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Ora e sempre Resistenza

La coincidenza è sinistra anche da un punto di vista temporale: sono passati cento anni dall’inizio degli assalti fascisti e squadristi alle Camere del lavoro, alle leghe operaie, alle Case del popolo, alle redazioni dei giornali. Cento anni da quando il fascismo si è affermato, con la connivenza dello Stato monarchico, plasmando il nostro Paese in senso totalitario e liberticida, trascinandolo nell’orrore delle leggi razziali e nella devastazione della Guerra. Ed è poi stato sconfitto, abbattuto dalla Resistenza sulle cui basi abbiamo edificato la nostra Repubblica, per sempre democratica grazie alla Costituzione.

Ecco perché i fatti di Roma assumono una valenza che va molto, molto al di là dell’atto vandalico in sé. Il blitz, guidato dagli esponenti neofascisti di Forza nuova, era premeditato e studiato. Doveva colpire in molteplici città in parallelo, raggiungere il cuore delle istituzioni, forse persino Palazzo Chigi.

E le immagini dalla sede nazionale della Cgil di Roma, con i vetri spaccati, i mobili rovesciati, persino un dipinto danneggiato dalla furia degli squadristi, hanno un valore simbolico enorme: per questo la risposta delle istituzioni democratiche deve essere immediata e durissima.

I leader di Forza nuova, dopo l’assalto, sono stati arrestati: considerando i loro pregressi ci si domanda come sia possibile che abbiano potuto organizzare e guidare una manifestazione come questa. Il 16 ottobre è stata invece convocata a Roma una grande manifestazione unitaria dei sindacati e per la democrazia. Tutte le forze politiche hanno il dovere di condannare quanto è avvenuto, e per questo il Partito democratico ha depositato immediatamente una mozione per richiedere lo scioglimento di Forza nuova, un atto doveroso.

Ma alcune considerazioni sui fatti di Roma, ad esempio da parte di Giorgia Meloni, sono irricevibili: la leader di Fratelli d’Italia evita accuratamente di individuare una matrice fascista nell’assalto alla Cgil, finge di non conoscere la storia del partito che guida (che, ancora oggi, espone la fiamma tricolore del Msi nel simbolo) e mente affermando che i nostalgici del fascismo siano sempre stati emarginati dal suo movimento. Abbiamo invece tutti ben presenti le inchieste delle ultime settimane, che hanno coinvolto esponenti nazionali e locali di Fratelli d’Italia. Imbarazzante anche la sua dichiarazione sul fatto che i neofascisti servano alla sinistra come strumento per attaccare i partiti politici della destra: Giorgia Meloni voti in Parlamento la mozione per sciogliere Forza nuova, allontani le persone di chiaro orientamento fascista elette nelle proprie liste in tutta Italia, persino a Milano, si allontani in Europa dall’alleanza con Orban e dalle sue derive autoritarie. Solo allora Giorgia Meloni, e con lei Salvini, avranno una qualche credibilità per uscire da questa perenne, inaccettabile ambiguità sui fondamenti stessi della nostra democrazia.

L’autore: L’eurodeputato Brando Benifei è capogruppo Pd al Parlamento europeo


L’editoriale è tratto da Left dell’15-21 ottobre 2021

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Enzo Marinari: Quello di Giorgio Parisi è un Nobel dalle radici profonde

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 05 Ottobre 2021 Roma (Italia) Cronaca: Premio Nobel al professor Giorgio Parisi Nella Foto : alla Sapienza lo striscione, it’s coming Rome Photo Cecilia Fabiano/ LaPresse October 05, 2021 Rome (Italy) News : Nobel Prize to professor Giorgio Parisi In the Pic : Giorgio Parisi at Sapienza university

«All’università, la porta di Giorgio Parisi è sempre aperta. Agli studenti, ai colleghi, ai collaboratori. Giorgio è una persona che non sa cosa sia la superbia. E questo suo modo di porsi di fronte a qualsiasi interlocutore è ed è stata la sua ricchezza culturale e intellettuale. Lui ha dato tantissimo alla scienza ma ha anche avuto. Non si può entrare in tanti campi di ricerca diversi se non si è in grado di ascoltare gli altri e di riconoscerne il valore delle idee. Ha avuto 317 collaboratori diversi, un numero altissimo per un fisico teorico. Per andare a esplorare un nuovo campo bisogna interagire con le persone che possono darti le basi per applicare in quell’ambito le tue idee. E questo lui ha fatto. Fino al Nobel».

Con il professor Enzo Marinari, fisico teorico dell’Università la Sapienza di Roma, uno che Giorgio Parisi lo conosce bene avendo co-firmato con lui oltre 100 articoli scientifici, ci immergiamo nel contesto in cui è maturato il prestigioso riconoscimento dell’Accademia reale svedese delle scienze. «Questo contesto prende il nome di “Scuola romana di Fisica” – sottolinea Marinari -, ed è una storia che preesisteva a Parisi essendo una scuola la cui tradizione risale a Enrico Fermi e che proseguirà grazie anche al suo rapporto con i giovani studenti e ricercatori».

«Era un ambiente eccezionale, con una formazione non paragonabile con altre università straniere», ha detto Parisi alla Sapienza nel giorno in cui ha ricevuto il premio Nobel. «Nella scuola romana c’è una grande tradizione di confronto – prosegue Marinari – e in questo ambiente Giorgio, con il suo modo di porsi, con la sua idea di formazione e ricerca, rappresenta la…


L’articolo prosegue su Left dell’15-21 ottobre 2021

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Da Enrico Fermi a Giorgio Parisi, via Panisperna e ritorno

Negli anni Settanta il campo della fisica dei “sistemi complessi” si riferiva alla fisica della materia e più recentemente si è estesa al di là dei confini della fisica stessa. Quest’area della fisica è in un certo senso complementare a quella delle particelle elementari che si basa su un approccio riduzionista. L’approccio tradizionale della fisica, infatti, è quello di considerare i sistemi più semplici e studiarli in grande dettaglio per comprendere la natura dei costituenti elementari e delle interazioni che ne regolano la dinamica. Questo approccio si poggia sulla convinzione che la comprensione della natura a scale via via più grandi sarebbe stata possibile attraverso l’applicazione delle leggi fondamentali scoperte nel mondo microscopico. Il successo dell’approccio riduzionista è testimoniato dal sorprendente successo nella comprensione dei fenomeni fisici dalla scala delle particelle sub-nucleari a quelle delle galassie.

Tuttavia è facile rendersi conto che, non appena aumenta il grado di complessità delle strutture e dei sistemi, e quando questi sono composti da tanti elementi in interazione tra loro, ci si trova di fronte a nuove situazioni, in cui la conoscenza delle proprietà degli elementi individuali (ad esempio, le particelle, gli atomi, le molecole, ecc.) e del modo in cui interagiscono, non è più sufficiente per descrivere il sistema complessivo nel suo insieme. Il punto è che, quando interagiscono tra loro, questi elementi formano strutture complesse e sviluppano proprietà collettive che hanno poco a che fare con quelle dei singoli elementi isolati le cui interazioni portano a…

* L’autore: Francesco Sylos Labini è fisico teorico e dirigente di ricerca presso il Centro ricerche Enrico Fermi di Roma (Cref). Da giugno 2021 è direttore del museo storico della Fisica del Cref. Ha fondato Roars-Return on academic research and school (roars.it)

Foto di Elchinator da Pixabay


L’articolo prosegue su Left dell’15-21 ottobre 2021

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Sì, ma i tamponi?

L’altro ieri sono stati scaricati 563.186 Green pass. 369.415 in seguito a un tampone, 88.924 sono stati emessi per avvenuta vaccinazione e 4.847 per guarigione da Covid.

La Fondazione Gimbe ha analizzato i dati delle vaccinazioni negli ultimi giorni e ha registrato un incremento praticamente nullo negli ultimi giorni: il numero di nuovi vaccinati, ovvero delle persone che hanno deciso di effettuare la prima dose, è sceso da 493mila a 378mila. È il secondo calo settimanale consecutivo: un -23,2% in 7 giorni. Si stima che i lavoratori senza protezione siano ancora 3,8 milioni: da oggi c’è bisogno di 7,5-11,5 milioni di tamponi antigenici rapidi. Nell’ultima settimana ne sono stati fatti solo 1,2 milioni.

Secondo Federfarma, circa due terzi dei test vengono eseguiti nelle farmacie private ma solo 8.331 su circa 19mila, oltre a 327 centri privati, hanno aderito all’accordo che garantisce i test a prezzo calmierato.

Dove e come si faranno tutti questi tamponi? Qualcuno ci ha pensato?

«Per far fronte all’aumento del fabbisogno di test – spiegava qualche giorno fa il presidente di Gimbe Nino Cartabellotta – è urgente sia ampliare il numero di farmacie e altre strutture autorizzate che aderiscono all’accordo, sia potenziare l’attività per aumentare il numero di tamponi. Alla vigilia del 15 ottobre – prosegue – la politica e il mondo del lavoro devono fare i conti con alcune ragionevoli certezze. Innanzitutto l’attuale sistema che punta su farmacie e centri autorizzati non potrà garantire, almeno nel breve termine, un’adeguata offerta di tamponi antigenici rapidi a prezzo calmierato. In secondo luogo le proposte avanzate negli ultimi giorni (estendere validità dei tamponi a 72 ore, tamponi “fai da te”), oltre a non avere basi scientifiche presentano rischi di tipo sia sanitario, sia medico-legale e assicurativo. Infine, il numero dei nuovi vaccinati già da alcune settimane lasciava presagire un consistente ‘zoccolo duro‘ di lavoratori che, nonostante l’approssimarsi del 15 ottobre, non intende vaccinarsi volontariamente».

La sensazione è che l’introduzione dell’obbligo del Green pass sia stata fatta con un po’ troppa leggerezza sull’effettiva disponibilità dei tamponi oppure che non abbia sortito gli effetti sperati nell’incitamento a vaccinarsi.

E poi ci sarebbe la soluzioni che ripetiamo da settimane: il vaccino obbligatorio. Ma sembra davvero così difficile.

Buon venerdì.

 

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La sinistra faccia suo il principio di uguaglianza degli esseri umani

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 30-01-2019 Roma Politica Conferenza stampa sulla chiusura della campagna di raccolta firme per la candidatura di Mimmo Lucano e del Comune di Riace al Premio Nobel per la pace 2019 Nella foto Mimmo Lucano durante la conferenza stampa nella redazione di Left Photo Roberto Monaldo / LaPresse 30-01-2019 Rome (Italy) Closing of the Campaign for the assignment of the Nobel Prize to Riace In the photo Mimmo Lucano

Giovedi 30 settembre, le agenzie di stampa battono la notizia, e che notizia!
Il Tribunale di Locri ha condannato Mimmo Lucano a 13 anni e 2 mesi di reclusione, ritenendolo colpevole di associazione a delinquere, truffa, peculato, concussione, turbativa d’asta, falsità ideologica e abuso d’ufficio. Una condanna che supera quasi il doppio la richiesta dell’ accusa, 7 anni e 11 mesi.
La notizia lascia sconcertati quasi tutti: Lucano è diventato negli anni, con le sue battaglie in terra di ‘ndrangheta, un’icona dell’accoglienza e dell’integrazione, il “modello Riace” qualcosa di straordinario che, solamente chi getta il cuore oltre l’ostacolo può tentare di realizzare, la rivista americana Fortune lo inserisce tra i cinquanta leader più influenti al mondo.
Insomma mentre l’Italia si barcamena in tema di immigrazione con la legge Bossi- Fini, Lucano agisce la concreta possibilità di realizzare i principi della Costituzione in tema di diritti umani.
Lungi da noi il pensiero di discutere la sentenza di cui, doverosamente, dobbiamo aspettare il deposito delle motivazioni, tuttavia qualche osservazione ci sentiamo di farla.
Possiamo definire quello di Lucano un atto di disobbedienza civile; per meglio dire, la sua condotta, volta alla realizzazione di un modello di accoglienza e di integrazione, si potrebbe configurare come una volontà di denuncia dell’ingiustizia rappresentata dalla legge vigente e dalla necessità di supplirvi.
Non sta a noi qualificare giuridicamente i comportamenti di Lucano, quello che possiamo e dobbiamo concorrere a denunciare è il vuoto lasciato dalla politica su questi temi, soprattutto dalle forze politiche di sinistra che dovrebbero sentire come inderogabile il dovere di cambiare le regole e di contrastare realmente, con una prassi politica che abbia come obiettivo la realizzazione dell’essere umano «… sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità…» ( art. 2 Cost), non solo le formazioni politiche nostalgiche del fascismo, ma le derive sovraniste, razziste, populiste, xenofobe che pericolosamente avanzano ed i cui postulati rischiano di tradursi in leggi.
Lo strumento legislativo, traduce in norme le istanze sociali e culturali, ed è soprattutto su quest’ultimo aspetto che bisogna insistere.
Occorre una coraggiosa inversione di rotta del pensiero cosiddetto di sinistra.
Non c’è più tempo!
I principi di uguaglianza e di solidarietà non sono generose concessioni che alcuni uomini elargiscono ad altri!
Sono valori e principi consustanziali ad essi, e si poggiano sulla consapevolezza di una assoluta uguaglianza di tutti gli esseri umani che si realizza nel momento della nascita biologica, perché la capacità di immaginare, il pensiero irrazionale, caratteristica che distingue l’uomo da tutte le altre specie viventi, nasce dalla biologia allo stesso modo in tutti.
Se la sinistra non acquisisce questo principio di fondo, che opera da spartiacque tra ciò che è umano e ciò che non lo è, potrà difficilmente concorrere a realizzare concretamente norme da cui emergono i valori di cui storicamente è portatrice.
Forse se la sinistra avesse fatto sentire con forza ed identità la sua presenza, la sua voce, la sua vicinanza ad un popolo smarrito in un momento storico come quello che stiamo vivendo, non avremmo assistito attoniti, sabato 9 ottobre, ad una marcia su Roma in pectore!
Forse se Lucano avesse avuto a disposizione leggi con cui poteva realizzare un sogno di uguaglianza e giustizia sociale non avrebbe infranto la legge.
Se diamo uno sguardo al passato anche recente del nostro Paese, possiamo accomunare al nome di Mimmo Lucano, quello di due disobbedienti civili che con i loro comportamenti hanno fatto da sprone a cambiamenti di normative assurde e contrarie alla Costituzione: Danilo Dolci e, di recente Marco Cappato.
Anche loro tratti in giudizio e processati, per motivi ovviamente diversi, ma accomunati dall’esigenza di realizzare un ideale giusto, incompatibile con le norme in vigore.
Si potrebbe obbiettare che non indossavano la veste di pubblico ufficiale, ma questo, forse, è secondario quando la spinta motivazionale di giustizia è cosi pressante.
Dall’arringa che Piero Calamandrei tenne il 30 marzo 1956 davanti al tribunale di Palermo in difesa di Danilo Dolci:
«… Anche oggi l’Italia vive uno di questi periodi di trapasso, nei quali la funzione dei giudici, meglio di quella di difendere una legalità decrepita, è quella di creare gradualmente la nuova legalità promessa dalla Costituzione… Vorrei, signori giudici, che voi sentiste con quale ansia migliaia di persone in tutta Italia attendono che voi decidiate con giustizia, che vuol dire con indipendenza e con orgoglio questa causa eccezionale:e che la vostra sia una sentenza che apra il cuore alla speranza, non una sentenza che ribadisca la disperazione».

L’autrice: Concetta Guarino è avvocato e coautrice del libro “Bambini vittime” (Liguori ed .)


Per approfondire, leggi Left dell’8-14 ottobre 2021

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Sciogliere le organizzazioni neofasciste, subito

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 09 Giugno 2021 Roma (Italia) Politica : Commemorazione laica di Guglielmo Epifani alla Casa del Cinema Nella Foto : Angela Camusso Photo Cecilia Fabiano/ LaPresse June 09 , 2021 Roma (Italy) News : Lay funeral for Guglielmo Epifani at Cinema house In the Pic : Angela Camusso

“Una violazione insopportabile”. Questa è la frase che ho sentito di più in queste ore, il sentimento dei e delle militanti e delle e dei dirigenti della Cgil. In questa frase esprimono sia l’essere figlie e nipoti di Giuseppe Di Vittorio, dei nostri padri che difesero in armi le Camere del lavoro dai raid squadristi delle camicie nere, sia la convinzione che l’attacco alla Cgil, alla nostra Cgil, sia l’attacco alla casa dei lavoratori e delle lavoratrici, alla certezza e alla coerenza di stare dalla parte giusta; quella di coloro, appunto, che hanno bisogno di un luogo, di un’organizzazione che li difenda, li rappresenti, offra loro risposte e speranze.

Una casa necessaria cento anni fa e ancora oggi, perché è cambiato il lessico, ma non lo sfruttamento, non il divario di potere nei luoghi di lavoro, non il bisogno di organizzazione collettiva.

Ebbene, sabato pomeriggio abbiamo dovuto improvvisamente uscire dalle…

* L’autrice: Susanna Camusso, già segretario generale della Cgil da novembre del 2010 a gennaio del 2019, è responsabile nazionale per le politiche di genere ed internazionali della Confederazione generale italiana del lavoro


L’editoriale prosegue su Left dell’15-21 ottobre 2021

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Giorgio Parisi: «Ora lo Stato faccia la sua parte con i fondi alla ricerca e investendo sui giovani»

ROME, ITALY - OCTOBER 05: Italian scholar and physicist Giorgio Parisi attends a press conference at the "La Sapienza" University, after co-winning the Nobel Physics Prize, on October 5, 2021 in Rome, Italy. Teacher at Sapienza University of Rome, Giorgio Parisi was awarded for his extensive research and contribution to the theory of so-called complex systems. The Nobel Prize in Physics 2021 is shared between three researchers for discoveries on climate and complex systems. (Photo by Antonio Masiello/Getty Images)

Sono passati diversi giorni ma ancora non si è spenta l’eco dall’applauso emozionante e interminabile che il 5 ottobre scorso ha accolto il fisico e vice presidente dell’Accademia dei Lincei, Giorgio Parisi, alla “sua” università, La Sapienza di Roma, dopo che la notizia dell’assegnazione del Nobel per la Fisica era stata resa pubblica dall’Accademia reale svedese delle scienze. Abbiamo in testa cento e cento domande da fargli, consapevoli che il tempo a disposizione è poco per la mole di impegni ai quali il professore, sempre generoso e disponibile, non si sottrae. Ma all’orario fissato per l’intervista il suo telefono squilla a vuoto diverse volte. Mentre pensiamo a un piano B è lui che richiama: «Mi scusi, ero al telefono con Stoccolma, mi chieda quel che vuole».

Professore ci racconti come e quando è “nato” questo premio. C’è un momento preciso?
Certo che c’è, lo ricordo benissimo. Ricordo che ero a Frascati. Prima di lasciare il laboratorio fotocopiai alcuni articoli per studiarli durante le vacanze di fine anno. Erano gli ultimi giorni del 1978. Ma quello che ritenevo un problema facile da risolvere si rivelò invece estremamente difficile e facevo solo dei progressi parziali senza trovare il bandolo dell’equazione. La svolta ci fu nella primavera del 1979 quando scrissi una serie di articoli con la soluzione. Se si volesse datare la scoperta che è all’origine del Nobel, questa essenzialmente è del 1979.

E poi cosa è accaduto?
Una scoperta scientifica è un po’ come un bambino. Ci si tiene a farlo, ma anche a seguirlo, ad accompagnarne la crescita, a vederlo diventar grande e così via. In buona sostanza il nucleo duro del lavoro è…

 

 


L’intervista prosegue su Left dell’15-21 ottobre 2021

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Afghanistan, a che punto siamo?

Malalai, center, from Kunduz province, sits with her children at a camp for internally displaced people as they wait for a bus to return home, in Kabul, Afghanistan, Saturday, Oct. 9, 2021. (AP Photo/Felipe Dana)

C’è una partita in corso sull’Afghanistan e forse sarebbe il caso di parlarne prima che ci scoppi in faccia un’altra volta e ancora ci fingiamo stupiti come se non ce l’aspettassimo. Dall’inizio della crisi afgana sarebbero 22mila i cittadini evacuati in 24 Paesi Ue ad agosto del 2021 ma rimangono i 3 milioni di sfollati fino all’anno scorso e qualcosa come circa 700mila sfollati interni di cui tener conto.

L’Europa si sta muovendo su un doppio binario: un’accoglienza dei profughi afgani controllata che faccia riferimento solo alle persone più vulnerabili (con tutti i limiti che l’interpretazione del concetto di vulnerabilità ogni Stato compie molto a modo suo) e un aiuto ai profughi interni. «La situazione in Afghanistan è disastrosa. Si sta preparando una tempesta perfetta. Oltre il 90% degli afgani affronta la minaccia della fame, il sistema sanitario rischia il collasso. E così l’economia. Ci sono notizie preoccupanti di oppressione, coloro che hanno lavorato con noi e condividono i nostri valori hanno molto da perdere: interpreti e le loro famiglie sono vittime di minacce; operatori per i diritti umani vengono arrestati. Ed è peggio per le donne e le ragazze, che spesso hanno paura di andare a scuola o al lavoro: donne giornaliste e dipendenti pubblici licenziate, donne giudici braccate dagli uomini che hanno messo in prigione» ha dichiarato Ylva Johansonn, Commissaria europea agli Affari interni, durante il vertice del 7 ottobre, da lei presieduto insieme all’Alto Commissario Ue, Josep Borrell.

Come al solito però, oltre alle dichiarazioni di rito, sono pochi i Paesi che hanno dato una reale disponibilità ad accogliere gli afgani che verranno (e non parliamo di numeri spaventosi nonostante verranno sicuramente usati per fare spavento visto che Filippo Grandi dell’Unhcr ha parlato di circa 42.500 afghani nei prossimi 5 anni). In compenso ci sono 12 Stati (Austria, Cipro, Danimarca, Grecia, Lituania, Polonia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia e Slovacchia) che chiedono all’Europa di poter costruire muri e di farseli anche pagare. La Grecia l’ha già fatto con la Turchia e la Lituania si sta preparando a farlo per difendersi dalla pressione della Bielorussia.

Il miliardo promesso (l’Afghanistan non si regge in piedi economicamente senza soldi dai Paesi esteri e già ora si stanno fermando alcuni servizi essenziali come la sanità) dall’Europa serve soprattutto a “tenere fermi” i profughi e a evitare problemi di sicurezza. Come al solito insomma sembra che gli assegni servano soprattutto a subappaltare la gestione dei problemi senza un reale e strutturato processo di soluzione. Gli ultimi attentati interni tra l’altro spaventano non poco l’Europa.

In tutto questo l’assenza della Russia e della Cina evidenzia ancora di più la partita che si gioca sul piano internazionale: Putin e Xi Jinping hanno intenzione di percorrere una democrazia parallela a quella occidentale e non hanno avuto remore a invitare Pakistan, Iran e India, a una delegazione dell’Emirato di Kabul nel prossimo summit a Mosca. I Talebani quindi vengono di fatto riconosciuti e legittimati. Del resto per Mosca e Pechino i diritti umani sono da sempre una “questione interna” in cui non mettere bocca. Del resto Cina, Pakistan e Russia hanno tenuto le proprie ambasciate aperte a Kabul.

E come al solito sulla pelle dei disperati si gioca una guerra diplomatica in cui si vorrebbe imporre la propria visione del mondo. Intanto in Europa ci sono circa 290mila afgani a cui negli anni scorsi è stato rifiutato lo status di rifugiati politici che ora appare molto difficile riuscire a rifiutare di nuovo. E quel limbo è qualcosa che va risolto piuttosto in fretta.

L’Afghanistan è sparito dalle prime pagine dei giornali (del resto la notizia sta sempre nei morti e nei disperati mentre urlano ma poi non fanno più notizia mentre lentamente e silenziosamente si consumano) eppure è un tema su cui si decide molta credibilità dell’Europa. Vale la pena ricordarsene.

Buon giovedì.

 

 

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La rigenerazione del pensiero alla base della rigenerazione dell’ecosistema

Noam Chomsky ha definito il presente in cui viviamo come “il momento più pericoloso che la storia dell’umanità si sia mai trovata ad affrontare”. Sembrerebbe una provocazione, considerati altri periodi bui della nostra storia. Eppure, un’affermazione di questo tipo ci esorta ad un’indagine più profonda. Dinanzi alla crisi ecologica, e alle predizioni della scienza, ciò che scegliamo di fare, o di non fare, in questo momento storico, definirà l’esistenza di molte generazioni a venire.
Lo scenario è ormai noto: la scienza indica inequivocabilmente la natura antropogenica dei cambiamenti climatici e l’obiettivo di mantenere le emissioni di gas serra al di sotto di un innalzamento di 1,5°C. Obiettivo necessario, per esempio, per la sopravvivenza delle nazioni insulari. Gli attuali piani nazionali produrrebbero invece un innalzamento della temperatura a fine secolo di 2,7-3,3°C. Significa che se manterremo questo modello di sviluppo, saranno le basi della convivenza umana ad essere minacciate.
Tuttavia, la scienza del clima indica anche che, se si raggiungesse la soglia delle zero emissioni nette entro il 2050, l’aumento delle temperature inizierebbe a recedere e così anche eventi estremi come incendi, alluvioni, inquinamento dell’aria, cui si devono milioni di morti ogni anno (fonte Organizzazione Mondiale della Sanità).
Non vi è dubbio che l’azione più incisiva sia una transizione da un sistema estrattivista e iper-consumerista, basato sull’impiego dei combustibili fossili – causa principale dei cambiamenti climatici – verso fonti energetiche alternative e rinnovabili. Una trasformazione che la comunità internazionale potrà affrontare solo unita, attraverso il dialogo multilaterale e la cooperazione. Le emissioni europee di gas serra, infatti, ammontano al 9% del totale, quelle della Cina al 30%, degli USA al 16%, e quelle dell’India al 7%. È evidente come la traiettoria verso la necessaria neutralità climatica entro il 2050 dovrà inevitabilmente essere condivisa. Significa un impegno globale per una rapida eliminazione dei combustibili fossili a partire dalle centrali a carbone, dei sussidi a queste fonti e della costruzione di nuovi impianti estrattivi o della concessione di nuove licenze. Sempre insieme, si dovrà garantire una finanza per il clima a sostegno dei paesi più vulnerabili che maggiormente subiscono l’impatto dei cambiamenti climatici, pur non avendo contribuito – se non in maniera marginale – all’innalzamento della temperatura globale e che, per sopravvivere, sono costretti ad attuare misure di adattamento ai mutamenti del clima.
La transizione ecologica, però, non si può esaurire in una mera transizione energetica. Il rischio sarebbe quello di fare una transizione ecologica senza ecologia. I cambiamenti climatici sono solo la punta di un iceberg, la cui parte sommersa non è formata solo da combustibili fossili, ma anche da agricoltura industriale, allevamenti intensivi, perdita di biodiversità a favore delle monocolture, acidificazione degli oceani, deforestazione; in altre parole, da un sistema di relazione con la Terra di tipo predatorio.
Per cambiare il sistema di dominio che caratterizza l’Antropocene, l’era in cui viviamo, necessitiamo di un cambiamento radicale del nostro relazionarci alla Natura. Se “il mondo è in fiamme” – una delle frasi più conosciute del Buddha – la strada e gli strumenti per affrontare e spegnere l’incendio sono, prima di tutto, dentro la nostra mente e nello sviluppo di una mente ecologica.
Il filosofo norvegese Arne Naess coniò il termine “ecologia profonda” per indicare un’ecologia che va oltre il “movimento che lotta contro l’inquinamento e l’esaurimento delle risorse” (definito con il termine di “ecologia di superficie”), incentrato su azioni per l’uomo, posto a sua volta al di sopra e al di fuori della Natura. Con l’ecologia profonda si supera il concetto dualistico di “ambiente dell’uomo”: l’uomo è Natura.
Alla base della crisi ecologica, dunque, vi è una crisi del Sé che si percepisce separato dalla Natura. Da questa ignoranza cognitiva derivano avidità, eccessivo individualismo, cultura dello spreco e dell’iper-consumismo. Sentirci come esseri separati dalla Natura significa pensare alla Terra in termini di proprietà, e alle risorse naturali come oggetti passibili di sfruttamento. “Fare pace con la Natura” (è questo l’appello del Segretario Generale dell’ONU) significa, invece, riconoscersi in una relazione di connessione e reciprocità con la Terra, significa spostare lo sguardo e trasformare una visione antropocentrica in eco-centrica, nel riconoscimento dell’interdipendenza di ogni forma di vita e della sacralità di ciascuna forma di vita, nel vedere la cura della nostra casa comune come cura di noi stessi.
La rigenerazione del pensiero, si potrebbe dire, è alla base della rigenerazione dell’ecosistema.

Rigenerare significa guarire le ferite, riconoscendole. Significa curare, ricostruire apportando maggior valore e ancor più bellezza. È possibile, lo dice anche la scienza. Come i maestri dell’arte del Kintsugi, che riparano i cocci con l’oro e rendono l’artefatto ancora più prezioso, unico in quanto diverso, così le terre inaridite e desertificate possono rifiorire attraverso l’agricoltura rigenerativa praticata dai piccoli contadini e apicoltori, artigiani della bellezza e della bio-diversità; mentre la creazione di comunità energetiche, compiendo una rivoluzione gentile, fa riscoprire il valore dell’impegno comune; e architetti urbanistici progettano edifici in grado di assorbire gli impatti climatici nelle periferie.

La crisi ecologica è dunque il modo in cui la Terra ci sollecita a “svegliarci o subirne le conseguenze”.
Il potere ultimo di cambiare non risiede nelle tecnologie, ma nella saggezza della comprensione dell’inter-essere (“colui che si prende cura di se stesso si prende cura degli altri, e colui che si prende cura degli altri si prende cura di se stesso”*). È dalla comprensione di una interdipendenza profonda – noi siamo Natura – che scaturisce l’impegno all’azione.
Con la Dichiarazione sui cambiamenti climatici ai Leader mondiali, la comunità buddhista consegna un messaggio di speranza che si traduce in azione: “Coltivando uno sguardo interiore e la compassione, saremo in grado di agire per amore, non per paura, per proteggere il nostro Pianeta”. Agire per amore e non per paura. L’invito è quello di non essere sopraffatti dalla disperazione, ma di agire con coraggio. La via della salvezza non è evitare i tempi difficili, fuggendo dal mondo, ma saper rispondere in maniera appropriata: agire dove occorre, quando occorre e come occorre. Ciascuno di noi ha un ruolo e il potere di esercitarlo.

L’attivismo ecologico non è un sentiero facile. Dinanzi alla crisi ecologica, alle moltissime informazioni che riceviamo, immagini talvolta terrificanti che ci arrivano (foreste che bruciano, animali che soffrono), potrebbe essere facile cadere nella trappola della frustrazione, della rabbia, della reazione, del puntare il dito, o anche di rimanere paralizzati.
Tuttavia, una spinta reattiva risulta essere divisiva con il rischio di esacerbare distruzione ecologica ed esclusione sociale. È dunque cruciale seguire un percorso sia personale che comunitario inclusivo, non violento e rigenerativo, nella consapevolezza dell’interconnessione, di far parte di un ecosistema e di non esserne padroni.

È con questo lavoro di decolonizzazione e trasformazione del pensiero, di liberazione da quel bagaglio concettuale in eccesso che si è accumulato per la nostra esclusiva attenzione, di rigenerazione personale e collettiva che piantiamo i semi per il fiorire dell’armonia con la natura. I cambiamenti climatici ci spingono a iniziare a vivere questo futuro ora.

*L’autrice: L’esperta in diritto internazionale dell’ambiente Silvia Francescon, componente del comitato esperti G20 del gruppo di lavoro energia e clima presso il Ministero della transizione ecologica e responsabile agenda ambiente dell’Unione buddhista italiana, sarà una degli ospiti di KUM! Festival (15-17 ottobre), manifestazione dedicata alla cura e alle sue diverse pratiche. Sabato 16 ottobre alle ore 12 alla Mole Vanvitelliana di Ancona parlerà, assieme a Monica Colli, Caterina Giavotto e Giovanna Giorgetti.

Foto di Christo Ras da Pixabay

Toc toc, è permesso?

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 23-09-2021 Roma, Italia Economia Assemblea Confindustria 2021 Nella foto: il Ministro Renato Brunetta presenta il green pass Photo Mauro Scrobogna /LaPresse September 23, 2021  Rome, Italy Economy Confindustria Assembly 2021 In the photo: Minister Renato Brunetta presents the green pass

So che non si usa molto tra colleghi (per questioni di aziendalismo) fare i complimenti ai giornalisti di un’altra testata ma confesso di ammirare da mesi il lavoro di Vitalba Azzolini che pervicacemente si permette di sottolineare le incongruenze con il diritto di alcune iniziative in tempo di pandemia. Azzolini, che per molti era un idolo ai tempi del governo Conte perché tornava utile come grimaldello per aspirare alla competenza, ultimamente è diventata bersaglio proprio dei filocompetenti compulsivi che la accusano di lisciare il pelo ai no Green pass. Particolare estremamente interessante: lei dice sempre le stesse cose, tiene il punto, eppure viene vista in maniere opposte.

Permettersi di sottolineare criticità sul Green pass ormai è la stessa cosa di quei fascisti che prendono a calci la sede della Cgil. Una gran melassa che appiattisce la discussione e che rende qualsiasi dubbio un complottismo.

Ieri il governo Draghi ha finalmente partorito il Dpcm con le linee guida relative all’obbligo di possesso e di esibizione della certificazione verde Covid-19 da parte del personale delle pubbliche amministrazioni, a partire dal prossimo 15 ottobre. Il 15 ottobre, tra le altre cose, è dopodomani, per dire.

Diamo per scontata, al di là degli istinti di Brunetta, la consapevolezza che la macchina dell’amministrazione pubblica sia fondamentale per uno snello funzionamento dello Stato quindi la domanda sorge spontanea: che impatto avrà il Green pass nel funzionamento degli uffici pubblici? Solo per fare un esempio: come dice Azzolini su Domani «le verifiche delle certificazioni vanno fatte, salvo eccezioni, da dirigenti, che quindi impiegheranno in quest’attività parte del proprio tempo di lavoro, prezioso anche perché ben retribuito. Ciò risponde a una visione del dirigente che, oltre a gestire e supervisionare, deve anche controllare materialmente i sottoposti». Sicuri che vada bene così?

Dicono le linee guida che per le giornate di assenza ingiustificata, dovute alla mancata presentazione del Green pass, «al lavoratore non sono dovuti né la retribuzione né altro compenso o emolumento, comunque denominati, incluse tutte le componenti della retribuzione, anche di natura previdenziale, previste per la giornata lavorativa non prestata». Ma il tema del funzionamento della macchina pubblica di fonte a queste assenze? Come si sostituiscono i lavoratori che non hanno intenzione, per scelta, di avere il Green pass?

Dicono dal governo che mai e poi mai pagheranno il tampone per i dipendenti che non si vogliono vaccinare. È una linea, si può essere d’accordo o meno ma è una linea. Ieri esce una circolare del ministero dell’Interno che invita a fare invece i tamponi gratis ai portuali non vaccinati. Vi pare coerente? Poi, come giustamente fa notare sempre Azzolini: «Il tema è: anche in altri ambiti pubblici, quando il servizio reso sia compromesso a causa delle assenze per mancanza di #greenpass, il datore di lavoro pubblico può pagare i tamponi ai dipendenti, o è imputabile di danno erariale?»

Come è accaduto anche per altri provvedimenti: il governo ci ha detto come intende analizzare l’impatto del Green pass? Negli altri Paesi esistono commissioni che valutano ex ante ed ex post l’impatto e l’efficacia di una misura. Se quella misura, in un determinato periodo di osservazione, non ha raggiunto il suo obbiettivo decade. Qui?

Come scrive Il Post: «Da quando il governo ha annunciato l’obbligo del Green pass per tutti i lavoratori a partire dal 15 ottobre, il numero delle somministrazioni giornaliere del vaccino contro il coronavirus è cresciuto, ma di poco: “l’effetto Green pass”, come è stato definito, si è visto solo nella terza settimana di settembre. Poi la curva delle prime dosi si è abbassata, e dall’inizio di ottobre è tornata ai livelli di febbraio 2021, la prima fase della campagna vaccinale». Quindi?

Sempre a proposito di risultati immagino che lassù al governo siano anche consapevoli che la misura (una delle più rigide del mondo) esacerberà ancora di più gli animi. Come si intende intervenire, al di là dei preannunciati controlli sulle manifestazioni? Oltre alla repressione dei violenti come si intende fare con quei 3, 4 milioni di lavoratori non vaccinati?

Ecco, sarebbe bello dibatterne senza essere additati come amici dei terroristi. Anche perché le analisi ovviamente prevedono il diritto di critica. Piaccia o no. E provate a pensare se tutto questo l’avesse fatto un altro governo cosa sarebbe successo.

Oppure smettano di usare il paternalismo, facciano politica e si prendano la responsabilità dell’obbligo vaccinale.

Buon mercoledì

 

 

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