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A chi non piace il modello Riace

Foto LaPresse/Twitter Marina Militare 14-05-2015 cronaca Sbarchi, in arrivo a Reggio Calabria 617 migranti Nella foto: la nave Espero della marina militare durante il soccorso DISTRIBUTION FREE OF CHARGE - NOT FOR SALE

Un confronto sugli obblighi di soccorso in mare sanciti dal diritto internazionale e dall’ordinamento italiano, ma anche un’occasione di rinnovato impegno sul fronte della difesa dei diritti fondamentali della persona riconosciuti dalla Costituzione. Questo è stato il convegno “Un mare di vergogna” promosso da Magistratura democratica in collaborazione con l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione a Reggio Calabria l’1 ed il 2 ottobre. A partecipare, un fronte solidale comune che vede impegnati, con differenti ruoli, magistrati, avvocati, giornalisti, associazioni non governative, cittadini.

Il convegno si è svolto mentre nel Mediterraneo si continuava a morire, nell’indifferenza generale, in una fase caratterizzata da una riconferma degli accordi con i libici, anche a fronte della contiguità  di diversi settori della Guardia costiera libica con organizzazioni criminali e della scomparsa, confermata dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni e da Amnesty international, della maggior parte dei migranti intercettati in acque internazionali e riportati in Libia, scomparsa dietro cui si cela la restituzione di migliaia di persone a trafficanti senza scrupoli che ne abuseranno e che li utilizzeranno per ulteriori estorsioni. È questo un mare di vergogna.

Negli stessi…


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Rete dei numeri pari, in piazza in nome della giustizia sociale

Foto Cecilia Fabiano/ LaPresse 16 marzo 2020 Roma (Italia) Cronaca Emergenza Coronavirus, distribuzione di cibo ai senza tetto a Santa Maria in Trastevere Nella foto : senza tetto per le strade di Trastevere Photo Cecilia Fabiano/LaPresse March 16, 2020 Rome (Italy) News Coronavirus Emergency, food distribution to the homeless from the Our Lady in Trastevere church In the pic : homeless in Trastevere streets

Il 16 ottobre, in ogni città italiana, le centinaia di esperienze associative conflittuali e mutualistiche della Rete dei numeri pari manifesteranno contro le politiche governative e per lanciare una piattaforma alternativa elaborata da diffusi gruppi di lavoro e di elaborazione. I quali, partendo dalle esperienze quotidiane di lotta alla povertà hanno maturato una forte coscienza critica e di progettualità alternativa. Il 16 ottobre sembra a me un passaggio importante anche di fronte ad una situazione che ritengo di rischio per la democrazia costituzionale. Lo scriviamo da tempo anche su Left. Ne sono state metafora gli esiti delle recenti elezioni amministrative. Se più della metà della cittadinanza non vota vuol dire che la politica interessa sempre meno. Si rafforza la delega acritica a Draghi, che i mass media (non Left, fortunatamente) osannano come l'”uomo della Provvidenza”. La moneta si autorappresenta. Il popolo italiano diventa protesi della tecnocrazia di Bruxelles. L’astensione è sintomo della gravissima crisi della rappresentanza. Le persone sono convinte che il voto non incide sulle proprie vite, sui propri bisogni, sulle proprie speranze. La politica muore perché le sedi decisionali non sono più controllabili dal protagonismo democratico. I partiti sono solo simulacri del potere del “capo”. Partiti senza società e società senza partiti. Il potere di Draghi consolida una forma di assolutismo, un semipresidenzialismo di fatto già in atto. Rinasce il bipolarismo della “utilità” del voto che schiaccia ed espelle le minoranze critiche. La distorsione incostituzionale del sistema maggioritario viene assunta come intoccabile. Avanza, purtroppo, anche il progetto infame di “autonomia differenziata”, la “secessione dei ricchi”.

Il 16 ottobre , quindi, vogliamo discutere in piazza, in maniera non accademica, della crisi della democrazia costituzionale. Sul piano strutturale, che è collegato, il 16 ottobre diremo che ci troviamo ad un punto di svolta, come 40 anni fa: quei giorni della sconfitta operaia alla Fiat che pesa ancora oggi: vi sono, infatti, avvenimenti che dividono il tempo storico in un prima e un dopo. Allora si chiuse simbolicamente il Novecento industriale e nasceva la fase del lavoro senza diritti. Si rafforzava l’inedito modello sociale della borghesia predatrice globale, della finanziarizzazione, dei ceti medi decomposti che sono alla base della crisi sociale di oggi. Chi aveva vissuto, alla catena di montaggio, come fulcro operaio della società, anni di lotta e liberazione, veniva ingabbiato in lavori servili. Il precariato segnava e segna un presente doloroso senza futuro. Ma restano donne e uomini liberi; la loro difficile resistenza di oggi è base di un possibile movimento di massa, non nostalgico, ma capace di leggere le aspre contraddizioni della modernità e della ferocia del capitale con la grammatica del progetto propositivo. Va ricostruita la forza comunicativa, la “potenza sociale” (per dirla con Marx) di alcuni eventi di lotta che hanno una matrice comune. Parlo della aspra ed intelligente lotta di resistenza operaia contro le “delocalizzazioni”, che ha trovato un fulcro unificante nello splendido e colto consiglio di fabbrica della Gkn di Campi Bisenzio così come delle lotte eroiche della logistica, di lavoratrici e lavoratori supersfruttati (quasi tutti migranti). Chiediamo che lo Stato intervenga per evitare che la libertà economica privata travolga i limiti delle finalità sociali imposti alle aziende dall’art. 41 della Costituzione. Se il governo continua ad essere inerte rispetto al totalitarismo del mercato viene infranto lo stesso ordinamento, lo Stato di diritto. E che dire dello scontro sulla “riforma fiscale”? Anche solo parlare di “patrimoniale” in Italia è ritenuto atto eversivo. È, invece, urgente ristabilire un elementare principio di giustizia fiscale, favorire una maggiore progressività, che permetterebbe un sostanziale alleggerimento della pressione fiscale sui redditi da lavoro ed una più audace lotta alle forme di elusione ed evasione che a fronte di una patrimoniale sarebbero “scovate”. Così come penso alla diffusa mobilitazione dei protagonisti diretti delle lotte che hanno aperto questo autunno per realizzare in occasione del G20 una mobilitazione che tenga insieme il significato delle iniziative più recenti (a Firenze con la Gkn, a Piazza del Popolo a Roma con le donne, in tutte le città con il Global Strike per il clima, a Milano per la giustizia climatica). La manifestazione del 16 ottobre è frutto di attività ed elaborazioni di gruppi di lavoro che hanno ragionato ed agito sul mutualismo, sul “saper fare società”. È una base di partenza, al fine di far convergere, in una mobilitazione permanente, quotidiana, certo complessa e plurale, le lotte per la giustizia climatica e sociale , contro la “borghesia mafiosa”, per la dignità delle persone, dei loro lavori, del loro tempo libero, dei loro amori.

*-* Aggiornamento del 13 ottobre 2021

La Rete dei numeri pari ha deciso di far convergere la mobilitazione romana in piazza San Giovanni a fianco della Cgil

Reato di lesa disumanità

Dopo la sentenza, su cui si sono sentiti in dovere di intervenire a mezzo stampa, e forse inopportunamente, anche le autorità giudiziarie che l’hanno emessa, in attesa delle motivazioni che giustifichino l’accanimento giudiziario è utile fare un punto sull’intera vicenda di Domenico (Mimmo) Lucano. E si parte dal tessuto di solidarietà che si è mosso attorno a lui aggregando, in maniera non solo emotiva, migliaia di persone. Già il giorno dopo la condanna a Riace sono giunti in tanti per schierarsi, per far sentire la propria condivisione. E se Lucano, alla lettura della sentenza, era sembrato crollare e arrendersi, l’energia collettiva trasmessa nella sera del primo ottobre lo ha rinfrancato, gli ha strappato anche qualche sorriso. In tantissime città d’Italia si sono svolti e poi ripetuti presidi, cortei, fiaccolate, insomma le persone che da Lucano si sentono rappresentate, che nell’ex sindaco di questo minuscolo paesino dalla Calabria si riconoscono, si sono esposte, con le proprie facce, i cartelli, le bandiere. Virulenti alcuni attacchi dalla destra, spesso timide le reazioni del centro sinistra, in nome del rispetto delle sentenze. Il silenzio elettorale imposto nei Comuni in cui si è votato e nella regione Calabria in cui lo stesso Mimmo Lucano era candidato – nonostante le 10mila preferenze non è stato eletto consigliere regionale poiché la sua lista aveva bisogno del 4% ma ha ottenuto il 2,39 -, hanno sospeso la mobilitazione che intanto si espandeva via social.

Ma già da domenica sono riprese le manifestazioni, certo meno notiziabili di quelle “no vax” cariche di violenza e odio complottista, ma più di riflessione e di confronto. E tante sono state le…


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Allora, dopo Mimmo Lucano, condannate anche noi

Ci dicono di un piccolo cimitero a Šid, non lontano da Belgrado, in Serbia, dove sono stati sepolti bambini e ragazzi dai 7 ai vent’anni. Otto tombe nella terra, con sopra un pezzo di legno. Si passa in fretta da lì, e non c’è tempo per una preghiera, un pianto, perché occorre subito riprendere il cammino verso la salvezza. Già quasi soffia la bora sulla “piazza del mondo”, in questo inizio chiaro d’autunno a Trieste, dove, spinti dall’inerzia, dall’istinto di sopravvivenza, feriti, le anime strappate, arrivano ogni giorno i disperati che intraprendono la famigerata rotta balcanica, della quale qui spesso si è scritto. Fuggono dalla non vita dei rispettivi Paesi ma sul cammino, ribattezzato il “game”, c’è l’inferno. Chi ce la fa, chi non viene rispedito indietro, sopravvivendo alla fame, alla sete, alle torture anche, spera di procedere altrove, Milano, e poi chissà, ciascuno inghiottito nella strettoia della sorte che gli tocca. Lorena Fornasir, psicologa, 68 anni, e suo marito Gian Andrea Franchi, 85, ex professore di filosofia e storia nei licei, che incontriamo proprio nel giorno in cui il Tribunale di Locri infligge 13 anni e due mesi di carcere a Mimmo Lucano, soccorrono questi giovani, spessissimo appena ragazzini, dal 2019. Left ne ha scritto a febbraio scorso, quando una mattina la polizia fece irruzione nel loro appartamento al quinto piano tappezzato di libri, sequestrando documenti e carte di Linea d’Ombra, l’associazione di volontariato che hanno fondato, accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina a scopo (addirittura) di lucro.

«Siamo increduli, spaventati. Questa sentenza segna veramente l’ora più brutta per…»…


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E li chiamano pro vita

In Italia abbiamo il “Movimento per la la vita”, nato addirittura nel 1980, poi la Onlus Pro-Vita e per non farci mancare niente perfino gli “Universitari per la vita” che si occupano di propaganda all’interno delle università. L’associazione “Difendere la vita con Maria” (inutile dire quale sia la matrice) è presente in 13 regioni d’Italia. I gruppi di chi vorrebbe decidere della vita degli altri sono tanti e compositi e quasi tutti adorano lo Stato del Missouri per la forza con cui si oppone all’aborto e all’eutanasia. Tutti missouriani ben contenti di poter portare uno Stato occidentale (e “evoluto” nella percezione collettiva) come esempio del loro modo di intendere il mondo.

Peccato che quello stesso Missouri (talmente innamorato della “vita” da sentirsi in diritto di governare quelle degli altri anche invadendo le loro libertà) abbia giustiziato con un’iniezione letale Ernest Lee Johnson, 61 anni: poco dopo l’una di notte, ora italiana, di mercoledì 6 ottobre il suo cuore ha smesso battere. Johnson è stato condannato per un triplice omicidio di commessi in un negozio nel 1994 (lo sentite questo profumo di vita nell’uccidere qualcuno che ha ucciso?). Solo che Johnson non è un criminale qualunque: Johnson aveva la capacità di comprensione di un bambino di 8 anni, aveva la sindrome feto–alcolica perché la madre, alcolizzata, beveva durante la gravidanza, e inoltre gli era stato rimosso un quinto del tessuto cerebrale per via di un tumore che gli portava numerosi episodi di epilessia. La condanna a morte è stata emessa nel 1995 e l’ultimo appello per salvargli la vita è stato respinto tre ore prima dell’esecuzione. Motivazione? Il detenuto non sarebbe stato in grado di dimostrare il suo ritardo mentale.

A questo aggiungeteci che la Corte Suprema federale degli Stati Uniti ha in due occasioni dichiarato incostituzionale l’esecuzione di persone con disabilità mentale e di persone con ritardo mentale rimandando comunque la decisione ai singoli Stati. E a niente è servito anche l’appello del Papa che si era scomodato per il caso specifico (per la pena di morte aspettiamo ancora qualche secolo).

Così per l’ennesima volta si ha la dimostrazione che non c’è niente di più facile dell’usare la vita per fare propaganda oppure semplicemente per una fottuta paura della libertà.

Buon venerdì.

 

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Le donne che fecero il cinema muto

In questi giorni Pordenone festeggia la quarantesima edizione delle Giornate del cinema muto. In programma titoli di grande qualità visiva e in grado di suscitare riflessioni molto attuali. Ne parliamo con il direttore del festival, Jay Weissberg.

Anche quest’anno grande attenzione al ruolo delle donne nel cinema muto. Una sezione è dedicata alle sceneggiatrici americane. Come mai per questo ruolo furono ingaggiate soprattutto donne?
La nascente industria cinematografica, fino agli anni 10, non si era ancora strutturata nello Studio system, e cìò ha permesso alle donne di accedere più facilmente ad alcune figure professionali. La scrittura, in particolare, non necessitava di una presenza in ufficio, poteva essere svolta da casa e la presenza di scrittrici era già legittimata da riviste dedicate a un pubblico femminile. Quando negli anni 20 l’industria iniziò a esercitare un controllo maggiore, le donne si erano ormai conquistate un grande credito: i loro nomi apparivano nei titoli di testa e nei poster dei film, la gente amava Anita Loos e Frances Marion.

Si rivolgevano soprattutto ad un pubblico di donne?
Spesso erano le stesse sceneggiatrici ad avallare certi luoghi comuni. Frances Marion o June Mathis sui giornali affermavano l’importanza per il pubblico femminile di ascoltare una voce femminile, la voce del focolare. Penso però che queste dichiarazioni fossero più che altro ciò che il pubblico si aspettava di sentire. È vero, le sceneggiatrici hanno scritto molte commedie romantiche, ma anche tanti film destinati al pubblico maschile: thriller, western, film di guerra. La Marion ha scritto numerosissimi western. Ci sono voluti decenni per cambiare prospettiva sulle scrittrici donne, per liberarci della propaganda. Ancora lo scorso anno tanti sono rimasti sorpresi che una donna, Kelly Reichardt, abbia scritto e diretto un western. Ma è una cosa che le donne hanno sempre fatto!

Altro focus ques’anno è su Ellen Richter, star dell’epoca di Weimar, che interpreta donne gitane, mediterranee, libere e sensuali, e quindi streghe, portatrici di sventure, destinate a morire orribilmente.
Innumerevoli le storie di donne punite per la loro sensualità, come Lulu nel Il vaso di Pandora di Pabst. Il cinema tedesco di quegli anni rappresenta così la fascinazione e il terrore verso il diverso, lo sconosciuto. Trovo questa contraddizione molto interessante: gran parte delle star di allora, da Zarah Leander, Asta Nielsen alla stessa Richter, ebrea austriaca, hanno pelle scura e tratti esotici, mentre la società si sta indirizzando verso l’ideale estetico ariano.

Il messaggio di questi film non è di chiara condanna. In Superstition, la protagonista è essa stessa una vittima.
Con dispiacere ho sentito qualcuno affermare che si tratta di un film misogino, solo perché la fine è tragica per la donna. La trama mostra chiaramente come non sia lei a distruggere gli uomini, ma siano essi stessi a distruggersi, e durante il film la nostra simpatia è tutta per lei.

Proporre oggi il cinema muto ha anche il merito di costringerci a fare i conti con la nostra storia. In proposito volevo chiederle della decisione di proiettare Ham and Eggs at the Front.
Si tratta del primo ruolo importante di Myrna Loy, un film che si riteneva perduto, ritrovato grazie alla Cineteca di Milano. Racconta le gesta valorose di un battaglione di soldati di colore. Quando l’ho visto mi sono detto. “Oddio, cosa possiamo farcene?”. I protagonisti sono attori bianchi truccati “Black face”, e il film è intriso di stereotipi razzisti. La stessa Loy, che ha poi dedicato la sua vita all’attivismo di sinistra, nella sua autobiografia, ha scritto “Come ho potuto?”.

Ma avete comunque deciso di proiettarlo.
Da una ricerca sulla stampa afroamericana dell’epoca emerge che la comunità sosteneva il film: in parte perché c’era una abitudine a vedersi rappresentati in quel modo, ma anche perché i neri erano gli elementi positivi della storia, gli eroi, e poi un nutrito gruppo di attori
secondari era afroamericano. Perciò abbiamo deciso di mostrarlo qui, a un pubblico di specialisti, senza metterlo in rete e affidando le note di catalogo a una studiosa di cinema afroamericano esperta di black face. In un momento in cui è forte il dibattito internazionale sulla cultura della cancellazione, che chiede di non mostrare ciò che ci disturba del passato, penso piuttosto sia importante vedere ciò che ci fa orrore, affinchè non riaccada. Perciò sono molto soddisfatto che il film venga proiettato, e curioso di vedere come le persone reagiranno ai suoi aspetti più problematici.

Pensa sia possibile far arrivare Buster Keaton alle prossime generazioni?
Quando ero bambino la tv aveva otto canali. Facendo zapping potevo trovarmi davanti ora un cartone animato, ora un telefilm, un film di Buster Keaton. Non avevo scelta, ero semplicemente esposto a quello che passava. Oggi i bambini hanno a disposizione tanti canali dedicati di cartoni animati. Non vedono altro. Ciò ha creato nelle nuove generazioni una totale assenza di conoscenza di altri linguaggi. C’è poi una sorta di pregiudizio verso il “vecchio”. Ai miei occhi non è importante che una cosa sia nuova, ma che sia ben fatta, originale. Dico sempre che se mostri un film muto a una persona che non ne ha mai visto uno, un film di qualità, con una musica che si lega alle immagini, allora lo acchiappi, perché è pura arte visuale. Vorrei raccontare un aneddoto che mi ha colpito: nella nuova stagione di Star Trek, la nave spaziale è inviata in un lontanissimo futuro. L’equipaggio è disperato perché non sa se riuscirà mai a tornare indietro. Il comandante allora per tirare su il morale proietta proprio un film di Buster Keaton. E tutti ritrovano il sorriso. Ecco, secondo me gli autori hanno colto il senso e la bellezza del cinema muto. È qualcosa che ci fa avvicinare gli uni agli altri, che travalica i confini linguistici, basta semplicemente cambiare le didascalie. A volte neanche servono, come nel caso di Buster Keaton, perché sono immagini universali.

Nella foto: Ellen Richter in Aberglaube (1919) di Georg Jacoby (Eye Filmmuseum, Amsterdam)

 

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«Ti ho lasciato prima io»

Foto Mauro Scrobogna /LaPresse 05-10-2021 Roma, Italia Politica Lega conferenza stampa Salvini Nella foto: il segretario della Lega Matteo Salvini durante la conferenza stampa su risultati elezioni amministrative e delega fiscale del governo Draghi Photo Mauro Scrobogna /LaPresse October 05, 2021  Rome, Italy Politics Salvini press conference league In the photo: the secretary of the Lega Matteo Salvini during the press conference on the administrative elections results and the fiscal delegation of the Draghi government

Il gioco di Matteo Salvini si srotola ogni giorno diventando sempre più prevedibile. Il leader leghista si è infilato in un vicolo stretto e ora fatica ad uscirne. Ha provato a prendersi la responsabilità di entrare nel governo Draghi convinto di potersi ammantare di quel profilo che avrebbe potuto renderlo federatore del centrodestra italiano anche in Europa. Ne è uscito un Salvini rammollito, mollato dai suoi elettori più spinti (che mica per niente si sono spostati dalla parte di Giorgia Meloni e perfino alla corte di Gianluigi Paragone) che non ha assolutamente lo spessore di rimanere all’interno di un governo che può permettersi di trattarlo come un impiccio.

Salvini ha perso con Conte, ribaltato nella famosa estate del Papeete e continua a perdere con Draghi che se lo sbologna ogni giorno con l’aria di chi non vuole prestare troppa attenzione a un suo alunno troppo capriccioso. Le elezioni amministrative ne hanno sancito la regressione (e la politica, si sa, è fatta di movimenti ondulatori che una volta partiti sono molto difficili da deviare e da frenare) e il consenso di Salvini che riempiva le piazze oggi è piuttosto un’affezione per quello che fu. Non pesa nel governo, non pesa come oppositore (del resto come potrebbe pesare mentre Giorgia Meloni ha una prateria a disposizione stando all’opposizione) e non riesce ad accontentare più nessuno: i suoi sindaci e presidenti di regione lamentano la mancata consapevolezza, non si governa con gli spot e con le foto della Nutella; i suoi elettori ne lamentano l’immobilismo; Fedriga, Giorgetti e Zaia stanno preparando il prossimo congresso e ormai tengono un filo diretto con la presidenza del Consiglio e la presidenza della Repubblica; Forza Italia lo ritiene troppo acceso mentre Giorgia Meloni guadagna sul suo spegnersi lentamente.

Ora Salvini ha deciso di adottare uno schema adolescenziale: per pesare pesta i piedi (si è lamentato per il poco tempo avuto per valutare la delega fiscale ma è lo stesso Salvini che ha votato migliaia di pagine di Pnrr senza avere il tempo di sfogliarle. Ora si butta sulle discoteche senza rendersi conto di buttarsi in un campo in cui gli aperturisti (per non dire addirittura i No Green pass o perfino i No vax) non saranno mai contenti. Come al solito manda avanti i suoi scherani per alzare la polvere (sentire ieri Molinari lamentarsi per come viene trattata la Lega nella maggioranza è stato uno spettacolo davvero povero) e non si prende responsabilità.

Ora ripartirà la solfa. Ci dirà dei migranti (in attesa di qualche fatto di cronaca nera) e ancora parla genericamente di innalzamento delle tasse (come nemmeno il più banale Berlusconi) ma non funzionerà. Eccolo allora che si comporta come quelli che vogliono farsi lasciare ma non hanno il coraggio di lasciare. Punta a farsi scaricare e poi magari alzerà il ditino e dirà «però ti ho lasciato prima io».

Avanti così. Buon giovedì.

 

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La caccia alle streghe

La lotta di Mimmo Lucano, delle donne e degli uomini di Riace è un pezzo di Novecento che dobbiamo tutelare. Quel secolo finito da una ventina d’anni ha insegnato ai padroni del mondo come gestire gli esseri che lo abitano. Hanno cambiato il modo di fare la guerra. Non più uno scontro tra professionisti in divisa, ma un dispositivo terroristico che colpisce soprattutto i civili.

A Guernica hanno inventato il bombardamento a tappeto. L’hanno perfezionato a Hiroshima individuando una città a misura di distruzione totale. Sufficientemente grande per essere il palcoscenico della catastrofe, ma abbastanza ridotta per non lasciare in piedi troppi edifici. Memoria di un mondo vivente che si costruisce giorno per giorno.

La Guerra Fredda ha cancellato i confini geografici ridisegnandoli su una carta tutta ideologica. Un giorno il senatore Joseph McCarthy mostra un foglio con una lista di comunisti e comincia ufficialmente la caccia alle streghe.
Se nel corso della seconda guerra mondiale sembravano combattersi comunisti contro fascisti, nel dopoguerra nascono due contro-ideologie molto più forti e identitarie: anticomunismo e antifascismo. Negli anni sessanta hanno preso la parola
gli studenti e sono andati a parlare con gli operai. Questo incontro straordinario ha fatto paura.

In Italia il neofascismo di regime si è difeso e ha prodotto stragi e colpi di stato. Le prime dovevano aprire la strada ai secondi, ma nel corso degli anni Settanta la classe dirigente ha preferito il golpe democratico. Che senso aveva prendere il potere in una nazione se tornava più comodo avere un potere sovranazionale fondato sulla finanza?

«Ci si evolve sempre più verso l’identificazione della politica con la politica economica» diceva cinquanta anni fa in un famoso discorso Eugenio Cefis ai militari dell’Accademia di Modena. E ricordava loro che «la tendenza delle imprese a guardare al di là dei confini nazionali è assai remota e può essere fatta risalire alle compagnie commerciali del ’600» quando la Compagnia delle Indie aveva una «bandiera propria ed anche con facoltà di disporre di proprie forze armate».

I padroni hanno buona memoria! E noi?
La cultura marxista e libertaria ci ha sempre portato a considerare le nostre lotte su un terreno sovranazionale. Adesso pare che il mondo intero sia la patria di chi se lo vuole vendere un tanto al chilo. Ma siamo noi quelli che cantano nostra patria è il mondo intero! Ci credevamo prima ancora che cominciasse il secolo che è finito vent’anni fa. Lo sappiamo da oltre un secolo qual è la parte giusta.

A fronte di tante battaglie confuse con slogan su libertà indefinite o, peggio, fondate su un individualismo spinto (io sono libero se posso andare dove mi pare), Mimmo Lucano ci ha ricordato che la nostra battaglia ci deve portare da una sola parte della barricata. Dalla parte dei più disgraziati. Ci ha ricordato che dobbiamo rispettare le persone prima della legge. E se le due cose non coincidono: tocca cambiare la legge, non le persone.

 

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Amare Lucano

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 30-01-2019 Roma Politica Conferenza stampa sulla chiusura della campagna di raccolta firme per la candidatura di Mimmo Lucano e del Comune di Riace al Premio Nobel per la pace 2019 Nella foto Mimmo Lucano durante la conferenza stampa nella redazione di Left Photo Roberto Monaldo / LaPresse 30-01-2019 Rome (Italy) Closing of the Campaign for the assignment of the Nobel Prize to Riace In the photo Mimmo Lucano

La mia opinione sul Paese che abito, ora che sono arrivato a tre quarti di secolo, è che l’Italia abbia imboccato un declino ai limiti dell’irreversibilità. Ogni decenza è defunta. La sentenza emessa alla conclusione del processo intentato contro Mimmo Lucano mi appare come il colpo di grazia sparato alla testa di ciò che chiamiamo civiltà dell’essere umano.

Non mi permetto di discutere la sentenza né il suo dispositivo, non ho competenze al riguardo e neppure mi interessa farlo. Sul piano della stretta legalità la decisione dei giudici potrebbe anche essere impeccabile ma non è questo punto. Il punto è che in questo caso legalità e giustizia non coincidono. Lo scollamento fra i due concetti non potrebbe essere più osceno. Mimmo Lucano è un uomo giusto, coraggioso, buono, ma soprattutto ha dato vita ad un progetto di società che si fonda sul senso più alto e più nobile che si possa immaginare: la visione di una comunità fondata sui valori dell’uguaglianza, della solidarietà e della giustizia sociale. Questo è il grande crimine di Lucano, avere mostrato e dimostrato che un’altra società è possibile. Altra rispetto a quella in cui viviamo.

La maggioranza delle persone che vivono nei Paesi della cosiddetta civilizzazione occidentale tendenzialmente sono costrette a comportarsi come i criceti nella ruota, corrono e reiterano i loro comportamenti senza più chiedersi perché lo fanno e, soprattutto senza mai interrogarsi sul senso di questa esistenza, incapaci di pensare ad un altro modo di vivere e di costruire relazioni. Le grandi strutture economico finanziarie nella loro ricerca di incrementare senza limiti i loro profitti determinano l’organizzazione della società orientandola verso l’ipertrofia e la bulimia dei consumi. Questa logica ha come conseguenza la compressione di altre dimensioni del sentire e dell’agire umano e lo porta a rincorrere la vita attraverso defatiganti e alienanti mediazioni di consumo come se ci si volesse suggerire che la vita consiste sostanzialmente in tre atti: produci, consuma e poi muori.
Mimmo Lucano incarna in sé il contrario di questa sottocultura del consumo e del privilegio. La sua mente e il suo grande cuore sono rivolti all’altro.

Il riconoscimento dell’alterità, come priorità per l’edificazione di una società di giustizia e di uguaglianza, muove le suo operare. La luce dell’altro splende con intensità fra gli ultimi: i diseredati, i perseguitati, i reietti, gli abbandonati, i migranti. Il sindaco di Riace lo sa e decide di costruire nella sua città una comunità solidale e giusta. Il suo modello diventa un paradigma a cui guardare per individui, associazioni, municipalità, organizzazioni umanitarie.

Mimmo ha dimostrato concretamente che un altro mondo è possibile, qui e adesso, ha indicato la strada mettendo a disposizione del progetto la sua energia e la sua contagiosa passione. Lo ha fatto con una disarmante semplicità come la cosa più naturale del mondo. Per questo decine di migliaia di persone lo hanno amato, lo amano e continuano a farlo. In una società che si fonda sui valori del danaro, del privilegio, delle ignobili diseguaglianze, della degenerazione della politica verso l’asservimento agli interessi dei potentati; una società che tollera il cancro della corruzione, dell’evasione fiscale, la metastasi delle malavite organizzate vede un sindaco come Lucano come un corpo estraneo.

Questo è il contesto in cui matura la sentenza con una condanna spropositata comminata ad uomo che non ha tratto alcun vantaggio personale dalla sua opera, al contrario ha dato tutto se stesso al principio dell’amore per il prossimo tanto millantato dalla spiritualità giudaico-cristiana. Ora si ritrova trattato come il peggiore dei criminali, proprio per avere preso sul serio il fondamento etico della nostra cultura e per averlo fatto con quella radicalità e quella verità che sole lo rendono autentico e non la patacca retorica ipocrita e falsa che ci viene ammannita in occasione delle sante festività.

 

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Tutto quello che non torna nella condanna di Mimmo Lucano

Former mayor of Riace, southern Italy, Domenico "Mimmo" Lucano speaks to journalists in Riace, Friday, Oct. 1, 2021. The former mayor of the tiny southern Italian town has been convicted of aiding illegal immigration, fraud and embezzlement and sentenced to more than 13 years in prison. When Lucano was mayor of Riace, it was dubbed "the town of welcome" for migrants. Prosecutors alleged that Lucano facilitated marriages of convenience between Riace men and foreign women to get them permits to live in Italy. Lucano denied wrongdoing and will appeal. Humanitarian groups have condemned the verdict. (AP Photo/Salvatore Cavalli)

Mimmo Lucano è stato condannato a 13 anni e due mesi di reclusione, oltre a confische per importi elevatissimi. Una condanna che, giustamente, la maggior parte dei commentatori ha definito abnorme. In particolare questa abnormità risalta, perché tutte le violazioni che gli sono state contestate sono di modesta entità.
Passata l’onda delle prime reazioni, prevalentemente di segno politico, occorre provare ad aggiungere qualche elemento giuridico che aiuti a capire come è potuto accadere.
Occorre fare un passo indietro. Il diritto penale si forgia sul fatto fisico, istantaneo, spesso violento: la coltellata, lo scippo. Qui l’azione punita è un fatto umano, dai contorni concreti.
Nel corso degli anni, si sono aggiunti reati di secondo livello. La norma penale non punisce più un fatto fisico ben individuato, ossia la coltellata di cui si diceva, ma può riguardare anche la violazione di una norma di primo livello. Il reato consiste quindi, ad esempio, nella violazione di una norma amministrativa. Qui la spiegazione si fa necessariamente più complicata.

Ci sono infinite norme amministrative. Faccio un esempio del tutto di fantasia, gli atti del sindaco devono essere controfirmati dal segretario comunale. La mancata controfirma rende l’atto annullabile, ma non è sanzionata, in sé, dalle norme in alcun modo. Il sindaco non va in galera, per non aver fatto controfirmare l’atto. Se però, e qui sta il nodo, questa mancata firma è parte di un disegno criminoso di altro tipo, ecco allora che scatta la norma penale (che per questo definisco di secondo livello), ed il sindaco, per lo stesso evento fisico (non è passato nella stanza del segretario a far firmare il pezzo di carta) va in galera. La maggior parte di questi reati di secondo livello prevedono che scatti il penale, quando l’indebita azione amministrativa è voluta, da chi la compie, in virtù di un beneficio potenziale, di un profitto.
Ad esempio: la norma amministrativa dice che l’ufficio postale chiude alle 12. L’impiegato fa entrare un ritardatario alle 12,10: non è reato, anche se ha violato la norma amministrativa. Se, però, l’impiegato ha preso dei soldi, per violare la norma amministrativa, il discorso cambia e scatta la sanzione penale. All’origine il profitto, determinante per cambiare colore alla violazione, era la mazzetta, ossia una dazione di soldi. Ma poi, nel tempo, si è cominciato a ritenere limitativo il criterio dei soldi. Si è quindi giunti a dire che qualunque beneficio potenziale è idoneo a far scattare il reato.
E questo è il primo nodo della questione Lucano. Pacifico che Lucano abbia, semmai, compiuto solo la violazione di norme amministrative, peraltro neanche così rilevanti. Anche i suoi accusatori non lo negano (e lo definiscono un pasticcione). Queste violazioni, lo si ripete, non sono punite di per sé dalle leggi, ma possono trasformarsi in reati in base al fine con cui vengono compiute. In base al vantaggio che Mimmo Lucano intendeva trarne.
E qui l’accusa, sfruttando le faglie del sistema, inserisce il primo salto (mortale) logico. Tutti riconoscono che Lucano non percepiva nulla, e che neanche chiedeva favori. Ma, secondo l’accusa, il vantaggio sarebbe quello del ritorno, in termini politici, della sua azione. Insomma, lui avrebbe forzato le norme sull’accoglienza per far funzionare meglio il meccanismo che aveva contribuito a ideare, e così ottenere consenso elettorale.
L’accusa dimentica però che, agire per il consenso, non può essere quel collante, che tiene insieme il complessivo disegno (suppostamente) criminoso. L’azione di un amministratore locale non è distorta, se finalizzata anche al consenso, perché è così che funziona il sistema democratico. Lo Stato non è un moloch, un essere diverso dalla comunità dei cittadini. Dunque il Sindaco che agisce, ritenendo di interpretare ciò che vuole la maggioranza degli amministrati, svolge il suo ruolo nel modo corretto. Conseguentemente se il fine è legittimo, la violazione della norma amministrativa, non può più ‘convertirsi’ in reato. La violazione dovrebbe rimanere amministrativa, e quindi non sanzionata come reato. Peraltro è tutto da dimostrare che il fine di Lucano fosse quello del consenso, e non, ad esempio, un miglior risultato amministrativo, o far funzionare meglio i servizi resi.
E quindi, già il primo salto dell’accusa non supera l’asticella.
Qui si innesta il secondo problema. L’amministratore pubblico che viola una norma amministrativa, di base, non è punito, per quella violazione. Ma se lo ha fatto per beneficio personale, allora non scatta un solo reato, ma una intera batteria di reati: abuso di ufficio, malversazione, concussione/corruzione, truffa, peculato, falsi vari, traffico di influenze, e l’onnipresente associazione a delinquere. Su quest’ultimo, impalpabile, reato occorre soffermarsi. In Italia appena tre persone sono considerate associate al fine di commettere delitti, commettono un reato in sé, punito a parte, pure se non hanno commesso nessuno dei reati per cui si sono associate. Se commettono il reato, vengono punite due volte, e magari per il reato commesso prendono un anno, e per l’associazione ne prendono 3. Quindi, se il Sindaco di cui sopra, dice al suo segretario di dire all’usciere di non passare dal segretario comunale per la controfirma del provvedimento, ecco che abbiamo subito una bella associazione a delinquere finalizzata all’abuso di ufficio (nonché truffa etc).
Riassumendo: la violazione della “normetta” amministrativa, che per l’ordinamento non è di per sé reato, lo diventa a fronte di un beneficio potenziale. E non diventa un solo reato, ma tanti, che si stratificano a punire sempre la medesima condotta.

Ecco perché chi tira la coltellata è avvantaggiato: la sua condotta è punita direttamente da un singolo reato. Anche se la pena edittale è alta, è sempre meglio un reato, anziché molti.
A suo tempo, quando mi fu chiesto un parere amichevole, avevo studiato le violazioni amministrative compiute da Mimmo Lucano. Ammesso che fossero tali, si trattava di piccole cose. L’istituzione di un registro delle cooperative di tipo B, presso il comune di Riace, votata dal consiglio comunale, con requisiti in parte difformi da quelli prescritti per legge. Per carità, forse sarebbe stato meglio non farlo, ma è stato fatto alla luce del sole e senza che nessuno obiettasse nulla, in quel momento. Anzi, forse quel registro è ancora lì, senza che nessuno intervenga.
Ma è il disegno complessivo, che conta. L’intenzione di Lucano e di coloro (gli associati) che condividevano la sua azione. Intenzione di esser benvoluti.
È chiaro che, in questo contesto, chiunque può prendere anche molto di più di 13 anni, può arrivare a 15 o a 20. Non servono grandi forzature, basta una lettura orientata delle violazioni amministrative (che, è bene ricordarlo, sono inevitabili nell’azione di qualunque amministrazione).
Insomma, è corretto attribuire una responsabilità ai magistrati che hanno, prima promosso l’accusa, e poi condannato Lucano. Ma la riflessione deve anche essere spostata sul sistema normativo che permette questa condanna per un fatto che, nella sua essenza (ossia la violazione della norma amministrativa), non è sanzionato, e che se compiuto da altri, o in altre circostanze, non è nemmeno punito.

L’autore: Pietro Adami è avvocato e fa parte dei Giuristi democratici

 

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