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Canada, lo strano caso dei bambini “no fly” scambiati per terroristi

Children at the airport, Looking Through Window.

No fly kids. Bambini che non possono volare, letteralmente. Perché il loro nome è simile o uguale a quello di un sospettato, un criminale o di un terrorista. Ecco di cosa si sta parlando ogni giorno, sempre di più, in Canada. Per la lotta coraggiosa dei genitori dei bambini no fly, sta diventando impellente trovare una soluzione ai destini dei minori che il Paese conosce come “bambini che non volano”, bambini a cui è impedito o reso difficile prendere un aereo, lasciare il Paese, andare in vacanza, fare un viaggio insieme ai coetanei, per il semplice motivo che il loro nome è in un server che lo associa a quello di sospetti o colpevoli di attentati.

A differenza di quello che succede negli Stati Uniti, dove un errore di omonimia nei sistemi di sicurezza può essere corretto, in Canada non sono state trovate soluzioni adeguate fino ad oggi. I no fly kids, quasi tutti canadesi di prima generazione, nati in famiglie di migranti o matrimoni misti, non hanno mai abbandonato il Canada per visitare la patria dei loro genitori, che solo ora hanno ottenuto il supporto di 180 parlamentari della House of Commons.

Eppure niente si muove legalmente e ufficialmente per apportare cambiamenti al Passenger Protect Program, un piano che dà al ministero della Pubblica sicurezza canadese il potere di vietare ad una persona, anche minorenne, l’uso di mezzi pubblici, “se si crede sia coinvolta in attività che minacciano la sicurezza del trasporto pubblico, per commettere reati e crimini terroristici”.

Una volta divenuti maggiorenni, alcuni degli ex “bambini no fly” sono stati ingiustamente detenuti in aeroporto, sono stati sottoposti a controlli di altissima sicurezza, hanno visto i loro passaporti confiscati, sono finiti perfino in carcere. Tra il migliaio di canadesi “falsely flagged”, ovvero contrassegnati per errore, ci sono adesso anche 12 bambini nati solo da un paio di settimane. Le liste canadesi con il marchio perenne “non volo” contengono circa duemila persone, ma il numero non è stato ufficialmente confermato dalle autorità, che non vuole rendere pubblici i dati di tutti i “false flag”.

Yusuf è un canadese di 19 anni, con la sola colpa di avere un nome uguale a quello di un sospetto e ha detto al suo governo: “il mio nome è Yusuf Ahmed, da quando sono vivo, ricordo di essere nella lista, ho 19 anni. Le lunghe attese per i controlli, sono come uno stigma, sono intimidenti, il Canada è il mio Paese natale, ma non è tutto questo che mi tiene sveglio di notte. Mi tengono sveglio Almaliki, el Maati, Nureddin, Arar. Sono dei cittadini canadesi, imprigionati e torturati da governi stranieri a causa di informazioni false e inaccurate, tutte procurate dal nostro governo canadese. Oggi il nostro governo si è scusato, ha deciso di pagare milioni di compensazioni per l’errore a questi uomini, ma la mia domanda è: cosa farete per essere sicuri che questo non accada a me o ad altri cittadini canadesi?”.

Yusuf sta parlando di Abdullah Almalki e altri arabi canadesi torturati per informazioni, rivelatesi poi completamente false, durante la caccia alle streghe cominciata dopo l’11 settembre americano. Almalki, un ingegnere siriano-canadese, è stato torturato per due anni nelle celle di Assad dopo essere stato dichiarato una “minaccia” dalle autorità di Ottawa. Solo nel marzo scorso il governo canadese gli ha posto le sue scuse ufficiali.

“Sono otto anni che aspettiamo una soluzione, non abbiamo ottenuto niente se non vuote promesse” ha detto Sulemaan Ahmed. Suo figlio è nella lista da quando è nato, il suo nome combacia con quello di un ricercato, anche se luogo e data di nascita, numero di passaporto, ed altri dati identificatori, non sono uguali. Eppure questo basta ad impedirgli di prendere mezzi pubblici dove è necessaria l’identificazione. Per eliminare i falsi positivi dal server, ha detto il ministro della Pubblica Sicurezza Ralph Goodale, si potrebbe decidere di adottare il protocollo di riconoscimento che si usa negli Stati Uniti, ma a partire dal 2018, mentre per la tecnologia che permetta di riconoscere i “falsi positivi” ci sarebbero da stanziare 78 milioni di dollari annui.

“Reidirizzare e rielaborare il sistema è un primo passo avanti, ma il governo ha zero piani per migliorare la situazione in questo senso” ha detto Sulemaan. “La mia domanda è: il governo considera appropriato continuare a rischiare la sicurezza nazionale e a violare i diritti di innocenti cittadini canadesi?”.

Paradise papers: il vero “nero” di cui avere paura

Se cercate il nero che fa spavento lasciate perdere i disperati sui gommoni e concentratevi sulle casseforti in giro per il mondo. Nei Caraibi, ad esempio, ci sono i conti di quella Vitrociset che gestisce le reti della Polizia, del Viminale, della Banca d’Italia e che intanto gestisce i soldi come una Banda Bassotti qualsiasi.

Ci sono i conti di società che fanno riferimento alla famiglia Bonomi, che qui da noi domina nella campo delle video lotterie e delle slot machine.

C’è la tesoreria della congregazione dei Legionari di Cristo, che evidentemente compiono miracoli quando c’è da inventare il modo per evadere le tasse.

Ci sono i fondi della Regina Elisabetta.

C’è Shakira, in buona compagnia di etichette e produttori musicali.

C’è il Presidente Usa Trump (che ogni giorno riesce a emulare sempre meglio il nostro Berlusconi, anche nella gestione del “nero”).

C’è il re del gas Leonid Mikhelson, uno degli uomini più potenti di Russia, vicinissimo a Putin.

E poi altre centinaia di nomi.

Tutti belli, ricchi e talvolta anche razzisti con la disperazione degli altri. Quella stessa disperazione che spesso è figlia anche del nascondimento illegale delle proprie fortune.

Ma qui si continua ad avere paura del nero. Sbagliato.

Buon lunedì.

In Oriente si diffonde la mania dell’uomo forte al comando

Cresce anche in Asia la figura dell’uomo forte. Quasi in contemporanea il congresso del Partito comunista cinese e le elezioni anticipate nipponiche hanno confermato questa tendenza nella seconda e nella terza economia al mondo, peraltro rafforzando due leader che in qualche modo piacciono sul piano personale anche al presidente statunitense Donald Trump. O almeno così fa intendere il tycoon ogni volta che parla di loro, arrivando a definire Xi Jinping il re della Cina e dicendosi «per nulla sorpreso» della rielezione di Shinzo Abe. L’assise rossa che si è conclusa lo scorso 24 ottobre ha confermato Xi quale leader più influente e forte da decenni.

Il presidente ha saputo ergersi nel corso dei primi cinque anni della sua amministrazione fino a farsi riconoscere quale nucleo del Partito. Dal congresso non è inoltre emerso un chiaro successore del capo di Stato per quando nel 2022, secondo le regole non scritte che si è data la dirigenza di Pechino, dovrà in teoria farsi da parte per sopraggiunti limiti d’età. Resta quindi aperta l’ipotesi che possa decidere di rimanere in sella. Qualora così con fosse il “principino rosso”, figlio di uno dei compagni dello stesso Mao Zedong, potrebbe comunque far valere l’inserimento del proprio nome e del proprio pensiero sul «socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era» nello statuto del Pcc. Definirlo il nuovo Mao può forse essere un’esagerazione. Xi Jinping ha comunque smesso i panni del primo tra pari riservato al segretario generale del Partito, in particolare durante il decennio del suo predecessore, Hu Jintao, erigendosi un gradino o due sopra gli altri componenti del comitato permanente del Politburo, il vertice della struttura comunista della Repubblica popolare.

Certo Xi condivide con Mao l’onore di vedere il proprio nome nel documento fondativo del Pcc quando era ancora in vita. Il che lo pone anche al di sopra dello stesso Deng Xiaoping, il padre delle riforme economiche del Dragone, che in qualche modo si era tenuto però in disparte. Fu soltanto dopo la sua morte infatti che Jiang Zemin decise di elevare la teoria del piccolo timoniere a base ideologica con tanto di nome dell’ideatore. L’emendamento allo statuto quando è ancora al potere «dà a Xi un’autorità senza precedenti» spiega Alex Wolf, economista di Aberdeen standard investment e osservatore della dinamiche interne per capirne le ripercussioni in chiave finanziaria. «Ogni quadro che non seguirà l’agenda del presidente violerà lo statuto stesso». Inoltre secondo l’analista, il segretario generale è destinato a mantenersi al vertice a lungo e non necessariamente con incarichi ufficiali, ma forse governando da dietro le quinte, come già fece Deng. Di certo Xi Dada, come è…

L’articolo di Andrea Pira prosegue su Left in edicola


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Non è un Paese per ricercatori

 

Laura è una bentonologa, studia i fondali marini. Quando decise di intraprendere la carriera di ricercatrice tra gli abissi d’Europa, non avrebbe mai immaginato che il primo contratto a termine si sarebbe ripetuto instancabilmente per dieci anni. Adesso le è appena nato un figlio. Claudio invece lavora all’Istituto nazionale di Fisica nucleare (Infn) ed è precario. Ricercatore in Fisica delle particelle elementari, ricorda i tempi trascorsi in Argentina con un sorriso. Come loro, 10 mila lavoratori degli Enti pubblici di ricerca (Epr) vivono il giogo della precarietà.

Storie di ordinaria follia: non solo ricercatori, arruolati con le più disparate forme contrattuali esistenti – assegnisti, borsisti e tempi determinati, prorogati per dieci o quindici anni – ma anche tecnici, tecnologi e personale amministrativo. È il precariato di Stato, la nuova frontiera dello sfruttamento tricolore. Su 2mila dipendenti, l’Infn conta 300 precari e un numero indefinito di collaboratori. «Non ci vogliono stabilizzare tutti – racconta Claudio – preferiscono bandire concorsi a cui dovrebbero partecipare professionisti che da quindici anni lavorano nel settore». Etichettato come “giovane” – 36 anni e una famiglia – da circa due anni lavora presso i laboratori Nazionali dell’Infn di Frascati. «Giocano sulle tue passioni, con i tuoi desideri, ma ad un certo punto arrivano la famiglia, i conti da pagare e la realtà ti fa tremare».

Secondo L’Eurostat, l’Italia spende soltanto l’1,33 per cento del Pil per ricerca e sviluppo, mentre la media europea è del 2,03 per cento. Un dato significativo, le cui conseguenze sono allarmanti: nel solo 2015 la percentuale dei ricercatori ogni mille occupati in Italia era pari al 4,73 per cento contro una media europea del 7,40 per cento (fonte Ocse). Anni di formazione nelle università italiane, la “gavetta” nei laboratori e un biglietto di sola andata per l’estero…

L’articolo di Maurizio Franco prosegue su Left in edicola


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Viet Thanh Nguyen: Migranti e rifugiati torturati due volte

ROME, ITALY - JULY 13 : Writer Viet Thanh Nguyen attends the photo-call ahead of the "Crosses and Destinies", sixth event of the the XVI Romes International Literature Festival at Basilica of Massenzio in Rome, Italy on July 13, 2017. (Photo by Primo Barol/Anadolu Agency/Getty Images)

Premio Pulitzer per Il Simpatizzante (2016), come scrittore e docente alla University of Southern California di Los Angeles, Viet Thanh Nguyen esplora da tempo il tema della memoria, dello sradicamento e della migrazione. Avendone esperienza personale. Nato nel 1971 a Buôn Ma Thuột, a quattro anni sbarcò negli Usa con la famiglia. Nel primo racconto de I rifugiati, intitolato “Donne dagli occhi neri”, la protagonista è una ghost writer di libri di memorie, che suggestionata dai racconti di fantasmi di sua madre, nonostante l’iniziale scetticismo, crede di vedere quello del fratello quindicenne, ucciso mentre cercava di salvarle la vita su un barcone di migranti assalito dai pirati. L’invenzione letteraria diventa particolarmente evocativa e densa di riferimenti al presente in questa raccolta di racconti dello scrittore anglo-vietnamita pubblicata da Neri Pozza.
Viet Thanh Nguyen, oggi i rifugiati sono invisibili come fantasmi?
Sono invisibili o ipervisibili. Per lo più non vediamo l’altro, lo attraversiamo con lo sguardo, come se fosse trasparente. Quando lo rivolgiamo su di lui non lo vediamo come essere umano, ma come uno stereotipo, una caricatura, un orrore. I rifugiati sono costretti in questa dimensione d’invisibilità o di eccessiva esposizione. Sono persone che ignoriamo, che cancelliamo, finché non ci appaiono d’un tratto come presenze inquietanti. Non vedere l’altro è una forma di violenza. Se l’annulliamo non ci sembra una violenza, perché non ci accorgiamo di farlo. Altre volte chiudiamo gli occhi deliberatamente e siamo coscienti di infliggere una violenza, sia che si tratti di bambini in un cortile scolastico, che in una intera nazione. Quando chiedono di essere visti e ascoltati – come i rifugiati a volte fanno – ci appaiono come fantasmi minacciosi il cui destino noi stessi abbiamo causato per poi eliminarlo dalla nostra mente. Non c’è da stupirsi poi se non vogliamo vederli…

L’intervista al Pulitzer Viet Thanh Nguyen è stata pubblicata su Left in edicola dell’11 novembre 2017


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Nell’Argentina di Macri si sparisce di nuovo. Uno alla volta

Sergio Maldonado (L), brother of late activist Santiago Maldonado delivers a speech during a demonstration to demand justice three months after Santiago's disappearance, at Plaza de Mayo square in Buenos Aires on November 1, 2017. Maldonado disappeared on August 1st during a Mapuche protest in Chubut province and was found dead 79 days after. / AFP PHOTO / Emiliano Lasalvia (Photo credit should read EMILIANO LASALVIA/AFP/Getty Images)

Il corpo di Santiago Maldonado galleggiava nel fiume, a 70 metri, meno di un isolato, dal luogo in cui i gendarmi avevano attaccato i Mapuche il primo di agosto. Una strana circostanza, poiché il posto era già stato esplorato. In particolare il 18 settembre, quando il primo magistrato incaricato delle indagini – in seguito rimosso e spostato altrove – autorizzò la Gendarmeria a «scandagliare» senza testimoni le acque del torrente: la famiglia di Maldonado non era stata avvisata, i Mapuche che vivono nelle vicinanze erano stati raggruppati e allontanati dal campo delle operazioni. Poi arriviamo al 22 ottobre, cinque giorni prima delle elezioni di medio termine in Argentina. Convocata dal nuovo giudice, la famiglia Maldonado – guidata dal fratello maggiore, Sergio, e dalla moglie Adriana – è accorsa sul posto. Pur non potendo a prima vista identificare quel corpo, i familiari sono rimasti lì fino all’arrivo del gruppo di esperti della Eaaf (Equipo argentino de antropologia forense, la stesso che si occupa delle autopsie sui corpi dei desaparecidos della dittatura, ndr). Quando al fratello di Santiago è stato chiesto il motivo per cui è rimasto ad aspettare sette ore, così vicino a quel corpo tra le canne, Sergio Maldonado ha detto semplicemente la verità: «Non potevo fidarmi di nessuno».

La sparizione forzata e la morte di Maldonado è una pietra miliare che alla fine identificherà l’amministrazione Macri, sia dal punto di vista della cronaca sia della storia. Al momento, tuttavia, non sembra proprio così: il partito a suo favore – la squadra di Macri – ha vinto le elezioni in modo spettacolare cinque giorni dopo “l’apparizione” del corpo, dando inizio alla sua blitzkrieg (guerra lampo) legalizzata contro l’opposizione. E dimostrando che la maggior parte dei giudici considera il potere di Macri al di sopra della legge. Infatti, in una settimana hanno messo in carcere un ex ministro (Julio De Vido) e un ex vicepresidente (Amado Boudou), nonostante stessero già rispondendo alle domande degli investigatori, con un’operazione di polizia che è stata filmata e trasmessa e rilanciata in prima serata in televisione. Quando questo articolo uscirà, potrebbero esserci stati nuovi arresti: un attivista in campo sociale, Luis D’Elia, e persino la ex presidente, Cristina Fernandez de Kirchner che avrà già testimoniato il 9 novembre su una delle numerose, assurde accuse che le sono state mosse (sarebbe implicata con degli imprenditori in una storia di corruzione, associazione a delinquere e riciclaggio di denaro, ndr). Ma la caccia alle streghe non si ferma qui: nei prossimi giorni, il figlio e la figlia di Cristina – la figlia era solo una ragazzina quando il presunto crimine sarebbe stato commesso – saranno anch’essi convocati davanti alla corte… e al centro dell’arena mediatica garantita dalle televisioni.

Una cosa è certa: Milagro Sala e i suoi sostenitori dell’organizzazione Tupac non sono più i soli prigionieri politici in Argentina. Pochi giorni dopo l’elezione nel 2015, il giornale Pagina 12 rivelava che Elisa Carriò…

Il reportage di Marcelo Figueras da Buenos Aires prosegue su Left dell’11 novembre 2017


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La rivolta dei naufraghi di Tunisi

A Tunisian woman shouts slogans during a demonstration on October 25, 2017 in Bir Ali Ben Khlifa, a small Tunisian town that is upholding a general strike to demand for a "serious investigation" after it lost eight of its inhabitants in a shipwreck following a crash between a boat carrying migrants and an army ship. / AFP PHOTO / HOUSSEM ZOUARI (Photo credit should read HOUSSEM ZOUARI/AFP/Getty Images)

La settimana scorsa, Bir Ali Ben Khalifa ha chiuso tutte le saracinesche: sciopero generale del pubblico e del privato. «Tutta la città ha chiesto verità per la tragedia dell’8 ottobre in cui 14 concittadini hanno perso la vita» spiega Habib El Tayef, presidente della sezione locale del colosso sindacale Ugtt. Si tratta della collisione tra la fregata militare tunisina e una barca di harragas – “chi brucia le frontiere”, i migranti – che ha causato la morte di 53 persone su 96 mentre altre 4 sono ancora disperse. Uno scontro subito definito incidente dalle autorità tunisine, anche se per i testimoni oculari si tratta di speronamento volontario. Un’inchiesta militare è stata aperta e le indagini sono in corso. «Il problema dell’entroterra è la mancanza di lavoro» continua El Tayef.

Bir Ali Ben Khalifa, è una delle tante località tagliate fuori dalle politiche di sviluppo. Da qui, solo negli ultimi tre mesi, 500 persone (su una città di 60mila persone) si sono imbarcate verso l’Italia. «Non ci sono industrie, né infrastrutture e la metà delle abitazioni non ha acqua corrente», prosegue El Tayef. Oltre alla raccolta delle olive, che crea posti stagionali senza contratto e pagati alla giornata 15 dinari per le donne (5 euro) e 25 per gli uomini (12 euro), la gente si arrabatta con quello che può. «Quando mio figlio di 17 anni ha detto che voleva imbarcarsi, subito gliel’ho proibito», spiega Mabrouk, padre di una delle vittime, seduto al cafè del paese «ma poi, pensando all’economia della Tunisia e alle possibilità che avrebbe avuto, gli ho dato ragione». Rassegnato, ha pagato il biglietto di 2000 dinari (640 euro). Si avvicina Kamel, che ha perso tre cugini nello stesso incidente. «Ci sono novità dall’Italia?», chiede speranzoso per poi andarsene dopo il riscontro negativo.

Secondo un comunicato Ansa, due motovedette italiane hanno partecipato ai soccorsi. Ma se in Italia l’incidente è stato velocemente classificato come una tragedia della “crisi migratoria”, in Tunisia il dibattito è più che acceso. Khaled e Hafez, sono due giovani di 27 anni di Mahres, una piccola città costiera a pochi km da Sfax, sopravvissuti al naufragio. «Non è stato un incidente – ribadisce Khaled – la fregata militare ci ha inseguito per più di due ore, con i fari accesi, e ha usato i cannoni ad acqua», racconta dettagliatamente…

Il reportage di Giulia Bertoluzzi da Tunisi è tratto dal numero di Left in edicola


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Discriminazione a norma di legge

A migrant tries to escape from the Libyan Coast Guard ship after being rescued by them in the Mediterranean Sea on November 6, 2017. During a shipwreck, five people died, including a newborn child. According to the German NGO Sea-Watch, which has saved 58 migrants, the violent behavior of the Libyan coast guard caused the death of five persons. / AFP PHOTO / Alessio Paduano (Photo credit should read ALESSIO PADUANO/AFP/Getty Images)

Su oltre 360mila richieste di asilo presentate in Italia tra il 2010 e il 2016, il 40 per cento sono state accettate in prima battuta dalle Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione, a fronte di un 35 per cento di dinieghi (la quota restante è ancora in attesa di giudizio). Le cifre, elaborate dal ministero dell’Interno e divulgate da La Stampa nei giorni scorsi non sembrano poi così sorprendenti. Tuttavia, scendendo nel dettaglio, i richiedenti asilo hanno vinto il 53,17 per cento dei ricorsi arrivati a sentenza in tribunale nel periodo in esame (30.754). Insomma, in più della metà dei casi, il primo grado di giudizio ha ribaltato le decisioni delle commissioni – più esposte, secondo alcuni, alle pressioni della politica – in favore di chi chiede protezione internazionale al nostro Paese. E sette volte su dieci, nell’eventualità di un ulteriore ricorso in secondo grado, la Corte di appello ha dato ragione al richiedente asilo (fonte: Sprar).

Sarà un caso, ma è proprio contro queste due tappe dell’iter legale percorribile in precedenza dai richiedenti asilo che si è scagliato il decreto n. 13 del febbraio 2017, convertito in legge ad aprile e da poco entrato a regime, meglio conosciuto come decreto Minniti-Orlando sull’immigrazione. Un testo che, sin da subito, ha messo in allarme i giuristi che quotidianamente si occupano dei diritti di chi emigra, quelli erosi da questo dispositivo, che sgretola le tradizionali fasi con cui si articola la giustizia italiana, configurando percorsi ad hoc per esseri umani “di serie B”, e che – per questo motivo – presenta profili di sospetta incostituzionalità.

La prima prescrizione confezionata su misura dai ministri di Interno e Giustizia per chi chiede protezione è l’introduzione di 26 sezioni di tribunale specializzate, in altrettante città sedi di Corti di appello, che si occuperanno di “immigrazione, protezione internazionale, e libera circolazione dei cittadini dell’Ue”. «Quella di istituire sezioni di questo tipo non è una idea nuova, ma la cosa grave è che qui si tratta di sezioni dedicate non ad una materia precisa – per esempio il ricongiungimento familiare o i permessi di soggiorno per europei – bensì a un soggetto preciso, il migrante». A guidarci tra le maglie di questa brutta legge è Francesca De Vittor, docente di Diritto delle migrazioni e dell’asilo all’Università cattolica del sacro cuore di Milano. «Inoltre – prosegue – questi giudici speciali si atterranno a procedure altrettanto speciali»…

L’articolo di Leonardo Filippi è tratto dal numero di Left in edicola


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L’Unità della sinistra

Sono passati 3 anni e mezzo da quando l’Unità è stata chiusa. Era il luglio del 2014. Fu il segretario del Pd, Matteo Renzi, che tramite suoi emissari fece in modo che ciò accadesse. Poi vennero nuovi editori da lui voluti, ma l’Unità non c’era più. Da come poi sono andate le cose si può immaginare che i nuovi editori non volevano veramente fare gli editori ma forse soltanto fare un piacere al segretario del Pd. Prima che si arrivasse alla fine credevo fermamente in quel progetto che mi stava consumando tantissime energie per i mille ostacoli che c’erano. Primo tra tutti Renzi.

In una intervista a Tommaso Cerno del 15 novembre del 2013 lo dissi: Renzi non lo voterò mai. E il motivo era semplice: la sua banalizzazione della politica ad un concetto di “rottamazione” era una semplificazione copiata da Grillo e dal suo Vaffa day e non era politica. Non c’era nessuna idea di sviluppo della politica né tantomeno idee di sviluppo dell’economia del Paese. Una brava giornalista un giorno mi disse: “Renzi è un vincente, e uno che vuole vincere piace alla gente”.Vero, anzi verissimo. La gente, al contrario di quanto si pensa, in fondo è ottimista, e cerca persone che portino speranza e promessa di cambiamento. Chi vuole vincere porta una promessa di cambiamento perché quando si perde si resta dove si è. Nessuno è soddisfatto della condizione in cui si trova. Tutti vogliamo qualcosa di meglio dalla nostra vita e anche dal Paese in cui viviamo. La politica dovrebbe essere quella cosa che si occupa di crearlo quel cambiamento.

Ma che cosa dovrebbe essere il cambiamento? Gli slogan della politica dovrebbero indicarlo qual è il cambiamento. Più sicurezza. Più lavoro. Più ricchezza. Più diritti. O anche meno politica. Meno immigrazione. Meno tasse. Parole con contenuti molto diversi tra loro. Sono veramente questi i cambiamenti che vuole “la gente”? Oppure andrebbe pensato che il cambiamento che tanto viene cercato altro non è che cercare una realizzazione personale? L’Unità per me doveva tornare alle origini pensate dal suo fondatore, Antonio Gramsci. “Dovrà essere un giornale di sinistra. Io propongo come titolo l’Unità, puro e semplice”. Non doveva essere un giornale di partito ma uno strumento per dare speranza ad un popolo abituato a vivere nella disperazione. Un redattore de l’Unità un giorno mi disse: “Ricordati: l’Unità è un simbolo enormemente più forte di quello che potrà mai essere il Pd”.

Aveva perfettamente ragione. Per questo Renzi non poteva lasciarla in mano a me. Troppo pericoloso per la sua carriera politica e per il suo partito, il Pd. Da bravo democristiano mi propose di allearmi con lui. Non accettai. E allora l’Unità avrebbe chiuso. Meglio chiusa senza certezza sul futuro che in mano ad una persona lontana dal partito come me. Ebbe la faccia tosta di dichiararsi sorpreso dopo la chiusura, pur essendo stato lui a decidere come doveva andare l’assemblea del 29 luglio 2014. L’Unità ha sempre avuto il significato di unità della sinistra che in effetti a sinistra non c’è mai stata. Poveri ingenui, i politici di sinistra si sono sempre fatti abbindolare dall’alleanza al centro, pensando ad essa come l’unica possibilità di vincere. Il Pd non è altro che l’esito di questo lento processo iniziato nel dopoguerra. Io penso che non ci possano essere compromessi nel pensiero politico. Compromessi sulle cose pratiche, sulla politica, sono necessarie e auspicabili quando compatibili con le nostre idee. Ma mai compromessi sulle idee. Quelle devono rimanere salde e forti, senza incertezze di alcun tipo.

Soprattutto mai farsi abbindolare da un pensiero che considera l’essere umano una realtà fatta di materia che viene animata da una non materialità di origine soprannaturale, e quindi senza alcun rapporto con la realtà. È necessario avere rapporto esatto con la realtà. E questo rapporto esatto comprenderà la certezza dell’esistenza di una realtà di pensiero non materiale che non è spirito venuto da chissà dove. La sinistra politica deve avere più coraggio. Si deve separare definitivamente dalla madre cattolica che la tiene ancora imprigionata in un’assurda pretesa di sapere cosa è il bene e cosa è il male dell’uomo. La madre cattiva non ha scrupoli. Deve solo affermare il proprio potere, non ha alcun interesse per gli altri e soprattutto non ha interesse che esista una sinistra che, nella misura in cui si realizzi, ne determinerebbe la scomparsa. Nel luglio 2014 Massimo Fagioli mi disse che la chiusura de l’Unità era la fine di Renzi. Come spesso accadeva, ho pensato che si sbagliasse. Ma lui come al solito aveva visto lungo. Aveva colto il significato più profondo della fine de l’Unità.

L’Unità era un simbolo. La fine de l’Unità è la fine del Pd. Da quando, nel 2014, l’Unità è chiusa, il Pd non ha più vinto nessuna elezione e le prospettive per il futuro non sono rassicuranti. Ci sono voluti 3 anni e mezzo per arrivare qui dove siamo. Ora penso di poter dire che Left sta diventando il giornale che avrei voluto che fosse l’Unità.

Un giornale che ha lo scopo di immaginare e pensare una sinistra unita.

L’editoriale di Matteo Fago è tratto da Left in edicola


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Quelle ventisei ragazze arrivate senza vita

A moment of "It is not a crime", pro-migrants and against racism demonstration, organized by a number of leftist organizations including labor unions, Amnesty International and MSF (Doctors Without Borders) in Rome, Saturday, Oct. 21, 2017 (Photo by Andrea Ronchini/NurPhoto via Getty Images)

Ventisei cadaveri di giovani donne erano sulla nave militare Cantabria, approdata la scorsa settimana a Salerno. Insieme alle loro salme l’imbarcazione spagnola trasportava 410 profughi che avevano rischiato di morire nel canale di Sicilia. Qualche giorno prima, otto migranti deceduti sono stati portati a Reggio Calabria. E non dimentichiamo i ventitre morti recuperati dopo un naufragio lo scorso ottobre, mentre chissà quanti altri corpi non sono stati nemmeno intercettati.

Questo macabro conteggio, purtroppo destinato a salire, smaschera la retorica del governo Gentiloni e mette alla sbarra la politica sull’immigrazione incentrata sul decreto Minniti-Orlando, convertito in legge, la numero 46, il 13 aprile scorso.

Alcune disposizioni previste in quel decreto sono entrate in vigore a 180 giorni dalla pubblicazione, il 17 agosto, e ora, trascorsi due mesi e mezzo, se ne vedono con chiarezza tutti gli effetti nefandi, come denunciano su questo numero di Left psichiatri e Medici contro la tortura, esperti di diritto internazionale e avvocati dell’Asgi che annunciano ricorsi, cercando di sollevare il caso davanti alla Corte costituzionale.

Ma facciamo un passo indietro: «Occhio alla paura, sarà il tema cruciale dei prossimi dieci anni, un nodo cruciale», annunciava il ministro Marco Minniti il 9 agosto. Con dichiarazioni simili a questa riportata dal quotidiano La Repubblica accompagnava il varo del codice di condotta per le Ong che impone la polizia giudiziaria a bordo e accordi con la guardia costiera libica. Poiché: «La sicurezza è un bene comune, ve lo dice il ministro dell’Interno che con questa parola è costretto a misurarsi ogni giorno… e la sicurezza è troppo importante per lasciare questa parola alle destre», ha detto l’ex uomo dell’intelligence, il piddino Marco Minniti. Sicurezza per chi?

Certamente non per i migranti ricacciati in Libia dove imperversa la lotta fra bande  come scrive Chiara Cruciati in un suo reportage che appare su questo numero. Come hanno documentato Amnesty international e Msf, i centri di detenzione per migranti in Libia assomigliano piuttosto a dei lager dove stupri e violenze di ogni tipo sono all’ordine del giorno.

Sottrarre alla vista, ricacciare indietro, condannandoli a un destino di morte, questo in verità è l’obiettivo. Nonostante Minniti parli di “piano” d’integrazione. Parola quanto mai ambigua dacché il ministro degli Interni ebbe a dire proprio alla kermesse del Pd al Lingotto nel marzo scorso che «l’accoglienza ha un limite».

Nel contesto del “piano” Minniti – come nota l’autore di Lessico del razzismo democratico (le parole che escludono) Giuseppe Faso – la parola integrazione nasconde le trappole di un modello emergenzialista ereditato da Maroni. Nasconde la violenza “invisibile” di un modello “assimilazionista” che obbliga l’altro ad auto-annullarsi, ad abdicare a sé, per abbracciare la nostra “civiltà superiore”. Superiore certamente nella perversione. Ce ne vuole parecchia per mettere a punto sistemi di respingimento basati sulla negazione della realtà dell’altro, come quelli architettati dall’attuale governo Gentiloni. Avvocati e medici parlano di richieste di asilo rigettate sulla base di giudizi a dir poco affrettati che non colgono minimamente la gravità dei traumi e delle violenze subite nel proprio Paese d’origine o a bordo di barconi di fortuna.

Con la legge Minniti-Orlando sull’immigrazione – come spiega l’esperta di diritto internazionale Francesca De Vittor intervistata da Leonardo Filippi in questo sfoglio – sono state istituite 26 sezioni di tribunali specializzati chiamati a giudicare i ricorsi di chi chiede lo status di rifugiato. E i giudici possono evitare colloqui vis à vis con i richiedenti asilo basandosi solo su testimonianze video registrate. Quando è ben noto che – denuncia lo psichiatra e psicoterapeuta Luca Giorgini in questo sfoglio – ci vogliono tempo, metodo e molte occasioni di incontro prima che la persona che è stata torturata riesca a parlare di ciò che ha subito. Immigrati e richiedenti asilo sono sottoposti a una doppia tortura in questo modo, commenta il premio Pulitzer Viet Thanh Nguyen, autore del toccante Rifugiati.  «Giustizia e legge non sempre vanno insieme. I confini sono legali, ma sono giusti?»

L’editoriale di Simona Maggiorelli è tratto da Left in edicola


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