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Dai ghetti del Sud al palco di Roma. L’8 aprile va in scena “Le scarpe dei caporali”

Rosarno, Boreano, Rignano, Cassibile. Un viaggio, una denuncia, molte vite. “Le scarpe dei caporali” è un monologo teatrale che inscena la nuova schiavitù nelle campagne d’Italia. Si narra delle vite di più di 300mila braccianti agricoli che, disseminati tra ghetti e casolari, vivono in condizioni igienico sanitarie al limite. Sono i lavoratori sfruttati dai caporali e dalla criminalità organizzata: sfruttati al punto da rappresentare la schiavitù moderna.

«Una strana insalata: tre bolzanini, qualche centinaia di caporali, il Sud Italia, i ghetti e migliaia di braccianti agricoli africani», scrivono gli autori. Con un velo appena di sarcasmo e l’intensità che hanno sempre le storie di vita, Salvatore Cutrì racconta del caporalato e dei braccianti africani, italiani e dell’Est Europa, con la regia di Paolo Grossi. Lo spettacolo è figlio di un’inchiesta di Matteo De Checchi di Melting Pot Europa e Valentina Benvenuti, e oggi l’Associazione K_Alma e il Collettivo Mamadou di Bolzano lo portano in giro per il Paese, dopo il lungo viaggio, da gennaio a maggio 2016, tra Calabria, Basilicata, Puglia e Sicilia. Perché? «Per ridare diritti e dignità ai braccianti agricoli che, per pochi euro, raccolgono frutta e verdura che ritroviamo sopra le nostre tavole».

A Roma, l’8 aprile

Sabato 8 aprile “Le scarpe dei caporali” sbarca per la prima volta a Roma, al teatro del Villaggio Globale – in via Lungotevere Testaccio I, nei pressi della Città dell’Altraeconomia. Una serata voluta e sostenuta anche dall’Associazione Parsec e dalla campagna Coltiviamo i Diritti, da LasciateCIEntrare, Laboratorio 53 e Radio Ghetto, Terra! Onlus, MEDU e il Villaggio Globale. Con un tempo per degustare le creazioni equo e solidale di Makì – Sapori del mondo, il gruppo di cucina autogestito dai richiedenti asilo e dai rifugiati dell’associazione Laboratorio 53. e quello della poesia in musica del duo calabrese Tuya (ovvero Turi e Yaya). A presentare la serata ci saremo noi di Left.

 

LEGGI IL TESTO DELL’APPELLO

A Borgo Mezzanone (Fg), il 17 aprile

Un altro importante appuntamento è quello di lunedì 17 aprile a Borgo Mezzanone (Foggia) con la Marcia nazionale contro la mafia del caporalato. Dalle 11 del mattino cittadini, aziende virtuose, parlamentari, associazioni ed enti locali marceranno davanti al cosiddetto “ghetto dei bulgari” per rispondere all’appello lanciato da alcuni attivisti e scrittori per portare l’attenzione sui luoghi dello sfrttamento e per chiedere misure concrete contro il caporalato.

Perché la vittoria di Renzi nei circoli non è una sorpresa

Una foto tratta dal profilo Instagram di Matteo Renzi +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++

Lo scrive a penna – come sempre in stampatello – nell’ultima newsletter: «Numeri impressionanti, viva la democrazia, grazie a tutti». Così esulta Matteo Renzi che ha raccolto il 68 per cento dei consensi tra gli iscritti al Pd, nella prima parte del percorso congressuale. Che – apriamo una brevissima parentesi per chi non fosse così informato sulle regole – prevede che i pretendenti alla segreteria si sfidino prima nei circoli e solo poi, e solo chi avrà raccolto almeno il 5 per cento, si misurino nei gazebo, dove potranno votare anche i non iscritti, chiunque si dichiari elettore del Pd e versi due euro. Primarie che saranno il 30 aprile.

Ci si arriverà dunque così: Matteo Renzi – con una buona partecipazione, percentualmente superiore a quella del 2013 (59 a 55%) anche se numericamente inferiore – ha sfiorato il 70 per cento, al netto delle immancabili polemiche sui conteggi, che comunque non dovrebbero cambiare di molto la vicenda. È invece al 26 per cento Andrea Orlando e poco sopra la soglia del 5 per cento, sul 6 per cento, Michele Emiliano che noi abbiamo intervistato sul numero di Left in edicola, cercando di capire cosa ha spinto uno che dice di aver con Renzi una “visione opposta del mondo” a tentare la sfida nel partito, e non a seguire Bersani & co. Possono stare nello stesso partito due visioni opposte del mondo? Bah.

Comunque: il risultato. Renzi si mostra stupito, in realtà si confermano i pronostici. E noi azzardiamo ora una previsione ulteriore. Il consenso di Renzi crescerà ancora nei gazebo, diminuirà quello di Orlando, avanzerà ma di poco quello di Emiliano. Il perché è presto detto. Con la scissione – che ne è una conseguenza ma ha confermato il processo – il Pd è mutato in quello che gli oppositori chiamano Pdr – partito di Renzi – rimanendo però, al tempo stesso, il partito della fondazione, maggioritario e leaderistico in tempi che però sono ormai (finalmente per noi) proporzionali e – ma solo in parte – in overdose da leader e decisionismo.

Quindi Orlando – che intervisteremo nel prossimo numero di Left – sarebbe stato perfetto segretario di un partito che però non esiste se non nella sua mozione e che non interessa iscritti dissetati per anni con distillati di maggioritario; Renzi invece ha confermato agli iscritti – a quelli rimasti – il disegno delle origini e potrà ora aggiungere al consenso degli iscritti quello degli elettori dem. O meglio dei suoi elettori. Che saranno tanti ma, appunto, suoi. Sono anche di sinistra, alcuni, ma sono elettori convinti dalle solite e retoriche ragioni “governiste”, che partono dal falso di una sinistra irresponsabile, di soli gufi. A loro Renzi piace. Ma fuori?

Gli straordinari scatti dei Sony World Photography Awards

Submerged field. 1° premio. Categoria Open Movimento. © Camilo Diaz, 2017 Sony World Photography Awards

Il 28 marzo sono stati annunciati dei Sony world photography awards nella categoria open.
Le foto dei vincitori saranno esposte dal 21 aprile al 7 maggio a Londra, assieme ai lavori dei cinquanta finalisti degli altri premi in concorso nelle categorie professional, youth e student focus che verranno annunciato il 20 aprile.
Nella stessa occasione anche una grande retrospettiva dedicata alla carriera di Martin Parr, premiato quest’anno per il suo contributo al mondo della fotografia.

Oculus. 1° premio. Categoria Open Architettura. © Tim Cornbill, 2017 Sony World Photography Awards

Submerged field. 1° premio. Categoria Open Movimento. © Camilo Diaz, 2017 Sony World Photography Awards

Borderline. 1° premio. Categoria Open Natura. © Hiroshi Tanita, 2017 Sony World Photography Awards

FLAMINGO’S SOUL. 1° premio, Categoria Open Natura. © Alessandra Meniconzi, 2017 Sony World Photography Awards

Mathilda. 1° premio, Categoria Open Ritratti. © Alexander Vinogradov, 2017 Sony World Photography Awards

Gasing Up At Roy’s. 1° Premio. Categoria Open Viaggi. © Ralph Gräf, 2017 Sony World Photography Awards

Röntgenarchitektur. Categoria Open Architettura. © Oscar Lopez, 2017 Sony World Photography Awards

Multiexpo-london. Categoria Open Architettura. © Frank Machalowski, 2017 Sony World Photography Awards

Phoenix. Categoria Open Architettura. © Barry Tweed-Rycroft, 2017 Sony World Photography Awards

DSCF5703b. Categoria Open Culture. © Vito Leone, 2017 Sony World Photography Awards

A Bedouin Boy (Oman). Categoria Open Culture. © Mark Languido Vicente, 2017 Sony World Photography Awards

The Prayer. Categoria Open Culture. © Radu Dumitrescu-Elia, 2017 Sony World Photography Awards

Fish Park. Categoria Open Enhanced. © Yong Lin Tan, 2017 Sony World Photography Awards

Flying swarm. Categoria Open Movimento. © Mariusz Stanosz, 2017 Sony World Photography Awards

Diamond-Dust. Categoria Open Natura. © Masayasu Sakuma, 2017 Sony World Photography Awards

Green monster. Categoria Open Natura. © Maximilian Conrad, 2017 Sony World Photography Awards

Buffaloes and stars. Categoria Open Natura. © Andreas Hemb, 2017 Sony World Photography Awards

Hunting dolphins. Categoria Open Natura. © Eugene Kitsios, 2017 Sony World Photography Awards

Moonlight. Categoria Open Still Life. © Wilson Lee, 2017 Sony World Photography Awards

A Form Of Madness. Categoria Open Still life. © Esthaem, 2017 Sony World Photography Awards

I Lampiuna da Marina. Categoria Open Still Life. © Massimiliano Balò, 2017 Sony World Photography Awards

The lady crossing the road at the crosswalk. Categoria Open Street Photography. © Ash Shinya Kawaoto, 2017 Sony World Photography Awards

LaBoca. Categoria Open Viaggi. © José María Perez Nuñez, 2017 Sony World Photography Awards

Autumnal impressions. Categoria Open Viaggi. © Swapnil Deshpande, 2017 Sony World Photography Awards

Banalizzare, criminalizzare, purché non se ne parli: il metodo No Tav applicato ai No Tap

Un momento del trasporto degli ulivi espiantati durante la protesta degli attivisti davanti al cantiere della Tap a Melendugno, nel Leccese, contro il progetto di approdo del gasdotto dell'Adriatico, con agenti di polizia in assetto antisommossa che fronteggiano i manifestanti, 29 marzo 2017. ANSA/ CLAUDIO LONGO

Accade così: si alza la polvere facendo in modo di convincerci che la polvere sia il lascito dei violenti, si formano le squadriglie di picchiatori politici contro “quelli che dicono no a tutto”, si scialacqua solidarietà un po’ a caso in favore delle forze dell’ordine anche quando non ci sono disordini e si sventola il feticcio del progresso inevitabile (o del thatcheriano “non c’è alternativa”) per chiudere il discorso.

Ma il discorso, quello vero, quello che parte delle analisi e che per svilupparsi dovrebbe comprendere anche la possibilità che i decisori diano risposte convincenti, quel discorso in realtà non avviene mai. Ora ci manca solo che si faccia male qualcuno e poi anche i “No Tap” sono cotti a puntino per diventare la forma contemporanea dei “No Tav” in salsa pugliese. Le mosse piano piano si stanno incastrando tutte e anche l’ultimo tweet del senatore del PD Stefano Esposito (“Ogni giorno che passa i #NOTAP assomigliano drammaticamente ai #notav un grazie alle nostre #FFOO”) certifica che il processo si avvia a dare i suoi frutti.

Negli ultimi due giorni risuona soprattutto la barzelletta degli ulivi: “i no Tap? ambientalisti preoccupati per qualche manciata di alberi che verranno prontamente rimessi al loro posto” dicono più o meno i banalizzatori di partito. E fa niente se le ragioni della preoccupazione siano tutte scritte in un parere del 2014 di ben 37 pagine dell’Arpa protocollato dalla Regione Puglia (lo trovate qui); non importa che l’Espresso abbia raccontato come (ma va?) gli interessi particolari delle mafie abbiano messo qualcosa in più degli occhi sul progetto (è tutto qui) e non importa nemmeno che le motivazioni della protesta non siano contro il progetto in toto ma sulla località di approdo che era la peggiore delle soluzioni possibili: l’importante è che la protesta No Tap possa essere messa velocemente nel cassetto dei signornò e si divida subito tra le solite fazioni.

A questo aggiungeteci l’italica inclinazione alla servitù (come nel caso della viceministra Bellanova, PD, che si diceva contraria da candidata e ora seduta sulla poltrona da viceministro se la prende con Michele Emiliano perché si occupa più della sua regione piuttosto che della fedeltà agli ordini del capo) e vi accorgerete che di tutto si parla tranne che dell’analisi del dissenso.

Fate così: stamattina a chi vi parla di No Tap chiedetegli di elencarvi i motivi per cui dovrebbe essere giusto che il gasdotto sbuchi su una spiaggia per poi risalire verso Brindisi piuttosto che arrivare direttamente lì. Poi segnatevi le risposte. Rileggetele a voce alta e tenetele a mente; le ritroverete scritte sulle articolesse paternalistiche dei prossimi giorni. È il telefono senza fili, come da bambini, solo che qui chi ha fatto partire il comando è sotto gli occhi di tutti.

Buon lunedì.

Libertà per Demirtas, simbolo della Turchia laica

epa05346977 Turkish deputy Selahattin Demirtas, co-leader of the left-wing pro-Kurdish Peoples' Democratic Party (HDP), speaks during a rally for a bill lifting the immunity for certain lawmakers, in Istanbul, Turkey, 05 June 2016. Kurdish HDP lawmakers face having their immunity lifted claiming it is an attempt by the AKP to consolidate more power for itself. The AKP claims the HDP is the political wing of the Kurdistan Workers' Party (PKK) and that its MPs should therefore be criminally investigated. EPA/SEDAT SUNA

Aguzzino di Ankara e l’Obama curdo. Non è la trama accennata di un romanzo d’azione, ma la sintesi figurata di un crimine politico reale che si sta consumando nel silenzio complice della comunità internazionale e in particolare dell’Europa, che in spregio ai valori celebrati il 25 marzo nella Dichiarazione di Roma lascia marcire nella cella di un carcere di massima sicurezza Selahattin Demirtaş, parlamentare e leader dell’Hdp, il Partito progressista curdo terza forza politica del Paese, che il regime islamo-nazionalista del presidente Recep Tayyp Erdogan ha dichiarato fuorilegge.
Libertà per Demirtas. Una parola d’ordine, che va fatta vivere nelle aule parlamentari, nelle mobilitazioni di piazza. Libertà e vita per Demirtas. Perché l’obiettivo dell’Aguzzino di Ankara è quello di annientare, psicologicamente e fisicamente, quello che considera il nemico più pericoloso per il regime, perché Demirtas è il simbolo non solo della minoranza curda turca, ma più in generale di quella Turchia laica, plurale, che Erdogan sta cancellando con ogni mezzo: epurazioni di massa, carcere duro, giornali indipendenti chiusi con la forza, pulizia “culturale” nelle scuole e nelle università.
Le battaglie di libertà non possono durare il breve tempo di una interrogazione parlamentare o di un sit-in. Libertà per Demirtas è un impegno che va preteso dal governo italiano, una richiesta che va portata a Bruxelles, della quale deve farsi carico l’Alta rappresentante per la politica estera della Ue, l’italiana Federica Mogherini. Le accuse che hanno portato all’arresto del leader dell’Hdp sono fondate sul nulla, il processo a cui è stato sottoposto, una farsa. Demirtas è di fatto ostaggio di un regime che usa la magistratura come “arma legale” per regolare i conti con i suoi oppositori.
8 novembre 2016. «Ci aspettiamo e ci auguriamo che il popolo europeo e le istituzioni democratiche dell’Europa mostrino un approccio molto più efficace e produttivo contro gli atti illegali di oppressione» compiuti nella Turchia del presidente Erdogan, scrive dal carcere Demirtas arrestato quattro giorni prima, il 4 novembre, insieme ad altri 9 deputati. «Questo impero della paura si dissolverà presto. Continueremo la nostra lotta in qualsiasi condizione e senza perdere la fede nella politica democratica. Il fatto che noi siamo stati presi in ostaggio come risultato di quello che è un golpe civile non è solo un attacco a noi come individui, ma è un nuovo passo di quelli che, poco alla volta, attuano vari complotti per consolidare il governo di un solo uomo. Non bisogna dimenticare – aggiunge – che questo attacco, rivolto a noi difensori di uno stile di vita fraterno, paritario, libero e pacifico nel nostro Paese, è anche un attacco a tutte le forze della democrazia. Questo impero della paura sarà senza dubbio disperso presto. Continueremo la nostra battaglia in qualunque condizione e senza perdere la fiducia nella politica democratica. Anche se siamo tra quattro mura, continueremo a essere parte della battaglia fuori di qui». Il trattamento carcerario a cui è sottoposto il leader dell’Hdp viene denunciato dalle più importanti organizzazioni internazionali per i diritti umani.

12 dicembre 2016. Rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Edirne, ai confini con la Bulgaria. Un penitenziario che, insieme agli altri di tipo F, è stato oggetto nel 2006 di un rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della tortura che parlò di condizioni potenzialmente degradanti e disumane. Il co-presidente dell’Hdp è colpito più di una volta da spasmi coronarici che se non curati appropriatamente,possono condurre anche all’infarto. Dopo aver richiesto un check-up medico è stato condotto, circondato da soldati, all’ospedale dell’Università della Tracia. Da allora, Demirtas si sarebbe ripreso e sarebbe tornato normalmente in carcere, dove vive in completo isolamento. Tuttavia il portavoce dell’Hdp, Ayhan Bilgen, ha dichiarato di voler far richiesta di un controllo medico indipendente: «Siamo preoccupati per lo stato di salute del nostro co-presidente. Chiederemo alla Doctor’s Union di far visitare Demirtas in un ospedale appropriato e sotto la supervisione di medici imparziali». A detta di Bilgen, infatti, sul report medico seguito al controllo, non sarebbe stato neanche menzionato il fatto che Demirtas abbia sofferto più di una volta di spasmi coronarici e che quindi non si tratti di un malore episodico. «L’isolamento è una forma di tortura e i nostri deputati e co-presidenti in questo momento stanno palesemente subendo torture» ha detto l’avvocatessa Meral Danış Beştaş.

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L’intervista a Left: Demirtas, “Erdogan usa l’ISIS per riportare il caos in Turchia”

Ne parliamo su Left in edicola

 

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Giovanna Marini, infaticabile ricercatrice di fantasia popolare

© FILIPPO TROJANO

Giovanna Marini ha appena compiuto ottant’anni. Ma nel suo lavoro di musicista, studiosa, insegnante è infaticabile. Si è diplomata in chitarra classica ma poi ha scoperto la potenza del canto e della musica popolare e oggi, oltre ad essere compositrice e cantautrice, rappresenta una delle  figure più importanti nello studio, nella ricerca e nell’esecuzione della tradizione musicale popolare italiana. Alla vigilia del concerto di presentazione del suo nuovo album realizzato con il Coro e con la Banda della Scuola di Musica Popolare di Testaccio che si terrà il prossimo 3 aprile all’auditorium Parco della Musica di Roma, si concede a una lunga chiacchierata.

Da trentanni fai ricerca nella Scuola popolare di musica di Testaccio. Cosa aveva e cosa ha tutt’ora di speciale questa scuola?

Eravamo completamente liberi, si stimolavano gli insegnanti a fare quello che pensavano fosse giusto per la scuola, certo coordinati dal direttivo e dalla commissione didattica, ma liberi. Non avevamo alcuna tradizione da preservare o tramandare, come invece avveniva nei conservatori. La didattica rendeva liberi, era pratica. E questo se era vero per il principiante che veniva da subito messo a suonare insieme agli altri, lo era anche per noi musicisti professionisti. Io avevo e ho tutt’ora un parco di musicisti e di voci che se scrivo un brano, lo cantano, lo eseguono. La grande frustrazione per un compositore è proprio il fatto che lui scrive e non lo suona nessuno!

La scuola nasceva anche per formare un pubblico di ascoltatori, per dare alle persone una capacità critica… non solo per formare musicisti, vero?

Sì, anche perché la scuola non era per soli bambini ma anche per adulti. Abbiamo arginato dal suo inizio la massificazione, l’omogeneizzazione che la logica del profitto, anche nello spettacolo, porta irrimediabilmente con sé. Esaltavamo le diversità, eravamo l’ambiente adatto per far nascere e sviluppare le diversità. E questo attraverso la pratica, che mai veniva disgiunta dalla teoria.

In che modo la cultura, prodotta in un certo modo, può aiutare la vita delle persone? E in cosa la scuola di Testaccio ti ha aiutata a capirlo?

Anche in questo caso è fondamentale il discorso sulla libertà. E della cultura fatta e prodotta insieme agli altri, e soprattutto senza divisioni. Proprio adesso leggo che un bambino autistico non è stato fatto entrare in una scuola. Ma come sarebbe? La scuola deve includere, come avveniva e avviene a Testaccio. Noi siamo pieni di bambini con disabilità di vario tipo.

La scuola, in effetti, è piena di persone per le quali la pratica musicale fatta con gli altri rappresenta un modo per superare proprie difficoltà, o nei casi più gravi, per rendere tali difficoltà compatibili con la vita sociale…

Certamente. E poi se vogliamo parlare specificatamente del mezzo musicale bisogna dire che proprio il suono ha una particolare influenza benefica sull’organismo. Le onde sinusoidali, quelle del suono, aiutano a stare bene perché sono armoniose, son dolci e ti colpiscono il vago simpatico. Quando entrano nel tuo centro nervoso danno una sensazione piacevole… guarda la gente che ascolta una banda, la prima cosa che fa è sorridere!

L’intervista continua su Left in edicola

 

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Adotta un grillino

«La solidarietà è diventata reato»

Migrants outside the Baobab Centre, a homeless shelter, as members of the Italian Red Cross (not pictured) provided them with food, in Rome, Italy, 11 June 2015. Hundreds of migrants were camped at Tiburtina station in Rome until 11 June 2015, as the Police scattered them on the same day. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

«Non sopporto le ingiustizie e non evito di espormi nel tentativo di combatterle». Se le chiedi di descriversi in poche parole, lei lo fa così. Ed è tutta un sorriso Alessandra Ballerini, simpatica com’è con la battuta sempre pronta e la cadenza genovese. Eppure trascorre le sue giornate tra i corridoi e le celle di carceri, centri di detenzione e di accoglienza, in Italia ma anche in Mozambico e in Slovenia. Tutta una vita, professionale e non solo, spesa a difendere donne vittime di violenza, rifugiati, minori, esclusi, le cosiddette fasce deboli, insomma. Il suo telefono ci interrompe continuamente, tra una telefonata e un’altra non passano mai più di tre minuti. E non sai mai dove si trovi, Alessandra, quando la cerchi. Ma la trovi sempre. È un’avvocata dei diritti umani, Alessandra. L’avvocata dei casi disperati, direbbe qualcuno. Resistente e partigiana, preferisce lei. Ché «l’appartenenza è avere gli altri dentro sé», sorride, citando Giorgio Gaber. Ma chi la pensa come lei, ultimamente, rischia di incappare in guai seri. Tra gli assistiti di Ballerini, infatti, aumentano gli attivisti denunciati per aver aiutato i migranti. E che sia declinato in favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, in violazione di ordinanze che in nome dell’ordine, del decoro e della sicurezza sanitaria vietano la somministrazione di cibo e bevande ai profughi, di fatto assistiamo alla nascita di un “reato di solidarietà”. Nonostante «l’articolo 2 della nostra Costituzione imponga il dovere della solidarietà, qui si punisce chi aiuta gli altri con cibo e acqua», protesta l’avvocata.

In Francia lo chiamano «délit de solidarité», e se lo è inventato Sarkozy contro chi dà una mano agli irregolari nell’ingresso e nel soggiorno. Ma aumentano i processi (e le condanne) contro i volontari che aiutano i profughi a mettersi in salvo oppure a ricongiungersi con le loro famiglie. Anche in Italia. Come siamo arrivati a questo punto?

Non chiedetelo a me, semmai a un esorcista! (ride)

L’idea è quella di fare una lotta senza quartiere nei confronti di chi aiuta i profughi. Hanno provato e stanno continuando con i fogli di via. Agli italiani, per ordine del questore, danno i fogli di via dal Comune di Ventimiglia e da altri 16 Comuni limitrofi. Ai francesi, invece, il prefetto dà l’espulsione. E poi contestano a tutti loro qualunque cosa possano contestargli: come le violazioni del foglio di via a chi continua ad andare lo stesso a Ventimiglia, per esempio.

Da tempo chi, come te, lavora in questo settore, annuncia che sarebbe arrivato presto il momento in cui gli attivisti si sarebbero trovati nei guai. È arrivato quel momento?

Direi di sì, ci sono stati casi anche a Como o a Catania. A Udine, per esempio, ad alcune attiviste è stato contestato il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. E poi i diversi casi di cittadini francesi, come quello noto di Cédric in Francia, o quello di Félix accusato di averli portati dall’Italia alla Francia. E attenzione perché è tutto collegato alla guerra mediatica in corso contro le navi umanitarie che stanno facendo i soccorsi in mare.

Di recente il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, ha dichiarato: «Dobbiamo registrare una sorta di scacco che la presenza di Ong provoca all’attività di contrasto» agli scafisti. E ha anche annunciato che «aprirà un’inchiesta per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina nei confronti delle Ong che non inseguono profitti privati, ma si rendono responsabili della violazione dell’art. 12 della Bossi-Fini». Ti riferisci a questo?

Sì. Con dichiarazioni di questo tipo, in qualche modo, vengono messi in mezzo tutti i navali, tutte le ong e anche tutti i privati cittadini che potrebbero trovarsi nella situazione di chiamare per chiedere aiuto. È in atto una grande operazione di intimidazione, e di criminalizzazione.

… L’intervista continua in edicola

Chi è

Legale di difesa della famiglia Regeni, l’abbiamo vista al “Genoa Legal Forum” difendere i manifestanti pacifisti feriti durante il G8 di Genova del 2001, nonché i ricorsi contro le espulsioni dei manifestanti stranieri. Ma la troviamo anche dietro lo sportello degli uffici immigrazione di Cgil, quelli della LasciateCientrare, di A-dif, di Terre des Hommes o del Centro Antiviolenza della Provincia di Genova, solo per dirne alcuni. Ha scritto Il muro invisibile sulla legge Bossi-Fini (ed. Fratelli Frilli, 2002), Dalla parte del torto (il capitolo “Inganno quotidiano sui media e i diritti umani” e “Noi e l’altro?”, Ed. Discanti, 2011).

L’intervista integrale su Left in edicola

 

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L’ombra delle fake news sulla corsa all’Eliseo

epa05860677 French far-right Front National (FN) party leader nand candidate Marine Le Pen (L) receives a final make-up prior to the start of a debate of candidates organised by French private TV channel TF1 in Aubervilliers, outside Paris, France, 20 March 2017. French presidential elections are planned for 23 April and 07 May 2017. EPA/PATRICK KOVARIK / POOL MAXPPP OUT

No, l’ambasciatore americano a Mosca non ha mai alzato un cartello inneggiante alla libertà in Russia partecipando alla marcia per Nemzov dopo il suo assassinio sulle rive della Moscova. No, il governo francese non spenderà cento milioni di euro per comprare hotel per ospitare i migranti. No, non verranno rimpiazzate le vacanze scolastiche per le festività cristiane con quelle ebraiche o musulmane. E non è vero che il 44% degli studenti musulmani francesi dei licei crede sia giusto imbracciare le armi per difendere la propria religione: è vero solo in alcune scuole, istituti di periferie povere, dove è stato compiuto quel sondaggio, poi spacciato e riportato come nazionale. Il candidato Henry de Lesquen esiste davvero: “No, non è inventato né è un personaggio di finzione”. No, Henri Guaino non vuole fermare l’ondata di freddo con i lanciarazzi.

I siti francesi e i loro giornalisti sono continuamente interpellati da utenti e lettori che si chiedono cosa sia, ormai, la verità. La disinformazione all’alba del voto può essere invisibile come polvere, è una patina che si insinua ovunque e instilla il dubbio che sia tutto fasullo. Tra poco, forse, i giornali serviranno principalmente solo a questo:  smentire le bufale dei social network.

L’algoritmo domina. Sì, la mappa degli scontri tra manifestanti e polizia in quasi ogni angolo di Francia è vera, ma risale al 2005 e non al febbraio 2017: lo stato di emergenza nazionale fu dichiarato dopo che novemila auto della polizia furono attaccate in seguito alla morte di due adolescenti. No, l’orologio del candidato di sinistra Mélenchon non costa 17.750 euro e non esiste nemmeno. È un fotomontaggio e la fonte che aveva messo in circolo l’immagine lo aveva perfino dichiarato. Ma questo non ha risparmiato Mélenchon da polemiche al bon comuniste col Rolex. Sì, il giornale che risale al 1958, dove in prima pagina c’è la storia del presunto scandalo sulla moglie di De Gaulle, “la verità su Yvonne”, è un falso fabbricato dalla rete per fare da eco al Penelopegate che ha colpito il candidato Fillon, quando sono stati scoperti dei finanziamenti illeciti di centinaia di migliaia di euro per i membri della sua famiglia. Non è stata un’anatra zoppa, ma una incatenata, il Canard Enchainé, giornale satirico, a svelare la vicenda della moglie di Fillon. In seguito l’edizione ha riportato anche un’altra notizia – vera, ma non ancora provata fino in fondo: Fillon sarebbe stato l’apparente linea di congiunzione per l’incontro tra Putin e Patrik Pouyannè, imprenditore libanese con interessi in Total.

C’è la campagna elettorale in corso e c’è quella parallela dei social network anche in Francia. Wallerand de Saut, membro del Front national, dopo uno dei dibattiti presidenziali in tv, posta sul suo account l’infogramma di un sondaggio che appare essere del giornale Le Figaro, ma non lo è. La domanda posta chiedeva del candidato più convincente al tête-à-tête politico. La notizia, falsa, dava per prediletta Marine Le Pen. La fake scoppia come popcorn, tweet dopo tweet. Se l’intervento russo è sempre più denunciato dopo l’esito del voto per le interferenze nella politica americana durante le elezioni, quello in Francia è descritto a priori, a suon di accuse di manipolazione, malafede, siti controllati dalla Russia per la destabilizzazione del sistema democratico francese. Per farlo – scrivono esperti, giornalisti, politici – bastano i social network.

Chi e come sta lavorando per influenzare la campagna elettorale francese e quali gli strumenti esistenti in rete per disinnescare questa bomba? Michela Iaccarino ce li racconta su Left in edicola dal 1 aprile 

Il pezzo integrale su Left in edicola

 

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L’inutile ossessione per i bonus bebè

L’annuncio fu dato il 19 ottobre 2014 nel salotto di Barbara D’Urso su Canale 5, come si conveniva all’epoca alle grandi svolte renziane in camicia bianca e maniche arrotolate: 80 euro al mese per tutte le mamme a partire dal primo gennaio 2015 e per tre anni. Il ripristino del bonus natalità, già sperimentato dal governo Berlusconi nel 2004. Due anni e mezzo dopo, e con 28mila neonati in meno, il fatto è difficilmente contestabile: più bonus uguale meno bebè. Eppure, quando è stato pubblicato l’ultimo bollettino della denatalità in Italia, pochi hanno ricordato che i nuovi record negativi si sono registrati proprio negli anni della misura monetaria straordinaria per aiutare le famiglie con bambini. Con la demografia e l’economia non si fanno esperimenti in vitro, di solito: ma gli ultimi indicatori demografici, confrontati con un po’ di numeri dell’economia, consentono di trattare il bonus bebè come un gigantesco esperimento, su scala nazionale. Fallito.

Su Left in edicola Roberta Carlini racconta di come l’idea di incentivare le donne a fare figli attraverso l’elargizione di assegni sia una politica fallimentare e quali sono le alternative.

I dati Istat sono inequivocabili: nell’infografica si mostrano, regione per regione, i dati relativi alla partecipazione delle donne al mercato del lavoro, al numero di posti in asilo per 100 bambini tra gli 0 e i 2 anni e il tasso di fecondità femminile. Nelle regioni dove le donne lavorano di più e i posti in asilo disponibili sono più numerosi, si fanno più figli.

Il pezzo integrale è su Left in edicola

 

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