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Pacchisti Democratici

Il capogruppo del Pd Ettore Rosato (D) con Lorenzo Guerini durante l'esame della riforma della legge elettorale nell'aula della Camera. Roma, 10 ottobre 2017. ANSA/ ETTORE FERRARI

Il Partito democratico ha un giornale ufficiale. Fermi tutti, no, non è l’Unità: quella è stata rottamata con tutta la sua storia poiché il renzismo, si sa, teme la memoria e la complessità e quindi il quotidiano fondato da Gramsci era un fardello troppo pesante da sopportare. Il “nuovo” foglio democratico si chiama Democratica (a proposito di quello che doveva essere un “maestro della comunicazione”, ricordate?) e nel numero di ieri (non sei mesi fa, ieri martedì 10 ottobre) ospitava un’intervista sulla legge elettorale al deputato Pd Ettore Rosato.

Chiede il giornalista: “Sarà necessario porre la fiducia sulla legge, per superare l’impasse dei voti segreti?”.

Risponde Rosato (ieri, tenetevelo a mente, ieri): «Ritengo che sia legittimo utilizzare ogni strumento regolamentare per evitare di cadere nelle trappole del voto segreto, come è già accaduto nel recente passato. Di fronte al rischio di un uso strumentale del voto segreto, noi usiamo altri strumenti parlamentari. Dopo di che ci confronteremo in Aula, come abbiamo sempre fatto. Al momento del voto finale sul provvedimento ogni deputato si esprimerà in piena libertà per affermare se intende sostenere o no questa nuova legge elettorale”. E invece no. Non si confronteranno in aula. Guarda un po’. È tutto qui.

Non è finita. Nel giorno di insediamento del suo governo il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni disse: «La legge elettorale prenderà corpo il confronto tra le forze parlamentari e la necessaria armonizzazione delle norme tra Camera e Senato. Un confronto nel quale il governo, ci tengo a ribadirlo, non sarà l’attore protagonista. Spetta a voi, onorevoli colleghi, la responsabilità di promuovere e trovare intese efficaci». E invece no. Niente.

Ancora. Nel 2009 la democratica Lanzillotta protesta contro il voto di fiducia messo dal governo di centrodestra sul decreto sicurezza. Dice: «In questo modo si aggirerebbero le garanzie regolamentari che consentono la richiesta del voto segreto sulle disposizioni volte ad incidere sui diritti fondamentali. Siamo certi che il Presidente della Camera non vorrà consentire questa umiliazione della Camera dei Deputati». Ma poi ha cambiato idea. Evidentemente.

Poi c’è lui, il bugiardo cronico. È il 15 gennaio 2014 e Matteo Renzi twitta: «Legge elettorale. Le regole si scrivono tutti insieme, se possibile. Farle a colpi di maggioranza è uno stile che abbiamo sempre contestato».

Serve altro?

Buon mercoledì.

 

Francesco Cocco in Burkina Faso: immagini di una resistenza continua

© Francesco Cocco

Le fotografie scattate in Burkina Faso da Francesco Cocco nel febbraio 2017, in mostra dall’11 ottobre nei locali di Officine Fotografiche a Roma a cura di Giulia Tornari, raccontano, fra povertà e riscatto, paura e desiderio di cambiare, tradizioni come macigni e nuovi diritti tutti da conquistare, uno fra i paesi più poveri al mondo.
Ritratti in bianco e nero, volti di giovani donne fra i 16 e 19 anni che vivono nella provincia di Kadiogo, fuori Ouagadougou, in un centro di accoglienza per donne e ragazze che hanno subito violenza o fuggono da matrimoni combinati. E poi ancora uomini nella sala di aspetto di dispensari sanitari e madri con neonati urlanti, anziane considerate streghe e bimbi abusati da professori bianchi occidentali, bambini che scavano in miniere d’oro abusive e altri che giocano a biliardino o sulla terra arsa, nonostante tutto.
Un lavoro importante sostenuto in Burkina Faso da organizzazioni della società civile, come Associazione italiana donne per lo sviluppo Onlus e Medicus Mundi Italia entrambe appartenenti all’Osservatorio AiDS – Aids Diritti e Salute che ha promosso una missione conoscitiva in Burkina per sensibilizzare l’opinione pubblica non solo sulla lotta all’Aids, sostenuta anche dal Fondo Globale, e sull’accesso ai farmaci, ma anche sulla violenza maschile sulle donne e i minori e i matrimoni forzati: il racconto fotografico di Francesco Cocco restituisce con estrema delicatezza la battaglia quotidiana di donne e uomini per sopravvivere alla malattia e al dolore.
Per info Officine Fotografiche a Roma

© Francesco Cocco

© Francesco Cocco

© Francesco Cocco

© Francesco Cocco

© Francesco Cocco

Suicidio assistito, la psichiatra Polese: «Portare a morire un depresso è omicidio»

Das Schlafmittel Pentobarbital wird zuhause von Sterbewilligen eingenommen, aufgenommen bei EXIT Schweiz in Zuerich, am Freitag, 5. Dezember 2008. (KEYSTONE/Alessandro Della Bella)

Si è fatto accompagnare da un amico fino alla stazione di Chiasso. Qui ha preso un treno proseguendo da solo fino a Zurigo, dove aveva un appuntamento in una clinica “specializzata” in suicidi assistiti. L’ingegnere di Albavilla (Como), protagonista di questa vicenda di cui molto si è parlato e molto ancora si parla, era affetto da una grave forma di depressione. Nessuno a quanto pare era a conoscenza dei suoi propositi. La magistratura di Como ha aperto un’inchiesta e sui media è scattato il dibattito pubblico che vede da sempre affrontarsi due posizioni nette: da una parte i difensori della vita “sempre e comunque”, dall’altra i sostenitori della libertà di decidere per se stessi “sempre e comunque”. E invece bisogna distinguere. E per farlo siamo tornati a interpellare la psichiatra Daniela Polese.

Per Dj Fabo e Welby non esisteva cura, non c’era alcuna possibilità di ripristinare quanto si era perduto. Si può dire lo stesso per una depressione grave?

Welby e Fabo presentavano lesioni organiche e condizioni permanenti, oggettivamente impossibili da trattare per la medicina. Nel caso di Fabo si trattava di un esito da politrauma. La depressione, invece, anche grave, è una malattia che oggi sappiamo con certezza essere curabile, principalmente grazie alla psicoterapia. In questo caso non sono presenti lesioni organiche. Va da sé che, a differenza dei primi, nella depressione non si può parlare di eutanasia. L’idea di incurabilità nella depressione è un sintomo che caratterizza il malato e non può essere condiviso ma deve essere affrontato e contrastato sia sul piano cosciente che non cosciente. Spesso è necessario intervenire anche contro la volontà del paziente, ricoverandolo.

Vale a dire?

Nei reparti di psichiatria abbiamo spesso pazienti con questa diagnosi. Altrimenti non dovremmo accettare pazienti depressi in ambulatorio, né in reparto. Anzi, non dovremmo nemmeno fare questa diagnosi, né quella di psicosi maniaco-depressiva, in fase depressiva. Sarebbe una condizione da assecondare. Ma è una pazzia, oltre che una totale assenza nei confronti del paziente. Ricordo che a proposito del suicidio assistito in Olanda, lo psichiatra Massimo Fagioli disse che c’è «un criterio di libertà, di cui gli olandesi sono un esempio storico, che va a finire nell’indifferenza più totale. Non c’è più interesse per l’altro. Se vuoi morire, muori, tanto se ci sei o no, non cambia nulla». Invece il medico e in particolare lo psichiatra devono prendersi la responsabilità di una diagnosi e di una terapia. Ad oggi con gli strumenti che abbiamo, grazie alla psicoterapia fondata dallo stesso Fagioli, si può guarire dalla depressione. Ci si ammala per un rapporto interumano malato, in particolare nel primo anno di vita, e con un rapporto valido in psicoterapia si può guarire. E questo è un parere condiviso in psichiatria. Non curare un depresso è omissione di soccorso. Portarlo a morire è omicidio.

Impossibile non ricordare la vicenda di Lucio Magri nel 2011. Esponenti della politica e della cultura a lui vicini, allora, parlarono di un esercizio di “libertà”. Assistere il suicidio di un depresso si può considerare come una risposta a un diritto all’autodeterminazione? Qual è il senso di questa parola, in casi simili?

In aggiunta a quanto citavo prima, non posso non ricordare che lo psichiatra dell’Analisi collettiva diceva con grande chiarezza che «non c’è libertà senza identità». La libertà è qualcosa che richiama un atto creativo, una realizzazione. Non si può associare, come caoticamente si sente fare in alcuni ambiti, alla distruzione, all’omicidio, al suicidio. Noi esseri umani, se non perdiamo la nostra realtà psichica originaria della nascita, caratterizzata da vitalità e capacità d’immaginare, e riusciamo a realizzare la nostra natura, la nostra personalissima identità, allora siamo liberi. La libertà di uccidere o di uccidersi può chiamarsi libertà? Possiamo ricordare che esiste il codice penale che si occupa di omicidio, anche nei casi in cui il medico non intervenga per impedire un suicidio.

La figlia del giudice Pietro D’Amico, anche lui preda di grave depressione per le calunnie subite, combatte dal 2013 perché suo padre «andava aiutato a vivere, non a morire». Quali ricadute ci possono essere sui familiari della persona depressa che, oltre a compiere un gesto così tragico, viene per di più “assistito” da medici autorizzati da uno Stato?

Sul piano psicologico si subisce una grave violenza. È un dramma avere persone care gravemente malate di mente, ed è una tragedia che muoiano nonostante siano curabili. L’importante è che non si creda di essere colpevoli per la loro morte. Anzi, occorre resistere e reagire. Io mi trovo assolutamente d’accordo con la figlia del giudice. Anche qui, la differenza con i familiari di chi è affetto da malattie organiche è lampante: in quei casi in genere l’eutanasia viene richiesta, perché la violenza consiste nel fatto che i pazienti vengono lasciati a soffrire in una condizione organica incurabile e irreversibile.

A essere carente sembra che sia la cultura della “curabilità”. Si pensa che dalla depressione grave non si possa guarire.

L’idea del peccato originale, cioè la convinzione religiosa che “il Male” sia originariamente insito in ciascuno di noi, collude con la convinzione patologica del depresso che crede di non poter guarire. In psicoanalisi corrisponde alla credenza religiosa di un inconscio naturalmente perverso e psicotico, per cui in genere anche in psicoterapia non si interviene per guarire: si cerca di arginare e gestire questa realtà, anziché di eliminarla, perché si crede costituzionale. In psichiatria, è alla base di quella corrente che sostiene che la malattia è organica, genetica ed ereditaria, pur non esistendo una vera dimostrazione scientifica. Ma da decenni continua a praticare esperimenti e a pubblicare nel tentativo di affermarlo, basando la sua prassi su inferenze, giudizi apriori e non su una ricerca, e somministra prevalentemente psicofarmaci.

È anche la cultura del nordamericano Dsm, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali?

Esattamente. Il Dsm fa diagnosi su base statistica anziché clinica, senza che vi sia alcun interesse né verso l’essere umano né verso la conoscenza. Infine, nella psichiatria di derivazione esistenzialista heideggeriana, la malattia è considerata una forma di esistenza e vi è persino la convinzione che il suicidio non possa essere evitato. D’altronde, possiamo pensare che la stessa esistenza del suicidio assistito per i malati di mente colluda con la malattia e spinga il paziente a trovare conferma del suo pensiero malato. È tutto parte di una cultura tradizionale ancora attuale che va rifiutata perché si possa realizzare un’identità psichiatrica che deve essere intelligente e laica.

L’intervista di Francesco Troccoli a Daniela Polese è tratta da Left in edicola


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“Ci sono cose più importanti dello ius soli”: eccole

La protesta dei senatori del Movimento 5 Stelle durante le dichiarazioni di voto nell'Aula di Palazzo Madama, Roma, 14 dicembre 2016, ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Nella patetica discussione delle “altre cose più importanti” che serve a qualche vigliacchetto per non affrontare la votazione sullo ius soli (che tra l’altro non è nemmeno uno ius soli, a proposito di narrazioni tossiche) i benaltristi del Parlamento ci hanno fatto intendere che vi fossero urgenze imprescindibili da affrontare, talmente gravi da impedirne la votazione.

Bene. Sappiate che oggi in Senato si discuterà di un fondamentale pacchetto di «mozioni sui monumenti commemorativi di Cristoforo Colombo» (fonte).

Se volessimo andare a settimana prossima (il Senato si riunisce il martedì e il giovedì, settimana cortissima, e il giovedì è tutto dedicato a interpellanze e interrogazioni) allora sappiate che martedì 17 ottobre non c’è spazio per lo ius soli (che non è uno ius soli) perché il Senato è impegnato su una proposta di legge sulla dieta mediterranea che «istituisce la “Giornata Nazionale della dieta mediterranea – patrimonio dell’umanità” la quale verrà celebrata il 16 novembre di ogni anno» (fonte).

Tutto questo perché non c’è nulla di più fastidioso e inaccettabile di una schiera di eletti, protetti dai propri segretari di partito, che decide di non decidere per non essere costretti a prendere una posizione. Inutili come una schiera di meteorologi che preferirebbe non dirci che tempo potrebbe fare domani oppure alla stregua di chirurgo che ritarda un’operazione perché deve ricaricare prima il proprio pendolo in salotto. Solo che quelli non potrebbero permetterselo. Questi invece sì.

Buon martedì.

Ilva, incontro-lampo al Ministero. Il tavolo salta e la protesta continua

A worker near a banner says " foght without scare for the job in Genoa" stage a one-day strike against plans to axe around 4,000 jobs by Am Investco, the consortium that is taking over the company that owns the massive facility, in Genoa, Italy, 09 October 2017. Around 3,300 of the jobs would go at the Taranto factory. There were also protests in Genoa, where 600 redundancies are planned. The industry ministry is hosting talks on the plan on Monday. ANSA/LUCA ZENNARO

“Irricevibile”, basta solo questo aggettivo. E salta l’incontro di oggi sul futuro dell’Ilva al Ministero dello Sviluppo economico. «La proposta dell’azienda su salario ed inquadramento dei lavoratori è irricevibile», scrive il ministro Carlo Calenda sul suo profilo twitter. «Tavolo aggiornato», scrive dopo lo stop dell’incontro su Ilva al Ministero da lui guidato.
«Bisogna ripartire dall’accordo di luglio, dove si garantivano i livelli retributivi. Se non si riparte da quell’accordo la trattativa non va avanti». Così Calenda ha spiegato ai giornalisti che gli chiedevano come mai il tavolo Ilva fosse durato così poco.
Mentre i dipendenti degli stabilimenti Ilva – tra cui Genova e Taranto – effettuano lo sciopero di 24 ore indetto a partire dalle 7 di stamani da Fim, Fiom, Uilm e Usb, a Roma andava in scena una trattativa-lampo risoltasi in un nulla di fatto. Sembra che la delegazione dei vertici di ArcelorMittal che ha preso le redini dell’azienda metallurgica sia rimasta “sconcertata” dall’azione del governo. In ballo ci sono 4mila licenziamenti – di cui 3mila a Taranto – su 14mila dipendenti complessivi. Per chi rimane, però, l’azienda prevede un ricollocamento secondo il Jobs act e quindi con l‘azzeramento delle condizioni attuali contrattuali e la perdita dell’anzianità.
«Il governo ha fatto saltare il tavolo sulla base del fatto che l’azienda non rispetta nemmeno gli impegni assunti con il governo che sono le condizioni salariali e l’inquadramento di chi rimane alla fine del piano. Per quanto ci riguarda questo aspetto va di pari passo con il fatto che non ci deve essere nessun esubero», ha detto all’uscta dell’incontro Francesca Re David segretaria Fiom Cgil. «Per noi le condizioni contrattuali e le condizioni dei diritti di chi resta non è inscindibile con il fatto che non ci può essere un licenziamento». Quindi stato di agitazione in tutti gli stabilimenti e un pacchetto di ore di sciopero a disposizione. L’autunno di fuoco che il nuovo segretario aveva preannunciato in una intervista a Left a luglio purtroppo è arrivato.

Usa, 60 anni dopo la sfida di nove studenti neri nella scuola dei bianchi

1957, A white teenage boy puts his fingers in his ears as students demonstrate for Civil Rights during the high school desegregation crisis at Little Rock, Arkansas. (Photo by Paul Slade/Getty Images)

Erano solo nove, quei ragazzi, avevano solo 14 e 15 anni e l’America aveva problemi con il colore della loro pelle. Specialmente allora e specialmente nell’Arkansas del 1957, quando per la prima volta degli studenti neri decisero di iscriversi in una scuola all white, solo per bianchi. Un ottobre di 60 anni fa cominciarono il loro primo mese di istruzione superiore nella scuola di Little Rock.

Minnijean Brown Trickey aveva 15 anni e non sapeva forse di star compiendo un atto politico che avrebbe cambiato la storia del suo Paese, varcando le soglie di quell’istituto, un’enclave scolastica pallida, dove lei sarebbe diventata la prima afroamericana a sedersi tra i banchi della Central High School. «Eravamo teenage-esque, ragionavano da teenager, eravamo naive, perché ci preoccupavamo solo delle scarpe da comprare, da indossare, perché non c’erano i bus per arrivare fino a lì. Era il 25 settembre».

Tre anni prima la Corte Suprema, con l’atto Brown and Board education, aveva dichiarato le scuole segregazioniste non costituzionali: la legge era dalla loro parte ma non i cittadini dell’Arkansas. Di fronte all’edificio era stato appeso il fantoccio di un uomo di colore impiccato ad un albero per spaventarli e farli tornare indietro. Ad incontrare i nove il primo giorno di scuola, il 25 settembre 1957, c’erano le bandiere dei sudisti, le loro croci, le loro urla e i loro cappucci bianchi. Lo stesso governatore dello Stato, Orval Faubus, tentò di bloccare il loro ingresso, dispiegò la Guardia Nazionale e ci riuscì.

La crisi in Arkansas diventò grossa, così grossa che arrivò a Washington, così tanto grossa che arrivò alla Casa Bianca, quella del presidente Dwight Eisenhower, che spedì la 101esima divisione dell’aviazione dell’esercito a tutelarli. Furono tre le settimane di attesa. Arrivò l’ottobre 1957. Nella scuola di Little Rock c’erano 1900 studenti bianchi e solo 9 neri: 1900 dentro, 9 fuori dalle aule. Ma dietro, alle loro spalle, nel mese successivo, quando i nove tentarono il secondo ingresso, avevano 1200 soldati americani a difenderli dalla folla bianca, mentre salivano i gradini verso le aule. Così ad uno ad uno, quelli che diventarono leggenda, furono scortati a scuola e da allora e per sempre furono i Little Rock Nine.

Il Manchester Guardian, il quotidiano locale, quei giorni titolava: Negroes escorted into school, negri scortati a scuola, e parlava di due bianchi feriti negli scontri che seguirono. Quello che nessun giornalista riportò quotidianamente fu che le truppe rimasero lì per un anno, per le “nove piccole rocce”, quando ogni giorno i nove assorbivano odio. Sputi e schifo. Trickey pensava: è un mio diritto, I’ll go back no matter what. Andrò a scuola ogni giorno, ad ogni costo. Lei fu l’unica espulsa per essersi opposta agli aggressori, finì il liceo a New York, in affido a due psicologi sociali.

La piccola Trickey di allora, a cui urlavano: “go back to Africa”, tornatene in Africa, dice adesso, a 76 anni, non più 15: «Come ogni americana, anche in una società segregazionista, cantavo l’inno, mi nascondevo dai russi, perché il lavaggio del cervello funzionava bene. Pensavo queste persone mi odiano. Vogliono uccidermi. I’m nobody, I’ve never been hated. Non sono nessuno non sono mai stata odiata».

Sessant’anni dopo sono tornati – in otto – a rivedere quel posto, Little Rock, per parlare della resegregation, quella del 2017, che negli ultimi 25 anni è aumentata, dividendo le scuole americane sempre più spesso in all white e all black. Perché la storia, più di mezzo secolo dopo, si attorciglia e ricomincia. Come un cerchio che si credeva spezzato e che prima o poi dovrà chiudersi. Sono diventati uomini e donne, otto ancora vivi: Jefferson ha combattuto in Vietnam. Beals è un giornalista, Elizabeth è un soldato, Ernest lavorò per Jimmy Carter, Gloria per l’agenzia aereospaziale e vive in Olanda. Terrence è uno psicologo, Thelma un’insegnante e si è trasferita di nuovo a Little Rock. Lavora con i piccoli trasgressori, ragazzi colpevoli di piccoli crimini e senzatetto. Quando tornano in quella scuola, dicono che è come essere teenagers again.

Rispetto agli asiatici e i ragazzi della classe media bianca, oggi i minorenni neri vivono molto peggio dei loro coetanei. Dopo il picco di de-segregazione nel 1988, la divisione razziale tra i banchi di scuola è tornata. Oggi il Civil Rights project dell’Ucla dice che la segregazione nel 2017 in America è doppia, funziona per colore della pelle e povertà, ne soffrono solo latinos e afroamericani.

«Stop the race mixing. Race mixing, il mescolamento delle razze, è comunismo» dicevano i cartelli nel 1957. «Integrazione è un crimine, abominio contro dio, un peccato». Sono le stesse parole di oggi, soprattutto dopo l’elezione di Trump, nelle marce dei neonazisti. Trickey però sorride e non è preoccupata: «ci sono young people, giovani di oggi, like the Little Rock Nine, come i nove di Little Rock, who are gonna keep going, che continueranno ad andare avanti».

L’ultimo soldato del Che

Il dottor Osvaldo Peredo è il più giovane di cinque fratelli che in Bolivia a metà anni 60 hanno fondato il Partito comunista boliviano e sono stati leader del movimento guerrigliero locale che si unì a Guerrilla Ñancahuazú di Ernesto Che Guevara, noto come l’Esercito di liberazione nazionale (Eln). Dopo aver ricevuto una formazione medica di base, Peredo lasciò la professione e si è unì all’Eln con il nome di battaglia “Chato”. Tuttavia, a causa della necessità di servizi medici, andò a frequentare l’università “Patrice Lumumba” di Mosca per specializzarsi. Era il 1964. Al suo ritorno in Bolivia è diventato uno dei dirigenti del movimento e dopo l’assassinio di Guevara (9 ottobre 1967) fu tra i pochi sopravvissuti che riuscirono a fuggire in Cile (1970) dopo un ulteriore tentativo di riorganizzare la guerriglia. Due dei suoi fratelli non ce la fecero. Roberto detto “Coco” faceva parte dell’avanguardia del gruppo del Che in Bolivia. Cadde in un’imboscata vicino a La Higuera (dove poi fu assassinato Guevara) il 26 settembre del 1967. Guido Álvaro detto “Inti”, scampato alla stessa sorte, ricostituì l’Eln con un gruppo di militanti che si erano allontanati dal Partito comunista di Bolivia «per fare la rivoluzione». Fu ucciso a La Paz due anni dopo, il 9 settembre 1969. «Inti come capo dell’Eln evitava in tutti i modi che fossimo insieme, salvo il tempo indispensabile per la realizzazione dei compiti assegnati» racconta Osvaldo Peredo a Left. «Entrambi, come del resto il Che, eravamo consapevoli dei rischi. Così andava la guerra rivoluzionaria a quei tempi». Nel 1997 Peredo è entrato a far parte del Movimento per il socialismo e ha lavorato attivamente per l’elezione di Evo Morales. Successivamente è stato eletto come consigliere comunale a Santa Cruz de la Sierra.

Come ha conosciuto il Che?

La prima volta l’ho incontrato in Spagna. Ero in vacanza a Madrid e casualmente ho fatto amicizia con un fotografo. A un certo punto mi chiese se sapevo chi fosse Che Guevara? E io ho risposi “ovviamente sì”. Era il 1964 o 1965. Mi disse che Guevara si trovava a Madrid di passaggio verso l’Algeria dove avrebbe partecipato a una conferenza internazionale, e che lui doveva fotografarlo per un giornale. Lo accompagnai intrufolandomi nella folla facendo finta di essere anche io un fotografo. Ricordo che il Che si era tolto gli stivali. Fu la prima volta che lo vidi. In seguito lo incontrai ancora a Mosca quando tenne due lezioni per studenti, sopratutto latinoamericani, nella università “Lumumba” dove studiavo medicina. E poi, sempre a Mosca dove sono rimasto 6 anni, durante la sfilata del giorno della Vittoria, al mausoleo di Lenin, insieme a Chruščëv.

Perché vi uniste al Che quando arrivò in Bolivia?

Quella cubana è stata una rivoluzione nella rivoluzione. Fino ad allora, la discussione dentro la sinistra era stata tra chi era favore della Cina e chi invece guardava all’Urss. Il trionfo della rivoluzione cubana fu un incentivo a intraprendere la lotta armata per liberarsi dall’oppressione imperialista. Credo che su questo…

L’intervista a Osvaldo “Chato” Peredo prosegue su Left in edicola


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A sinistra fine dei tentennamenti. Meglio così

Alla fine Giuliano Pisapia non è riuscito a trattenersi e ha risposto all’accelerazione di Roberto Speranza di Mdp con una brutta uscita che tradisce un’insofferenza antica: dice che non vuole fare un “partitino al 3%” ed è una risposta degna di qualche bullo toscano piuttosto che la posa di chi si è sempre professato “gentile”. La distanza che si “sentiva” ora è tutta emersa e manifesta. Ed è meglio così.

Già in Parlamento i “pisapiani” di Campo progressista hanno dimostrato di avere una sconsiderata fiducia e una naturale propensione al dialogo per un governo (e una politica) che per altri invece risulta inconcepibile. Posizioni diverse e legittime che evidentemente non risultano conciliabili. Meglio così.

Qualcuno dice che s’è perso troppo tempo (“sei mesi persi” scrive De Angelis su Huffington Post) per tentare di arrivare a una sintesi. Può essere, certo, eppure nessuno può dire (tra gli intellettualmente onesti, intendo) che non si sia fatto tutto il possibile. Qui non attacca la manfrina della “sinistra litigiosa”, no: qui si tratta di avere provato a tenere un campo largo ma con un perimetro ben definito. In questi mesi Pisapia ha camminato sul filo del bordo e quando si è trattato di scegliere è sceso dall’altra parte. Semplicemente. Meglio così.

L’ex sindaco di Milano ha in testa la doppia missione di “ricostruire il centrosinistra” e guarire il Pd: gli altri no. Meglio così.

Ora, magari, sarebbe il caso di evitare di discutere solo di leader (anche se risulta difficile trovarne uno meno tentennante e riluttante) e raccontare le politiche da mettere in campo. Perché ci si è disabituati, ormai, anche solo a immaginarla, la sinistra.

Buon lunedì.

Migranti ricacciati in Libia, il film di Segre costringe ad aprire gli occhi

L'ordine delle cose di Andrea Segre

Chi è un artista se non colui che legge il mondo attraverso il tempo? Che usa le informazioni del passato per indicare a tutti cosa potrà succedere in un futuro anche assai prossimo? Così, in quella distrazioni in cui gli altri si abituano a vivere, in quel non guardare oltre il palmo del proprio naso per troppe contingenze, l’artista coraggioso punta il dito verso la luna e tutti la vedono infine nitidamente. Andrea Segre è un grande artista, perché da artista sa comporre delle immagini belle, non piatte, descrittive, didascaliche, facili, ma utili ad un racconto che vuole mostrare ciò che gli altri non vedono o non vogliono vedere.
Ne L’ordine delle cose mette il dito nella piaga e racconta il nostro legame inesorabile con la Libia, mostrandone cause e conseguenze, aberrazioni ed ingiustizie, senza possibilità di replica. I fatti stanno così e sta ad ognuno decidere di misurare il dramma umano che da tutto ciò scaturisce.
E’ un film che responsabilizza in un certo senso. Ed è per questo che molti scelgono di deresponsabilizzarsi, in un’epoca dove fare arte civile inizia a dare un po’ fastidio. E’ un’opera talmente scomoda che è uscita in poche sale nonostante le ottime critiche. Perché dei flussi migratori meno se ne parla, meglio è per tutti.
Il film racconta il conflitto interno di un alto funzionario della polizia di frontiera, delegato dallo Stato a mettere ordine in Libia e ridurre gli sbarchi. Questo perché lo stato possa dunque dire alla stampa che tutto va meglio, che il nemico dell’ordine pubblico è stato bloccato oltre il mare, sufficientemente lontano da non turbare le coscienze.
Ma lui, Corrado, stando dall’altra parte del mare, con quel mondo si deve confrontare e se hai anche un briciolo di anima, devi quantomeno porti la questione di cosa succeda se tu dai in mano degli esseri umani a degli squali. Cioè lo sai benissimo cosa succede, ma se devi fare una operazione politica di quel genere metti in conto il patto con il peggiore dei diavoli. Il film parla del dubbio amletico di qualcuno che ha per missione di facilitare la delega agli squali di regolare il flusso dei migranti.
“Io racconto le conseguenze umane con quest’ordine. Il film dice semplicemente che quest’ordine produce questa tensione. Corrado applica l’ordine da funzionario, lasciarli da un’altra parte. Facendolo fa l’errore di incontrare una donna che lo costringe a incontrare l’essere umano. Mentre se ci pensi bene Minniti lo crea quell’ordine, lo produce.  Mettendo un tappo  si lasciano delle persone dentro dei luoghi di merda a disposizione dei mercati di schiavi. Detto ciò mi domando se possa entrare in crisi come succede mio personaggio”.
Andrea Segre sa di cosa parla, non semplicemente perché è uno che sa informarsi e sa analizzare la situazione, ma perché da più di dieci anni, da tempi non sospetti, capì che il nodo di tutto è la Libia e lo raccontò benissimo con il documentario Come un uomo sulla terra.

“Nel 2008 raccontammo i centri detenzione, nel 2017 la strategia per riempire quei centri. Fino a che tappiamo, la direzione rimane la stessa, ma è una strategia del tappo con cui non stiamo minimamente risolvendo nulla. Sono 15 anni che chiudiamo le frontiere come tappi, ma i tappi si stappano. Si potrebbe pensare di cambiare, ma bisognerebbe avere un coraggio politico che non esiste più, con qualcuno che abbia una tensione etica, che non è: “Venite in Germania, venite tutti”. Quella fu una operazione mediatica della Merkel, sapendo che nel frattempo aveva dato 6 miliardi a Erdogan per mettere il tappo. In Libia sommando tutte le varie operazioni degli ultimi due anni siamo ormai circa a un miliardo, ma non è certo ancora finita”.
Per anni ha esplorato il terreno del torto subito, del migrante come capro espiatorio dei mali del mondo, che si batte nonostante tutto. Ha raccontato il complesso mondo di chi parte, come in Come un uomo sulla Terra, di chi arriva ed è sfruttato nei campi come in Sangue Verde sulle rivolte a Rosarno, di chi inizia a starci un po’ di più in Italia e combatte pregiudizi più grandi di quanto si possa immaginare, come nel suo meraviglioso Io sono lì. “Non pensavo di fare il regista, ho studiato sociologia e lavorato con la cooperazione. Ma la spinta veniva da questa necessità di conoscenza. Cosa vengono a fare qui? Perché? Allora ho iniziato a viaggiare in direzione contraria, non perché mi interessasse la guardavo di geopolitica internazionale, ma era curiosità umana”.
Osservare dai vari lati il fenomeno dell’immigrazione permette di fare una foto esaustiva delle difficoltà che l’umanità ha a riconoscersi il suo obbligo di essere esseri umani. Andrea Segre ci aveva raccontato ciò tutto attraverso lo sguardo stupito, triste, cocciuto di questa gente, abituandoci a quel suo modo sobrio, misurato e poetico di farci vivere le odissee di questi migliaia di Ulisse. Ma non aveva fatto ancora il passo più complesso, girare la telecamera verso di noi, i costruttori di castelli kafkiani. E’ una operazione difficile, tanto più se si è artisti e non manichei, perché le posizioni nel mondo della migrazioni si confondono, sono apartitiche ormai. “Alla proiezione al Senato, il Capo Ammiraglio della Marina ci ha tenuto a venire, perché sa cosa significhi affidare i respinti alla Guardia Costiera Libica. Perché è una cosa che nei fatti non esiste, l’ abbiamo fondata noi dopo la caduta di Gheddafi, imbarcando i miliziani delle brigate che hanno vinto. Gente senza una carriera militare strutturata. Dopo ogni guerra le brigate vanno sciolte e fatto un vero esercito, perché l’esercito risponde, o dovrebbe rispondere, a delle regole democratiche, le brigate se violentano una donna chi le controlla? Ma forse faceva comodo avere uno Stato senza regole democratiche certe a far da cuscinetto tra noi e i migranti”.
Andrea Segre è uno dei sguardi più lucidi e onesti sul tema delle migrazioni. Per questo ha deciso di fare l’artista e non il politico e per questo vedere L’ordine delle cose, serve più di qualsiasi trattato di Geopolitica per capire che brutta cosa è la politica dei respingimenti.

Il film di Andrea Segre sarà proiettato giovedì 26 ottobre, alle 20,15 al Salone dell’editoria sociale, a Roma. Goffredo Fofi e Alessandro Messina direttore generale Banca Etica ne discuteranno con il regista

Cosa ci resta del Che. Per una rivoluzione senza armi

LA HIGUERA, , BOLIVIA - OCTOBER 20, 2004: A boy passes by a painting of the late Che Guevara in La Higuera, Bolivia October 20, 2004 where Che was killed on October 9, 1967. (Photo by Sven Creutzmann/Mambo photo/Getty Images)

Avevo cinque anni quando Che Guevara fu ucciso. Non ricordo di aver sentito la notizia della sua triste fine. Il mio primo ricordo di Guevara aveva a che fare con la voce narrante fuori campo nella registrazione originale di Evita. Mio zio aveva comprato l’Lp negli Stati Uniti e lo aveva portato furtivamente a Buenos Aires alla fine degli anni settanta. Allora la giunta militare aveva potere di vita e di morte, e ascoltare Evita per molti versi rappresentava un atto di ribellione. Naturalmente era una ben strana ribellione quella legata a Broadway. Il mio Che cantava… e cantava in inglese! Negli anni, quello che imparai su Guevara lo appresi dalle notizie che avevo a disposizione. Vedevo i poster che lo raffiguravano. Ho visto il film Motorcycle Diaries e quello biografico di Steven Soderbergh, Che. Ho notato il suo viso impresso sulla pelle di Diego Maradona. (E di recente, una frase a lui attribuita Hasta la victoria, siempre! tatuata sulla schiena di Pipita Higuain, appena sopra il sedere). Ho ammirato le foto di Guevara scattate da Korda, ma quelle che più hanno attirato la mia attenzione sono state le ultime, quelle scattate da Marc Hutten: lo mostrano da morto nell’ospedale a Vallegrande. Il suo viso emana una calma soprannaturale; riluce. Persino da morto, appare più umano del mucchio di iene che gli sta intorno.

Il mio accostamento a lui più profondo è stata la lettura della biografia monumentale, scritta da Jon Lee Anderson. È lì che ho scoperto l’uomo per la prima volta. Quello che più mi ha scosso sono stati i particolari che mostravano una precoce consapevolezza del suo destino. Per esempio, il suo amore per una poesia di Nazim Hikmet, che recitava: I’ll only carry with me to my grave the sorrow of an unfinished song (Nella tomba porterò con me solo il dolore di una canzone non finita). Oppure una poesia che Guevara stesso scrisse nel 1947, quando aveva solo diciannove anni ed era segnato da frequenti attacchi di asma: Bullets, what can bullets do to me / When my fate is to be drowned. But I am / Going to overcome my destiny. / Destiny can be / Reached through pure willpower. / To die, yes, but riddled with / Bullets, torn by bayonets… No, not drowned.

Mi colpisce ancora il suo viso che spunta qua e là. Ogni giorno, nei miei spostamenti in autobus, vedo il suo ritratto di Korda dipinto sull’ingresso di qualche casa. Negli uffici della radio dove lavoro sono appese alle pareti due fotografie del Comandante. Ma è tutto qua. Guevara sembra essere una reliquia del passato che si allontana sempre più, giorno dopo giorno. Persino alla radio è in minoranza: i ritratti di Peròn ed Eva sono di più. E si vedono in giro più ritratti di Fidel. E anche lui è datato come una icona pop. In pochissimi, e nessuno di questi è giovane, chiedono un tatuaggio del suo volto. La prima spiegazione è ovvia. Guevara è stato, per sua scelta, un guerriero. Ed è stato pesantemente sconfitto sul campo di battaglia, al pari dell’intera esperienza della sinistra in Sud America durante gli spaventosi anni 70. Le cicatrici non sono rimarginate; e molte ferite sono ancora aperte, anzi peggiorano, nonostante siano passati tanti anni. Le nazioni latinoamericane hanno impiegato molto tempo per assorbire quei colpi e respingere molte delle politiche di destra che ne seguirono. La lezione più importante che sembra abbiamo imparato è stata: La violenza non è un’ipotesi in campo popolare. L’unico modo positivo di progredire è attraverso la politica. Questo concetto spiega perché…

L’articolo di Marcelo Figueras prosegue su Left in edicola


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