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La Lega del grilletto facile

VICENZA, ITALY - FEBRUARY 12: A man looks at some dynamic shooting rifles during the HIT SHOW exhibition on February 12, 2018 in Vicenza, Italy. HIT SHOW is the leading Italian event in the field of weapons, ammunition, hunting, target shooting and personal use. (Photo by Emanuele Cremaschi/Getty Images)

Sul suo profilo facebook compare in tuta mimetica, sorridente mentre imbraccia un fucile. Maria Cristina Caretta, dal 4 marzo deputata di Fratelli d’Italia, è una campionessa dei voti. Nella sua circoscrizione in Veneto ha ottenuto 88.396 preferenze. In assoluto, la decima più votata di tutto Montecitorio tra gli eletti al maggioritario. Un risultato sostenuto dal lungo stuolo di coloro che vorrebbero un mercato delle armi senza troppe restrizioni. Già, perché la Caretta durante la sua campagna elettorale ha premuto molto su questo tasto sfoggiando il suo cursus honorum: è, infatti, la presidente nazionale della Confavi (Confederazione delle associazioni venatorie italiane). Curioso che abbia corso nella stessa coalizione di chi si è invece fatto portavoce degli animalisti, come Michela Brambilla. Facezie.

Certo è che la Caretta non è l’unica su cui associazioni e comitati che dicono di voler «tutelare i diritti dei detentori delle armi» hanno fatto pressione. Sul sito della Confederazione, nonostante in quanto tale dovrebbe professarsi apartitica, tra le pagine web “amiche” c’è anche quella di Sergio Berlato, coordinatore regionale proprio di Fratelli d’Italia in Veneto e consigliere regionale. Anche lui è stato candidato alle politiche, tanto che in un post si leggeva che la coppia Berlato-Caretta fosse «un’occasione importante per i tutti i portatori della cultura rurale e per i legali possessori di armi». Berlato non ce l’ha fatta e resterà in Veneto, mentre la Caretta ora porterà a Roma le istanze di cui si è fatta promotrice. E non sarà l’unica.

Tra Lega e Fratelli d’Italia, infatti…

L’articolo di Carmine Gazzanni prosegue su Left in edicola


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Mass shooting, la stolida politica di Trump

TOPSHOT - US President Donald Trump speaks during a press conference with Norway's Prime Minister Erna Solberg in the East Room of the White House January 10, 2018 in Washington, DC. / AFP PHOTO / Brendan Smialowski (Photo credit should read BRENDAN SMIALOWSKI/AFP/Getty Images)

l 14 febbraio 2018 a Parkland, nel sudest della Florida, il diciannovenne Nikolas Cruz ha aperto il fuoco in una scuola dalla quale era stato precedentemente espulso come allievo, uccidendo 17 persone fra le quali 14 studenti. Negli Usa il fenomeno del mass shooting è stato in continuo aumento nell’ultimo decennio, con un picco percentuale proprio nel 2018. I numeri delle morti della violenza e della criminalità negli Stati Uniti sono davvero impressionanti. Dal 2000 al 2014 ci sono stati 270mila omicidi negli Usa, 600mila overdosi di droga (200mila da oppioidi) 650mila suicidi (130mila erano veterani di guerra) e 85mila morti sul lavoro. Dal 2000 al 2014 la polizia ha ucciso 12mila persone mentre 27mila immigrati sono morti nel tentativo di attraversare il confine con il Messico. Inoltre ci sono state 850 esecuzioni capitali mentre 2,2 milioni di persone sono in carcere e altre 4,7 milioni sono state sottoposte a misure alternative alla carcerazione o rilasciate sulla parola. Il modello del mass murderer nella modalità “pseudo commando”, nella quale viene perpetrata una strage con armi da guerra, deriva dalla convergenza di più fattori critici. Molti studi hanno confermato che esiste una correlazione fra il livello di diseguaglianza e la violenza che si esprime in una società. In contesto come quello degli Usa dove predomina lo sfruttamento selvaggio, una mancanza di accesso ai programmi di aiuto, dove fanno da padroni competizione e stress economico, milioni di persone vengono spinte fino al punto di rottura psicologico, cosa che, in soggetti con particolari patologie, può avere un esito catastrofico.

Inoltre la guerra al terrore, partita da premesse false e delinquenziali come quelle riconosciute da Tony Blair, oggi è al suo 18esimo anno e domina non solo la scena politica ma anche quella culturale, con l’effetto di una esacerbazione del nazionalismo estremo, della paranoia, della xenofobia. Soggetti psicotici vengono implicitamente indirizzati verso un acting out criminale che altro non è che l’imitazione “manierata” di un gesto “eroico”. L’omicida di massa è in realtà tutt’altro che coraggioso: egli è “manierato”, cioè falso, in quanto se la prende con gli studenti, i soggetti più deboli e indifesi.

L’altro fattore critico è l’assoluta deriva della psichiatria: gli Stati Uniti come ha affermato un eminente psichiatra come Allen Frances, sono il peggior Paese al mondo nel quale andare incontro ad una malattia psichica. I malati più gravi, spesso provenienti dalle classi meno abbienti, sono abbandonati a se stessi, mentre gli operatori della salute mentale creano malattie ad uso e consumo dei cosiddetti “normali”, sui quali cerca di lucrare con metodi criminali il cartello delle case farmaceutiche. Alla luce delle precedenti considerazioni, l’intervento recente di Donald Trump che vuole armare gli insegnanti per risolvere le stragi nelle scuole è più che stupido: è stolido. La stolidità, un’ottusità che rasenta l’idiozia, il presidente la condivide con molti politici nostrani apertamente xenofobi e a favore dell’uso della armi a scopo di sicurezza, fautori di rimpatri impossibili.

Un libro come Fuoco e furia di Michael Wolff è stato eccessivamente reclamizzato dalla stampa internazionale e da quella italiana. Apparentemente, il libro è una denuncia contro l’incapacità politica di Trump, contro i suoi più o meno presunti tradimenti: in realtà si fa leva sulla curiosità morbosa che la personalità assurda del tycoon suscita per confezionare un best seller. Ci si concentra sul gossip politico che rivela retroscena inconfessabili, gli intrighi del potere come nella profetica serie House of cards e si perde di vista il quadro generale di una società che manifesta segni di una sofferenza politica, culturale e psicologica profondissima. In 27 tra psichiatri e operatori della salute mentale coordinati da Bandy Lee, hanno confezionato nel 2017 un libro di denuncia, The dangerous case of Donald Trump, contro la pericolosità e l’instabilità mentale del presidente, che ha in mano la valigetta dell’arsenale nucleare, cadendo nello stesso equivoco, nello stesso errore di prospettiva in cui ci ha trascinato per un calcolo razionale Michael Wolff. Ci si concentra su un particolare, su di una persona o su di un circolo ristretto di persone al potere per non prendere in esame seriamente (e non con teorie ottocentesche) il contesto generale, la mentalità e la cultura politica che l’ha sostenuto.

Addirittura si conia il termine “Tad” acronimo per “Trump anxiety disorder”, come se fosse veramente la personalità dello zazzeruto Donald un fattore stressogeno rilevante per un gran numero di pazienti, cioè il motivo generatore di una psicopatologia che sarebbe sempre più diffusa e legata alla politica: siamo di fronte ad una ipervalutazione, a una idealizzazione, sia pure di segno negativo, che è essa stessa falsa e pericolosa. I 27 operatori della salute mentale straparlano e sostengono che il presidente appartiene alla cosiddetta “normalità maligna”, cioè diabolica, accogliendo una definizione di Erich Fromm, religiosissimo ebreo ortodosso come la sua famosa moglie Frieda Fromm Reichmann. Con riferimento al famoso film Gaslight (1944) diretto da George Cukor interpretato da Ingrid Bergman, il presidente viene definito un gaslighter, termine popolare nella letteratura psicologica per designare un manipolatore, uno che deliberatamente cerca di far uscire di senno qualcuno. In realtà non ci si accorge che Trump, “il cattivo”, non riesce neppure a essere normale, figuriamoci se riesce a far impazzire chicchessia.

Egli, per sua stessa ammissione, in una intervista dimenticata degli anni 90, soffre di una grave forma di délire du toucher da inquadrare nell’ambito della folie du doute per usare una terminologia degli alienisti ottocenteschi come Antoine Ritti e Henri Legrand du Saulle. Mitomania, rozzezza su cui si innesta la paura delirante dei germi, dello sporco, del contatto con altri esseri umani: paura di essere contaminato dagli islamici e dai sudici messicani. In sottofondo c’è un dubbio continuo e inconfessato che mina dalle fondamenta l’identità del leader repubblicano e lo spinge, in modo compensatorio, ad un acting out dissociato in risposta a problemi di politica interna e internazionale.

La lezione americana, le derive dittatoriali di Trump che viene paragonato ad Hitler, devono servirci per capire ciò che avviene in casa nostra, in Italia, dove a Macerata c’è stata recentemente una tentata strage a danno di immigrati neri da parte di un malato di mente che si proclama fascista. E le cronache sono piene di reiterate aggressioni femminicide e di atti di criminalità comune enfatizzati ad arte dai mass media per creare un clima generalizzato di paura. In questo contesto, c’è chi ha affermato che è innato nell’essere umano “il bisogno di sicurezza”, come hanno sostenuto alcuni  “post-freudiani” tra cui lo psicoanalista John Bowlby. Il bisogno di sicurezza innato metterebbe sullo stesso piano, in una prospettiva etologica e evoluzionista, l’uomo, primati come il Macacus rhesus, se non addirittura le anatre di quel nazista che fu Konrad Lorenz: saremmo allora tutti da considerare come bambini piccoli se non animali indifesi e in cerca di attaccamento e di rassicurazione, istintivamente portati ad evitare o a temere lo straniero, cioè lo sconosciuto. Lo Stato autorevole, per non dire totalitario, dovrebbe continuamente proteggerci e garantire la nostra sopravvivenza materiale e una pseudo identità che derivi dall’appartenenza a un regime: dovremmo però marciare irreggimentati come anatroccoli dietro mamma oca.

Ora è chiaro che l’unica sicurezza possibile è quella che deriva dalla affermazione di una sostanziale uguaglianza basata sul riconoscimento che la nascita è la stessa per tutti gli esseri umani per una dinamica che non prevede imprintings genetici o teorie organicistiche. La certezza psichica del proprio essere e la vitalità ad esso connessa ci dà la forza di resistere all’ingiustizia e alla violenza qualunque sia il contesto sociale in cui ci troviamo. Questo è il presupposto che dobbiamo porre alla base di un’azione politica, del rispetto dei diritti umani fondamentali per tutti, migranti compresi, che sono la fascia più debole e meno protetta della popolazione. Uno Stato come quello italiano, quando manifesti aspetti tipici del totalitarismo e condanni milioni di immigrati ad una apolidia de facto, ad una abolizione o sospensione del diritto di cittadinanza, è quanto di meno sicuro e di più pericoloso possa esistere. La ricerca di sicurezza nell’uomo forte, nel fascismo, nelle politiche securitarie e meramente poliziesche, nella xenofobia è un equivoco, tragico frutto dell’ignoranza e del revisionismo storico oltre che di un calcolo di alcuni politici che si pongono continuamente al centro dell’attenzione, come Donald Trump, con un retorica stolida e ripetitiva assecondata dai mass media e dagli indici di ascolto.

Il 24 marzo, a Washington e in molte altre città degli Stati Uniti e del mondo (sono 835 gli eventi annunciati), si terrà la prima March for our lives, cortei che vedranno sfilare ragazzi e ragazze per chiedere alla politica una risposta al dramma della diffusione delle armi da fuoco, e delle sempre più frequenti stragi. Dentro e fuori le scuole.

L’articolo di Domenico Fargnoli è tratto da Left n. 10 del 9 marzo 2018


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Giacomo Marramao: I principi Onu? Uno strumento di potere

Letasha Irby, a worker who still sees challenges and inequality in the present day US, poses for a portrait on March 5, 2015 in Selma, Alabama. Saturday will mark the 50th anniversary of Bloody Sunday where civil rights marchers attempting to walk to the Alabama capitol in Montgomery for voters' rights clashed with police on the Edmund Pettus Bridge. AFP PHOTO/ BRENDAN SMIALOWSKI (Photo credit should read BRENDAN SMIALOWSKI/AFP/Getty Images)

Settant’anni or sono, a Parigi, Eleanor Roosevelt mostrava al mondo quella che lei stessa definì «la Magna charta dell’umanità». Un testo, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, frutto del lavorìo alacre della Commissione per i diritti umani delle Nazioni unite, che avrebbe dovuto scacciare una volta per tutte gli ingombranti fantasmi dei genocidi e delle stragi della seconda guerra mondiale. Un testo, pur non vincolante per gli Stati membri dell’Onu, che costituisce lo scheletro delle costituzioni di molti Paesi democratici. Un testo più e più volte disatteso, violato, ignorato, da quegli stessi Paesi che lo promulgarono. Le sequenze di morte e distruzione che documentano la presa della città curda di Afrin, nel nord della Siria, da parte delle milizie turche, lo testimoniano, con disarmante evidenza. Così come il silenzio delle principali potenze dell’Unione europea, che nei giorni scorsi hanno annunciato il via libera alla seconda tranche da versare ad Ankara per il controllo delle frontiere, in ossequio al patto siglato a marzo 2016: altri 3 miliardi dritti dritti nelle tasche di chi stermina un popolo col malcelato sostegno dell’Isis.

«Si tratta di un problema serio, e non è sufficiente dire che l’Occidente tradisca i propri principi comportandosi in maniera criminale: spesse volte, quegli stessi valori universalistici – presenti anche nella Dichiarazione “universale” dei diritti dell’uomo – vengono usati per ciò che effettivamente sono, un dispositivo di legittimazione del proprio dominio». È una prospettiva provocatoria e quanto mai attuale quella di Giacomo Marramao, filosofo, professore presso l’Università di Roma tre. Un punto di vista che smaschera il falso universalismo dei diritti umani, riallacciandone con perizia i fili della sua genealogia. «Il problema di fondo è andare a vedere cosa implica l’idea di “universale” e l’idea di “umano”. Le stesse dispute preparatorie alla stesura della Dichiarazione del 1948 testimoniano il carattere problematico della definizione di questi concetti.

Ma, volendo fare un balzo indietro nel tempo, non si può dimenticare che…

L’intervista di Leonardo Filippi al filosofo Giacomo Marramao prosegue su Left in edicola


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La politica impossibile

È di pochi giorni fa lo scandalo di Cambridge Analytica, la società britannica specializzata nella costruzione di campagne mediatiche allo scopo di ottenere consensi ed elezioni in maniera “scorretta”. Uso le virgolette perché è ormai evidente che Cambridge Analytica non fa altro che usare consolidate tecniche di marketing alla politica. Sono tecniche e trucchi che vengono usati normalmente nella comunicazione pubblicitaria per convincere il pubblico di aver bisogno di questo o di quel prodotto. La novità in questo caso sta nel aver avuto accesso a 50 milioni di profili facebook e tramite di essi aver potuto creare una campagna perfettamente in linea con quello che il pubblico si aspettava. Perché il cuore della pubblicità, in qualunque settore, sta nello scrivere e raccontare in un certo modo, suscitando emozioni più forti possibili nel pubblico, allo scopo di catturarlo e convincerlo a fare qualcosa per risolvere il proprio stato emozionale. L’esito dell’attività di marketing commerciale è l’acquisto del prodotto. L’esito dell’attività di marketing politico è il voto. Channel 4 ha pubblicato un video ripreso di nascosto in cui uno dei dirigenti di Cambridge Analytica spiega: «I fatti in politica non contano. Contano le emozioni». Che è esattamente la regola fondamentale del marketing. Non conta il prodotto, contano l’esperienza e le implicazioni emozionali che quel prodotto può determinare in chi lo compra.

Il marketing non è altro che una comunicazione persuasiva il cui scopo è convincere chi la subisce a pensare di avere un problema e a volerlo risolvere tramite un acquisto. In questo caso tramite un voto. Che cosa è effettivamente il prodotto e, in questo caso, cosa quel politico farà effettivamente, conta molto poco. E a ben pensarci tutti gli slogan più di successo dei politici sono prima di tutto emozionali. Il prodotto, le cose da fare in concreto, non esistono. I programmi hanno sempre scarsissima importanza in una competizione elettorale. Contano gli slogan e i candidati con la loro storia. “Yes we can” era lo slogan di Obama. Che ha un senso di riscatto rispetto ad un impotenza del cittadino comune verso le ingiustizie. E anche un senso di riscatto verso una politica che alla fine viene percepita sempre come dedicata ad avvantaggiare pochi a scapito di molti. “America first” era lo slogan di Trump. E in fondo aveva esattamente lo stesso senso dello slogan obamiano ma con un’accezione più patriottica e di contrasto alle politiche inclusive di Obama.

Altra specialità di Cambridge Analytica è quella di saper costruire una comunicazione efficace inventando storie e “scrivendo” in maniera opportuna. È il meccanismo delle cosiddette fake news, che per essere efficaci si basano su tecniche di scrittura particolari. Infatti una bufala di per sé non vale nulla se non viene impacchettata a dovere. Per esempio far dire quello che vogliamo dire a persone presentate come esperti ma che in realtà non lo sono, oppure l’uso di numeri che servono non per spiegare ma per convincere dell’oggettività di qualcosa che magari è completamente inventato. «È un sabotaggio della democrazia» dice giustamente Channel 4 nel suo servizio su Cambridge Analytica. Come fare per opporsi a questa comunicazione subdola, il più delle volte completamente invisibile, in particolare a chi la subisce ? Il marketing, politico o economico, è una disciplina empirica, che si basa sullo studio delle risposte concrete delle persone alle diverse comunicazioni cui sono sottoposte. Non cerca di comprendere perché gli esseri umani si comportano in quel certo modo. È una disciplina che studia le reazioni dell’essere umano in conseguenza di una comunicazione.

Lo scopo è fare in modo che quella reazione sia un’azione ben precisa (l’acquisto). Per quello che se ne sa, in politica, i servizi di Cambridge Analytica sono stati usati soprattutto da partiti di destra. Forse perché hanno meno scrupoli a comunicare in maniera subdola con il proprio elettorato. Forse perché è molto semplice usare la paura come leva emotiva. In questo caso la paura del diverso, dello straniero, dello sconosciuto, dell’ignoto. Oppure la rabbia. Rabbia verso chi “ruba il lavoro” o peggio “vive sulle nostre spalle”. La comunicazione fa diventare ciò che non si conosce, il “mostro”. Poi si prospetta un futuro di morte e distruzione. O perlomeno di povertà. Perché gli esseri umani, anche in condizioni di vita tutto sommato ottime, hanno paura dell’ignoto, dello sconosciuto, dello straniero, del diverso da sé ? È solo una questione del lavoro che non c’è e di competizione “con gli stranieri” ?

A pensarci bene la reazione che questa comunicazione cerca di suscitare è ben nota in psichiatria. Si chiama annullamento ed è stata scoperta da Massimo Fagioli e teorizzata nel 1971 in Istinto di morte e conoscenza (ed. L’asino d’oro). Perché sarebbe un annullamento ? Perché questo tipo di comunicazioni vogliono dire a chi le ascolta di chiudere gli occhi, di non vedere, di non sapere. Che chi è straniero viene solo per violentare le donne e rubare il lavoro agli uomini. Vogliono che i cittadini chiudano gli occhi sulla realtà e verità di altri esseri umani che sono uguali a noi. La sinistra se vuole esistere deve comprendere questa dinamica fondamentale. Perché permette di vedere chi vuole accecare ed impedire che ciò accada. Permette di opporsi alla destra che è conservatrice nel senso che non vuole che si aprano gli occhi sul diverso da sé. Poi, la sinistra, dovrà cercare le emozioni belle che saranno necessarie per raccontare di una possibilità di vita diversa, in una società diversa. In cui chiunque saprà dire a chi vuole indurgli paura per fargli chiudere gli occhi: “No, io non ho paura”.

Il commento di Matteo Fago è tratto da Left in edicola


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La blasfemia è reato, in Italia come nelle teocrazie

streetwriter Hogre ha realizzato alcune opere sui muri di Torino

Quando si parla di blasfemia (offese alle divinità) o vilipendio (offese a confessioni religiose, ministri di culto, cose o persone “religiosamente intese”) nei commenti di scuola si è soliti ripetere come queste siano fattispecie residuali, ormai depenalizzate, di applicazione rarissima. Ma è davvero così? E, più importante e prima ancora, è davvero possibile conciliare anche la semplice sussistenza di queste norme, a prescindere dal loro concreto utilizzo, oltre che con il buon senso, con il contemporaneo concetto di Stato laico, pluralista, democratico? No. Ed è risposta che vale per entrambe le domande.

Il codice Zanardelli del 1889 tutelava il sentimento religioso solo dal punto di vista individuale, non formalizzando né recependo la tutela del sacro come valore a prescindere. Ben diversa l’impostazione del codice penale fascista (“Rocco”), tuttora vigente. Dove dovrebbe prevalere il diritto umano fondamentale di libera espressione del pensiero, vengono posti lacci e lacciuoli (e anni di galera) a tutela della confessione dominante.
A dir la verità, in occasione del nuovo Concordato del 1984, che ha almeno ufficialmente abolito la religione di Stato, erano in molti ad aspettarsi…

Il 22-23 marzo, a Bruxelles, ha luogo il convegno “Europa di chi non crede: modelli di laicità, status individuali, diritti collettivi” organizzato dalla Uaar-Unione degli atei e degli agnostici razionalisti in collaborazione con il Parlamento europeo, il Comitato interministeriale diritti umani, l’European humanist federation e la International humanist and ethical union (Iheu)

L’articolo di Adele Orioli prosegue su Left in edicola


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Fosse ardeatine, il diario partigiano delle 48 ore che sconvolsero Roma

RASTRELLAMENTO IN SEGUITO ALL'ATTENTATO DI VIA RASELLA 1944

Giorgio Amendola, esponente comunista della Resistenza, racconta in una lettera che il fragore dell’esplosione fu così lacerante che il boato riecheggiò nell’appartamento romano di via Propaganda fide, dove era in corso la riunione della giunta militare del Cln. Alcide De Gasperi, colonna portante della futura Democrazia cristiana, rivolgendosi al dirigente comunista, esclamò sorpreso: «Ne avete combinata un’altra delle vostre. Una ne fate e cento ne pensate».

Era il 23 marzo del ’44, quando diciotto chili di tritolo, nascosti in un carretto, esplosero nel cuore di via Rasella, travolgendo 33 uomini del battaglione Bozen, reggimento dell’esercito nazista. Alle 15 e 52, Rosario Bentivegna – nome di battaglia Paolo – travestito da spazzino, accese la miccia, osservando il manipolo risalire la china della via. Cinquanta secondi e poi il trambusto di schegge impazzite e il fuoco della detonazione. L’attentato – come lo chiamano alcuni – è ordito dalle fila comuniste della Resistenza romana. Carla Capponi, Carlo Salinari, Franco di Lernia, Gioacchino Gesmundo, Marisa Musu, Franco Calamandrei ed altri.

La città era occupata dai nazifascisti. Sette mesi di guerriglia urbana. I Gruppi di azione patriottica (Gap) avevano diviso Roma in otto zone di intervento. I partigiani attaccavano senza sosta le truppe occupanti e le camicie nere. In ogni quartiere gli echi della guerra combattuta sulle rive sabbiose di Anzio, crivellavano i muri di Forte Bravetta e di via Tasso. La rappresaglia nazista alla bomba fu una tragedia di proporzioni disumane. La mattina del 24 marzo, 335 italiani vennero uccisi e sepolti nelle cave di pozzolana, a pochi passi dalla via Ardeatina. Dieci italiani per ogni tedesco ammazzato. Le quarantotto ore che sconvolsero Roma e la sua memoria. Ancora oggi, la vulgata consolatoria della pacificazione nazionale e di una “guerra civile” mai combattuta, marchia i 335 morti come “vittime dei totalitarismi”.

A 74 anni dalla più grande e controversa azione partigiana che la storia ricordi, nel cicaleccio di via Rasella, incontro Mario Fiorentini. L’ultimo gappista delle zone centrali rimasto in vita. Occhi azzurri, criniera bianca e…

L’articolo di Maurizio Franco è tratto da Left in edicola


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I Comuni che dicono no ai neofascisti

Un momento della manifestazione antifascista, organizzata dal Pd, 'E questo Ë il fiore', Como, 09 Dicembre 2017. Il raduno Ë stato promosso dopo l'irruzione di un gruppo di skinheads in una riunione dell'associazione 'Como senza frontiere', a favore dell'accoglienza dei migranti. ANSA/FLAVIO LO SCALZO

In Italia il fascismo da tempo sta tentando di rialzare la testa. Lo dimostrano tanti episodi accaduti in questi ultimi tempi e anche l’aumento rispetto al 2013 delle preferenze per CasaPound, che, pur avendo ottenuto il 4 marzo un risultato molto modesto – 0,95% alla Camera e 0,85% al Senato – comunque è sette volte superiore a quello delle precedenti elezioni.

Ma la risposta della società non si è fatta attendere. Diverse giunte comunali hanno varato delle modifiche alle norme che regolano l’uso degli spazi pubblici (nel senso più ampio del termine, dalle piazze ai palazzetti dello sport), per impedire che vi si tengano eventi inneggianti al fascismo, o alla discriminazione razziale, religiosa e sessuale. Ad aprire la strada è stata la giunta di Pavia il 28 aprile 2017. Da allora molte amministrazioni ne hanno seguito l’esempio, tra cui: Siena, Torino, Cesena, Orosei in provincia di Nuoro, Riva del Garda in provincia di Trento e altre ancora. Oggi, chi vuole usare uno spazio pubblico, dovrà compilare il classico modulo di richiesta, a cui però sono stati aggiunti dei passaggi da firmare, in cui si deve dichiarare di aderire ai valori dell’antifascismo e che l’evento in questione non sarà di carattere fascista e non avrà toni, finalità e linguaggio discriminatori. Queste regole si rifanno all’articolo 2 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, agli articoli 2 e 3 della Costituzione, alla XII disposizione transitoria che vieta la riorganizzazione del partito fascista e alle successive leggi Scelba e Mancino.

Negli ultimi anni Pavia è stata teatro di diverse aggressioni fasciste. Per il sindaco Massimo Depaoli la misura è stata colma dopo la manifestazione del 5 novembre 2016, giorno in cui militanti di CasaPound, Forza nuova e altre formazioni neofasciste hanno sfilato per commemorare la morte di Emanuele Zilli, attivista missino scomparso lo stesso giorno del 1973. Al corteo nero si è contrapposto un presidio antifascista a cui hanno partecipato, tra gli altri, Anpi, Arci, sindacati, associazioni e il sindaco stesso. A seguito di questa giornata, la Rete antifascista di Pavia, l’Anpi e il sindaco si sono messi al lavoro per stilare quello che poi è diventato il regolamento definitivo, grazie al voto dei consiglieri del Pd, del M5s e di altre liste di sinistra. Il centrodestra si è astenuto, fornendo come motivazione l’inutilità del provvedimento. Oggi, presentare i moduli firmati in ogni loro parte, senza però rispettarne le nuove indicazioni, può costare fino a 500 euro di multa e l’interruzione dell’evento. Ma il sindaco pavese spera che questa delibera possa andare ben oltre i confini cittadini, fino a influenzare il legislatore nazionale.

Siena è il secondo capoluogo in Italia ad aver adottato questo tipo di norme. «Il nuovo regolamento non vuole limitare la libertà d’opinione» dice a Left Bruno Valentini, sindaco di Siena. «Noi non chiediamo a chi compila la richiesta di uso di spazio pubblico “pensi che il fascismo sia stato una cosa buona?”. Chiediamo piuttosto di impegnarsi nell’evitare comportamenti non in linea con la Costituzione e con lo statuto della città, che fa dell’antifascismo uno dei suoi punti forti. Chi contravviene alle regole, subisce una multa e il ritiro del permesso all’uso dello spazio». Alle nuove norme a Siena poi si accompagnano una serie di eventi rivolti alle scuole, concentrati soprattutto nell’ambito delle celebrazioni del 25 aprile: in particolare, una compagnia locale metterà in scena a teatro l’eccidio di 19 partigiani nel 1944 da parte di soldati della Repubblica di Salò. «Vogliamo trasmettere alle generazioni più giovani i valori dell’antifascismo e della tolleranza. Il fascismo non si ferma solo con i divieti, ma anche con la cultura, e le due cose devono viaggiare insieme». La delibera non è andata giù a CasaPound che ha presentato un esposto al Presidente della Repubblica contro le nuove regole. Il Comune di Siena ha risposto facendo ricorso al Tar regionale. «Ad oggi Cpi non si è ancora fatta viva», conclude Valentini.

Un’altra città che ha deciso di dire no alle manifestazioni fasciste è Pontedera, in provincia di Pisa. In particolare ha destato clamore la polemica di Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, con il sindaco Simone Millozzi scatenata da una multa comminata al partito di destra lo scorso 8 febbraio, durante la campagna elettorale. La sanzione è arrivata dopo che Fdi aveva montato un gazebo, senza che fosse stato autorizzato. Il Comune non ha concesso lo spazio perché il richiedente aveva cancellato con il bianchetto le parti in cui si faceva riferimento alle «norme nazionali in vigore che vietano sia la ricostituzione del partito fascista che la propaganda di istigazione all’odio razziale». Una settimana dopo, la leader di Fdi ha postato un video su Youtube e rilasciato interviste in cui definiva il provvedimento una «prova tecnica di regime». Il sindaco toscano ha ribadito in un comunicato che il modulo artefatto presentato da Fdi era irricevibile. Millozzi ha poi rivolto una domanda a Meloni, in veste di cittadino: «Perché il suo partito si è così prodigato per alterare un modulo e togliere una frase richiamante leggi nazionali che vietano la ricostituzione del partito fascista e l’istigazione all’odio razziale?». Alla fine Fdi ha ceduto e ha presentato nuovamente i moduli, compilati in ogni loro parte senza alcuna modifica.

Il 23 marzo a Siena si è tenuto il convegno organizzato dall’Associazione nazionale partigiani d’Italia, “L’antifascismo, origine e forza delle istituzioni democratiche“.

L’articolo è tratto la Left n. 11 del 16 marzo 2018


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Storia di Anne, dal Sussex alla Siria per combattere con i curdi «contro l’oppressione patriarcale» di Ankara

«Forse avrei dovuto fare di più per dissuaderla, ma non mi avrebbe mai perdonato. Non ho provato a influenzare il suo destino, questa era la cosa più importante della sua vita». Sapeva che forse sarebbe morta, ma era comunque fiero di lei. E non ha provato a fermarla. Ora Dirk Campbell, il padre di Anne Campbell, ha detto alla radio della BBC di essere “in pieces”, a pezzi. Sua figlia aveva libertà, una perfetta faccia british, capelli biondi ed occhi chiari, una casa comoda nel sud del Regno Unito.

Era una femminista britannica di 26 anni. Una che «non sopporta le ingiustizie, le piaghe dei deboli, vulnerabili, dei senza potere, una che aveva trovato idealismo nell’utopia meravigliosa del Rojava». Chi era Anne oggi lo spiega suo padre, i suoi amici, qualche scritta sul muro, dal Kurdistan a Lewes, Sussex orientale, la sua città natale, dove c’è scritto “Anna Campbell è immortale”.

Era andata a combattere contro l’ISIS tra le file delle soldatesse curde dello YPG nel maggio 2017 . È morta quasi un anno dopo, il 15 marzo scorso, durante l’operazione “ramo d’ulivo” dei soldati di Erdogan, in Siria, ad Afrin, dopo aver pregato la comandante della sua unità femminile dello YPJ di farsi spedire al fronte. La comandante non era d’accordo: le donne occidentali sono il primo bersaglio di jihadisti ed esercito turco. Eppure Anne aveva continuato ad insistere.

Nelle ultime immagini che si hanno di lei, stringe tra le mani il suo kalashnikov, sulla spilla gialla in petto c’è il volto di Ocalan. In un video registrato prima della sua morte, con i capelli più scuri, in divisa, Anne, battezzata dai curdi con il nome di guerra Helin Qerecox, dice di essere felice di andare con tanti compagni coraggiosi a combattere in memoria di quelli che erano già stati uccisi. Perché viviamo in «un mondo di oppressione patriarcale, di sfruttamento brutale». La rivoluzione del Rojava, secondo Anne, incarnava «lo spirito della resistenza, parte della lotta per gli oppressi contro il capitale e il patriarcato».

Il Guardian scrive che quella giovanissima concittadina aveva ancora «quell’idea di fare la differenza, quella che per la cultura contemporanea è assurda». Eppure «Byron è andato a liberare la Grecia, gli studenti hanno partecipato alla guerra civile spagnola, certi giovani escono dalla loro confort zone, per trovare una causa per cui valga la pena combattere, è quello che giace profondamente nell’anima umana».

«Non vi abbandonerò, il mio governo e il mondo occidentale vi hanno lasciato soli contro il secondo esercito più grande della NATO» ha detto prima di morire Anne ad Ilham Ahmed. Il giornalista aveva tentato di dissuaderla, per non farla andare al fronte: «Abbiamo bisogno di te qui, invece, per far arrivare la storia ai media britannici«. Anne Helin Qerecox ha risposto: «Il mio paese non dà niente oltre che parole, io sono qui per darvi la mia azione».

Non è Romani il problema, ma Forza Italia

Silvio Berlusconi (D) e Marcello Dell'Utri (S) alla convention del Circolo dei giovani del buon governo a Montecatini Terme (Pistoia) in una foto d'archivio dell''11 novembre 2007. ANSA / MAURIZIO DEGL'INNOCENTI

Leggete con attenzione:

«Quali rapporti? Per delinearli i pm partono da lontano. E citano la sentenza definitiva che ha condannato Dell’Utri a sette anni di carcere per concorso esterno. “I giudici hanno scritto – ha detto Del Bene citando le motivazioni del verdetto – che fin dagli anni Settanta Marcello Dell’Utri intratteneva un rapporto paritario con esponenti di Cosa nostra”. Contatti che per i pm “sono proseguiti anche dopo la scomparsa dei boss Mimmo Teresi e Stefano Bontate, suoi iniziali interlocutori, uccisi dai corleonesi di Totò Riina”. Nella requisitoria ha dunque fatto la sua comparsa Vittorio Mangano, il boss di Porta Nuova assunto da Berlusconi e Dell’Utri come stalliere nella villa di Arcore nel 1974. “La presenza di Vittorio Mangano ad Arcore, mafioso del mandamento di Porta Nuova, per il tramite di Dell’Utri, rappresenta la convergenza di interessi tra Berlusconi e Cosa nostra”, dicono i pm, che durante una delle udienze del processo hanno ascoltato anche la deposizione del pentito Gaetano Grado. “Negli anni Settanta – aveva detto il collaboratore di giustizia l’11 giugno del 2015 – portava fiumi di miliardi da Palermo a Milano. Erano soldi del traffico di droga di Cosa nostra che Mangano consegnava a Dell’Utri, poi Dell’Utri li consegnava a Berlusconi che li investiva nelle sue società, mi pare anche per Milano due. La mafia ha bisogno di investire. Siccome i soldi della droga erano talmente tanti che non si sapeva più quanti fossero, Mangano esportava fiumi di denaro su a Milano”.

L’intimidazione: gli attentati alla Standa – Il sostituto procuratore ha poi ricordato gli attentati alla Standa di Catania, che all’epoca era di proprietà di Silvio Berlusconi. Secondo l’accusa gli attentati intimidatori sarebbero cessati solo dopo un accordo tra Cosa nostra e Berlusconi, “attraverso l’intermediazione di Dell’Utri”. Già in una delle scorse udienze, il pm Roberto Tartaglia aveva spiegato. “I boss puntarono all’intimidazione, per poi raggiungere il patto”, disse il magistrato riferendosi proprio gli attentati alla Standa: “Il pentito Malvagna ci ha raccontato che scese un alto dirigente Fininvest per risolvere la questione”. Chi era quell’alto dirigente? “Era Dell’Utri”, ha detto un altro pentito, Maurizio Avola, riferendo di un incontro tra l’ex senatore e il capomafia Nitto Santapaola.

Sicilia libera è il movimento creato su input dello stesso Bagarella, al vertice dei corleonesi nel 1993 dopo l’arresto del cognato Totò Riina.  “Il movimento Sicilia libera ha in sé tutti i protagonisti del reato di attentato a corpo politico dello Stato che contestiamo agli imputati di questo processo. Cosa nostra ha l’esigenza di interloquire direttamente con le istituzioni e Bagarella tenta di farlo con questo movimento politico nel cui statuto vengono inseriti i punti che tanto stanno a cuore alla mafia, tra cui la giustizia e provvedimenti sul mondo carcerario“. Poi, però, succede qualcosa. Succede che alla fine del 1993 lo stesso Bagarella “sa della discesa in campo di Silvio Berlusconi per le politiche del 1994 e decide dirottare il suo sostegno a Forza Italia, e di fatto decide di dare sostegno a Marcello Dell’Utri attraverso i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano. Così, lascia perdere il Sicilia libera che aveva fondato e di fatto confluisce in Forza Italia”.

Quello che disse Cancemi – Per la verità, però, a parlare di Berlusconi e Dell’Utri come possibile soluzione ai problemi di Cosa nostra era stato lo stesso Riina già nel giugno del 1992, quando la nascita di Forza Italia era ancora alle primissime battute. A sostenerlo – lo ha ricordato nelle scorse udienze il pm Di Matteo – era stato il pentito Salvatore Cancemi. Nel corso della riunione del giugno ’92, “Riina si prese la responsabilità di eliminare Paolo Borsellino”. Nella stessa circostanza aggiunse che “andava coltivato il rapporto con Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri”.  “Non è un racconto del relato ma proviene dalla voce di un autorevole capomafia”, aveva detto Di Matteo. Le dichiarazioni di Cancemi, secondo l’accusa, riscontrano quanto detto in carcere da Giuseppe Graviano. Intercettazioni che hanno fatto riaprire le indagini su Berlusconi e Dell’Utri come mandanti delle stragi e che sono state al centro di un acceso dibattito processuale tra accusa e difesa.”

In questo articolo (tratto da Il Fatto quotidiano del 25 gennaio di quest’anno qui) si racconta dell’accordo che portò alla costruzione di Forza Italia, il partito di Silvio Berlusconi fortemente voluto da Marcello Dell’Utri. Il punto è tutto qui: il tema non è Paolo Romani che non è voluto dal Movimento 5 stelle perché già condannato. Il tema è Forza Italia e la sua storia. Poi, per carità, qualcuno è libero di non crederci ma sicuramente ci credeva Alessandro Di Battista mentre declamava ad alta voce la sentenza Dell’Utri ad Arcore. Ridurre tutto a Romani è un truffa. E dire, come prova a fare Di Maio, che il «leader del centrodestra è Matteo Salvini» fingendo che non ci sia Forza Italia al seguito è un andreottismo. Senza nemmeno la soddisfazione di avere la cultura e l’arguzia di Andreotti.

Buon venerdì.

Il reato di solidarietà inventato dall’Italia

Nel 2018 si celebrano i 70 anni della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo con mostre, convegni, dibattiti e festival dei diritti umani, che toccheranno l’acme il 10 dicembre. Ma molti Paesi che hanno sottoscritto il testo approvato nel 1948 dall’assemblea generale delle Nazioni unite oggi sembrano non “ricordare”. O peggio ancora. Fin dalla rivoluzione francese, l’Europa si auto descrive come la culla di una cultura giuridica illuminata, ma nella prassi politica oggi si comporta in maniera opposta, negando quegli stessi principi di cui si proclamata sostenitrice all’uscita dalla guerra. In questo quadro, emblematico è il caso Italia. Nel 2017 è stata finalmente varata una legge contro la tortura, ma come scrive Lorenzo Guadagnucci del Comitato verità e giustizia per Genova è «così contorta e maliziosa da risultare un insieme di norme che disciplinano più che vietare la tortura». Come è noto l’Italia è stata più volte condannata perché le condizioni di detenzione violano i diritti umani. Il 16 marzo il Consiglio dei ministri ha varato i decreti attuativi della riforma carceraria: «In zona Cesarini», ha detto la radicale Rita Bernardini, che ha condotto una lunga battaglia non violenta. Un buona notizia, certamente, ma da qui alla fine dell’iter a luglio, tutto purtroppo può ancora accadere.

Ed eccoci a un altro tema cruciale che è stato del tutto ignorato dai partiti durante la campagna elettorale. Le donne in Italia hanno conquistato molti diritti sul piano formale, ma sono quotidianamente vittime di violenze di ogni tipo, fino al femminicidio. Sono lasciate sole dalla legge che punisce lo stalking con pene pecuniarie. Il diritto all’autodeterminazione viene continuamente negato e la scelta di interrompere una gravidanza è ostacolata da percentuali bulgare di obiettori di coscienza. Mentre sbarrano la strada alle famiglie migranti e ai cittadini che chiedono lo ius soli, politici misogini si lanciano in difesa della razza italiana: dalla Lega con in testa il neo governatore Fontana ai Cinquestelle che (dopo aver boicottato lo ius soli con l’astensione) ora propongono di investire 17 miliardi di euro per la crescita demografica. Questo per limitarsi ai due partiti usciti vincenti della tornata elettorale del 4 marzo. Ed ora veniamo al problema più macroscopico: il lacerante contrasto fra la Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948 e la politica italiana che criminalizza le ong, sequestra le navi che soccorrono i naufraghi e promuove respingimenti collettivi (vietati dalla Convenzione europea dei diritti umani) facendo accordi con la guardia costiera libica che rinchiude i migranti in lager dove i diritti umani non esistono. Il sogno di una Europa unita è naufragato in una unione di mercati, dove le merci possono circolare liberamente ma non altrettanto le persone.

Il Vecchio continente è diventato una specie di fortezza, impermeabile ai migranti. Per blindare i confini spagnoli il socialista Zapatero dette alla guardia civil l’ordine di sparare contro chi arrivava “clandestinamente” Africa scappando da guerre e fame. Accadeva nei primi anni Novanta. Nel secondo decennio degli anni Duemila, Orban e i Paesi del gruppo di Visegrád hanno costruito muri circondati da fili spinati. Come se non bastasse ora arriva la decisione europea di rinnovare l’intesa con la Turchia, pagando perché blocchi i profughi siriani. Questo proprio mentre il presidente Erdogan rilancia l’offensiva dell’esercito turco contro l’enclave curda di Afrin, nel nord della Siria. Noi pensiamo che non sia né accettabile né utile affrontare la questione epocale dei migranti con politiche securitarie, xenofobe, che negano diritti umani universali. Sui danni prodotti dalla legge Minniti Orlando (sulla strada già aperta dalla Bossi Fini) abbiamo scritto molto. Ma la cronaca ci sorprende ogni giorno, andando oltre ogni immaginazione. Dopo politiche di respingimenti al motto di «aiutiamoli a casa loro», dopo aver cancellato il diritto d’appello per i richiedenti asilo, l’Italia rilancia una campagna denigratoria delle ong («taxi del mare» secondo Di Maio) colpevoli di “estremismo umanitario” perché soccorrono chi rischia di affogare.

La nave spagnola Proactiva open arms, ormeggiata nel porto di Pozzallo, è stata posta sotto sequestro, dopo aver salvato 218 persone. Dai vertici della ong accusati di «associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina» si leva una voce inconfutabile: «Salvare in mare è un dovere». Non possiamo assistere inerti a un nuovo tentativo di introdurre un inaccettabile “delitto di solidarietà”. La sinistra che si batte da sempre per i diritti sociali cosa aspetta a fare propria, fino in fondo, anche la battaglia per i diritti umani?

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola


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