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Stoccolma, un camion di birre sulla folla. Il premier svedese: «Si è trattato di un attentato»

«Tutto indica che si è trattato di un attentato», dice il primo ministro svedese Stefan Lofven. A Stoccolma, alle 15 di oggi (ora italiana), un camion ha fatto irruzione dentro un negozio di un centro commerciale, investendo diversi pedoni. Siamo nel centro della capitale svedese, all’incrocio con Drottninggatan, la via pedonale più frequentata della città. Al momento si contano almeno due vittime confermate e diversi feriti, ma un reporter della radio pubblica Ekot dice di aver visto almeno cinque persone morte.

La polizia – che tratterà l’accaduto come un «possibile attacco terroristico» – ha riferito di aver ricevuto chiamate dalla persona che era alla guida del camion, di proprietà dell’azienda produttrice di birra Spendrups. «Durante una consegna al ristorante Caliente qualcuno è saltato nella cabina del conducente ed è andato via mentre l’autista stava scaricando», ha confermato il direttore delle comunicazioni della ditta all’agenzia di stampa svedese TT.

C’è un uomo a terra, circondato dagli agenti, testimoniano invece alcuni dei presenti. La persona sarebbe stata fermata, anche se non è ancora chiaro se si tratti del camionista. L’area è stata isolata dalle forze dell’ordine e intanto il governo svedese ha convocato una riunione di emergenza. Mentre il Parlamento è stato blindato dalle forze speciali e la polizia ha invitato la popolazione a non avvicinarsi all’area di piazza Sergeltorg. Nello stesso punto in cui, l’11 dicembre 2010, due autobomba esplosero in quello che è il primo attentato suicida nei Paesi scandinavi.

«Renzi è un leader anni 90»

Il presidente dl Consiglio, Matteo Renzi (D), con il ministro della Giustizia Andrea Orlando durante la conferenza stampa al termine del Consiglio dei Ministri, Roma, 30 giugno 2014. ANSA/ANGELO CARCONI

Il senso della battuta di Andrea Orlando con cui titoliamo l’intervista (che troverete integrale da sabato 8 aprile in edicola) è abbastanza chiaro: Matteo Renzi è un leader – e non è detto che sia comunque il leader giusto – per tempi ipermaggioritari; io, il compagno Orlando, sono invece il segretario giusto (non per forza il leader) per tempi più proporzionali, quando serve una maggiore propensione al dialogo. Io, in sostanza, ho a cuore il partito (e mi commuovo quando penso alla lotteria della festa dell’Unità), Matteo Renzi ha invece dimostrato di aver a cuore soprattutto se stesso, non capendo per tempo, per esempio, che «sovrapporre il ruolo di premier e quello di segretario non ha aiutato a capire quando sbagliavamo».

In questo senso Matteo Renzi è un leader anni 90, individualista, anche se non ci è chiaro in quale decennio collocare invece lo sfidante. Sul prossimo numero di Left, in edicola e in digitale, a Luca Sappino Andrea Orlando ha detto però di più.

Ci ha detto alcune cose interessanti e altre che a noi suonano curiose. Tipo quella di dirsi convinto per primo che il 4 dicembre («ma già le elezioni 2013») abbia «bruscamente archiviato» lo schema bipolare, con tutto il mito dell’alternanza, e però dirsi anche convinto di poter «far sopravvivere in questa nuova fase l’idea della vocazione maggioritaria», costruendo «attorno a noi un campo largo di un centrosinistra politico e sociale» – insomma, alleandosi con Pisapia. A noi sembra invece che alla fine il Pd le alleanze le abbia sempre fatte (persino quello veltroniano, che scelse l’Idv) e che il punto, il cortocircuito, sia la natura stessa del Pd. Ma son punti di vista.

Tra le cose interessanti che invece ci dice (no: non gli abbiamo chiesto delle sue vicende amorose, che pure spopolano sui social) c’è questa: «nella sua mozione», gli chiediamo, «usa le “bolle”, le “echo chambers” dei social, dove gli algoritmi spingono gli utenti a interagire solo con chi gli è simile, per descrivere le dinamiche tra correnti nel Pd. Pensa sia una questione della sola politica o più profonda?». Risposta: «Credo sia più profonda. È un fenomeno sociale. Viviamo in una società in cui sempre più spesso prevale l’incomunicabilità. Abbiamo scoperto nuovi pianeti, ma spesso non sappiamo cosa avviene nel quartiere accanto al nostro».

L’intervista a Orlando è sul numero di Left in edicola da sabato 8 aprile

 

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A che gioco gioca Trump in Siria

epa05892465 US President Donald J. Trump participates in a television interview in the East Room shortly before attending an event hosting participants of the Wounded Warrior Project Soldier Ride, at the White House in Washington, DC, USA, 06 April 2017. A cycling event to help Wounded Warriors restore their physical and emotional well-being, the Soldier Ride also raises awareness of US veterans who battle the physical and psychological damages of war. EPA/MICHAEL REYNOLDS

Gli Stati Uniti non hanno più una politica estera. Oppure ce le hanno tutte. Pericolose. A due giorni dall’ennesima linea rossa passata dal regime di Assad con l’utilizzo di gas sarin in un bombardamento, e nonostante, dal punto di vista delle certezze assolute e delle indagini che in questi casi vanno fatte, gli americani hanno colpito una base aerea siriana.

I missili sono stati lanciati da due cacciatorpediniere della Marina – l’USS Ross e USS Porter e hanno colpito la base aerea di Shayrat nella provincia di Homs, da cui gli aerei di Assad che hanno condotto l’attacco chimico a Idlib sarebberi partiti. Gli obiettivi colpiti sono difese aeree, aerei, hangar e depositi di carburante.
Gli americani parlano di aerei e infrastrutture di supporto danneggiate pesantemente. La Tv di Stato siriana parla di aggressione e spiega che un attacco americano ha colpito un certo numero di obiettivi militari all’interno.


Il video del Pentagono

Il comunicato di Donald Trump, che ha ordinato l’attacco, è un fritto misto: si parla di «meravigliosi bambini crudelmente assassinati in una attacco molto barbaro» e del fatto che «Nessun bambino di Dio dovrebbe mai subire tale orrore» per poi fare riferimento al «vitale interesse per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti per prevenire e scoraggiare la diffusione e l’uso di armi chimiche letali…Anni di precedenti tentativi di modificare il comportamento di Assad sono falliti e falliti in maniera disastrosa». E questa è la ragione, si legge per cui «la crisi dei rifugiati continua e la regione continua a essere destabilizzata, minacciando gli Stati Uniti e i loro alleati… Invito tutte le nazioni civili ad unirsi a noi nel tentativo di porre fine al massacro e spargimento di sangue in Siria, ed anche per porre fine al terrorismo di tutti i tipi».

Da isolazionista menefreghista di quel che succede nel mondo a leader interventista del mondo libero nello spazio di un giorno. Vedremo che conseguenze avrà questo attacco, se l’amministrazione Usa deciderà di mettere in campo altro, deciderà di intervenire in Siria in qualche forma e a fianco di chi e cosa – non è facile capire con chi e come. O se questo è un modo di mostrare i muscoli alla propria opinione pubblica che non avrà conseguenze reali.

Ricordiamo che, quando Assad superò la linea rossa tracciata da Obama, che non ebbe conseguenze per il dittatore e rese la sua posizione molto più stabile, l’attuale presidente intimò al suo predecessore di non immischiarsi in Siria e non mandare soldati. Ricordiamo che pochi giorni fa gli Usa, a differenza dell’Europa, in consiglio di sicurezza hanno detto che l’uscita di scena del presidente siriano non è un requisito per la transizione e, infine, ricordiamo che da quando l’amministrazione è in carica si è avviata una qualche forma di distensione con la Russia e di innalzamento della tensione con l’Iran, entrambi alleati di Damasco. L’invito a combattere tutti i terroristi è un messaggio a Mosca, contraddetto dalle bombe contro Assad.

Oggi Mosca chiama le bombe americane «un’aggressione». Le prosime ore ci diranno se quella di Trump è una mossa per negoziare con Mosca, l’inizio di un intervento massiccio e senza chiari obbiettivi regionali, la discesa in campo a fianco dei turchi e dei sauditi e contro Assad, o cosa. L’impressione è che sia una reazione di pancia: Trump ha visto l’attacco chimico, capito che ha colpito l’opinione pubblica e deciso di fare qualcosa di visibile. Infilandosi in un pantano complicato in una fase in cui Assad sta vincendo sul campo o quasi. L’altra lettura possibile è ancora più interna: ieri il capo della commissione che investiga sui legami tra la campagna Trump e Mosca si è dimesso perché aveva comdiviso informazioni con personale dell’amministrazione in segreto. Le rivelazioni sul Russiagate sono una al giorno. E Trump attaccando vuole mostrare che lui non concorda nulla con Mosca. I prossi giorni, le prossime ore, ci diranno in che gioco si è infilato l’erratico presidente Usa. L’unica certezza è che è un gioco brutto e pericoloso.

Torturati ad avere ragione. Ma senza reato di tortura.

Un giovane militante del Genoa Social Forum fermato la notte fra il 21 e il 22 luglio 2001 dopo la perquisizione compiuta da polizia e carabinieri nella scuola Diaz, sede del Genoa Social Forum, a Genova. ANSA / LUCA ZENNARO

Non è una vittoria il risarcimento che l’Italia ieri ha dovuto riconoscere giocoforza a sei ricorrenti presso la Corte Europea dei Diritti Umani. No. Quei 45.000 euro (comprensivi delle spese legali oltre ai danni morali) nei confronti di sei cittadini per quanto subito nella caserma di Bolzaneto il 21 e 22 luglio 2001 sono la paghetta buona per sbolognarsi quello che qui da noi in molti considerano un semplice “incidente di percorso” se non addirittura una comprensibile eccesso di difesa da parte di un nugolo di forze dell’ordine degne dei sultanati che si finge di condannare in giro per il mondo.

La verità “giudiziaria” sui sanguinosi giorni di Genova, della Diaz e Bolzaneto è scritta nelle sentenze che in questi 16 anni: lì c’è tutto quello che si dovrebbe sapere (e si è saputo poco e male), tutto ciò che avrebbe dovuto aprire il dibattito (che ancora sedici anni dopo è mero tifo) e lì c’è tutto quello che sarebbe servito alla politica per fare politica. Chi ha seguito i processi non può accontentarsi di un “la verità, finalmente” che torna ciclicamente.

Per i fatti di Genova non ha pagato nessuno. Farsi carico di ciò che è successo avrebbe significato che oggi in Italia avremmo quella legge sulla tortura che sarebbe l’unico vero e sensato risarcimento dignitoso. Continuare a fare credere che lo Stato sia contrito per qualche gruppo di arrogantelli in divisa che, a detta loro, avrebbero fatto macelleria semplicemente per soddisfazione personale è un imbroglio.

L’unica indennità è una legge seria sul reato di tortura. L’unica indennità è scrivere nel codice penale l’argine perché non accada ma più o, se accade, non serva andare fino a Strasburgo. Non è così difficile.

Buon venerdì.

L’amore per l’umanità e la rivoluzione green

epa05619749 An Indian man and his family ride a bike during heavy dust and smog in New Delhi, India, 06 November 2016. People in India's capital city are struggling with heavily polluted air after smoke released from fireworks set off during the Diwali celebrations last weekend still lingers in the air of the metropolis. The air has forced many local schools - especially those run by the government - to close for the day and the Delhi government put a ban on construction and demolition works for five days. Visibility in the city has been reduced to 400 meters as Delhi pollution levels rose to 15 times more then the safe limit, a news reports said. EPA/HARISH TYAGI

Mai stata ambientalista in vita mia. Ho sempre fatto una fatica immensa a concentrarmi sull’ambiente soltanto. Per anni ho vissuto senza quello che mi circondava. A meno che non lo dovessi studiare. L’atteggiamento era certo di distacco. Più importanti gli uomini di piante, fiori e frutta. Di laghi e mari. Quelli erano sempre lì e sempre uguali. Gli esseri umani no, li dovevi cercare. E spesso non li trovavi, e non erano mai uguali. Tutte le energie erano lì. Poi gli ulivi, la gente che si aggrappa, che si rifiuta e che difende la propria terra. E prima le trivelle e il mare. E prima Taranto, l’Ilva e il cancro. E poi la connessione inevitabile tra vita umana e quello che la circonda. Tutto si intreccia perché tutto è intrecciato. Se rovino quello che mi circonda, distruggo qualcosa. È meno grave distruggere la natura di un altro essere umano? “Certamente” verrebbe da dire, ma se poi questa distruzione materiale diventa distruzione di altri esseri umani? Ilva Taranto cancro…

Allora ho pensato che dovevo unire due amori. Quello per un uomo o una donna o un bambino e quello per il sole, per il mare, per la montagna, per gli ulivi e per la terra rossa. Perché poi il nodo è questo. Come si uniscono due amori? Forse desiderando per quell’uomo, quella donna e quel bambino il sole, il mare, la montagna e gli ulivi più belli e più sani che si siano mai vissuti. Forse si fa così. Immagino il filo dell’amore, quello che si prova quando si guarda un bambino, un uomo, una donna, e quello che cerca un mondo bello abbastanza perché quel bambino (o ogni essere umano di oggi e di domani) non si debba ammalare ma anzi possa godere di un sacco di cose belle. Io per ora ho fatto così, poi ho trovato un condirettore che mi “appassiona” con l’ambiente, che mi spiega l’ozono troposferico e mi racconta che sua figlia non entra da McDonald’s. Ma soprattuto che sua figlia non ci vuole entrare da McDonald’s perché le patatine fritte le fa con lui (per ora!).

Ma a parte tutto questo, la storia è seria. Trump taglia i fondi per l’ambiente, rompe gli accordi sul clima di Parigi, mette in difficoltà il mondo mentre l’Italia continua ad essere codarda. Il G7 sull’energia è alle porte e il ministro Calenda si limita a fare il suo “minimo sindacale” presentandosi con un documento mediocre. Noi proviamo a spiegarvelo, proviamo a raccontarvi del 2012 e dell’uragano Sandy, proviamo a dirvi che se continuiamo così, presto saremo con l’acqua alla gola. E invece è ora di fare la rivoluzione green. E poi pure blue.

Ne parliamo su Left in edicola

 

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Che cosa non succede in Venezuela

TOPSHOT - Students opposing Venezuelan President Nicolas Maduro wearing gas masks throw back tear gas grenades at police police during a demonstration in San Cristobal, Venezuela on April 5, 2017. University students and police clashed Wednesday during a protest in the Venezuelan city of San Cristobal (western border with Colombia), with a balance of at least a dozen injured. / AFP PHOTO / George Castellanos (Photo credit should read GEORGE CASTELLANOS/AFP/Getty Images)

Studenti universitari si oppongono al governo Maduro, indossano maschere antigas per resistere ai lacrimogeni lanciati dalla polizia. Dodici i feriti. Venezuela, San Cristobal, confine occidentale con la Colombia, 5 aprile. Cosa non succede in Venezuela è il caso di dire. Violenze continue e uno scenario sempre più allarmante. Lo scontro tra governo e opposizione è sempre più aspro. La manifestazione contro il governo di Nicolas Maduro di mercoledì scorso a Caracas è degenerata in una serie di scontri violenti. Ai manifestanti, e persino al presidente dell’Assemblea Nazionale, è stato impedito di raggiungere la sede del Parlamento. Le forze armate hanno sparato contro il corteo. Obiettivo dell’opposizione era accompagnare il presidente del Parlamento, Julio Borges, e altri leader dell’opposizione fino alla sede dell’Assemblea per aprire un procedimento contro i giudici della Corte suprema che pochi giorni prima avevano esautorato il Parlamento delle proprie funzioni e consegnato tutto il potere nelle mani di Maduro e del Tribunale Supremo di Giustizia (Tsj). Ovviamente la partita in gioco supera i confini nazionali: il governo vorrebbe stringere accordi energetici con Rosneft, il colosso dell’energia russo. Mentre l’opposizione guarda a Washington, che ovviamente non gradisce alcun accordo con Mosca.

Il Parlamento Ue condanna gli accordi «con i regimi da cui fuggono i migranti»

Un'immagine dei migranti e rifugiati intrappolati in Grecia e costretti a vivere in condizioni degradanti a causa dell'accordo Ue-Turchia, che rischiano la vita con l'arrivo dell'inverno e del freddo, 14 dicembre 2016. ANSA / oxfam +++ ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING +++

Con la risoluzione approvata il 5 aprile, il Parlamento europeo ha di fatto bocciato i migration compact proposti dall’Italia e qualificato come non replicabili in altri Paesi gli accordi conclusi con la Turchia. In particolare l’Europarlamento si dice «profondamente preoccupato per il fatto che fra i Paesi prioritari figurino regimi repressivi che incarnano, essi stessi, la causa principale della fuga dei rifugiati dai loro Paesi». I 16 «Paesi prioritari» con cui l’Unione europea svolge dialoghi sono: Etiopia, Eritrea, Mali, Niger, Nigeria, Senegal, Somalia, Sudan, Ghana, Costa d’Avorio, Algeria, Marocco, Tunisia, Afghanistan, Bangladesh e Pakistan. Nel lungo testo della risoluzione, poi, si legge anche la condanna degli accordi di riammissione con Paesi terzi che non garantiscono il rispetto dei diritti umani e una tutela efficace contro la corruzione. «Rimettiamo al centro la solidarietà e i diritti fondamentali», ha detto l’eurodeputata di Possibile Elly Schlein.

Intanto in Italia…
Tutto questo mentre il Parlamento italiano prosegue dritto verso l’approvazione dei decreti Minniti-Orlando. Atti «blindati», hanno denunciato i deputati di Sinistra italiana Celeste Costantino e Daniele Farina, che hanno abbandonato i lavori in Commissione: «Abbiamo lasciato i lavori delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia per mettere fine a un rito non democratico su un decreto blindato, inemendabile, intoccabile e su cui il governo metterà la fiducia la prossima settimana. Sinistra Italiana è contraria alla giustizia su base etnica. I dispositivi contenuti nel decreto Minniti andavano cambiati ma se ne è negata a priori la possibilità. Bocciata ogni proposta diversa per la gestione dei flussi migratori e delle richieste di protezione internazionale. Il decreto Minniti ha sposato le linee di intervento delle destre italiane ed europee. Una cosa gravissima».

Clicca e leggi il documento

La condanna delle politiche di Trump
È inequivocabile il giudizio sulle misure adottate da Washington. Il Parlamento europeo «esprime forte preoccupazione per la recente decisione con cui l’amministrazione degli Stati Uniti vieta temporaneamente ai cittadini di sette paesi a maggioranza musulmana di entrare negli Stati Uniti e sospende temporaneamente il sistema di asilo negli Stati Uniti; ritiene che questo tipo di decisioni discriminatorie alimenti le argomentazioni xenofobe e anti-immigrazione, possa non essere conforme ai principali strumenti di diritto internazionale, ad esempio la Convenzione di Ginevra, e possa compromettere seriamente gli attuali sforzi globali verso un’equa ripartizione internazionale delle responsabilità per quanto concerne i rifugiati; invita l’Ue e gli Stati membri ad assumere una posizione comune forte nel difendere il sistema di protezione internazionale e la sicurezza giuridica di tutte le popolazioni colpite, in particolare i cittadini dell’Ue».

I dati sulle migrazioni
Tra le considerazioni del Parlamento, poi, troviamo un po’ di dati aggiornati. Dal quadro tracciato dall’Europarlamento – grazie ai dati forniti dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) e dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) – emerge che, nonostante l’aumento dei salvataggi, il numero di morti nel Mediterraneo continua a crescere (5.079 nel 2016 e 3.777 nel 2015, secondo l’Oim). La mobilità umana ha raggiunto livelli senza precedenti: 244 milioni di persone emigrano volontariamente o involontariamente. Le migrazioni internazionali avvengono soprattutto nell’ambito della stessa regione e tra Paesi in via di sviluppo e i flussi migratori Sud-Sud continuano a crescere rispetto ai movimenti Sud-Nord: nel 2015 erano 90,2 milioni i migranti internazionali nati nei Paesi in via di sviluppo che risiedevano in altri paesi del Sud del mondo, mentre 85,3 milioni nati nel Sud risiedevano nei paesi del Nord del mondo;
Le donne migranti costituiscono la maggioranza dei migranti internazionali in Europa (52,4 %) e Nord America (51,2 %), e il numero di minori non accompagnati che attraversano il Mediterraneo è in costante crescita. Nel 2015, 65,3 milioni di persone (un numero senza precedenti) è stato obbligato a sfollare a causa di conflitti, violenze, violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale nonché destabilizzazione: 40,8 milioni di sfollati interni e 21,3 milioni di rifugiati. Vite umane che si aggiungono a quelle degli sfollati a causa di calamità naturali, disuguaglianze, povertà, insufficienti prospettive socioeconomiche, cambiamenti climatici, mancanza di politiche adeguate. Negli ultimi cinque anni il numero di rifugiati è aumentato di oltre il 50 %. Infine, sono 6,7 milioni i rifugiati che vivono in situazioni di sfollamento protratto che, secondo le stime, si prolunga in media per 26 anni.

Cosa è successo ieri al Senato e perché Matteo Renzi è il principale indiziato per “l’incidente”

Matteo Renzi a un incontro nel quale ha presentato il ticket con Maurizio Martina per la segreteria Pd a Perugia, 26 marzo 2017. ANSA/ CROCCHIONI

Prima serve fare una breve cronaca per chi si fosse perso l’episodio o per chi, giustamente, non così addentro ai regolamenti parlamentari non avesse ben compreso il fatto, leggendo le sommarie ricostruzioni dei giornali, che si sono giustamente concentrati subito sulle reazioni politiche.

Lo hanno fatto, i giornali e gli editorialisti, perché in effetti quello che è accaduto ieri al Senato sarebbe stato un fatto più che marginale, in un altro momento. È successo questo: la presidente della commissione Affari costituzionale del Senato, Anna Finocchiaro, “nonna” se Boschi ne era la “madre” della riforma costituzionale, è stata come noto promossa, visto il successo, al governo, diventata ministro per i Rapporti col parlamento. Serviva dunque sostituirla, tenendo presente che il naufragar della riforma e dell’Italicum danno alla nomina un certo peso nel cammino della nuova legge elettorale (se ci sarà). Il Pd era convinto che non ci sarebbero stati problemi nell’eleggere Sergio Pagliari, uno dei suoi, renzianissimo. Che è stato però battuto, 16 a 11, in favore di Salvatore Torrisi, un alfaniano che ha fatto il reggente in questi primi mesi del governo Gentiloni. È sempre un membro della maggioranza e quindi non sarebbe nulla di grave.

Ma l’elezione – resa possibile dalla convergenza di opposizioni, alfaniani e bersaniani – è invece un caso politico. Perché se è vero che i bersaniani hanno così avuto modo di far notare il loro peso – senza di loro non ci sarebbe governo, salvo che il Pd non torni da Berlusconi – è vero anche che Renzi e i suoi hanno subito gridato al complotto, alla crisi, e messo in dubbio che Gentiloni possa così durare molto, chiedendo addirittura in un primo momento l’intervento del Colle – che generalmente non si disturba per cose così e per fatti che riguardano l’autonomia parlamentare.

Per Renzi l’occasione è insomma stata ghiotta – tant’è che c’è chi sostiene l’abbia ricercata – perché gli permette di creare un clima teso nei tempi giusti per preparare il terreno per eventuali accelerazioni dopo il voto delle primarie. «Punta al voto a settembre» dice Emiliano, che abbiamo intervistato la settimana scorsa, mentre questa vi proponiamo – in edicola da sabato – Andrea Orlando.

Una domanda, allora. Il Pd tra primarie, liti interne e referendum è veramente elemento stabilizzante della politica e della vita parlamentare? Non diamo noi la risposta, questa volta. (l’abbiamo suggerita con tante copertine dedicate alle contraddizioni di un partito omnibus) Suggeriamo però di chiedere un parere a Enrico Letta.

L’Italia lontana dall’Europa su aborto e fine vita

Rimandato a dopo Pasqua il nuovo step della ddl sul testamento biologico. Prima la resurrezione divina, poi, forse,  il 19 o il 20 aprile, faremo passi avanti nell’affermazione del diritto dei cittadini italiani ad una “morte opportuna” (l’espressione è di Welby), quando la malattia è ormai terminale. Così ha deciso l’Aula della Camera dove ieri è avvenuta una surreale discussione su una ridda di emendamenti al disegno di legge. Con interventi di crociati alla Buttiglione che confondono intenzionalmente i termini paventando che il biotestamento apra la strada al suicidio assistito e all’eutanasia. ( leggi Eutanasia, suicidio assistito, testamento biologico le differenze). Quando non ve n’è traccia in questa norma in discussione alla Camera che è quanto mai moderata, come abbiamo scritto e argomentato molte volte.

“La maggioranza Pd.M5s vuole introdurre l’eutanasia nel nostro ordinemento. Con questa legge  si riconosce il diritto  a poter morire per fame e di sete nella totale impotenza del medici, il quale diventerà un semplice necroforo. Stiamo denunciando in tutti i modi questa cultura della morte”. Così Alessandro Pagano della Lega Noi con Salvini. Lo citiamo per mostrare quanto siano prive di fondamento scientifico le argomentazioni dei conservatori cattolici che sietono nel Parlamento italiano.  Pagano sostiene che idratazione e alimentazione artificiale non siano trattamenti medici. Sembra di risentire gli anatemi dell’onorevole Quagliariello che urlava “assassini, assassini!”, sostendo che si volesse far morire di fame e sete Eluana Englaro, in stato vegetattivo permanente da oltre quindici anni dopo un grave incidente. Inascoltati dall’Aula furono allora gli interventi di medici e specialisti che ripetevano che per apportare idratazione e alimentazione artificiale occorre fare un intervento medico, fare un buco e inserire un tubicino. Cosa ben diversa da portare pane e acqua.  Ma i cattolici oltranzisti in Aula non intendono riconoscere questa banale evidenza, che li costringerebbe a rispettare la Costituzione: l‘articolo 32, infatti, prevede il diritto di rifiutare le terapie da parte del cittadino.

Visto l’ostruzionismo ingiustificato in Aula, l’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica organizza una mobilitazione sabato 8 aprile una mobilitazione in 18 piazze italiane insieme a medici, infermieri e operatori sanitari per chiedere l’approvazione della legge sul biotestamento.

“Il Parlamento continua a trascurare sottraendosi all’urgenza di approvare una legge che regolamenti il fine vita, è anche la richiesta dei medici e della grande maggioranza degli italiani”  Lo chiede il 77% degli italiani se condo l’indagine SWG del dicembre 2016  “Le libertà individuali e civili”.

“Di fronte a questa urgenza sociale e per evitare che si affermi la strategia del rinvio continuo portiamo il testamento biologico nelle piazze: a Milano, Roma, Firenze e Bologna medici e notai saranno a disposizione dei cittadini per informarli e dare loro la possibilità di autenticare gratuitamente le proprie disposizioni anticipate di trattamento”, dice  Mina Welby, co-presidente dell‘Associazione Luca Coscioni, con  Matteo Mainardi, coordinatore della campagna Eutanasia Legale. “Perché al di là delle polemiche e di nozioni faziose che rispondono agli interessi dei partiti, è importante che i cittadini siano informati sui loro diritti e su come tutelarli. È importante che la legge venga approvata affinché le disposizioni anticipate di trattamento, che oggi hanno validità solo in un’aula di tribunale, diventino per legge vincolanti e che in questo modo al paziente sia garantito il rispetto della propria volontà”.

Intanto è arrivata a 1.000 firme la ‘Carta dei Medici per il Testamento Biologico’ promossa da Mario Riccio, l’anestesista rianimatore  che aiutò Piergiorgio Welby ( leggi l’intervista al dottor Riccio) , fra queste figurano come importanto come il Carlo Alberto Defanti ( lo specialista di fama internazionale  che seguiva Eluana Englaro), Michele Galluci, Fabrizio Starace e Alfredo Mazza.  Spicca anche la firma di  Roberta Chersevani, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (FNOMCeO), che considera il ddl sul testamento biologico in linea con il Codice Deontologico, auspicando che il testo venga approvato in questa legislatura. Oggi sulla testa dei medici  in Italia pende una spada di Damocle, occorrono” esenzioni di responsabilità civile o penale per il medico che rispetti la volontà del paziente”. Possono essere previste nel rispetto di tutte le posizioni in campo dal momento che, ribadisce  Chersevani  “il ddl sul testamento biologico non prevede alcun appiglio a derive eutanasiche,”.  Proprio la  mancanza di tutele, spiega il presidente della Federazione nazionale dell’Ordine dei medici, è la ragione per cui nonostante il 71% dei medici siano favorevoli alla legalizzazione dell’eutanasia, solo uno su due sarebbe disposto praticarla. Questo dato emerge con chiarezza dall’indagine di Sanità Informazione  su 1.609 medici italiani.

L’associazione Coscioni che lavora per portare al centro della politica la voce di malati inascoltati, ha anche promosso, insieme al senatore Luigi Manconi, la proiezione al Senato lo scorso 29 marzo di un film importante La natura delle cose. Racconta Il dramma che vivono i malati affetti da patologie devastanti come la Sla. Prodotto da Ladoc di Lorenzo Cioffi e diretto da Laura Viezzoli è il frutto di un anno incontri e dialoghi tra l’autrice e Angelo Santagostino, filosofo ed ex sacerdote malato terminale di Sla, che di fronte al progredire della malattia arriva a maturare l’esigenza di interrompere una vita che non gli appare più tale, avendo perso quasi ogni possibilità di relazionarsi con gli altri, essendo prossimo a perdere anche quel movimento degli occhi che gli permetteva di comunicare attraverso un apparecchio speciale.  Presentato in anteprima al Festival di Locarno, premio Corso Salani al Trieste Film Festival,  il fim arriva in sala a Napoli martedì 11 aprile alle 21 al cinema Pierrot a Ponticelli.  Il tour del film con Movieday proseguirà tra Milano, Roma, Torino, Mestre, Ancona e Urbino.

Dopo che l’Italia è stata bacchettata dal Consiglio d’Europa e dal Comitato per i diritti umani dell’Onu perché non garantisce i servizi di interruzione volontaria di gravidanza, dopo che la Regione Lombardia ha deciso di far pagare le visite nei Consultori anche alle ragazzine  ( leggi Visite a pagamento nei consultori lombardi), una buona notizia arriva dalla Regione Lazio guida data Zingaretti che, su spinta dell’associazione di ginecologi Amica ha accetatodi avviare una sperimentazione che prevede la somministrazione della Ru486 nei consultori. A dieci anni dall’immissione sul mercato di  questo farmaco per l’aborto farmacologico considerato sicuro  dall’OMS finalmente anche in Italia, come già accade in gran parte dell’Europa, le donne che decidono di interrompere la gravidanza potranno farlo anche senza l’obbligo del day hospital. 

La Toscana presto darà il via libera alla somministrazione della Ru486 nell’ex ospedale e poliambulatorio medico IOT, dove si pratica anche l’aborto chirurgico. L’Emilia Romagna ne farà una somministrazione ambulatoriale e nei consultori.

Mentre in tanti altri Paesi la Ru486 si può acquistare in farmacia, da noi l’introduzione di questo farmaco è stata a lungo ostacolata, fu il medico Silvio Viale ad avviare la battaglia per l’aborto farmacologico, molto meno invasivo di quello chirurgico, con la sperimentazione iniziata nel 2005, dopo il parere favorevole del Comitato Etico dellaRegione Piemonte, ma senza l’assenso del Ministero della Salute allora guidato da Sirchia e Storace. Nel dicembre 2009 la RU486 è stata legalizzata in Italia. Nell’aprile 2010 Viale e i suoi colleghi dell’Ospedale S. Anna di Torino hanno iniziato la somministrazione ordinaria del farmaco; in un anno hanno somministrato la pillola RU486 a 1.011 donne, il 25% delle IVG (interruzioni volontarie di gravidanza) avvenute nell’ospedale. La Regione Piemonte è al primo posto in Italia nella somministrazione della RU486.

Clima ed energia, perché siamo con l’acqua alla gola e come ne usciamo

Il 9 e 10 aprile l’Italia presiede il G7 Energia di Roma puntando tutto su sicurezza energetica, sostenibilità economica e crescita. Al tema del surriscaldamento globale, che negli Usa deve fare i conti con il rigurgito negazionista che anima le politiche e i tagli di Trump, è dedicato un generico riferimento che fa da sfondo a scelte politiche ancora troppo legate alle fonti fossili, gas in testa (ma a carbone e petrolio ancora non si dice un no secco). Eppure le consapevolezza sui danni del climate change e sull’inadeguatezza delle scelte attualmente in campo per raggiungere gli obiettivi fissati al vertice sul clima di Parigi del dicembre 2015 è ormai diffusa.

Siamo “con l’acqua alla gola” – come titola Left la copertina di questo punto da diversi punti di vista. Intanto quello letterale: il Mediterraneo si è innalzato di circa 30 cm negli ultimi mille anni rispetto ad un aumento più che triplo previsto nei prossimi 100 anni (dall’Ipcc dell’Onu). In Italia, ci dice la nostra Enea, 33 aree rischiano di finire sommerse dalla costa tra Trieste e Ravenna (con un innalzamnto da 90 a 140 cm) alle pianure della Versilia, di Fiumicino, del Pontino, del Sele e del Volturno, fino a Catania, Cagliari e Oristano.
Siamo con l’acqua alla gola anche quando abbiamo a che fare con gli eventi climatici estremi, quelli delle ultime settimane in Colombia e in Perù e quelli – mai così frequenti, ricorda il servizio di Martino Mazzonis – degli ultimi anni nel Nord America e non solo.

La colpa è dei cosiddetti gas serra, che le attività umane hanno fatto aumentare come mai prima. In 250 anni siamo passati da 280 parti per milione (ppm) di anidride carbonica in atmosfera alle oltre 405 attualmente rilevate dalla Nasa e dalla Noaa. E 25 anni fa eravamo ancora a 356 ppm, il 14% in meno. Mai, i carotaggi nel ghiaccio antartico, c’era stata una così alta concentrazione di CO2 da un milione di anni (ma gli scienziati ci dicono che probabilmente non avveniva da 20 milioni di anni).

Su Left in edicola proviamo a raccontare cosa accade al Pianeta, ma soprattutto che cosa si sta facendo (ancora poco) e si potrebbe fare per invertire la rotta. Vi raccontiamo perché la Strategia energetica in arrivo – e in particolare il documento che il ministro dello Sviluppo economica Calenda presenterà al G7 Energia di Roma – sono ancora molto timidi, ancorati al rispetto degli obiettivi fissati dall’Ue, e non imprimono un’accelerata alla transizione energetica in corso. Di questa transizione diamo conto con un approfondimento di Pietro Greco sulle dinamiche globali delle ecoenergie, che vedono la Cina a fare la parte del leone, e attraverso un dialogo di Michela Ag Iaccarino con Bill McKibben, uno dei più influenti ambientalisti degli Usa, tra queli che hanno fermato la Keystone Pipeline prima che Trump la resuscitasse e che ora prova a fermare la lobby del carbone e del petrolio. Perché siamo con l’acqua alla gola, ma se si lavora davvero per fermarla il pericolo sventato potrebbe addirittura diventare un’opporunità.

 

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