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I profughi di Raqqa, le proteste dei cinesi con i fuochi d’artifico a Parigi. Le foto della settimana

(Photo PUNIT PARANJPE/AFP/Getty Images)

25 marzo, 2017. Un campo profughi nel villaggio di Ain Issa, abitato dai profughi fuggiti da Raqqa roccaforte dell’Is in Siria del gruppo Stato islamico. (Photo DELIL SOULEIMAN/AFP/Getty Images)

26 marzo 2017. Mosca. L’autobus della polizia con i manifestanti arrestati durante una manifestazione non autorizzata. Migliaia di russi hanno dimostrato in tutto il paese contro la corruzione, sfidando il divieto di raduni. Le proteste sono scoppiate dopo la pubblicazione di un rapporto dettagliato che accusa il primo ministro Dmitry Medvedev di controllare un impero attraverso una rete oscura di organizzazioni non-profit e dopo l’arresto, assieme a decine di altri, di Navalny, attivista, politico e blogger russo e uno dei principali personaggi politici dell’opposizione. (Photo ALEXANDER UTKIN/AFP/Getty Images)

Una donna siriana nella sua casa a Kafr Batna, una zona controllata dai ribelli alla periferia di Damasco. La donna in foto soffre di molte malattie e non è in grado di camminare. L’accesso a un’adeguata assistenza sanitaria è molto limitato per i siriani che vivono in povertà e sotto l’assedio. (Photo ABD DOUMANY/AFP/Getty Images)

28 marzo 2017. New York. Una marcia di protesta contro le politiche di immigrazione proposte dall’amministrazione Trump. Ansa ENPA / JUSTIN LANE

28 marzo, 2017. Parigi. Fuochi d’artificio vengono sparati contro la polizia durante una protesta davanti al quartier generale della polizia. Le violente proteste in cui 35 persone sono state arrestate, sono scoppiate in seguito alla morte di un cittadino cinese nel corso di un intervento di polizia. (Photo GEOFFROY VAN DER HASSELT/AFP/Getty Images)

Una donna somala vicino al suo bambino nel campo Dakamur nello stato di Bay in Somalia. Nelle parti centrali e nel sud della Somalia, una gravissima siccità sta creando una seria minaccia di epidemie e di carenza di cibo.
(Photo by Arif Hudaverdi Yaman/Anadolu Agency/Getty Images)

il 28 marzo 2017. Bombay, India. Donne indiane vestite in abiti tradizionali bordo di moto prendono parte al corteo che celebra il ’Gudhi Padwa’, il Capodanno Maharashtrian. (Photo PUNIT PARANJPE/AFP/Getty Images)

Rumah, Arabia Saudita. Un uomo saudita cammina in una tempesta di sabbia durante l’annuale Re Abdulazziz Camel Festival un concorso di bellezza per cammelli. (Photo FAYEZ NURELDINE/AFP/Getty Images)

29 marzo 2017. Srinagar, Kashmir. Un mercato chiuso durante uno sciopero indetto dai separatisti per protestare contro l’uccisione di tre civili e 35 feriti durante gli scontri vicino al villaggio di Durbugh, da parte della polizia e delle forze paramilitari indiane. Ansa EPA / FAROOQ KHAN

30 marzo 2017. Cisgiordania. Dimostranti palestinesi tentano di danneggiare un recinto di ferro, messa a punto da parte delle forze di sicurezza israeliane, tra il villaggio palestinese di Beit Jala e l’area di Gerusalemme, durante una protesta nella Giornata della Terra, la ricorrenza dell’uccisione di sei israeliani nel1976 durante le manifestazioni contro le confische israeliane di terre arabe. (Photo MUSA AL SHAER/AFP/Getty Images)

29 marzo 2017. Galleria di Dresda, Dresda, Germania. Cartelloni stradali annunciano una mostra con circa 750 dipinti dal 15 al 18 secolo delle più importanti opere del Rinascimento italiano, dipinti olandesi e fiamminghi. Ansa EPA / Filip Singer

New York. La danzatore e coreografa spagnola Blanca Li durante una prova generale prima del debutto di Dee & demonesse, uno spettacolo di danza classica e contemporanea con Maria Alexandrova, prima ballerina del Russie Bolshoi, che celebra la femminilità in tutte le sue complessità, da peccatrice a santa, da nutrimento madre a femme fatale. (Photo TIMOTHY A. CLARY/AFP/Getty Images)

Il ritorno di Hisham Matar in Libia e quell’amnesia italiana sul genocidio compiuto da Mussolini

L’esecuzione dell’imperatore Massimiliano (L’Exécution de Maximilien), in fotografia la terza versione, è il nome assegnato a quattro dipinti di Édouard Manet, realizzati nel biennio 1867-1868

Racconta il suo ritorno in Libia, dopo trent’anni di esilio, l’atteso nuovo libro di Hisham Matar, segnalato come una delle uscite più importanti del 2016 dalle maggiori testate internazionali e vincitore del PEN/Jean Stein Book Award. Il 21 marzo è uscito per Einaudi nella bella traduzione di Anna Nadotti, (che lo presenta al Festival Incroci di civiltà il primo aprile). Dopo Nessuno al mondo (2006) e Anatomia di una scomparsa, (2011)  ne Il ritorno Matar ripercorre la drammatica storia della Libia attraverso una toccante “inchiesta” sulla sparizione di suo padre, Jaballa Matar, che lottò contro l’occupazione italiana e poi contro Gheddafi.
Diplomatico di lungo corso (sotto il re Idris e ancora sotto il Raìs) decise di passare direttamente all’azione, organizzando e finanziando l’opposizione, con i soldi guadagnati come imprenditore.
Quando Hisham Matar frequentava l’università a Londra, Jaballa fu rapito dai servizi segreti libici. Fu rinchiuso nelle famigerate galere di Abu Salim. Dal 1996 non se ne hanno più notizie.
Attivista per i diritti umani oltre che scrittore, Hisham Matar è stato ospite di Libri Come a Roma, mentre i giornali riportavano notizie sui negoziati fra Italia e Libia, che in cambio di elicotteri e navi si offre di bloccare il traffico dei migranti.
«La situazione dei migranti è scioccante, disumana, è vergognoso che non si cerchi una soluzione», commenta Hisham Matar. Ma poi aggiunge: «L’Italia parla con la Libia, si legge sui giornali. Bene, ma con quale governo libico? Oggi la situazione è quanto mai complessa. In Libia il problema cardine è la costruzione dello Stato. Bisogna cercare di far funzionare uno Stato che non sta funzionando. Molti Paesi hanno un interesse a mantenere questo stato di cose.
Accadeva anche all’epoca del dittatore Gheddafi?

Molti governi occidentali avevano rapporto con lui, fiutando la possibilità di fare tanti soldi. Dopo la rivoluzione del 2011 appoggiare una parte o l’altra permetteva di spostare gli equilibri, agendo dall’estero. E ancora oggi la Libia prende l’impegno di costruire muri, come barriera sull’Africa, contro i migranti.
In Italia Gheddafi è stato accolto da Berlusconi, ma anche da Massimo D’Alema. Ne Il ritorno viene evocata anche la visita ufficiale di Tony Blair al leader libico nel 2004…
Le responsabilità dell’Occidente sono molto gravi. Fin dalle imprese coloniali, che hanno lasciato segni profondi.
Mussolini veniva visto come «un fascista pagliaccesco» in Europa, lei scrive, ricordando che dietro quella maschera buffonesca c’era ben altro. In Italia manca ancora una consapevolezza diffusa del genocidio di cui si rese responsabile in Libia?
Ho una lunga consuetudine con l’Italia, i miei genitori avevano molti amici italiani. Io stesso ne ho moltissimi. Qui mi sento a casa. Forse anche per questo mi ha sempre sorpreso molto che persone, anche colte, non abbiano idea del genocidio in Libia. Né i film italiani ambientati in quegli anni, né i romanzi dell’epoca parlano delle colonie italiane. Qualche riferimento superficiale (e auto apologetico ndr) alla Libia o all’Eritrea si trova solo nei romanzi di genere, più commerciali. È davvero “curioso” questo silenzio. Il mio incoraggiamento agli italiani ad interrogarsi su quella vicenda non è per un giudizio morale. Certo abbiamo il dovere di informarci sull’accaduto, ma penso anche che potrebbero trovare interessante indagare i motivi per cui l’Italia andò in Libia e poi se ne andò. Dopo essere stati sconfitti dai britannici, tuttavia molti italiani rimasero, diventando libanesi dopo generazioni. Gheddafi li cacciò nel 1969. È una storia molto dura, interessante e complessa.

Ne il ritorno la storia della Libia s’intreccia fortemente con la sua vicenda biografica. Questo è il suo libro più personale?

I libri di un autore sono il suo volto. Uno scrittore non decide coscientemente quale libro scrivere. Puoi decidere di non scriverlo, al più. Ma c’è dell’altro. I libri che scrivi ti invitano ad andare in una certa direzione, ti portano verso altri libri. Prendiamo il mio caso, come esempio. Mi ha sorpreso vedere che il mio primo libro nascostamente evocava questo nuovo.  Diversamente dai primi due libri, Il ritorno non è un romanzo, non c’è fiction, in questo sì è più personale.

Ma non è neanche una autobiografia in senso tradizionale. È scritto con una prosa musicale e poetica. Una volta lei ha detto che da bambino sognava di diventare direttore d’orchestra, poeta oppure, architetto.  Possiamo dire che c’è riuscito con Il ritorno?

È che non riesco a capire come si possa scrivere un libro senza almeno provare a farne letteratura. Scrivere non coincide con la mera trasmissione di informazioni. Qualcosa accade quando cerchi di afferrare i diversi registri del silenzio, per dire cose per le quali non si sono parole. Come riuscire a dire alle persone che amiamo di più, cosa proviamo per loro? Come posso esprimere alla mia compagna tutto ciò che sento per lei? È impossibile. Non bastano le parole più belle. Qualcosa di importante però viene detto in silenzio. Questa è la sfida della letteratura poiché siamo tutti esseri umani. Dunque come scrivere? Come riuscire a creare quello spazio silenzioso che i lettori possano riempire? Ciò che mi sorprende della letteratura è che non c’è niente che sia interamente nuovo, eppure ci tocca profondamente. Nei libri metto in moto emozioni che conosci, le uso per tratteggiare storie e circostanze che tu lettore non hai mai sperimentato personalmente, ma…

C’è qualcosa di universale nella letteratura, qualcosa di profondamente umano?

Assolutamente sì. C’è un passo molto bello di Appreciation in cui Joseph Conrad scrive: «Ci sono momenti in cui il nostro essere, come se si fosse liberato da un velo scuro, arriva a una sensibilità così raffinata da rendere il silenzio più eloquente delle parole».

Nei passaggi più drammatici de Il ritorno s’incontrano dipinti. Mentre suo padre sparisce lei sta guardando L’esecuzione di Massimiliano I di Manet. Mentre fa ricerche per scoprire la verità sulla morte di Jaballa, a Roma rimane colpito dal San Lorenzo sulla graticola di Tiziano. Il linguaggio silenzioso delle immagini è una fonte di ispirazione per lei?

Il lavoro della letteratura da millenni è proprio quello di cercare di tradurre questo silenzio. Il motivo per cui io guardo i quadri in modo così strano, andando in un museo magari per vedere una sola opera, restando lì davanti per decine di minuti, è perché ancora non so come guardare i quadri. Ti sembra sempre che i dipinti siano nudi davanti a te, che siamo accessibili, ma non è così. Accade anche con i libri. Partiamo dall’inizio, li leggiamo dalla prima farse all’ultima. Ma basta questo per poter dire  di aver letto un libro?

I dipinti di Caravaggio, dietro la figura, lasciano intravedere un’immagine latente, un senso più profondo. È anche questo il motivo per cui si torna più e più volte a vederli scoprendo sempre qualcosa di nuovo?

Con il nero vivo dietro le figure Caravaggio ci comunica qualcosa di più profondo. Qualcosa di simile, un’immagine nascosta, si può cogliere anche nella musica, in certe sinfonie.

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Intervista pubblicata su Left del 25 marzo 2017

Dal Paese della tolleranza al “razzismo legittimo”. Come e perché l’Olanda è arrivata a Wilders

epa05217673 Members of the Dutch branch of the anti-Islam movement Pegida (Patriotic Europeans Against the Islamization of the Occident) demonstrate at the court where the trail against Geert Wilders of the Party for Freedom (PVV) will take place, at Schiphol, Badhoevedorp, The Netherlands, 18 March 2016. Wilders is standing trial for allegedly inciting hatred against the Dutch Moroccan minority. EPA/JERRY LAMPEN

L’Olanda è vista da molti come il Paese della “tolleranza”. Eppure, in questa campagna elettorale, il Partito per la Libertà (Pvv) di Geert Wilders ha consolidato il proprio successo attraverso un programma islamofobo e xenofobo. Ne abbiamo parlato con la Professoressa Philomena Essed, docente dell’Università di Amsterdam che si occupa di razzismo, giustizia sociale e forme di discriminazione.

Professoressa Essed, cosa sta succedendo nei Paesi Bassi?

Occorre una premessa: non bisogna mai scordarsi che l’Olanda è stato storicamente un Paese di commercianti. Questi ultimi sono maestri nel costruire un “brand” quando serve. Nel caso dei Paesi Bassi, si potrebbe dire che si tratti, appunto, del marchio della “tolleranza”.

Cosa vuole dire?

Che non sono sorpresa del successo di Geert Wilders. Il Paese ha fondamenti economici solidi e si trova in una buona condizione.

E perché questo dovrebbe portare all’affermazione di un leader populista come Wilders?

Perché nonostante la situazione economica sia buona, l’Olanda è un Paese di piccole dimensioni, in cui la percezione del rischio di sopraffazione per opera di altre nazioni o popolazioni, è sempre stata presente. Non ruota tutto intorno all’economia: ci sono altri fattori che spiegano l’avanzata di Wilders.

Elementi culturali?

Certo. Ma anche storici. Non si può capire Wilders senza considerare la storia coloniale del Paese e, conseguentemente, l’evoluzione del razzismo in Olanda.

Sta dicendo che esiste una problema di “razzismo” nei Paesi Bassi che spiega il successo del Pvv?

Esiste una problematica legata al “razzismo” nei Paesi Bassi, come nel resto dell’Europa: in Germania, Francia, Svezia, Spagna, Italia, ecc. Tutti i Paesi condividono uno stesso problema che deriva dallo sviluppo storico e culturale del Continente e dell’identità europea.

Quali sarebbero i tratti distintivi del razzismo in Olanda?

Innanzitutto, l’aspetto del “diniego”, ogni qualvolta si accenna al problema: la popolazione olandese si sente moralmente al di sopra della questione. In secondo luogo, la pretesa di “innocenza”: un cittadino olandese accusato di razzismo, risponderebbe semplicemente che “non è possibile” e che, ovviamente, è stato frainteso. In definitiva, si tratta di aspetti legati alla percezione “morale” di se stessi. Un elemento che complica molto la risoluzione del problema sociale.

Perché?

Quando una persona percepisce il razzismo come un problema prettamente “morale”, è difficile che possa accettare la realtà dei fatti. Ciò lo obbligherebbe infatti ad ammettere un proprio “fallimento morale”.

Ma come si può guardare altrimenti al razzismo, se non in termini morali?

Il razzismo implica sempre una “relazione di potere”. Se si è in grado di guardare al problema attraverso questa lente, è più facile condurre un’autocritica (nonostante, l’elemento morale sia comunque presente).

Quali sono le prove che esiste un problema diffuso di razzismo in Olanda?

I dati indicano che il problema esiste: dalla segregazione nelle scuole, a quella nel mercato del lavoro, passando per quella urbanistica. Per non parlare dello sbilanciamento nella rappresentazione fisica e di prospettive nei media delle diverse comunità etniche che vivono in Olanda.

Non sarebbe più adeguato chiamare il fenomeno semplicemente “discriminazione”?

Quella che propone è una strategia argomentativa vecchia ed erronea. Purtroppo le persone non leggono la letteratura accademica e tendono, quindi, a diluire il problema in questo modo. Il punto è che il discorso sulle “discriminazioni” riduce il fenomeno razzista a pura “ideologia”.
Anche per l’Organizzazione delle Nazioni Unite, il razzismo non è semplicemente un’ideologia: è una pratica, un processo, una struttura. E la “discriminazione” è un meccanismo di funzionamento del razzismo. Il punto è che le persone non vogliono parlare di razzismo perché tendono a equipararlo esclusivamente all’Olocausto.

Prima ha menzionato la parola “colonialismo” e il concetto di “evoluzione del razzismo” in Olanda come fattori che spiegano il successo di Wilders. Di quale evoluzione parla?

In Olanda sono esistite, ed esistono, varianti “qualitative” di razzismo che non si escludono a vicenda, e che hanno colpito diverse minoranze etniche nel corso del tempo. Per esempio, storicamente, il primo tipo di razzismo è quello “paternalistico”, diretto agli immigrati che provenivano dalle colonie.

E quali erano i tratti distintivi?

Un impianto normativo-politico secondo il quale gli immigrati dai Caraibi e dall’Indonesia potevano essere educati completamente alla – e socializzati all’interno della – civiltà occidentale. In altri termini, che potessero diventare il “più olandesi possibile”.

“Più olandesi possibile”?

Nei Paesi Bassi c’è un proverbio che dice “se ti comporti in maniera normale, sei sufficientemente pazzo”. Tradotto nelle dinamiche sociali, significa che gli immigrati del periodo post-bellico dovevano essere totalmente assimilati. È un tipo di razzismo che non è scomparso del tutto, ma che è stato oscurato dal di razzismo ”competitivo”, ovvero quella convinzione in base alla quale ci siano gruppi di persone che vogliono sopraffarti nel “tuo” Paese.

Stiamo parlando del “classico” immigrato dell’Est che viene a rubare il lavoro …

Esatto. Ma in Olanda questo tipo di razzismo è stato diretto soprattutto ai musulmani, fin da quando sono arrivati nel Paese. In realtà era un fenomeno che toccava anche l’immigrazione coloniale. Ma, al tempo, il discorso non era intriso di odio come avviene oggi, nei confronti dei marocchini.

Perché questa differenza?

Al tempo, c’era la sensazione di poter “gestire” il fenomeno. Una percezione che si basava sull’assunto che “gli olandesi stessi avevano costruito le colonie”: si trattava di una certezza più forte della paura. Inoltre, va specificato che i migranti di allora conoscevano l’Olanda: parlavano fluentemente l’olandese e conoscevano la religione cristiana. Nulla a che vedere con il mix esplosivo dato dalla “paura del musulmano” e dal processo di integrazione europea, vissuto anche questo, come una sopraffazione burocratica diretta da Bruxelles.

Come è stata vissuta esattamente questo secondo flusso migratorio?

Inizialmente, le persone provenienti dal Marocco e dalla Turchia erano viste come “lavoratori ospiti”. L’idea era che sarebbero tornati nei propri Paesi. Un’illusione che si è sgretolata sotto ai processi di riunificazione famigliare. Attraverso questi ultimi, una “seconda generazione” – cittadini olandesi nati prevalentemente negli anni ’80-’90, o, comunque, cresciuti nei Paesi Bassi – è diventata parte della società olandese. Questa generazione ha sperimentato un Paese contraddistinto dalle lotte per i diritti al culto religioso (costruzione di moschee) e all’educazione religiosa (costruzione di scuole religiose), ecc.

Il razzismo competitivo è l’ultimo stadio dell’evoluzione?

No. Attraverso la lotta e la resistenza delle seconde generazioni è emerso quello che si può definire “razzismo legittimo” (“entitlement racism”). Si tratta di una variante che esplosa all’inizio del nuovo millennio. Fino all’inizio degli anni ’00 c’è stato un tacito accordo per cui, in politica, non c’era spazio per una retorica anti-immigrazione. Ma la discesa in politica di Pim Frotuyn ha rotto gli indugi e spezzato il tabù. Fortuyn risponde storicamente a ciò che si può definire una “rottura del codice”.
Dalla sua apparizione in poi, è diventato “di moda” dire qualsiasi cosa a proposito dei marocchini e, più in generale, dei musulmani. Non esiste offesa che non sia stata pronunciata. E con esse, il discorso del “lavoratore ospite” è stato spazzato via.

E poi cosa è successo?

Innanzitutto, le comunità marocchine hanno reagito, reclamando di essere a “casa propria” alla pari di qualsiasi altro cittadino olandese. Ciò si è tradotto anche in atti di violenza. E conseguentemente, il marocchino è diventato l’emblema del soggetto problematico e violento. È in questo momento storico che si è afferma quello che ho definito “razzismo legittimo”.

Che sarebbe?

Si tratta dell’auto-legittimazione a umiliare l’”altro”. Si è fatto largo un razzismo per cui si “può dire ciò che si vuole, quando si vuole”. E se ciò comporta essere definiti razzisti, tant’è … “si tratta di un problema dell’altra parte”. In altri termini, le persone hanno cominciato ad auto-sollevarsi dall’accusa di razzismo, perché in Olanda non “può esserci razzismo” – qui torna l’“innocenza olandese” di cui parlavo prima. E come ultima conseguenza, chi denuncia questa pratica razzista viene tacciato come “moralizzatore”.

Qual è stata la reazione a questa nuova forma di razzismo?

Prima e durante l’apparizione di Fortuyn, parte dell’accademia che si occupava di razzismo è stata silenziata attraverso attacchi verbali o testuali, oppure tramite la mancata assegnazione di fondi per la ricerca. Il razzismo come “problema sociale” è scomparso dai curriculum di studi – con l’eccezione di pochi accademici che hanno continuato, nonostante il contesto.

E la politica non ha reagito alla rottura del codice da parte di Fortuyn?

A causa dell’esclusione dell’accademia dai dibattiti pubblici ed educativi, i politici si sono trovati scoperti, senza possibilità di costruire un dialogo con Fortuyn. A quel punto, hanno cominciato a “disumanizzare” e umiliare il loro avversario, una strategia politica aberrante.

Anche quando si tratta di un politico razzista?

Non sono le persone a essere razziste, ma bensì il linguaggio, le azioni, i comportamenti, le pratiche. Stigmatizzare un individuo per un problema sociale non porta a soluzioni. Cosa si ottiene con l’estromissione della persona? A che tipo di società ci conduce una strategia di questo tipo? Per quanto possa essere in disaccordo con Wilders oggigiorno, non sono dalla parte di chi lo “disumanizza”.

Crede che l’umiliazione rafforzi il successo dei leader populisti di estrema destra?

Considerando che il punto di partenza di questi politici è la “vittimizzazione”, si rafforza il loro argomento. Ma anche da un punto di vista normativo, un politico dovrebbe sempre agire in maniera dignitosa. E l’umiliazione non può essere abbinata al concetto di dignità.

In buona sostanza, non c’è stato nessun tipo di dialogo dopo l’apparizione di Fortuyn …
Assolutamente. Allo stesso tempo, con una comunità accademica esclusa, le comunità etniche che erano state attaccate da Fortuyn, hanno reagito. Ed è stata persa la sfida dell’integrazione.

Perché la chiama “sfida”?

L’integrazione è sempre una sfida, visto che si tratta di condurre culture e tradizioni differenti a una mediazione. Deve essere rinegoziato uno “spazio comune”: cos è il bene comune? Quali sono comportamenti “legittimi” in Olanda, e quali no? Sono domande a cui va data una risposta.

Non crede che valga la pena preservare culture e tradizioni originali di un Paese?

Non credo che la cultura e la tradizione di un Paese vadano difese in quanto tali. La tradizione nasconde sempre un rapporto di forza. Quindi la domanda diventa, di nuovo, chi trae beneficio da quest’ultima? E perché? Sviluppare quello spazio di negoziazione significa coinvolgere le persone, garantire la non-discriminazione e allo stesso tempo andare alla ricerca di ciò che, inevitabilmente, sarà un equilibrio. Se invece si soffoca la discussione e, piuttosto, si stigmatizza un gruppo, si prepara la strada dell’umiliazione di quest’ultimo.

Quanto ha a che fare il “razzismo legittimo” con l’attitudine di leader populisti come Wilders?

Politici come Trump e Wilders personificano la logica che ne è alla base: non discutono, vogliono soltanto rilasciare affermazioni. E non si interessano alle idee degli altri. Il razzismo legittimo è legato alla stessa concezione egocentrica delle relazioni sociali.

Perché le persone dovrebbero essere attratte da un tale atteggiamento?

Perché ci sono persone che “invidiano” a questi leader la capacità di parlare liberamente e senza remora. Persone che si sentono “limitate” dai loro principi morali, che si sentono “prigioniere” delle norme sociali, che non hanno coraggio di prendere una posizione di fatto immorale.

Eppure, molte persone comuni utilizzano i social media per emulare quell’atteggiamento …

Sì, perché è uno strumento che permettere di condurre pratiche razziste e, allo stesso tempo, sottrarsi alle responsabilità. A quel punto il comportamento razzista non è più “immorale”, ma “a-morale”.

Crede che oggigiorno i media siano parte del problema? Rafforzano il successo dei leader populisti?

Il giornalismo e la politica sono professioni, ma sono comunque fatte di persone in carne e ossa, influenzate dal contesto culturale e storico in cui vivono. Quindi, non è una sorpresa verificare pratiche razziste nei media. Per quanto riguarda i leader populisti, purtroppo i media hanno trattato il fenomeno in maniera sensazionalistica: un approccio che non ha fatto altro che giocare a favore di personalità come Trump e Wilders.

Come si può affrontare il problema del razzismo in Olanda e altrove?

Spezzando il circolo vizioso di un linguaggio negativo, pieno di odio e di vittimizzazione. Molto passa attraverso gli esempi che si danno ogni giorno, visto che il razzismo è un problema quotidiano. Non c’è un’altra via. Ripristinare la dignità in politica è fondamentale. Detto ciò stiamo attraversando una fase storica. Seguiranno mutamenti e reazioni alla situazione attuale. Ad un certo punto, le persone ne avranno abbastanza del razzismo: capiranno che non rappresenta una soluzione ai problemi delle società contemporanee.

Cinque notizie in tre minuti, Trump edition (con puntata su Brexit)

epa05783709 Michael Flynn, National Security Advisor to U.S. President Donald J. Trump, attends a press conference with Japanese Prime Minister Shinzo Abe in the East Room of the White House in Washington, DC, USA, 10 February 2017. Abe will visit Trump's Florida resort Mar-a-Lago this weekend. EPA/JIM LO SCALZO

Il Russia gate, se vogliamo chiamare così le presunte e probabili relazioni tra la campagna Trump e la Russia per influenzare il risultato elettorale,  aggiunge ogni giorno nuovi particolari. L’ultimo in ordine di tempo è relativo alla volontà del consigliere alla sicurezza dimissionato Michael Flynn di testimoniare davanti alla commissione di inchiesta del Congresso in cambio dell’immunità. In materia ci sono conferme e smentite: un membro dello staff di un membro democratico della commissione inquirente spiega che non c’è stata nessuna richiesta di immunità da parte dell’ex generale costretto a uscire di scena a causa dei suoi incontri con membri dell’apparato diplomatico russo durante la transizione. Ma la richiesta potrebbe essere stata fatta all’Fbi. Nei mesi di campagna elettorale, Flynn, riferendosi alla inchiesta sulle email di Hillary Clinton e alla richiesta di immunità parziale da parte di un membro dello staff dichiarò in Tv: «Se chiedi l’immunità vuol dire che hai commesso un crimine». Vedremo. La giustificazione di Flynn è che l’inchiesta è molto politicizzata e che, per questo, rischierebbe di essere messo sotto inchiesta per ragioni di partigianeria. Nel frattempo anche il genero di Trump e suo braccio destro, Jared Kushner, testimonierà davanti alla commissione di inchiesta.

 

2. I leak della commissione d’inchiesta

Ma quanto è partigiana l’inchiesta? Enormemente. La seconda notizia del giorni infatti riguarda il fatto che il presidente della commissione David Nunes ha avuto contatti  con almeno tre alti funzionari della Casa Bianca, tra cui l’avvocato del Consiglio per la Sicurezza Nazionale e coinvolti nella gestione di file secretati che sono stati condivisi con il presidente del Comitato Servizi Segreti della Camera. I file, a sentire Nunes, dimostrerebbero che le telefonate di figure importanti della campagna Trump sono state intercettate dalla Casa Bianca di Obama. Ora, la cosa potrebbe anche essere vera: l’apparato per la sicurezza intercetta spesso telefonate di diplomatici stranieri e, quindi, anche i loro interlocutori – solo quando parlano con questi. Nelle trascrizioni delle telefonate l’identità degli intercettati “passivamente” non vengono mai menzionati. Ergo, se membri della campagna Trump avessero avuto relazioni con l’ambasciata russa, questi potrebbero essere stati intercettati, ma non sapremmo chi sono e spesso, neppure cosa dicono.

Quel che è grave in questo caso è che un membro della commissione di inchiesta che su un tema di sicurezza nazionale devono essere molto neutre – e solitamente lo sono –  collabori con la Casa Bianca in segreto, ricevendo informazioni che non dovrebbe ricevere in luoghi non preposti a farlo (bastava chiedere ufficialmente). Il suo ruolo è in discussione e il peso della commissione della Camera ridimensionato. Ora sarà il Senato a condurre le indagini più importanti. In una conferenza stampa i due leader della commissione, repubblicano e democratico, hanno promesso correttezza. Segnalando che è innegabile che la Russia abbia in qualche modo cercato di influenzare le elezioni e anche il dopo: ci sono account twitter che producono materiale pro Trump, citandolo, sperando che lui li ritwitti, mettendosi così nei guai, ha detto un funzionario della sicurezza al Washington Post.

3.Trump e la Cina

Veniamo ai dazi, di cui si è tanto parlato ieri in riferimento alla Vespa (che di mezzi ne vende pochissimi negli Usa e che ha annunciato che li importerà dal Vietnam). Le rivelazioni del Wall Street Journal sono solo l’ultimo segnale di una Casa Bianca che si appresta ad adottare una politica protezionista. La prossima settimana Trump incontrerà il presidente cinese Xi e ha già annunciato, naturalmente via Twitter, che l’incontro sarà difficile.

«L’incontro della prossima settimana con la Cina sarà molto difficile: non possiamo più avere deficit commerciali enormi e perdite di posti di lavoro. Le aziende americane devono essere pronte a cercare alternative “, ha detto in un paio di tweet.

Il Financial Times riporta la risposta di Zheng Zeguang, vice-ministro degli Esteri, che difende la posizione commerciale del suo Paese. Il surplus commerciale della Cina con gli Stati Uniti è «il risultato della distribuzione globale delle industrie, della divisione del lavoro e delle diverse strutture economiche di Cina e Stati Uniti». Apritevi ai servizi e agli investimenti e la struttura del deficit cambierà, ha detto Zheng. Sarà un incontro complicato e si svolgerà, come al solito, al club di proprietà di Trump.

4. I prezzi degli hotel negli Usa

La quarta notizia, piccolissima, è che gli alberghi americani stanno tagliando le tariffe perché c’è il crollo degli arrivi a causa dei bandi di Trump e della scarsa simpatia che suscitano.

5. La Brexit sarà dura per Londra, la bozza di proposta europea

La quinta notizia riguarda la Brexit. La bozza di proposta di negoziato preparata dall’Unione europea è molto dura, segnala, come abbiamo già scritto, che senza un accordo sulla transizione e «progressi sufficienti» nei negoziati sull’uscita dall’Unione non cominceranno le trattative sul commercio. Nel frattempo rimarranno in vigore le regole valide per i membri. May aveva scritto introdotto toni duri nella sua lettera. Questa è la risposta. Berlino e Parigi sono d’accordo su questa linea e, si dice, nei negoziati interni ai 27 per limare il testo, questo può solo peggiorare per Londra.

Caro Michele, hai perso un’occasione importante

Il governatore della Puglia e candidato alla segreteria del Pd, Michele Emiliano, durante l'inaugurazione del suo comitato elettorale a Roma, 29 marzo 2017. Emiliano ha anche annunciato la nascita di Fronte Democratico, l'area del Pd che fa capo a lui e che andra' avanti anche oltre le primarie del Pd. ANSA/ MAURIZIO BRAMBATTI

Abbiamo intervistato Michele Emiliano, inseguitore – suo malgrado – di Matteo Renzi e Andrea Orlando, sul numero di Left in edicola da sabato 1 aprile. Il governatore pugliese, candidato alla segreteria del Partito democratico, ha cercato di spiegare a Luca Sappino perché alla fine non ha seguito Roberto Speranza e Enrico Rossi, usciti dal Pd per fondare il Movimento democratico e progressista. Perché ha preferito lasciare alle cronache una memorabile giravolta: una mattina al Teatro Vittoria di Roma tuonava contro Matteo Renzi e l’addio sembrava cosa fatta, la mattina dopo annunciava invece di essersi convinto a correre; convinto, ci ribadisce, di poter tenere unito il Pd.

Ci spiega, Emiliano, come cambierebbe il Pd, a cominciare da una rivoluzione nel tesseramento e da una piattaforma simil-5stelle («Se avessimo fatto votare online gli iscritti», ci dice, «voglio vedere se avremmo ricevuto mandato di toglier l’articolo 18!»). E ci annuncia che non solo se dovesse diventar segretario (cosa complicata: oggi è a rischio persino l’accesso alla fase delle primarie nei gazebo, visto lo scarso consenso tra gli iscritti), non solo non sarà il candidato premier del 2018 («devo finire il mandato in Puglia»), ma che pensa pure a un secondo mandato («mi piacerebbe»).

Lo facciamo parlare anche di magistratura, Michele Emiliano, che però – ultimamente – preferisce far uscire il suo esser di sinistra, mettendo un secondo in panchina la sua identità sceriffa. Ma gli recapitiamo poi una lettera, scritta per Left da Alfredo D’Attorre, deputato uscito mesi fa dal Pd, passato per Sinistra Italiana e ora tornato lì dove sta meglio, tra i bersaniani.

La trovate in edicola. Dove D’Attore cerca di spiegare a Emiliano che secondo lui, «il voto degli iscritti», con Emiliano per ora fermo sotto il 5 per cento, «sta confermando quella che da tempo io definisco la “mutazione genetica” del Pd e che naturalmente si traduce in un profondo cambiamento nella composizione dei suoi iscritti e militanti. La gran parte delle persone che avresti voluto rappresentare semplicemente non hanno nessuna intenzione di iscriversi o di reiscriversi a questo Pd, in quanto non lo considerano recuperabile».

E se Emiliano – in parte consapevole di tutto ciò – spera però nei gazebo, D’Attorre insiste: «Ed è molto difficile che il voto dei non iscritti possa ribaltare il largo vantaggio di Renzi tra gli iscritti. Spero di essere smentito, ma temo che le primarie di fine aprile sanciranno la definitiva trasformazione del Pd nel Pdr, il partito di Renzi, che resta leader nonostante le ripetute sconfitte politiche ed elettorali».

L’intervista a Emiliano e la lettera di D’Attorre sono su Left di questa settimana

 

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Brexit: il ritorno di David Cameron. Mentre Corbyn difende i referendum in Irlanda del Nord e Scozia

epa05175425 British Prime Minister David Cameron leaves No 10 Downing Street to make a statement to the House of Commons regarding the EU, in London, Britain, 22 February 2016. Cameron has given members of his Conservative party the option of backing his bid to stay in a reformed EU or supporting a so-called Brexit from the bloc in an in-out vote set for June 23. EPA/ANDREW COWIE

David Cameron passerà alla storia come il Primo ministro che ha permesso al Regno Unito di uscire dall’Unione europea. Eppure, durante la campagna ha puntato tutto sulla permanenza del suo Paese nell’Ue. A distanza di 9 mesi dalle dimissioni e dall’insediamento di Theresa May a Downing Street, il politico conservatore è tornato a parlare della Brexit.

Durante una visita in Ucraina, Cameron ha affermato: «Ho organizzato il referendum perché la questione stava avvelenando la politica britannica da troppo tempo. E ha aggiunto: «Il referendum era già stato promesso precedentemente», salvo ripensamenti della classe politica del Paese. È stato «giusto mantenere la parola data ai cittadini del Regno Unito».

Inoltre, sebbene abbia sostenuto la permanenza dello Uk nell’Unione durante la campagna referendaria, l’ex Primo ministro ha difeso Theresa May, la quale ormai sta assumendo posizioni sempre più severe rispetto alle negazioni: «Credo sia giusto che sia andata incontro alle aspettative del popolo». Poi, con uno sguardo al futuro ha affermato che «il Regno Unito non sta abbandonando né l’Europa, né i valori europei». E ha sottolineato che lo Uk ha tutto l’interesse a rimanere parte attiva nel quadro di una collaborazione inter-nazionale nel quadro delle politiche di sicurezza e cooperazione.

Alla ricerca di argomenti per spiegare la scelta del popolo britannico, Cameron ha ammesso che «i cittadini del Regno Unito hanno sempre avuto un’attitudine scettica nei confronti dell’Unione». Londra è sempre rimasta nell’Ue per ragioni di «utilità», piuttosto che per fattori «emotivi».

Nel frattempo, com’è noto, la Brexit ha scatenato una nuova ondata di sentimenti indipendentisti all’intero del Regno Unito. Il Parlamento scozzese ha votato in favore dell’organizzazione di un nuovo referendum per scorporare le azioni del governo di Edimburgo dalla volontà di Londra.

L’approvazione dei parlamentari è arrivata poco dopo l’incontro tra Nicola Sturgeon – Primo ministro della Scozia – e Theresa May, a Glasgow, e un giorno prima della notifica ufficiale da parte di Downing Street di lasciare l’Ue. In occasione del referendum sulla Brexit, il 62 percento dei cittadini scozzesi hanno votato per rimanere nell’Unione.

Proprio oggi è attesa la consegna delle richiesta ufficiale da parte del governo scozzese di indire un nuovo referendum per lasciare il Regno Unito. Di fronte alla possibilità che Theresa May non conceda un secondo referendum, Sturgeon ha replicato:  «Un blocco da parte di Londra sarebbe «democraticamente indifendibile e [politicamente] insostenibile».

Ma la Scozia non rappresenta l’unico grattacapo per May. Anche in Irlanda si è tornato a parlare di unificazione e, conseguentemente, di indipendenza dal Regno Unito. Il leader del Partito laburista, Jeremy Corbyn, ha recentemente affermato che «se il Parlamento dell’Irlanda del Nord vuole organizzare un referendum sulla riunificazione del Paese, dovrebbero esser emesso nelle condizioni di farlo».

Qualche settimana fa, il Sinn Fein, una formazione politica che spinge per una riunificazione dell’isola britannica, si è affermato come secondo partito nell’amministrazione devoluta. Inoltre Corbyn ha chiuso le porte a un Labour che si batte per la permanenza del Regno Unito nell’Ue: «Non possiamo pretendere di essere parte del Mercato Unico, senza condividere gli obblighi derivanti dall’appartenenza all’Ue».

 

Disobbedienti e ribelli contro il reato di solidarietà

Le ordinanze contro chi dà da mangiare ai migranti e i decreti che introducono il Daspo urbano e puniscono la marginalità senza intaccarne le cause. «È in atto una grande operazione di intimidazione, e di criminalizzazione» dice nell’intervista a Left Alessandra Ballerini, avvocata dei diritti umani (tra gli altri, in questi mesi è stata al fianco della famiglia di Giulio Regeni), che si trova sempre più spesso a prendere le difese di attivisti denunciati per aver aiutato i migranti.

A volte gli viene contestato il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, altre le violazione di ordinanze che in nome dell’ordine, del decoro e della sicurezza sanitaria vietano la somministrazione di cibo e bevande ai profughi. Altre ancora – è il caso delle navi delle associazioni umanitarie – l’accusa è di fare da taxi per gli scafisti. Le forme sono diverse ma, spiega l’avvocata Ballerini – di fatto assistiamo alla nascita di una sorta di “reato di solidarietà”. Nonostante «l’articolo 2 della nostra Costituzione imponga il dovere della solidarietà, qui si punisce chi aiuta gli altri con cibo e acqua», protesta.

Su Left in edicola sabato 1 aprile abbiamo raccolto le storie di tanti “criminali solidali”, che sfidano la legalità in nome di ciò che è giusto, «Certo che lo rifarei. Mi è stato insegnato che le persone che soffrono vanno aiutate, senza chieder loro la carta di identità», ci ha detto Félix, 28enne francese, condannato a 1.215 giorni di prigione e 50mila euro di multa per aver portato soccorso a una famiglia del Darfur incontrata a Ventimiglia. E non è il solo ad aver rischiato in prima persona.

A lanciare il grido di preoccupazione sulla “stretta securitaria” di Minniti e Orlando sono anche alcuni sindaci “ribelli”, con in testa Luigi De Magistris che annuncia il “Daspo al contrario” per portare la bellezza nei luoghi del degrado e la disobbedienza alle norme che gli impongono di penalizzare i più fragili. La pensa allo stesso modo il sindaco del “modello Riace” Mimmo Lucano, che dice a Left: «Non credo che noi sindaci dobbiamo avere il potere di decidere della vita delle persone fino a questo punto, mi fermo volentieri al dovere e al piacere di aprire le porte a chi è in difficoltà»

 

Ne parliamo su Left in edicola

 

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Poi vennero a prendere noi, in Vespa, al di là del muro

  • Poi succede che la paura riduca la percezione degli spazi. Deve essere la mancanza di qualche vitamina oppure un brutto mal di gola o peggio la cattiva abitudine di tenere le finestre sempre chiuse per non farci entrare l’inquinamento morale e risolverlo lasciandolo marcire là fuori.

Arriva qualcuno che promette di sigillarci il cortile, di piantonare la portineria, di abbaiare per noi e ci convinciamo che non facciamo del male a nessuno, che si tratta di una difesa legittima, che non facciamo del male nessuno.

Poi ci promette la deratizzazione. E noi tutti contenti. È questione di igiene. Di pulizia. Sono ratti, del resto. E noi non siamo mica ratti.

Poi ci dice che ci libererà dai rumorosi. Che soddisfazione: la tranquillità è un bene e noi non abbiamo più figli piccoli. Lavorano già, i nostri.

Poi il mastino ci dice che terrà fuori i messicani e noi non siamo nemmeno messicani. E dopo gli islamici perché in parrocchia ci hanno raccontato di un islamico che bestemmia e se bestemmia  lui, che conosciamo solo quello, figurati gli altri. Ci convinciamo di non fare mica male a nessuno, che è solo per l’ordine in difesa delle bestemmie.

Poi ci raccontano che c’è stato, dall’altra parte del quartiere, un problema con qualcuno che ha il nome che inizia per “m” e forse conviene tenerli fuori quello che iniziano per “m”; mica per razzismo, solo per prevenzione. E noi per “m” non abbiamo nemmeno uno straccio di cugino di secondo grado. E ci va bene così.

Poi quelli con i mocassini, poi i lentigginosi, poi quelli che mangiano troppo gelato e subito dopo quelli che ne mangiano troppo poco. E noi sempre più sicuri. Che bello, che meraviglia.

Finchè un giorno il mastino decide che è vietato girare in Vespa, perché un suo cugino monta motorini meno belli ma che meriterebbero comunque di essere venduti a quintali. L’ha deciso lui, il mastino. E noi nel box abbiamo quella vecchia Vespa con cui papà ci veniva a prendere a scuola che ormai non si accende nemmeno. Ma che male fa la Vespa? Ma che fastidio può dare al mondo la moto di papà, pensiamo. E già ci hanno sigillato fuori. Noi, fuori. E la vicina mentre ci saluta con nemmeno troppo dispiacere ci racconta che un suo collega, una volta, aveva picchiato la moglie. «E aveva la Vespa, sa? Non è mica contro di lei, si figuri. Ma ci vuole un po’ di prevenzione, no? Non possiamo prenderci le Vespe di tutti».

Buon venerdì.

 

Proteste e serrate contro la legge anti-sfruttamento. Ecco a chi piacciono i caporali

«I caporali sono la nostra fortuna». Così titola, fra virgolette, la Gazzetta del Mezzogiorno di ieri l’intervista a un floro-vivaista pugliese, Angelo Lamanna, il quale non esita a dire quello che probabilmente pensano molti imprenditori – non soltanto in Puglia e non soltanto nel settore agricolo. Se servono 20 operai il giorno dopo, il caporale li procura. E se poi piove e ne servono 5, ne porterà 5, «perché sono 15 di troppo e dovrei pagarli per far nulla» dice Lamanna.

Un punto di vista “estremo”, certamente, ma anche il sintomo inquietante di un’idea che si è diffusa sempre più: il diritto del lavoro e i diritti del lavoratori rappresentano un ostacolo al libero mercato. Competitività, concorrenza, flessibilità sono i pilastri su cui il datore di lavoro “crea benessere e ricchezza” ci è stato detto, e il dogma neoliberista è diventato legge in Italia con il Jobs act. Peccato che nessuno ci abbia detto che quel benessere e quella ricchezza vengono creati a beneficio esclusivo di alcuni, e non certo dei lavoratori.

Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, unite ad estorsione, sono le accuse rivolte ad esempio a nove imprenditori impegnati nella ricostruzione post-sisma a L’Aquila e arrestati due giorni fa nell’ambito dell’operazione Caronte. La Dda del capoluogo abruzzese evidenzia come gli arrestati sfruttassero, stando alle accuse mosse dagli inquirenti, «lo stato di necessità, indigenza ed estrema difficoltà economica in cui versavano gli operai» tenuti a bada – e allontanati in caso di proteste – facendogli firmare una lettera di dimissioni senza data.

«Il caporalato è una delle espressioni del sistema di reclutamento e sfruttamento che ha permesso a decine di migliaia di aziende agricole, spesso di grandi dimensioni, di ottenere guadagni illeciti milionari a discapito dei diritti dei lavoratori e non solo» commenta Marco Omizzolo, sociologo, coautore e curatore della raccolta di saggi Migranti e diritti (Edizioni Simple). «A volte queste pratiche si sono svolte anche in associazione con clan mafiosi. Contrastare questo fenomeno dal punto di vista penale e sociale è fondamentale. Su questa battaglia si capisce chi sta con la legalità e la giustizia e chi invece dalla parte dei padroni e dello sfruttamento».

LEGGI IL TESTO DELL’APPELLO

Ma torniamo all’aria che tira. Approvata la legge 199 del 2016 che inasprisce le pene per lo sfruttamento della manodopera e riconosce, tra l’altro, la responsabilità anche del datore di lavoro oltre che del mediatore, in molti ambienti sono partiti i mugugni e il pressing sulla politica. “Troppo punitiva”, “penalizza le imprese”, si sente dire. Lunedì 3 aprile a Bari è annunciata una manifestazione di 3mila aziende agricole contro le norme approvate lo scorso ottobre. Vogliono che siano eliminati la sanzione penale e il sequestro dei beni all’imprenditore.

«Si tratta della seconda manifestazione padronale in meno di un mese e mezzo. Un segnale inquietante che spaventa i braccianti» fa notare l’antopologo e scrittore Leonardo Palmisano, che ha appena dato alle stampe il volume Mafia Caporale, edito da Fandango Libri. «Le imprese che protestano negano l’evidenza di un regime di sfruttamento che sta divorando, in Puglia e non soltanto, decine di migliaia di vite umane. Questo è intollerabile, inqualificabile. Una manifestazione del genere è un segnale dato ai braccianti, più che alla politica. Un segnale terroristico».

Annunciano una sorta di serrata gli imprenditori in agitazione, che si ripeterà a maggio se non saranno ascoltati. Sulla stessa linea anche la Cia Puglia, che chiede inoltre di bloccare il disegno di legge dei senatori Barozzino e Casson sulla “Introduzione del reato di omicidio sul lavoro e del reato di lesioni personali gravi o gravissime”. Proprio nei giorni in cui al ministero dell’Agricoltura viene inaugurata una targa che ricorda Paola Clemente, la bracciante italiana morta di stenti a luglio 2015 ad Andria, mentre lavorava.

Ma le proteste di alcune aziende non sono la sola mobilitazione in programma. C’è anche chi si batte a sostegno di una risposta ferma dello Stato e di una riflessione collettiva su tutta la filiera produttiva per prevenire, oltre che reprimere, gli episodi di sfruttamento. «Per questo noi saremo il 17 aprile a Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia, per la #MarciaNoCapolato» riprende Omizzolo. «Temo che le reazioni inaccettabili di alcune categorie datoriali e di varie aziende sia il primo tempo di una battaglia lunga, che rischia di portare a proposte parlamentari di revisione della recente legge 199, se non di una sua completa cancellazione. Sarebbe un attacco inaccettabile e davvero pericoloso. Respingeremo anche quello insieme alle migliaia di cittadini che marceranno con noi a Pasquetta».

E Palmisano, tra i promotori con Omizzolo, Giulio Cavalli e Stefano Catone dell’appello per la manifestazione nazionale che conta già centinaia di adesioni, aggiunge: «La strategia padronale di fronte alla crisi si confema pessima: preferiscono fare profitto a danno dei braccianti. Evidentemente non hanno ancora capito che il mondo e il mondo del lavoro hanno bisogno di valori, non di sfruttatori. La risposta ci sarà il 17 aprile a Borgo Mezzanone. Saremo in tanti da tutta Italia, più determinati e più numerosi di loro».