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Spose forzate e poco istruite, per le bambine c’è ancora tanta strada da fare

international girls day, scolare yemenite
epa05220920 School girls stand on a bridge as they look towards historic buildings in the Old City district of Sana'a, Yemen, 19 March 2016. According to reports, the UN Special Envoy for Yemen, Ismail Ould Cheikh Ahmed, arrived in the Houthis-held capital Sana'a to resume the consultations with Yemen's warring factions, in a fresh attempt to put an end to the nearly year-long conflict in the war-torn country. Since 26 March 2015, the Saudi-led coalition has been launching military operations against the Houthi rebels and allied positions to restore power to Yemeni President Abdo Rabbo Mansour Hadi. EPA/YAHYA ARHAB

Sposate a forza e prima di diventare donne, tenute lontane dalle scuole, più povere e persino selezionate (nel senso di abortite) prima della nascita. Oggi è la V Giornata Internazionale delle Bambine e delle Ragazze proclamata dall’ONU e i dati diffusi dalle agenzie Onu e da altri centri studi e Ong non sono allegri.

A quanto riporta il dossier “Women, Business and the law 2016: Getting to equal” del World Bank Studyci spettano altri cento anni di iniquità tra uomini e donne, se manteniamo i trend attuali, contrariamente a quanto promesso dall’Agenda 2013 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile.
Benché le donne stiano conquistando sempre più spazio nei discorsi pubblici e in politica, collezionando le sue icone contemporanee, come la celebre giovane Malala Yousafzai – che a 17 anni ha ricevuto il premio Nobel per la pace  -, questa giornata dedicata alle bambine diventa l’occasione per fare il punto sulle battaglie che il genere femminile deve ancora affrontare. 

Secondo Save the Children, più di 700 milioni di donne al mondo si sposano prima dei 18 anni e una su tre lo fa prima dei 15 anni, per motivi di povertà, violenza sessuale e per convenzioni sociali. In questa classifica l’India risulta in testa con il 47 per cento delle ragazze sposate prima dei 18 anni (24, 5 milioni in tutto), seguita da Afghanistan, Yemen e Somalia, dove spesso le bambine meno abbienti diventano mogli a dieci anni. Il legame tra matrimonio precoce e povertà risulta evidente nei dati sulla Nigeria, dove il 40 per cento delle ragazze povere si sposa prima dei 15 anni, diversamente dalle coetanee benestanti che raggiungono a stento il tre per cento.

epa05211323 A primary school girl writes on a board at the Eastview School in Caledonia, Harare, Zimbabwe, 14 March 2016. Students most of whom their parents are low income earners and informal traders, learn under very poor facilities. EPA/AARON UFUMELI

 

La mortalità materna è – dopo il suicidio, che le donne tentano tre volte in più rispetto agli uomini – la maggiore causa di morte tra le adolescenti tra i 15 e i 19 anni, tanto che 70,000 giovani donne muoiono di parto o di complicazioni durante la gravidanza ogni anno prima di aver compiuto 18 anni. Secondo i dati dell’UNFPA (United Nations Population Fund), la selezione prenatale a sfavore delle femmine ha provocato l’aborto di 117 milioni feti femminili nel 2010, soprattutto in India e in Cina, che al momento sono i paesi più popolosi del mondo ma anche i più maschili a causa della selezione delle nascite. Un dato sbilanciato verso i paesi in via di sviluppo è anche anche quello della morte per parto, che nel 99 per cento dei casi riguarda donne provenienti da aree povere del mondo, per un totale di 287 mila all’anno. Un aspetto che rende più fragili le ragazze rispetto ai loro coetanei maschi è la mutilazione degli organi genitali, praticata soprattutto nei paesi del continente africano (Somalia, Guinea, Gibuti, Egitto, Eritrea, Mali, Sierra Leone, Sudan), dove più di 200 milioni di bambine e donne che vivono oggi sono state infibulate in 30 paesi, mentre 86 milioni nate tra il 2010 e il 2030 dovranno subirla.
Anche sul fronte HIV/AIDS le donne sono più a rischio degli uomini, con il 60 per cento in più di possibilità di contrarre il virus, soprattutto a causa di violenze sessuali.

epa05225109 Afghan school girls attend a class at a makeshift camp due to lack of proper school buildings, in Herat, Afghanistan, 22 March 2016. Although the Afghan Government and foreign NGOs have taken initiatives to enroll school children across the country, millions of children of school age remain deprived of education and illiteracy is still widespread. EPA/JALIL REZAYEE

La difficoltà ad accedere al mondo del lavoro è un altro indice rilevante nell’analisi della condizione femminile oggi: 155 paesi al mondo applicano leggi restrittive nei confronti delle donne sul piano delle libertà civili, compreso il lavoro. In 32 paesi le donne devono chiedere il permesso ai mariti o ai figli maschi per  avere il passaporto e per poter viaggiare, mentre in 19 paesi le donne devono, per legge, obbedire al marito su ogni fronte. Il paese che possiede il più alto numero di leggi contro la libertà femminile è l’Arabia Saudita (ne ha 29), seguito da Giordania (25), Iran, Afghanistan , Yemen, Sudan, Iraq e Siria con 19 leggi; in Europa la media è 2 (anche in Italia), mentre in Canada, Perù e Messico non ce sono affatto. Le restrizioni a scapito delle donne riguardano anche l’accesso delle bambine alla formazione scolastica: nei paesi arabi il 60 per cento delle bambine non frequenta la scuola, e benché la scolarizzazione mondiale negli ultimi anni sia aumentata (duplicandosi), questo dato è rimasto invariato dal 2000. ll lavoro infantile, invece, riguarda ancora 168 milioni di bambini nel mondo, la cui metà è coinvolta nel giro della prostituzione, soprattutto se si tratta di bambine tra i 5 e gli 11 anni.

Un dato allarmante riguarda anche le bambine e le donne che affrontano un viaggio migratorio, che nell’80 per cento finisce sul mercato della prostituzione europeo, dopo un viaggio in cui nel 90 per cento dei casi hanno subìto violenze e abusi.

Per quanto riguarda l’Italia, in occasione di questa giornata, la onlus Terre des Hommes ha lanciato la campagna #Indifesa accompagnata da un rapporto sulla condizione delle giovani donne. L’analisi registra in Italia un aumento drammatico della pornografia minorile, in aumento del +543 per cento, che colpisce nell’80 per cento dei casi giovani donne e bambine; in aumento risultano anche gli atti sessuali contro i minori di 14 e di 16 anni da parte di parenti stretti e affidatari (in aumento del +148 per cento): nel 2015 le vittime di abusi sono state 411 e nel 78 per cento dei casi si tratta di ragazze. Ma i nemici più feroci delle bambine e delle giovani donne, dice il rapporto, sono i coetanei maschi: secondo i dati del Ministero della Giustizia i maschi minori condannati per violenze sessuali sono 817 , mentre 267 sono i minori responsabili della pornografia e della prostituzione minorile.

Nella (fu) rossa Bologna maxi sgombero all’occupazione di corso De Maria

Momenti di tensione durante lo sgombero da parte delle forze dell'ordine di una palazzina occupata abusivamente da oltre un centinaio di persone, famiglie con diversi minorenni, alla periferia della città Bologna 11 ottobre 2016. ANSA/GIORGIO BENVENUTI

«Spray urticanti, nonostante la presenza di minori e persone malate. Cariche all’interno dello stabile con una testa rotta, e fuori sei contro i solidali accorsi», denunciano da Bologna mentre è in corso lo sgombero in corso di De Maria. All’alba di oggi, 11 ottobre, i blindati della polizia e dei carabinieri hanno chiuso le strade agli incroci con via Tiarini e via Niccolò dall’Arca. Anche l’ingresso alla stazione di via Carracci è stato chiuso, tra le proteste dei pendolari.

Lo sgombero riguarda lo stabile occupato in via Mario De Maria 5, alla Bolognina, dove da più di due anni e mezzo vivono decine di famiglie italiane e straniere. È l’ultima occupazione abitativa del collettivo Social Log, seguita agli sgomberi dell’ex Telecom e dell’edificio in via di Mura di Porta Galliera.

Tutto intorno allo stabile, gli scontri tra polizia e manifestanti. In via Matteotti, dove il traffico è stato bloccato da cassonetti spinti in strada. E in via Carracci dove si è formato un presidio di una trentina di attivisti, dietro lo striscione: «La casa è un diritto». L’intero quartiere nella mattinata è stato travolto dalle tensioni. Gli scontri si sono spinti fino a piazza dell’Unità. Traffico in tilt.

«Hanno tolto acqua e luce, stanno tagliando i cancelli dentro il palazzo. Le famiglie sono comunque determinate a resistere. Ci chiediamo dov’è l’assessore alla casa Virginia Gieri e dove sono i servizi sociali», protesta Fulvio di Social Log. Mentre la consigliera di Coalizione civica Emily Clancy denuncia che le viene impedito di assistere alle operazioni di sgombero. «È questa la politica abitativa del Pd del sindaco Merola e di Renzi», dicono per le strade di Bologna.

#instaleft, la libertà in uno scatto

Si è conclusa un’altra settimana e sul nostro Instagram ci ha tenuto compagnia la giovane fotografa Tay Calenda che da Parigi con i suoi scatti ci ha raccontato la sua idea di libertà. Ecco alcune delle foto che vi sono piaciute di più:

Invitation au voyage II { invito a viaggiare II } Credits : @tay_calenda

Una foto pubblicata da Left (@leftavvenimenti) in data:

Under the métro in Paris. Sotto la metropolitana di Parigi. Credits : @tay_calenda

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Under the métro in Paris. Sotto la metropolitana di Parigi. Credits : @tay_calenda

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Infrared II Credits : @tay_calenda

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Little Worlds Uranus Credits : @tay_calenda

Una foto pubblicata da Left (@leftavvenimenti) in data:

Questa settimana invece sarà la volta di Angelo Grande che potrete seguire sempre qui. Ve lo presentiamo:

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Photo credit Rocco Corselli

Angelo De Grande (in arte Ade) é uno storico dell’arte, appena dottorato alla Sorbona. Lo studio dei grandi classici e una passione trabordante per l’immagine in tutte le sue declinazioni fanno di Angelo un personaggio fuori dal comune. Abbiamo a che fare infatti con un pittore, fotografo, incisore, filmaker e grafic designer che va dove la curiosità lo trascina anche contro la sua volontà.
Ecco qualcuna delle foto scattate da Del Grande per Left

Danza con la luna @angelo_de_grande @francisiracusa

Una foto pubblicata da Left (@leftavvenimenti) in data:

I confini sono spesso invisibili. @angelo_de_grande

Una foto pubblicata da Left (@leftavvenimenti) in data:


progetto a cura di Francesca Fago

Sharing e gig economy: più flessibili, non più contenti

Gig economy: Un ciclista fa consegne per Uber
epa05562244 A delivery by bike of Taxi service Uber on the way in Amsterdam, The Netherlands, 29 September 2016. Meals of local restaurants will be served by couriers on bike. EPA/KOEN VAN WEEL

La prima foto che illustra Independent work: Choice, necessity, and the gig economy rapporto McClatchy sul lavoro indipendente (freelance, autonomo, precario, chiamatelo come volete) è quella di un dog sitter. Segno che anche i grafici che lavorano per il gigante della consulenza alle imprese sanno che nelle economie avanzate il lavoro autonomo è difficile da definire: si va dall’autista Uber, al dog sitter, dal consulente finanziario, al softwtarista freelance. A seconda di chi sei, dell’ambito nel quale lavori, del Paese dove vivi, cambia tutto.

Il primo dato che salta agli occhi è quello quantitativo: nel rapporto si parla di 162 milioni di persone che lavorano come lavoratori indipendenti tra Stati Uniti ed Europa. Ovvero una percentuale che oscilla tra il 20 e il 30% della popolazione in età da lavoro – se guardiamo alla popolazione attiva, quindi, gli indipendenti sono ancora di più. Numeri che confermano quel che sapevamo già: nell’Occidente sviluppato il lavoro dalle 9 alle 5, dipendente e strutturato non è più la realtà nella quale viviamo. La flessibilità sembra destinata a crescere e con essa dovrebbero cambiare i ritmi della società, gli orari delle strutture rigide (dalla scuola, agli uffici pubblici), gli strumenti di tutela e welfare, l’organizzazione familiare e la distribuzione del tempo tra uomini e donne.

L’altro dato importante del rapporto McClatchy riguarda la volontarietà dell’indipendenza: il 14% del totale è autonomo per costrizione, il 16% fa un secondo lavoro indipendente perché non guadagna abbastanza, il 30% invece è soddisfatto della propria indipendenza. Infine ci sono quelli che fanno un lavoro indipendente come seconda fonte di reddito per scelta e non per necessità.

La verità è che siamo di fronte a una gamma infinita di incroci e possibilità. Ci sono i giovani americani in carriera che non hanno ancora esigenze familiari e che adorano la flessibilità totale perché possono lavorare di più o di meno a seconda di esigenze, bisogni, scelte. Ci sono gli adulti scandinavi o olandesi che hanno una rete di protezione che non discende dall’occupazione, ci sono i lavoratori di molti Paesi del Sud europeo che l’indipendenza se la sono vista imporre a partire dagli anni 90, quando, come ricorda il rapporto, quello che veniva percepito come un eccesso di rigidità del mercato del lavoro ha prodotto riforme nel senso della flessibilità che hanno creato un mercato a doppia velocità: da una parte i garantiti dall’altra gli indipendenti – che in questo caso possiamo chiamare precari. L’Italia, con il suo sistema arretrato, ha insomma anticipato la gig economy, ma non ha mai adattato il suo sistema di welfare alla flessibilità introdotta. Ne parliamo da 20 anni senza passi avanti. Infine ci sono gli indipendenti part-time: chi oltre al lavoro affitta case su Airbnb, fa l’autista part-time per Uber, fa l’imbianchino nel weekend, è anche un produttore artigianale e vende le sue cose online.

Una dimostrazione secca di questa teoria è l’infografica che troviamo proprio nel rapporto, relativa ai soli dati raccolti dagli istituti di statistica (che forniscono numeri tendenzialmente più bassi di quelli di McClatchy). Le parti in azzurro e celeste rappresentano le percentuali di lavoro autonomo e temporaneo. Come si nota, le percentuali si somigliano, ma dicono cose diverse: in Svezia e Germania una rete di welfare molto potente consente l’indipendenza per scelta nel 70-74% dei casi, in Spagna, gli indipendenti per forza sono il 42%. Grecia, Italia e Spagna (nell’ordine) hanno tassi più alti di inattività e disoccupazione. Ulteriore differenza: in questi Paesi l’indipendenza non volontaria prevale su quella volontaria. Il lavoro, insomma, è più precario.

Quanti lavoratori autonomi in Europa e negli Stati Uniti? Il grafico

Per molti, la capacità di scegliere gli incarichi ed esercitare il controllo su quando e come lavorare è una novità positiva. Questo vale soprattutto per i giovani, che secondo i dati raccolti nel rapporto (che non comprende tutti i Paesi elencati nella tabella qui sopra) lavorano come indipendenti nel 50% dei casi. E un po’ anche per le donne, sebbene spesso la loro sia una scelta imposta da esigenze di lavoro di cura. I più poveri, e questo è un dato che va sottolineato, sono in percentuale quelli dove il lavoro indipendente è più diffuso. Segno di un mercato del lavoro che offre posizioni precarie per lavori nei servizi poco qualificati. In America questa è una tendenza che ha caratterizzato i primi anni della ripresa occupazione post-2008.

A questo ptoposito è interessante un’altra indagine, solo americana, stavolta, condotta da Deloitte e pubblicata lo scorso agosto. Su 4mila persone che lavorano nella cosiddetta gig economy (il lavoro da freelance, temporaneo a contratto) intervistate, il 67% preferirebbe un lavoro stabile. Solo il 41% ritiene che la flessibilità offerta sia un vantaggio importante, ma il 56% ritiene che un reddito stabile e alcuni benefici di welfare, che negli Usa sono molto legati all’occupazione, sono un vantaggio maggiore. Le donne vedono nella flessibilità un benefit nel senso che riescono meglio a combinare la vita familiare con quella lavorativa, ma sono meno soddisfatte degli uomini dalla gig economy. Segno forse che occupano più spesso posizioni meno pagate?

La minoranza non crede all’apertura di Renzi. Giustamente

Gianni Cuperlo perplesso
Gianni Cuperlo arriva alla sede del PD, per la direzione nazionale del partito, a Roma, 10 ottobre 2016. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

«Da quando sono segretario non ho mai vissuto un momento senza polemica interna», si lamenta Matteo Renzi, che vanta di aver fatto 31 direzioni nazionali, convocandole tutte lui – «anzi noi», si corregge ricordandosi che il presidente dell’assemblea sarebbe Matteo Orfini – perché così aveva promesso durante le primarie e per lui «gli impegni con gli iscritti valgono più dei maldipancia dei leader». Si lamenta della minoranza interna, ovviamente. «Non facciamo caminetti, noi parliamo qui. Noi», dice ancora Renzi che vorrebbe così bacchettare Pierluigi Bersani e Gianni Cuperlo, colpevoli di aver esternato ancora una volta le loro sofferenze sul referendum costituzionale, sui giornali, pubblicamente. Un po’ come faceva Renzi ai tempi della rottamazione, si può notare, ma all’epoca evidentemente i panni li si poteva lavare un po’ ovunque.

Arriva comunque con una sua strategia ben studiata, Matteo Renzi, nella direzione che è stata descritta come la più dura e che invece sarà seguita – come ovvio – da altri capitoli dell’appassionante love story tra Renzi e la minoranza dem. «La vostra risposta è no. Ma qual era la domanda?», dice sarcastico Renzi, che accusa la minoranza di muoversi per partito preso, giusto per dargli contro. L’accusa arriva ma è presto respinta. Gianni Cuperlo è il primo big intervenuto in direzione, che prende la parola per dire che no, «non è vero» che la minoranza ha solo polemizzato con Renzi e che anzi qualche complimento in due anni e passa di governo gli è pure stato fatto. Cuperlo però prende la parola soprattutto per annunciare che lui, se Renzi alla fine lo «costringerà» a votare no, si dimetterà da deputato: «Perché chi è vecchio non è sempre vecchio e chi è nuovo non è sempre nuovo», dice Cuperlo convinto di aver assestato un bel colpo.

Renzi in realtà è impassibile, convinto di aver messo la minoranza all’angolo con la proposta di mediazione: «È mio compito farmi carico del problema politico che per alcuni di voi rappresenta il combinato disposto tra legge elettorale e riforma costituzionale» ha detto con aria responsabile prima di proporre che in Senato sia al più presto incardinata la legge elettorale che normerà l’elezione dei senatori, la legge scritta dalla minoranza e che giace in Senato da mesi, e che nel partito sia invece varata una commissione per sondare gli altri partiti sulle modifiche da apportare all’Italicum («Ma siamo alle allucinazioni», dice Renzi a chi gli chiede di fare mea culpa: lui lo terrebbe così). Ma c’è un problema: «il prima possibile», per la legge sui senatori, è comunque dopo la consultazione referendaria, e la commissione per l’Italicum, anche, è solo un percorso, nulla di certo, e anzi molto di fumoso. E questo è l’appiglio della minoranza. Che a Renzi non crede. Ma rimane ancora un po’ sul «Nì».

«Il punto non è accontentare la minoranza», dice infatti Roberto Speranza, «il punto è capire che il meccanismo tra riforma costituzionale e legge elettorale cambia la nostra forma di governo». Una forma da respingere, ovviamente, «perché la tua proposta è insufficiente», continua Speranza, che chiede invece che – «come è stato per l’Italicum» – ci sia subito una proposta del Pd e del governo: «Perché non si può consentire a una piccola minoranza di diventare maggioranza nel parlamento. E non lo dico perché ho paura che vincano i 5 stelle. Anche se fossimo noi, non si può governare solo per il meccanismo del ballottaggio».

#Pinottirisponda. La ministra della Guerra tutta querele e niente risposte

La bomba peggiore la Pinotti se la sta fabbricando in casa, nel suo ufficio tetro di quel ministero in cui da sempre si scambia l’opportunità del silenzio con un’omertà che fa comodo a chi governa e solo a loro: la ministra alla Guerra balbetta qualcosa mentre dalla Procura di Brescia escono i numeri impressionanti di ordigni fabbricati in Italia e impacchettati per essere sparati sullo Yemen colpendo, al solito, anche qualche civile cha passeggia sulla strada sbagliata.

Lei, la ministra più silenziosa del West, si difende dicendo che l’azienda che fabbrica armi ha base in Germania e quindi le carte sono a posto. Sembrerebbe una barzelletta se non fosse che nel caso in cui davvero le cose stiano come pensano in molti (Amnesty International Italia, Rete Italiana per il Disarmo e la magistratura, tanto per citarne qualcuno vedi qui) si tratterebbe di sbadataggine criminale.

Criminale? Vedo già qualcuno crucciarsi. E allora lo riscrivo: criminale e illegale. Illegale perché contro la legge italiana (e le convenzioni ONU) e criminale perché l’oppressione dei sauditi sugli sciiti dello Yemen è figlia di un intervento militare che non è mai stato autorizzato dalle Nazioni Unite, se non addirittura condannato.

Il dubbio di contribuire alla morte di civili dovrebbe far rizzare i capelli a tutti: opposizione, populisti, patrioti, sinistri e destri dovrebbero bussare alla porta del ministero finché non apra qualcuno per dire qualcosa di sensato e significativo. E invece lei, la Pinotti, si gode la distrazione di un Paese concentrato più sulla legge elettorale rispetto alle persone e può permettersi, beata lei, di minacciare querele a chi pone le domande che non le garbano. Poveri noi.

È vero che, viste le frequentazioni della Pinotti, con una querela comunque alla fine ci andrà bene. Ce la caviamo con poco.

Risponda, Pinotti. Risponda.

«Così lavoriamo sotto le bombe». L’intervista video a un medico di Aleppo

La situazione ad Aleppo è drammatica e gli ospedali, da mesi, faticano a far funzionare i loro presidi sanitari. Alcuni sono stati attaccati e resi inagibili in questi giorni. Il video di Medici Senza frontiere qui sotto è un resoconto della situazione fatto da un medico che vive e lavora nella città assediata.

L’organizzazione internazionale ricorda come in città ci siano solo 35 medici nella zona est di Aleppo e solo sette di loro sono in grado di effettuare interventi chirurgici su feriti di guerra, secondo gli ultimi dati della Direzione della sanità. “I pazienti hanno accesso limitato alle cure sanitarie nei pochi ospedali ancora attivi e parzialmente funzionanti.

Soltanto tra il 6 e l’8 di ottobre, gli ospedali nell’est di Aleppo hanno riferito di aver ricevuto almeno 98 feriti, tra cui 11 bambini, e 29 persone uccise dagli attacchi aerei. “Durante i pesanti bombardamenti, i pazienti feriti dormono davanti agli ospedali, perché le sale e i corridoi sono pieni”, racconta Ahmed Laila, capo della Direzione della sanità di Aleppo est.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) inoltre, gli ospedali e le organizzazioni mediche sono preoccupati per le scorte di carburante, essenziali per il funzionamento dei servizi e delle 21 ambulanze che attualmente stanno lavorando in una zona di circa 250.000 persone. «Il blocco ha portato, tra le altre cose, alla mancanza di carburante che ha paralizzato la città. Le strutture mediche sono sul punto di rimanere senza elettricità, il che potrebbe bloccare la loro attività salvavita», aggiunge Pablo Marco, coordinatore delle operazioni di MSF in Medio Oriente.

Quattro grandi ospedali di riferimento supportati da MSF sono stati bombardati nelle zone controllate dall’opposizione nel Governatorato di Damasco rurale. Questi incidenti fanno parte di un’intensa campagna militare da parte del governo siriano e dei suoi alleati sulle aree controllate dall’opposizione.

Su Left in edicola dall’ 8 ottobre parliamo di Siria

 

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Italia, si brucia! Otto nuovi inceneritori all’orizzonte

Otto nuovi impianti di incenerimento da realizzare. In barba alle politiche ambientali, il governo ha autorizzato otto nuove strutture pronte a fare il loro “sporco” lavoro.
Il motivo, si legge nel Decreto del Consiglio di ministri approvato la settimana scorsa (leggi qui), è far fronte al «fabbisogno residuo complessivo di incenerimento calcolato su scala nazionale», in maniera da ridurre il quantitativo di rifiuti diretto in discarica (oggi quasi il 40%).
Citando la Direttiva europea del 2008, infatti, il testo premette che “il recupero energetico dei rifiuti rappresenta un’opzione di gestione da preferire rispetto al conferimento in discarica dei rifiuti”. Vero. Peccato che la suddetta classifica metta l’opzione incenerimento come penultima, da preferire sì, alla discarica, ma solo dopo aver tentato e messo in atto azioni di riduzione della produzione, recupero e riciclo.
Ad aumentare, da direttiva europea così come stando alla legge italiana, dovrebbe essere la percentuale di raccolta differenziata e riciclo, fissata come obiettivo minimo al 65% del totale. L’Italia attualmente si aggira attorno al 45%. E il Consiglio dei ministri ne tiene conto, tanto che nel decreto si legge che gli impianti sono pensati proprio per partendo dal residuo di quel – per ora solo stimato – dato. Come a dire, rispondendo preventivamente a prevedibili obiezioni: “se anche arrivassimo al 65% di differenziata, gli impianti servirebbero lo stesso”.

Obiettivo del Decreto: bruciare 1.830.000 tonnellate di rifiuti in più all’anno. Ovvero un terzo del quantitativo attuale (5.910.099 t/a). Le regioni individuate a svolgere il compito, sarebbero nel Centro-sud e nelle isole: Umbria, Marche, Lazio, Campania, Abruzzo, Puglia, Sicilia e Sardegna.

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A lanciare l’allarme, Marco Affronte, biologo ed eurodeputato del Movimento 5 Stelle da sempre molto attivo e puntuale nella denuncia ambientale. «Cosa rischia l’Italia? La salute, prima di tutto, ma anche una bella multa per infrazione europea», scrive sul blog di Grillo. Gia, perché per quanto riguarda l’impatto ambientale dell’operazioni, il Piano, «non ritenendo che sussistano i presupposti necessari per sottoporre a valutazione ambientale strategica i contenuti programmatici generali», rimanda l’operazione alle singole Regioni, che avranno la responsabilità di valutare attraverso procedura di VAS ed eventualmente autorizzare o meno ciascun inceneritore. In realtà, la Valutazione starebbe al governo, come confermato dalla risposta (leggi qui) all’interrogazione depositata da Affronte in Commissione europea ad aprile scorso. Possiamo dunque prepararci a incassare l’ennesima proceduta d’infrazione sul tema?

Comunque, ora la palla passa alle Regioni. E sono proprio i territori che potrebbero riescano a bloccare, come spesso accade, le intenzioni del governo centrale. Per esempio aumentando le buone pratiche e rendendo inutile la costruzione di nuovi termovalorizzatori. Le amministrazioni locali, infatti, possono “presentare al Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare una richiesta di aggiornamento del fabbisogno residuo regionale di incenerimento dei rifiuti urbani e assimilati”, proprio «in seguito ad adeguamenti, riduzione della produzione dei rifiuti e maggiore riciclaggio», spiega il deputato grillino.

 

La controrivoluzione dell’Est. E il ritorno al passato dell’Europa

Manifestazione contro il governo in Polonia. Cartelli contro Beata Szydlo, Jaroslaw Kaczynski
epa05293019 Participants carry puppets of the Polish prime Minister Beata Szydlo (L), Law and Justice (PiS) leader Jaroslaw Kaczynski (C) and Polish President Andrzej Duda (R) as they gather to take part in the 'We are and will remain in Europe' opposition march in defence of democracy organised by Polish Committee for the Defence of Democracy (KOD) and Polish opposition parties Civic Platform (PO), Nowoczesna and Polish People's Party (PSL) in Warsaw, Poland, 07 May 2016. The march is an expression of support for Poland's presence in the European Union. EPA/RADEK PIETRUSZKA POLAND OUT

Da sabato 8 ottobre Népszabadság, il principale quotidiano di opposizione ungherese, dopo più di 60 anni di attività, non è più in stampa. E il suo sito sito nol.hu è stato chiuso. Il gruppo Mediaworks, proprietario della testata, ha liquidato il fatto con ragioni di sostenibilità finanziaria. Ma in 2mila sono scesi per le strade di Budapest per esprimere solidarietà ad alcuni tra gli ultimi giornalisti non allineati a Viktor Orban. L’episodio avviene a meno di una settimana dal referendum sulle quote di rifugiati perso per un pelo. E dopo un’ultima edizione del giornale che vedeva la pubblicazione di indagini sulla corruzione di alcuni alti ufficiali di Fidesz, inclusi il governatore della Banca centrale e il portavoce di Orban.

L’idea di Europa del blocco dell’est, viene enunciata da Jaroslaw Kaczynski, storico leader dei nazionalconservatori polacchi in un’intervista a Repubblica: «O l’Europa si riforma ascoltando ogni Stato nazionale membro, o sarà la disintegrazione». Il leader de facto del Paese messo sotto accusa dall’Unione europea per la libertà di stampa, aggiunge: «La ‘correctness’ limita la libertà di parola, religione, dibattito, decisioni. E assistiamo alla liquidazione della democrazia da parte di gruppi di pressioni. Ci opponiamo a ciò, in Polonia e in Europa. Per questo ho parlato con Orbàn di controrivoluzione, sebbene per tradizione polacca preferiamo chiamarla rivoluzione che aiuti a conquistare la libertà». «Tutti in Europa dobbiamo tornare al concetto di Stato nazionale, sola istituzione capace di garantire democrazia e libertà».

Con le sue sparate Kaczynski ci ricorda che nell’Est Europa c’è un “focolaio di guerra anti-Ue” pronto a esplodere. Fatto dal suo Paese e da quello di Orban, ma anche da Repubblica Ceca e Slovacchia, gli altri due del gruppo di Visegrád. È ai primi giorni di settembre 2016 che bisogna far risalire il colpo di fulmine tra Viktor Orbàn e Jaroslaw Kaczynski, quando per la prima volta si sono fatti vedere insieme, a Krynica, nel sud della Polonia. È qui che cominciano a tessere l’attacco all’Unione europea, in vista del vertice di Bratislava dove poi hanno optato per parole morbide, ma chiare, chiarissime. Chiedono la modifica dei Trattati comunitari, a partire dalle regole sui migranti.

L’idillio è stato coronato da metafore d’amore equestre: «Se ti fidi di qualcuno, diciamo in Ungheria, allora puoi andare con lui a rubare cavalli. E noi ungheresi andiamo con piacere a rubare cavalli assieme ai polacchi», aveva detto Orban in quella occasione. E Kaczynski ha risposto: «Ci sono alcune stalle nelle quali possiamo rubare cavalli assieme agli ungheresi, una di queste, particolarmente grande, si chiama Unione europea». Lui: Orban, 53 anni, con il suo partito il Fidesz comanda in Ungheria dal 2010 ma dal 1989 agita le piazze di Budapest contro le truppe sovietiche. L’altro: Kaczynski, 67 anni, più volte premier e ministro. Ha condiviso per anni il potere con il fratello gemello Lech, morto da presidente in carica nel 2010 in un incidente aereo. Il suo nemico numero uno è il liberale Donald Tusk (oggi presidente del Consiglio europeo) che lo ha tenuto all’angolo per molto tempo, fino a ottobre 2015, quando i nazionalconservatori del Pis (Diritto e giustizia) sono i tornati al potere. E non sono i soli a percorrere le autostrade dell’odio all’interno dell’Ue. Ed è a loro che rivolge la chiamata di Kaczynski: «Ovunque i populisti si rafforzano, dalla Germania con la AfD alla Francia con Marine Le Pen. Non penso che ella vinca le elezioni ma è giovane, ha tempo. O guardi alla Lega Nord, ai partiti populisti scandinavi. Non so come sarà l’Europa tra 6 anni. I 5stelle in Italia stanno sorpassando la forza di governo, un partito antieuropeo è al top della popolarità in Olanda, vediamo strane forze di sinistra antieuropee in Grecia e Spagna. Possono far esplodere la Ue».

Il ritorno al passato dell’Est è fatto di leggi che limitano l’informazione, di controverse riforme costituzionali, di misure economiche contro le imprese straniere e contro le banche. Di tentativi, fermati dalle proteste, di fare passi indietro sui diritti delle donne. E, soprattutto, di guerra ai migranti. «L’arrivo dei migranti mette a rischio la nostra sicurezza e finirà per annullare la nostra identità culturale e storica», si alternano i due leader della destra che cavalcano «le assurde quote di ripartizione nella Ue». Orban non ha vinto il suo plebiscito anti migranti il 2 ottobre, ma solo per poco.