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De Magistris: «Un’Europa dei popoli e dei diritti»

Da Napoli a tutta l’Italia e all’Europa. Ora è ufficiale: il sindaco di Napoli Luigi de Magistris lancia la sua sfida. Un progetto nazionale ed europeo. Uno spazio trasversale e transnazionale aperto a tutti quelli che vogliono costruire un’Europa dei popoli, dei diritti e della giustizia sociale. Il primo passo è sabato 10 marzo con un incontro nel capoluogo partenopeo insieme a Varoufakis e ad altri rappresentanti di movimenti di tanti Paesi. Obiettivo: le Europee del 2019. Poi c’è la sfida nazionale: a maggio si terrà il primo congresso del suo movimento, DemA (Democrazia e Autonomia).

Sindaco, come legge questo voto?
L’esito era prevedibile. È un voto molto interessante, di protesta e di rottura, è un voto inequivocabile. Il voto del Mezzogiorno è stato contro il Pd e contro il ritorno di Berlusconi. È il voto che esprime il maggior cambiamento ed è in linea con quello che noi abbiamo già fatto a Napoli. I 5 Stelle sono stati al Sud un argine alla Lega e alla destra ma bisogna constatare che anche all’interno dei 5 Stelle spira un venticello di destra. Se escono dall’idea dell’autosufficienza, si può aprire un ragionamento con quelle forze, movimenti e persone che, anche prima sui territori, nel Paese e nelle amministrazioni hanno dimostrato a fatti e non solo a parole di coniugare la rottura del sistema con l’affidabilità di governo.

Sta per lanciare un progetto europeo con Varoufakis. Di che si tratta?
Stiamo lavorando per…

L’intervista di Steven Forti a Luigi de Magistris prosegue su Left in edicola


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Stoccolma accusa Pechino: l’arresto del libraio sgradito al regime è inaccettabile

Placards showing missing bookseller Lee Bo (L) and his associate Gui Minhai (R) are seen left by members of the Civic party outside the China liaison office in Hong Kong on January 19, 2016. China has confirmed that a missing Hong Kong-based bookseller, one of five men whose disappearance fuelled fears of an erosion of the city's freedoms, is on the mainland, the city's government said. AFP PHOTO / Philippe Lopez / AFP / PHILIPPE LOPEZ (Photo credit should read PHILIPPE LOPEZ/AFP/Getty Images)

Su un treno che correva veloce verso Pechino, partito da Ningbo, Cina est, il libraio Gui Minhai è stato arrestato di nuovo, il 20 gennaio, davanti agli occhi dei due diplomatici svedesi che viaggiavano con lui. Adesso Minhai, doppia cittadinanza, cinese e svedese, non potrà ora essere visitato dal medico, nonostante le gravi condizioni di salute.

Gui è solo uno dei cinque librai spariti da Hong Kong tra il 2015 e il 2016 e poi ricomparsi in territorio cinese, in arresto: dagli scaffali di carta, alle sbarre di ferro. Per certe storie d’inchiostro, la pena cinese è la prigione. I librai sono tutti detenuti nei penitenziari cinesi, per “commercio illegale di libri”. In comune avevano questo: vendevano storie di carta sgradite a Pechino e parlavano del potere del Partito in Cina.

È per questo che la ministra degli Esteri svedese, Margot Wallstrom, ha definito il comportamento delle autorità inammissibile: «L’azione cinese è inaccettabile, rende nulle le assicurazioni fatte in precedenza, secondo cui il nostro cittadino aveva il permesso di vedere un medico svedese. Chiediamo che sia liberato per riunirsi a sua moglie e sua figlia». Secondo il portavoce del ministero degli Esteri cinese, invece, Gui è in salute, «è sano, mentalmente e fisicamente», come avrebbero confermato i medici cinesi.

Gui Minhai era già stato arrestato mentre era in vacanza in Thailandia, nel 2015, ed era uscito dalla prigione cinese solo lo scorso ottobre. «Non è il primo cittadino europeo erroneamente detenuto in Cina, ma speriamo sia l’ultimo» hanno scritto in una lettera indirizzata al presidente Xi Jinping alcuni politici europei che ne hanno richiesto «l’immediato e incondizionato rilascio». Ma non hanno ottenuto né risultato, né risposta.

 

Il risultato del M5s si spiega anche così: a votarlo sono stati i più colpiti dalla crisi

Beppe Grillo durante la conferenza stampa al Senato sul reddito di cittadinanza, Roma, 09 settembre 2015. ANSA/ ANGELO CARCONI

La crisi pesa soprattutto tra gli under 40. E sono proprio loro che hanno decretato il cambiamento nelle urne del 4 marzo. Abbiamo messo a confronto dei dati. Dall’analisi del voto condotta da Tecnè, è emerso infatti che c’è una tendenza che vede crescere i voti al M5s con il diminuire dell’età. Sebbene con percentuali leggermente diverse, quasi la metà delle persone comprese tra i 18 e i 44 ha votato il partito pentastellato: il 44% dei giovani tra i 18 e i 30 anni, e il 40% delle persone comprese tra i 31 e i 44 anni. Tre giorni dopo il voto, l’Ufficio Parlamentare di Bilancio ha presentato dei dati che mostrano il cambiamento del benessere economico delle diverse generazioni in Italia. Partendo da uno studio del Fondo monetario internazionale che ha preso in considerazione l’intera Unione Europea, l’Upb ha approfondito la situazione italiana. Se nei 28 Paesi dell’Unione Europea, la fascia d’età che più di tutte è stata penalizzata dalla crisi è quella dei giovani tra i 18 e i 24 anni, a causa di una minore crescita dei redditi e un aumento del tasso di povertà, in Italia la situazione è diversa. E i problemi economici colpiscono fino alla fascia dei cinquantenni.

 

La tabella mostra la variazione tra il 2007 e il 2016 del reddito familiare equivalente, la colonna azzurra, e del tasso di povertà relativa, la colonna blu, per quattro diversi scaglioni di età. Il reddito familiare equivalente è un parametro che si ottiene mettendo in rapporto il reddito familiare netto con il numero di componenti del nucleo familiare. Il tasso di povertà relativa è invece la difficoltà economica nel fruire di beni e servizi in rapporto al livello economico medio di vita nel resto del Paese

L’unica fascia di età la cui posizione economica è migliorata, sia in Italia che nel resto dell’Ue, dall’inizio della crisi è quella degli over 65. E qui si potrebbe fare un altro nesso. Sempre secondo un sondaggio di Tecné, quasi un terzo dei cittadini con più di 64 anni ha votato per il Pd. Come si vede dal grafico, il reddito del suddetto scaglione generazionale è aumentato del 2,7% mentre il tasso di povertà è sceso del 6,9%.

In Italia la crisi ha colpito più duramente le persone tra i 25 e i 54 anni, fascia d’età il cui reddito è aumentato solo dello 0,7%, a fronte di un aumento del tasso di povertà del 4%.
Sebbene in misura minore, la crisi ha colpito anche i più giovani: il reddito dei cittadini tra i 18 e i 24 anni di età è aumentato dell’1,2%, mentre il tasso di povertà del 2,5%.
I dati di entrambi questi scaglioni di età potrebbero però essere sottostimati. L’Upb sottolinea infatti che lo studio del Fmi ha preso però in considerazione l’intera Unione Europea, senza tenere conto di alcune particolarità dei singoli Paesi, come quella italiana di affidarsi al nucleo familiare per assicurarsi un sostegno economico, a volte anche oltre i 30 anni.
Il poter fare affidamento sul sostegno economico del nucleo familiare di origine è stato utile a limitare gli effetti della recessione, continua lo studio, ma a lungo andare potrebbe rivelarsi un fattore di fragilità. Inoltre, tale forma di aiuto economico limita il reddito disponibile delle persone più anziane, che potrebbero invece spenderlo per le loro esigenze se i giovani fossero nelle condizioni di emanciparsi economicamente dalla loro famiglia di origine.

L’altro aspetto su cui si è concentrato lo studio dell’Upb è l’età media in cui i giovani tra i 18 ed i 24 anni lasciano la casa del nucleo familiare originario. Dal 2007 ad oggi, la situazione italiana in questo senso non è variata molto, ma questo non deve essere motivo per festeggiare in quanto già in tempi pre-crisi eravamo tra i fanalini di coda dell’Ue. Se nel 2007 l’età media in cui i giovani italiani lasciavano la casa dei propri genitori era di 29,8 anni, nel 2016 è passata a 30,1, con un aumento medio di 0,3 anni. Invariato è rimasto anche lo scarto tra la media italiana e quella dell’Ue, che certifica un ritardo medio italiano di 4 anni. Nel 2016, peggio di noi hanno fatto la Croazia, con una media di 31,5 anni; la Macedonia con 31,2; la Slovacchia con 31 e Malta con 31,8.  Al contrario, quelli che ne vanno prima di tutti sono gli svedesi (20,7), i danesi (21), gli olandesi (21,9).

Cittadini=elettori: l’equazione che sfugge alla sinistra

Un momento della seconda marcia per il reddito di cittadinza organizzata dal Movimento 5 Stelle da Perugia ad Assisi, 20 maggio 2017. ANSA/ TOMMASO CROCCHIONI

Sì, è vero, ieri moltissimi utenti che utilizzavano versioni piratate dell’applicazione Spotify per ascoltare musica a illegalmente si sono incazzati perché l’azienda ha deciso di tutelarsi bloccando tutte le versioni a scrocco. È vero anche che tra chi grida “onestà!” c’è quello che ritiene normale una raccomandazione, una spintarella o piccolo piacere personale per saltare le liste d’attesa, per ottenere un lavoro o addirittura compie le stesse identiche azioni per cui condanna gli altri al rogo. È anche vero che l’insicurezza percepita è smentita dai numeri nettamente in calo per omicidi, scippi e rapine ed è matematicamente incontestabile che l’evasione delle multinazionali e la corruzione nella politica abbia costi giganteschi rispetto alle briciole che richiede l’accoglienza.

Però molta gente non lo sa. Volendo immaginiamo anche uno scenario peggiore: non lo capisce. In un momento storico in cui la complessità e lo studio sono rovinosamente passate di moda (solo ieri ho ricevuto tre inviti per sottoscrivere appelli a Mattarella perché nomini qualcuno presidente del consiglio senza curarsi di sapere che serve una maggioranza parlamentare, per dire) sembra sfuggire a molti (soprattutto a sinistra) che la sfida sta nel ristabilire la realtà (e la propria agenda delle priorità) piuttosto che deridere i cittadini. Per capirsi: ieri in molti hanno grevemente ironizzato su chi sta cercando informazioni per ottenere il reddito di cittadinanza promesso in campagna elettorale da Luigi Di Maio (con la razzista equazione terroni=fannulloni come il Salvini d’antan) piuttosto che occuparsi di una propaganda che non è stata inchiodata da giornalisti che facessero davvero i giornalisti (a proposito: Il Fatto Quotidiano ci ha informato che la proposta di Di Maio è economicamente insostenibile, a urne chiuse) oppure piuttosto che interrogarsi sull’assoluta inefficacia delle smentite da sinistra. Magari, volendo strafare, ci si potrebbe interrogare anche sulla progressiva demolizione della scuola e della “cultura” in generale che ci ha portato ad avere un terreno così facilmente fertile per le mirabolanti promesse che impunemente vengono propinati da decenni (parzialissima analisi del voto: chi vota M5S spesso semplicemente crede che sia giusto “dare un’occasione” a questi visto che gli altri, deludenti, sono più o meno gli stessi).

Dare dei cretini agli elettori no, non è una grande idea. Irridere gli elettori non è la strategia giusta per riconquistarli. E forse il risultato elettorale ci dice che non funziona nemmeno sbizzarrirsi nel perculamento degli avversari politici. Se Di Maio bussa per chiedere un appoggio al suo eventuale governo non si risponde trafugando i suoi congiuntivi sbagliati ma si coglie l’occasione di segnalare le incompatibilità di programma e (magari, proprio per osare un po’) si chiarisce come si farebbe quello che vorrebbero fare loro. Per rifiutare l’ipotesi di un’alleanza non si dice “e ma anche voi quell’altra volta” e nemmeno “no mi sono offeso” ma si stende una risposta politica (magari discussa e approvata in quei passaggi democratici che fanno di un partito un “partito”) in cui si elencano (assumendosene le responsabilità) i motivi dell’insuperabile incompatibilità. Si fa politica, insomma, praticando serietà piuttosto che appuntarsela al petto. Se la sinistra è ai minimi termini forse sarebbe il caso che si interroghi sui propri dirigenti, piuttosto che sugli elettori.

Buon venerdì.

Riprendere il filo rosso degli ideali

Alla fine dei conti, può anche andare bene così. Dopo la sconfitta elettorale bruciante che ha ridotto ai minimi storici la sinistra parlamentare si presenta un’occasione unica, fertile, di coraggio e chiarezza. Di “purezza”. Azzerare tutto. Azzerare modalità, aspettative, buon senso, quieto vivere, attendismo e indifferenza per la sorte delle nostre vite, per quella del bene comune. E riprendere il filo, quel filo rosso dell’utopia e della politica, della cultura e dell’attivismo, dell’interessarsi di tutto ciò che ci accade intorno, senza delegare giudizi e senso critico. Lo diceva tanti anni fa un grande innovatore del teatro contemporaneo, Leo de Berardinis: azzerare tutto, fare in modo che l’arte respiri, che dal deserto rinasca il fiore della verità. Solo così – aggiungeva – il teatro avrebbe ritrovato se stesso e il senso del suo valore profondo. La stessa occasione si offre oggi alla sinistra. A tutto quello che rappresenta nei cuori e nella volontà di chi continua a credere e a battersi per un mondo diverso.

Niente era imprevedibile
Che cosa turba di questo voto, dell’ondata che i media definiscono anti-sistema, del Sud e della Sardegna a Cinque stelle o dell’affermazione di un livore che sotterraneo ha trovato voce e forza in Salvini anche in territori che abbiamo sempre pensato democratici e tolleranti? Tutto ci turba. Eppure niente di tutto questo era imprevedibile. Lo era forse per le segreterie dei partiti, o di quello che resta dei partiti, per i giornalisti dei media tradizionali che ignorano il mondo che raccontano, perché non lo frequentano. Non prendono mezzi pubblici, treni dei pendolari. Non rinunciano allo status e quello status li rende testimoni poco attendibili del tempo.

Niente era imprevedibile. Il voto ha fotografato il Paese per quello che è, per quello che esprime, nella scissione potente tra le fatiche quotidiane delle persone e la rappresentanza politica, tra realtà e narrazione mediatica della realtà. Tra la vita di ognuno di noi e il racconto un po’ tossico, taroccato, che avvertiamo nell’aria. Mentre tutto intorno, quello che viviamo è disagio. Senza vie di uscita se non la rabbia e l’ululato. Risentimento senza coscienza. Senza quel valore politico popolare che lo trasforma in potenziale cambiamento. La società in questi anni si è lentamente trasformata in una collettività cieca, obbediente nel mantenere e aumentare i propri squilibri a proprio discapito. Era davanti agli occhi di tutti.

Riprendere il filo rosso
Per questo, agendo nella democrazia, occorre ripartire dai paradossi della società: dalle strade, dai quartieri, dalla difesa del bene comune contro l’arbitrio dell’interesse privato che scatena le guerre tra poveri e riduce i cittadini in utenti o sudditi. Per ricostruire l’idea di sinistra partendo dall’esperienza innovativa, semplice e interessante, di Potere al popolo, con lo sguardo forte e movimentista. Partendo dall’agire sul territorio dei volontari di Liberi e uguali («… una sinistra distrutta, un centrosinistra dissolto. È un dolore persino fisico per tanti di noi. Richiede rispetto e forse anche un po’ di silenzio. Faremo tutte le analisi che servono, guardandoci negli occhi, senza sconti, senza risparmiarci nulla. Poi dovremo riuscire a non ripeterli, a rispettare questo voto, a rimetterci in viaggio con umiltà. Dobbiamo iniziare a capirlo davvero, questo Paese, se vogliamo cambiarlo e renderlo migliore». Gessica Allegni di Leu). Partendo dall’energia di chi è nella base del Pd (o ha scelto di virare su M5s) e crede nel cambiamento, nella difesa dell’ambiente e nei diritti per tutti. E ce ne sono tanti che pensano che un altro mondo sia possibile e che la rappresentanza politica debba scaturire dalla lotta, dall’azione sui territori, da una diversa narrazione. E non da altro.

Tagliare i nodi invisibili dell’obbedienza
Occorre cancellare passo dopo passo quel fascismo senza storia che affonda le sue radici nella stupidità servile degli “indifferenti”, di chi non vede oltre la propria ombra e confonde la libertà con la licenza di berciare contro tutto, senza mai comprendere niente. Contro questo capolavoro delle classi dominanti è necessario lavorare. Con pazienza e tenacia. Con coraggio. Con la profondità dell’analisi e la dolcezza della convivialità umana. Rovesciando – perché occorre essere sovversivi – l’idea malsana che occorrano solo forza, superficialità da slogan veloce televisivo e conformismo. Sottraendosi dalle spire mediatiche che spingono a pensare che destra e sinistra pari sono. Invece no.

La destra è destra perché ritiene l’ingiustizia sociale la base filosofica sulla quale basare il diritto del più forte sul più debole. E declinando il concetto: dell’uomo sulla donna, del bianco sul nero, dell’inquinatore sugli straccioni che ne subiranno gli effetti, del costruttore seriale sul cittadino indifeso, del cementificatore sulla natura. La destra è destra perché se usa l’olio di ricino lo fa per il decoro e per il padrone. Se bastona in piazza lo fa per la disciplina. Se reprime lo fa per l’ordine. Altrimenti non sarebbe quello che è, in difesa di un sistema di valori in cui la miseria di molti è necessaria per il bene di pochi e per la stupidità interpretativa di tanti.

La sinistra è sinistra se agisce contro il sistema di valori della destra, se opera per cambiare un mondo. Se studia, se comprende i punti vitali sui quali agire nel tempo. Frenando la crescita senza fine, bloccando la speculazione e il consumo del suolo agricolo, la devastazione del patrimonio artistico e culturale, ricominciando a coltivare cultura. Pensando un’idea di rinascita rurale, riaccendendo le speranze, perché se il mondo è buio, si perderà la bellezza, governerà solo la paura. Oggi è così e sembra ineluttabile. Però la storia ci insegna che c’è qualcosa di più. Ci sono tutti quelli che non si arrendono e mentre leggono, camminano, difendono un albero da un abbattimento o un indifeso da un sopruso, la costruiscono la storia.

L’editoriale di Antonio Cipriani è tratto da Left in edicola


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L’incognita della democrazia populista

ROME, ITALY - MARCH 01: Five Star Movement's candidate for Italian premier Luigi Di Maio attends the closing electoral rally of Five Star Movement at Piazza del Popolo on March 2, 2018 in Rome, Italy. The Italian General Election takes place on March 4th 2018. (Photo by Franco Origlia/Getty Images)

Ci vorrà tempo e pazienza per acclimatarsi alle grandi trasformazioni della democrazia dei partiti; e ci vorrà saggezza e intelligenza per esaminare con profitto queste elezioni politiche. Si dovrà lasciare cadere il facile (e inutilmente pernicioso) rifugio nella paura, consapevoli che il rischio è connaturato al governo democratico, un rischio non assoluto e irragionevole però, perché, e fino a quando, si gioca con le regole stabilite dalla Costituzione. Con questa premessa di metodo e propositi mi affaccio al dopo 4 marzo 2018. Lascio in sospeso l’esame del crollo della sinistra, meritevole di una indagine a sé – un crollo di idee e di identità, non semplicemente di questa o quella leadership. Qui vorrei soffermarmi solo sul fenomeno Cinque stelle – l’evento dirompente di queste elezioni, dei cui esiti nessuno ha cognizione. Vediamo di capire prima di tutto la geopolitica post-elettorale.

Come nell’Italia pre-risorgimentale le Italie del dopo 4 marzo 2018 sono più di una: sono tre per accorpamenti ideologici e due per forme della rappresentanza. Sono tre: il Sud compattamente monocromatico – pentastellato; il Centro risicatamente e a macchia di leopardo di centro-sinistra; il Nord monocromatico di centro-destra (benché per fortuna non estrema o fascista, ma comunque destra decisa, con una debole componente centrista). Ma se l’identità geo-ideologica è tripartita, sotto il profilo della natura della rappresentanza politica il Paese ha due facce: la tradizionale divisione tra destra e sinistra tiene al centro-nord, ma crolla al Sud, dove il Movimento 5 stelle rappresenta una conformazione della rappresentanza che non è partitica in senso tradizionale ma è “né di destra né di sinistra”. Al Nord abbiamo ancora uno schema tipologico da “democrazia dei partiti”; a Sud non più. Questa è la divisione davvero dirompente, la faccia in fieri della democrazia post-partitica.

“Né di destra né di sinistra” significa…

L’analisi di Nadia Urbinati prosegue su Left in edicola


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«Justicia a las mujeres», il primo sciopero delle donne in Spagna

epa06586947 A group of female Parliament correspondants pose for a family picture at the Lower House press room in Madrid, Spain, 07 March 2018, to support the women's strike called for 08 March 2018. A women's strike at work and at home has been called worldwide during the International Women's Day to prove that 'if women stop, the world stops!'. EPA/ZIPI

Lucha. Lotta. Sui binari spagnoli cominciano a correre i diritti e si cancellano le corse. Perché le donne stanno scioperando, annuncia il ministro dei Trasporti: dieci sindacati, 24 ore di stop. E treni fermi. Almeno trecento.

Per l’8 marzo è il primo, vero sciopero femminista nazionale spagnolo. Le donne non andranno in ufficio. Non svolgeranno i lavori, pagati e non pagati, di ogni giorno. «A la calle, por nuestros derechos», staremo per strada, per i nostri diritti, dicono. Due delle donne-simbolo a capo della protesta sono Manuela Cermena e Ada Colau, sindache. La prima della capitale, Madrid, la seconda di Barcellona. Partecipano per ottenere justicia a las mujeres, giustizia per le donne. Secondo il sondaggio di El Pais, lo sciopero nazionale femminile dell’8 marzo ha il supporto dell’82 per cento degli spagnoli, secondo il vescovo di San Sebastian, Jose Ignacio Munilla, non quello della Chiesa, che si oppone “al femminismo radicale”.

Uno degli studi più recenti dimostra che, per la stessa posizione occupazionale, le donne sono pagate il 12,7 per cento in meno degli uomini. Disparità salariale, discriminazione sessuale, violenza domestica, cultura generalmente machista: «oggi chiediamo una società libera dall’oppressione sessuale, sfruttamento e violenza» dice la Commissione 8 marzo, organizzatrice dello sciopero. «Non accettiamo più di essere pagate meno degli uomini per lo stesso lavoro, ecco perché chiediamo di scioperare. Chiediamo la ribellione e la lotta contro l’alleanza del capitalismo e del patriarcato, che ci vuole silenziose, obbedienti, sottomesse».

Marco Tullio Giordana: «Smaschero l’omertà che copre la violenza sulle donne»

Nina è una giovane donna, ragazza madre, che vive con la figlia in un paesino tipicamente padano, della bassa Lombardia, dove tutti girano in bici e sembrano a prima vista parecchio felici. Lavorano indefessamente e non pensano ad altro che al lavoro. Nina ha trovato da poco impiego in una lussuosa clinica privata, l’ospizio più prestigioso che ci sia, un istituto di stampo ecclesiastico, dove per entrare serve la raccomandazione della Chiesa e dove lavorano molte altre ragazze, italiane e soprattutto straniere. Una piccola comunità femminile apparentemente molto unita. Specie da un segreto.

Torna ad usare la macchina da presa come mezzo di perlustrazione e battaglia sociale, civile e quindi politica uno dei nostri autori cinematografici più impegnati, Marco Tullio Giordana (I cento passi, PasoliniUn delitto italiano, Romanzo di una strage e lo straordinario La meglio gioventù, solo per citarne alcuni). L’8 marzo esce nelle sale il suo ultimo film, Nome di donna, con protagonisti Cristiana Capotondi, Valerio Binasco, Bebo Storti, Adriana Asti, Michela Cescon e sceneggiato dallo stesso regista con Cristiana Mainardi. Un film sul tema delle molestie sessuali che le donne subiscono nei luoghi di lavoro. E sull’omertà, sull’ipocrisia, sulla piccola borghesia e sulla corruzione morale della Chiesa. Un film, soprattutto, sul coraggio di denunciare. «Che esce in un giorno simbolico di lotta e non di festa – ci tiene a sottolineare il regista milanese, classe 1950 -. Fare un film “sociale”, che parla di oggi equivale a fare un film civile e quindi politico sulla storia di ieri. Questo è un film sulla lotta di classe, parla di abuso di potere. Una sopraffazione che può essere contro una etnia, una minoranza, una classe sociale, in questo caso tratta il tema delle molestie sulle donne nei luoghi di lavoro».

Un tema tornato alla ribalta ma che, purtroppo, affonda le sue radici nel passato.
È un tema che mi interessava da tempo, quando è scoppiato il caso Weinstein io ero già al montaggio. Una piaga intessuta nella nostra società: nel film si vede come l’omertà diffusa ha creato una cortina. Un’omertà e una paura che coinvolge tutti, anche le stesse donne e madri. Perfino la Chiesa, dai preti di campagna agli alti prelati. Una copertura che rispetta un codice mafioso, è la polvere che si nasconde sotto al tappeto. Ecco, io ho rovesciato il tappeto.

A proposito di Chiesa, c’è una frase emblematica nel suo film, quella che pronuncia Bebo Storti, ce la ricorda?
È il sacerdote che siede nel Cda dell’istituto, e dice «La misericordia la custodiamo nella cassetta di sicurezza…», lasciando intendere molto, anzi tutto. I preti si macchiano delle stesse responsabilità di chi ha commesso il fatto perché il loro segreto confessionale alimenta purtroppo quella coltre di connivenza con un sistema radicato, in cui nessuno deve osare ficcare il naso.

Il suo è inevitabilmente, così come lo è tutto il suo cinema, un film politico. Siamo nei giorni del voto, come sta vivendo questo periodo?
Male. Perché non riesco a riconoscermi e ad identificarmi in nessuno schieramento, in nessun leader. E la cosa mi fa soffrire profondamente, perché mai mi sarei sognato di non andare a votare o andare e votare per il meno peggio. Non so davvero ancora cosa farò, se andrò e chi sceglierò. E questo è un messaggio davvero brutto che non pensavo di dover mai dare alla gente, ai giovani…
Se dieci anni fa, o prima ancora, mi avesse chiesto chi avrei votato glielo avrei saputo dire. Mentre ora potrei dirle perché non votare Berlusconi, Salvini, o i 5 Stelle… Non salvo nessuno, Sinistra compresa. O centro-sinistra o come diavolo si chiama. Sempre divisa, sempre lontana dalle sezioni, dalla base. Ma la prego parliamo di altro.

Lei che la Storia la conosce, ci può dire quale futuro ci attende?
Solo la bellezza ci potrà salvare. Ci potranno salvare l’arte e la cultura. Dovremmo toccare il fondo ancora di più in attesa che nasca – sempre se la lasceranno emergere – una nuova classe politica illuminata. Che sarà una minoranza elitaria che produrrà un nuovo modo di fare politica. Prendo in prestito una frase di De André: «Dal letame nascerà un fiore». Forse andrà così.

Ma quella Meglio gioventù di cui lei ci ha parlato nel suo film-manifesto, quelle persone della società civile piene di ideali, oggi dove sono, cosa fanno?
Erano una minoranza. Sono stati scansati dai loro compagni di classe col loden, pronti a mettere il cappello, a piazzare il marchio di quelle lotte, di quella stagione. Non bisognava scaraventare i libretti universitari sulla cattedra del professore, bisognava studiare. E loro, quelli de La meglio gioventù lo hanno fatto. Ma non gli hanno consentito di cambiare il Paese, finito poi nelle mani di chi era più scaltro e opportunista.

A proposito del suo film, il caso Weinstein ha scoperchiato il vaso di Pandora, le molestie del grande produttore del cinema hollywoodiano. In Italia, in modi e forme diverse, c’è stato il “caso Brizzi”. La protagonista del suo film, Cristiana Capotondi, ha sempre manifestato solidarietà per il presunto molestatore.
È questo il punto, presunto molestatore. Cristiana ha sempre dichiarato di essere vicina a tutte le vittime, senza se e senza ma. Ha solo preso la parte della persona sopraffatta dal processo mediatico, il presunto mostro, vuole stargli vicino fino a prova contraria.

Ci sono molestie, ricatti e sopraffazioni sulle donne nel mondo del cinema?
Probabilmente sì, perché è un settore della nostra società. Così come ci sono nei giornali, negli ospedali, nei ministeri e in ogni ambiente di lavoro. Mi faccia dire una cosa però.

Dica pure.
È bene che gli scandali avvengano. Gli scandali scuotono, rivelano, creano sconquassi e rompono equilibri. Detesto la caccia all’uomo ma non più dell’insulto verso chi ha trovato il coraggio per denunciare. Non si può mai insultare una persona che ha subìto molestie.

Consapevolezza e discussione.
Esattamente. È un fatto culturale che va scardinato a poco a poco, sempre di più, fino ad estinguere la piaga. Ripeto, è una lotta di classe. È una questione che riguarda povertà e ricchezza. Se la ricchezza fosse re-distribuita ciò non avverrebbe. Siamo ad un livello storico impressionante, il gap tra chi è ricco e chi è povero è ad una distanza di 800 a 1. Il rapporto, a primi del 1900, era di 15 a 1 e nei secoli prima di 3 a 1. Bisogna fare qualcosa altrimenti esploderemo. I migranti? Saranno la nostra salvezza. L’ondata migratoria non si può arrestare, si può contenere, regolamentare, ma non si può impedire ad un popolo di migrare cercando condizioni di sopravvivenza migliori. È nella storia del mondo, nella storia dei popoli.

L’articolo di Pier Paolo Mocci è tratto da Left in edicola


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Festa della donna. Con due terzi di uomini nel Parlamento che viene

Maria Grazia Gatti (s) e Cecilia Guerra nell'aula del Senato durante l'esame di aggiornamento al DEF, Roma, 4 ottobre 2017. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Alla Camera sono addirittura diminuite rispetto alla scorsa legislatura, passando da 198 a 185. Al Senato sono 86, il 27% sul totale. Se la legge elettorale doveva essere portatrice di buone notizie sulla rappresentanza femminile in Parlamento, oggi forse sarebbe il caso di rivedere i risultati: alla Camera il Movimento 5 stelle (che da questo punto di vista fa meglio di tutti) ha 82 donne su 222 eletti, (circa il 37%) mentre il centrodestra ha 67 donne du 260 totali (siamo sul 26%). Al Senato sempre il Movimento 5 stelle ha 42 donne su 112 (appena sotto la soglia del 40% stabilita per legge nella legge elettorale in fase di candidatura), 30 su 137 il centrodestra, 13 su 59 il centrosinistra e una su 4 per Liberi e uguali (che alla Camera sfoggia un triste 4 su 14).

Ma non è questo il punto: la discussione sulla formazione del nuovo governo avviene solo tra uomini. In campagna elettorale di donne si è parlato per bile (Laura Boldrini), per errori grammaticali (Francesca Barra) e solo perché candidate leader Giorgia Meloni e Viola Carofalo sono state “sopportate” in trasmissioni televisive oltre alla “storica” Emma Bonino.

Eppure, statistiche alla mano, le donne sono maggioranza.

E oggi è anche l’8 marzo.

Non regalate fiori ma uomini per bene. E praticatela l’uguaglianza, partendo dalle basi.

Buon giovedì.

 

Lo sciopero delle donne per denunciare la violenza

Women during a rally as part of a nationwide 'Lotto Marzo' protest on the International Women's Day 2017 in Torino, Italy, on March 8, 2017. (Photo by Mauro Ujetto/NurPhoto via Getty Images)

L’otto marzo sarà una giornata di femminismo per il 99 per cento». Con questo auspicio si chiude la lettera – pubblicata dal The Guardian – con cui è stato lanciato lo sciopero globale delle donne negli Stati uniti. Un giorno di mobilitazione con cui “Non una di meno” torna a farsi sentire, fuori dai luoghi di lavoro. Dopo il grande appuntamento del 2017, quando i collettivi femministi in più di cinquanta Paesi avevano rispolverato, innovandola, una pratica tipica degli anni Settanta. Ma soprattutto dopo un anno intenso, che ha visto esplodere il movimento #metoo, la celebre onda di denunce di abusi nel mondo dello spettacolo (e non solo) nata negli Usa all’indomani del caso Weinstein, che numerose poltrone ha fatto tremare nello star system a stelle e strisce. Tanto da convincere il magazine Time a nominare “Persona dell’anno” le donne che sono riuscite a rompere il silenzio sulle molestie.

E poi l’onda è straripata, e ha bagnato anche l’Italia. Con la denuncia di Asia Argento, l’inchiesta delle Iene sui Weinstein “de noantri”, l’arrivo (a scoppio ritardato) della politica, e la reazione scomposta di buona parte media, ancora permeati di cultura misogina e religiosa. «Il nostro sciopero riparte da lì, certo, ma vuole anche andare oltre», ci racconta Tatiana Montella, avvocata e attivista di Non una di meno. «Il movimento #metoo è stato importante e, se si è innescato, è anche grazie alla presenza dei movimenti femministi, per cui si è diffusa una maggiore propensione a denunciare questi tipi di violenza. Si tratta di gesti fondamentali. Poi però bisogna riuscire ad andare oltre: la denuncia degli effetti deve portare a mettere sotto accusa le cause strutturali degli abusi, ossia le gerarchie economiche e di potere». Questo è l’obiettivo numero uno dello sciopero – ribadito anche nel vademecum con le istruzioni per aderire che potete leggere sul blog del movimento: trasformare il #metoo (“anche io”) in #wetoogether (“noi insieme”). Il secondo hashtag, evoluzione del primo, è stato fatto decollare da Non una di meno lo scorso autunno, a stretto giro, per provare a convertire la massa delle singole accuse individuali in risposte collettive, che mirano a smascherare le radici della violenza, le relazioni di sfruttamento ed oppressione.

«L’obiettivo è trasformare un grido solidale in un grido collettivo – precisa Montella -. La voce più forte che possono avere le donne che rivestono una particolare posizione, che hanno più visibilità, come Asia Argento, può e deve essere un volano per mobilitare le donne che subiscono violenza quotidianamente nei loro luoghi di lavoro, donne per cui spesso è davvero difficile uscire allo scoperto e farsi sentire. Penso alle migranti, alle badanti…» Il punto, insomma, è superare la sola accusa del “mostro”, maschera interpretata perlopiù dal produttore televisivo ricco e famoso, per aprire uno spaccato sulla genesi sociale dei soprusi.

E che il problema sia sistemico, lo ha mostrato in modo evidente il “caso Macerata”. «All’indomani dell’omicidio della giovane Pamela – chiarisce Montella – abbiamo provato subito a ribadire che la violenza maschile non ha passaporto né colore, ma l’episodio è stato presto strumentalizzato: qualcuno si è eretto a difensore delle donne a prescindere, qualcun altro ha declinato la vicenda in chiave razzista, in pochi hanno sottolineato come la violenza maschile sia un fattore strutturale della società, che attiene ai rapporti di potere tra i sessi». Fino a conseguenze disumane. «Ho letto commenti – racconta l’attivista – che mi hanno sconvolto. Uno di questi diceva che “è più grave se ad uccidere è un migrante, perché rompe il ‘patto di solidarietà’ che stipula con chi lo ospita”. Come se un italiano, un “buon padre di famiglia”, fosse in qualche modo più legittimato ad uccidere. È incredibile». Il caso di Pamela, inoltre, scoppia nel bel mezzo della campagna elettorale. «Una delle più faticose e tristi che abbia visto – precisa – selvaggia anche nei toni. Abbiamo provato a sfidare la politica sui nostri temi, ma alla fine credo che la bagarre elettorale sia stata un “tappo” per le nostre lotte, perché i partiti non hanno detto una parola su questioni cruciali, penso al lavoro, alla salute».

Proprio su questi fronti, il movimento sta lavorando da tempo. La battaglia per la sanità pubblica è uno dei punti cardine della lotta, come si legge anche nel Piano femminista, il documento frutto di una stesura collettiva durata più di un anno, presentato poco prima del corteo del 25 novembre scorso. «I problemi in questo senso sono molti, dal dilagare dell’obiezione di coscienza, alla privatizzazione dei servizi socio-sanitari. Basti pensare che qui da noi a Roma, al Policlinico, lo storico reparto per l’Interruzione volontaria di gravidanza è a rischio per lo scarsissimo numero di non obiettori e lo scarso utilizzo della pillola Ru486. Senza considerare, più in generale, che 12 milioni di cittadini sono costretti a rinunciare alle cure perché costano troppo».

E poi c’è il lavoro. «La potenza del nostro movimento traspare dal fatto che, se confronti tutte le piattaforme dello sciopero, dagli Usa all’India, il temi del lavoro migrante, del gender gap salary e del lavoro riproduttivo sono ovunque centrali. Rivendicazioni simili in tutto il pianeta». A parlare è Natascia Cirimele, insegnante e attivista romana, che ha partecipato al tavolo “lavoro e welfare” per la stesura del Piano. Un tavolo che ha portato ad una vera e propria produzione intellettuale, che ha sfornato chiavi nuove per la critica dell’economia. «Abbiamo per esempio studiato a lungo la “femminilizzazione del lavoro”, ossia quel processo che vede la precarietà e i salari ridotti sperimentati sulle donne debordare, e colpire a cascata anche gli uomini. Anche per questo il femminismo deve essere un patrimonio di tutti».

Un movimento globale dunque, e prezioso. L’unico che riesca tuttora – come già scritto su queste pagine – a tenere insieme anticapitalismo, antisessismo e antirazzismo. Ed è un peccato che molti sindacati restino a guardare (aderiranno allo sciopero solo sigle di base, mentre i confederali risultano non pervenuti).
Ma non c’è solo la critica. Lo sciopero è anche l’occasione per rilanciare proposte concrete alla politica. «Un salario minimo europeo per combattere allo stesso tempo gender gap e dumping salariale, un welfare universale e laico, politiche a sostegno delle attività di cura, cosi da renderle un lavoro non più relegato alle donne». E poi la richiesta di un reddito di autodeterminazione incondizionato. «Già, perché abbiamo fatto una campagna sulle molestie sul lavoro, e abbiamo scoperto che le mancate denunce derivano non tanto da fattori culturali, bensì dal fatto che non ci sono norme in grado di dare garanzie a chi si espone. Quando il ricatto è il salario, e la molestia proviene da chi te lo eroga, se non c’è welfare per chi denuncia è chiaro che il meccanismo non funziona».

L’articolo di Leonardo Filippi è tratto da Left in edicola


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