Il 9 e 10 aprile l’Italia presiede il G7 Energia di Roma puntando tutto su sicurezza energetica, sostenibilità economica e crescita. Al tema del surriscaldamento globale, che negli Usa deve fare i conti con il rigurgito negazionista che anima le politiche e i tagli di Trump, è dedicato un generico riferimento che fa da sfondo a scelte politiche ancora troppo legate alle fonti fossili, gas in testa (ma a carbone e petrolio ancora non si dice un no secco). Eppure le consapevolezza sui danni del climate change e sull’inadeguatezza delle scelte attualmente in campo per raggiungere gli obiettivi fissati al vertice sul clima di Parigi del dicembre 2015 è ormai diffusa.
Siamo “con l’acqua alla gola” – come titola Left la copertina di questo punto da diversi punti di vista. Intanto quello letterale: il Mediterraneo si è innalzato di circa 30 cm negli ultimi mille anni rispetto ad un aumento più che triplo previsto nei prossimi 100 anni (dall’Ipcc dell’Onu). In Italia, ci dice la nostra Enea, 33 aree rischiano di finire sommerse dalla costa tra Trieste e Ravenna (con un innalzamnto da 90 a 140 cm) alle pianure della Versilia, di Fiumicino, del Pontino, del Sele e del Volturno, fino a Catania, Cagliari e Oristano.
Siamo con l’acqua alla gola anche quando abbiamo a che fare con gli eventi climatici estremi, quelli delle ultime settimane in Colombia e in Perù e quelli – mai così frequenti, ricorda il servizio di Martino Mazzonis – degli ultimi anni nel Nord America e non solo.
La colpa è dei cosiddetti gas serra, che le attività umane hanno fatto aumentare come mai prima. In 250 anni siamo passati da 280 parti per milione (ppm) di anidride carbonica in atmosfera alle oltre 405 attualmente rilevate dalla Nasa e dalla Noaa. E 25 anni fa eravamo ancora a 356 ppm, il 14% in meno. Mai, i carotaggi nel ghiaccio antartico, c’era stata una così alta concentrazione di CO2 da un milione di anni (ma gli scienziati ci dicono che probabilmente non avveniva da 20 milioni di anni).
Su Left in edicola proviamo a raccontare cosa accade al Pianeta, ma soprattutto che cosa si sta facendo (ancora poco) e si potrebbe fare per invertire la rotta. Vi raccontiamo perché la Strategia energetica in arrivo – e in particolare il documento che il ministro dello Sviluppo economica Calenda presenterà al G7 Energia di Roma – sono ancora molto timidi, ancorati al rispetto degli obiettivi fissati dall’Ue, e non imprimono un’accelerata alla transizione energetica in corso. Di questa transizione diamo conto con un approfondimento di Pietro Greco sulle dinamiche globali delle ecoenergie, che vedono la Cina a fare la parte del leone, e attraverso un dialogo di Michela Ag Iaccarino con Bill McKibben, uno dei più influenti ambientalisti degli Usa, tra queli che hanno fermato la Keystone Pipeline prima che Trump la resuscitasse e che ora prova a fermare la lobby del carbone e del petrolio. Perché siamo con l’acqua alla gola, ma se si lavora davvero per fermarla il pericolo sventato potrebbe addirittura diventare un’opporunità.
Questa volta il messaggio si è evoluto. Niente tweet “stai sereno” e nemmeno rassicurazioni sorridenti come successe per Letta; ora il disarcionamento del Presidente del Consiglio (pur di sfamare le ambizioni personali di Renzi e compagnia) avviene con un logorio più sotto traccia, sottile: la sconfitta del candidato PD Pagliari ieri alla presidenza della Commissione Affari Costituzionali a favore dell’alfaniano senatore Torrisi è solo uno de tanti granelli infilati nel governo per provocarne lo stallo.
Un ballo dei pupi in piena regola. Il sempiterno Alfano ha il coraggio di dire che «l’elezione di Torrisi a presidente della commissione Affari Costituzionali è senz’altro un segno di stima da parte dei colleghi per il lavoro svolto in questi anni», come se non sapesse che il suo partito è stato utile e apprezzato come un muro quando si gioca di sponda e niente di più.
I capigruppi del Pd Zanda e Rosato fingono di non sapere che l’evento sia una pinta di cianuro servito a Gentiloni e cercano di buttarla in caciara dichiarando: «Il fronte politico che oggi si è formato per l’elezione del nuovo presidente della Commissione Affari Costituzionali al Senato riunisce in una singolare unità tutta l’opposizione, da Forza Italia ai Cinque Stelle passando per la Lega Nord. A voto palese litigano e si insultano, a voto segreto si muovono insieme. Oggi a questo inedito nuovo fronte si sono aggiunti, lo dicono i numeri, pezzi di maggioranza. Certamente non del Pd». Come dire: è colpa di tutti tranne noi. Come i bambini all’asilo.
Renzi (come al solito irraggiungibile nella simulazione della post verità) dichiara addirittura: «Che tristezza, mettono gli interessi personali davanti all’interesse del Paese».
Fingono di fare politica e sono convinti che da fuori gli si creda. E così anche la politica è fake.
Siamo a Surkh Rod e un membro delle forze di sicurezza afghane distrugge parte di un campo coltivato a papavero da oppio. Lo scorso anno la produzione di oppio in Afghanistan è aumentata di circa il 43%. Secondo Unodc (Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine) l’aumento annuale sui livelli 2015 è dovuto in parte alla crescita, stimata attorno del 10%, della superficie coltivata, passata da 183.000 a 201.000 ettari.
L’Unodc ha stimato che la produzione del 2016 è pari a 4.800 tonnellate, e ha sottolineato un’ “inversione di tendenza preoccupante” negli sforzi per combattere i commerci di droghe illegali.
La coltivazione di oppio in Afghanistan è in aumento da 10 ani a questa parte, nonostante la caduta del 2015 causata dalla siccità, alimentata dall’insurrezione dei talebani, dalla diffusione e dall’aumento della tossicodipendenza.
Secondo le statistiche questo il terzo più alto livello di coltivazione in Afghanistan in due decenni, a seguito di livelli record nel 2013 e 2014. Nelle scorse settimane i talebani hanno conquistato alcune zone in cui l’oppio viene coltivato e Mosca incontra la leadership del gruppo militante e sostiene le domande di ritiro delle truppe straniere.
epa05888121 An Injured child receives treatment in a field hospital after airstrikes by forces allegedly loyal to the Syrian government, rebel-held Douma, Syria, 04 April 2017. More than 30 people got injured and one got killed. EPA/MOHAMMED BADRA
Sapremo mai cosa è successo a Khan Sheikhoun, nei pressi di Idlib e perché uomini, donne e bambini sono morti uccisi dal gas nervino? Probabilmente no. Non prima che la guerra combattuta e quella di propaganda saranno finite. I talking points delle parti sono identici a ogni tornata: Assad è un assassino brutale contro È un complotto dei ribelli e dei poteri forti contro Assad e Putin. Sarà bene rimettere in fila un po’ di informazioni di breve, lungo e medio periodo per fare il punto. Ricordando però che da Idlib sono arrivate e arrivano immagini terrificanti scattate anche dai fotografi delle principali agenzie giornalistiche. Che certo, possono essere di parte, ma il cui lavoro viene verificato da chi lo paga.
E ricordando anche che Isis e una parte dei ribelli pure commettono crimini di guerra e orrori. Con una differenza cruciale: quello di Assad è un governo nazionale che agisce in teoria dentro le regole internazionali di guerra e rispetta i trattati. Non è così per i gruppi salafiti, che dell’ordine internazionale se ne infischiano. La differenza è importante: se è tutto valido, gli omicidi mirati di nemici, la tortura sui qaedisti, le extraordinary renditions degli americani sono valide anche loro. E non lo sono.
Le versioni dell’accaduto
Un certezza la abbiamo: a Idlib le armi chimiche c’erano. La versione russa è infatti che le bombe di Assad siano cadute su un deposito di armi chimiche in mano ai ribelli. Versione che giunge dopo le smentite di Assad e ore in cui si è parlato di immagini false. Insomma, siamo alle solite e la campagna di propaganda accompagna quella militare come nemmeno nei peggiori anni di George W. Bush avevamo visto.
«Il territorio colpito ospitava un impianto di stoccaggio e laboratori per la produzione di proiettili riempiti di agenti tossici», ha sostenuto il generale russo Konashenkov, portavoce del Ministero della Difesa. Questo significa che, a differenza di quanto sostenuto in un primo momento, aerei di Mosca hanno partecipato al raid.Nel 2013 Mosca aveva parlato dell’attacco al Sarin come di un tentativo di far precipitare la situazione e far intervenire gli americani.
Il comandante ribelle Hasan Ali Haj ha invece detto a Reuters che la tesi russa è «una menzogna», spiegando che i ribelli non hanno gli strumenti necessari per costruire armi chimiche. «Tutti hanno visto l’aereo che sparava gas.
L’altra novità è la condanna di Trump, che chiama l’attacco “ignobile” e, poi, attribuisce la colpa dell’attacco a Obama, che dopo aver tracciato linee rosse non agì. Agirete? È stato chiesto a Sean Spicer, portavoce di Trump, «No, ma abbiamo una posizione diversa sulla Siria», ha risposto. Quale questa sia è difficile da capire. Attaccare Obama dopo un fatto tanto tragico riporta la posizione americana a mera bassa cucina di politica interna. Peccato.
La conferenza sulla Siria, oggi a Bruxelles
La conferenza di Bruxelles
Oggi e domani nella capitale belga si riuniscono 70 Paesi con interessi diversi e senza u piano chiaro. La strage chimica di Idlib non fa che rendere più complicata l’individuazione di qualcosa che somigli a una transizione. Gli Usa e la Russia sembrano infischiarsene del destino di Assad, che pure condannano (i primi) e voler mantenere Assad al potere (i secondi), a prescindere da cosa questo significherebbe. La posizione dell’Europa è più sfumata, con Londra e Parigi molto duri contro il regime e un comunicato dei 27 che parla di “transizione politica” perché sono tutti i siriani a dover decidere.
L’inviato speciale Onu ha parlato con regime e opposizione in questi giorni e non vede all’orizzonte nessun accordo di pace, semmai qualche cessate il fuoco, corridoi, pause. L’alto rappresentante europeo Mogherini e lo stesso de Mistura incontreranno anche gruppi della società civile siriana, la cui partecipazione a qualsiasi accordo e ricostruzione e cruciale. In Libia, ma anche in Iraq (situazione molto diversa) si è spesso teso a coinvolgere solo chi spara nei processi di accordo nazionale. Questo significa attribuire troppo peso a chi ha fatto del male ed è armato ed escludere chi nel frattempo ha lavorato per fare informazione, aiutare, distribuire cibo, aiuti e così via. L’errore si vede solo dopo: questi gruppi, come i poteri locali, possono essere un pilone determinante per la ricostruzione, per il futuro del Paese. Oggi il capo dei Caschi Bianchi, Rahed al Saleh scrive un articolo su The Guardian nel quale sostiene che Assad non va incluso in nessuna transizione. È una posizione perdente: Assad sarà in qualche modo parte di qualsiasi transizione. Ma il tono dell’articolo di Saleh, difficilmente ce lo fa immaginare come un feroce jihadista, come spesso viene dipinto lui e il suo gruppo dai sostenitori (anche italiani) di Assad.
Difficilmente a Bruxelles vedremo risultati: la Turchia guarda in cagnesco l’Europa per la tensione con Germania e Olanda sui comizi per il referendum che cambia la costituzione in favore di Erdogan, l’Iran e gli Stati Uniti sono ai ferri corti e l’America di Trump sembra non avere a cuore il ritorno della pace in Medio Oriente – quella di Obama ha invece sbagliato ogni mossa per riportarcela.
Le armi chimiche
«Ricordiamo visioni terribili in ospedale, i pazienti in cura per il gas che, soffocando, tossivano i loro polmoni bruciati in grumi». È una traduzione fatta male di un passaggio di “Niente di nuovo sul fronte occidentale” Di Erich Maria Remarque e descrive l’orrore delle vittime di attacchi da gas nella Prima guerra mondiale. Molti i morti, ancora di più coloro che riportarono danni permanenti alle vie respiratorie negli anni a venire. In teoria l’uso dei gas era proibito già prima di allora dalla convenzione dell’Aja del 1899. Nel 1925, memori degli orrori della Grande guerra, la convenzione di Ginevra le bandisce, Hitler non le userà nonostante le avesse. E nel 1993 Stati Uniti e Unione Sovietica si accordano per smantellare gli arsenali che nel frattempo avevano accumulato. Restano alcuni regimi che ne fanno uso e le posseggono. Uno è Saddam Hussein, che le usa contro i curdi e l’Iran. Un’altra è Assad, che prima dell’attacco dell’agosto 2013 (di cui ha accusato i ribelli) non aveva mai ammesso di possedere un arsenale chimico.
Nel 2013 il regime lanciò un attacco contro Ghouta fuori Damasco e nonostante l’ultimatum lanciato da Obama, la linea rossa non valicabile (quella dell’uso di armi chimiche, ad esempio), gli Stati Uniti non si mossero. L’inazione di Obama allora, che smentisce molte delle teorie che vogliono negli Usa la mano dietro la guerra civile siriana, è forse una delle cause del disastro a cui assistiamo. Obama, all’epoca, accettò l’idea di uno scambio: resto fermo, Assad smantella il suo arsenale. Già, ma chi avrebbe fatto le verifiche del caso? Il processo di trasferimento e di verifica dell’arsenale da parte degli ispettori Onu non è filato molto liscio e questi sono i risultati.
In diverse occasioni, anche dopo l’accordo sulle armi chimiche con Assad, fotografi Reuters hanno visto feriti con sintomi da attacco da gas contenenti cloro e recipienti metallici gialli di forma identica a quelli prodotti da una impresa cinese che costruisce armi. Il cloro non è una sostanza proibita dalle convenzioni, ma può essere usato come arma chimica. Ma è pur vero che i sintomi dell’attacco di Khan Sheikhoun sembrano essere da Sarin, molto più pericoloso e terribile e che nell’aria, dicono i testimoni, non ci fosse puzza di cloro. Il Sarin colpisce il sistema nervoso e attraversa anche l’epidermide, rende difficile la respirazione e provoca la perdite del controllo delle funzioni corporee. Una cosa importante: una maschera anti gas e una tuta isolante costano poco e i militari in genere ne hanno una se coinvolti in guerre dove gli agenti chimici si utilizzano. A pagare il prezzo più caro sono i civili. In questo caso molti bambini, le cui foto, non dovremmo dimenticare mai.
Siriani manifestano contro i russi a Istanbul dopo la notizia dell’attacco
epa05887491 A video grabbed still image shows Syrian people receiving treatment after an alleged chemical attack at a field hospital in Saraqib, Idlib province, northern Syria, 04 April 2017. Media reports quoting the British war monitor Syrian Observatory for Human Rights state an alleged chemical attack in the rebel-held area of Idlib province on 04 April killed at least 58 people, including 11 minors, and wounded dozens others. EPA/STRINGER
«È stato Assad!» gridano tutti. Come se il mondo (e ancora di più la Siria) potesse essere il tavolo banale su cui giocano i buoni contro i cattivi, come se poi non ci fossero anche i morti di Mosul, come se lo Yemen invece fosse solo la cloaca dei morti di serie b oppure come se la fabbricazione di armi non sia un ricco banchetto tutto occidentale.
Nell’ordine di qualche ora la colpa dei bambini gasati è stata affibiata a Assad, ai ribelli, a Obama (da Trump), all’ONU, a Putin, più qualche manciata di scenari apocalittici dei complottisti rossobruni più affilati. Tutti alla ricerca di un nemico unico che sia riconoscibile, facile e banalmente tranquillizzante.
Molti con le risposte, pochi con le domande. Francesco Vignarca, ad esempio, scrive: «La parte preponderante di colpa per i terribili attacchi chimici avvenuti in Siria è in chi ha lanciato tali ordigni. Ma non è secondaria nemmeno la colpa di chi ha fabbricato, trasportato, autorizzato tali armi. E vale per qualsiasi armamento, in ogni guerra. Troppo facile pensare che i “cattivi” siano solo quelli dell’ultimo pezzettino del viaggio tra l’ideatore di un’arma e la vittima finale…». Già, chi ha ” fabbricato, trasportato, autorizzato tali armi”? Tornando indietro nel tempo, chi ha appoggiato festante le “primavere arabe”?
Oppure, per restare in tema, se il nostro premier Gentiloni dichiara “stop alle armi chimiche” poiché sono “un crimine contro l’umanità” perché non fermare anche le bombe che partono dall’Italia sotto gli occhi di tutti?
A quelli che chiudono la porta ai siriani al grido “aiutiamoli a casa loro” cosa viene in mente, oggi?
Se davvero Assad ne è il responsabile vale la pena turarsi il naso e “sopportarlo” in nome della lotta contro l’Isis? Esistono quindi despoti comodi?
La guerra è terribilmente complessa. Sempre. E noi ne siamo coinvolti. Sempre. Più di quello che ci piacerebbe credere. Beati coloro che serbano la convinzione di possedere la lente per dividere il mondo in buoni buoni e cattivi cattivi.
Erode ride. I bambini, intanto, muoiono. Ma sono puliti e immobili che non sembrano nemmeno morti.
TOPSHOT - A Syrian man and girl flee past a man carrying a folded stretcher following a reported government air strike on the rebel-controlled town of Hamouria, in the eastern Ghouta region on the outskirts of the capital Damascus, on April 4, 2017. / AFP PHOTO / ABDULMONAM EASSA (Photo credit should read ABDULMONAM EASSA/AFP/Getty Images)
Vorremmo le prove, ma in territorio di guerra, le prove non le avremo. Anzi, avremo lo scambio di accuse e la notizia che, no, l’attacco chimico siriano-russo su Khan Sheikhun nei pressi di Idlib non c’è stato. Eppure le foto terribili di bambini con gli occhi sbarrati che vediamo arrivare dall’area, nonché numerose testimonianze ci fanno purtroppo, ritenere il contrario. Naturalmente, in una guerra di propaganda che sembra non avere fine né limiti, c’è già chi parla di foto false, ricorda la provetta agitata da Colin Powell nel 2003 per giustificare l’intervento in Iraq.
I fatti: nella città ultimo bastione dei ribelli salafiti siriani, ma non solo, ci sono 58 nuovi morti e un centinaio di feriti causati da un bombardamento di aerei siriani. Molti morti sono bambini e la foto di un gruppo di loro con gli occhi sbarrati rimarrà a lungo negli occhi di chi l’ha vista. Diversi testimoni, di parte ma non solo, raccontano di segnali chiari di come l’attacco sarebbe stato portato a termine con armi chimiche. Le autorità siriane negano l’uso di gas: «Non ne abbiamo usate oggi né mai, perché non ne abbiamo» è la linea ufficiale. Una linea discutibile se è vero che rapporto delle Nazioni Unite pubblicato lo scorso ottobre segnala come le forze governative abbiano usato cloro in un attacco su Qmenas nel marzo 2015 e su Talmenes nel marzo 2014. Nel marzo 2015 i rapporti dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche parlano di attacco al sarin e di uso di gas allo zolfo da parte dello Stato Islamico.
Nelle ore successive, aerei hanno colpito anche ospedali e cliniche intasati dai pazienti.
Le testimonianze: Hussein Kayal, un fotografo pro-opposizione ha detto ad Associated Press di essere stato svegliato dal rumore di un’esplosione alle 6.30 del mattino, nel luogo del bombardamento non c’era odore ma diverse persone sul pavimento, paralizzate o con le pupille contratte. Mohammed Rasoul, capo di un servizio ambulanze (e quindi probabile membro dell’opposizione), ha parlato alla Bbc di diversi bambini soffocati in strada. I centri medici parlano di sintomi tipici dell’avvelenamento da gas per diversi pazienti e un giornalista di France Press riferisce di una ragazza, una donna e due anziani morti tutti con la schiuma tipica di chi muore per gas visibili ai bordi della bocca. Nell’agosto del 2013 nel sobborgo di Damasco di Ghouta, quando Obama parlò di linea rossa da non oltrepassare per poi non muovere un dito, si registrò un attacco simile che fece un numero imprecisato di morti. Si parlò di almeno 300, forse erano più di mille.
La Sirian American Medical Society, che aiuta gli ospedali nelle aree controllate dall’opposizione spiega che i suoi medici segnalano sintomi dei pazienti tipici dell’esposizione ai composti di fosforo come il sarin nervino, vietati dalla convenzione sulle armi chimiche. Una quindicina di pazienti sono stati evacuati in Turchia, dove ci sono ospedali in grado di curare gli effetti del gas nervino.
Un attacco di questo genere segnala che il regime di Assad è sicuro della propria posizione. Dopo aver liberato Aleppo dai ribelli e in una fase di relativo cessate-il-fuoco (che non include le zone controllate dall’Isis e dai qaedisti) il fatto di potersi permettere di utilizzare i gas è un guanto di sfida al mondo. “Avete bisogno di me e qui faccio come dico io” sembra dire Assad. In risposta all’attacco, la Francia e la Gran Bretagna hanno chiesto una riunione d’urgenza del Consiglio di sicurezza Onu, mentre Erdogan ha telefonato a Putin per condannare quanto accaduto e minacciare di far saltare il processo di pace in atto. In questo caso, quello che è uno dei protettori principali di alcune delle fazioni ribelli, cerca la mediazione e le pressioni di Mosca affinché il regime di Damasco utilizzi il buon senso.
La sfida di Assad, in questo caso, sarebbe doppia: a Bruxelles è in corso una conferenza voluta dall’Unione europea – e con la presenza di 70 Stati – che apre ad Assad come interlocutore. Ma dopo le notizie di oggi, l’alto rappresentante per la politica estera, Federica Mogherini, non poteva non parlare di «attacco orribile» e di «oggettive responsabilità del regime siriano». Una novità in un consesso simile. Ma evidentemente a Damasco delle posizioni europee non interessa. Assad è molto sicuro di sé.
Valeria Fedeli in una foto d'archivio. ANSA / CIRO FUSCO
Nei giorni scorsi grandi titoli di giornali – dopo un bombardamento continuo di critiche – hanno salutato improvvisamente la scuola italiana come la più “inclusiva” d’Europa, un luogo di formazione dove le diseguaglianze sociali vengono abbattute. Anche la ministra dell’Istruzione ha celebrato i dati Ocse, trascurando di menzionare una parte della ricerca, quella Piaac da cui si evince che gli stessi studenti che a 15 anni avevano dimostrato buoni risultati pur provenendo da famiglie disagiate, 12 anni dopo finiscono nel gorgo dell’analfabetismo di ritorno o comunque in un gap formativo. Ospitiamo l’analisi di Bruno Moretto, segretario del Comitato bolognese scuola e costituzione.
Gli articoli comparsi nella maggior parte dei quotidiani e i servizi televisivi hanno montato una bufala, accreditando il fatto che una ricerca dell’Ocse avrebbe decretato il primato della scuola italiana in Europa sul terreno dell’inclusione. Sul tema sono intervenuti l’ex premier Renzi, la neo ministra Fedeli e Francesca Puglisi (responsabile scuola del Pd ndr) cercando di accreditarsi il merito di questi risultati.
Prima di tutto bisogna avere chiaro che la ricerca in questione confronta i risultati degli studenti quindicenni sottoposti ai test Pisa in comprensione del testo, matematica e scienze nel 2000 con quelli ottenuti dalla stessa coorte di individui nel 2012 (test Piaac) ovvero 12 anni dopo, quando questi dovrebbero essere inseriti in un’attività lavorativa. La ricerca ha quindi lo scopo di valutare le tendenze di lungo periodo dei vari Paesi nel campo delle competenze ritenute strategiche per lo sviluppo economico e scientifico. La ricerca studia in particolare questi esiti in base alle condizioni socio economiche delle famiglie di riferimento. Lo studio mostra che nella maggioranza dei Paesi l’intervento della scuola compensa fino ai 15 anni lo svantaggio derivante dalla provenienza famigliare, ma che successivamente, anche a causa della maggiore eterogeneità di esperienze e possibilità alla fine della scuola dell’obbligo (formazione professionale, università, entrata nel mondo del lavoro) si osserva un allargamento della forbice nelle competenze tra classi sociali. Chi perde sono più spesso gli studenti non altamente dotati accademicamente che vengono da famiglie svantaggiate.
Questo grafico spiega il contenuto della ricerca:
Per quanto riguarda l’Italia i rapporti del centro di ricerca Ocse Pisa hanno evidenziato fin dal 2000 che la scuola italiana dell’obbligo ha una vocazione sociale che la porta ad essere più inclusiva di quelle di altri Paesi. Anche il rapporto 2015 conferma questa tendenza storica che deriva dalla sua impostazione originaria di una Istituzione avente il compito di dare attuazione all’art. 3 della nostra Costituzione: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana.”
I dati Ocse 2015 evidenziano il rapporto di probabilità che ha uno studente 15 enne di condizioni socioeconomiche basse di ottenere risultati scarsi rispetto a uno di condizioni economiche alte. L’Italia si colloca leggermente sotto la media.
Ma come già detto i problemi sorgono principalmente dopo i 15 anni visto che dallo studio emerge che fra i 27 enni l’incidenza delle condizioni socio economiche sulle competenze è decisamente sopra la media.
D’altra parte l’Italia nel 2016 risulta il 16% di studenti ha lasciato gli studi mentre la media europea è pari al 10%. La percentuale di diplomati nella fascia di età 25-34 è del 71% contro la media Ocse dell’82. E siamo il fanalino di coda anche per numero di laureati.
In conclusione bisognerebbe occuparsi di più degli anni di transizione tra la fine della scuola dell’obbligo e l’età dei circa 30 anni che sono importantissimi per sviluppare conoscenze. Sarebbe pertanto necessario che il governo si occupasse seriamente di garantire l’accesso ai corsi universitari dei più svantaggiati. Al contrario, negli ultimi anni le borse di studio ai bisognosi e meritevoli sono state ridotte in modo sensibile così come è calato il numero degli iscritti all’Università.
E nessun intervento è stato prodotto per incentivare le aziende a proseguire l’attività di formazione anche culturale dei propri dipendenti. L’ultima riforma ha poi resa obbligatoria la cosiddetta alternanza scuola lavoro per tutti gli studenti del triennio superiore scaricando l’incombenza sulle scuole senza preoccuparsi di garantire agli studenti un inserimento realmente formativo. In tal modo migliaia di studenti sono stati utilizzati dalla aziende per sostituire il personale in lavori di bassa qualificazione. Invece di intervenire nel post scuola tutti i governi degli ultimi anni hanno puntato sulla scuola producendo riforme che hanno avuto come comun denominatore la riduzione delle risorse pubbliche investite proprio nei segmenti della scuola di base che sono stati decisivi per garantire l’uguaglianza delle opportunità. Basti ricordare l’introduzione del sistema integrato pubblico privato nella scuola dell’infanzia che ha prodotto la riduzione del numero di bambine e bambini accedenti a questo grado scolastico, che anche l’ultima riforma in atto tende a ridurre al rango di servizio a domanda.
E la riduzione del tempo pieno nella scuola elementare e media a partire dalla riforma Gelmini del 2008 che continua ad essere negato a migliaia di alunni, senza alcuna inversione di tendenza. L’ultima riforma cosiddetta Buona scuola ha avuto come scopo primario l’inserimento della competizione, della meritocrazia, della valutazione, in una struttura che si fonda sulla cooperazione, andando pertanto in controtendenza rispetto alla funzione egualitaria da cui è nata la scuola pubblica democratica.
Non a caso nel famoso rapporto “La buona scuola” del settembre 2014 non compare neppure una volta la parola “uguaglianza”. Una riforma della scuola che ha preso a modello quello tedesco che è molto discriminante socialmente come si evince da tutti i dati, ma che poi è in grado di recuperare il gap grazie alla funzione formatrice che si svolge ad esempio nelle aziende.
In conclusione si può affermare che i governi degli ultimi 20 anni si sono occupati troppo di scuola e secondo una visione aziendalistica e molto poco del post scuola e ogni intervento è stato dettato non dalla necessità di garantire a tutti l’esercizio dei principi di uguaglianza e solidarietà a fondamento della nostra Costituzione e della possibilità di uno sviluppo del nostro paese nella società della conoscenza, ma dall’esigenza di ridurre i costi dell’istruzione.
epaselect epa05886383 A Russian man lays flowers to pay respect to the victims of an explosion at a metro station in Saint Petersburg, Russia, 03 April 2017. According to reports, at least 10 people were killed and dozens were injured in an explosion in the city's metro system. Russia's National Anti-Terrorist Committee said that the explosions hit a train between Sennaya Ploshchad and Tekhnologichesky Institut stations, media added. An anti-terror investigation is underway. EPA/TILL RIMMELE
La ferocia come legittima difesa? No. Grazie. Vale dentro un piccolo bar di campagna, vale dentro la tabaccheria rapinata, vale a San Pietroburgo, vale ovunque dove ci siano vittime che non hanno nulla a che vedere con le guerre che si giocano sopra le loro teste o sotto i piedi.
Alla notizia dell’esplosione nella metropolitana di San Pietroburgo (11 morti finora, all’ora in cui scrivo) insieme alle ovvie farneticanti felicitazioni di terroristi e paraterroristi si è dispiegata anche una certa malcelata soddisfazione per la punizione che quei morti indirettamente avrebbero compiuto nei confronti di Putin.
È il solito giochetto di chi convinto delle proprie ragioni crede di avere diritto a una ferocia, chissà perché, più nobile della ferocia degli altri. Quando il dramma succede per quelli che politicamente o umanamente sentiamo più vicini diventiamo ipersensibili alle ombre della solidarietà troppo timida o simulata mentre se accade per qualcuno che non amiamo allora lasciamo spuntare le unghie e affiliamo i canini.
No, grazie. Grazie, no. Sarò banale e buonista nel ricordami che morire per una bomba sia terribilmente crudele e ingiusto in qualsiasi nazione. Sarò miope nel credere ancora, ed esserne fermamente convinto, che un rivolo di sangue non abbia mai giustificazioni. Mai.
Mi interessano quegli undici corpi interrotti nella routine di una giornata di lavoro. Quelli. E se qualcuno ha intenzione di sventolare i cadaveri per un battaglia politica cedendo alla ferocia allora significa che il terrorismo ha già vinto, prima ancora delle bombe.
“La vendetta è una specie di giustizia primitiva alla quale, quanto più la natura umana ricorre, tanto più la legge dovrebbe mettere fine”, scriveva Francis Bacon. E sarebbe da ripeterselo tutto il giorno.
È bello poter tornare ad ascoltare il direttore Antonio Natali, sentirlo parlare con la consueta eleganza e profondità del Rinascimento fiorentino, nel film Raffaello il principe delle arti che da stasera al 5 aprile NexoDigital presenta in molte sale italiane. Ripercorrendo la formazione fiorentina dell’Urbinate, che fu accolto amichevolemente da Leonardo, che gli volle mostrare l’opera a cui teneva di più, quel misterioso ritratto della Gioconda da cui il giovane artista marchigiano rimase stregato. La rappresentazione dei “moti dell’animo”, la dinamica degli affetti, quella ricerca sull’invibile che rendeva vivi i volti nei quadri del maestro da Vinci, divenne il nuovo campo di studi di Raffaello che la declinò nella grazia femminile di Madonne con il bambino che non avevano nulla di sacro e di ieraticamente distante.
Questo film costruito in modo rigoroso dipanando il filo della storia, con interviste ai maggiori studiosi del Rinascimento e spettacolari immagini in 3D, ripercorre la breve e folgorante carriera di Raffaello fin dall’infanzia. Dopo la perdita della madre quando aveva solo 8 anni, a 11 anni, Raffaello perse il padre, dal quale aveva mutuato la passione per l’arte, ma anche per la scrittura. Da questo lungometraggio che mescola ricostruzione storica e inserti cinematografici emerge un ritratto a tutto tondo del pittore e dell’uomo Raffaello, che non fu genio solitario come Leonardo né tanto meno un artista introverso come Michelangelo dal quale cercò di apprendere la rappresentazione del movimento e la torsione dei corpi. Con ogni mezzo. Al punto di arrivare con la complicità di Bramante a spiare di nascosto il lavoro del Buonarroti, mentre affrescava la Cappella Sistina, come ricorda questo docufilm ricco di particolari biografici, realizzato da Sky, Musei Vaticani e Nexo Digital, in collaborazione con Magnitudo Film. L’ex enfant prodige Raffaello aveva l’umiltà di confrontarsi con i grandi maestri, cercando il modo per emularli ed arrivare a una propria visione, ad un proprio modo rappresentare i soggetti sacri e profani. Pur all’interno di una precisa poetica che puntava alla somma sprezzatura, cercando un effetto di semplicità e leggerezza, Raffaello non smise mai di sperimentare. Con la Madonna del baldacchino arrivò ad una cifra altissima e poetica ma anche – cosa insolita per lui cresciuto alla scuola del disegno tosco-emiliano – a sperimentare con il colore, regalando una «impaginazione sinfonica» a questa pala originariamente destinata alla brunelleschiana chiesa di Santo Spirito a Firenze.
Con la Madonna Sistina, poi, si aprì alla teatralizzazione dell’azione scenica, quasi anticipando il barocco (e dipingendo quei due indimenticabili angeli putti che, appoggiati alla balaustra, «guardano distratti e un po’ annoiati la scena sacra», come nota l’ex direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci). Per quanto le parti recitate risultino un po’ deboli questo film ha il grande pregio di raccontare molti aspetti della poliedrica personalità di Raffaello, compreso l’amore per l’antichità pagana e per lo studio che portò il Divin pittore non solo ad esplorare la Domus Aurea, ricavandone ispirazione per le grottesche della Loggia di Psiche nella dimora romana di Agostino Chigi, ma anche a scrivere con Baldassar Castiglione una famosa lettera a Leone X in cui l’artista si scagliava perfino contro uno dei suoi maggiori mentori, papa Giulio II, perché (come e più di gran parte dei suoi predecessori) aveva saccheggiato i marmi antichi per costruire monumenti cristiani e celebrativi del papato.
Prima di morire a soli 37 anni Raffaello riuscì anche ad essere un grande soprintendente, consapevole del valore universale dell’arte e pronto a battersi per la sua salvaguardia anche andando contro i poteri più forti.
Emergency services personnel and vehicles are seen at the entrance to Technological Institute metro station in Saint Petersburg on April 3, 2017.
Around 10 people were feared dead and dozens injured Monday after an explosion rocked the metro system in Russia's second city Saint Petersburg, according to authorities, who were not ruling out a terror attack. / AFP PHOTO / Olga MALTSEVA (Photo credit should read OLGA MALTSEVA/AFP/Getty Images)
Un’esplosione nella carrozza della metropolitana in viaggio tra due stazioni. L’orrore colpisce San Pietroburgo nel giorno in cui il presidente Putin fa visita alla città perla della Russia. La causa dell’esplosione, tra le stazioni Sennaya Ploshchad e Tekhnologichesky Institut, è ancora da definire nel senso che il tipo di ordigno usato non è ancora stato identificato. Un’altro ordigno è stato individuato in un’altra stazione della metro. Si parla di almeno 10 persone morte e di 50 feriti. Ma il russo Comitato nazionale anti-terrorismo, dice il bilancio delle vittime è di nove, con 20 feriti
Il presidente Putin, che nel frattempo ha lasciato la città, ha detto tutte le cause, terrorismo compreso, sono oggetto di indagine.
Il video postato su Instagram pochi minuti dopo l’esplosione mostra i soccorsi in arrivo
Che si tratti di un attentato terroristico è però quasi certo. La Russia aveva già conosciuto questo tipo di attacchi, a Mosca nel 2010 due donne kamikaze cecene si erano fatte saltare in due diverse stazioni della metropolitana. Nel 2011 era stato l’aeroporto di Domedovo, non lontano da Mosca, a essere preso di mira. In entrambe quelle occasioni i morti furono quasi quaranta. Nel 2009, una bomba era invece esplosa su un treno ad alta velocità in viaggio tra Mosca e San Pietroburgo, uccidendo 27 e ferendone 130.
Tutti questi attacchi sono stati rivendicati da gruppi islamisti, che il terrorismo in Russia è figlio delle brutali guerra condotte da Mosca in Cecenia e della tensione separatista – e spesso islamista – in Daghestan e in generale dalle vecchie repubbliche sovietiche a forte presenza musulmana – in Afghanistan e altrove gli uzbeki sono una parte importante dei foreign fighters. Ceceni combattono in Siria, Iraq e altrove dove ci sia la presenza dell’Isis o di altri fronti di guerra. A dire il vero, in Siria, combattono anche, aggregati alle forze russe, ma con un ruolo speciale dovuto alla loro conoscenza del nemici, 500 militari inviati dal presidente Kadyrov come omaggio a Putin.