo vivendo di amore o di violenza?
Un tempo in cui sono presenti entrambi questi aspetti. Soprattutto, l’amore c’è. Purtroppo, troppo spesso, nasconde un elemento di violenza.

Quanto al quadro socio-politico che ci troviamo a fronteggiare, se valutiamo l’esito di queste elezioni, potrebbe uscirne un governo di destra?
Sì e sarebbe bello dire che l’amore ci salverà, ma quale amore sarà quello che ci permetterà di uscire da questo tunnel? Se l’amore è quello del rinunciare al mio ego per darmi all’altro, è probabile. Serve una forma d’amore nuova, non da rotocalco.

Potremmo cominciare , intanto, aprendoci a chi arriva da terre lontane, ai migranti, che oggi in Italia trovano politiche di respingimenti?
Sarebbe un buon modo di mettere in pratica l’idea dell’abbandono di una prospettiva individualistica, concentrata solo su noi stessi. Credo che in questi tempi miseri ci rimanga poco altro, non abbiamo più uno straccio di idea.

L’intervista di Alessandra Grimaldi a Francesco Bianconi è tratta da Left n. 11 del 16 marzo 2018


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Brasile, Lula che non tramonta mai

È ancora grande il caos che investe lo scenario politico brasiliano. Le elezioni sono previste per il prossimo ottobre e in Brasile non si sa ancora se Luiz Inácio Lula da Silva potrà partecipare alla corsa presidenziale.
Le condanne subite negli ultimi mesi potrebbero, infatti, costargli il carcere. La situazione è, però, molto più complicata di quanto sembri. Lula dovrà affrontare numerosi ostacoli. Se lo spettro dell’arresto non si materializzasse prima di ottobre e il politico brasiliano – che è stato al governo del Paese latinoamericano tra il 2003 e il 2010 – arrivasse al termine della campagna elettorale da candidato, potrebbe lo stesso non farcela, in caso di vittoria, a diventare presidente.

È possibile che a sbarrargli il cammino sia la legge ficha limpa, che sancisce la non eleggibilità dei candidati condannati per corruzione in secondo grado. Si tratta proprio del caso di Lula, che nel gennaio di quest’anno ha subito una sentenza di condanna – siamo alla fase dei ricorsi della difesa – di secondo grado. Eppure, l’immagine di Lula, in questi mesi di accesi scontri elettorali, è ben lontana dall’appannarsi. Per quanto non si sappia ancora se egli parteciperà davvero e fino in fondo – tenuto conto di tutti gli impedimenti appena ricordati – alle elezioni presidenziali, certo è che risulta ampiamente favorito nei sondaggi sulle intenzioni di voto dei brasiliani.

Secondo i dati divulgati a fine gennaio scorso dall’istituto di ricerca brasiliano Datafolha, anche dopo l’ultima condanna Lula può contare su…

Il reportage di Bárbara Costa Ribeiro da Fortaleza prosegue su Left in edicola


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Varsavia, le donne si ribellano all’oscurantismo

«Educazione sessuale!». Il fumo bianco che evapora dalle labbra è quello del suo respiro che scalda la sera gelata. «Non indottrinamento! Educazione sessuale!» urla Ewa, insieme alla sua amica sotto braccio. Nemmeno quarant’anni in due. «Polonia laica, non cattolica!». Varsavia era femmina e vestita di nero alla demon-stracja, la protesta, lo strajk kobiet, lo sciopero delle donne. Dopo il lavoro, da uffici, case, aule universitarie, le ragazze hanno sfilato l’otto marzo vestite di scuro, come la loro rabbia, come la notte che calava insieme alla pioggia, sulla grigia capitale polacca. Perché mamy dost, ne abbiamo abbastanza.

Questi sono prawa kobiet, diritti delle donne, da ricordare e rivendicare sotto le nuvole del nord sopra le loro teste: «Qui non c’è niente da festeggiare, tutto da combattere, bisogna ancora lottare per ottenere la libertà di abortire, qui in Europa, nel 2018», dicono. Strajk kobiet è la scritta sulla bandiera nera, con la sagoma bianca di un volto irato e un fulmine rosso che la trafigge. Il simbolo delle donne polacche da sventolare anche dopo il mercoledì appena trascorso, per molte settimane a venire: è il vessillo della guerra del nord, che deve continuare. Bianco, rosso, nero. I colori di questo lungo marzo polacco. Ogni ombrello nero ha una lettera argentata sopra. Dalla capitale, Varsavia, a Gdansk, Szczecin fino a Wroclaw: una parte della Polonia vuole “#savewomen”, salvare le donne.

È proprio questo il nome della proposta di legge che si oppone all’ultimo cambiamento governativo, che vuole rendere l’aborto impossibile nel Paese, anche quando…

Il reportage di Michela AG Iaccarino dalla Polonia prosegue su Left in edicola


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