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Socialista e libertaria, la Barcellona di Ada Colau

epa05077421 Leader of 'En Comu Podem' (In Common We Can) and Mayor of Barcelona, Ada Colau speaks to supporters at their headquarter following the count of votes in the elections, in Barcelona, Spain, 20 December 2015. Spanish voters began casting their ballots in parliamentary elections that will determine the country's next coalition government, with polls indicating that no party is likely to win enough seats to govern alone. Spanish Prime Minister Mariano Rajoy's conservative People's Party is facing off against the Socialist Workers' Party, the liberal Ciudadanos party and left-wing Podemos. EPA/MARTA PEREZ

Diretta, schietta, immediata. Quando parla, ci guarda fissa negli occhi. Non abbassa mai lo sguardo, nemmeno alle domande più scomode. Non sembra conoscere il politichese né linguaggi intellettualoidi. Ada Colau, 42 anni, viene dal popolo: «Sono cresciuta in un quartiere povero e fin da piccola mia madre mi portava alle manifestazioni durante la Transizione. Ho sempre fatto politica in strada, mi sento un’attivista per i diritti sociali». Dai movimenti di lotta per la casa alle istituzioni: sindaca di Barcellona, dal giugno 2015. Il grande salto.
Ci accoglie nell’Ayuntamiento. Il Comune è un palazzo stile barocco. Lo sfarzo. Ci sediamo su un divano in una sala magnifica con affissi vari Mirò. La sua stanza. «Era già così, non c’è niente di mio» quasi si giustifica Colau, la quale ci indica una foto sulla sua scrivania, «è l’unica cosa che ho scelto e voluto». L’immagine ritrae l’anarchica antifranchista Federica Montseny. «Qualche giornalista mi chiede se è mia nonna, figuriamoci!», sorride. Si stempera la tensione. Una capacità innata di creare empatia col prossimo. La pasionaria degli Indignados. Nella conversazione ci impone di utilizzare il tu: «Ho sempre ammirato l’Italia.

Il tuo è un governo di minoranza, con Barcelona en Comù hai ottenuto 11 consiglieri su 40, e la maggioranza è 21. Quanto è complicato mediare, di volta in volta, con gli altri partiti?
Le maggioranze politiche le costruiamo in base agli obiettivi e in questi giorni stiamo negoziando per poter ampliare il governo e approvare i bilanci. Certo, non è facile. L’aspetto peggiore è dialogare con partiti che hanno decenni di esperienza nelle istituzioni e utilizzano “mezzucci” di ogni tipo: in pubblico affermano una cosa, in privato ne fanno un’altra. Fanno i propri interessi non quelli di Barcellona. In questo clima, non è facile resistere e siamo ancora lontani dalla costruzione di una nuova egemonia. Però, Barcelona en Comù, facendo campagne sociali e ora dal governo, ha già cambiato l’ordine del giorno e la storia della città: il contrasto alle ingiustizie sociali e alle asimmetrie di potere si collocano come dorsali dell’agenda politica. E ancora, il governo della città ha incoraggiato il dibattito e l’azione contro la riapertura dei Cie; Barcellona si è dichiarata città ospitante e una base logistica di accoglienza e sostegno per i rifugiati.
Da un punto di vista economico i municipi sono stritolati dal Patto di Stabilità. Stai pensando a delle formule per resistere ai diktat dell’Europa e ai paradigmi dell’austerity?
Devono esistere, per forza, ne va della vita della democrazia. Se questa è l’Europa, l’Europa è finita, non serve più. È stata fondata per uscire dall’orrore del nazismo e della Seconda guerra mondiale, per dire: “mai più”. E adesso abbiamo milioni di persone alle nostre frontiere che muoiono perché si bunkerizza. Questo ha a che fare con il tema del debito: l’Europa dei mercati si è imposta sull’Europa delle persone e sta portando a una sofferenza ingiustificabile perché le risorse, in realtà, ci sono, ma sono gestite in modo diseguale. Stiamo parlando di una crisi globale dove c’è un vulnus di democrazia, non è un discorso che riguarda solo Barcellona, la Spagna o l’Europa.


 

L’intervista continua sul n. 15 di Left in edicola dal 9 aprile

 

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Referendum trivelle, è anche una questione di sovranità popolare

Il referendum sulle trivelle in mare del 17 aprile ha molto da raccontare sulla crisi democratica che travolge il nostro paese.
In linea generale, come è noto, in Italia gli istituti di democrazia diretta sono soltanto due. Il primo è l’iniziativa legislativa popolare, più volte utilizzata dalla società civile nella storia repubblicana ma sistematicamente disconosciuta dagli organi legislativi ed esecutivi, al punto che nessun disegno di legge così proposto è mai arrivato neppure alla discussione in aula.
Il secondo è il referendum abrogativo, per il quale è previsto dalla Costituzione un quorum di validità. Tale quorum, anziché essere declinato in uno sforzo bipartisan per la riuscita delle consultazioni focalizzando la competizione sul confronto nel merito, si è tradotto nei decenni in una odiosa prassi consolidata: quella per cui i sostenitori di turno del No fanno sistematicamente campagna per l’astensione con l’obiettivo di boicottare la partecipazione e quindi lo strumento stesso.
L’ultima di una lunga serie di pronunciamenti in tal senso arriva da quello stesso PD che nel 2011 si stracciava le vesti tacciando di anti democraticità la propaganda astensionista dell’allora governo Berlusconi. Una giravolta di 180 gradi in un solo lustro, a conferma che la nomenclatura del partito che si definisce “democratico” è di fatto priva di significante.
Per sottolineare la stridente contraddizione tra slogan e pratiche del partito di governo, durante la Segreteria Nazionale PD tenutasi lunedì scorso 4 aprile, le oltre 200 associazioni che integrano il Comitato Nazionale Vota Sì per Fermare le Trivelle hanno recapitato al segretario del PD Renzi una lettera che invita caldamente a ritrattare la posizione a favore dell’astensione – osteggiata peraltro da diverse nelle anime che si muovono nel PD – e ad accettare un confronto pubblico che verta per una volta sul merito del quesito referendario.
La stessa genesi della consultazione alle porte segna il passo di un progressivo e discutibile processo di accentramento di poteri in capo ai ministeri, a scapito degli enti locali e dunque delle comunità che subiscono sulla propria pelle gli impatti di progetti estrattivi, produttivi, di smaltimento.
Non è un caso che – spinte dall’azione infaticabile di centinaia di comitati e realtà sociali attive lungo tutto lo stivale – siano state 9 regioni italiane, di cui 7 governate dallo stesso PD, a proporre formalmente il referendum, in rotta di collisione con il governo a causa della continua erosione di poteri e facoltà in materia di valutazioni di impatto e di rilascio di concessioni. Tentativi a volte sventati, ma che segnano nel complesso una chiaro disegno ispirato ad un neo-centralismo molto pericoloso per la tenuta democratica del paese.
Nell’epoca della post-democrazia, restituire facoltà di parola e decisione ad enti di prossimità e cittadinanza è unico argine possibile a questa erosione degli spazi di partecipazione. Un solo esempio, legato all’attualità: l’ascolto delle reiterate denunce dei comitati della Val D’Agri, prese in carico per tempo dagli enti preposti, avrebbe squarciato molto prima dell’azione della magistratura il velo sulle pratiche illecite adesso contestate dall’ordinanza della Procura di Potenza.
Per queste ragioni – e per molte altre che attengono all’urgenza di costruire una visione alternativa del bel paese, basata non sulle fonti fossili ma sul patrimonio artistico-culturale, sulle vocazioni economiche territoriali e orientato a un orizzonte di decarbonizzazione dell’economia – andare a votare il 17 aprile vuol dire anche e prima di tutto difendere e rivendicare l’esercizio di una sovranità che, almeno finchè non proporranno di modificare anche l’articolo 1 della nostra bistrattata Costituzione, appartiene ancora al popolo e non agli apparati di potere.

Ttip e Ttp, se fossero gli elettori di Sanders e Trump a farlo saltare?

«Sono qui perché da 30 anni canto della differenza che c’è tra l’American Dream e la vita reale. Quella differenza l’ho vista mentre crescevo con i miei genitori operai del New Jersey e in mille altri posti. A volte la differenza tra ricchi e poveri si riduce. Negli anni 60 è successo. Ma la differenza tra quei momenti alti e la vita di tutti i giorni è grande e voi questo lo sapete, lo sappiamo tutti». A parlare a 3mila persone assiepate nella palestra di una scuola è Bruce Springsteen. Siamo nel 2012 a Parma, in Ohio, e il pubblico accorso ad ascoltare lui e l’ex presidente Clinton che fanno campagna per Obama è composto di omoni vestiti con pesanti felpone grigie con il cappuccio, signore corpulente, cappellini e giacche di pelle, jeans. La folla che ha fatto ore di coda per entrare è la middle class operaia che quando era giovane si innamorava con le ballate del Boss e ascoltava “Born to Run” in macchina con la cassetta di Budweiser nel sedile del passeggero. Le canzoni del boss parlano di loro.
C’era una ragione per cui in Ohio i democratici mandavano Springsteen e Bill Clinton e non Obama: la middle class bianca della Rust Belt, la cintura della ruggine industriale d’America è il tallone d’Achille del partito. E, per parlarci, serve un campione assoluto come Springsteen e l’ultimo presidente che è riuscito a farsi votare in massa dagli operai bianchi.
Quattro anni dopo il mondo è cambiato ed è identico: i candidati alle primarie parlano molto a quella gente che si sente dimenticata. E la working class sembra rispondere. A rivolgersi con le parole giuste a queste persone, in Ohio, Wisconsin, Michigan, Indiana, Minnesota, Pennsylvania sono Bernie Sanders e Donald Trump con i loro strali contro il commercio internazionale. «Ci riprenderemo i nostri posti di lavoro dalla Cina e da tutti gli altri Paesi», è una frase che il miliardario newyorchese ripete in ogni comizio. Quanto a Sanders, ci tiene a ricordare che lui è sempre stato contro i trattati commerciali «pensati per le corporation», non come la Clinton, che su questo insegue.
I due outsider delle primarie di entrambi i partiti hanno vinto in molti Stati della Rust Belt o in quelli con un elettorato simile dal punto di vista demografico: poche minoranze, molti lavoratori ed ex lavoratori industriali – o un passato da Stato industriale che mantiene quella cultura pur in un mondo radicalmente mutato. I temi sono i medesimi, l’esportazione di posti di lavoro verso la Cina e il Messico, la necessità di introdurre regole o dazi, ma la posizione cambia a seconda del pulpito.
Trump fa sfoggio di posizioni isolazioniste e protezioniste, promettendo di mettere in riga la Cina e gli altri Paesi che manipolano le valute; e sa bene che affrontando tali temi tocca un nervo scoperto in quel grande bacino di pubblico che sono i bianchi lavoratori ed ex lavoratori industriali che hanno visto scomparire le fabbriche. Bernie Sanders usa un tono più serio, ma sempre populista, ricordando come gli accordi di commercio internazionale abbiano danneggiato il lavoro e contratto occupazione, produzione e livelli del reddito. Né dimentica di citare i danni prodotti all’ambiente, negli Stati Uniti e nel mondo. Su Trans-Pacific partnership (Tpp) e Transatlantic trade and investment partnership (Ttip), i trattati commerciali con Asia ed Europa in discussione in questi mesi, anche Hillary Clinton ha preso le distanze dall’amministrazione Obama, ed è stato forse l’unico strappo di una campagna che per il resto tende ad identificarsi con il presidente. Il senatore del Texas Ted Cruz è meno netto, ma anche lui insiste sulla necessità di far tornare posti di lavoro in America. Insomma la verità è che i trattati commerciali non sono popolari.


 

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La politica del governo alla prova le difficoltà dell’alternativa

Quello che sta avvendo in Italia ha un interesse che supera le Alpi, va oltre i confini nazionali. Una sinistra sta provando a governare contro le idee di sinistra, facendo propri i dettami del neo liberismo, ideologia del capitalismo finanziario che domina l’occidente e gran parte del pianeta. Da qui derivano jobs act e Sblocca italia, fastidio per i sindacati e incentivi a pioggia per le imprese, l’emendamento che favorisce Total e la svalutazione dei contratti e del lavoro.Questa “sinistra” pretende di fare gli interessi generali, affermando la priorità della politica. Non, beninteso, con l’ambizione di cambiare l’ordine mondiale o la Costituzione materiale dell’Europa, ma per difendere il sistema Italia. Da ciò discende lo sbattere i pugni sul tavolo chiedendo più flessibilità, il sì all’accordo con la Turchia in cambio di aiuti anche al nostro Paese, il tentativo di concentrare ogni risorsa nelle mani del governo che redistribuirà sotto forma di decontribuzione fiscale e di bonus.

Una tale concezione della politica sottende la riduzione dell’esercizio della democrazia alla semplice scelta del governo. Si voti un premier cui affidare, per cinque anni, il ruolo di sindaco della nazione. Le maggioranze siano espressione di un’unica volontà politica, alle minoranze resti un diritto di tribuna. Il tentativo di non far raggiungere il quorum il 17 aprile, come quello di trasformare il referendum costituzionale d’ottobre in un plebiscito pro o contro Renzi, derivano dalla stessa filosofia.

La narrazione e il controllo dei media diventano decisivi. Per infondere ottimismo, propagandare l’efficacia delle riforme, rappresentare all’opinione pubblica i rischi connessi al populismo, termine dentro cui si fa rientrare ogni critica, di destra o di sinistra, allo stato presente delle cose, alle scelte della comunità internazione e a quelle del governo nazionale. Ottimisti contro gufi. Quanto alla magistratura si occupi di perseguire le “mele marce”, ma senza chiedersi perché il politico o l’amministratore abbiano favorito quel tale interesse. Senza indagare “il sistema”: conta prendere .chi si riesce a prendere. con le mani nel sacco, con i tasca i soldi che ha preso direttamente.

Questa è, in estrema sintesi, la realtà delle cose, questa la “politica” con cui fare i conti. E chiunque voglia criticarla, con qualche ragionevole speranza di incidere, deve rispondere a due domande: se stia funzionando o no e quale sia l’alternativa. Purtroppo non sta funzionando. L’uscita dalla crisi che il capitalismo oggi può promettere è marcata da una forte sperequazione sociale, dalla disoccupazione cronica soprattutto tra i più giovani, dalla scarsa fiducia nel futuro di risparmiatori e investitori. In più, eliminati i corpi intermedi, la solitudine di chi governa si consegna a una burocrazia inefficiente e corrotta e spesso all’intermediazione criminale.

Quanto all’alternativa, i pezzi del puzzle ci sarebbero tutti: cambiare i trattati per costruire un’Europa dei diritti e del welfare. Potenziare ogni forma di consumo collettivo, di fruizione del bene comune. Orientare la politica intustriale: energia alternativa, sostegno alla ricerca e all’innovazione, graduale rinuncia ai settori che sanno produrre plus valore solo deprimendo i salari e truccando le commesse. Poi è indispensabile ricostruire dal basso una forte partecipazione democratica, un vero controllo popolare. Ma ci vuole coraggio, molto coraggio!

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Referendum su acqua, scuola e inceneritori: da domani la raccolta firme

Scuola, trivelle, inceneritori e acqua pubblica. Ci siamo. Domani, 9 aprile, inizia ufficialmente la campagna di raccolta firme per i referendum sociali. Centinaia di banchetti in tutta Italia. Il coordinamento promotore include Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, il movimento per la scuola pubblica, la campagna “Stop devastazioni”, per i diritti sociali ed ambientali e il Comitato Sì Blocca Inceneritori.
Left seguirà l’andamento della campagna segnalando i luoghi e gli eventi della raccolta firme. Intanto, domani a Roma, alle 11, conferenza stampa presso il banchetto di Via del Corso, altezza Largo Goldoni alle ore 11.
Le firme servono per:

QUESITI SCUOLA
Quattro quesiti abrogativi di altrettanti punti della legge 107 Buona scuola.
1 – Abrogazione di norme sul potere discrezionale del dirigente scolastico di scegliere e di confermare i docenti nella sede
2 – Abrogazione di norme sul potere del dirigente di scegliere i docenti da premiare economicamente e sul comitato di valutazione
3 – Abrogazione di norme sull’obbligo di almeno 400-200 ore di alternanza scuola-lavoro
4 – Abrogazione di norme sui finanziamenti privati a singole scuole pubbliche o private

QUESITO INCENERITORI
Il quesito vuole bloccare il piano per nuovi e vecchi inceneritori.

QUESITO TRIVELLE ZERO
Bloccare nuove attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi.

PETIZIONE ACQUA PUBBLICA
Petizione popolare per legiferare in materia di diritto all’acqua e di gestione pubblica e partecipativa del servizio idrico integrato.

Se Federica Guidi avesse conosciuto la “sguattera del Guatemala” Rigoberta Menchu

«Le definizioni qualificano i “definitori”, non i “definiti”» ha detto di recente all’Economist la scrittrice premio Nobel Toni Morrison. La definizione «sguattera del Guatemala» ha richiamato nella mente di molti – ovviamente per contrasto – un altro premio Nobel (per la Pace, nel ’92), Rigoberta Menchu Tum. Migrante, bracciante, domestica, attivista dei diritti umani, Rigoberta ha ricevuto il riconoscimento per il suo operato volto a promuovere «la giustizia sociale e la riconciliazione etno-culturale basata sul rispetto per i diritti delle popolazioni indigene».

La parola “sguattero” (con la “s” iniziale rafforzativa di “guattero”) deriva probabilmente dal longobardo wathari, guardiano, e questo termine ha la stessa radice della parola acqua in inglese, water. Nel senso etimologico del termine, è una sguattera Rigoberta e lo è chiunque agisca prendendosi cura della collettività e delle risorse, tutti i custodi dell’acqua e della terra. Che cos’è e come si qualifica chi utilizza in termine spegiativo questo termine lo spiega bene la stessa attivista guatemalteca nel suo “Mi chiamo Rigoberta Menchu”, quando racconta chi è «l’eletto» nella sua comunità.

«Forse la maggior parte delle cose che facciamo è basata su quel che facevano i nostri antenati. Per questo abbiamo l’eletto, che è la persona che riunisce in sé tutti i requisiti, ancor validi, che i nostri antenati sapevano riunire. È la persona più importante della comunità, i figli di tutti sono suoi figli, insomma è quello che deve mettere in pratica tutto quanto. E più di tutto, è il rappresentante dell’impegno nei confronti dell’intera comunità. In questo senso, quindi, tutto quel che si fa lo si fa tenendo presenti gli altri».

Peccato che nella vicenda che riguarda Federica Guidi, al di là dei risvolti giudiziari, “gli altri” non coincidano con la collettività e “i figli” sono diversi dai figliastri. Se l’ex ministro e tanti di quelli che hanno governato e governano questo Paese avessero fatto propria la lezione della sguattera del Guatemala Rigoberta Menchu, oggi racconteremmo un’altra storia. E forse avremmo degli eletti (anche nel senso di scelti a seguito di regolari elezioni) per i quali «i figli di tutti sono i propri figli».

Il Tar condanna la Regione Lombardia. La volontà di Eluana andava rispettata

Eluana Englaro

La  Regione Lombardia è stata condannata a versare a Beppino Englaro 142mila euro come risarcimento danni: la Regione guidata da Roberto Formigoni, dicono ora i giudici, non rispettò  le sentenze dei tribunali su Eluana Englaro, morta nel febbraio 2009, dopo essere stata costretta contro la sua volontà a restare attaccata alle macchine per diciotto anni. Ancora una volta sono singoli cittadini che decidono coraggiosamente ad intraprendere battaglie legali  per l’affermazione di importanti diritti civili.

Dopo la battaglia contro l’antiscientifica legge 40 sulla fecondazione assistita condotta da decine di coppie nelle Aule di tribunale ora è Beppino Englaro a  vedere finalmente riconosciuto il diritto di sua figlia Eluana che, dopo un gravissimo incidente, è stata per quasi vent’anni in stato vegetativo permanente, nonostante  anni prima , dopo un incidente accaduto a un suo amico, avesse espresso la volontà di non essere tenuta in vita artificialmente se si fosse trovata in una situazione simile ridotta a una vita meramente biologica.

Impedire che le fosse staccato il sondino naso-gastrico che la alimentava e idratava artificialmente, fu una violazione, dicono oggi i giudici, così come costringere i genitori  di Eluana a intraprendere un viaggio in ambulanza per la clinica La Quiete di Udine, dove l’agonia di Eluana finì il 9 febbraio 2009.  Non fu possibile farlo in Lombardia perché  allora presidente della Regione Roberto Formigoni, nonostante il pronunciamento della Corte di Cassazione, attraverso una nota emanata da  Carlo Lucchina, direttore generale dell’assessorato alla Sanità, fece vietare su tutto il territorio lombardo la sospensione delle terapie e fra queste l’alimentazione artificiale ad Eluana ricoverata nella casa di cura Beato Luigi Talamoni di Lecco.

Il caso d i Eluana scatenò le crociate di Giuliano Ferrara e l’uso politico strumentale del caso da parte del centrodestra con il senatore Quagliariello che in aula si mise a gridare assassini e affermazioni come quella dell’allora premier Berlusconi che ebbe a dire che in stato vegetativo permanente Eluana avrebbe potuto avere figli dal momento che aveva ancora il ciclo. Affermazioni da brivido che si commentano da sole.  Oggi finalmente la decisione del Tribunale amministrativo della Lombardia fa giustizia. Stabilendo così il risarcimento a BeppinoEnglaro: 12.965,78 euro di danno patrimoniale (647,10 per il trasporto della paziente in Friuli, 470 per la degenza e 11.848,68 per il piantonamento fisso), 30mila euro a titolo di «danno iure hereditatis per lesione dei diritti fondamentali della signora Eluana Englaro» e altri 100mila come danno non patrimoniale «da lesione di rapporto parentale».  «Non è possibile – scrive il collegio presieduto da Alberto Di Mario – che lo Stato ammetta che alcuni suoi organi ed enti, qual è la Regione Lombardia, ignorino le sue leggi e l’autorità dei tribunali, dopo che siano esauriti tutti i rimedi previsti dall’ordinamento, in quanto questo comporta una rottura dell’ordinamento costituzionale non altrimenti sanabile».

 

#Franceschiniripensaci, autori e musicisti al ministro: «Stop al monopolio Siae»

Le canzoni di protesta, per protestare, non bastano più. Ad autori e musicisti italiani tocca inventarsi anche gli hastag di protesta: #Franceschiniripensaci è la chiamata al ministro dei Beni culturali che dalle 12,30 di oggi – 8 aprile – impazza sulla rete: «Franceschini ripensaci, dobbiamo dire basta al monopolio della Siae». Cantano in un video alcuni dei musicisti che oggi hanno deciso di metterci la faccia. Tra loro, le voci inconfondibili di Adriano Bono e Kento.

 

Al centro della discussione – ancor una volta – la Società italiana autori ed editori. Ecco cosa ha detto il ministro il 31 marzo, davanti alle commissioni riunite Cultura e Politiche della Camera: «In questo momento di globalizzazione e integrazione europea, uno strumento unico che ci consenta di avere una posizione di forza nel confronto con gli altri Paesi europei e nel mercato globale è una cosa a cui non si può rinunciare. La strada più utile al Paese è la riforma urgente e profonda della Siae». Sulla liberalizzazione, però, il ministro ha ammesso di aver cambiato idea: «Io sono partito dalla propensione verso una logica di liberalizzazione, ma ho cambiato idea perché molti Paesi guardano con attenzione e invidia al fatto che abbiamo un’unica società». Dunque, «l’inadeguatezza e la necessità di una maggiore trasparenza, efficienza e funzionalità della Siae, non è un buon motivo per cambiare il sistema ma per riformarlo», dice Franceschini.

Ma perché i musicisti protestano? La Siae deve quasi un miliardo agli aventi diritto e ha un conto in rosso di circa 26 milioni di euro (al 2014). Altri numeri strabilianti? Il 60% degli artisti riceve meno di quello che versa (dati del 2009, i più aggiornati). Per non parlare poi della trasparenza: l’ultima assemblea risale a più di 3 anni fa e il sistema del voto è ancora quello per «censo», come previsto dallo statuto all’art. 11.

Intanto c’è una direttiva europea, la Direttiva Barnier – che pende sulla testa dell’Italia. Chiede la liberalizzazione delle società che si occupano di tutela del diritto d’autore. Gli Stati membri hanno avuto due anni per recepirla (c’è un Osservatorio a riguardo, fondato da Patamu), a partire dal il 4 febbraio 2014, giorno della sua approvazione definitiva al Parlamento europeo. Due anni di tempo per adeguarsi li ha avuti anche l’Italia e non l’ha fatto. Il tempo scadrà il 10 aprile 2016 – tra due giorni. Non rimane che attendere la risposta del ministro alla chiamata degli 80mila.

L’età dell’innocenza nelle secche del caso Guidi

Il premier Matteo Renzi (S), con la ministra dello Sviluppo Economico Federica Guidi, dopo la firma del Protocollo d'intesa, tra il governo e l'Audi, sullo stabilimento di Sant'Agata Bolognese. La cerimonia si è svolta nella Sala dei Galeoni di Palazzo Chigi a Roma, 27 maggio 2015. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

Nel romanzo postumo Petrolio, Pasolini spiega gli eccessi del potere in Italia. Ancora una volta la sua profezia si rivela attuale.

L’ex-ministra Guidi non poteva garantire l’autonomia del mandato, anche ammessa la buona fede, a causa delle relazioni private e professionali. Era chiaro già al momento della nomina, non ci volevano i magistrati per capirlo. Il suo nome fu rivendicato da Berlusconi per un’intesa politica che non riguardava solo le riforme istituzionali e che prosegue nel sostegno di Verdini. Come se non bastasse, la ministra era inadeguata al compito, come sanno perfino gli ambienti confindustriali. È mancata l’iniziativa strategica della politica industriale, l’unica in grado di alimentare la crescita oltre i vincoli macroeconomici, come dimostra Obama. L’immagine “donna giovane” è stata utilizzata per coprire conflitti di interesse, manovre politiche e inefficienza di governo. Non si doveva “cambiare verso” nella classe dirigente?

Nell’intercettazione la ministra usa un gergo molto diffuso: “mettere dentro” alla legge di stabilità quell’emendamento di Tempa Rossa, per blindarlo con il voto di fiducia, costringendo il Parlamento ad approvare la norma che solo qualche settimana prima la Commissione Ambiente aveva rigettato. Non ho alcun dubbio sull’onestà del mio governo, ma preoccupa l’abuso della legislazione d’emergenza. Nei paesi civili le regole per la realizzazione delle infrastrutture energetiche sono decise in un débat public e non si ricorre al blitz parlamentare. A forza di “mettere dentro” la legge diventa un ammasso di norme confuse, eterogenee, e contraddittorie. Non serve a fare presto, agevola le lobbies, aumenta la burocrazia e rallenta l’attuazione di opere ben progettate.

È la prima volta in Italia che si va al referendum su richiesta delle Regioni. Non si è sottolineata la novità nonché l’utilità dell’iniziativa, che ha già costretto il governo alla retromarcia. Ha dovuto infatti ripristinare il divieto di trivellazione nei pressi delle coste e cancellare le pessime procedure dello Sblocca Italia che allentavano i controlli ambientali delle Regioni.

Il 17 aprile si vota per chiudere gli impianti alla fine delle relative concessioni stipulate in seguito a pubbliche gare che avevano già definito i tempi di ammortamento e di ripristino ambientale. Al contrario, prolungare per legge le concessioni è vietato dalle norme europee perché limita la concorrenza e crea rendite di posizione a favore di operatori che avrebbero ampia discrezionalità nei tempi di chiusura dei pozzi. È infondato il ricatto occupazionale perché gli imprenditori firmando la concessione trent’anni fa si erano già impegnati a chiudere fra 5-10 anni e quindi a farsi carico dei lavoratori.

Come spesso accade nei referendum, oltre gli aspetti tecnici si confrontano due indirizzi politici. Il governo ha abbassato a colpi di voti di fiducia l’asticella dei controlli ambientali, centralizzando la politica petrolifera. Votare Sì è un riconoscimento al movimento referendario che ha già salvato la qualità dei nostri mari e sollecita il Paese a fare di più e meglio con le energie rinnovabili.

È triste ascoltare Renzi quando invita a non votare per un referendum proposto dallo stesso Pd nei consigli regionali. Rischia di dimenticare “l’età dell’innocenza” del giovane leader che chiamava alla partecipazione i cittadini contro l’establishment.

*Senatore Pd


 

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Gli Indignados tornano a Puerta del Sol. Per i “fratelli” francesi in lotta

Era il 15 maggio 2011 quando in Spagna cominciò il movimento degli Indignados che poi ha portato alla nascita di Podemos. Il movimento 15 M. Cinque anni dopo, nello stesso luogo della protesta collettiva contro il governo, i manifestanti tornano a Puerta del Sol, a Madrid.
Questa volta è per solidarietà con i nuovi “indignados” francesi, quei giovani disoccupati e studenti che da settimane fanno sentire il loro “Non, merci” e il 31 marzo sono scesi in piazza contro la riforma del lavoro, la “loi du travail” El Khomri che sta mettendo in difficoltà sia il presidente del Consiglio Valls che il presidente Francois Hollande (come ha già raccontato Left).

Dopo il 31 marzo la protesta diventa così #Nuitdebout#40mars (Notte in piedi), nel senso che i giovani, dopo essersi accampati per nove giorni a Place de la République proprio come i loro “fratelli” iberici avevano fatto – per quattro settimane – a Puerta del Sol, lanciano la protesta collettiva il 9 aprile in tutta la Francia, da Tolosa a Lione, da Nantes a Rennes, grandi e piccole città.

Anche in Spagna il 9 aprile sarà # NocheEnPie#40mars. L’appuntamento a Puerta del Sol è alle 18, poù o meno in contemporanea con altre città spagnole interessate: Tarragona, Valencia, Saragozza, Salamanca, Murcia, Barcellona.
Nascerà un movimento come Podemos anche in Francia? Non sembra per il momento: l’accampamento di Place de la République appare meno forte di quello spagnolo del 2011. Che, ricordiamo, nacque subito dopo le primavere arabe in un contesto di grave crisi dello Stato spagnolo. Nel 2016 il disincanto sembra maggiore rispetto a 5 anni fa. Come racconta Le Monde, il popolo degli Indignados francesi è d’accordo sul fatto che “la democrazia non funziona” anche speranze di cambiamento della politica ce ne sono poche. C’è da dire comunque che i ragazzi di Parigi rimangono là in piazza a discutere in assemblea e il 9 aprile ci sarà la grande prova della replica della manifestazione del 31 marzo estesa in tutta la Francia. Si legge su Le Monde il significato di Nuit debout: “La Notte in piedi non è una manifestazione, è una operazione di costruzione. Si continuerà finché non si otterrà qualcosa di concreto”.
In Spagna qualcosa di concreto è stato ottenuto: Podemos, nato a gennaio 2014 è la terza forza del Paese, impegnato in una difficile trattativa per il governo. Un mese fa, secondo i sondaggi, era dato al secondo posto. Come si vede gli Indignados di 5 anni fa hanno portato fortuna.