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A Genova, il Tribunale dà ragione a Cassimatis. È il candidato sindaco M5s

Marika Cassimatis, ex vincitrice delle Comunarie del M5s esautorata da Beppe Grillo, esce dal Palazzo di Giustizia dove si e' tenuta l'udienza sul ricorso per la riammissione della sua lista, Genova, 7 aprile 2017. ANSA/ LUCA ZENNARO

Stavolta, fra la decisione di Beppe Grillo e i suoi attivisti, c’è un giudice. Stamattina, il magistrato Roberto Baccialini, del Tribunale di Genova, ha sospeso l’esclusione di Marika Cassimatis, che ora rientra in forza sulla scena politica come candidata sindaco del Movimento 5 stelle. La vincitrice delle comunarie del 14 marzo, era stata estromessa assieme alla sua lista per volontà del “garante”, a causa di supposti atteggiamenti contrari al Movimento 5 stelle, che ne avrebbero leso l’immagine. Fra questi, il sostegno – in era preistorica – all’allora ancora pentastellato sindaco Federico Pizzarotti.

Cassimatis non aveva nemmeno fatto in tempo a realizzare la “scomunica”, che già erano state indette nuove votazioni, allo scopo di confermare lo sconfitto Luca Pirondini come nuovo legittimo candidato sindaco. Ma appena l’insegnante si riprende, dà battaglia: aspetta 10 giorni di avere motivazioni ufficiali da parte di Grillo e dello staff in merito alla sua esclusione. Poi, in conferenza stampa, annuncia: porterò Grillo in tribunale.

Tribunale che ora si è pronunciato in suo favore, annullando anche la seconda votazione e riabilitandola come candidata scelta dall’assemblea – ovvero gli iscritti al Movimento 5 stelle. Va ricordato che il “Non-partito” è a tutti gli effetti un’associazione, sulla quale dunque si applicano non solo le norme del codice civile, Grillo non se ne abbia, ma anche quelle dello Statuto interno: entrambe prevedono che le votazioni dei soci siano vincolanti.

Resta però un dettaglio. Allo scopo forse di giocare d’anticipo sul pronunciamento del giudice civile, Grillo giovedì scorso ha sospeso Cassimatis dal Movimento. Il che significa, ora, che la candidata di diritto del Movimento 5 stelle, non potrebbe usare il simbolo del Movimento 5 stelle. Che è, di fatto, proprietà privata.

Per sapere come andrà avanti, restiamo sintonizzati. Su blog e tribunale.

Ma al di là della vicenda ligure, c’è un problema nel Movimento 5 stelle: non avere valori di riferimento all’infuori del Movimento 5 stelle stesso. A guidarli, non sono destra e sinistra – nonostante un’interessante analisi di Ilvo Diamanti oggi su Repubblica ne evidenzi il limite dovuto proprio degli estremismi degli elettori M5s, che obbligano il Movimento a non intraprendere scelte troppo “politiche” -, ma i due leader. Visionario uno, il defunto Gianroberto, irriverente l’altro, non a caso definiti “guru”.

Ora Casaleggio è morto, e l’eredità del pensiero e della gestione di partito e azienda sono nelle mani del figlio Davide. Che a Ivrea ha dato una sterzata netta a quello che deve essere il Movimento 5 stelle. Ci presentano, candidato alla guida del prossimo governo, un partito di ragazzi composti, seduti in platea ad ascoltare e imparare il futuro che le aziende – in maggioranza tecnologiche – possono offrirci.

Affidabili. Umili. Speranzosi. Benissimo.

Un messaggio che Grillo rilancia, stamattina, scrivendo sul blog che: «Non è più tempo di manifestazioni in piazza a carattere provocatorio, facili a sfogare nella violenza, è diventato il tempo di disegnare il nostro futuro, per questo siamo qui».

Poi però, si gira la carta e c’è l’altro, di Movimento. Quello della pratica di tutti i giorni, che scontra la libertà di pensiero e iniziativa dei singoli attivisti con i diktat dei proprietari dal marchio. Garanti dell’immagine del Movimento, meno delle persone che lo rappresentano sul territorio e per il quale lavorano tutti giorni.

Succede così che a Genova ora c’è una candidata sindaco del Movimento 5 stelle che però non potrà usare il simbolo del Movimento 5 stelle. Lei ha dalla sua parte il giudice, lui la proprietà del simbolo. E nel partito del blog, almeno sui territori, a guidare l’azione politica sono ancora i diktat del capo politico.
E un po’ di violenza, noi , qui la riscontriamo.

Come dialogherà con questo autoritarismo il nuovo partito aziendale? Come si declinano, nella pratica, gli alti valori e le grandi speranza lanciate dal palco di Ivra?

Spiace fare i prosaici, ma è un fatto di orientamento. Fateci capire nella pratica, non sui palchi, cos’è il Movimento 5 stelle

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Greenpeace a Calenda: «Italia poco ambiziosa su clima ed energie pulite»

All’apertura dell’ultimo giorno di lavori del G7 Energia a Roma, Greenpeace ha consegnato consegnando ai ministri delle potenze mondiali un gigantesco termometro, simbolo della temperatura del Pianeta che continua a salire. Al ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, presidente di turno del G7 energia, gli ecoattivisti hanno chiesto di isolare le posizioni negazioniste e anti-scientifiche della nuova amministrazione Trump, rappresentata al G7 Energia dal segretario del dipartimento energia Rick Perry.

Dal canto suo, Calenda ha rassicurato sul rispoetto deglo obiettivi fissati alla conferenza sul clima di Parigi del dicembre 2015, «ma questo non basta», spiega Luca Iacoboni, responsabile della campagna clima e energia di Greenpeace Italia. «Se davvero vogliamo mantenere l’aumento di temperatura entro i 2°C, o ancor meglio sotto la soglia di 1,5°C, bisogna fare molto di più. E l’Italia, che ha la presidenza di turno del G7, deve dare l’esempio non limitandosi a fare i compiti a casa ma facendo pressione su chi non sembra prendere sul serio i cambiamenti climatici». Al tema – e in particolare alla strategia troppo timida del governo italiano – è dedicata la copertina del numero di Left in edicola, con dati, testimonianze, reportage, e un’intervista a Bill McKibben, lader dell’organiGzazione ambientalista Usa 350.org.

Il ministro dello Sviluppo economico ha anche annunciato che nella settimana dopo Pasqua presenterà in audizione alla Camera la nuova Strategia energetica nazionale. «L’auspicio è che non sia l’ennesimo piano energetico basato sulle fonti fossili, ma purtroppo la decisione di separare la Sen dal Piano integrato energia e clima sembrerebbe confermare l’idea del ministro di mettere al centro del piano energetico il gas, relegando le energie rinnovabili a una fonte marginale, senza prendere impegni per un definitivo abbandono del carbone», continua Iacoboni. «Speriamo che il ministro ci smentisca con i fatti, ma ad oggi il governo sembra avere davvero poca ambizione. Non è questo ciò che ci aspettiamo da un Paese investito della presidenza del G7, e non smetteremo di farlo presente al governo».

Ne parliamo su Left in edicola

 

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È che ci vuole il fisico, per sapere non fare la guerra

epa05900612 US President Donald J. Trump walks on the south Lawn after arriving at the White House in Washington, DC, USA, 09 April 2017. EPA/OLIVIER DOULIERY / POOL

Angelino Alfano, ministro agli Esteri: «L’Italia comprende le ragioni di un’azione militare USA proporzionata nei tempi e nei modi, quale risposta a un inaccettabile senso di impunità nonché quale segnale di deterrenza verso i rischi di ulteriori impieghi di armi chimiche da parte di Assad, oltre a quelli già accertati dall’ONU».

Paolo Gentiloni, Presidente del Consiglio: «L’azione ordinata dal presidente Trump. È una risposta motivata a un crimine di guerra. L’uso di armi chimiche non può essere circondato da indifferenza e chi ne fa uso non può contare su attenuanti o mistificazioni».

Nicola La Torre, senatore del PD, presidente della Commissione Difesa al Senato: «L’azione USA è un’opportunità. Obama con Mosca sbagliava strategia. Ogni sforzo diplomatico era azzerato. L’attacco ha fermato la china criminale e può riaprire il negoziato».

Queste le dichiarazioni. E il commento, alla fine, non c’è nemmeno bisogno di scriverlo perché l’ha già detto come meglio non si poteva dire George Orwell nel 1938: «Una delle più orribili caratteristiche della guerra è che la propaganda bellica, tutte le vociferazioni, le menzogne, l’odio provengono inevitabilmente da coloro che non combattono».

Chissà quanto durerà ancora la litania di quelli che vogliono la guerra perché si smetta di fare la guerra.

Se anche la Svezia fa finta di non vedere

Una delle entrate del mercato di Kviberg, periferia di Goteborg, frequentato ogni weekend da 10-15 mila persone, quasi unicamente migranti. Nelle ultime settimane la polizia ha fatto diverse retate, alla ricerca di lavoratori senza permesso di soggiorno. © Jordi Perez Donat

Göteborg- Sotto il sole racchiuso dalle strisce, rossa e verde, di una sbiadita bandiera del Kurdistan, Abdullah stringe una tazza di tè ormai vuota mentre scruta il flusso incessante di passanti che attraversa la stretta via che congiunge il padiglione dei vestiti a quello degli alimenti. Il fratello Mahmood tiene sott’occhio una coppia di somali che da cinque minuti fruga nella cesta dei caricatori provando a incastrarne, a turno, gli spinotti nell’entrata di un vecchio cellulare Nokia. Due giorni a settimana i due fratelli, curdo-iracheni di Dohuk, vendono accessori elettronici al mercato di Kviberg, un complesso di casermoni costruiti a fine Ottocento per ospitare i reggimenti d’artiglieria di Göteborg. Ogni weekend si trasforma in un suq tentacolare, dove rifugiati e migranti storici possono trovare a buon mercato di tutto, da rasoi di seconda mano ai sottaceti libanesi, dagli hijab multicolori a vecchi Commodore, rari anche tra i collezionisti. Qui tutti i sabati e le domeniche migliaia di persone tastano la frutta, comprano scarpe, si tagliano i capelli e compiono tutti quei gesti che aiutano nel tentativo di ricostruire, da esiliati, un senso di normalità.

Abdullah e Mahmood sono molto tesi, qualche settimana fa la polizia ha portato via dodici persone con un’irruzione spettacolare tra le bancarelle. Già, perché tra i banchi di Kviberg ci sono anche loro: i papperslösa, i senza documenti, quelli che la Svezia del politicamente corretto non chiama “clandestini” ma che di fatto educatamente espelle. Sono gli ultimi della società, in fuga dalla polizia ma con la certezza che qualsiasi prospettiva è più allettante rispetto all’essere mandati a morire nei propri Paesi di origine. La coppia somala si allontana, non ha trovato il caricatore che cercava. Abdullah poggia la tazza e poi guarda l’orologio. Tra circa mezz’ora si smonta. Anche oggi, forse, si potrà tirare un respiro di sollievo.

Su Left in edicola il reportage di Joshua Evangelista e un racconto su Malmoe, città che i media di destra descrivono come una specie di Gomorra islamista.

Il reportage da Goteborg continua su Left in edicola

 

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Quel segno nero da cui nasce Primo Levi

Ho letto la storia di Primo Levi centinaia di volte, ho letto i libri di Primo Levi in ogni stagione vissuta sin qui della mia vita, e sento ancora quel tonfo per la tromba delle scale, forte, di quel giorno d’aprile di trent’anni fa, quando ho saputo che quella era la fine di Primo Levi. Perché il nero era tornato e aveva tolto tutta la luce. Sono trent’anni quest’anno che è morto Primo Levi. E quando ho letto questa sua vita disegnata che vita non è, come scrive l’autore Matteo Mastragostino nella postfazione («Questo fumetto non è la storia di Primo Levi, una sua biografia, ma è la storia del mio Primo Levi… e con questa storia chiudo il cerchio di una notizia sentita trent’anni fa, che mi è rimasta incollata nell’anima»), ho pensato che fosse un piccolo capolavoro. Tutto segno nero. Aggrovigliato. Che racconta di un momento facendone esplodere cento.

Ne parliamo su Left in edicola

 

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IL FUMETTO
Dal 13 aprile sarà in libreria Primo Levi, testo di Matteo Mastragostino e disegni di Alessandro Ranghiasci. Una rilettura personale dello scrittore torinese scomparso l’11 aprile 1987. Pochi mesi prima di morire Levi aveva visitato la scuola elementare di Ranghiasci, parlando dell’orrore di Auschwitz. E oggi anche quella memoria riaffiora nella graphic novel pubblicato da BeccoGiallo.

Mobilitarsi e disinvestire: la cura McKibben per Trump

«Nel luglio scorso Rolling Stone pubblicò un mio articolo in cui davo un po’ di cifre sul riscaldamento climatico. L’articolo, lungo e – pensavo – un po’ noioso, usciva su un numero che in copertina aveva Justine Bieber. Dopo un paio di giorni il direttore mi chiama: la versione online dell’articolo stava superando Justine per numero di visite e condivisioni». Così raccontava Bill McKibben nel 2012, prima di salire sul palco per lanciare una campagna di mobilitazione nazionale. Era il 2012 e l’uragano Sandy aveva appena cambiato la percezione degli americani di cosa sia l’effetto serra e di quanto il cambiamento climatico sia un’emergenza da affrontare.

Bill McKibben è un giornalista, autore e attivista ambientalista tra i più influenti degli Stati Uniti. Il Boston Globe lo ha definito «il più importante ambientalista americano» e Foreign Affairs lo ha inserito nella classifica dei 100 global thinkers più influenti. Il suo ultimo libro, Oil and Honey (2013), parte dalla storia di un apicoltore del Vermont per raccontare della necessità di mettere in connessione le azioni locali. L’obiettivo è fare pressione sui governi perché prendano decisioni risolutive per fermare il riscaldamento globale. Il suo primo libro, End of Nature, del 1989, è stato tradotto in 25 lingue.

McKibben è tra i fondatori di 350.org, campagna ideata per spingere le fondazioni di università e Chiese a disinvestire dalle compagnie che estraggono idrocarburi. Una strategia che in alcuni Paesi, dove le università e i sindacati hanno fondi investiti, ha avuto e continua ad avere molta efficacia. Come attivista è stato protagonista della più importante azione di disobbedienza civile degli ultimi anni, a Washington, quando il movimento protestò contro la XL Keystone pipeline che dovrebbe trasportare petrolio estratto dalle sabbie bituminose del Canada verso gli Usa. McKibben e molti altri si fecero arrestare. Il progetto venne fermato da Obama e oggi viene rilanciato da Trump.

Su Left in edicola, McKibben, intervistato da Michela Iaccarino, ci racconta di come gli ambientalisti possono e devono organizzarsi per fermare Donald Trump. Cosa fare e come farlo, perché, per fermare il riscaldamento climatico siamo già ampiamente in ritardo.
Sempre su Left in edicola, un racconto-reportage dei giorni dell’uragano Sandy e di come cambiò le cose. Un racconto del passato che potrebbe essere la normalità del futuro: con parti importanti di New York City e delle coste del New Jersey che, se non cambierà la dinamica del clima, prima o poi finiranno regolarmente sotto l’acqua.


Su Left in edicola:

Mobilitarsi e disinvestire: la cura McKibben per Trump di Michela Ag Iaccarino
È uno dei più influenti e partigiani ambientalisti d’America. Ha guidato le proteste che fermarono la Keystone Pipeline prima che Trump la resuscitasse. Dialogo con Bill McKibben, che ora prova a fermare la lobby del carbone e del petrolio

Manhattan sott’acqua. Cronaca di ieri e di domani di Martino Mazzonis
Nell’ottobre 2012 la costa est degli Stati Uniti venne spazzata dall’uragano Sandy e scoprì la propria vulnerabilità. Da allora cambiò l’attitudine nei confronti delle trasformazioni del clima. Fino all’arrivo di Trump alla Casa Bianca. Reportage dal passato

L’intervista e la storia di Sandy sono su Left in edicola

 

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Non sono solo “la sorella di” e vi racconto perché. Intervista a Manuela Diliberto

«Due anni fa pensavo bastasse scrivere un libro, che il difficile fosse quello, non pubblicarlo… Ho capito solo dopo che essere scrittori debuttanti non è facile. Anzi, qui è ancora più difficile che in Francia, in Italia ci vuole “il lancio” e allora, visto che comunque per un periodo sarei stata costretta ad essere, purtroppo e fastidiosamente, “la sorella di”, tanto valeva sfruttare la cosa. Mettere subito le carte in tavola e dichiararlo apertamente». A parlare è Manuela Diliberto, suo fratello è Pif, ex iena, conduttore televisivo e regista di La mafia uccide solo d’estate. Manuela nella vita ovviamente non fa solo la “sorella di”, oltre a lavorare come archeologa a Parigi, ha appena pubblicato L’oscura allegrezza il suo primo romanzo. «È il frutto di un lavoro lunghissimo, ho iniziato a scriverlo a19 anni e l’ho finito di scrivere solo due anni fa. Di getto, perché alla fine dopo averlo portato con me per tutto questo tempo avevo già tutto in testa» racconta. Il risultato è un libro sfaccettato e ricco di dettagli storici, ambientato più di cent’anni fa, ma comunque capace di farci leggere somiglianze con molti fatti che occupano quasi tutti i giorni le prime pagine dei quotidiani. 
C’è tutto in L’oscura allegrezza: la crisi economica, il lavoro che manca, i populismi e i nazionalismi che dilagano fra la gente, favoriti anche dalle politiche di un establishment sempre più miope e lontano dalle esigenze del Paese reale. I parallelismi funzionano talmente bene che ci si chiede “siamo sicuri che si tratti proprio del 1911?”. «I punti in comune con quello che succede oggi sono tanti» ci dice Manuela «nell’Italia e nell’Europa di allora aleggiava la stessa “paura di perdere” che ci ossessiona in questo momento storico. La paura di perdere il lavoro e dover emigrare; la paura di perdere la propria identità e quindi la necessità di riaffermarla con forza…», insomma innalzando muri o gridando “prima gli Italiani!” per dirla con retorica salviniana.
A tirare un fil rouge fra ieri e oggi sono anche le lotte sociali, le battaglie per i diritti dei lavoratori e per la parità di genere, cose che qualcuno probabilmente preferirebbe catalogare come relitti novecenteschi, ma che (per fortuna) sono più vive che mai. Basta pensare alle proteste in Francia contro la Loi Travail, dove per mesi la gente è scesa in strada, o alla marcia delle donne su Washington per manifestare contro l’elezione di Donald Trump, a favore della parità di genere. «Il passato e la storia funzionano da specchio, siamo quello che siamo stati. Leggere dei limiti e pregiudizi contro i quali si scontrava una donna nel 1911 ci dà un’idea dei progressi che abbiamo fatto, ma anche la misura di come, a più di cent’anni di distanza, molte ingiustizie continuino ad essere perpetrate. Il mondo è cambiato, certo, ma non così tanto e non quanto avremmo voluto», si infervora Manuela quando parla di parità di genere, almeno quanto la protagonista del suo romanzo, Bianca che prende a modello la rivoluzionaria Aleksandra Kollontaj.

L’articolo continua su Left in edicola

 

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Terrevive, ma non troppo

Man pulling red swiss chard from the ground in a plantation

Si chiamano in modo suggestivo – Terrevive, Campo Libero – oppure in modo più ambiguo – Banca della Terra – e vengono propagandati come un’opportunità per il ricambio generazionale in agricoltura. Sono i provvedimenti con cui il ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali, di concerto con il ministero dell’Economia e delle finanze, hanno dato il via da tre anni alla vendita e, in minima parte, all’affitto di migliaia di ettari di terreni, destinandoli innanzitutto agli agricoltori under 40. Terre dislocate soprattutto in Calabria, Puglia, Lazio, ma ci sono appezzamenti di rilievo anche in Toscana, Lombardia ed Emilia Romagna.

Aste al rialzo e Grande distribuzione
Coldiretti è entusiasta: «Negli ultimi anni stiamo assistendo a un vero e proprio ritorno alla terra, soprattutto da parte dei giovani», spiega a Left Maria Letizia Gardoni, leader delle Giovani imprese di Coldiretti. E ci fa notare che nel 2016 gli under 35 che hanno scelto di lavorare in agricoltura sono aumentati del 12%: un record se paragonato alla crescita di altri settori attestata sull’1%. «Questi risultati non sono un caso bensì il risultato di una serie di politiche», tiene a precisare Gardoni, riferendosi al decreto “Campo libero”, ai finanziamenti di Ismea. E, da ultimo, ma solo a livello temporale, al progetto Banca della Terra che, grazie a un sistema di mappatura delle terre permette di individuare i terreni agricoli di natura pubblica in vendita e riportare l’agricoltura anche le aree incolte. «Un progetto importante – secondo Coldiretti – perché a regime prevede la messa a disposizione di ben 22mila ettari di terra, valorizzando un patrimonio fondiario pubblico, a oggi scarso, e fornendo una soluzione concreta agli ostacoli che limitano un vero e duraturo ricambio generazionale in agricoltura, ovvero l’accesso al credito, alla terra e gli eccessivi oneri burocratici». Per Coldiretti, insomma, va tutto bene. Ma, è lecito chiedersi, se le aste sono al massimo rialzo mentre la Grande distribuzione organizzata impone il doppio ribasso e si accaparra così la produzione ortofrutticola (lo denuncia la campagna Filiera Sporca), quale modello di agricoltura c’è nei piani del governo?

Il viaggio nell’agricoltura italiana continua su Left in edicola

 

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Da Kuala Lumpur a Idlib, le foto della settimana

(Photo JUAN BARRETO/AFP/Getty Images)

2 aprile 2017. Mosca. Agenti di polizia russi pattugliano la Piazza Rossa. Più di 1.000 persone sono state arrestate a Mosca il 26 marzo durante una protesta anti-corruzione, una delle più grandi manifestazioni non autorizzate svolte durante i 7 anni di potere di Putin.
(VASILY MAXIMOV/AFP/Getty Images)

Il vagone danneggiato alla stazione della metropolitana di San Pietroburgo il 3 aprile 2017 per un attentato terroristico. (Photo STR/AFP/Getty Images)

L’ alluvione a Rockhampton, Queensland, Australia il 06 Aprile 2017. (Ansa EPA/DAN PELED)

4 aprile 2017. Van, Turchia. Una veduta aerea della diga sul lago Zernek. (Photo by Ozkan Bilgin/Anadolu Agency/Getty Images)

“Poesie di Neon”, una installazione luminosa, durante la settimana del Design a Milano. (ANSA)

4 aprile, 2017. Damasco, Siria. Dopo l’attacco aereo
(Photo ABDULMONAM EASSA/AFP/Getty Images)

(Photo AMER ALMOHIBANY/AFP/Getty Images)

5 aprile 2017. Poliziotti afgani distruggono un raccolto di papavero illegale nel quartiere Surkh Rod della provincia orientale di Nangarhar.
(Photo NOORULLAH SHIRZADA/AFP/Getty Images)

Mogadiscio, Somalia. Un’autobomba è esplosa in un ristorante nei pressi del ministero somalo della sicurezza interna. Almeno sette persone sono state uccise e 10 feriti. (Photo MOHAMED ABDIWAHAB/AFP/Getty Images)

Mosul, Iraq. Il campo profughi di Hamam al-Alil. (Photo by Carl Court/Getty Images)

5 aprile 2017. Scontri tra studenti e polizia durante una manifestazione a San Cristobal, Venezuela. (Photo GEORGE CASTELLANOS/AFP/Getty Images)

Studenti cinesi e i loro genitori durante un concorso di scacchi nell’Open Day in una scuola elementare a Shenyang nel nord-est della Provincia di Liaoning, (Photo TR/AFP/Getty Images)

Un barcaiolo nel lago di Srinagar, Kashmir. (Photo TAUSEEF MUSTAFA/AFP/Getty Images)

6 aprile 2017, New York. Times Square sotto la pioggia del primo mattino. (Photo TIMOTHY A. CLARY/AFP/Getty Images)

Una protesta contro il governo del presidente Nicolas Maduro a Caracas. (Photo UAN BARRETO/AFP/Getty Images)

Il pilota australiano Daniel Ricciardo e la sua auto durante la prima sessione di prove della Formula Uno Gran Premio di Cina a Shanghai (Photo JOHANNES EISELE/AFP/Getty Images)

Un murales su un edificio nel centro di Kuala Lumpur (Photo MANAN VATSYAYANA/AFP/Getty Images)

Maurizio Acerbo: «Per fare la sinistra occorrono idee, la forza di poterle dire e credibilità»

«Da noi non cediamo lo scettro, piuttosto la bicicletta per pedalare in salita», sorride Maurizio Acerbo. Da pochi giorni è stato eletto segretario di Rifondazione comunista, in un clima pacifico e con un ampio consenso, e con una sinistra unitaria da costruire. È venuto a trovarci in redazione, di buonumore come sempre. Ha riattaccato il telefono appena arrivato dicendo al suo interlocutore: «Ti lascio, sono arrivato nell’unica rivista di sinistra in Italia». Gli abbiamo fatto molte domande, eccone alcune.
Dopo 9 anni e in un Paese che si è trasformato sotto gli occhi di tutti, che partito ti lascia Paolo Ferrero?
Un partito che ha resistito ad anni di oscuramento mediatico, che ha tenuto la linea decisa nel 2008, di alternativa al Partito democratico che stava per nascere, avendo intuito che la mutazione genetica era oramai definitiva. E che ha fatto una lunga traversata nel deserto. Quelli che sono rimasti sono dei veri resistenti.
Ma è un partito che è rimasto fuori dal Parlamento e da molte amministrazioni locali.
Sì, ma sappi che, nonostante le nostre scelte ci abbiano portato a perdere la rappresentanza, rimaniamo la rete di militanti più diffusa e capillare del Paese.
Oscurati dai media, dici. Ma l’impressione è che anche all’interno della sinistra abbiate sofferto un certo isolamento. Mette imbarazzo la falce e martello?
Sicuramente c’è un’idea diffusa, anche tra le persone che la pensano come noi sui temi concreti, che la parola “comunista” sia impronunciabile. Ma il problema vero è stato soprattutto una forte tendenza a rifiutare la centralità del sociale. Penso, però, che questa fase sia ormai superata, adesso c’è la consapevolezza che le difficoltà della sinistra politica sono le stesse della politica sociale. Se davanti a un appuntamento come il vertice Ue del 25 marzo non si riesce a portare più di qualche migliaia di persone in piazza il problema non può essere solo che la sinistra radicale è fuori dal Parlamento. Quindici anni fa saremmo stati in 100 o 200mila.

L’intervista a Maurizio Acerbo su Left in edicola

 

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