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C’era una volta la meglio gioventù

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n arretramento generale, che ha creato una nuova grande sacca di povertà. Una maggiore tenuta dei redditi e delle ricchezze nella fascia più alta della distribuzione. L’emersione di nuove diseguaglianze, anche all’interno di settori lavorativi prima protetti. L’emergenza di misure di prevenzione dimenticate e cure non garantite. Una riapertura del gap tra Centro-Nord e Sud d’Italia, e una riduzione di quello tra uomini e donne. In tutte queste dinamiche, affrontate man mano, con numeri e storie, in questo racconto, è sempre spuntato con evidenza un elemento comune: l’età. La condizione di maggiore esposizione, fragilità e rischio ha contraddistinto per tutta la durata della crisi la fascia più giovane della popolazione. Quella che è arrivata alla soglia dell’età adulta proprio mentre sul mondo degli adulti piombava la Grande Recessione. E così se l’è trovata tutta addosso, a tutte le latitudini – ma di più al Sud -, e senza visibili distinzioni tra donne e uomini. Mentre si rimpiccioliva il gap di genere, quello generazionale esplodeva. Un’intera generazione, cresciuta con la recessione, ne porta le cicatrici più profonde. Per capire appieno questo gap generazionale, però, non dobbiamo guardare a una fotografia dell’Italia di oggi, mettere in contrapposizione gli attuali giovani e gli attuali maturi e anziani, alludendo a un automatismo per il quale i guai dei primi derivano dai privilegi dei secondi. Il che può essere vero – riguardo alla condivisione del peso della crisi – in alcuni campi e in alcuni settori, ma non sempre e non ovunque, e in ogni caso non in quelli in cui i padri e le madri (o i nonni e le nonne) sono stati esposti ai colpi del mercato tanto quanto i giovani, con la sola differenza che hanno avuto qualche protezione in più per reggere meglio, e aiutare così anche figli e nipoti. Più utile e impressionante è il confronto tra due fotografie: quella di una generazione che è entrata nei trent’anni nel pieno della Grande Recessione, e quella di chi vi è arrivato negli anni Novanta del secolo scorso.


La condizione di maggiore esposizione, fragilità e rischio ha contraddistinto, per tutta la durata della crisi, la fascia più giovane della popolazione


 

Due generazioni, distanti una ventina d’anni all’anagrafe e un’eternità nelle condizioni materiali di vita; e soprattutto, nelle prospettive di futuro. Un piccolo esercizio, relativo solo ad alcuni aspetti della vita materiale, ci aiuta a capire questo gap generazionale dinamico, visto come confronto temporale tra generazioni. Lo ha fatto l’economista Giuseppe Ragusa, prendendo come riferimento una persona con un’età precisa – 27 anni – in due momenti della nostra storia recente: il 1993 e il 2012. Chi ha compiuto 27 anni nel 2012, ha calcolato Ragusa, ha guadagnato mediamente il 26% in meno rispetto a un ventisettenne del 1993. I suoi coetanei erano occupati nel 57,7% dei casi – contro il 62% del 1993 – sebbene fossero mediamente molto più istruiti (la percentuale di laureati essendo arrivata in quella fascia d’età al 28,1%, contro il 7,8% del 1993). Va da sé che tra le due fotografie è profonda anche la differenza circa il luogo in cui si vive, essendo aumentata di quasi 17 punti percentuali la quota di quanti vivono con i genitori. Anche perché, se nel 1993 il ventisettenne doveva sborsare sette volte il suo reddito annuo per poter acquistare una casa, nel 2012 doveva moltiplicare il reddito annuo per dodici (sempre che ce l’avesse, un reddito: stiamo parlando ovviamente di medie). E la ricchezza media, tra i nostri due ventisettenni, si è quasi dimezzata, passando dai 156.000 euro del 1993 ai 77.000 del 2012. La simulazione potrebbe continuare, dandoci ulteriori prove della lontananza di due generazioni così vicine. Ricorriamo ancora ai dati del rapporto dell’Istat dedicato al confronto tra generazioni, che illuminano il diverso ambiente che si sono trovati davanti, al momento dell’ingresso nel mondo del lavoro, i nati a metà degli anni Sessanta e i nati a metà degli anni Ottanta: tra i primi, solo il 23,3% è entrato nel mondo del lavoro con un contratto atipico, condizione che invece ha riguardato il 44,8% del secondo gruppo.


Non si tratta solo di contare i danni della crisi, confrontando genitori con figli. Ma di confrontare i giovani di oggi con i loro genitori quando avevano la stessa età


 

In tutti e due i gruppi, una parte ha dovuto accettare di iniziare a lavorare con qualifiche inferiori a quelle per le quali aveva studiato, ma tale percentuale è salita dal 27,8% dei nati negli anni Sessanta al 36,6% della generazione nata negli anni Ottanta. «C’era una volta la meglio gioventù», ha scritto un gruppo di ricercatori confrontando la dinamica dei salari a inizio carriera (in questo caso, tra i nati negli anni 1965-1969 e i nati nella seconda metà del decennio successivo): dal loro studio emerge che i più giovani hanno perso, nei primi sei anni della loro carriera lavorativa, ben 8.000 euro rispetto a coloro che erano entrati solo dieci anni prima; e che questo gap si amplifica, arrivando a oltre 35.000 euro di perdita cumulata, per i laureati. Non si tratta, dunque, solo di contare i danni della crisi, confrontando padri e madri con figli e figlie. Ma di mettere a confronto i giovani di oggi con i loro padri e le loro madri, quando avevano la stessa età. Visto in questa sezione temporale, il gap tra generazioni ci appare più profondo e ci consegna le prove di una diseguaglianza più aspra e inaccettabile. Perché incide su tutti i gangli fondamentali della vita sociale e personale: lavoro, reddito, casa, ricchezza, istruzione. E soprattutto perché è proiettata sul futuro, dunque anche sulla capacità di reagire e risalire la china dopo la crisi.

Il libro

Come siamo cambiati di Roberta Carlini, giornalista capace di scrivere di economia come pochi altri, non è un libro sulla crisi ma sulle cicatrici che ha lasciato all’Italia. Quelle che vediamo e quelle che vedremo tra qualche anno. Frutto di un lavoro di inchiesta, il libro racconta i giovani, le donne, la demografia, i consumi e le diseguaglianze. Una fotografia della società italiana fatta di storie, numeri e analisi.

 

Le foreste dell’Indonesia in fiamme inquinano più che la Germania in un anno

epa04932887 An Indonesian firefighter works to extinguish the wildfire on peat land in Indralaya area, Ogan Ilir, South Sumatra Province, Indonesia, 16 September 2015. Indonesian authorities deployed 1,000 soldiers in South Sumatra province to fight land fires in the area. Haze from land and forest fires is an annual hazard in Indonesia. The practice of open burning to clear land is illegal but is common in the country. EPA/ADI WEDA

L’indonesia brucia da settimane come se niente fosse e come se non fosse una questione che riguarda un po’ tutti. Come per altri fenomeni che crescono a causa dell’intervento umano, infatti, gli incendi producono inquinamento atmosferico e contribuiscono in maniera sostanziale alle emissioni globali di CO2. Le stesse delle quali discuteranno tutti i Paesi del mondo al COP21 di Parigi. Gli incendi in Indonesia stanno creando quantità infernali di fumo tossico ma fanno il loro lavoro, che è quello di rimuovere alberi e liberare terra da coltivare con palme da olio e alberi per la produzione di carta. Durante questa stagione degli incendi, la peggiore da quella record del 2006, sono andati in fiamme 21mila chilometri quadrati di foreste e torbiere, l’equivalente della Slovenia.

epa04946616 Indonesian Officers on burned peat land during Indonesian President, Joko Widodo, inspects their work of emergency services putting out forest fires in the village of Sakakajang,Jabiren, Pulang Pisau, Central Borneo, Indonesia, 24 September 2015. Accoridng to local officials Indonesian authorities have suspended the operations of four plantation companies over forest fires on Sumatra island. Police were questioning officials from two of the domestic companies for possible criminal prosecution, said Muhammad Yunus, Director for Enforcement at the Ministry of Forestry and the Environment, witht he penalty for causing pollution being up to five years in prison. Haze from forest fires on Sumatra and the Indonesian part of Borneo island is an annual hazard which authorities have blamed on the illegal practice of open burning by small farmers and plantation companies. burning by small farmers and plantation companies. EPA/BAGUS INDAHONO

epa04985116 An aerial view of wildfires bruning in Ogan Komering Ilir, South Sumatra, Indonesia, 20 October 2015. Indonesia has agreed to accept help from foreign teams to fight the forest fires in Sumatra and Kalimantan. But the prolonged dry season means that not all the hotspots have been extinguished and their numbers keep fluctuating, officials said. EPA/TAMY UTARI

Centinaia di migliaia di persone sono rimaste intossicate dai fumi e la nebbia tossica raggiunge Malesia, Filippine, Singapore, Thailandia. Dopo che le fiamme hanno devastato intere aree di Sumatra e Kalimantan, ora stanno toccando anche la parte indonesiana della Guinea (qui sotto una foto della mappa satellitare che mostra gli incendi attivi nell’ultima settimana da Fires Global forest watch). Le foreste indonesiane tendono a essere poco combustibili, segnale che si tratta di fuochi appiccati dall’uomo e voluti dalle grandi compagnie che piantano palme per produrre olio. Inoltre, a bruciare sul fondo dei boschi è molta torba, che brucia a lungo e rilascia (in maniera simile ai ghiacci che si sciolgono) gas presenti sotto la crosta terrestre come il metano, il monossido di carbonio e ozono.

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Per rendersi conto del danno, vale la pena fare un confronto che riprendiamo dal World Resources Institute: le emissioni di CO2 giornaliere delle foreste indonesiane in fiamme superano di molto quelle prodotte dal sistema economico degli Stati Uniti. La tabella qui sotto mostra (nella linea orizzontale) la quantità di emissioni medie negli Usa, le colonne in giallo rappresentano la quantità di CO2 emessa dalle piante che bruciano.

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Quello qui sotto invece è un video girato da Greenpeace che mostra la devastazione filmata da un drone

Come scrive l’attivista ambientalista e giornalista George Monbiot su The Guardian:

Quello che sto dicendo è un barbecue di dimensioni colossali. A una valutazione obbiettiva delle notizie, questa è la più importante di questi giorni e non dovrebbe richiedere l’editoriale di un commentatore, ma dovrebbe essere sulla prima pagina di tutti i quotidiani. E’ difficile comunicare la scala di questo inferno, ma un confronto potrebbe aiutare: in tre settimane gli incendi hanno rilasciato più CO2 delle emissioni annuali della Germania.

Quest’anno, come nelle precedenti stagioni in cui i fuochi furono particolarmente intensi, il clima è infatti più secco del normale a causa del crescere di El Nino, che si prevede porterà fenomeni atmosferici particolarmente violenti nelle Americhe, mentre in Asia sta producendo piogge meno intense del normale. Tutta la vicenda indonesiana assume particolare rilievo in vista della conferenza COP21 di Parigi: qui, oltre a discutere del taglio delle emissioni generate dalla produzione industriale, occorrerà anche affrontare il tema della distruzione delle foreste, in Indonesia come altrove.

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Monica e le altre. In carcere per crimini contro la morale e la legge di dio

lavoratrici domestiche abusi emirati arabi
Dubai | Una lavoratrice domestica fa da babysitter

Non tutte le donne del mondo sono uguali. Alcune sono più donne delle altre. “Più” nel senso che ancora, in molte parti del mondo, le donne si trovano ad affrontare più discriminazioni proprio sulla base del loro sesso. È quello che accade ad esempio negli Emirati Arabi e in particolare alle donne immigrate nel Paese per lavorare come domestiche. A Dubai le chiamano “le single”. Sfruttate e spesso violentate, vengono private del passaporto e costrette a rimanere a forza in un Paese in cui il sesso fuori dal matrimonio è un reato penale. Finendo per diventare vittime sia dell’aggressore che di una legge altrettanto spietata. Ciò che è accaduto ad alcune di queste donne è stato raccontato in un documentario intitolato “Donne in catene” prodotto da Bbc Arabic e presentato il 30 ottobre al Bbc Arabic Film Festival. Il film, che racconta la storia di 5 donne, verrà trasmesso sul canale Bbc News a partire dal 6 novembre. Questa è la storia di Monica, domestica filippina, emigrata negli Emirati.

Non solo negli Emirati. Le foto a corredo dell’articolo (ad eccezione di quella in apertura) fanno parte di un progetto della fotografa Gabriela Maj, fotogiornalista che racconta per immagini la vita delle donne afghane detenute in carcere per reati di zina, “contro la morale e legge di dio”. Il reato di zina è comune a tutti i Paesi musulmani che applicano la Sharia. | Foto Almond Garden © Gabriela Maj

Dal sogno all’incubo. Andata e ritorno

Non c’era molto da vedere nel villaggio che Monica si era lasciata alle spalle, non c’erano ospedali, scuole, niente strade illuminate, soprattutto non c’erano prospettive. La vita in un piccolo paese sperso nella parte rurale delle Filippine non era semplice, le risorse erano poche. Monica era madre di tre bambini e il marito a stento riusciva a mantenere la famiglia. Emigrare nei ricchi Emirati e trascorrere qualche anno nel Golfo a lavorare poteva essere una buona soluzione per guadagnare abbastanza soldi da garantire un futuro diverso ai suoi figli. Così Monica si convince, sale su un autobus e viaggia per 10 ore alla volta di Manila e di lì prendere un aereo per gli Emirati, dove lavorerà come domestica per una ricca famiglia del Paese. I paesaggi che in quei due giorni passano di fronte ai suoi occhi sono agli antipodi, diversissimi gli uni dagli altri e le campagne povere alle quali era abituata Monica lasciano posto ai grattacieli e ai ricchissimi centri commerciali di Dubai e Abu Dhabi.

Come nel caso di Monica anche queste donne spesso sono vittime di violenze e mentre i responsabili restano liberi, le loro vittime sono condannate a vivere tra le sbarre, a volte incinte e con poche speranze di un futuro per sé e per i propri figli. Uscite dal carcere rischiano la morte.

All’inizio è entusiasta, è felice di avere trovato lavoro in quel Paese che le sembra così pieno di opportunità, ma a poco a poco emergono le difficoltà: gli orari di servizio estenuanti, datori di lavoro che la umiliano costantemente, la lontananza dai suoi figli che si fa sempre meno sopportabile.
Oltre a Monica c’è anche un altro domestico, un autista di origini pakistane arrivato qualche mese dopo di lei. Un giorno i padroni di casa partono per una vacanza e la lasciano sola con l’autista. Quella stessa sera, mentre è in cucina, viene sorpresa alle spalle dal domestico.


VEDI ANCHE:

Il reportage “Dietro porte chiuse. Gli abusi fisici delle lavoratrici domestiche” di Steve McCurry

New York Times


 

Lui la fissa, ha un coltello in mano, lei è sola, grida, ma non può fare nulla. Di quella notte non racconta a nessuno, cova in segreto il dolore, la tristezza, la vergogna. E un figlio, visto che tre mesi più tardi si accorge di essere incinta.
Negli Emirati Arabi, dove è in vigore la Sharia, la legge islamica, il sesso al di fuori del matrimonio è un reato penale, punito con la prigione come l’adulterio, fornicare e l’omosessualità. Monica non ha testimoni e non può dimostrare di essere stata stuprata. La gravidanza si trasforma nell’ipotetica prova della sua colpevolezza, così cerca di nascondere il suo stato in tutti i modi e a qualsiasi costo mentre cerca una via di fuga da quell’incubo.

Sharia, zina e kamala: impossibile fuggire

La Sharia indica il sesso extraconiugale come reato di zina. Non esistono delle statistiche con i numeri ufficiali, di quanto siano frequenti le accuse per questo tipo di accusa. L’inchiesta di Bbc suggerisce che siano migliaia. Ad essere colpite maggiormente da condanne di questo tipo sono le donne asiatiche e africane immigrate negli Emirati alla ricerca di opportunità lavorative e per lo più impiegate come domestiche nelle case dei ricchi. Human Rights Watch ha dichiarato che la zina è una violazione dei diritti umani. Le pene previste per la zina, oltre ovviamente al carcere, sono, anche nel caso dei lavoratori domestici, fustigazione e lapidazione. Anche se ad oggi non è quantificabile quanto vengano applicate effettivamente queste pene. Esistono però molte testimonianze che possono far intuire la severità del trattamento nei confronti di chi ha praticato del sesso fuori dal matrimonio, nello stesso “Donne in catene” si mostrano delle immagini girate con una telecamera nascosta, in cui si vedono delle donne accusate di zina camminare in tribunale con delle catene ai piedi.

Un’altra testimonianza, attendibile e significativa, arriva dall’attivista arabo-americana Sharla Musabih, impegnata da più di 20 anni nella lotta per la tutela delle donne vittime di violenza negli Emirati Arabi. Sharla dichiara infatti di aver visto con i suoi occhi una domestica etiope, rimasta incinta dopo uno stupro come Monica, incatenata al letto dell’ospedale pochi minuti dopo il parto. La stessa sorte è toccata a un’altra donna di origini indonesiane, incatenata al letto dell’ospedale, dopo aver tentato la fuga dalla casa del suo datore di lavoro, che aveva ripetutamente abusato di lei, buttandosi dal balcone.
Incatenare le colpevoli di Zina per evitare che fuggano è una pratica comune negli Emirati, visto che per Monica e per le altre donne rimaste incinta in situazioni come queste, l’unica speranza per evitare una condanna è quella di nascondere la gravidanza e tentare la fuga.

Ma fuggire per un lavoratore domestico sembra molto difficile e lo è ancora di più se si è una donna. Infatti, negli Emirati, anche il diritto del lavoro ha norme particolarmente restrittive, nello specifico si parla di Kafala, una sorta di affido e “tutela sociale” secondo cui si sancisce che i domestici immigrati possano rimpatriare solo su espressa concessione del datore di lavoro che ha sponsorizzato il loro arrivo nel Paese. Una pratica che, unita agli abusi subiti costantemente dai lavoratori domestici, ricorda molto la schiavitù del mondo antico. Secondo Human Rights Watch – che in un report del 2014 ha intervistato 99 di su un numero totale di 146.000 lavoratrici domestiche impiegate negli Emirati Arabi – si arriva a lavorare fino a 21 ore al giorno, con straordinari non retribuiti, senza cibo e senza riposare. Alcune segnalano di aver subito abusi fisici o sessuali e quasi tutte sono state private del passaporto al loro arrivo.

Il ritorno

Nell’estate del 2014, Monica non riesce più a tenere nascosta la sua gravidanza, chiede alla padrona di casa di lasciarla tornare a casa, perché partorire lì avrebbe significato sicuramente catene e prigione, ma la “signora” non acconsente: «Perché dovrei lasciarti andare a casa? Non hai terminato il contratto». Monica si ingegna e trova un modo rocambolesco per fuggire.

Con un telefono cellulare che tiene nascosto in cucina contatta il conduttore di un talk show popolare nelle Filippine. E così, in diretta, chiusa nel bagno di casa del suo datore di lavoro, Monica racconta la sua storia a migliaia di telespettatori in ascolto, dello stupro, di essere incinta, della Zina, della paura, soprattutto della voglia di tornare a casa. L’eco mediatico è impressionante e si genera una discussione enorme intorno alla storia di Monica, tanto che il governo di Manila chiede spiegazioni a quello degli Emirati Arabi. In poche settimane ottiene il permesso di tornare a casa, dalla sua famiglia.
Un lieto fine che è anche tristemente un’eccezione a quello che accade nella maggior parte dei casi. Le strade per migliorare la condizioni di vita di queste donne esistono, da un lato, come in questo caso, accordi fra governi possono agevolare un cambiamento – proprio le Filippine hanno minacciato gli Emirati di non mandare più ragazze se non garantiscono stipendi adeguati, condizioni di vita dignitose e rispetto dei diritti umani. Dall’altro associazioni come Human Rights Watch stanno facendo pressioni perché finalmente il governo abolisca il sistema delle sponsorizzazioni che innescano quella che è a tutti gli effetti una moderna “tratta” degli schiavi legalizzata.


 

Parliamo di storie di donne anche su Left in edicola con Francesca Fornario, Chiara Saraceno e Ambraham Yehoshua

 

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>> Per saperne di più | Intrappolate, sfruttate e abusate negli Emirati Arabi Uniti

 

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Renzi brinda per la cacciata di Marino e si gode il commissario

«Si è conclusa la telenovela dell’amministrazione comunale di Roma. Dopo balletti, dimissioni e controdimissioni, abbiamo registrato un fatto singolare: ben ventisei consiglieri comunali hanno scelto di rinunciare alla poltrona, dimettendosi contestualmente e dunque sciogliendo la consiliatura. In un Paese in cui i politici non si dimettono mai o quasi, vorrei evidenziare la serietà di questi rappresentanti del popolo che hanno scelto di fare chiarezza, lasciando la poltrona vista la crisi». Matteo Renzi è proprio contento, a giudicare da quanto scrive nella sua e-news. Non potrebbe essere altrimenti, d’altronde, avendo Renzi per mesi lavorato e chiesto (a Matteo Orfini, soprattutto) di far concludere l’esperienza di Marino. Matteo Renzi preferisce un commissario, Francesco Paolo Tronca, che ora lì e saluta dal balcone dell’ufficio in Campidoglio come fosse un sindaco vero, e non uno che dovrebbe fare solo l’ordinaria amministrazione. A Renzi il genere commissario però piace, tanto da volerne candidare uno anche a Milano, dove ormai la candidatura di Giuseppe Sala, liberato dall’Expo, pare ormai molto concreta. Chiuso Marino, si chiude così anche l’esperienza Pisapia, o meglio si cambia rispetto a quella che poteva essere una più coerente eredità di Pisapia, che da tempo ha detto di non volersi ricandidare.
Renzi non fa mistero di voler applicare a Roma lo stesso modello di Milano: «Adesso al lavoro sulle sfide concrete in vista del Giubileo», dice, «abbiamo dimostrato con Expo che quando l’Italia si mette in moto nessuna impresa è impossibile. Cercheremo di fare del Giubileo con Roma ciò che è stato con l’Expo a Milano». Tanto per cominciare a Tronca arriveranno più soldi di quelli stanziati per Marino, che evidentemente non se li meritava.
Renzi però dice di più, e lo fa parlando con Bruno Vespa (che questa volta comincia con le anticipazioni pure prima di scrivere il libro). Se Marino aveva detto «i pugnalatori sono 26, il mandante è uno solo», Renzi replica così: «Quando vedo certi addii scenografici mi rendo conto di quanto possa essere falsa la politica. Chi fallisce la prova dell’amministrazione si rifugia nella cerimonia di addio, vibrante denuncia di un presunto complotto, con tono finto nobile e vero patetico. Non mi riferisco solo a Marino, certo. Mi riferisco a quelli che cercano di far credere ai media che sono vittime di congiure di palazzo».

Primarie, i 5 stelle scelgono «il prossimo sindaco di Milano»

È iniziata a tutti gli effetti la corsa agli scranni da primo cittadino del Movimento 5 stelle. E Comune che vai, usanza che trovi. Mentre a Roma si scaldano i motori dei consiglieri uscenti, dribblando l’ipotesi da molti anelata della candidatura di un Di Battista (o un big qualunque) sull’onda del decadimento di Ignazio Marino; a Bologna la lista viene autoimposta dal fedelissimo presentatore nonché capogruppo auto-candidatosi a futuro sindaco, Massimo Bugani e a Napoli per ora tutto tace; a Milano le danze si apriranno stasera, alle ore 20 e si chiuderanno «improrogabilmente alle ore 22.15».

Con la diretta streaming per permettere a quanta più gente possibile di partecipare quantomeno all’assemblea di presentazione, 8 candidati avanzeranno le loro proposte per governare quella che ultimamente vorrebbe essere la capitale morale dello Stivale. Cinque minuti a testa, e domande – «non più di cinque» a candidato, dei cittadini presenti «per il tempo rimanente».

«Guardateli bene questi volti», inneggiano sulla pagina facebook del Movimento meneghino. «Persone vere, persone che si impegnano a portare gli interessi dei cittadini milanesi in Comune, persone che rifiuteranno finanziamenti da parte dei potenti per la campagna elettorale e avranno quindi le mani libere di agire». Venghino, siori, venghino. «VENITE A CONOSCERE IL PROSSIMO SINDACO DI MILANO», strillano, «da questa lista uscirà il nostro candidato sindaco per le comunali di Milano 2016». Già, perché in barba al sacro web, il candidato sindaco questa volta verrà scelto da un’assemblea in carne e ossa. La settimana prossima, domenica 8 novembre per la precisione, nella giornata già ribattezzata “election day, si voterà dal vivo, esibendo documento e password che certifichi l’iscrizione al Movimento, dalle 11 alle 18, con metodo Condorcet (ovvero mettendo i candidati in ordine di preferenza e assicurando così un vincitore unico sugli altri).

Questa sera intanto, si presenteranno al popolo degli attivisti – da cui per altro provengono. Scelti dai meet up di zona della città (che però sono 9), tutti i candidati sono attivisti noti al territorio locale e iscritti al Movimento da anni. Ed eccola, la lista dei magnifici otto.

Tra i favoriti, nomi vicino alla Casaleggio Associati, come l’avvocato Gianluca Corrado, 39 anni e di origini siciliane, attivista dal 2012 e da allora fedele consulente legale di comitati e gruppi locali. Poi c’è Livio Lo Verso, 48 anni e da 5 fervente attivista del Movimento, dipendente pubblico, conoscitore dunque della macchina burocratica e non a caso – come lui stesso sfoggia – primo firmatario della delibera che ha portato il referendum deliberativo a Milano. Successo notevole per i Cinquestelle. Non poteva mancare chi ci ha già provato: Fulvio Martinoia, 34 anni e un diploma in telecomunicazioni, il «sistemista informatico», anche lui targato M5s dal 2010, si era già candidato alle politiche del 2013. Ma non andò. Ha lavorato fianco a fianco della candidata – poi eletta in Regione Liguria, Alice Salvatore. Anche questo aiuta.

A provarci, stavolta, anche Antonio Laterza, 47 anni e consulente informatico. Volto noto anche lui milanese di adozione (è di Altamura), portavoce m5s al Consiglio di zona 9, impegnato dal 2010 in numerose battaglie del Movimento cittadino. E Matteo Cattaneo, architetto di anni 53 e vicino al movimento solo da 2 anni.

Uno solo il volto femminile proposto dai 5 stelle: Patrizia Bedori. La storica attivista (dal 2009), è portavoce al Consiglio di zona 3, ha 52 anni ed è attualmente disoccupata. Ma molto «impegnata in comitati cittadini e in battaglie per i diritti».

Vanto che contende a due non più giovani candidati: il 66enne Walter Monici, designer «impegnato in attività di volontariato con associazioni nell’ambito della mobilità sostenibile», e Francesco Forcolini «detto “Franz”», 70 anni, «impegnato dal 2012, partecipa attivamente e con costanza a numerosi gruppi di lavoro del Movimento».

Se si fa fede, questa volta, alla democrazia rappresentativa, è anche vero che non mancano le perplessità sulle esperienze dei candidati sindaco. Per Gabriella: «Mi sembrano dei profili non adatti a ricoprire un ruolo come quello del sindaco della metropoli più importante d’Italia. Le competenze e la professionalità non si improvvisano, con questi profili perderemo sicuramente e potremmo fare pessime figure con le graticole in streaming…come al solito perdiamo le occasioni…peccato. Mentre Pierpaolo è più tranchant: «mah non mi convincono per niente… voterò Sala…».
Le domande però, restano inevase: come mai solo 8 candidati? E soprattutto, come chiede Mauro: «Quanti sono gli iscritti al portale di Grillo del comune di Milano, che potranno votare il candidato sindaco domenica prossima?». Numeri che la Casaleggio Associati si è sempre ben guardata dal rendere pubblici, nelle votazioni online come, a quanto pare, per quelle live.

Legge di stabilità, le critiche (e proposte) di Sbilanciamoci

La campagna Sbilanciamoci!, che raccoglie decine di associazioni e organizzazioni della società civile e che ogni anno produce rapporti sulla spesa pubblica, indicatori di sviluppo regionali e una finanziaria alternativa con numeri e tabelle ha partecipato alle audizioni relative all’esame della manovra economica per il triennio 2016-2018 avviate questa mattina dalle Commissioni Bilancio congiunte del Senato e della Camera dei Deputati.

Il giudizio della campagna non è positivo, proprio a partire dalla visione di fondo che ispira la manovra presentata dal governo Renzi: l’unico obiettivo del Governo sembra quello di migliorare la competitività delle imprese e puntare sulle esportazioni. Si continua a pensare la crisi come un problema di offerta, trascurando una domanda che non riparte, a causa delle enormi disuguaglianze, della mancanza di investimenti pubblici e dei problemi strutturali del Paese. Manca un strategia industriale di lungo respiro.

Ecco, per punti, alcune delle critiche di Sbilanciamoci:

1. Tecnicamente non è una manovra espansiva. E’ previsto un deficit obiettivo nel 2016 pari al 2,2%, del PIL, a fronte del 2,6% dello scorso anno e un avanzo primario del 4,3 nel 2019, che rischierebbe di strangolare l’economia del paese. Allo stesso tempo controllo e riqualificazione della spesa pubblica restano sulla carta e costringono il Governo a spendere i margini recuperati sui saldi per neutralizzare – unicamente per quest’anno – le clausole di salvaguardia, anziché per rilanciare il sistema.

2. L’attenzione resta concentrata sull’offerta anziché alla domanda.

3. Si prosegue sulla strada delle privatizzazioni e della svendita del patrimonio pubblico.

4. Per il Mezzogiorno c’è poco, salvo i milioni destinati alle grandi opere come la Salerno-Reggio Calabria.

5. Si taglia il Servizio Sanitario Nazionale di 2 miliardi rispetto a quanto concordato con le Regioni e sebbene vi siano alcune misure di lotta alla povertà, si tratta di stanziamenti limitati e frammentati, per i Fondi Sociali le risorse sono insufficienti, mentre manca una misura strutturale di sostegno al reddito.

6. Manca l’annunciato stanziamento aggiuntivo di 100 milioni per il Servizio Civile Nazionale per il 2016.

7. Ciò mentre si tagliano la Tasi, l’Imu agricola e sui macchinari imbullonati con un mancato gettito complessivo stimato in 4,6 miliardi di euro.

8. A livello dei Ministeri la spending review privilegia il Ministero per l’istruzione (-220 milioni nel 2016) e quello per l’economia (- 116 milioni) mentre risibile è il taglio al bilancio del Ministero per la Difesa (-19 milioni) e dell’Interno (-27,1 milioni).

Ed ecco alcune delle idee di manovra della campagna che verranno presentate nel dettaglio il 26 novembre. Per ora si tratta di titoli, ma ogni anno Sbilanciamoci offre numeri e spiega dove e come trovare i soldi per finanziare le spese che propone.

  • Rendere il fisco più equo: non aumentare, ma redistribuire il prelievo fiscale dai poveri ai ricchi, dai redditi da lavoro e di impresa ai patrimoni e alle rendite.

  • Investimenti pubblici in economia per un piano del lavoro: con 5 miliardi si possono creare per 250mila posti di lavoro aggiuntivi.

  • Welfare: No ai tagli alla sanità; incremento del fondo sociale e del fondo per le non autosufficienze fino a 600 milioni; introdurre una forma di sostegno al reddito strutturale la cui copertura sarebbe garantita dalla riforma fiscale; portare gli stanziamenti per il servizio civile nazionale a 302,5 milioni per garantire l’avvio del servizio ad almeno 55mila giovani; chiudere i Cie e i Cara (-500 milioni) e destinare le risorse risparmiate al sistema di accoglienza ordinario e agli interventi di inclusione sociale.

  • Istruzione: Tagliare i fondi per le scuole private e per l’ora di religione, aumentare i fondi per l’autonomia scolastica, per gli stages e per i progetti scuola- lavoro.

  • Università: Avviare un piano straordinario per l’assunzione di 10mila ricercatori; no al contributo di 50 euro per il rilascio del visto per studenti stranieri, aumentare le risorse per il fondo borse di studio.

  • Ambiente: tagliare di 1 miliardo i finanziamenti per le grandi opere a vantaggio di piccole opere e di un piano nazionale della mobilità che privilegi il trasporto pubblico locale e stanziare 500 milioni per interventi di tutela del territorio; investire davvero nella lotta ai cambiamenti climatici grazie allo sviluppo delle energie rinnovabili, all’introduzione della carbon tax e di una tassa automobilistica sulle emissioni Co2; tutelare la biodiversità destinando risorse adeguate agli interventi nelle aree protette e adeguando i canoni di concessione per attività estrattive.

Ecco la mappa delle amministrazioni sciolte per mafia

Ogni tanto ci giunge notizia, nello streaming confuso e iper-raffollato di notizie quotidiane, di un qualche commissariamento, di giunte sciolte o fatte decadere per coinvolgimenti con la criminalità organizzata. Ma quante sono, a quasi 25 anni dall’attuazione del testo unico sugli enti locali, le amministrazioni investite da questa sorte?

A rispondere a questa domanda, l’associazione Avviso Pubblico, che ha realizzato una mappa interattiva (aggiornata al 31 ottobre 2015) di tutte le amministrazioni locali sciolte per infiltrazioni di tipo mafioso dal 1991 a oggi. La mappa, contiene anche informazioni sull’elenco dei comuni attualmente commissariati. Visionabili uno per uno nel dettaglio, con data del decreto di scioglimento e stato attuale annessi.


Mentre un video, realizzato sempre dall’associazione degli enti locali e delle Regioni, illustra in maniera schematica e didattica, le caratteristiche della cosiddetta “procedura ex art. 143”, i dati e i problemi emersi nei 24 anni di applicazione della normativa in materia di scioglimento dei comuni infiltrati.
Introdotta nel nostro ordinamento con decreto legge n. 164 del 1991, è ora compiutamente disciplinata, dopo una serie di modifiche, negli articoli da 143 a 146 del testo unico degli enti locali del dl n. 267 del 2000.

Duecentosessantasei, le amministrazioni locali sciolte, di cui 145 Comuni, il municipio di Ostia, la Provincia di Reggio Calabria e 5 aziende sanitarie. Attualmente esistono proposte di modifica della legge per estendere l’istituto anche agli enti finanziati dai Comuni.

Anche se di fatto, l’andamento è tutt’altro che regolare, spiegano, perché il picco di decreti c’è stato nel biennio 1991-1992, quindi non appena approvata la legge, e di nuovo tra il 2012 e 2013. Fra i dati particolarmente lampanti, ci sono la reiterazione del “vizio”, per così dire: alcuni comuni, ben 99, sono stati sciolti per ben due volte; nove comuni invece, hanno pensato bene di raggiungere il picco di tre scioglimenti.

Le regioni maggiormente coinvolte, quelle del Sud: Campania (con 98 scioglimenti, di cui 52 solo nella provincia di Napoli), Calabria (84 scioglimenti, con la provincia di Reggio che vede gli stessi dati della gemella partenopea) e Sicilia (66 in tutta l’isola). Dato che non sta a significare una minore penetrazione nelle regioni settentrionali, al contrario: nonostante documentazioni cospicue e numerose denunce, stupisce la limitatezza degli scioglimenti al Nord. Come mai tante discrepanze e contraddizioni? Principalmente, spiega Avviso Pubblico, lo strumento è inefficace nel combattere il fenomeno mafioso alla base, così come quello della sua capacità d’infiltrazione.

Ma come funziona il decreto di scioglimento di un’amministrazione?

«La procedura è complessa», delinea Avviso Pubblico, «prevede un’approfondita istruttoria del prefetto – attraverso un’apposita commissione di indagine, che scandaglierà contratti, appalti e servizi – e una decisione finale del Consiglio dei ministri su proposta del ministro degli Interni», disposta infine con decreto del Presidente della Repubblica. Tuttavia, onde evitare le facili influenze e derive di tipo politico, e la discrezionalità della decisione (tipico degli atti di alta amministrazione), è possibile fare ricorso al Tar, che fino a oggi ha annullato il 10% dei decreti.

Lo scioglimento è decretato quando ci sono quelle condizioni descritte dalla legge come “elementi concreti univoci rilevanti” che dimostrino la connessione fra la criminalità organizzata e gli amministratori pubblici, così come “forme di condizionamento degli stessi, tali da incidere negativamente sulla funzionalità degli organi elettivi”.

Non è necessario che siano stati commessi reati perseguibili penalmente: come detto, è sufficiente che emerga una possibile soggezione degli amministratori locali alla criminalità organizzata. Naturalmente, gli indizi raccolti devono essere “concordanti fra loro”, “documentati” e “indicativi” della suddetta influenza, anche senza che ci sia bisogno di accertare una specifica volontà degli amministratori, di assecondare le richieste della criminalità.

Il decreto, con una validità che va dai 12 ai 18 mesi (prorogabili a 24 mesi), comporta non solo lo scioglimento della giunta e la decadenza del consiglio, ma anche la risoluzione di tutti gli incarichi dirigenziali e di consulenza nominati dall’amministrazione sciolta. I membri della quale saranno dichiarati incandidabili alla tornata elettorale successiva.

Inizia così la gestione commissaria straordinaria.

Arriva Artissima 2015, la direttrice Sarah Cosulich ci racconta le novità

L’edizione di Artissima dello scorso anno ha raggiunto quota 50mila visitatori e,  da quando nel 2012 Sarah Cosulich ne è alla guida, la kermesse torinese ha saputo conquistare fette di pubblico sempre più ampio, dall’estero e dall’Italia: un pubblico fatto di collezionisti, ma anche di appassionati d’arte alla ricerca di novità, fuori dal mainstream. Diventando oltre che mostra-mercato una buona occasione per conoscere le ultime tendenze del contemporaneo e nuovi artisti emergenti. Nei 20mila mq di esposizione all’Oval del Lingotto dal 6 all’8 novembre, ci sono state 207 gallerie da 35 Paesi, una ventina di istituzioni e altrettante riviste d’arte. Senza dimenticare gli eventi al Castello di Rivoli, alla Fondazione Merz, con la mostra di Boltanski, con il progetto One Torino alla Fondazione Sandretto. Abbiamo chiesto alla direttrice di raccontarci le maggiori novità che hanno caratterizzato l’edizionequest’anno.

Sarah Cosulich  l’area anglo-americana continua ad essere egemone oppure la geografia delle gallerie presenti ad Artissima sta cambiando?

La provenienza principale rimane quella europea e occidentale ma negli anni recenti Artissima è riuscita a espandersi molto nel mondo grazie al lavoro di ricerca.

Sarah Cosulich ph. Michele D'Ottavio
Sarah Cosulichcuratori coinvolti nei progetti della fiera. Quest’anno sono coinvolti in modo importante i Paesi dell’America Latina e in Present Future c’è una forte presenza di artisti e gallerie mediorientali. Abbiamo anche esplorato l’Europa dell’Est, un’altra area geografica importante su cui vogliamo investire in futuro. Nei prossimi anni cercheremo di coinvolgere anche altri Paesi stranieri attraverso gallerie che hanno un’identità sperimentale come quella della fiera.

La crisi  economica ha indirettamente favorito lo sviluppo di nuove estetiche meno legate al mainstream imposto dalla solita manciata di collezionisti ultramiliardari?

Non so se si possa parlare di crisi del mercato dell’arte internazionale. Anzi,  in questo momento, a guardare il risultato delle aste, il contemporaneo sta vivendo un momento di grande crescita, esplosiva. La crisi forse si può riferire solo alla situazione delle gallerie italiane a causa della penalizzazione fiscale a cui il nostro Paese è soggetto, vista l’Iva più alta rispetto ad altri Paesi stranieri. Parlando invece di nuove estetiche meno legate al “mainstream” non lo legherei tanto al tema della crisi, quanto a una scelta di ricerca ed è quella che definisce l’identità della fiera. Artissima fa un lavoro poco “mainstream”, molto di scoperta di voci nuove e giovani, anche con la sezione Back to the Future che si concentra da tempo sulle voci dei pionieri dell’avanguardia. Si tratta di artisti che hanno influenzato le nuove generazioni, con una grande importanza storica ma che al tempo stesso non sono sempre stati riconosciuti dal grande pubblico e dagli addetti ai lavori.

Quali sono le maggiori novità di Back to the Future, di Present Future e delle altre sezioni?

Back to the Future, la sezione nata con un focus sugli anni ’60, ’70 e ’80, nel 2015 si concentra per la prima volta su opere prodotte nel decennio 1975-1985. Un modo per guardare alla decade che sta sui margini tra concettualismo, inizio della figurazione, importanza del gesto, momento in cui l’artista è spesso protagonista in prima persona. Quanto a Present Future 2015 ha impegnato il team curatoriale per diversi mesi alla ricerca di proposte artistiche innovative, complesse e multiformi di artisti prevalentemente attivi in Europa, in Nord America e nel mondo arabo-mediorientale. La sua struttura e forza nascono dai progetti presentati e dalla loro capacità di sollevare interrogativi e riflessioni sugli attuali mutamenti in corso nello scenario geopolitico mondiale. Mentre In Mostra è un nuovo progetto espositivo speciale all’interno di Artissima 2015. Lo spazio, nato per offrire una vetrina alle collezioni di arte contemporanea e alle istituzioni artistiche del Piemonte, quest’anno è stato reinventato come esposizione indipendente, su 700 metri quadri di spazio in fiera. La mostra Inclinazioni, curata da Stefano Collicelli Cagol, è dedicata alle collezioni del patrimonio di Torino e coinvolge 22 tra collezioni di arte contemporanea e istituzioni artistiche del Piemonte, in un’ottica di sistema e di collaborazione con il territorio. Una sfida che mira a unire il ruolo commerciale della fiera con quello non profit di istituzioni e associazioni.

L’artista Rachel Rose ha ricevuto il Premio Illy 2014 e ora il avoro della giovane artista sarà esposto al Castello di Rivoli. Può dirci qualcosa di più del suo lavoro?

Rachel Rose è una voce molto interessante nel panorama contemporaneo. Al Castello di Rivoli ha creato un’installazione che riflette il nostro modo di guardare in senso fisico, percettivo e inconscio. E poi collettivo e individuale. Dopo il riconoscimento ad Artissima, Rose ha avuto in poco tempo un percorso ricchissimo che l’ha vista protagonista di altre mostre internazionali, tra cui un progetto alla Serpentine Gallery di Londra e al Whitney Museum di New York. La mostra al Castello di Rivoli è il risultato della sinergia unica tra la fiera, il museo, un gruppo di importanti curatori e un partner, ed è la prova della capacità di Artissima di essere luogo di scoperta di artisti importanti all’inizio del loro percorso.

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Marina Abramovic The Hero, 2001 DVD video (Courtesy Galleria Lia Rumma)

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Jae Yong Rhee Memories of the Gaze_Siksan Rice Mill, 2012 Archival pigment print (Courtesy of the artist and Gallery)

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Ai WeiWei, Colored Mirror, 2015 Mirror in rosewood frame from Qing Dynasty (1644-1912), (Courtesy GALLERIA CONTINUA)

In Italia un giovane artista fa fatica ad emergere, ma anche a sopravvivere. In Inghilterra invece ci sono forme di aiuto, così come in altri Paesi del Nord Europa. Che cosa potremmo imparare dal confronto con queste realtà straniere?

Non solo in Inghilterra gli enti pubblici offrono sostegno ma anche in molti altri Paesi nordici esiste un sistema di supporto dei giovani artisti che favorisce l’opportunità di realizzare mostre o progetti internazionali. Anche noi, come Artissima, abbiamo spesso chiesto supporto a enti internazionali per progetti di artisti o gallerie provenienti dal loro Paese. Purtroppo in Italia non esiste questo coordinamento e questo si riflette sulla difficoltà degli artisti italiani di essere promossi nel mondo.

Quest’anno ad Artissima saranno presenti più di venti riviste. Come è cambiato il loro ruolo nel sistema dell’arte?

Il ruolo delle riviste è cambiato moltissimo negli ultimi anni, ma questo ha permesso alle stesse di reinventarsi completamente. Con l’esplosione del web sono cambiate le dinamiche rispetto al ruolo e gli obiettivi. Ma le riviste sono un importante punto di riferimento per un certo tipo di approfondimenti ed è fondamentale che continuino a immaginare il loro ruolo e ad adattarlo a quelle che sono i diversi meccanismi che guidano la comunicazione del mondo dell’arte.

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Turchia, la vittoria del sultano Erdogan

Più stabile, forse. Ma più democratica, laica e plurale, certamente no. La Turchia che ha messo il suo destino nelle mani del “Sultano”, è un Paese spaccato a metà, molto più di quanto mette in luce il risultato delle elezioni legislative. Erdogan è riuscito nel suo azzardo, ma il prezzo che la Turchia è destinata a pagare è altissimo. Il “Sultano” ha trasformato le elezioni in un referendum sulla sua persona e su una torsione presidenzialista del regime. E per conquistare la maggioranza assoluta in Parlamento, negatagli nelle elezioni del giugno scorso, ha messo in campo tutte le armi termine che non è metaforico) a sua disposizione.

 

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Il nuovo Parlamento turco, voti assoluti ai partiti e in percentuale

Il rilancio in chiave nazionalista della guerra contro i curdi, e non solo nei confronti della componente più radicale, il Pkk, il bavaglio imposto ai media indipendenti o legati all’opposizione, fino all’utilizzo della strategia della paura, con stragi di Stati come quella compiuta contro i pacifisti ad Ankara, per non parlare nel ricatto all’Europa nell’uso spregiudicato fatto dei profughi siriani: o me o la destabilizzazione, stabilità o terrore, questo è il referendum che Erdogan ha imposto al Paese. Ha vinto, certamente, ma lo ha fatto cavalcando la paura, giocando sull’ultranazionalismo (togliendo voti al partito dell’estrema destra Mhp), promettendo benessere, trasformando il sud-est della Turchia, a maggioranza curda, in un campo di battaglia, giocando anche sulla debolezza degli avversari, sulla loro divisione, sull’assenza di leader alternativi forti, credibili, nuovi, capaci di costruire un fronte comune e prospettare un’alternativa realistica al regime del “Sultano” e l suo braccio politico, l’Akp. La conquista della maggioranza assoluta in Parlamento, permette all’Akp di Erdogan e Devatoglu di governare da solo, quanto alla modifica, in chiave presidenzialista, della Costituzione, questa può attendere, è solo questione di tempo.

epa05006470 Supporters of Justice and Development Party (AKP) celebrate after hearing the early results of the general elections in front of the party's office in Istanbul, Turkey, 01 November 2015. Early results in Turkey's general elections on 01 November showed the Justice and Development Party (AKP) on track to receive enough seats to form a single party government. The results exceeded pollsters' expectations and would be a huge boost for President Recep Tayyip Erdogan, the AKP founder, who called the snap election and is looking to consolidate his power. EPA/DENIZ TOPRAK
Sostenitori dell’Akp festeggiano il risultato dle partito di Erdogan a Istanbul (EPA/Deniz Toprak)

Ora, il “Sultano” ha altre priorità. La prima delle quali è usare il trionfo elettorale sullo scacchiere internazionale. Erdogan non ha mai nascosto le ambizioni neo-ottomane in politica estera, a cominciare da un ruolo centrale della Turchia nella definizione nei nuovi assetti statuali e di potere nella Siria del dopo-Assad. Il “Sultano” si muove su due direttrici: sedersi al tavolo dei vincitori, una sorta di “Yalta mediorientale” e decidere non solo su chi dovrà guidare la Siria dopo l’uscita di scena (anche qui, è solo questione di tempo, e a decidere quando sarà soprattutto “Vladimir d’Arabia”, il presidente russo Vladimir Putin) di Assad e del suo clan, ma, nel caso in cui lo “Stato fallito” siriano dovesse frantumarsi, individuare lo staterello dell’ex Siria su cui allungare la mano turca. Comunque, al centro dei giochi. Così come con l’Europa. Erdogan ha giocato spregiudicatamente la carta dei 2 milioni di profughi siriani rifugiatisi in Turchia.
Anche qui il messaggio, rivolto ad una Europa incapace di elaborare una strategia comune sui migranti, è stato chiaro: o io, o il caos. O mi sostenete altrimenti quei due milioni di profughi faranno saltare l’Europa. Il ricatto è riuscito, come dimostrano le aperture politiche ed economiche, manifestate verso il “Sultano” dalla cancelliera tedesca Angela Merkel. Si dirà: ora per Erdogan viene il difficile.
Dovrà dimostrare di saper rispettare le tante promesse elettorali elargite in campagna elettorale, far ripartire la locomotiva, in panne, dell’economia turca, portare a termine il suo “disegno siriano”. Tutto vero, ma gli avvenimenti che hanno segnato gli ultimi cinque mesi in Turchia, da elezione a elezione, hanno dimostrato, drammaticamente, che il potere islamista ha saputo rafforzare il patto d’azione, e di affari, con i vertici militari (da sempre l’Esercito è un soggetto politico in Turchia), e che questo patto d’azione mette in conto, anzi ingloba in sé, la militarizzazione dell’informazione, il controllo sul potere giudiziario, il mantenimento in vita della strategia della paura (e dunque c’è da attendersi un inasprimento nella guerra al Pkk).

epa05006675 Kurdish supporters of People's Democratic Party (HDP) clash with riot police after hearing the early results of the general elections in Diyarbakir, Turkey, 01 November 2015. Early results in Turkey's general elections on 01 November showed the Justice and Development Party (AKP) on track to receive enough seats to form a single party government. The results exceeded pollsters' expectations and would be a huge boost for President Recep Tayyip Erdogan, the AKP founder, who called the snap election and is looking to consolidate his power. EPA/STR
Diyarbakir, scontri tra polizia e sostenitori dell’Hdp dopo l’annuncio dei primi risultati del voto (EPA/STR)

 

Il voto turco, infine, rimanda ad una riflessione che va oltre i confini della Turchia e investe la geopolitica del Grande Medio Oriente e dei suoi attori principali: con l’eccezione della Tunisia, si può dire che la stagione della speranza, quella dei ragazzi di Piazza Tahrir come di Gezi Park, sia davvero venuta meno, e che in questa nevralgica area del mondo, ci sia solo spazio di comando, per sultani, califfi, generali-presidenti e zar, con un occidente miope, imbelle, privo di visione, che in quel mondo cerca solo dei “gendarmi” a cui affidare il compito di farsi carico, con la repressione, i muri, il filo spinato, di una umanità sofferente che da quell’inferno ceca di fuggire. La vittoria del “Sultano” ha anche questo segno. Triste, e molto inquietante..

Aemilia, Ciconte: «Il Pd ha colpe enormi. Colpe politiche chiaramente»

Il 28 ottobre 2015, è iniziato il processo Aemilia, processo che vede alla sbarra la ’ndrangehta presente in Emilia-Romagna e nelle regioni del Nord-Italia, ma soprattutto imprenditori e politici locali. Oggi, la terza di quasi trenta udienze che si terrano entro Natale. Duecentodiciannove gli imputati. Decine e decine i reati contestati, quasi tutti con l’aggravante di favorire e agevolare l’azione mafiosa.
Sono passati quasi 20 anni (era il 1998) da quando Enzo Ciconte, oggi professore all’Università di Pavia dove insegna Storia delle mafie italiane, analizzava e sintetizzava per primo – nel suo libro Mafia, Camorra e ‘Ndrangheta in Emilia-Romagna – il radicamento della criminalità organizzata al Nord. Ex deputato del Pci, e consulente per oltre 11 anni della commissione parlamentare antimafia, è considerato il massimo esperto in Italia di dinamiche e penetrazioni mafiose, gli abbiamo chiesto di delinearci i tratti salienti di quello che può essere considerato il maxiprocesso alla criminalità – e alla storia – dei giorni nostri.

Professore, è un processo storico? Ci può dire perché?
Sì, lo è senz’altro. Intanto, è la prima volta vengono processati contemporaneamente cosi tanti mafiosi. Ma il processo è storico anche per un’altra ragione: segna un mutamento di qualità rispetto al passato. Per la prima volta, emerge un coinvolgimento equivalente da parte del mondo dei corruttori, gli ’ndranghetisti, e dei corrotti, pezzi di società, che a loro volta diventano criminali. Su alcuni segmenti della società, come nel mondo del giornalismo, dell’economia, dell’imprenditoria, della pubblica amministrazione, emergono fatti inquietanti. Per la prima volta sono questi mondi ad andare a chiedere i servigi e cercare le strade della criminalità organizzata e non viceversa. Ora sono uomini del Nord, nati e cresciuti a Reggio Emilia o a Modena, a richiedere per primi un certo tipo di reati, non uomo in di Cutro. Il mutamento è tutto qua: mentre prima gli imprenditori erano calabresi, emigrati e stabilitisi al Nord, vittime e poi collusi, adesso la novità rilevante è che una parte imprenditoria reggiana si criminalizza.

Si “’ndranghetizza”, praticamente?
Esattamente.

Come mai?
Crisi dell’economia, e dell’etica. Etica imprenditoriale, principalmente. E poi, tutto sommato, va detto: trovano comodo usufruire delle scorciatoie. Un imprenditore di Reggio (Emilia, ndr) ha prima tentato di corrompere una funzionaria di Brescia per ottenere un appalto, poi siccome l’affare non è andato in porto, per così dire, si rivolto alla ’ndrangheta per riavere i soldi, e sa perché, spiega? Perché “commercialmente ci stava”, si è giustificato. “Commercialmente ci stava”. È agghiacciante, perché vuol dire che tu imprenditore, consideri la ’ndrangheta come un fatto economico, e non ti rendi conto che così la alimenti, la nutri.
Come una sorta di recupero crediti di nuova generazione, praticamente.
Nel mondo giornalistico invece, succede altro. Qualcuno fa da trait d’union con la mafia. Uomini cerniera, io li chiamo. L’imprenditore viene consigliato direttamente dal giornalista che gli dice di rivolgersi agli ’ndranghetista. Il giornalista (tra gli imputati di Aemilia, ndr) prende coscientemente parte di questo processo.

Oltre alla Regione, a diversi Comuni e Province, centinaia erano originariamente le persone offese individuate. All’inizio del processo, però, solo 4 persone si sono dichiarate parte civile – di cui una sola presente in aula, la coraggiosa giornalista del Resto del Carlino di Reggio Emilia Sabrina Pignedoli. Come mai le vittime si sono tirate indietro?
Si chiama paura. Si chiama omertà. Il problema è che ce l’hanno a Reggio Emilia, a Bologna, che cavolo! Stiamo parlando di luoghi in cui, per altro, non c’è il controllo del territorio. Non c’è mai scritto in 1500 pagine di ordinanza, una sola riga in merito. La capacità pervasiva esiste perché le mafie condizionano il mercato.

Quindi paura di ritorsione economica più che fisica?
Mah, quando c’è la paura, è paura. Principalmente per la propria incolumità.

Come mai, almeno al Nord, non c’è la fiducia nella magistratura?
Sospira. Questo non so dirglielo. Non ne ho proprio idea.

Chi sono le vittime, le parti offese?
Se si guardano i reati, sono facilmente bersaglio di estorsione o intimidazione, come appunto gli imprenditori, principalmente. O i commercianti. Per le dinamiche di cui sopra. Ma anche operai, lavoratori del settore edile e via discorrendo.

Sono 20 anni che racconta quanto la ‘ndrangheta faccia parte del tessuto emiliano romagnolo e del nord in generale, e quanto necessariamente si debba nutrire di questo per prosperare. Dunque perché si è arrivati a mettere insieme elementi per un processo solo ora? Cos’è cambiato?
C’è voluto un po’ per mettere insieme tutto. Ma un momento: tenga conto che questa è solo una ’ndrina, quella dei Grande Aracri, ma c’è tutto un panorama che ancora non abbiamo toccato.

Sarebbe stata la mia prossima domanda: cosa e quanto c’è di tuttora sommerso, che ancora non sappiamo?
Ah, sicuro che sia un panorama enorme, come le dicevo. Perché guardando al passato, al radicamento, ad alcune presenze storiche, per così dire, posso assicurarle che c’è ancora molto. Non è una critica ai magistrati, per carità: non è possibile fare tutto in una volta.
Poi c’è un altro aspetto: c’è la parte della politica che è interessante. Tutto un altro mondo da scoperchiare. Rispetto al passato, la politica ha ceduto: invece di essere un presidio contro questi atteggiamenti criminali, i politici che emergono dall’inchiesta hanno fatto un’operazione diversa. Hanno avuto, senza dubbio alcuno, rapporti chiari e consapevoli con la ’ndrangheta. Perché anche qui, è cambiata l’etica della politica. Un tempo aveva a disposizione una cosa seria che si chiamavano partiti, c’era un lascito che si tramandava e consegnava di generazione in generazione. In Emilia, poi, col Pci che era autorevolissimo… La selezione della classe dirigente avveniva all’interno delle sezioni, con un passaggio tra le persone… Nel momento in cui tutto questo è venuto meno, e si va alle primarie, cambia tutto. Il passato delle persone e la loro esperienza, contano.

Il segretario provinciale di Bologna, Critelli, ha dichiarato che il Pd ha parecchio da farsi perdonare.
Non c’è dubbio alcuno. Il Pd ha colpe enormi. Colpe politiche, chiaramente.

Cosa si può fare, per il futuro?
Ah, io sono uno storico, non un indovino (ride un po’ amaramente). Mantenere viva, e sempre costante l’attenzione nei confronti di questo fenomeno. Perché ormai spero sia chiaro che ci sarà una presenza mafiosa che non si scioglierà nel giro di pochi anni. Non è un fenomeno circoscritto che fa qualche anno svanirà. Poi, ognuno deve fare la sua parte. Gli amministratori locali non devono più farei gli appalti al massimo ribasso d’asta, gli imprenditori devono fare gli imprenditori senza prendere scorciatoie, i politici i voti li devono raggranellare facendo politica e non la appellandosi alla ’ndrangheta. Insomma, facendo cose normali come si fa in un Paese normale. Il problema non lo risolvi con i processi, le inchieste e le condanne. Lo risolvi con la cultura.