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UrbExing, oltre i limiti della città per scattare la foto perfetta

Si chiama Vic Thomas, ma sui social, in particolare su Instagram dove è una vera e propria star, il suo nick è Vic Invades. “Invades” è un verbo, sta per “invade”, e racconta dell’identità di Vic tanto quanto un nome. “Vic Invade”: grattacieli, magazzini e strutture abbandonate, tunnel della metropolitana, sempre alla caccia di un nuovo punto di vista da cui scattare una fotografia o girare un nuovo video. New York è sua, si arrampica e si infila negli angoli più nascosti della città, come un moderno esploratore che va oltre ai confini che in genere una città impone (pensate ad esempio a quanti cartelli con scritto “vietato entrare”, “vietato oltrepassare” sono sparsi per la metropoli. Si tratta di un nuovo fenomeno che sta prendendo piede chiamato “UrbExing” in cui ragazzi come Vic, armati di scarpe da ginnastica, smartphone e macchina fotografica, si infiltrano spesso illegalmente in luoghi della città ai quali è proibito accedere. Il legame tra arte e trasgressione è fortissimo e richiama alla mente i gruppi di graffittari, disposti ad arrampicarsi o infilarsi in qualsiasi cunicolo pur di realizzare un’opera di forte impatto scenico. E a scoprirle – come fossero moderne pitture nelle caverne – e fotografarle sono proprio dagli stessi UrbExers. Sul suo profilo instagram Vic documenta tutte le sue invasioni, che sono spesso illegali (è stato anche arrestato per essersi intrufolato in un tunnel della metro) e altrettanto spesso pericolose, ma sempre fatte in nome della bellezza. Questo anche perché si sente il Robin Hood della fotografia: ruba panorami generalmente riservati a pochi per condividerle con tutti.

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Rifugiati ed Europa, in un mese su 160mila ricollocati solo 160

In this Thursday, Oct. 8, 2015 photo a Syrian passport found on the road that runs along the north of the Greek island of Lesbos is placed to be portrayed on a beach next to the town of Skala Sikaminias, on the northeastern Greek island of Lesbos. (AP Photo/Santi Palacios)

Un’Europa dei vertici e della burocrazia che non riesce a mettere in pratica le proprie decisioni. A meno che non si tratti di quelle relative al deficit di bilancio. E’ questo il quadro che emerge da un comunicato stampa diffuso ieri dalla Commissione europea e relativo alla redistribuzione dei rifugiati, ai rimpatri e ai bisogni dettati dall’emergenza logistica in alcuni Paesi (Serbia, Croazia e Slovenia). Il documento fornisce le cifre relative al piano straordinario presentato dalla Commissione il 23 settembre e ratificato da un meeting informale lo stesso giorno.

Gli impegni presi erano semplici: 160mila rifugiati verrano redistribuiti tra i 28 Paesi per togliere la pressione da quelli che sono tradizionalmente (o sono diventate) le porte d’ingresso d’Europa. L’impegno finanziario per le agenzie umanitarie Onu e non solo è di 3 miliardi e 600 milioni. In un caso una si tratta di una cifra notoriamente al ribasso: secondo Unhcr gli ingressi in Europa sono circa 770mila e le richieste di asilo a cui dare una risposta erano 632mila a luglio. Poi c’è stata l’estate che tutti ricordiamo.

(continua sotto l’infografica)

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Bene, i posti resi disponibili dai 28 Stati al 3 novembre sono 1418 (da 14 Stati membri, l’Italia non ha fornito cifre) e le persone ricollocate sono 86, partite dall’Italia su 39.600 in partenza, mentre una trentina devono lasciare la Grecia (su 66.400) ma sono ancora ferme su una delle isole di arrivo.  All’appello mancano quindi più di 158mila posti disponibili (e a dire il vero gli impegni dettagliati sono per un numero minore perché alcuni Paesi non si sono ancora resi disponibili). Quanto ai fondi, l’impegno principale viene dal bilancio della Commissione, che ha stanziato 2800 miliardi, mentre gli Stati membri si sono impegnati per 518. Mancano quindi 2281 miliardi. Negligenti, ovviamente, sono quei Paesi che hanno fatto di tutto per fare saltare il piano e che si rifiutano o preferiscono non prendere impegni comuni in materia di immigrazione e rifugiati: Slovacchia, Ungheria, Danimarca e così via.

In this photo taken on Monday, Aug. 31, 2015, a Syrian child plays with his mother as they travel by train from Belgrade to the northern Serbian town of Subotica.  Children are resourceful and find joy and distraction for hours in simple objects. Their parents often carry everything they still own in a backpack or two, making dolls and Lego blocks an impossible luxury. (AP Photo/Santi Palacios)

Anche dal punto di vista della logistica lo sforzo non è stato immediato: Slovenia, Croazia e Serbia hanno detto di aver bisogno di un numero X di lettini, materassi, guanti in lattice, coperte, medicine di primo soccorso, lenzuola, sacchi a pelo, tende. Anche in questo caso, in molti casi, mancano migliaia di materiali all’appello. Il dato positivo di queste lentezze è quello relativo alle espulsioni (denominati rimpatri): sono solo 153. In questo caso, però, le lungaggini sono dovute ai nodi relativi alla sicurezza per quelle persone e alla trafila burocratica. I rimpatri, per ora, sono solo verso Tunisia ed Egitto.

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Calabria in ginocchio, Irto: «Serve una costituente del territorio, qui l’uomo ha superato ogni limite»

La Calabria è protagonista dei media in questi giorni, anche questa volta non per buone notizie. Il violento maltempo dello scorso week end ha piegato la regione. Allagamenti, smottamenti, frane. Le strade e le linee ferroviarie cedono sotto la pioggia battente. I morti sono già due. Left ha fatto il punto con Nicola Irto, presidente del Consiglio Regionale della Calabria. 

Non è la prima volta che ci si trova a parlare di dissesto del territorio. Questa volta, però, la Calabria sembra davvero in ginocchio, si contano persino due morti. Qual è al momento la situazione dei danni?
La situazione è molto grave, come hanno potuto constatare di persona anche il ministro Delrio e il capo del dipartimento della Protezione civile Curcio. I danni sono ingenti ma per una conta definitiva e compiuta occorrerà ancora del tempo. In Calabria si ripetono periodicamente eventi catastrofici legati al clima ma soprattutto al dissesto idrogeologico che è una piaga mai curata nella nostra regione, oggi purtroppo è diventata cronica. La Calabria è in ginocchio, come dice lei, e ha bisogno del sostegno e del supporto dello Stato centrale ma anche di un’assunzione di responsabilità collettiva della sua classe dirigente. Dobbiamo essere noi a rendere più sicura la nostra terra, pianificando bene e non solo facendo fronte all’emergenza.

Alla già difficile e carente situazione dei trasporti, si aggiungono linee ferroviarie e strade che crollano. Un colpo di grazia per la Regione che, soprattutto nel sud reggino, rischia di rimanere ancora più isolata. Come pensate di intervenire?
Il presidente della Regione ha già preannunciato la richiesta dello stato di emergenza. È al governo che ci appelliamo perché in materia di grandi reti di comunicazione esiste ancora, nelle more della riforma, una legislazione concorrente Stato/Regioni che presuppone competenze e risorse che sono in capo allo Stato. Personalmente sono molto preoccupato per la Locride, un comprensorio che soffre da sempre di una condizione inaccettabile di marginalità e di isolamento rispetto non solo alla Calabria ma anche all’intero sistema Paese. Senza un intervento tempestivo volto al ripristino della ferrovia jonica e della Statale 106, interi centri resteranno tagliati fuori dal mondo. Vogliamo che finalmente anche quest’area della provincia di Reggio si senta parte dello Stato: non è mai stato così, purtroppo. Da calabresi siamo pronti a fare la nostra parte, a rimboccarci le maniche e a lavorare sodo per tornare alla normalità. Anzi, per arrivarci, alla normalità, che da queste parti è in gran parte ancora sconosciuta sul versante dei servizi pubblici essenziali.

Perdoni se glielo chiedo in modo così diretto. Non per fare dietrologia, ma in Calabria contiamo anni, decenni, di abbandono del territorio e abusivismo edilizio. Possiamo dire che non è la natura matrigna il problema ma che sarebbe ora di cambiare politica del territorio – per esempio, abbandonando l’idea di grandi opere in stile Ponte sullo Stretto?
In Calabria esistono gravissime responsabilità dell’uomo e, come dicevo prima, colpe storiche di quanti si sono succeduti alla guida delle amministrazioni. Si è cementificato in maniera incontrollata, selvaggia, senza criterio e senza coscienza. I risultati sono sotto gli occhi di tutti ma noi oggi non possiamo militarci a denunciare gli altri: dobbiamo agire. Ci sono centinaia di milioni di euro già stanziati per la mitigazione del rischio del dissesto idrogeologico. La Calabria è commissariata in questa materia. Solo nell’ultimo anno il nuovo soggetto attuatore del Piano ha avviato decine e decine di interventi e molti altri appalti partiranno a breve ma dobbiamo colmare un enorme gap. Ci vorranno tempo, pazienza, rigore e lavoro. Più in generale, sul piano politico, auspico una sorta di “costituente per la tutela del territorio”. Un’occasione per fermarsi a riflettere, prendendo atto che l’uomo in Calabria ha superato davvero ogni limite e che dunque bisogna immediatamente invertire la rotta: altrimenti, di questo passo, finiremo in un burrone. Quanto al Ponte, non voglio eludere il suo riferimento. Il punto non è farlo o meno, perché queste sono decisioni strategiche che spettano ai governi, ma sempre nel rispetto dell’ambiente e del superiore interesse delle comunità locali. Il punto è che il miliardo di euro di denaro pubblico, stanziato in passato per il Ponte, dovrebbe comunque essere investito su questo territorio. Anche se bisogna saperli spendere bene, i soldi pubblici. Non come è stato fatto in passato per il dissesto idrogeologico.

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20 anni fa l’assassinio di Rabin cancellava il processo di pace

Non era un uomo di pace Ytzak Rabin, il premier israeliano che 20 anni fa venne ucciso da Yigal Amir, che come la destra e i coloni era ferocemente contrario all’idea di trovare un accordo con l’Olp. Come l’altro firmatario degli accordi e nemico, Yasser Arafat, Rabin era un uomo di guerra come quasi tutti i leader israeliani. Lo si vede nelle foto qui sotto. Ma era consapevole del fatto che la situazione dei Territori e di Gaza, protratta all’infinito, non avrebbe che peggiorato le condizioni di sicurezza di Israele. Quella consapevolezza, le pressioni americane ed europee e una consapevolezza simile dall’altra parte produssero il processo di pace che gli spari di Amir cancellarono per sempre. Era quello l’intento dell’assassino. Rabin in quei mesi veniva ritratto nei manifesti della destra con la kefyah di Arafat e a Gaza cominciavano gli attacchi suicidi e la lenta ascesa di Hamas. Venti anni dopo Hamas governa Gaza ed è incalzata da frange religiose più radicali e al governo di Israele c’è un oppositore degli accordi firmati da Rabin.

Passeggiata sulla spianata delle moschee dopo la vittoria nella guerra dei Sei giorni con Ben Gurion e altri ufficiali

L’ingresso alla porta dei Leoni con Moshe Dayan dopo la presa di Gerusalemme

Con il Segretario di Stato Usa Henry Kissinger

Con il presidente egiziano Sadat

Durante una visita a Nablus

1993, una manifestazione di coloni contro Rabin

Rabin, Clinton e Arafat dopo la firma dell’accordo nel giardino delle rose della Casa Bianca

Un impiegato dell’archivio nazionale israeliano mostra la pistola con cui è stato ucciso Rabin

La Chiesa e i giochi di potere: il nuovo Vatileaks? Ecco perché è una storia vecchia

cosa c'è dietro a Vatileaks

«Il vero scoop sarebbe stato che papa Bergoglio vuole chiudere lo Ior dato che non c’entra nulla con la missione della Chiesa. Sapere come un cardinale, per quanto potente e famoso, si è finanziato la ristrutturazione del super attico, rasenta il gossip. Che i soldi delle offerte non finiscono tutti in opere di bene è risaputo, non serviva una nuova Vatileaks». Coautore del libro inchiesta Paradiso Ior (Castelvecchi), il tesoriere del Partito radicale, Maurizio Turco, commenta così l’arresto monsignor Lucio Angel Vallejo Balda e di Francesca Imacolata Chaouqui, rispettivamente ex segretario e membro della Cosea, la Commissione referente di Studio e indirizzo sull’organizzazione delle Strutture Economico-Amministrative della Santa Sede istituita dal papa argentino nel luglio 2013 (e sciolta nel 2014 per aver esaurito il mandato) nell’ambito dell’operazione-trasparenza legata all’adeguamento della finanza vaticana alle leggi bancarie internazionali. Secondo la tesi prevalente nei media italiani, i due sarebbero responsabili della “fuga” di documenti riservati dalle stanze vaticane, molti dei quali sono in via di pubblicazione il 5 novembre prossimo nei libri dei giornalisti Gianluigi Nuzzi e Emiliano Fittipaldi Via Crucis e Avarizia. Libri definiti dalla Santa Sede in un comunicato ufficiale, «frutto di un grave tradimento della fiducia accordata dal Papa» all’interno di un’operazione «in cui risvolti giuridici ed eventualmente penali» sono al vaglio degli avvocati vaticani.
Secondo Turco, «l’enfasi posta sulla storia dell’appartamento del cardinal Bertone», che sarebbe stato ristrutturato con 200mila euro della fondazione che si occupa della raccolta fondi per i piccoli pazienti del Bambin Gesù, secondo quanto riporta una anticipazione del libro di Fittipaldi pubblicata su Repubblica, denota una preoccupazione da parte delle gerarchie vaticane che «non corrisponde al tenore della notizia». Ovviamente, prosegue l’esponente radicale, «bisogna aspettare che i due libri escano, così si capirà meglio cosa c’è scritto e cosa c’è dietro la reazione della Santa Sede. Quello che mi sento di dire è che per ora è tutta pubblicità per i due libri che minacciano di voler bloccare. E che, se danno tutta questa importanza alla storia di Bertone, in fin dei conti un uomo di Stato, evidentemente c’è in quelle pagine qualcosa che rientra nella guerra interna tra gruppi di potere tutt’altro che risolta da Bergoglio. E che la storica assenza di trasparenza sulle cose vaticane non aiuta a risolvere».
Sulla questione della trasparenza pone l’accento anche il filosofo della politica dell’Università della Tuscia di Viterbo Tommaso Dell’Era. «Certamente – racconta Dell’Era – ogni Stato ha i suoi documenti riservati, ma la grossa differenza tra il Vaticano e i Paesi democratici è che in questi ultimi almeno su una gran parte dei documenti esiste una trasparenza amministrativa. Nel caso dell’Italia, ad esempio, esistono delle commissioni parlamentari di vigilanza, d’inchiesta, d’indagine conoscitiva che svolgono audizioni i cui atti sono pubblici o lo diventano nel corso del tempo. Inoltre qualsiasi cittadino ha la possibilità di sapere come vengono spesi dei soldi pubblici tramite le comunicazioni della Corte dei Conti. Bisogna considerare che invece in Vaticano, che è una monarchia assoluta, è imposto il segreto sulla stragrande maggioranza degli atti, siano essi giudiziari o amministrativi. E già questo rende potenzialmente trafugabili tanti documenti». Un rischio che aumenta in presenza di lotte di potere tra fazioni interne alla Curia. «Qui sta la domanda chiave di questa “nuova” Vatileaks» osserva il filosofo della politica. «Perché non hanno voluto che si conoscessero i documenti che secondo l’accusa sarebbero stati “rubati” da mons. Vallejo? Probabilmente perché mettendoli insieme, uno dopo l’altro, portano in luce un’immagine della Chiesa cattolica assolutamente diversa da quella nuova e positiva che Bergoglio enfatizza con i suoi discorsi e che però non corrisponde alla realtà, al di là del contenuto di questi libri». Secondo Dell’Era, come i suoi predecessori anche il pontefice argentino ha come obiettivo la tutela dell’istituzione: «Bergoglio non vuole assolutamente né rivoluzionare la Chiesa né cambiarla radicalmente. Vuole tutelarne il potere, restituendo un’immagine “pubblica” opposta a quella presa in eredità da Benedetto XVI». La tutela del potere è paradossalmente lo stesso obiettivo degli antagonisti che il pontefice si ritrova nella Curia. «In Vaticano non esistono buoni e cattivi – precisa Dell’Era -, esistono gruppi di potere che hanno una visione diversa riguardo al modo di raggiungere un obiettivo. All’interno di questo ambiente esistono fazioni più o meno conservatrici con un diverso approccio ai temi cari alla Chiesa. Ma nessuna di queste intende mettere in crisi il “sistema”. La prova più evidente è il risultato del Sinodo sulla famiglia. Tante dichiarazioni, tanti documenti, due anni di lavori che alla fine in concreto non hanno cambiato nulla».

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Il gufo Marino accusa Renzi: «Voleva solo prendersi Roma»

Magari, se Marino avesse detto o scritto prima quello che oggi scrive (e dice, ospite di La7) di Matteo Renzi, la sua cacciata dal Campidoglio avrebbe avuto un altro senso – non sarebbe passata ai più come l’allontanamento di un marziano incompetente – se non un altro esito. Scrive Marino: «È del tutto evidente che Renzi mi attacca e offende sul piano personale per coprire con la “damnatio memoriae” una spregiudicata operazione di killeraggio che ha fatto esultare i tanti potentati che vogliono rimettere le mani sulla città».
Marino replica a quanto detto dal premier: «Quando vedo certi addii scenografici», ha detto Renzi a Bruno Vespa, «mi rendo conto di quanto possa essere falsa la politica. Chi fallisce la prova dell’amministrazione si rifugia nel presunto complotto».
I toni adesso sono molti diversi da quelli politicamente corretti usati durante la crisi: «Occorre ristabilire la verità», dice Marino, «Renzi voleva Roma sotto il suo diretto controllo e se l’è presa, utilizzando il suo doppio ruolo: come segretario del partito ha voluto che i 19 consiglieri del Pd si dimettessero, come Presidente del Consiglio ha sostituito il sindaco, legittimamente eletto, con un prefetto, certamente persona degnissima, che farà capo come dice la legge allo stesso Presidente del Consiglio».
Marino, in un messaggio su facebook, fa dunque quello che non ha mai fatto in due anni e mezzo di Campidoglio: critica Renzi apertamente, con parole che difficilmente sono legate solo ai più recenti avvenimenti. «Assistiamo a una pericolosa bulimia da potere, che elimina gli anticorpi democratici», dice Marino trasformato di colpo in un perfetto gufo (sembra un giurista sulla riforma costituzionale): «Il messaggio è chiaro: chi non si allinea, chi non ripete a pappagallo i suoi slogan viene allontanato o addirittura bandito».

Retata a Bagheria, il sindaco M5s: «L’aria è davvero cambiata»

«Tira proprio un’aria di cambiamento, che toglie ossigeno ai disonesti». A parlare è Patrizio Cinque, il sindaco di Bagheria, il paese di Dacia Maraini e Renato Guttuso, tristemente famoso però per essere stato un feudo di Bernardo Provenzano, il boss dei boss. A Bagheria, due giorni fa una retata delle forze dell’ordine, dopo la denuncia di 36 commercianti strozzati dal pizzo, ha stroncato il racket mafioso. Ventidue gli arresti. Trent’anni, una laurea in Comunicazione pubblica, ex collaboratore parlamentare alla Regione Sicilia, il giovane sindaco è un fiume in piena. Eletto un anno fa, è uno dei simboli del trionfo del M5s in Sicilia. Sedici consiglieri sono pentastellati e la sua maggioranza ha sostituito quella precedente a guida Udc-Pd.

Sindaco  veramente è cambiata l’aria nel suo paese?

Quello che è successo dimostra che la Sicilia può cambiare e tutto dipende dal fatto che i cittadini onesti con un sussulto di dignità mettono da parte quelli disonesti. La mafia si può sconfiggere. Bagheria può essere un buon esempio. Noi vediamo una ventata di novità, e non dipende solo dalla nuova amministrazione.

Da cosa dipende?

I cittadini si stanno svegliando, sono stanchi di essere additati come abitanti di mafia, Bagheria è stata all’interno del triangolo della morte, ricordiamoci che qui ha abitato Bernardo Provenzano, tra l’altro in una casa popolare del Comune. Non era mai stato detto, l’ho rivelato io ai carabinieri qualche mese fa.

Quindi al Comune si chiudeva un occhio.

C’era protezione, protezione a tutti i livelli per Provenzano. Il Comune quando ha una casa popolare deve fare dei controlli. Quando tu ti permetti di stare tranquillo, sai che le forze dell’ordine non verranno mai a cercarti, e che il comune non verrà a chiederti nulla perché in effetti lì ci abitava il genitore di Flamia (il pentito Sergio Flamia Ndr) che ospitava Provenzano, significa che le protezioni c’erano.

Lei che Comune ha trovato? La macchina amministrativa è inquinata?

A me che ho trent’anni, la storia della mafia bagherese un po’ sfugge, ma chi mi ha preceduto la storia la conosce benissimo, sanno tutto. Se si voleva fare un controllo reale, e se la politica voleva cominciare a portare un po’ di giustizia nei nostri territori, lo poteva fare. Si sapeva anche che a Bagheria si pagava il pizzo.

Quali azioni concrete avete intrapreso al Comune?

Entro pochi mesi dall’elezione insieme ad un assessore sono andato dai carabinieri per fornire notizie acquisite sul cimitero. Il precedente sindaco era stato sfiduciato proprio per quella vicenda. Lo aveva raccontato anche Flamia: fatti gravi, ricordo, come l’aver bruciato alcune salme. Abbiamo instaurato una collaborazione con le forze dell’ordine anche per ripulire la macchina comunale da eventuali presenze ingombranti che nel passato ci sono state.

Ma come si sta organizzando il Comune?

Abbiamo rifatto il piano anticorruzione, abbiamo fissato dei paletti per quanto riguarda il cimitero comunale: abbiamo stabilito che le imprese che lavorano lì debbano avere il certificato antimafia e abbiamo registrato i loculi, insomma, abbiamo cercato di portare la legalità dentro il cimitero. Prima, ricordo, c’era l’anarchia totale, che permetteva a qualcuno di lucrare perfino sulle bare. Nell’ambito dell’amministrazione abbiamo riorganizzato la macchina, abbiamo portato a termine il licenziamento di un dirigente perché colto in flagrante per concussione. Ci siamo concentrati anche sul tema dei rifiuti. Abbiamo detto la parola fine alla gestione del consorzio Coinres (che gestisce la raccolta rifiuti nella zona a est di Palermo Ndr): qualche giorno fa sono andato alla prefettura di Palermo a consegnare dei documenti chiedendone lo scioglimento per infiltrazioni mafiose. Nella retata dell’altro ieri, ricordo, è stato arrestato anche un dipendente del Coinres. Da attivisti abbiamo instaurato dei rapporto con Libero futuro e Addio Pizzo per convincere i commercianti a non pagare il pizzo. Quello che sta succedendo è un caso raro, così tanti commercianti che si ribellano. Da mesi come Comune stiamo lavorando per creare uno sportello anti-racket all’interno di un edificio confiscato. Tra pochi giorni pubblicheremo il bando.

Turchia, prosegue la stretta contro il Kurdistan (e i media)

assedio silvan-turchia-pkk-curdi

Coprifuoco, operazioni militari e un 22enne morto a Silvan, nel Kurdistan turco. La nuova maggioranza turca non perde tempo: dopo aver stretto l’area est del Paese in una morsa durante la campagna elettorale, la scelta è quella di continuare. Nella città assediata si combatte, si spara mentre proseguono i rastrellamenti anche altrove e le operazioni di guerra contro i campi del Pkk sulle montagne al confine con l’Iraq (due i morti nelle ultime ore). Il quadro è lo stesso dei giorni che hanno preceduto il voto e le notizie sono frammentate.

Qui sotto video e foto girati e postati su Twitter, tra gli altri da Ivan “Grozny” Compasso e da Silvana Battistini, che sono arrivati in città.


3 novembre 2015 | Silvan (Diyarbakir, Turchia)

3 novembre 2015 | Silvan (Diyarbakir, Turchia)

3 novembre 2015 | Silvan (Diyarbakir, Turchia)

3 novembre 2015 | Silvan (Diyarbakir, Turchia)

 

Il terrore scatenato da Ankara contro i curdi (molti osservatori mettono in guardia controil rischio di guerra civile) non è la sola stretta sulle libertà. Nel resto del Paese continua infatti la caccia agli affiliati di Fetullah Gulen, leader religioso ex alleato di Erdogan, a capo di una rete di media e organizzazioni che, da quando Gulen è fuggito negli Stati Uniti e ha smesso di essere un alleato del presidente e del suo Akp, è diventata una “rete terroristica”. Almeno 57 persone sono state arrestate, tra queste agenti di polizia e funzionari pubblici, durante una retata a sorpresa. Le accuse riguardano la presunta volontà di Gulen e dei suoi affiliati di rovesciare Erdogan con un colpo di Stato – accusa per la quale verrà processato in contumacia. La stessa rete di Gulen aveva contribuito – attraverso la sua presenza nell’apparato dello Stato – a condurre un’operazione contro quegli ufficiali kemalisti dell’esercito che in passato avevano tramato contro lo stesso Erdogan. E’ in questo contesto che arrivano i commenti dell’Organizzazione per la cooperazione e sicurezza in Europa (l’OSCE) sulle numerose irregolarità riscontrate durante le elezioni. In un comunicato l’OSCE afferma che l’aumento della violenza, in particolare nel sud-est, ha impedito lo svolgimento di una campagna elettorale regolare. L’OSCE critica anche la stretta sulla libertà dei media. Più duro il commento dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa che parla di un processo elettorale falsato. Ignacio Sanchez Amor, capo della missione degli osservatori inviati dall’OSCE, ha dichiarato: «Attacchi fisici a membri di partito, nonché i significativi problemi di sicurezza, in particolare nel sud-est» hanno inficiato la campagna elettorale. Persino a Washington si lanciano in critiche molto blande: rispondendo a una domanda sulla libertà di informazione, il portavoce della Casa Bianca John Earnest, ha detto che gli Stati Uniti avevano esortato la Turchia «a difendere i valori democratici universali». Che è un modo di dire che anche gli Usa sono preoccupati per la piega che le cose stanno prendendo.

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Sanità, sui tagli è scontro governo-Regioni. Ma l’Italia spende meno della media Ue (e la salute non ci guadagna)

La polemica sui tagli alla Sanità e ai fondi destinati alle Regioni impazza. Oggi il presidente del Consiglio ha risposto stizzito all’allarme lanciato dal presidente della regione Piemonte e suo compagno di partito Sergio Chiamparino che ieri aveva spiegato che senza un miliardo in più i servizi sanitari garantiti dal Ssn sono a rischio: «Questa è la cifra che fin dall’inizio abbiamo indicato al governo e su questo non possiamo cambiare idea». Senza quelli si rischia di non poter acquistare i farmaci salvavita necessari e «di dover dire no» a qualche malato. Oppure c’è la possibilità che alcune Regioni decidano di aumentare i ticket o le imposte locali, rovinando così l’effetto «vi ho abbassato le tasse» che il governo cerca con la manovra in discussione. Il tema è cruciale e riguarda due questioni ricorrenti quando ogni anno, in questo periodo, si discute di manovra economica: quanti tagli agli enti locali e con che conseguenze sui servizi che da questi vengono gestiti e quale possibilità per questi di reperire risorse in autonomia.

Questi i conti presentati alla Camera dalla conferenza delle Regioni:

Nel triennio 2016-2018 i tagli ai ministeri registrerebbero una flessione del 45 per cento, mentre quelli imposti alle Regioni aumenterebbero dell’80%. Il complesso delle manovre e degli interventi proposti dai diversi governi dal 2012 al 2016 (comprendendo anche il ddl di stabilità 2016) si avvicina a i 10 miliardi. Per la sanità il patto per la salute 2014-16 prevedeva per il 2016 oltre 115 miliardi, a seguito delle ultime leggi di stabilità l’entità prevista per il fondo è scesa a 111 miliardi stabilendo un incremento rispetto al 2015 di 1 solo miliardo.
Le cifre aggiornate della Corte dei conti parlano invece di un aumento in termini reali di soli 500 milioni. Ancora peggio di quanto valutano le Regioni, insomma. A fronte di spese previste destinate ad aumentare (rinnovi contrattuali, livelli essenziali di assistenza, nuovo piano vaccini, emotrasfusioni, ecc.)

La reazione del governo passa per una convocazione delle Regioni e per parole che tutti i media riportano uguali e che il presidente del Consiglio non ha pronunciato in pubblico: «Adesso con le Regioni ci divertiamo, ma sul serio», sono le parole che il premier avrebbe pronunciato dopo aver letto delle critiche «Sulla Sanità ci sono più soldi del passato», meno di quelli richiesti dalle Regioni «ma più di quelli che avevano a disposizione. Il punto è che le tasse devono scendere. Non consentirò loro di aumentare le imposte ai cittadini, non si può scaricare sempre sugli italiani. Eliminino piuttosto gli sprechi».  A Renzi risponde di nuovo Chiamparino («Divertimento? Io vado a lavorare – ha detto – O le cifre che noi portiamo vengono dimostrate fasulle  oppure una risposta ci deve essere data») e indirettamente via Twitter i presidenti di Lombardia e Toscana, il leghista Maroni che spiega che da lui si spende solo il 5% in Sanità e il piddino Enrico Rossi che con i tweet che vedete qui sotto chiede più fondi, rivendicando spese sanitarie stabili e la necessità di investimenti. Contro i tagli sciopereranno i medici il 16 dicembre, perché, come spiegano «A governo e Regioni chiediamo consapevolezza delle pesanti e negative ripercussioni sulle liste di attesa, sulla integrazione ospedale territorio, sulle condizioni di lavoro, sulla qualità e sicurezza delle cure, sulla sperequazione esistente nella esigibilità del diritto alla salute e nei livelli di tassazione, che derivano da un progressivo impoverimento del servizio pubblico».

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Il tema generale è quello della garanzia del diritto alla salute allo stesso modo per tutti i cittadini italiani e alla tenuta di un Servizio sanitario nazionale per il quale l’Italia non spende troppo se paragonata ad altri Paesi avanzati. Nei giorni scorsi è stato pubblicato l’undicesimo rapporto del CREA (Centro per la ricerca economica applicata in Sanità) e ci sono poche cose semplici da riprendere per rendere meno ragionieristica la disputa tra Stato e regioni.

La spesa sanitaria italiana è molto più bassa che negli altri Paesi europei: è inferiore a quella dei Paesi EU14 del -28,7%, e la forbice (anche in percentuale del Pil) si allarga anno dopo anno. Non è vero, insomma che spendiamo troppo, è vero, talvolta, che spendiamo male e che alcune Regioni (il Lazio delle cliniche e degli interessi stravince) spendono peggio e più di altre. Non solo, gli economisti del Crea ci ricordano che il disavanzo sanitario (la differenza tra quanto si spende e quanto entra) si è ridotto in 4 anni del 43,7%.

Schermata 2015-11-03 alle 14.51.52Le conseguenze dei tagli alla spesa si vedono:  siamo un popolo che gode di buona salute anche grazie a un sistema sanitario storicamente equo e tutto sommato efficace, eppure, si legge nel rapporto: «La quota di popolazione che dichiara di avere patologie di lunga durata o problemi di salute è in Italia inferiore a quella degli altri Paesi europei (…) Ma stiamo velocemente perdendo il nostro vantaggio in termini di salute; e il processo di convergenza sui livelli (peggiori) degli altri Paesi sembra avere accelerato negli ultimi 10 anni, quelli del risanamento finanziario. In particolare sembra più colpita la classe media, che evidentemente risente maggiormente della crisi e degli aumenti delle compartecipazioni.

Schermata 2015-11-03 alle 14.55.35I tagli hanno anche un effetto indiretto e redistributivo verso l’alto: da un lato è naturale che chi ha soldi sia in grado di pagare le prestazioni di cui ha bisogno rivolgendosi al privato o pagando in intra moenia.  Gli economisti di Crea scrivono:  1,6 milioni di persone in meno hanno sostenuto spese socio-sanitarie out of pocket (di tasca loro), più di 2,7 milioni dichiarano di rinunciare a priori a sostenerle per motivi economici (2012). E per il 2014 si registra deciso aumento della spesa sanitaria out of pocket (+14,5%), che potrebbe peggiorare ancora l’impatto equitativo.

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Monica Vitti compie 84 anni. Una gallery per festeggiare un’icona del cinema italiano

monica-vitti

L’attrice Monica Vitti oggi compie 84 anni. Nonostante negli ultimi anni sia praticamente scomparsa dalle scene e non compaia in pubblico da tempo, rimane un’icona indiscussa del cinema italiano. E, oggi in occasione del suo compleanno, ha scalato la classifica dei Trending Topic più discussi su Twitter. Qui una gallery per ricordare parte della sua carriera.

Monica Vitti, il regista Michelangelo Antonioni, con il quale girò “Deserto rosso”, e lo scrittore Alberto Moravia

Monica Vitti sempre con Antonioni

Nel 1974 Monica Vitti è membro della giuria di Cannes

Nel 1987 sempre a Cannes con Claudia Cardinale

Sul set di “Modesty blaise”

Sul set di “Modesty blaise”

Sul set di “Modesty blaise”

Sulla sinistra Monica Vitti. Con lei nella foto si riconoscono Hillary Clinton, Sophia Loren e Rita Levi Montalcini

Monica Vitti al centro alla sua sinistra il regista Roman Polanski

Con Jean Paul Belmondo

Con Alain Delone dopo aver vinto il Ciak d’oro

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