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La trappola dell’uomo forte

Non potendo cambiare la Costituzione la calpestano. Intorno l’aria da taumaturgo indispensabile (cavalcata con astuzia e mestiere da Mario Draghi che continua a guidare l’esecutivo con l’aria di quello che partecipa alla riunione del consiglio di amministrazione) fa tutto il resto. L’ultimo in ordine di tempo è il ministro Giancarlo Giorgetti (un ministro che non parla mai della sua delega ma in compenso si spende tutti i giorni sui giornali per avventurarsi negli scenari futuri) che propone un semipresidenzialismo de facto spostando Draghi al Quirinale da Palazzo Chigi (dove andrebbe bene una qualsiasi sua emanazione assolutamente ininfluente) e continuando ad attribuirgli tutti i poteri di un presidente del Consiglio ammantato da presidente della Repubblica. La provocazione di Giorgetti tra l’altro diventa utilissima anche per continuare a bombardare il suo segretario Salvini stritolato nella scomoda posizione di chi non può tradire il governo Draghi ma non può nemmeno lasciare il campo dell’opposizione libero e disabitato a Giorgia Meloni.

Ma la frase di Giorgetti si inserisce in un lento disfacimento del parlamentarismo che ha…


L’editoriale è tratto da Left del 12-18 novembre 2021

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Una donna al Colle

Quando Salvini dall’alto scranno del Papeete chiese i pieni poteri, ci fu un’alzata di scudi, un moto di resistenza da parte della democrazia parlamentare. Oggi, per bocca di Giorgetti, la Lega rilancia, in altro modo, l’idea dell’uomo forte al comando proponendo Draghi presidente della Repubblica e al contempo – de facto – alla guida della governo. In felpa griffata CasaPound o in doppiopetto la sostanza non cambia. Salvini e Giorgetti, con Meloni, puntano a far passare l’idea di Repubblica presidenziale che già Renzi e tanti altri prima di lui avevano tentato di imporre in maniera più o meno surrettizia. Un progetto, quello di fare della Repubblica parlamentare italiana una Repubblica presidenziale – come ci ricorda Giulio Cavalli citando Zagrebelsky – già caro a Licio Gelli.

Ma restiamo ai fatti. Per ora, fortunatamente, non ce ne sono. Ciò che Giorgetti propone in base a una presunta Costituzione “materiale”, non si può fare, come spiega qui in punta di diritto il costituzionalista Giovanni Russo Spena. Resta però l’inaccettabile proposta di semi-presidenzialismo formulata da un ministro, che per questo, come sostiene la costituzionalista Lorenza Carlassare, dovrebbe essere sfiduciato.
Nemmeno per scherzo scrivemmo in copertina poco più di un anno fa quando direttamente e indirettamente Berlusconi si auto candidò alla presidenza della Repubblica. L’uomo delle cene cosiddette eleganti, del bunga bunga, delle leggi ad personam, dei Mangano…

Beninteso Draghi non è Berlusconi, ci sono anni luce di credibilità internazionale e competenza fra loro. Ma che per l’ex presidente della Bce si auspichi addirittura un doppio ruolo al Colle e a palazzo Chigi, in spregio della Carta, non ci rassicura. Perché è un attacco alla democrazia parlamentare. Ma anche per le politiche che il governo Draghi sta portando avanti. Basta pensare al progetto di restaurazione del metodo Fornero sulle pensioni, passando prima per quota 102. Oppure al ddl Concorrenza varato dal Consiglio dei ministri che prefigura il completo affidamento al mercato dei servizi pubblici essenziali. In barba al referendum sull’acqua del 12 giugno del 2011, quando 26 milioni di italiani votarono perché l’acqua restasse un bene di natura esclusivamente pubblica e che da essa non si traesse profitto.

Per tacere poi del nuovo pacchetto di provvedimenti annunciato dalla ministra Lamorgese che subordina il diritto a manifestare (art. 21 della Costituzione) al “diritto” dei cittadini a non partecipare ai cortei e al diritto dei commercianti agli utili dello shopping festivo. Tutto questo avviene mentre il Parlamento appare sempre più marginalizzato e intenzionato, almeno per una parte, a rimandare il più possibile (ben oltre il semestre bianco) la verifica elettorale a causa del taglio del numero dei parlamentari, provvedimento bandiera del M5s a cui, ricordiamo, si era piegato anche il Pd con un clamoroso autogol. Dove sono finiti quei correttivi promessi e auspicati? Dove è finita la proposta di una riforma di legge in senso proporzionale, che dia voce ai cittadini, al Paese reale? Non se ne parla più. Intanto in cene private ad Arcore e a Roma si tessono tele per il dopo Mattarella.

In questo gioco dell’eterno ritorno spuntano schiere di ex democristiani, l’immancabile candidatura del dottor Sottile con l’aggiunta di impresentabili di centrodestra. Anche per questo facciamo nostra la proposta di Roberto Musacchio. Respingiamo al mittente la proposta leghista che lede la Carta e avanziamo la proposta di una donna al Quirinale, una donna laica, progressista, democratica che guardi alla giustizia sociale e ambientale, all’inclusione, ai diritti umani. In tempi non sospetti, molti mesi fa avevamo proposto una nostra candidata ideale, la senatrice a vita fieramente antifascista Liliana Segre che sulla propria pelle ha vissuto la discriminazione, capace di sentire il dramma che vivono oggi i migranti e di tradurlo in pratica politica come ha fatto anche di recente avviando e guidando la Commissione di indagine del Senato contro le discriminazioni.

La questione dei diritti umani negati ai migranti, delle aggressioni razziste, misogine e omofobiche si va, purtroppo, allargando in Italia. L’affossamento del ddl Zan, ma anche il nulla di fatto ancora riguardo allo scioglimento di formazioni di estrema destra (nonostante la mozione Fiano passata in Parlamento dopo l’aggressione squadrista alla sede della Cgil) sono segnali di una grave mancanza di volontà politica di affrontare questioni così gravi. Torniamo ad occuparcene su questo numero con il contributo dello storico Claudio Vercelli che indaga la metamorfosi dei gruppi neo fascisti e le responsabilità dei partiti politici che adottano i loro slogan. Il “neofascismo in grigio” di cui Vercelli traccia una mappa, non riguarda solo l’Italia. E chiama in causa le responsabilità di esponenti politici di primo piano, come il presidente ungherese Orban con cui Meloni e Salvini intrattengono stretti rapporti e come l’uomo forte della Polonia Kaczyński.

In un ampio reportage da Varsavia, Wojciech Alberto Łobodziński ricostruisce lo scontro fra la Polonia e l’Unione europea e, soprattutto, racconta la lotta delle donne contro l’antiscientifica e rigida legge polacca che restringe la possibilità di poter interrompere una gravidanza. Lo scorso 6 novembre a Varsavia si è tenuta una grande manifestazione contro quella legge fondamentalista e in ricordo di Izabela Budzowska, morta a soli 30 anni per setticemia dopo aver inutilmente chiesto di abortire. Un caso che ci ha riportato alla mente il dramma di Valentina Milluzzo, anche lei morta di setticemia in un ospedale in Sicilia. Italia e Polonia, due Paesi dove ancora la Chiesa riesce a pesare con il suo oscurantismo misogino. Due Paesi in cui c’è ancora molto da fare per affermare i diritti delle donne.

[foto di Nicola Colombo]


L’editoriale è tratto da Left del 12-18 novembre 2021

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Serviva il Consiglio di Stato?

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Dove non arriva la politica arrivano i tribunali e non è mai una buona notizia per chi alla politica si ostina a crederci ancora e soprattutto per tutti quelli che la sfiducia nella politica la dimostrano in maniera crescente a ogni tornata elettorale.

Nel 2009 l’Europa aveva bacchettato l’Italia per le spiagge praticamente regalate ai gestori di stabilimenti balneari che sono diventati una delle tante caste intoccabili in Italia, bravi a fare imprenditoria con un canone irrisorio (nel 70% dei casi meno di 2.500 euro all’anno) e prezzi alle stelle. Le vacanze italiane costano 400 euro al giorno per un ombrellone e un lettino all’Hotel Romazzino di Porto Cervo mentre tutte le 59 concessioni del comune di Arzachena in Costa Smeralda portano nelle casse dello Stato 19mila euro all’anno. Non è mica difficile fare impresa così, se ci pensate bene, ottenendo un bene pubblico a un prezzo irrisorio e rivendendolo come pregiatissimo bene privato.

Qualche giorno fa il governo (dei migliori) aveva preferito decidere di non decidere (com’è nelle corde dei governi che si preoccupano innanzitutto di non scontentare nessuno) prendendosi anche il richiamo della Commissione europea che aveva spiegato che «è una prerogativa italiana decidere come procedere sulla riforma» e che è «importante che le autorità italiane mettano rapidamente in conformità la loro legislazione, e le loro pratiche relative alle attribuzioni delle concessioni balneari, con il diritto europeo e la giurisprudenza della Corte di Giustizia».

Del resto proprio Draghi a giugno aveva promesso a Von der Leyen di mettere mano alla questione. Promessa non mantenuta. Ora il Consiglio di Stato ha affermato che la perdurante assenza (nonostante i ripetuti annunci di un intervento legislativo di riforma, mai però attuato) di un’organica disciplina nazionale delle concessioni demaniali marittime genera una situazione di grave contrarietà con le regole a tutela della concorrenza imposte dal diritto dell’Ue, perché consente proroghe automatiche e generalizzate delle attuali concessioni (l’ultima, peraltro, della durata abnorme, sino al 31 dicembre 2033), così impedendo a chiunque voglia entrare nel settore di farlo. Secondo il Consiglio di Stato – si legge in un comunicato – il confronto concorrenziale, oltre a essere imposto dal diritto Ue, «è estremamente prezioso per garantire ai cittadini una gestione del patrimonio nazionale costiero e una correlata offerta di servizi pubblici più efficiente e di migliore qualità e sicurezza, potendo contribuire in misura significativa alla crescita economica e, soprattutto, alla ripresa degli investimenti di cui il Paese necessita».

Ora tocca fare politica. A Draghi toccherà fare i conti con Salvini (del resto è troppo comodo tenersi al governo qualcuno che si fa finta di incrociare per caso) e finalmente si scoprono le carte. Nei partiti non è difficile prevedere chi sta dalla parte del mantenimento del privilegio e chi no. Quale sarà la sintesi del governo invece sarà una fotografia finalmente politica di chi caracolla sperando di fare i conti senza dover perdere troppe scomode decisioni. Attendiamo.

Buon giovedì.

 

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I nuovi proiettili sono i profughi

A cosa servono le armi quando la guerra la puoi fare con i disperati?

Al confine tra Bielorussia e Polonia quattromila migranti disperati si trovano nel limbo di due Stati e due eserciti che si fronteggiano. Sono le bombe che non hanno bisogno di essere armate e nemmeno di esplodere del dittatore Alexander Lukashenko che li usa per esercitare pressione sull’Europa per le sanzioni adottate dall’Ue contro il Paese e allo stesso tempo sono le armi anche del governo polacco che ha schierato 22mila uomini per impedire che attraversino la frontiera. Poco dietro la Germania osserva piuttosto spaventata.

Sullo sfondo la Nato difende la Polonia e la Russia difende il regime bielorusso. L’altro ieri al checkpoint di Kuznica è arrivato un fiume di uomini, donne e bambini che camminavano in fila verso il confine «scortati» dalla polizia di frontiera bielorussa spingendoli ad abbattere le barriere. Sono scene apocalittiche: la polizia polacca spara proiettili e fumogeni per disperdere i migranti, qualcuno usa i tronchi come arieti contro il filo spinato, alcuni cittadini polacchi accendono luci verdi in casa per segnalare la propria disponibilità ad accogliere. In tutto questo ovviamente la Polonia prova a fare di tutto per non coinvolgere Bruxelles poiché non sarebbe facile poi giustificare la “perdita di sovranità” per un governo che si basa tutto sulla forza del suo sovranismo.

In una lettera indirizzata al Consiglio d’Europa e al Parlamento europeo le premio Nobel per la letteratura Svjatlana Aleksievic, Elfriede Jelinek, Herta Müller e Olga Tokarczuk denunciano la «catastrofe umanitaria» che si consuma ogni giorno al confine.

La disumanizzazione ormai è completata: i migranti sono stati usati come letame per concimare voti, sono stati usati come carne per chiedere soldi all’Europa, sono stati usati come diavoli per invocare sicurezza, sono corpi che riempiono il Mediterraneo e ora sono i proiettili di una guerra che usa persone al posto dei proiettili.

Ogni giorno pensiamo di avere toccato il fondo e il giorno dopo cominciamo a scavare.

Buon mercoledì.

 

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Escher, l’infinito in un guscio di noce

Maurits Cornelis Escher era affascinato dall’idea dell’infinito, il suo sogno era di rendere visibile l’infinito su di un foglio di carta. «Vorrei essere rinchiuso in un guscio di noce ed essere re dello spazio infinito» grida Amleto. Escher era affascinato dall’idea di trovare l’infinito in un guscio di noce. Nel 1959, quando le sue opere avevano già iniziato a essere conosciute almeno nell’ambito dei matematici e degli scienziati, pubblicò un articolo dall’impossibile titolo in olandese Oneindigheidsbenaderingen (Approccio all’infinito): «L’uomo è incapace di immaginare che in qualche punto al di là delle stelle più lontane nel cielo notturno lo spazio possa avere fine, un limite oltre il quale non c’è che il nulla… ci siamo aggrappati a illusioni, a un aldilà, a un purgatorio, un cielo e un inferno, a una rinascita o a un nirvana, che esistono tutti eternamente nel tempo e interminabilmente nello spazio. Questo problema è ancor più difficile da risolvere per un artista che può voler penetrare nel più profondo infinito utilizzando proprio la superficie piana di un foglio da disegno, utilizzando immagini fisse e osservabili… Gli artisti del nostro tempo sono più motivati da impulsi che non si possono o vogliono spiegare attraverso una spinta, non razionale, ma inconscia oppure subconscia, di difficile definizione».

Bisogna dire che Escher per molti anni era stato ignorato dalla critica e dagli storici dell’arte. Nel lungo periodo passato in Italia dagli anni Venti ai Trenta, si contano sulle dita di una mano le mostre di sue opere. L’arte grafica di Escher è sicuramente difficilmente classificabile nell’arte del Novecento. Nella formazione artistica di Escher è certo presente la grande pittura fiamminga, l’arte classica italiana, che come tanti giovani artisti venne a studiare nel nostro Paese sin dal 1922. Escher sviluppa una sua arte molto particolare, che tra le altre caratteristiche ha uno stile che non si modifica nel corso degli anni. Cambiano gli interessi, i temi, le sue visioni interiori, come le chiama. La peculiarità della sua produzione artistica consiste nel fatto che ognuno può cogliere nella medesima opera, secondo le proprie inclinazioni e preferenze, aspetti diversi, facendo sì che delle stesse immagini siano possibili letture molte volte addirittura in contrasto tra loro. La maggior parte delle opere di Escher sono volutamente enigmatiche, fantasiose, ambigue; certamente lo sono le più note. Tuttavia l’enigma in Escher è sempre costruito in maniera meticolosa, precisissima. L’ambiguità nasce come contrasto rispetto alla…


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Scusi, è permesso?

Foto POOL ANSA/Fabio Frustaci/LaPresse12-07-2021 RomaSportPalazzo Chigi - Mario Draghi incontra la squadra Under 23 di atletica leggeraNella foto Luigi Di Maio, Renato BrunettaPhoto POOL ANSA/Fabio Frustaci/LaPresse 12-07-2021 Rome (Italy)SportPalazzo Chigi - Mario Draghi meets the Under 23 athletics teamIn the pic Luigi Di Maio, Renato Brunetta

Qualche giorno fa quatto quatto il ministro per la Semplificazione e la Pubblica amministrazione Renato Brunetta ha pronunciato un frase che mette i brividi e che se fosse uscita dalla bocca di qualsiasi altro politico di qualsiasi altro governo oggi campeggerebbe sulle prime pagine di tutti i giornali e infarcirebbe i social indignati di molti capi di partito.

Il governo Draghi invece è il bromuro con cui si rende digeribile tutto, un succo gastrico in azione perenne che riesce a lasciare passare sotto traccia di tutto. Presentando il ddl sulla Concorrenza Brunetta ha annunciato che i nuovi controlli alle imprese saranno annunciati in anticipo. Sì, avete capito bene: Brunetta ha spiegato che «prima di ogni controllo ci sarà una telefonata per programmarlo, specificarne la natura, individuarne i contenuti e i documenti necessari, i giorni in cui arriverà, le risorse umane di cui avrà bisogno. Non ci saranno divise o mitragliette in vista». Dice il ministro che la nuova parola d’ordine sarà «rispetto reciproco» e «civiltà, gentilezza e cortesia».

La frase, osservata con attenzione, dice tutto. Per Brunetta ogni volta che lo Stato assolve il suo dovere di controllare le imprese evidentemente sta disturbando qualcuno, mica sta semplicemente assolvendo il proprio compito di garantire legalità e diritti. Evidentemente Brunetta è abituato a immaginare gli uomini della Guardia di Finanza con mitra spianati mentre controllano i registratori di cassa di qualche fruttivendolo (o forse è semplicemente scioccato dal rapporto con la Guardia di Finanza del suo padrone Berlusconi). Se notate bene nella narrazione di Brunetta spariscono i lavoratori. Nel suo magico mondo che ha nella testa esistono solo imprenditori e Stato, solo loro due. Non ci sono i dipendenti che lavorano in nero, non ci sono i lavoratori che rimangono stritolati nei macchinari per la rimozione di dispositivi di sicurezza al fine di accelerare la produzione, non ci sono lavoratori costretti a svolgere mansioni che non rientrano nei loro compiti. Niente di niente.

Del resto sapete dove ha pronunciato tutto questo Brunetta? Alla tavola rotonda “Procurement pubblico del digitale per la trasformazione del Paese”, promossa da Anitec-Assinform, la branca di Confindustria che raccoglie le imprese del comparto tecnologie per l’informazione. Vedi a volte il caso.

Tutto questo nel Paese con 3 morti al giorno sul lavoro, con 600mila infortuni denunciati, con il lavoro nero che dilaga. Ora immaginate l’imprenditore che con gentilezza avrà modo di “mettere le carte a posto” prima di una qualsiasi ispezione. Che mondo fantastico, eh?

Buon martedì.

 

 

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Aiutateci a dare un futuro alle donne afgane

Mi sono accorta che ogni volta che qualcuno mi chiede “da dove vieni” e io rispondo “Afghanistan” immediatamente loro dicono “e i talebani?”. E “come sei stata educata?”. Perché sfortunatamente quando parli di donne afgane ci si immagina una donna deprivata di tutti i suoi diritti, di una donna col burqa. E questo è il regalo ricevuto dai talebani al loro arrivo nel 1996. Io sono nata nel 1996 e i miei genitori decisero di lasciare l’Afghanistan perché avevano quattro figlie e volevano garantire loro un’istruzione che non sarebbe stata possibile coi talebani. Così siamo scappati nel Paese più vicino, il Pakistan. Dopo circa cinque anni, nel 2002, quando i talebani collassarono siamo tornati in Afghanistan, avevo sei anni e per la prima volta ho visto donne col burqa e mi chiedevo “ma con il burqa sono in grado di vedere qualcosa?”. Così un giorno quando ho visto una donna col burqa l’ho scimmiottata, lei si è arrabbiata e mi ha sgridato. Lì ho capito che erano capaci di vedere attraverso il burqa.

Con la caduta dei talebani, la democrazia era sbocciata dando alle donne importanti miglioramenti. Si sono tenute le elezioni e le donne hanno iniziato a godersi la libertà. Molte ragazze si sono iscritte a scuole e università. Anche il governo e le Ong hanno lavorato per le donne che hanno potuto avere accesso ai loro diritti fondamentali. L’Afghanistan è un Paese “tradizionale” “tradizionalista”, un Paese dove le donne sono sempre state vittime di violenza. Uno dei posti peggiori per noi, in quanto c’è sempre una chiara discriminazione rispetto agli uomini. Nonostante i molti ostacoli le donne afgane hanno sempre sostenuto i propri diritti. Negli ultimi 20 anni le afgane hanno ottenuto risultati significativi in vari settori: dall’economia all’impresa, agli spazi finora loro vietati. Ci sono alcune professioni-attività che da sempre la società afgana ha precluso alle donne. Ad esempio: il cinema, l’arruolamento nelle forze armate, il canto, il giornalismo e così via.

Come giornalista ho affrontato molte sfide, ma sono stata fortunata perché mio padre è una persona mentalmente aperta e mi ha sempre sostenuto. Ho studiato giornalismo all’Università di Kabul, svolto un corso post-laurea in India ed un programma di borse di studio in Sri Lanka. La cosa più importante è stata lavorare con i miei media internazionali preferiti. Ero molto felice perché stavo raggiungendo i miei obiettivi sapendo che i miei genitori non subivano critiche o violenze nella loro comunità, potendo consentire alle loro figlie di ricevere un’istruzione, di uscire dal Paese e di…


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Lavorare sempre di più, pagati sempre meno

Foto Cecilia Fabiano - LaPresse 18-06-2019 Roma (Italia) Cronaca Concorso pubblico per NAVIGATOR alla nuova fiera di Roma Nella foto: i concorrenti Photo Cecilia Fabiano - LaPresse June 18, 2019 Rome (Italy) News Public selection for the new role of Worker's navigator in Italy In the pic: the competitors

“Up su la testa!”, un’organizzazione politica di studenti, lavoratori e cittadini che è nata con l’intenzione di lavorare insieme ad altri gruppi, fare rete, costruire coalizioni e percorsi comuni ed essere uno spazio di discussione e approfondimento (gente che cerca di unire nel disgregato e disgregante mare della sinistra italiana) ha lanciato una campagna per il salario minimo (“Sotto dieci è sfruttamento”) che fotografa perfettamente un pezzo di Paese che trova (furbescamente) poco spazio nel dibattito politico.

«Tantissime e tantissimi di noi – scrivono nel loro manifesto – nonostante anni di esperienza, studi, sforzi, fatica, non sono indipendenti e soddisfatti della propria condizione di vita. C’è chi è costretto a rimanere a lungo in casa con i genitori, chi ci torna dopo anni di tentativi, c’è chi condivide la casa con amici e sconosciuti nonostante siano passati molti anni dalla fine degli studi. C’è chi lavora tante ore con una paga oraria ridicola e c’è chi è costretto a un part-time dietro il quale si nascondono straordinari non pagati, sfruttamento e ricatti, c’è chi non trova lavoro e chi emigra per averne uno, chi lavora per un decennio nella stessa azienda con una partita Iva senza mai avere ferie e contributi, chi passa da uno stage non retribuito a un finto tirocinio sottopagato, chi prende la metà del suo collega di scrivania pur svolgendo le stesse mansioni, chi ha visto aumentare le proprie bollette a dismisura per lo smartworking e chi viene licenziato perché l’azienda delocalizza all’estero».

Si prende atto che moltissime persone guadagnano appena quel che basta per dormire, mangiare e spostarsi. E se è vero che il denaro non dà la felicità è pur vero che la serenità di non vivere aggrappati sempre per un pelo al fine mese dovrebbe essere un diritto dei lavoratori, al di là della retorica sulla nobiltà della fatica. Il salario medio italiano oggi è di 12.400 euro in meno rispetto a quello di un tedesco, l’Italia insieme a pochi altri Paesi ha nel 2019 salari che sono più bassi rispetto a quelli del 2007 e in Italia più di 5 milioni di lavoratrici e lavoratori guadagnano meno di 10.000 euro all’anno.

Come scrivono giustamente quelli di Up «il lavoro povero non è un problema solo della singola persona, ma è una piaga che si abbatte su tutto il Paese. Salari più bassi significa meno consumi, meno investimenti, meno crescita economica. Salari più bassi significa crescita della povertà assoluta. Il lavoro povero non è un problema che riguarda solo l’Italia di oggi, ma anche quella del futuro. Salari da fame oggi significa pensioni da fame domani. Lavorare sotto i dieci euro l’ora facilita la concorrenza al ribasso, la guerra tra poveri, la competizione tra chi lavora, meccanismi tossici che danneggiano le persone comuni a vantaggio di chi trae profitto dalla nostra fatica. Lavorare in condizioni precarie senza adeguati ammortizzatori sociali e  senza una forma realmente inclusiva di  reddito di cittadinanza vuol dire essere tutte e tutti costantemente sotto ricatto. La vittima di questo ricatto è l’intero Paese».

Tutto questo ovviamente viene disarticolato da una certa narrazione che dipinge gli italiani come un popolo di sfaticati intenti al proprio divano (nonostante i 142.000 stagionali di questa estate siano la cifra più alta degli ultimi anni, anche quando non esisteva il reddito di cittadinanza). L’articolo 36 della nostra Costituzione dice che «il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a se’ e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa».

Mi pare un punto centrale per qualsiasi per qualsiasi Piano nazionale di ripresa e resilienza. C’è qualcuno lì fuori che vuole farsene carico per uscire dalla narrazione di governo? Sarebbe utile saperlo in tempi brevi.

Buon lunedì.

 

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Spagna, adiós al Jobs act di Mariano Rajoy

In Spagna l’attesa riforma del lavoro si muove da settimane all’interno di un acceso confronto, tanto che sembra aver messo i due partiti che compongono il governo di coalizione, Psoe e Unidas podemos, l’uno contro l’altro. L’urgenza è quella di modificare la riforma del lavoro introdotta dal governo delle destre di Rajoy, per sostituirla finalmente con un diritto del lavoro più equilibrato e giusto, che dovrebbe essere anche una parte centrale di quel contratto sociale di cui la Spagna ha bisogno.

I giornali l’hanno chiamata “la riforma della riforma”. Quella voluta da Rajoy, dal 2012 ad oggi, ha provocato una crescente precarietà e una viscerale svalutazione salariale, soprattutto dei salari più bassi, mentre ha garantito l’aumento dei profitti alle imprese e dei dividendi agli azionisti delle società. La riforma del lavoro del Partito popolare è stata la causa principale dell’aumento della disuguaglianza, del fenomeno dei “lavoratori poveri” che ha colpito la Spagna in questi anni.

Psoe e Unidas podemos hanno vinto le elezioni chiedendone l’abrogazione, senza sfumature e senza sconti. L’accordo di coalizione per il governo progressista includeva la dichiarazione: «Abrogheremo la riforma del lavoro. Recupereremo i diritti del lavoro tolti dalla riforma del 2012». Poi il testo concordato ha subito una battuta d’arresto quando è entrato in dettaglio su alcuni elementi che sono stati considerati come “più urgenti” da derogare. Come la prevalenza dell’accordo settoriale su quello aziendale, la capacità di modifica unilaterale delle condizioni contrattuali da parte dell’azienda, la cosiddetta “ultra-attività” dei contratti collettivi, ossia la loro estensione una volta che la loro validità è scaduta senza averne concordato un rinnovo, il licenziamento per un congedo medico, la riduzione del lavoro temporaneo, la revisione del sub-appalto che ha finora dato la possibilità alle imprese di esternalizzare aggravando sempre di più la precarietà. Si è così passati dall’idea di abrogazione alla definizione di uno smantellamento dei diversi elementi considerati più “dannosi”.
Quando è arrivata la pandemia, la crisi sanitaria ha interrotto i piani legislativi del governo, che, per tamponare la crisi economica e sociale, si è concentrato per mesi sulla cassa integrazione e su altri strumenti di protezione possibili. Oggi, per la prima volta dalla crisi economica del 2008, sono più di 20 milioni le persone occupate. Secondo l’indagine sulla popolazione attiva la disoccupazione è scesa al 14,57% e per il terzo trimestre dell’anno si è registrata la…


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Grecia, quei lager per innocenti nella culla della civiltà

Migrants sit behind a fence at the new closed monitored facility in Zervou village, on the eastern Aegean island of Samos, Greece, Monday, Sept. 20, 2021. Greek authorities have begun moving asylum seekers living in a squalid camp on the island of Samos into a new facility on the island, where access will be more strictly controlled. (AP Photo/Michael Svarnias)

Un perimetro fortificato da alte recinzioni militari con filo spinato, droni e videocamere di sorveglianza, sistemi di allarme, macchine a raggi X e metal detector. Sono solo alcune tra le misure di sicurezza applicate nel nuovo campo per richiedenti asilo di Zervou, sull’isola egea di Samos, costruito col contributo del Fondo europeo per la sicurezza interna, che ha coperto il 75% dei costi totali. Lo scorso 18 settembre i migranti ospiti nel vecchio campo di Vathy sono stati trasferiti qui, in una zona piuttosto remota, a otto chilometri dal primo centro abitato.

Grecia e Unione Europea hanno segnato così l’inizio di una nuova era di strutture sempre più simili a prigioni che a campi di accoglienza. A un anno dall’incendio di Moria – il sovrappopolato campo realizzato nell’isola di Lesbo, il più grande d’Europa, baraccopoli simbolo dell’inasprirsi delle politiche europee sull’immigrazione a partire dal 2015 – la strategia di Atene e Bruxelles è cambiata: dai “campi giungla”, senza accesso ai servizi di base, si è passati a “closed camps” dove rifugiati e richiedenti asilo saranno completamente isolati.

«Per quanto tempo ancora sarò chiamato “rifugiato”? Quando diventerò umano, una persona? Una persona che lavora, esce, viaggia, insomma fa ciò che ogni altro al mondo può fare?», è Ahmed che parla (nome di fantasia scelto dall’intervistato), interpellato da Europe must act, movimento che riunisce volontari e Ong impegnati nell’accoglienza dei rifugiati. È giunto a Zervou dall’Iraq ed è stato trasferito dopo tre anni in tenda. «Mi sento come se fossi in prigione. Mi sento solo, pigro e come se fossi in un altro mondo. Il nuovo campo è sicuramente meglio della tenda, c’è un bagno, una cucina, acqua, elettricità, frigorifero e condizionatori. Ma ora?».

Gli fa eco Djénébou (anche questo, come gli altri, un nome di fantasia) dal Mali: «Il nuovo campo e il vecchio campo, sono la stessa cosa. Qui dormiamo bene e siamo puliti, ma il cibo è cattivo. Da quando sono arrivato a Samos (tre mesi fa, nda), non ho ricevuto soldi, non ho avuto cibo buono. Ho problemi di stomaco. Sono andato all’ospedale ma il dottore mi ha dato solo del paracetamolo. Se avessi soldi potrei comprare del cibo e cucinare come voglio». Per raggiungere la città principale dell’isola, Vathy, bisogna prendere un autobus e pagare il biglietto (1,60€ a tratta), poiché il sistema di trasporto è gestito da una società privata. Ai residenti non è permesso entrare e uscire all’ora che preferiscono, tra le 20 e le 8 del mattino sono infatti vietati gli spostamenti; quote fisse limitano il numero di persone che possono lasciare il centro in un dato momento. La sensazione di…


L’articolo prosegue su Left del 5-11 novembre 2021

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