È la più grande azione contro l’intelligence straniera dai giorni della cortina di ferro, ma le relazioni sono peggiori di quelle dell’epoca dei blocchi. Quello che accade, secondo Ivan I. Kurilla, storico esperto delle relazioni Usa-Russia dell’Università di Pietroburgo, intervistato dal New York Times, questa non è la nuova Guerra Fredda: è molto peggio. Perché dopo la più grande espulsione diplomatica della storia, come l’ha definita la premier Theresa May, ha risposto il Cremlino: la Russia non si lascerà “piegare”. Le ritorsioni contro l’America e l’Europa sono state promesse. Il deputato del ministero degli Esteri Serghei Rjabkov ha detto che le contromisure saranno durissime, l’ambasciatore russo alle Nazioni unite Vassily Nebenzia ha definito la mossa occidentale «sfortunata, poco amichevole». Aleksej Chepa, a capo della commissione affari esteri della Duma di Stato, ha detto che Mosca espellerà i diplomatici dei Paesi che hanno partecipato all’azione congiunta con la Gran Bretagna.
Con una risposta coordinata dal Mediterraneo all’Atlantico, il fronte è unito contro la Russia. Dal Canada all’Australia, dall’Albania all’Ucraina, fino alla Norvegia. E la mappa continua ad allargarsi. Più di cento diplomatici russi da 21 Paesi, di cui 16 europei, sono stati obbligati a tornare a Mosca. L’Italia ha deciso l’espulsione di due diplomatici. La Farnesina ha fatto sapere in una nota che «a seguito delle conclusioni adottate dal Consiglio Europeo del 22 e 23 marzo scorso, in segno di solidarietà con il Regno Unito e in coordinamento con partner europei e alleati Nato, il ministero degli Affari esteri e della Cooperazione Internazionale ha notificato la decisione di espellere dal territorio italiano entro una settimana due funzionari dell’ambasciata della Federazione russa a Roma accreditati in lista diplomatica».
Dasvidania zapad, addio Occidente. L’effetto domino nella guerra delle spie e delle ambasciate non lascia scie di sangue, ma di veleno sì. Dalle Nazioni Unite a New York se ne andranno in dodici, il consolato russo a Seattle è stato chiuso. Il gas nervino usato a Salisbury ha provocato l’avvelenamento dell’ex colonnello della Gru (il servizio segreto militare russo) Serghej Skripal e della figlia, ma anche coesione europea, solidarietà atlantica.
Espellere i diplomatici russi, “personale di intelligence non dichiarato”. Obiettivo di Londra era «smantellare la rete delle spie di Putin in Europa». Quando la May lo ha chiesto, Francia, Polonia, Estonia, Lituania, Lettonia hanno subito detto yes. Altre decine di nazioni si sono unite al coro di sì negli ultimi due giorni e hanno ripetuto il famoso “highly likely” della premier britannica compreso Donald Tusk: per il Consiglio europeo che ci sia la mano di Mosca dietro il caso Skripal è «altamente probabile», «non c’è altra spiegazione possibile».
Gli indici dei leader dell’Ue sono tutti puntati contro il Cremlino. La linea è dura ed è della Merkel. Ma è su proposta del premier Viktor Orban che anche il capo della delegazione dell’Ue in Russia è stato richiamato per consultazioni. Nel fuoco incrociato delle contromisure i primi a sparare verso Est sono i fratelli del vecchio blocco sovietico, una nuova cortina di ferro, un fronte unico ed inossidabile contro il Mosca. La Polonia è pronta a imporre sanzioni contro la Russia «anche da sola». La questione è più sensibile per il premier della Repubblica Ceca Andrej Babis e per Praga, che per Varsavia o i Paesi Baltici: la Repubblica Ceca è stata nominata dal Mid, ministero degli Esteri russo, come la fonte più probabile del novichok, il veleno usato per l’avvelenamento di Skripal.
Dokozatelstvo, prove del coinvolgimento russo, non ce ne sono e tutto questo «è una mera provokazia, vogliono rendere la crisi più profonda possibile» ha detto il ministro degli Esteri Serghey Lavrov. E «ci dispiace che nel farlo, usino la dicitura hightly likely», ha detto il portavoce del presidente Dimitry Peskov. Altamente probabile, vesma verojatno in russo. Ormai un modo di dire, uno scherzo, il nuovo ritornello di Mosca. «Se fosse stata davvero usata una sostanza velenosa militare, sarebbero già morti, la Russia quelle sostanze le ha distrutte, tutto questo è chuzh, bred, una corbelleria, un delirio», ha detto Putin, poi «farlo sarebbe stato da stupidi, alla vigilia delle elezioni, prima dei mondiali di calcio», quelli che Boris Johnson, ministro degli Esteri britannico, qualche giorno fa ha paragonato alle Olimpiadi di Hitler del 1936.
Per approfondimenti vedi anche l’approfondimento di Yurii Colombo.


«Il giudizio da parte della Commissione del bando è stato lusinghiero soprattutto perché ci siamo rivolti ad un target complicato come le donne migranti e richiedenti asilo» racconta il presidente di Liberi Nantes, Alberto Urbinati. E che il target fosse complicato a Liberi Nantes lo sapevano bene, visto che già in passato avevano provato a guardare a questa tipologia di donne con progetti analoghi, senza però riuscire nell’obiettivo. Per ragioni numeriche (le migranti e richiedenti asilo sono molte meno rispetto agli uomini), economiche (mancavano fondi, che ora invece ci sono) ma soprattutto culturali. «Queste donne – prosegue Urbinati – sono abituate nella migliore delle ipotesi a stare a casa, fare figli, non contraddire mai l’uomo. Il fatto di dire loro “se vuoi puoi metterti le scarpe e giocare” è rivoluzionario, va al di là di come si percepiscono loro stesse”. Ed è proprio il cercare di superare la loro dimensione di partenza uno degli obiettivi del progetto. «Vogliamo scardinare un po’ di limiti che loro stesse ereditano al netto di alcune difficoltà oggettive. Spesso queste donne hanno bambini da giovanissime, ma anche qui cerchiamo di fare il massimo per agevolarle, con un servizio di baby sitting. Perché non è detto che se sei mamma non puoi andare, volendo, a farti una corsa. Prima di essere mamma o donna sei una persona e hai diritto ai tuoi spazi di libertà».
Allo stato attuale il progetto ha ricevuto una quarantina di adesioni (su un numero di beneficiarie previsto di circa 100), raccolte da Liberi Nantes facendo girare il tutto nei centri d’accoglienza (con contatti diretti di operatori e operatrici conosciuti dall’associazione), Sprar e associazioni che lavorano con donne migranti, rifugiate e richiedenti asilo. Ospitate a Roma e Provincia. Ora bisognerà coinvolgere quelle donne. «Il primo passo sarà quello di conquistare la loro fiducia» – spiega il presidente di Liberi Nantes. «Queste 40 adesioni sono arrivate da parte di donne che i vari centri o associazioni ci hanno detto essere interessate. Ora bisogna concretizzare la cosa. Andremo nelle varie strutture a fare dimostrazioni, far giocare le ragazze e coinvolgerle il più possibile. Per trasformare quelle adesioni in reale partecipazione». Nella pratica, dopo questa prima fase di reclutamento, il progetto partirà a breve con una cadenza di due allenamenti a settimana, prevalentemente al campo XXV Aprile, riguardo il calcio, l’atletica, la ginnastica e la danza terapia. Una volta al mese invece toccherà alle escursioni. Un’attività ambiziosa, per la quale lo stesso Urbinati è consapevole dei rischi. «Siamo alla fase iniziale di un progetto pilota consapevoli che potrebbe fallire. Che magari non tutte le donne porteranno avanti la cosa nel corso dei mesi, anche perché il tempo nel quale noi le vedremo è limitato. Una volta uscite dal campo, finita l’escursione, torneranno alla loro vita. Per noi però è una sfida». Una sfida che sarà anche materia di studio. All’interno del progetto è prevista infatti un’attività di documentazione realizzata grazie alla collaborazione con la cooperativa sociale IndieWatch, finalizzata alla produzione di materiali in italiano e inglese su tutto il percorso del progetto, per poter mettere al servizio di tutti l’esperienza, “così da capire e studiare quanto fatto”, precisa Alberto. Una sfida che però parte con idee e obiettivi chiari e precisi, condensati al meglio nel nome del progetto: S(Up)port Refugees Integration. «Abbiamo voluto giocare sulle parole sport e support – conclude il presidente di Liberi Nantes – mettendo l’Up tra parentesi che per noi sta a significare l’alzarsi. Ovvero lo stare in piedi sulle proprie gambe, magari più forti a fine percorso, che consentiranno così a tutte di affrontare meglio il mondo che le circonda». Gambe più forti, per andare anche più lontano.






