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Pedofilia, perché la Chiesa non sa cosa fare

Papa Francesco ha dichiarato di provare un sentimento di vergogna nell’apprendere i risultati dei lavori della commissione d’inchiesta francese sugli abusi commessi dai membri del clero di quel paese. Un teologo italiano, Pierangelo Sequeri, sulle pagine di Avvenire, ha anche invocato la necessità, per la Chiesa, di una vera e propria espiazione, di avviare un processo di cambiamento che richiederà, sono parole sue, “lacrime e sangue”. Bene, anzi benissimo. Fa piacere costatare che i vertici della Chiesa cattolica inizino a essere finalmente consapevoli delle ferite gigantesche che tanti sacerdoti hanno inflitto a tantissimi fedeli, in Francia come nel resto del mondo. Il rifiuto sdegnoso di affrontare l’argomento, l’accusa rivolta a chi ne parlava di volere solo la rovina della Chiesa che hanno caratterizzato l’atteggiamento dell’istituzione sino a pochi anni fa (al papato di Giovanni Paolo II) sono ormai definitivamente alle nostre spalle. E del resto sarebbe ormai difficile, per i gerarchi cattolici, pronunciare discorsi diversi, visto l’atteggiamento intransigente di un’opinione pubblica adulta non più disposta a tollerare le violenze e gli abusi del clero sui propri figlioli.

Detto questo, occorre anche ribadire che i gesti e le parole di contrizione non bastano a risolvere il problema. Anzi, al contrario, rischiano di fornire l’impressione, pericolosa, fuorviante e del tutto sbagliata, che la questione sia ormai archiviata, che quello degli abusi clericali sia un affare che riguarda essenzialmente il passato e che la richiesta di perdono del papa equivalga a quella dell’incolpevole Willy Brandt messosi in ginocchio di fronte al memoriale della Shoah a Varsavia venticinque anni dopo la fine del Terzo Reich.

No, il dramma non è archiviato e le poche timidissime misure prese sinora dal papa per contrastarlo riguardano essenzialmente le cosiddette “coperture” delle quali i preti abusatori hanno goduto da parte dei loro superiori: in definitiva, d’ora in poi sarà un po’ più complicato e rischioso per un vescovo garantire l’impunità di un suo sacerdote colpevole di abusi ed evitare lo scandalo che immancabilmente ne consegue.

Occorre infatti ricordare che quello delle coperture è l’ultimo (in termini di tempo) dei fattori implicati nell’abuso, dal momento che l’eventuale (sinora quasi certa) complicità dei superiori giunge quando il crimine è già stato commesso e mai prima.

Questo significa che, per sradicare la mala pianta degli abusi sessuali clericali ed escludendo l’ipotesi ridicola che essa sia stata generata da alcune isolate “mele marce”, cioè da pervertiti infiltratisi a tradimento nelle fila del clero, dobbiamo cercare le ragioni per le quali gli abusi vengono commessi in così larga misura dai membri del clero cattolico.

Io sono da tempo convinto che la principale di tali ragioni risieda nella dottrina cattolica della sessualità e in particolare nella disciplina del celibato obbligatorio per il clero. Mi limito a citare solo una tra le tante conseguenze dell’applicazione di questo antico istituto messe in luce dalla letteratura scientifica internazionale: la profonda immaturità sessuale e umana dei presbiteri. Essa consegue al fatto che la formazione degli aspiranti sacerdoti si svolge, per quel che riguarda i fattori affettivi e sessuali, tutta all’insegna della colpa, del rimorso, dell’inadeguatezza rispetto all’ideale e mai a quella di una crescita armonica ed equilibrata. Come ho raccontato ne La casta dei casti (Bompiani, 2021), di sesso e di amore nei seminari non si parla, le prime esperienze amorose dei preti sono spesso tardive e poco soddisfacenti così come largamente approssimativo e incompleto è il loro bagaglio di conoscenze sulla sessualità. Il risultato è una spiccata immaturità sessuale rispetto al resto della coetanea popolazione maschile, un grave ritardo nello sviluppo di un sano e fisiologico rapporto con il desiderio sessuale e la corporeità e una sistematica associazione del piacere sessuale alla mancanza e al peccato. Alcuni preti rimangono a lungo, su questo versante, in uno stadio infantile e immaturo, dominato dalla masturbazione (spesso ossessiva) e da un castello di fantasie e di fantasmi, tanto attraenti e seduttivi quanto repellenti e spaventosi.

Peraltro l’immaturità è un elemento che non riguarda solo la sfera della sessualità e dell’affettività, ma l’intera personalità di tanti membri del clero. Il fatto è che, nella vita in seminario, i futuri sacerdoti, tutti almeno ventenni, vengono sistematicamente e radicalmente infantilizzati, trattati come bambini totalmente incapaci di agire in modo autonomo. La loro esistenza è regolata dall’istituzione in ogni minimo dettaglio e tutte le comunicazioni all’esterno e all’interno del seminario sono oggetto di una costante rigidissima sorveglianza. La conseguenza consiste nella crescita nei seminaristi, da un lato, di una peculiare capacità di eliminare o circoscrivere nei loro comportamenti esteriori e pubblici tutti i sintomi di pose non conformi alle aspettative dell’istituzione e quindi di mentire e nascondere i loro sentimenti autentici, dall’altro dell’abitudine a considerare importante e temibile solo ciò che proviene dall’alto, dai loro superiori, dai dirigenti dell’organizzazione e a considerare invece irrilevanti i bisogni e gli interessi di chi occupa una posizione inferiore alla loro nella gerarchia, quindi in primo luogo i fedeli, le pecorelle del gregge concepite immancabilmente come creature da guidare con sapienza e fermezza e non come persone alle quali rispondere con responsabilità e rispetto. Entrambe queste caratteristiche giocano una parte importante nella generazione degli abusi anche per vie meno prevedibili, quindi non solo per l’ovvia circostanza che molti preti si trovano tragicamente in uno stadio di maturazione sessuale simile a quello delle loro vittime.

Concludendo, se il papa vuole davvero mettere un freno al dilagare di questo fenomeno deve avere il coraggio di affrontare di petto la questione dell’obbligo celibatario e delle sue nefaste conseguenze. Lo può fare convocando un sinodo straordinario sui ministeri (quello che tanti cattolici hanno chiesto invano in questi anni) o nel modo che preferisce. Ma questo deve fare. Hic Rhodus, hic salta! Solo così le richieste di perdono e il dispiacere espresso in pubblico diventeranno le premesse di una stagione davvero nuova.

Foto di Steen Jepsen da Pixabay

A proposito di dittatura sanitaria

(7/2/2020) Sit-in in Rome, in front of the Ministry of Health, organized by the Italian Abortion Contraception Network to ask that contraception is free and accessible and access to abortion must be guaranteed for everyone (Photo by Matteo Nardone / Pacific Press/Sipa USA) Sipa Usa/LaPresse Only Italy 30185073

In Italia ci sono almeno 15 ospedali in cui il 100% dei ginecologi è obiettore di coscienza. È il dato principale che emerge dall’indagine “Mai dati!” presentata in anteprima durante il Congresso nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, a cura di Chiara Lalli, docente di Storia della Medicina, e Sonia Montegiove, informatica e giornalista. Un dato che non compare nella Relazione sulla legge 194/78 del ministero della Salute, che, aggregando i dati per Regione, di fatto non rende pubbliche le percentuali di obiettori sulle singole strutture. Secondo la Relazione, infatti, il massimo di obiettori che risulta è dell’ 85,8%  in Sicilia.

L’indagine di Lalli e Montegiove, nata con l’obiettivo di appurare se la legge 194/78 sulla interruzione volontaria della gravidanza sia effettivamente applicata, evidenzia come la Relazione sulla stessa legge del Ministero della salute pubblicata lo scorso 16 settembre e i dati in essa contenuti restituiscano una fotografia poco utile, sfocata, parziale di quanto avviene realmente nelle strutture ospedaliere del nostro Paese.

Alla richiesta di accesso civico a tutte le Asl e alle aziende ospedaliere censite dal ministero della Salute, ha risposto circa il 60% (al 30 settembre 2021). I risultati dell’indagine saranno aggiornati non appena saranno disponibili tutte le risposte.

Tra i dati più interessanti emersi finora, le 15 strutture ospedaliere in cui il 100% dei ginecologi è obiettore e i 5 presidi in cui la totalità del personale ostetrico o degli anestesisti è obiettore. Ci sono poi 20 ospedali con una percentuale di medici obiettori che supera l’80%. E altri 13 quelli con una percentuale di personale medico e non medico e superal’80%.

Le Regioni in cui ci sono ospedali con il 100% di ginecologi obiettori di coscienza sono Lombardia, Liguria, Piemonte, Veneto, Toscana, Umbria, Marche, Basilicata, Campania, Puglia.

Ci sono molti modi per non attuare una legge: quello di rendere inaccessibili i dati per  verificarne l’attuazione è il più vigliacco eppure è molto popolare. Il diritto negato, tra l’altro, è scritto nero su bianco tra le leggi dello Stato. E forse sarebbe il caso di essere terribilmente concreti nell’attuazione dei diritti, oltre che nell’enunciazione.

Buon martedì.

 

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Angela Mendes: Così proseguo la lotta di mio padre, Chico

Di padre in figlia. Un’eredità pesante quella che Chico Mendes, noto sindacalista dei sereingueros (estrattori di caucciù) assassinato barbaramente nel 1988, ha lasciato alla figlia Angela. Un’eredità fatta di impegno, di lotta, di determinazione a non lasciar distruggere la foresta amazzonica brasiliana e i popoli che la abitano. I popoli indigeni, circa 200 con le loro lingue e le loro tradizioni, oggi a rischio di estinzione, ma anche quel popolo della foresta, gli estrattivisti (di caucciù, di noce brasiliana, di gomma naturale, di frutta, erbe mediche etc..), che da secoli ormai abita l’Amazzonia e fa parte di questo enorme ecosistema. Di questa eredità Angela, oggi 52 anni, si è fatta testimone e portatrice. Anche se non da subito: «Sono cresciuta lontana dall’impegno di mio padre – ci racconta – la mia realtà era diversa, ma dal momento in cui sono andata a lavorare all’Amazon workers center-Cta (fondata da Chico, ndr), sono tornata alle mie origini e ho scoperto la necessità di seguire le sue orme e continuare la sua lotta per le popolazioni tradizionali della foresta, in questo processo ho anche scoperto me stessa e imparato molto sulla mia storia. Oggi coordino il Comitato Chico Mendes e capisco che questo è il mio posto, da qui voglio agire per trasformare la realtà locale».

L’ingresso di Angela nel Comitato Chico Mendes risale al 2009, mentre dal 2019 è leader, insieme al Cacique raoni metuktire della nuova Alleanza dei popoli della foresta, un organismo e una strategia di resistenza pacifica creata da Chico Mendes e dai leader indigeni negli anni Ottanta e che oggi riunisce le moltissime associazioni che in Brasile lottano per i diritti delle popolazioni amazzoniche e per la salvaguardia della foresta. Abbiamo raggiunto virtualmente Angela a Rio Branco (Acre), per farle alcune domande sulla situazione attuale e sulle lotte in atto. Tra queste la campagna “Empate2020”, lanciata dal Comitato Chico Mendes per rispondere all’emergenza da Covid-19 e di cui avevamo parlato anche su Left dell’1 maggio 2020.

Angela Mendes, quali risultati ha ottenuto con la campagna Empate per la protezione dell’Amazzonia e dei popoli nativi?
Nel 2020, la campagna Povos da Floresta contra a Covid-19, sostenuta anche da Cospe in Italia, ha consegnato 660 kit di cibo, igiene e sicurezza a circa 30 comunità in varie località di Acre (Resex Riozinho da Liberdade, di Alto Rio Purus e della Mamoadate e la Resex Chico Mendes). Nel 2021, 300 kit di alimentazione e igiene sono stati consegnati al Resex Chico Mendes. Infine 213 kit di alimentazione e 400 chili di pesce, per sostenere 263 famiglie indigene colpite dall’inondazione dei fiumi. Tutto questo ha permesso di rispondere alle necessità basiche di migliaia di persone abbandonate dallo Stato.

Oltre alla pandemia, che ha rischiato di far estiguere popoli indigeni amazzonici, la distruzione della foresta non si ferma: solo nell’ultimo anno si parla del 220% in più di disboscamento. Le minacce e gli attacchi ai difensori dei diritti umani e ambientali non diminuiscono. Cosa rischia il nostro pianeta con la distruzione del patrimonio ambientale dell’Amazzonia e della sua diversità bioculturale?

L’Amazzonia brasiliana rappresenta la più grande area della regione amazzonica, occupa quasi il 60% del territorio brasiliano ed è la sede del più grande serbatoio di acqua potabile del mondo. Il fenomeno noto come “fiumi volanti” è essenziale per la produzione alimentare nel sud del Paese. Tra gli altri servizi ecosistemici l’Amazzonia ha un grande potere di assorbimento e fissazione dell’anidride carbonica impedendo che questo gas aumenti l’effetto serra, oltre ad essere la più grande foresta tropicale del mondo, è anche la più ricca di biodiversità e, oltre tutto, ospita la sua più grande ricchezza: le sue popolazioni. Ci sono circa 180 etnie indigene, comunità quilombolas, estrattiviste e ribeirinhas che con i loro modi di vita tradizionali e la loro relazione armoniosa vivono in simbiosi con queste risorse naturali. Lasciare che l’Amazzonia sia distrutta significa perdere ciò che è noto e non avere l’opportunità di conoscere molte più ricchezze minerali, vegetali e animali che ancora non si conoscono, ci sono ancora tante cose che non sappiamo dell’Amazzonia, ed è probabilmente molto più di quanto la scienza abbia scoperto finora.

In relazione al contesto brasiliano attuale, quali ritiene siano le responsabilità del governo di Bolsonaro?

Il governo di Bolsonaro è un governo genocida e anti-ambientalista, ha completamente distrutto la nostra politica di protezione socio-ambientale, ha minato gli organi di gestione sia delle politiche indigene del Funai (Fondazione nazionale dell’indio), sia l’ambiente come l’Ibama (Istituto brasiliano dell’ambiente e delle risorse naturali rinnovabili) e l’Icmbio (Instituto Chico Mendes per la conservazione della biodiversità), riducendo le risorse delle aree strategiche di queste istituzioni. Inoltre ha riempito questi organismi di militari e con un atteggiamento conservatore e fascista. Bolsonaro non ha mai cercato di stabilire alcun dialogo con i popoli e con le comunità quanto piuttosto con la parte opposta, stabilendo un’enorme vicinanza con i land grabber, i trasgressori ambientali e con i settori minerario e agroalimentare.

Stiamo assistendo in questi giorni al voto della Corte Suprema sul “Quadro temporale per il riconoscimento delle terre indigene”. Qual è l’importanza di questa lotta dei popoli indigeni? 

I popoli indigeni hanno un’importanza vitale perché costituiscono la ricchezza e la diversità culturale del nostro Paese e il loro rapporto con il territorio è sacro. Gli studi dimostrano che i territori con popolazioni tradizionali e terre indigene sono meglio conservate perché la presenza di queste popolazioni offre un certo grado di protezione. Ma il Governo Bolsonaro sta invece tentando di ridurre questi territori come la Resex Chico Mendes (area estrattivista nell’Acre) con il progetto di legge 6024/19 oppure di declassare alcune zone come Parco nazionale della Serra do Divisor ad “area di protezione ambientale”, una categoria che consentirebbe addirittura l’estrazione e la commercializzazione di sabbia e terra. Infine nello Stato del Parà, con il Pl 313/20, si propone di autorizzare l’allevamento di bovini su ampia scala all’interno della più grande riserva estrattivista del Brasile, la Resex Verde para Sempre. A tutto questo ci stiamo opponendo con una grande campagna.

Lo stile di vita alimentare dei consumatori occidentali ha un impatto diretto sulla devastazione delle foreste, sostenendo l’espansione dell’industria agroalimentare che invade il mercato locale e internazionale con prodotti di basso valore e costi ambientali elevati. Cambiare queste abitudini alimentari pensa possa avere un impatto sulla riduzione della deforestazione e delle emissioni di CO2?

Penso che il caso dei bovini sia il più emblematico perché oltre ad essere uno dei maggiori fattori di deforestazione, l’allevamento di questi animali emette anche gas metano,  una delle principali cause dell’effetto serra, ma al di là di questo la carne di prima scelta è praticamente tutta esportata e il mercato brasiliano assorbe ciò che rimane, che è per lo più carne di scarsa qualità, privando la popolazione povera e vulnerabile (che è diventata la maggioranza grazie allo smantellamento dei politiche di welfare) dei consumi del prodotto. La soia inoltre è diventata uno dei prodotti brasiliani più esportati, ma oggi il prodotto principale a cui ha accesso lo strato più semplice della popolazione è l’olio di soia utilizzato nella preparazione degli alimenti e il cui prezzo negli ultimi anni ha raggiunto livelli stratosferici. L’Unione europea è uno dei principali acquirenti di soia brasiliana, così come la Cina.

Quanto è importante cambiare l’attuale paradigma economico, basato sull’estrazione e lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali, sostituendolo con attività alternative sostenibili basate sull’economia forestale vivente?

L’attuale sistema produttivo altamente predatorio e degradante ha portato il pianeta all’esaurimento, ha causato squilibri ambientali e climatici e stiamo già sentendo gli effetti di questo sfruttamento sfrenato delle risorse naturali. Direi che non cambiare i nostri paradigmi ci porta direttamente e in breve tempo ad uno scenario apocalittico, con l’emergere di guerre e conflitti su risorse come acqua e cibo. Cambiare o non cambiare è come scegliere tra la vita e la morte.

In che modo la comunità internazionale può intervenire?

Spingendo i propri governi e le proprie autorità a limitare l’acquisto di prodotti brasiliani se non si dimostrano di buona origine, liberi da violenze e conflitti. Ogni prodotto brasiliano esportato come minerali, carne, cibo ha dietro di sé una scia di sangue.


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Pedretti (Spi-Cgil): Riforme sociali, il tempo è adesso

"Esodati" workers, people who took early retirement but are not yet eligible for state pension, take part a demonstration organised by the Italian unions, left-wing General Confederation of Italian Workers (CGIL), Italian Confederation of Workers' Trade Unions (CISL) and Italian Union of Labour (UIL), against the government's economic measures policy in front of the Pantheon on July 26, 2012 in Rome. AFP PHOTO / ANDREAS SOLARO (Photo credit should read ANDREAS SOLARO/AFP/GettyImages)

La riforma previdenziale e la legge nazionale sulla non autosufficienza sono temi importanti, che hanno a che vedere con la vita, l’identità e la dignità delle persone, e i pensionati chiedono di avere voce in capitolo. Soprattutto in questo momento, con i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza da investire, «il governo ha di fronte una grande possibilità di riforme sociali: qui c’è da ricostruire il welfare, quasi come nel dopoguerra», ha sottolineato in modo deciso Ivan Pedretti alla tre giorni di Futura 2021 promossa dalla Cgil a Bologna alla fine di settembre. Il segretario dello Spi, il sindacato dei pensionati Cgil, due milioni e mezzo di iscritti, si fa portavoce dei bisogni e delle esigenze di 16 milioni di cittadini, una fetta della popolazione che ha pagato il prezzo più alto durante la pandemia – dei 130mila morti la maggior parte sono ultraottantenni. Non solo. In Italia secondo l’Istat vi sono tre milioni di persone non autosufficienti, quasi sempre a carico delle famiglie, e delle donne in particolare. E poi, non parliamo del valore delle pensioni: «Per l’80 per cento vanno dai 500 ai mille euro e per le donne in media sono più basse di 200 euro», ha ricordato Pedretti sempre dal palco di Bologna.

Con Quota 100 che sta per scadere, mentre in commissione Lavoro alla Camera è aperto il dibattito sull…


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Predappiochismo

Rubo il titolo a Pippo Civati per riconoscenza verso la comunità di Possibile, il partito da lui fondato e ora egregiamente retto dalla segretaria Beatrice Brignone, che sul tema dell’antifascismo ha sempre tenuto la barra dritta in un’epoca di pendoli. E rubo a lui anche l’idea di presentare a Giorgia Meloni un ventennio di girato perché possa farsi un’idea di quello di cui stiamo parlando.

Giorgia Meloni, appunto, costretta a dire qualcosa sul fascistissimo attacco alla Cgil di Roma da parte di schifosi fascisti ci ha illuminato con la sua ipotesi di uno “squadrismo organizzato” aggiungendo che non è importante che la matrice sia fascista o meno. Fantastica Giorgia Meloni che è diventata così brava a fare zig zag in mezzo allo sterco inventandosi tutti gli aggettivi e le perifrasi possibili: siamo passati dai patrioti, ai sovranisti, poi gli italiani, poi ora gli squadristi. L’importante è non pronunciare la parolina magica senza la quale non riuscirebbe nemmeno a raccattare i voti per gestire il proprio condominio. Se andiamo avanti così questi sono così vigliacchi che si metteranno d’accordo di sostituire la parola “camerati” con “zucchine” e cammineranno per le vie del centro inzucchinandosi e sentendosi davvero dei rivoluzionari.

Allora vale la pena spiegare a Giorgia Meloni, piuttosto deboluccia a scuola quando si trattava dell’ora di Storia, quale sia la matrice. A Roma sono stati arrestati Roberto Fiore e Giuliano Castellino. Roberto Fiore ha 62 anni, è uno dei fondatori di Forza Nuova, a 19 anni fu tra i fondatori del movimento neofascista eversivo Terza Posizione, negli anni Ottanta venne condannato per associazione sovversiva e banda armata ma come tutti i fascisti scappò come un coniglio per rientrare in Italia a condanna prescritta.

Giuliano Castellino ha 45 anni e attualmente è il leader locale di Forza Nuova a Roma. In passato aveva fatto parte della Destra di Francesco Storace, e prima ancora di Fiamma Tricolore. Lotta contro il Green pass ma vigliaccamente è andato a cercarsi il Green pass per poter andare allo stadio: basterebbe questo per dare un’idea dello spessore. Nel 2017, cercò di impedire lo sgombero di un appartamento popolare del quartiere Trullo di Roma che era stato assegnato a una famiglia di origine eritrea: fu condannato per violenza, lesioni e resistenza a pubblico ufficiale e anche per manifestazione non autorizzata. Sempre nel 2019 aggredì un giornalista e un fotografo dell’Espresso durante una manifestazione neofascista al cimitero del Verano; l’anno scorso è stato condannato in primo grado. Ha subito numerosi Daspo, per non farlo entrare allo stadio. Attualmente è sotto regime di sorveglianza speciale, una condizione di controllo da parte delle forze dell’ordine che può essere applicata alle persone ritenute socialmente pericolose.

Tra gli arrestati c’è Luigi Aronica, 65 anni, conosciuto come Er pantera, ex appartenente ai Nar, quei Nuclei armati rivoluzionari accusati negli anni 70 e 80 di aver dato animato la stagione degli anni di piombo anche attraverso stragi e attentati. Aronica in particolare, fu condannato a 18 anni e 2 mesi nell’ambito del processo Nar 1.

Poi c’è Fabio Corradetti, 20 anni ma già in ascesa nell’ala romana di Forza Nuova, per ora ancora conosciuto come il “figlioccio di Castellino”. Un paio di anni fa, in occasione dei suoi 18 anni, fu sorpreso insieme a un altro gruppo di coetanei a lanciare sassi contro una pattuglia dei carabinieri nel quartiere Valle Aurelia. È stato condannato.

Poi c’è Biagio Passaro, il leader del movimento IoApro, l’associazione dei ristoratori più intransigenti che vorrebbero aprire tutto perché, dicono, stanno perdendo troppi soldi. Infine c’è l’organizzatrice della manifestazione Pamela Testa: basta scorrere il suo Facebook per vedere quanto ami Fiore e Castellino.

Ora, cara Giorgia Meloni, è chiara la matrice?

Buon lunedì.

 

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Laika: Mimmo Lucano, il sindaco che insegnava la bellezza alla gente

Una dea della giustizia quasi picassiana, da qualche giorno, campeggia in via Beatrice Cenci a Roma, vicino al ministero di Giustizia. È bendata e dal braccio spezzato precipita la bilancia. Con il titolo Iustitia? è comparsa all’alba, come un grido di dolore e di sgomento per quanto è accaduto all’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano, condannato a 13 anni in primo grado, per irregolarità come – in terra di ’ndrangheta e di quotidiane, gravi, malversazioni – aver affidato direttamente la raccolta dei rifiuti ad una cooperativa locale che la faceva con un asinello e aver aiutato dei migranti.

L’immagine realizzata da Laika parla da sola. Ma abbiamo voluto raccogliere qui anche le sue parole, insieme a quelle di Ascanio Celestini, di Moni Ovadia e di altri artisti, come lei impegnati nell’arte e nel sociale.

Laika cosa pensa della condanna che è stata inflitta a Mimmo Lucano?
Credo che siano sufficienti le parole del pm, Luigi D’Alessio. Lui stesso, come accusatore, ha detto che non è soddisfatto della sentenza per tutti gli anni di pena comminati. Già questo dà la misura di qualcosa di quantomeno poco chiaro. Il punto è questo: Mimmo Lucano ha agito a fin di bene, per tenere vivo un paese come Riace, sostenere i più deboli, mostrare ed attuare un modello di integrazione reale e funzionante. Mimmo Lucano è colpevole di “crimini” a favore dell’umanità e di non essersi mai girato dall’altra parte. Una condanna di questo genere è una mazzata innanzitutto per lui e poi per tutti quelle persone che lavorano quotidianamente per una società migliore. Non posso sapere cosa abbia portato a questa sentenza ma è indubbio che ci sia un pesante giudizio politico dietro.

Perché chi fa accoglienza in modo laico e parla di un altro mondo possibile, di pace e di convivenza, fa così tanta paura?

Viviamo in una nazione in cui tutti i partiti, da destra a sinistra, hanno criminalizzato il fenomeno delle migrazioni, come se non fosse una delle cose più naturali della storia umana. Dagli accordi con la Libia di Marco Minniti (Pd) ai porti chiusi del leghista Matteo Salvini nessuno dei partiti che si sono succeduti al governo si è mai distinto per discontinuità sul tema. Si riempiono la bocca di discorsi sull’aiutare le donne afgane ma quelle stesse donne quando cercano di entrare in Europa vengono lasciate per anni a rimbalzare tra Croazia e Bosnia. Purtroppo elettoralmente la deriva securitaria paga, purtroppo fanno più presa gli “immigrati cattivi” che le realtà positive e funzionanti come Riace. Di conseguenza si colpiscono queste realtà perché entrano in contrasto con la narrazione imperante.

Ha scelto di realizzare la sua nuova opera vicino al ministero di Grazia e giustizia per dare un messaggio forte…

Mi sembrava il luogo più adatto per testimoniare il suicidio della Giustizia stessa. Sarebbe stato anche calzante modificare la scritta sopra la facciata del ministero in “Dis-grazia e In-giustizia”. Magari la prossima volta.

La cd. trattativa Stato/mafia viene derubricata a fatto “normale”, un sottosegretario leghista qualche mese fa voleva cancellare il nome di Falcone e Borsellino da un parco pubblico sostituendolo con quello del fratello di Mussolini e intanto si punisce chi, come Mimmo Lucano, la mafia l’ha sempre combattuta. È il mondo alla rovescia?

Partiamo da una premessa: in Italia ci sono tantissimi giudici e magistrati che fanno un lavoro eccezionale, in alcuni casi mettendo a rischio loro stessi. È chiaro però che molte sentenze, come quella di cui si parla qui, ma anche altre, non fanno che minare la fiducia nel sistema giudiziario. Tra l’altro, per parlare della trattativa Stato-mafia, la sentenza è riuscita a far quasi dimenticare che Dell’Utri è stato in precedenza condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. Purtroppo in tanti hanno la memoria troppo corta.

Cosa può fare l’arte e in particolare l’arte di strada per creare consapevolezza pubblica?

Rispondo con le parole di Peppino Impastato: «Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore». Questo dovrebbe essere l’obiettivo dell’arte.


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Shahrbanoo Sadat: In fuga da Kabul, noi orfani di libertà

L’incontro con Shahrbanoo Sadat è al termine della proiezione del film Orphelinat al Festival di Villa Medici a Roma. La nota regista è riuscita a fuggire con alcuni membri della sua famiglia da Kabul, dopo l’insediamento dei talebani nella capitale. Di passaggio a Roma, si recherà ad Amburgo, dove risiede ed ha la sua casa di produzione, ma ci racconta qualcosa del suo lavoro, dei suoi sentimenti, del suo Paese.

Orphelinat è del 2019, ci può raccontare come è nata l’idea di questo film che ad oggi non ha perso nulla della sua freschezza ed intensità?
Ho realizzato Orphelinat nel 2019, ma il progetto risale al 2014 con due stesure di sceneggiatura, che precedono il mio film d’esordio Wolf and sheep del 2016 (Act Cinema Award alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes del 2016, ndr). Ero rimasta colpita dalla vicenda sin dal 2011, quando il carissimo Anwar Hashimi la condivise con me, parlandomene in modo dettagliato. Dopo si è messo a scrivere 800 pagine, che ora siamo in procinto di pubblicare. Ebbene, quella storia mi ha colpito in un modo…. Non può capire quanto sia stato emozionante! Innanzitutto il modo di scrivere era semplice, bello, onesto, politico e personale al tempo stesso. Seconda cosa, era uno sguardo sul passato dell’Afghanistan, un passato che io non conoscevo. Terzo aspetto, ogni cosa avvenuta allora era molto simile a ciò che stava accadendo di fronte a me. A quel punto, ho compreso che era quello il film che dovevo fare e l’opera mostra contiguità e contatti anche con quello che oggi sta vivendo il mio Paese. Alla Quinzaine des Réalisateurs ricordo che parlai del ridicolo progetto di pace che gli Stati Uniti stavano imbastendo con i talebani e nessuno capiva di cosa parlassi. La storia si ripete nel tempo. Ecco perché è importante conoscere il passato.

Che tipo di lavoro ha fatto sulla sceneggiatura e con i suoi giovani attori?
È stata una sfida scrivere la sceneggiatura. Avevo le 800 pagine di Anwar di fronte a me e dovevo farle diventare un film. Anwar ha vissuto in un orfanatrofio sovietico per circa otto anni. Un numero incredibile di luoghi, nomi, eventi. Io dovevo concentrarmi sul rendere il tutto più semplice e breve. Così ho preso la storia di Anwar e ho cercato di farla mia in molti modi. Il mio film non è completamente basato sul lavoro di Anwar, ma al suo lavoro si deve molta dell’ispirazione che lo sostiene come ho scritto nei credits. Quanto ai ragazzi, diciamo che è stata la…


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“Islam first”. L’università al tempo dei talebani

A student sits inside a classroom after private universities reopened in Kabul on September 6, 2021. - Women attending private Afghan universities must wear an abaya robe and niqab covering most of the face, the Taliban have ordered, and classes must be segregated by sex -- or at least divided by a curtain. (Photo by Aamir QURESHI / AFP) (Photo by AAMIR QURESHI/AFP via Getty Images)

«Le cose sono irrimediabilmente cambiate, l’università è diventata un luogo silenzioso e cupo». Nella penombra di una stanza, il professor Noorhullah, docente di Economia all’ateneo di Kabul, parla della situazione dopo aver tentennato per giorni prima di accettare l’intervista. C’è grande paura e c’è il sospetto che chiunque possa denunciarti ai talebani per una qualunque nuova violazione della sharia. Ma l’esigenza di raccontare come è cambiato in trenta giorni l’Afghanistan è troppo importante. E allora il professore spiega che per giorni le aule del campus della capitale sono rimaste deserte e poi si sono pian piano ripopolate, ma solo di ragazzi. Le lezioni sono state sospese e sono riprese solo da pochi giorni, perché nel frattempo un comitato, di cui non si sa esattamente chi faccia parte, ha voluto verificare tutti i programmi. «Sono state sottoposte al vaglio soprattutto le materie economiche e di scienze politiche» dice il docente «ma c’è aria di altri grossi cambiamenti e non in meglio».

Parole profetiche, perché esattamente dodici ore dopo alla stampa internazionale viene comunicato che il nuovo rettore dell’Università di Kabul Mohammad Ashraf Ghairat ha vietato l’accesso all’ateneo a studentesse e insegnanti donne. «Finché un vero ambiente islamico non sarà garantito per tutti, alle donne non sarà permesso di venire all’università o di lavorarci. Islam first». La dichiarazione è un “capolavoro” della nuova strategia comunicativa dei talebani 2.0, che rimpasta il vecchio fanatismo religioso con gli slogan nazionalisti dell’Occidente. L’«America first», di Trump. Il «prima gli italiani» di Salvini e Meloni. Un tocco dalla genialità agghiacciante, che fa arrivare ai media internazionali il loro messaggio oscurantista, ma con le nostre parole. Ma Ghairat fa ancora di più. Attraverso Twitter lancia lo slogan trumpiano «Make Kabul University great again» e spiega meglio quali sono le nuove direttive. «A causa della carenza di docenti donne, stiamo lavorando a un piano affinché i docenti maschi possano insegnare alle studentesse da dietro una tenda nelle classi. In quel modo verrebbe creato un ambiente islamico che permetterebbe alle studentesse di studiare». Fino ad allora le donne non potranno studiare, né lavorare. «Io un giorno mi sono coperta con il burqa e sono entrata al campus – ha raccontato Fawzia – volevo vedere con i miei occhi, sebbene velati, com’era la situazione e mi sono venute le lacrime. Un problema se piangi con il volto coperto e due kg di stoffa addosso. Ma sono andata via subito, mi sentivo in pericolo, sono corsa a casa e anche una volta chiusa la porta alle mie spalle, ho avuto la sensazione di…


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Kader Abdolah e il segreto delle donne

Nederland, Delft, 11-02-2008 Kader Abdolah Foto: Joyce van Belkom

«Un giorno venne a trovarmi un vecchio compagno di lotta. Si chiama Sultan Golestan Farahangi e in questa storia lo chiamerò Sultan», si legge nella prefazione de Il sentiero delle babbucce gialle (Iperborea), l’ultimo, intenso, romanzo dello scrittore iraniano, naturalizzato olandese Kader Abdolah.
Regista di fama, il deuteragonista di questo romanzo è stato costretto a lasciare l’Iran. Così è approdato in Olanda dove vive girando documentari trasmessi dalla Bbc Persian. Nonostante i suoi film siano vietati in Iran e lui stesso sia stato bandito dal Paese, Sultan è una personalità molto amata in patria. Ed è molto conosciuto in Olanda, benché si sia sempre rifiutato di imparare il nederlandese. Ma non del tutto, a dire il vero. Con una lingua semi sconosciuta, approcciata con la spontaneità e l’ingenuità di un bambino, Sultan Farahangi ha scritto 500 pagine che consegna all’io narrante del romanzo «perché ne faccia qualcosa». Al fondo, nonostante tutto il dolore dello sradicamento e la fatica di farsi strada in una cultura e in un mondo lontano dal proprio, Farahangi è consapevole (come il suo autore Kader Abdolah) che scrivere in una lingua nuova e quasi sconosciuta offra, pur fra mille difficoltà, una inaspettata libertà espressiva.

E qui dobbiamo uscire un attimo delle pagine del romanzo per ricordare che poco più che trentenne Kader Abdolah – il cui vero nome è Sadjadi Ghaemmaghami Farahani – dopo aver partecipato alla rivoluzione contro lo scià ed essere poi stato perseguitato dal regime di Khomeyni approdò da richiedente asilo in Olanda e fu spedito in un paesino in cui si parlava non solo una lingua sconosciuta, ma per giunta in una pesante variante dialettale. Da questa piatta pianura l’esule iraniano intraprese il proprio cammino nella letteratura, fino a diventare uno dei più importanti scrittori olandesi di oggi.
Figlio di un coltivatore sordomuto di zafferano (anche da qui il giallo delle babbucce che campeggiano nel titolo) da bambino aveva inventato una lingua dei segni con cui fare da trait d’union fra suo padre e il mondo. Una lingua fatta di poche centinaia di segni, ma con cui aveva imparato a esprimere un mondo intero, in tutta la sua complessità.

Paradossalmente, forse anche per questo, non gli fu impossibile cominciare a scrivere in una lingua altra, di cui conosceva sì e no poche centinaia di vocaboli. Da lì la strada è stata tanta, attraverso piccoli, grandi, capolavori come Il viaggio delle bottiglie vuote e Scrittura cuneiforme (come tutti i suoi libri pubblicati in Italia da Iperborea). Ecco perché dicevamo che è difficile non vedere un parallelo fra lo scrittore iraniano, che ha scelto come pseudonimo il nome di due compagni della resistenza uccisi dal regime, e il regista de Il sentiero delle babbucce gialle.

Potremmo dire che Farahangi sia un suo alter ego? Chiediamo a Kader Abdolah.

«Sì senz’altro – risponde lo scrittore – possiamo dire che il cineasta iraniano rifugiato in una fattoria della campagna olandese protagonista di questo mio nuovo romanzo abbia molto in comune con me. Credo di avergli dato molto della mia vita e a volte mi sono anche nascosto un po’ dietro il suo personaggio». Ma in questo sottile e intrigante gioco dei rimandi si scopre anche altro: a sua volta il personaggio di Sultan Golestan Farahangi rimanda a una figura storica della rivoluzione, quella del poeta Said Sultanpur, che fu ucciso dal regime nel 1981.

Fu un punto di riferimento per lei, Kader Abdolah, quando in Iran, giovanissimo, si schierò con la sinistra contro il regime dello scià e contro quello di Khomeyni? «Ho voluto tracciare un ritratto di Sultanpur perché lo considero non solo un punto di riferimento ma anche una personalità emblematica di una intera generazione, quella che ha combattuto contro lo scià, che ha combattuto contro l’America. Posso dire che siamo tutti un po’ lui». In questo romanzo, come in altre sue opere precedenti si parla molto del dolore dell’esilio, ma anche di una conquistata libertà di poter raccontare la bellezza della propria cultura e di vedere la propria identità in maniera nuova, in dialogo con l’altro, diverso da sé. «La possibilità di esprimersi liberamente è una conquista, ed è oro nelle nostre mani», sottolinea lo scrittore, che ha sperimentato sulla propria pelle la censura di regime. Il suo primo libro sui curdi in Iran uscì sotto falso nome e molte sue opere sono state messe all’indice, come accade al regista protagonista de Il sentiero delle babbucce gialle.

Il regime degli ayatollah ha silenziato l’arte e il cinema in modo particolare ma in Iran, nonostante ciò, si è sviluppata una grande scuola cinematografica. Pensiamo per esempio al cinema di un maestro come Abbas Kiarostami che in film come Il viaggiatore (1974) e Il sapore della ciliegia (2015) si è espresso con immagini poetiche, quasi mute, e profondissime. Pensiamo anche all’opera cinematografica, poetica e politica, di Mohsen Makhmalbaf, al suo Viaggio a Kandahar (2001), oggi più attuale. E ancor più all’opera di sua figlia Samira Makhmalbaf, autrice del geniale La mela (1998). Pensiamo poi all’opera di Jafar Panahi, silenziato dopo aver vinto premi a Cannes a Berlino e Venezia, condannato, nel dicembre 2010, a sei anni di prigione con la proibizione per venti anni di dirigere film o scrivere sceneggiature.

«Gli ayatollah sono come i talebani in Afghanistan – commenta Kader Abdolah -. Chiudono i teatri, i cinema, censurano la letteratura, fanno di tutto per imbavagliare l’arte in tutte le sue forme, ma la cultura iraniana ha di diverso che è molto più forte di loro. Lo sono anche le donne, talmente forti da riuscire in qualche modo a combattere questa censura e aprire una strada a un nuovo tipo di cinema, di arte… ma direi di più anche un nuovo tipo di umanità». I talebani che hanno ripreso il potere in Afghanistan proibiscono la musica e opprimono le donne come ha rappresentato icasticamente l’artista afgana Shamsia Hassani con un’immagine che dice più di tante parole (che abbiamo scelto come copertina del numero di Left dedicato all’Afghanistan).

«I talebani si rifanno a tradizioni molto antiquate, di un’altra epoca, non sono attuali, moderne. Nonostante la fatica di contrastare il regime in atto, verrà il momento in cui potremmo uscirne con una nuova generazione, una nuova era», preconizza Kader Abdolah. «E le donne, io penso, di questa nuova era saranno protagoniste». Il riconoscimento dell’identità delle donne è un passaggio ineludibile per poter costruire un futuro diverso, più libero e inclusivo, suggerisce Kader Abdolah.

Nel romanzo Il sentiero delle babbucce gialle le donne hanno una grande importanza, a cominciare dalla figura della madre, bella e fragile, e al contempo dalla forte personalità. Proprio per lei il marito aveva creato delle speciali babbucce gialle che le permettevano di camminare spedita, nascondendo la sua zoppia. Ma spicca anche la figura della giovane Akram Jun, insegnante di inglese nell’unica scuola femminile in città, che con le sue scarpe colorate con il tacco alto e tanti libri lotta per l’emancipazione. Potremmo definirla una femminista? «Rispondo con una battuta, ma che in fondo non lo è – abbozza Kader Abdolah -. Non mi piace la parola femminismo perché è solo una sigla. Effettivamente l’ho introdotta io per generalizzare ma non è quello di cui stiamo parlando. Parliamo piuttosto della forza delle donne, dell’identità femminile. Mia madre era una donna molto forte, lo era anche mia nonna, ma non era femminista per come intendiamo oggi. Semplicemente era una donna tosta, libera. Donne così ci sono sempre state nella storia, non serve neanche che io dia una etichetta. Femminismo è un termine, un cartellino, forse più americano che altro». Ci spieghi meglio… «Penso che le donne siano una potenza e che possano lottare per se stesse; penso che abbiano lottato tanto per il progresso della società. Come uomo e come scrittore le supporto con la mia narrativa perché possano riappropriarsi del loro potere, perché possano esprimere tutte le loro potenzialità». Donne e uomini dovrebbero essere fianco a fianco in questa battaglia, auspica Kader Abdolah.

Ad incipit de Il sentiero delle babbucce gialle annota: «Ogni episodio di questo libro può essere letto secondo la legge della letteratura. Perché Sultan il narratore di questa storia, ha seguito le orme di Shahrazād, la narratrice delle Mille una notte». E in effetti si trovano molti riferimenti a questa figura cardine della letteratura persiana disseminati nelle opere di Kader Abdolah, fin dai suoi inizi. Ma lo scrittore di recente ha anche lavorato a una traduzione delle Mille e una notte appena uscita in Olanda e siamo curiosi di sapere di più.

Cosa ci può dire della storia di resistenza e resilienza femminile, incarnata da Shahrazād? «Ecco Shahrazād è un ottimo esempio di quel che stavo cercando di argomentare. Non possiamo certo dire che sia una femminista nel senso letterale del termine, ma è una donna forte. E ce ne sono molte altre nelle storie delle Mille e una notte come del resto nella storia. Quello che posso dire è che questo è proprio un libro sulle donne, sulla loro forza, sul loro potere. È il tentativo di fare pressione, di togliere di mezzo il maschilismo e il machismo e di nuovo riportarle alla loro potenza».


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Vajont, viaggio nei luoghi di un disastro annunciato

OTTOBRE 1963 - LA TRAGEDIA DEL VAJONT - VAJONT E' IL NOME DEL TORRENTE CHE SCORRE NELLA VALLE DI ERTO E CASSO PER CONFLUIRE NEL PIAVE, DAVANTI A LONGARONE E A CASTELLAVAZZO, IN PROVINCIA DI BELLUNO. LA STORIA DI QUESTE COMUNITA' VENNE SCONVOLTA DALLA COSTRUZIONE DELLA DIGA DEL VAJONT, CHE DETERMINO' LA FRANA DEL MONTE TOC NEL LAGO ARTIFICIALE. LA SERA DEL 9 OTTOBRE 1963 SI ELEVO' UN' IMMANE ONDATA CHE SEMINO' OVUNQUE MORTE E DESOLAZIONE, CATASTROFE, CALAMITA', DISTRUZIONE, UOMO, ANZIANO, INONDAZIONE, ITALIA, ANNI 60, B/N, 711878/33, 03-00005348

Lasciando Longarone lungo la Strada regionale 251 ci si inerpica su un massiccio delle Prealpi carniche che oggi ospita uno dei più bei parchi naturali d’Europa, varcando il confine del Friuli con il Veneto. In automobile ci vuole mezz’ora per superare lo stesso balzo che l’8 ottobre 1963 un’immane massa d’acqua percorse in direzione opposta in appena quattro minuti, spazzando via interi paesi, sei chilometri di ferrovie e strade, e quasi 2mila persone. In quota, la 251 piega a sinistra e si getta dentro la montagna, attraverso una galleria scavata nella roccia e costellata di aperture che affacciano sulla Forra del torrente Vajont. Ancor prima di uscirne, la vista della diga, integra, mastodontica, cattura fin quasi a distrarre dalla guida. È ancora lì, sormontata da un camminamento protetto la cui unica funzione è oggi consentire le visite di gruppi di turisti. Fra le guide ci sono anche discendenti delle vittime di quello che è ancora ricordato come uno dei più grandi disastri della storia d’Italia. Dall’altra parte della strada, le pareti per fare arrampicate, rese celebri dallo scrittore e alpinista Mauro Corona. Verticali, come quasi tutto, quassù. Quando si esce dalla galleria il mondo è cambiato: la montagna sulla destra ha alberi radi, il terreno è smottato, il profilo appare innaturale. È la frana. Proprio come la diga, è ancora lì. Alle sue spalle, l’immensa ferita del Monte Toc dal quale la massa si è staccata, a deturpare la straordinaria bellezza di una delle zone altrimenti più incontaminate d’Italia, le Dolomiti friulane, sorelle minori di quelle più blasonate di Veneto e Trentino.
Quando nel 1959 fu completata, con i suoi 261 metri di dislivello fra il piano di coronamento e le fondazioni, la diga a doppio arco del Vajont era la più alta del mondo. Un vanto per la Sade – Società adriatica di elettricità (ente privato destinato a confluire nell’Enel qualche mese prima del disastro) che aveva così realizzato il progetto che l’Ingegner Carlo Semenza accarezzava sin dal 1925, in una terra così ricca d’acqua da essere stata oggetto di sfruttamento idroelettrico fin dall’inizio dell’era industriale. Centosettanta ettari di terreno, case espropriate e famiglie sfollate con indennizzi ridicoli, a Erto e a Casso, in nome dell’opera classificata “di interesse nazionale”, per creare un serbatoio di 150 milioni di metri cubi d’acqua nell’angusta valle in cui scorre uno delle centinaia di torrenti della Valcellina, il Vajont. In pochi mesi l’essere umano sovverte così il lavoro compiuto dalla natura in miliardi di anni per raggiungere un precario stato di equilibrio in una zona geologicamente instabile, la Faglia periadriatica (la stessa che appena 14 anni dopo il disastro causerà il terremoto del Friuli), incapace di reggere l’urto della “civilizzazione” forzata e della concentrazione delle sue acque. Ancora una volta nell’interesse del profitto.
La lobby politico-industriale nota come “Gruppo Venezia”, la stessa che sarebbe stata fautrice dell’espansione di Porto Marghera, aveva deciso già dagli anni 20 il destino delle valli friulane. Il boom economico del dopoguerra e gli investimenti del Piano Marshall fecero il resto: il terzo progetto di Semenza, il cosiddetto “Grande Vajont”, fu approvato nel 1957 senza una relazione geologica definitiva. I successivi sei anni furono un’escalation di segni premonitori e segnali d’allarme, che oggi inquieta ripercorrere.
Già nei primi mesi di cantiere nel 1957 le esplosioni con la dinamite rivelano incrinature della roccia nei punti di ancoraggio. Poco dopo, una frana cade da un versante nel lago di Pontesei, sede di un’altra diga, creando onde alte venti metri e confermando che la zona è instabile. Muore un operaio e viene spazzato via un ponte di 70 tonnellate. La Sade minimizza ma la popolazione che vive nei paesi sul Vajont entra in allarme. Solo Tina Merlin ne rappresenta gli interessi e i timori dalle colonne dell’Unità, per finire denunciata per turbamento dell’ordine pubblico. Verrà poi assolta con formula piena.
Grazie a una relazione del geologo Edoardo Semenza, figlio del direttore della Sade, si scopre che sul serbatoio del Vajont, a ridosso del Monte Toc, insiste una immensa frana preistorica del tutto scollata dal resto della montagna. L’imbibizione dello strato di scorrimento con l’acqua dell’invaso che si sta creando può quindi essere fatale per la valle. Ma l’onnipotenza dei dirigenti Sade si spinge fino a pretendere di saper controllare il movimento franoso evitando così ciò che, dati alla mano, si annuncia invece molto probabile. Le prove di invaso continuano, finché Il 4 novembre 1960 una frana di 800 mila metri cubi precipita dal versante sinistro del Vajont causando onde di venti metri e dando il via a una successione di eventi che non avrà mai termine fino al giorno della tragedia. I segni nel terreno, le spaccature, i cedimenti, visibili a occhio nudo, sono all’ordine del giorno. La popolazione locale vive nell’angoscia mentre l’Italia per lo più ignora cosa stia succedendo in quel piccolo lago artificiale dimenticato fra i monti. La Commissione di collaudo invia rapporti quindicinali a Roma e confida nel coordinamento del ministero. Roma a sua volta si affida alla capacità di vigilanza della Commissione, e la Sade è tranquilla che Roma sia informata; il Genio civile di Belluno non viene coinvolto e non si preoccupa dal canto suo di decifrare la gravità della situazione e svolgere il suo normale ruolo ispettivo. In breve, ognuno si affida al lavoro dell’altro in un incredibile rimpallo di responsabilità.
A controllare, però, non resta praticamente nessuno. Il modello in scala 1:200 approntato dal professor Augusto Ghetti di Padova per simulare la frana si basa sull’errata indicazione che questa non abbia la compattezza che in effetti ha, e quindi sottostima enormemente il rischio. A complicare le cose, nel 1961 Carlo Semenza muore. Il suo “erede” al vertice della Sade, Alberico Biadene, prende le redini dell’impianto in coincidenza con la nazionalizzazione da parte della nascente Enel nel 1962. Il quadro delle attribuzioni di responsabilità e delle competenze si fa ancora più complesso. Biadene è determinato ad andare avanti e raggiunge quote di collaudo del riempimento sempre più elevate. Il 2 settembre 1963, ovvero un mese prima del disastro, un violento terremoto è un segnale di pericolo che nemmeno lui può più sottovalutare. A seguito anche delle disperate proteste scritte del sindaco di Erto e Casso, lo svaso per mettere in sicurezza la valle ha finalmente inizio. Ma è tardi, e il livello delle acque non si può abbassare troppo in fretta, pena ulteriori rischi. L’8 ottobre vengono ordinati l’evacuazione del Monte Toc e il divieto di circolazione sotto quota 730 metri. A Casso, 200 metri più in alto, e soprattutto a Longarone, nella sottostante valle del Piave, non c’è alcuna percezione del pericolo. Nessuno immagina la portata dell’apocalisse che sta per abbattersi su chi vive sopra e sotto questi monti. Lo stesso Biadene effettua di persona un sopralluogo appena il giorno prima.
Il 9 ottobre 1963 alle ore 22.39 la gente dei monti per lo più dorme in casupole di pietra e legno. Sono pastori, contadini, malgari. Si sono abituati a vivere in un incubo, non sanno che per molti di loro, e per i loro figli, sarà l’ultima fatale notte di paura. Così per gli abitanti di Longarone, i cui cadaveri saranno trascinati dal Piave e ritrovati, a pezzi, fino a decine di chilometri di distanza, così per gli stessi operai e tecnici della diga. In un istante un fronte compatto di due chilometri di lunghezza si stacca dal Monte Toc e precipita nell’invaso alla velocità di cento chilometri all’ora. Bastano venti secondi perché cinquanta milioni di metri cubi d’acqua si sollevino creando due onde sovraccariche di detriti: una risale il bacino distruggendo gran parte dell’abitato di Erto e poi, nel movimento di ritorno, si abbatte sulla diga che la respinge scagliandola fino all’abitato di Casso, duecento metri più in alto. Su Casso ricade così una pioggia di massi, acqua, detriti, corpi. È una strage. L’altra onda si è invece nel frattempo sollevata per oltre centocinquanta metri al di sopra del coronamento della diga e in quatto minuti raggiunge l’abitato di Longarone nella valle sottostante. «Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso era grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi». Così scrive Dino Buzzati sul Corriere della sera del giorno dopo.
Sarà il giudice Mario Fabbri, il cui padre era stato internato in un campo di concentramento nazista e il fratellastro fucilato dai tedeschi, a occuparsi dell’istruttoria, resistendo a un tentativo di rimozione dall’incarico e poi facendo un lavoro colossale di raccolta di documenti insieme al pubblico ministero Arcangelo Mandarino. Poiché è impossibile trovare esperti di livello indipendenti dalla Sade e disponibili a farne parte, i magistrati sono costretti ad affidare la nuova perizia a una commissione internazionale, che stabilirà la prevedibilità dell’evento. È nelle parole del magistrato, immortalate nel docufilm Vajont, una tragedia italiana di Nicola Pittarello del 2015, che la vicenda viene posizionata nella sua prospettiva storica forse più corretta. «L’Italia degli anni 60 era un’Italia illusa e successivamente delusa, politicamente molto equivoca, in parte defascistizzata ma sostanzialmente fascista. Di certo è l’Italia che ha aperto le porte al terrorismo, a Tangentopoli, a un ventennio di corruzione, mafia, ‘ndrangheta, camorra. Prima di autoassolverci dobbiamo avere il coraggio di leggere bene la storia partendo anche da fatti come il Vajont». Sarà uno dei più grandi disastri della storia italiana, eppure al primo grado di giudizio, con sentenza di omicidio colposo plurimo del dicembre 1969, si cercherà di avvalorare l’idea che si fosse trattato di un evento inevitabile, in sostanza imputando alla natura le responsabilità umane e così escludendo l’aggravante della previsione per i condannati. Una catastrofe è un evento naturale.
Il disastro del Vajont di naturale non ebbe proprio nulla. Solo in appello l’aggravante sarà finalmente riconosciuta. In seguito, nel marzo 1971, ovvero due settimane prima della prescrizione, la Cassazione conferma le condanne, eppure riduce le pene. Vengono così definitivamente riconosciute le responsabilità dello Stato e della Sade/Enel, ma verso le persone fisiche prevale una clemenza che si esprime nella raccapricciante asserzione, da parte del tribunale, che «il comportamento degli imputati è in linea con la civiltà industriale». In un certo senso, non si può che essere d’accordo. Il problema, forse, è proprio la civiltà industriale. Quella che mette l’essere umano in secondo piano, fino a colpirlo a morte, usando come proiettile la stessa terra che fino al giorno prima aveva cresciuto le sue piante e i suoi bambini, in nome di una visione del progresso falsa, distorta e a puro vantaggio di pochi.
Negli anni successivi al 1963, alla politica dell’imprudenza fece seguito quella che i locali ancora oggi giudicano della prudenza eccessiva. Il “lago residuale” era considerato ancora instabile e divenne motivo per impedire il ritorno degli abitanti di Erto e Casso nelle loro proprietà. Per la valle iniziò un lungo isolamento da cui in un certo senso non è mai uscita. A differenza che sulle sorelle maggiori di Veneto e Trentino, sulle Dolomiti friulane non troverete impianti attrezzati né grandi alberghi, e la natura domina pressoché incontrastata. A parte le dighe. Ma il prezzo di tanta bellezza è stato eccessivo, inaccettabile. Oggi Erto e Casso sono paesi in bilico fra l’ostinazione di chi ci lavora per creare una nuova realtà e l’atmosfera surreale che avvolge i loro vicoli. Da scenario di un racconto dell’orrore sono diventate luogo in cui ambientare un’idea di futuro diverso, basato sul rifiuto della logica del profitto e sulla nobile e friulana tenacia di chi il senso della propria esistenza vuole ancora trovarlo lassù.
L’amara conclusione del docufilm di Pittarello è affidata al magistrato Fabbri: «Mi sono chiesto se la lezione del Vajont sia servita a qualcosa e la risposta è no». Francamente, di fronte a recenti e altrettanto evitabili drammi dell’Italia di oggi, è difficile dargli torto.

L’autore: Francesco Troccoli è scrittore e traduttore. Tra i suoi libri, il romanzo Mare in fiamme (L’Asino d’oro, 2020) e la trilogia de L’Universo Insonne (Armando Curcio ed., Delos editore)


Il reportage è stato pubblicato su Left dell’8-14 ottobre 2021

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