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Puf! “Il grande piano di prevenzione idrogeologico” promesso non c’è già più

26 luglio, tarda sera. Lancio di agenzia. Giorgia Meloni annuncia «l’obiettivo di medio termine che il Governo si dà è quello di superare la logica degli interventi frammentati varando un grande piano di prevenzione idrogeologico». «Non abbiamo tutti i mezzi necessari – diceva Meloni -. Nei mesi scorsi il Governo ha già incrementato le assunzioni tra chi è chiamato a soccorrere e sin dalla prossima legge di bilancio intendiamo aumentare le spese per la manutenzione di veicoli ed aerei. Ma i continui disastri a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi – ha sottolineato – dimostrano che le emergenze saranno sempre più presenti e questo significa che dobbiamo certo lavorare transizione ecologica, ma che dobbiamo anche fare quello che non si è avuto il coraggio di fare nel passato, cioè lavorare per mettere in sicurezza il territorio». Dicevano i bene informati che il Piano potrebbe vedere la luce nella prima metà del 2024 e ci stanno già lavorando i tecnici della cabina di regia sul dissesto.

27 luglio, pomeriggio. Il ministro Raffaele Fitto ha presentato in conferenza stampa il piano di modifica del Piano di ripresa e resilienza. La decisione principale presa dalla cabina di regia è stata quella di eliminare alcuni progetti dal Pnrr. Tra le iniziative cancellate ci sono le «misure per la gestione del rischio di alluvione e per la riduzione del rischio idrogeologico», per un valore pari a 1 miliardo 287 milioni e 100mila euro non sarà più ricompreso nel Pnrr. Oltre a questo, è stato eliminata la misura denominata «interventi per la resilienza, la valorizzazione del territorio e l’efficienza energetica», per la quale erano stati previsti 6 miliardi di euro.

Non si tratta di un cortocircuito. Ciò che ha annunciato il ministro Fitto in conferenza stampa è stato ovviamente condiviso con la presidente del Consiglio. Mentre Giorgia Meloni annunciava un «grande piano» in tasca aveva già la cancellazione dell’altro piano dal Pnrr. Non è malafede. È ipocrisia calcolata prevedendo che si possa governarne l’effetto. Un governo che pronuncia una promessa che sa di avere già tradita. Siamo qui.

Buon venerdì.

L’estate nera del 1980. Due giorni prima della strage di Bologna, l’attentato neofascista a Milano

L’attentato a Palazzo Marino, sede del consiglio comunale di Milano, commesso nella notte fra il 29 e il 30 luglio 1980, poco più di 48 ore prima della strage del 2 agosto 1980 alla Stazione di Bologna, quasi dimenticato, costituisce uno dei più gravi fatti terroristici avvenuti nella città, sia per la quantità dell’esplosivo utilizzato, sia per le modalità. Si trattò, infatti, del primo caso di attentato a Milano mediante autobomba.
Alla 1.55 del 30 luglio fu fatta saltare una Fiat 132 carica di esplosivo nelle vicinanze dell’ingresso riservato ai consiglieri, lato piazza San Fedele. La vettura esplodeva disintegrandosi quasi completamente, causando gravi danni all’interno del palazzo con il danneggiamento di infissi e vetrate e lo scardinamento del cancello di ingresso. Davanti si formò un profondo cratere. Danneggiata fu anche la facciata della vicina chiesa di San Fedele, così dicasi per alcuni stabili circostanti, nonché per le vetture parcheggiate intorno. Parti della Fiat 132 vennero addirittura ritrovate sui tetti degli edifici che si affacciavano sulla piazza. Nessuna vittima. Le conseguenze dell’esplosione sarebbero state anche maggiori se, oltre ai sei chili circa di polvere da mina tipo Anfo contenuti in un tubo di piombo, fossero deflagrati altri due chili di esplosivo contenuti in un altro tubo e altri sei posti in una tanica, proiettati all’esterno della vettura e fortunatamente rimasti intatti.

Si era da poco conclusa la prima seduta del consiglio che aveva eletto la nuova giunta di sinistra, Pci-Psi. Nella piccola piazza si erano formati diversi capannelli: consiglieri comunali, esponenti dei partiti, giornalisti, semplici spettatori della seduta dell’assemblea municipale. Poi tutti a casa. All’1.45 i due vigili di guardia avevano chiuso il portone. Il sindaco, Carlo Tognoli, solo da un attimo si era allontanato dal suo ufficio, al secondo piano. L’autobomba era stata collocata proprio lì sotto a pochi metri. Una scheggia di lamiera fu ritrovata conficcata nell’apparecchio telefonico sulla sua scrivania. Solo per una manciata di minuti non si sfiorò un’ecatombe. Fu di fatto una mancata strage.

L’attentato venne rivendicato con un volantino lo stesso 30 luglio dai “Gruppi armati per il contropotere territoriale”, organizzazione sconosciuta nel panorama dei gruppi di sinistra, che indicava in Palazzo Marino il «rappresentante territoriale del potere democristiano». Che qualcosa non quadrasse era evidente. La Dc era infatti costretta all’opposizione.
Il recupero della targa della Fiat 132 semidistrutta consentiva di accertare che la vettura era stata rubata ad Anzio nell’aprile precedente, a 60 chilometri a sud di Roma, dove operava il cosiddetto “Gruppo Giuliani”, struttura eversiva di destra legata operativamente ai Nar e a Gilberto Cavallini. E fu proprio chi era politicamente e sentimentalmente legata al capo del gruppo, Laura Lauricella, a confidare all’autorità giudiziaria che Egidio Giuliani aveva consegnato una grossa partita di esplosivo a due elementi della zona di Latina (Benito Allatta e Silvio Pompei), che lo avevano poi girato a «gente» di Milano per fare l’attentato al palazzo comunale.

Laura Lauricella confessò anche che nelle «basi» del gruppo Giuliani, nei dintorni di Roma, aveva avuto modo di vedere notevoli quantitativi di esplosivo in polvere di colore bianco o giallo/marroncino del tutto analogo all’Anfo utilizzato per l’attentato al Comune di Milano.
Un altro componente del gruppo, Marco Guerra, dichiarò invece che Egidio Giuliani era assai abile nel confezionare ordigni esplosivi costituiti da tubi di piombo riempiti di polvere da mina.
Sulla base di tali elementi, Giuliani, Allatta e Pompei vennero incriminati. Prove concrete, però, non ne furono raccolte e i tre nell’aprile del 1983 furono prosciolti. Non bastarono nemmeno le successive dichiarazioni di Sergio Calore (fondatore di Costruiamo l’azione e del Movimento rivoluzionario popolare), che nel 1984 parlò dell’uso dell’Anfo da parte dei gruppi neofascisti romani, e di Raffaella Furiozzi, all’epoca legata al militante dei Nar Diego Macciò, rimasto ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia nel 1985, che le confidò che l’attentato di Milano era stato «ideato» da Gilberto Cavallini. Angelo Izzo, dal canto suo, nel 1986 indicò nuovamente tra i responsabili Cavallini e Giuliani.

Tutti furono comunque condannati per la detenzione di notevoli quantità di esplosivo da mina, micce e detonatori rinvenuti nelle basi del gruppo. Un’entità, la banda di Egidio Giuliani, che si collocava in una sorta di crocevia eversivo tra i Nar di Gilberto Cavallini, Costruiamo l’azione (erede della struttura di Ordine Nuovo guidata da Paolo Signorelli) e la malavita comune.

Egidio Giuliani nel 1990 fu condannato a otto anni per i reati associativi nell’ambito del processo per la strage di Bologna e nel 2016 a 16 anni di reclusione per aver fatto parte del commando che nel luglio 2014 uccise Silvio Fanella, il broker ritenuto il “cassiere” dell’imprenditore Gennaro Mokbel.
Gilberto Cavallini, già otto ergastoli per diversi omicidi, ne ha, invece, recentemente accumulato un nono, in primo grado, il 9 gennaio 2020, per concorso nella strage alla stazione di Bologna.

Tutti gli elementi raccolti portano a concludere che l’attentato di Milano, con la volontà di fare strage di consiglieri comunali al varo di una giunta di sinistra, fosse parte del medesimo progetto eversivo, una prima tappa ordita dalla P2 di Licio Gelli ed eseguita dai Nar, unitamente ad altri esponenti neofascisti di Terza posizione e Avanguardia nazionale, come riconosciuto dalle ultime sentenze del Tribunale di Bologna che hanno condannato Gilberto Cavallini e successivamente Paolo Bellini (6 aprile 2022), quest’ultimo ex di Avanguardia nazionale con un passato da killer di ‘ndrangheta.

L’autore: Saverio Ferrari è direttore dell’Osservatorio democratico sulle nuove destre

 

L’autonomia differenziata in un Paese già spaccato dal clima

illustrazione di Fabio Magnasciutti

Se le conseguenze sociali ed economiche dell’autonomia differenziata possono essere drammatiche, come ci hanno ampiamente spiegato autorevoli costituzionalisti, economisti ed esperti nel campo dell’istruzione e della sanità che si sono mobilitati contro il ddl Calderoli, per le problematiche ambientali le conseguenze potrebbero essere tragiche. Un contesto di autonomia legislativa regionale assoluta ci proietterebbe infatti in uno scenario più critico di quello attuale per le difficoltà che uno spezzettamento dello Stato comporterebbe nel contrasto alla crisi climatica e ambientale. Anzi, rispetto alla questione ambientale, l’autonomia regionale risulterebbe oltre che estremamente dannosa, completamente priva di senso, si potrebbe dire demenziale. Non c’è più tempo da perdere, ce lo stanno mostrando da anni i risultati di decenni di analisi e studi scientifici sullo stato della terra.

I fatti stessi, a cui assistiamo quotidianamente, ce lo stanno rivelando in modo sempre più diretto e purtroppo tragico per molti di noi. La portata e le conseguenze dell’attuale crisi climatica richiederebbero un’immediata pianificazione, progettazione ed attuazione di strategie nazionali volte a contrastarla e a mitigarne gli effetti. Abbiamo bisogno di leggi e norme attuative coerenti, unitarie su tutto il territorio nazionale, che rendano possibile una reale transizione ecologica, o conversione ecologica, come preferisce chiamarla chi ne vuole sottolineare la necessaria radicalità. Con l’autonomia differenziata si creerebbero invece piccole isole egoistiche, guidate da interessi parziali, locali e settoriali, fuori da ogni controllo centrale democratico, probabilmente in conflitto le une con le altre.

La terra sta bruciando, le inondazioni colpiscono diverse aree del pianeta con frequenza e potenza distruttiva impensabili fino a dieci anni fa. Incendi e desertificazione come inondazioni e devastazioni sono due facce della stessa medaglia. In Canada quest’anno sono bruciati più di 10 milioni di ettari di bosco, Il fumo degli incendi ha oscurato i cieli degli Usa. Nel Vermont è recentemente caduta in 48 ore la pioggia di due mesi. In India le piogge monsoniche di luglio hanno causato diverse decine di vittime. È questa la “nuova normalità” in tutto il pianeta. L’Italia è uno dei Paesi più esposti. Ma le ondate di calore come quella che stiamo attraversando, la siccità che ha ridotto del 30% la nostra produzione agricola, come le recenti violente grandinate al nord, gli incendi al sud e le violente inondazioni di maggio in Emilia Romagna non sono calamità naturali imprevedibili e inaspettate. Si tratta di tipici eventi estremi, previstI ed annunciati in innumerevoli rapporti scientifici pubblicati da circa 4 decenni. Soltanto l’Ipcc, il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico formato nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite, l’Organizzazione meteorologica mondiale e il Programma delle Nazioni unite per l’ambiente ha pubblicato quest’anno la Sintesi (Synthesis Report – SYR) del sesto rapporto di valutazione sui cambiamenti climatici (AR6), definito giustamente da alcuni ambientalisti “Ultima chiamata per la terra”.

Le attività umane influenzano sempre di più il clima e la temperatura del nostro pianeta aumenta principalmente a causa dei combustibili fossili bruciati, ma anche a seguito delle foreste pluviali abbattute, della cementificazione e degli allevamenti intensivi che insieme all’agricoltura industriale danno il loro considerevole contributo distruttivo. Bruciamo globalmente ogni anno circa 15 miliardi di tonnellate combustibili fossili ed immettiamo in atmosfera circa 36 miliardi di tonnellate di Co2. L’ 85 % circa delle emissioni totali di Co2 derivano dalla loro combustione.

La temperatura media mondiale è già aumentata di 1,1 gradi centigradi rispetto all’era preindustriale, in Italia siamo già a più di 2 gradi di aumento. Se non facciamo nulla, arriveremo ad un aumento di temperatura media mondiale di 5 gradi centigradi nel 2100. In Italia supereremo i sette gradi. Se facciamo quello che stiamo facendo oggi arriveremo a 3 gradi centigradi in più mediamente nel mondo, a 5 in più in Italia.
È necessario quindi fare di più e dobbiamo farlo subito, con la consapevolezza che anche se faremo di più, il clima tenderà comunque a peggiorare, gli eventi estremi saranno più frequenti che in passato, la situazione sarà problematica, ma non catastrofica.
Se non lo facciamo andiamo dritti verso la catastrofe.

Dovremmo accelerare la risposta alla crisi, e invece continuiamo a supportare e finanziare un’economia estrattivista e produttivista che insegue il mito insensato della crescita infinita nel nostro piccolo mondo finito. Abbiamo un modello economico che ha mostrato tutti i suoi limiti anche anche a chi pur vivendo ancora in una zona di comfort riesce a vedere oltre il proprio spazio ristretto, ma non arriva a chi è reso miope, se non cieco, da interessi economici enormi concentrati in poche mani.

Giustizia sociale e giustizia ambientale devono andare di pari passo se si vuole che il benessere sia diffuso e duraturo. Soltanto un cambiamento radicale delle nostre attività produttive, in particolare quelle energetiche, pianificato e progettato a livello nazionale, in sintonia con l’Unione Europea e nel rispetto degli accordi internazionali siglati, può mitigare gli effetti della crisi e permetterci un adattamento che ci protegga dall’esserne devastati.
In primo luogo bisogna intervenire sulla produzione e il consumo di energia.

Eppure, secondo le stime di Legambiente, i sussidi diretti e indiretti alle fonti fossili in Italia, nel 2022, ammontavano ancora a circa 41 miliardi di euro, e non tendono a diminuire. Cosa aspettiamo per azzerare questi sussidi per investirli seriamente nelle fonti di energia rinnovabile e sul risparmio energetico? È quello che stanno chiedendo gli attivisti di Ultima Generazione. Ma quello che ottengono è criminalizzazione e condanna. C’è chi grida allo scandalo per qualche secchio di vernice lavabile su palazzi e monumenti, senza capire che i veri danni irreversibili li fa la politica che non ascolta le loro richieste. Anche dal Tribunale Vaticano sono stati esageratamente giudicati e condannati con pene che prevedono cospicui risarcimenti e perfino la reclusione, nonostante le loro azioni di disubbidienza civile seguano gli inviti all’azione rivolti ai giovani dal papa, contro il collasso climatico.

Bisogna smettere di erogare sussidi ambientalmente dannosi. È necessario elettrificare, soprattutto attraverso il fotovoltaico. La tecnologia è matura, i costi vantaggiosi.
Ma il nostro Paese non sta andando nella direzione giusta. Il rapporto di Terna -l’azienda che gestisce la rete di trasmissione elettrica italiana – riguardo alla produzione energetica da fonti rinnovabili del 2022, mostra un calo del 13% rispetto al 2021, corrispondente a 98,4 TWh su un totale di 316,8 TWh. La causa principale di questo crollo si trova nel lungo periodo di siccità che, fra i suoi effetti nefasti, ha avuto anche quello di ridurre sensibilmente la produzione idroelettrica che è calata del 37,7% rispetto al 2021. Si è registra però anche un calo dell’eolico (-1,8%) e del geotermico (-1,6%).

Diminuisce la produzione idroelettrica, sale quella da carbone e altre fonti fossili: più della metà dell’energia prodotta nel 2022 proviene da carbone o fonti non rinnovabili.
E l’attuale governo cosa fa? Prima decide di prolungare, attraverso l’assicuratore di Stato Sace, il finanziamento di progetti legati all’estrazione e al trasporto di combustibili fossili almeno fino al 2028, ritirandosi di fatto dagli accordi presi durante la ventiseiesima Conferenza delle parti sul clima (Cop26), tenutasi a Glasgow nel novembre 2021. Una scelta contraria alle evidenze scientifiche e all’opinione della comunità internazionale. Proprio il 20 marzo 2023, giorno in cui è stata resa pubblica la decisione del governo di proseguire con gli investimenti in carbone, petrolio e gas fossile. l’Italia viene indicata tra i Paesi più vulnerabili alle conseguenze degli sconvolgimenti climatici nel documento di sintesi dell’Ipcc. Il segretario generale delle Nazioni unite, António Guterres, ribadisce la necessità di cessare ogni licenza o finanziamento di nuovi impianti petroliferi e di gas. Esattamente il contrario di quanto sta facendo Sace.

Inoltre, in una recente intervista, il nostro ministro per l’ambiente Pichetto Fratin si vanta di aver sdoganato un altro progetto di rigassificatore, quello di Gioia Tauro. Dopo Piombino e Ravenna andiamo al Sud. Costi di produzione degli impianti e di trasporto enormi, e problemi di sicurezza rilevanti da affrontare, per progetti che nel giro di 10-15 anni dovranno essere dismessi, se vogliamo smettere di bruciare metano e altri fossili per arrivare alla neutralità climatica nel 2050. Il metano, che tanto ci affanniamo ad approvvigionare, è infatti uno dei gas più climalteranti, circa 25 volte più dannoso della Co2, le cui pericolose e cospicue perdite nelle varie fasi di produzione, di trasporto e di distribuzione non sono state adeguatamente considerate. La sua concentrazione in atmosfera sta aumentando più rapidamente di quanto non abbia fatto finora e ha raggiunto livelli record di circa 1,9 parti per milione. Nel 2021 l’Unep, il programma ambientale delle Nazioni Unite, ha pubblicato un rapporto che opera una valutazione sull’impatto delle emissioni di metano, indicando quanto sia urgente ridurle e qual è la strada da seguire. Rilasciamo globalmente in atmosfera circa 380 milioni di tonnellate di metano ogni anno, proveniente prevalentemente dall’industria dei combustibili fossili, dalle discariche di rifiuti e dal settore agricolo.

Si legge nel rapporto Iea (International energy agency) di gennaio 2021, che si è concentrato sulle emissioni di metano dell’industria energetica: «Assumendo che una tonnellata di metano corrisponda a circa 30 tonnellate di CO2, queste emissioni di metano sono comparabili alle emissioni di CO2 di tutto il settore energetico dell’Unione Europea».
I dati del rapporto della Iea sono stati ottenuti, per la prima volta, grazie a un monitoraggio satellitare(realizzato da Kayrros) delle perdite di metano dalle condutture degli impianti di trasporto del gas delle aziende di tutto il mondo.

Dobbiamo con urgenza cambiare rotta. Oltre che eliminare i combustibili fossili nella produzione di energia, è necessario ridurne i consumi con politiche attive di risparmio energetico (coibentazione degli edifici, delle abitazioni, riduzione e elettrificazione delle auto private e potenziamento dei trasporti pubblici elettrici, produzione locale di cibo e mercedi altro tipo, economia circolare, recupero e riciclo dei materiali).
Le fonti rinnovabili che abbiamo a disposizione sono principalmente il sole, il vento e in misura minore l’acqua. Potremmo rimpiazzare i combustibili fossili con le fonti rinnovabili in tutti i settori, dalle abitazioni ai trasporti, fino all’industria pesante, dove l’i’idrogeno verde prodotto può avere un ruolo importante. In questo modo si otterrebbe non solo l’abbattimento delle emissioni a effetto serra, ma anche la riduzione dell’inquinamento dell’aria che respiriamo, in particolare nei centri urbani.

Ma come possiamo affrontare un problema di questa portata con un sistema di venti legislazioni energetiche e infrastrutturali diverse, autonomamente definite?
Come si potrebbero adottare misure efficaci e coerenti per ridurre le emissioni di gas climalteranti su tutto il territorio italiano? L’integrazione delle fonti rinnovabili nel sistema energetico nazionale è impossibile senza unità e coordinamento nella pianificazione e nello sviluppo delle infrastrutture necessarie per la loro produzione e per la loro distribuzione, come i parchi fotovoltaici ed eolici, le linee di trasmissione elettrica e i sistemi di accumulo.
Anche la notevole differenza di disponibilità finanziarie tra regioni, che si accentuerebbe con l’Autonomia differenziata a causa della compartecipazione dei gettiti fiscali molto diversi tra regione e regione, creerebbe ulteriori ostacoli al loro coerente sviluppo. La differente disponibilità finanziaria delle regioni per affrontare la conversione ecologica è uno dei gravi problemi che la renderebbero ancora più complicata e difficile da realizzare.
Pensiamo, per esempio, al problema che si potrebbe generare soltanto con l’infrastruttura di ricarica (per i veicoli elettrici ) o di rifornimento di idrogeno (per veicoli a idrogeno) se la rete di distribuzione non fosse uniformemente sviluppata in tutto il territorio nazionale.

Per quanto riguarda il dissesto idrogeologico abbiamo visto in Emilia Romagna cosa ha prodotto il riscaldamento globale e una gestione dissennata del territorio. L’Emilia Romagna ha infatti uno degli assetti idrogeologici più artificiali e ingegnerizzati del mondo, dunque un territorio estremamente fragile. Nonostante questo è la terza regione più cementificata d’Italia. Si è costruito nelle aree protette, negli alvei dei fiumi, in quelle alluvionali. È la regione che nel 2021 ha avuto il maggiore aumento di suolo cementificato. E come se questo non bastasse, ora in Liguria, sotto la pressione della lobby locale del settore, si stanno mettendo le basi per una devastazione simile, se non peggiore di quella emiliana, nel prossimo futuro. La Regione Liguria ha infatti votato nella seduta dell’11 maggio scorso una delibera, un regolamento, che divide il territorio ligure in tre fasce di rischio, secondo il quale si potrà costruire anche nelle aree ad alto e medio rischio, ad alcune condizioni. Diceva giustamente Gramsci che «la storia è maestra, ma non ha scolari».

Di fronte alle evidenze e alla gravità dei fatti, si dovrebbe fare un passo indietro per tornare ad un unico centro decisionale, ad un Parlamento protagonista delle sfide che abbiamo di fronte e delle scelte impegnative da intraprendere. Abbiamo bisogno di una politica nazionale che abbia come obiettivo prioritario la cura costante dell’ambiente e del territorio dal punto di vista globale: energetico, industriale, agricolo e abitativo ll cambiamento di direzione non è realizzabile in un contesto di frammentazione territoriale delle scelte politico-strategiche. Si depotenzierebbe la già debole risposta data finora dai nostri governi alla crisi. L’ Autonomia differenziata finirebbe per generare scelte contrastanti e confitti per interessi divergenti tra regioni diverse a potestà legislativa autonoma e assoluta, soprattutto quelle limitrofe o che condividono risorse importanti come quelle idriche. Per non arrivare al collasso climatico-ambientale irreversibile la politica dovrebbe gestire la crisi, garantendo anche diritti economici e sociali oltre che ambientali, con la massima serietà e urgenza. Ma se il processo di spostamento della competenza legislativa dallo Stato alle Regioni venisse portato a compimento questa diventerebbe una missione praticamente impossibile. Venti mini Stati regionali farebbero da ostacolo alla conversione ecologica e ci impedirebbero di dare il nostro dovuto contributo alla gestione della crisi, per mitigarne gli effetti e per non esserne quindi devastati. Per dare un futuro di sobria prosperità soprattutto ai giovani. L’autonomia differenziata invece ci farebbe curvare nella direzione contraria, sarebbe quindi una scelta pericolosa e del tutto insensata nella logica del bene collettivo. È necessario respingerla con determinazione.

Illustrazione di Fabio Magnasciutti

Quello strano senso dell’opposizione

Ieri Daniela Santanchè repeteva ai colleghi e a ai giornalisti di essere stata “rifiduciata”. Ne sono meno convinti i parlamentari della Lega che tra di loro a voce bassa temono di diventare come “quelli che hanno votato Mubarak”. Tutti sanno che al di là del voto di ieri in Senato a determinare la traiettoria della ministra sarà soprattutto l’iter giudiziario. È curioso: proprio coloro che denunciano l’invasione di campo della magistratura hanno silenziosamente deciso di affidare alla magistratura l’eventuale rimozione di una ministra. È solo l’ennesima ipocrisia.

A presiedere la seduta c’è Ignazio La Russa. Quel La Russa che negli affari di Santanchè c’entra eccome e che una diversa sensibilità istituzionale avrebbe dovuto consigliare di lasciare – almeno iei – in disparte. È solo l’ennesima sbavatura, del resto. La ministra si inerpica in un’orazione contro gli “pseudogiornalisti” ma prevedibilmente non spiega niente di più delle bugie già dette in Aula. Lo schema della difesa della maggioranza è sempre lo stesso: la Santanchè imprenditrice, dicono, non c’entra nulla con la Santanchè politica. Ragionamento curioso visto che è la stessa destra che attacca Elly Schlein per le sue scelte di guardaroba. È solo l’ennesima coerenza.

In questo brutto spettacolo si distinguono Matteo Renzi e Carlo Calenda – per una volta d’accordo – che danno lezioni di opposizione. Dicono i due che preferiscono non votare la sfiducia a Santanchè perché “non ha senso una mozione di sfiducia sapendo che non passerà”. Immaginiamo che alla luce del loro capitale elettorale non parteciperanno alle prossime elezioni, visto che non hanno nessuna possibilità di vincerle. Anzi, a questo punto potrebbero dismettere anche l’abitudine di depositare proposte di legge sapendo che non passeranno mai. Loro saranno quelli che “si sono astenuti su Mubarak”.

Buon giovedì.

A Singapore il boia non si ferma

Singapore foto di Piero Zilio

Sono due le impiccagioni di questa settimana a Singapore, un uomo e una donna. La ricca isola del sud-est asiatico ripropone implacabile il brutale copione che negli ultimi trent’anni ha scandito i momenti finali di oltre cinquecento condannati a morte. La notifica di esecuzione con sette giorni di anticipo. I disperati tentativi di ricorso in un Paese che, secondo quanto riportato da Human Rights Watch e Amnesty International, ostacola le opportunità di difesa e accesso alla consulenza legale dei detenuti. Un ultimo pasto e infine il cappio intorno al collo. I condannati non vedono sorgere il sole, le esecuzioni avvengono fra le mura della prigione di Changi.
Saridewi Binte Djamani ha 45 anni. Tossicodipendente, nel 2016 è stata arrestata per possesso e presunto traffico di 30,72 grammi di eroina, un reato che in Italia comporta almeno 6 anni di carcere. Ma a Singapore la pena di morte è obbligatoria anche per il traffico di droghe leggere, e nel 2018 la donna è stata condannata a morte. Ha trascorso i suoi ultimi 5 anni in isolamento nel braccio della morte, e venerdì 28 luglio salirà sul patibolo per essere uccisa dal proprio Paese, che non considera soluzioni alternative al carcere e alla forca per contrastare il traffico di stupefacenti.
La prigione di Changi non rilascia informazioni complete sui prigionieri, ma secondo Transformative Justice Collective (Tjc), un’organizzazione locale per la difesa dei diritti umani, sono probabilmente due le detenute in attesa del boia, che non impicca una donna dal 2004.
L’altro condannato è Mohd Aziz bin Hussain, un singaporiano di origine malese. Aziz è già morto. La sua esecuzione è avvenuta alle 6 del mattino di oggi (mezzanotte ora italiana). Durante il processo ha dichiarato di essere stato intimidito e costretto a confessare il traffico di circa 50 grammi di eroina con la promessa di una riduzione della pena, ma durante il processo il giudice non ha reputato veritiero questo accordo. A Singapore l’avvocato non è presente durante l’interrogatorio, non esiste il diritto a restare in silenzio, e i costi personali imposti a chi difende i condannati a morte scoraggiano molti difensori dall’accettare casi capitali.
Queste nuove impiccagioni arrivano dopo l’esecuzione di altri due uomini per traffico di un chilogrammo di cannabis. Arrivano dopo uno scandalo che ha coinvolto la prigione di Singapore e l’ufficio del Procuratore Generale, accusati di aver letto la corrispondenza privata fra detenuti e avvocati. Nel frattempo, continua la pacifica ma ferma battaglia di molti cittadini di Singapore contro la politica di tolleranza zero del proprio paese. In mille hanno firmato per richiedere una moratoria sulla pena di morte.
Solo il Presidente di Singapore, su avviso del Gabinetto, può concedere la grazia ai condannati. Ma per i reati di droga questo non avviene da circa trent’anni, e il Governo sembra intenzionato a mantenere in essere uno dei sistemi penali più duri e severi al mondo.
Left ha approfondito l’argomento in questo reportage in edicola fino al 3 agosto: Il lato oscuro di Singapore.

Singapore, foto di Piero Zilio

La bava sull’antimafia

Da mesi provo a sottolineare come sui temi di mafia (e quindi di antimafia) in questo Paese la destra che sta al governo, con la complicità di un’opposizione troppo spesso cretinamente distratta e ignorante sul tema, stia soffiando aria di restaurazione dei tempi peggiori. Sembra la stessa mefitica atmosfera che ha ammorbato questo Paese quando, a partire dal 1994, si è voluto imporre la “normalizzazione” del fenomeno mafioso: lo stesso obiettivo di Cosa nostra dopo l’arresto di Totò Riina.

Dopo le botte ai giovani che marciavano per commemorare Giovanni Falcone, dopo la riscrittura della sentenza contro Dell’Utri, dopo gli attacchi ai magistrati di Firenze che indagano sulle stragi del ’93, dopo il paventato attacco al concorso esterno per vedere l’effetto che fa ieri il ministro Matteo Salvini (uno che di mafia ne sa poco più di un qualsiasi studente di qualsiasi scuola superiore) ha deciso di attaccare il fondatore di Libera Luigi Ciotti.

«Attenzione – aveva detto il presidente di Libera durante un’iniziativa a Bovalino, in provincia di Reggio Calabria -. C’è il rischio, poi si dovrà lottare sia ben chiaro, che il Ponte sullo stretto non unirà due coste, ma due cosche sicuramente sì». È lo stesso parere espresso da residente dell’Autorità snticorruzione Giuseppe Busia e dal suo predecessore Raffaele Cantone. È lo stesso timore che serbano tutti quello che hanno studiato e studiano Cosa nostra.

Come ha risposto Salvini? «Mi ha fatto specie – ha detto – leggere le parole di un signore in tonaca che ha detto che questo ponte più che unire due coste unirà due cosche. Un’affermazione di un’ignoranza, una superficialità senza confini. È una mancanza di rispetto nei confronti di milioni di italiani». Il ponte sullo Stretto, ha detto il ministro leghista, è «la più grande operazione antimafia dal Dopoguerra a oggi». «Mi fa schifo – ha continuato Salvini – che qualcuno pensi che Sicilia e Calabria rappresentino le cosche. Fino a che c’è qualcuno all’estero che dipinge l’Italia come mafia pizza e mandolino, fa schifo ma è all’estero. Se c’è qualche italiano che continua a dipingere l’Italia come mafia, pizza e mandolino, se espatria fa un favore a tutti».

Rientra nella strategia: colpire i simboli per indebolire le battaglie. Non si tratta solo di un attacco giudiziario. Sotto i colpi c’è l’etica antimafia di un Paese faticosamente costruita con l’impegno e le vite delle persone migliori di questo Paese. Chissà se qualcuno nell’opposizione se ne accorge in fretta.

Buon mercoledì.

La strana coppia Cappato-Zaia (e basta)

La signora “Gloria”, paziente oncologica veneta di 78 anni, è morta il 23 luglio. È la seconda persona in Italia ad aver scelto di porre fine alle proprie sofferenze tramite l’aiuto alla morte volontaria, reso legale a determinate condizioni dalla sentenza della Corte costituzionale sul caso Antoniani.«La sanità del Veneto ha evitato a Gloria una morte tra sofferenze che non avrebbe mai voluto» ha detto Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni. «Il fatto che l’aiuto sia arrivato nella Regione presieduta da Luca Zaia della Lega dimostra che su questo tema non valgono i recinti dei partiti e delle coalizioni, ma conta la sensibilità nei confronti delle persone che soffrono e delle loro scelte».

Sulla coraggiosa scelta del presidente del Veneto Luca Zaia di fregarsene dei dettami del suo partito e di questa destra s’ode un fragoroso silenzio. Non interviene Giorgia Meloni, non s’ode proferir verbo dall’onnipresente Roccella, non parla Matteo Salvini che pur parla di tutto. Immaginate i titoli di qualche giornalaccio di destra se l’aiuto fosse arrivato da qualche presidente di Regione del centrosinistra. Solo imbarazzo.

Il silenzio – ahinoi – non riguarda solo la destra. Silenzio assordante arriva anche da Giuseppe Conte (che sui diritti claudica spesso) e arriva anche da Elly Schlein. Sappiamo bene che nel PD ci sia una parte (ne conosciamo bene i nomi) che su questo tema ha idee opposte a quelle della segreteria. Sappiamo – purtroppo – anche che per gli equilibri interni ancora una volta la posizione è quella di non prendere posizioni.

Capita spesso di dover essere d’accordo con Cappato. Questa volta ci tocca essere d’accordo con Cappato e con Zaia.

Buon martedì.

Nella foto: Marco Cappato e gli attivisti di Liberi Subito, dopo la consegna di 9mila firme in Consiglio Regionale del Veneto a favore della proposta di legge per regolamentare l’aiuto medico alla morte volontaria elaborata dall’Associazione Luca Coscioni, 30 giugno 2023 (dalla pagina facebook di Marco Cappato)

Quando Marc Augé raccontava il volto inaspettato delle periferie

Con un sorriso bonario e l’aria di volersi occupare solo delle faccende più comuni – il calcio, la metro, gli outlet, le serate nei bistrot – l’antropologo Marc Augé è riuscito a decostruire tenaci ideologie del Novecento. Mettendone in luce il fondo religioso e astratto. In libri come Futuro (Bollati Boringhieri), per esempio, ha dissezionato la fede comunista nelle «magnifiche sorti e progressive» del proletariato e ha smascherato la psicoanalisi che, denuncia l’etnologo francese, «fissandosi sulla rivelazione del passato ha operato nella linea di continuità del cristianesimo e dell’ideologia del peccato originale».

Non meno sottilmente corrosivo è stato il suo lavoro di decostruzione del postmoderno che ha connotato gli inizi del nuovo millennio. Augé ne ha messo in luce la forte radice ideologica nascosta sotto la propagandata fine delle narrazioni. Lo ha fatto studiando i «non luoghi» (aeroporti, stazioni, centri commerciali ecc.) e le nuove forme di alienazione delle società capitalistiche dominate dal dio denaro e dalla ricerca di una felicità paradossale, basata sul consumo di merci. Proprio su questo tema è intervenuto nel 2016 al festival Leggendo metropolitano a Cagliari, in una serata dal titolo “La felicità è un concetto da maneggiare con cautela”, che è stato l’occasione di questa conversazione.

Il professor Augé non si fida del concetto di felicità, che gli Stati Uniti citano addirittura fra i diritti del cittadino nella Dichiarazione di indipendenza. «La felicità è qualcosa di individuale e di relativo, ho sempre pensato – dice lo studioso – che sia meglio diffidare di coloro che vogliono fare la felicità di altri. Un filosofo come Saint Just diceva che la felicità è una “idea nuova in Europa”, nel XVIII secolo. Fu l’inizio di una rivendicazione individuale del concetto di felicità ma paradossalmente portato a una concezione dirigista e talvolta totalitaria di felicità».

In anni recenti c’è chi ha criticato il modello economicistico di misurazione del benessere attraverso il Pil, preferendo guardare al “tasso di felicità”. Si scopre così che nel Nord Europa dove tutto è ordinato e funzionate, dove il livello di benessere materiale è diffuso, i tassi di suicidio sono inaspettatamente alti. «Anche in Francia ci sono molti suicidi – commenta Augé- soprattutto nei settori dove lo stress è altissimo. Apparentemente gli affari creano legami sociali, ma al fondo non è così, c’è un rischio di isolamento e le conseguenze possono essere terribili. Questo è il paradosso del liberalismo in generale: l’alienazione è l’ombra della libertà».

È il paradosso delle metropoli contemporanee, dove si registra la massima concentrazione di persone, ma al contempo si creano nuovi ghetti e situazioni di isolamento? «Il quadro delle metropoli contemporanee è il riflesso di questa realtà», risponde Augé. «Anche a causa della cattiva gestione di tre fenomeni cardine: l’immigrazione, la distribuzione della popolazione e l’istruzione. Gli anni Settanta in Francia sono stati particolarmente significativi da questo punto di vista, il ricongiungimento familiare ci fu quando esplose il problema della disoccupazione di massa: i “lavoratori ospiti” erano diventati abitanti disoccupati. Lo sforzo nelle politiche scolastiche e di abitazione avrebbe dovuto essere enorme. Ciò che fu intrapreso allora fu del tutto insufficiente».
Così che nelle metropoli globalizzate si sono create enclave e periferie, che a differenza di anni fa, non indicano più luoghi ai margini della città dal punto di vista spaziale. «Oggi le periferie sono una realtà molto complessa», osserva l’autore della raccolta di saggi L’antropologo e il mondo globale (Raffaello Cortina) e de Il dio oggetto (Mimesis). «Ci sono diversi tipi di quartieri – precisa Augé – alcuni molto ricchi ed eleganti, anche lontano dal centro. Quella che una volta era la periferia si infiltra la città e l’opposizione non è più geografica, ma sociale». Una discriminazione sociale che riguarda soprattutto gli immigrati e i tantissimi profughi oggi scappati dal Medio Oriente a causa della guerra.

Lei ha scritto che i migranti sono gli eroi dei nostri giorni, ma l’Europa ne ha paura, perché? «I migranti sono eroi perché fanno a meno delle certezze ingannevoli legate all’appartenenza ad un posto fisico», spiega Augé. «A volte fanno paura, perché agli occhi di coloro che si trovano “a casa” sono la prova che il loro senso di appartenenza ad un luogo o di possesso può essere illusorio». In Occidente viviamo un antistorico senso di attaccamento alla terra dove siamo nati, nonostante la società globalizzata, sia basata su un transito continuo, dove le distanze si accorciano. Dove fortunatamente i confini e le frontiere nazionali hanno perso significato. Dove, però, al tempo stesso, molti luoghi hanno perso identità, hanno subito un processo di standardizzazione secondo modelli capitalistici di organizzazione urbana che si ripetono. «Proprio così si generano i non luoghi», ci ricorda Augé evocando una sua fortunata formulazione entrata nel lessico comune. «Nella modernità si è assistito ad un proliferare su scala planetaria di luoghi di circolazione, di consumo e, apparentemente, di comunicazione. Negli aeroporti, nei supermercati, ci sono tante persone insieme, ma non si riescono a leggere i rapporti sociali».

Vent’anni dopo nella sua riflessione sui non luoghi cosa è cambiato, chiediamo ad Augé. «Il processo di globalizzazione è andato avanti. Le città sono state oggetto di un decentramento sempre maggiore. È avvenuto un processo di omogeneizzazione, ma anche di esclusione: una concentrazione di potere e di ricchezza nelle mani di pochi, a fronte di una massa di consumatori passivi e di persone povere. L’incontro fra globale e locale, talvolta, è divenuto “glocal” altre volte, ha creato un’opposizione netta». Anche la nozione di urbanizzazione ha assunto connotati inediti. Sono nate quelle che Augé chiama “città mondo”, come unico orizzonte, come un continuum. Metropoli dove il tempo sembra accelerato. Ubiquità e istantaneità sono i nuovi miti. «La mobilità oggi è un concetto paradossale», approfondisce l’antropologo. «Viene presentata come un ideale. In tutti gli ambiti. Si parla di imperativi di produzione, di efficacia del sistema, bisogna essere pronti a cambiare lavoro, la flessibilità è diventata una metafora totalizzante». Se da un lato le archistar si muovono attraverso il globo come se fosse il loro regno, dall’altra c’è il dramma delle persone costrette a fuggire, migranti e profughi. «Quella di oggi è una mobilità contraddittoria perché il gap sociale si allarga», ribadisce Augé. Che ha analizzato le ricadute nell’estetica di questi fenomeni, notando come la distanza, la freddezza, la ricerca dell’anestesia connotino oggi molta parte dell’arte contemporanea. Nuove, interessanti, prospettive si aprono semmai nell’arte urbana, quella che cerca un rapporto con l’architettura e l’urbanistica. Come il lavoro di Botto&Bruno sulle rovine che Augé ha avuto modo di conoscere a Torino e che si può vedere alla Fondazione Merz. Gli spazi industriali, di archeologia urbana su cui lavora la coppia di artisti torinesi mostrano un tempo in movimento, «testimoniano che ci siamo stati e ci parlano di un movimento verso il futuro, anche se in modo imprevisto», commenta Augé. «Forse la storia non è finita come pretendeva che accadesse Fukuyama – abbozza con ironia -. Probabilmente riusciremo a trovare nuove forme di convivenza e grazie a una migliore comprensione delle uguaglianze e delle disuguaglianze. Per questo dovremmo continuare a coltivare le utopie di cui le architetture contemporanee possono essere un’espressione». Nasce proprio come tributo alla riflessione di Augé sulle periferie il lavoro di Botto&Bruno intitolato Society, you’re a crazy breed (da una canzone di Eddie Vedder dei Pearl Jam). Cresciuti in quartieri operai i due artisti continuiamo a prediligere la periferia industriale «dove troviamo sempre una certa energia». Le fabbriche abbandonate, che hanno perso la loro utilità, diventavano luoghi dove poter immaginare qualcosa di nuovo. Nel loro lavoro fatto con collage fotografici, le ferite del tempo trovano una rigenerazione creativa. E fra le crepe spunta l’inaspettato: da un frammento di muro aggettante escono parole e frasi che si arrampicano come l’edera sulle pareti.

Da Left del 4 giugno 2016

L’impaginato originale dell’articolo qui: https://eleuthera.it/files/Auge_left_20160604.pdf

I morti senza testamento

E così il cerchio si è chiuso, e la pseudo sinistra impostora ha sancito col suo silenzio il terzo pannello della tortura:
Turchia, Libia, Tunisia, in terra, in mare, nel deserto.
Una donna e sua figlia sono state trovate morte di sete nel deserto (questa è la nuova morte dedicata ai migranti: aspetta dal governo la cartolina intestata con caratteri fioriti: “dedicata a te”, una per ogni speciale morte: di fame, di sete, affogati o stuprati, picchiati o congelati. Cento morti per uccidere i fuggiaschi – in fuga non da noi ma verso di noi).
Sono morti male organizzate, morti pasticciate, morti inermi, senza proteste. Morti che la sinistra impostora osserva sotto un sopracciglio curvo, labbra strette,
braccia occupate altrove. Non più corpi nudi in piedi, stretti sotto le docce, ma corpi buciati dai motori, rannicchiati nelle stive, mori, gialli, rosei, cerulei.
I morti che le navi non riusciranno più a salvare, incrociando all’infinito in acque richiuse. I morti senza bollettino di voto. I morti senza testamento, né sepoltura.
Il nostro passato ignoto, la nostra nuova preistoria.
Il nostro futuro non scritto.

L’autrice: Ginevra Bompiani è scrittrice, traduttrice, saggista e docente universitaria. È cofondatrice della casa editrice nottetempo

La foto è del giornalista libico Ahmad Khalifa rilanciata su Twitter il 19 luglio

La Spagna ferma l’onda di Meloni, Vox. Forte affermazione di Sumar. E Sánchez resiste

Il giornale La Vanguardia apre con un titolo che riassume il risultato delle elezioni spagnole e non ha bisogno di essere tradotto: “España frena la onda Meloni”.
Dopo due settimane di campagna elettorale che ha visto due blocchi contrapposti più conflittuali che mai, il Partito popolare si posiziona come il partito più votato in Spagna, ma il Psoe resiste. Il Pp è in vantaggio sul Psoe per 14 seggi, ma leggendo i voti assoluti la differenza reale è poco più di 300mila voti. La differenza tra Vox e Sumar è solo dello 0,8%, cioè appena 21.117 voti.
Il Pp insieme Vox hanno 169 deputati, ma non raggiungono la maggioranza assoluta di 176 seggi necessaria per formare un governo, mentre i socialisti e Sumar ottengono 153 deputati. Il Pp è in testa con 136 seggi, il Psoe arriva a 122, Vox ne arraffa 33 e Sumar ne ottiene 31. Tutti i sondaggi delle ultime ore, e anche quelli delle settimane precedenti, ad eccezione del sondaggio Cis, mostravano che il Pp avrebbe vinto le elezioni, ma avrebbe perso il governo.

Alle 23.52, con il 98% di sezioni scrutinate, Pedro Sánchez dichiara: «La Spagna è stata chiara. Il blocco retrogrado ha fallito». Feijóo vince le elezioni nei seggi, ma non ha il sostegno per essere nominato capo di governo. Sánchez resiste e potrebbe rimanere alla Moncloa perché la coalizione di sinistra potrebbe governare con il sostegno di Erc, Bildu e Pnv, i partiti nazionalisti e indipendentisti della Catalogna e dei Paesi Baschi. Però oggi non basterebbe ripetere il sostegno del 2019, servirebbero i voti di Junts, la coalizione politica catalana dell’ex presidente Puigdemont, che dichiarò unilateralmente l’indipendenza della Catalogna nel 2017.

Il Psoe e Sumar avevano chiuso la campagna elettorale in uno stato di euforia impensabile una settimana fa e il Pp, invece, aveva minimizzato il suo trionfalismo.
Yolanda Díaz ha incoraggiato cittadine e cittadini a votare per Sumar: «La destra era convinta di vincere e noi abbiamo cambiato il copione». Per ora il copione ha un finale incerto.
Vox il partito di ultra destra in chiusura di campagna elettorale aveva mostrato i muscoli con il sostegno di una quindicina di leader internazionali. I messaggi registrati dei primi ministri di Italia, Ungheria e Polonia, Giorgia Meloni, Víktor Orbán e Mateus Morawiecki, non hanno portato fortuna e così come non è riescito a riempire Plaza de Colón a Madrid, Vox non ha fatto il pieno alle urne e ha perso ben 19 deputati al Congresso. I franchisti, omofobi e xenofobi, di Vox hanno dimezzato i seggi.

L’estrema radicalizzazione dello scontro politico su tutti i temi caldi, dall’economia all’immigrazione, dalla transizione ecologica ai diritti, voluta dal Partito popolare, fa emergere un leggero riaffacciarsi del bipartitismo. Non si intravedono però spazi per ipotizzare un governo di minoranza del Pp grazie a una astensione dei socialisti, con la marginalizzazione da un lato della sinistra, cosiddetta radicale, di Sumar e dall’altro dei fascisti di Vox. «Chiedo al partito che ha perso le elezioni, il Psoe, di non bloccare ancora una volta il governo spagnolo» è la prima dichiarazione di Feijóo, pretende che i socialisti lo aiutino a governare. Ipotesi realizzabile solo con la messa in discussione della leadership di Sánchez, come avvenne nel 2016. Un’ipotesi piuttosto improbabile non solo perché significherebbe un suicidio politico per i socialisti, ma perché non esistono più i margini, né in Spagna né nel resto dell’Europa, per politiche centriste di larga intesa.

Né disuguaglianze, crisi climatica e stato di guerra, né la paura della vittoria di un blocco conservatore che minaccia di abrogare o modificare le leggi approvate negli ultimi decenni, come quelle sull’aborto, sulla violenza di genere e sul matrimonio egualitario, sulla riforma del lavoro e sulle pensioni, né l’incubo di rivedere ministri fascisti spariti dall’epoca di Franco, sono bastate per confermare un governo progressista. Anche il contesto europeo non è stato favorevole alla vittoria della sinistra alle urne. In Italia, Svezia, Finlandia, Turchia e Grecia sono saliti al potere governi che impongono una agenda retrograda fatta di ordine, disciplina e politiche xenofobe.

Queste elezioni politiche, svolte in piena estate nonostante il caldo, delineano due scenari possibili: o si torna al governo progressista, con in più i voti di Junts o la sua astensione, o la Spagna torna a votare in autunno. Intanto nella sede del Psoe i socialisti festeggiano la loro rimonta e il testa a testa con i popolari sulle note di ‘Pedro’ di Raffaella Carrà a tutto volume. Venerdì ci sarà il conteggio dei circa 200mila voti dei residenti all’estero. I socialisti credono di poter salire a 125 seggi grazie a quei voti, facilitando così la possibilità di un governo di sinistra. C’è festa anche nella sede di Sumar. Yolanda Díaz a notte inoltrata è uscita sul balcone: «Grazie a tutte le persone che si sono fidate di Sumar. Oggi la gente dormirà più serenamente, la democrazia ha vinto e ne esce più forte, oggi abbiamo un paese migliore».

Nella foto: frame di un video sul discorso dopo il voto del 23 luglio (facebook di Pedro Sánchez)