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Andrea Crisanti: Variante Delta, il vaccino non basta. Ripensare il tracciamento

Andrea Crisanti during EKopark 2020 at Monselice, Padova, Italy on 26, August 2020. Andrea Crisanti is an Italian full professor of Microbiology at the University of Padua. He previously was professor of Molecular Parasitology at Imperial College London. He is best known for the development of genetically manipulated mosquitoes with the objective to interfere with either their reproductive rate or the capability to transmit diseases such as malaria. (Photo by Massimo Bertolini/NurPhoto via Getty Images)

Nonostante il dilagare della variante Delta e il balzo nei contagi da Sars-Cov-2, Boris Johnson decide di riaprire tutto. Pura follia? Persino Israele, Paese super efficiente nella vaccinazione e nel tracciamento ha ripristinato le mascherine al chiuso. «Serve prudenza, anche qui in Italia», dice Brusaferro, dell’Istituto superiore di sanità. Intanto una nuova variante del coronavirus, la Lambda, mette in allarme gli scienziati: rilevata per la prima volta in Perù nel dicembre 2020 e scientificamente nota come C.37, da allora si è diffusa in 30 nazioni in quattro continenti: Europa, America, Africa e Oceania. Per cercare di capire quali sono i rischi della fase che stiamo attraversando abbiamo interpellato il virologo Andrea Crisanti, ordinario di Microbiologia all’Università di Padova e autore, con il giornalista e ideatore di Rai news 24 Michele Mezza, del libro Caccia al virus, appena pubblicato da Donzelli.

Professor Crisanti a che punto siamo? È stato sottovalutato il sistema imprevedibile e frenetico delle varianti?
La possibilità che emergano in continuazione varianti fa parte della biografia del virus. Non ci si può fare nulla, fondamentalmente. Questo va tenuto presente. Ma il punto non è tanto che emergano delle varianti, ma che emergano varianti resistenti al vaccino, questa è la cosa più importante da considerare. L’altro aspetto che avrà un impatto importantissimo è la durata della copertura vaccinale.

Bisogna capire quanto dura la protezione avendo fatto le due dosi di vaccino?

Certo. Il punto è quanto dura. Se abbiamo una protezione che dura otto-nove mesi è cosa ben diversa rispetto al fatto che la protezione duri 15 mesi, un anno o due anni, sono situazioni completamente differenti anche da gestire.

Nel libro che lei ha scritto con Michele Mezza, Caccia al virus, si legge che in questi ultimi mesi è stata avviata «una spensierata liberalizzazione». C’è stato, secondo lei, un abbassamento dell’attenzione collettiva?

Io penso che sia un problema politico. Alla fine che c’entrano le persone? Le persone fanno quello che gli viene detto o consentito di fare. Io penso che questa retorica sul comportamento dei cittadini non sia accettabile.

“Figliuolo ci siamo persi il tracciamento” recita il titolo di un’inchiesta di Left. Test e tracing avrebbero dovuto procedere in altro modo?

Purtroppo è sempre mancato un coordinamento nazionale, sono mancate politiche chiare per attivare questa procedura in modo efficiente. E non ci siamo ancora.

Nel libro scrivete che si sarebbe potuto usare un sistema di geolocalizzazione stile Google. Ma non è stato attivato, perché?

Il problema è che l’Italia non è proprio preparata, non hanno le competenze. Al fondo non erano in grado di gestirlo, questa è la realtà.

Cosa possiamo fare per cercare di superare questo gap, visto che purtroppo con il virus dovremo ancora fare i conti a lungo?

Questo purtroppo è sicuro, ce lo porteremo dietro per un po’. Non è una cosa molto semplice da risolvere. Ormai tutti quanti sono dell’idea che ogni cosa si risolva con la vaccinazione. Purtroppo non è così. Se la vaccinazione non viene accompagnata da misure che abbiano l’obiettivo di bloccare la trasmissione difficilmente riusciremo ad uscire da questa situazione.

Tuttavia lei, in Caccia al virus afferma che i vaccini sono strumenti in evoluzione continua. Questo ci offre qualche cartuccia in più?

Come dicevo quello che conta con i vaccini è la durata della protezione. Ripeto, con i vaccini da soli non si risolve. C’è bisogno anche di una gestione diversa dei dati, bisogna verificare come vengono utilizzati e come vengono integrati con il contact tracing.

C’è stato bisogno di una sentenza del Consiglio di Stato perché fossero resi pubblici i dati del Comitato tecnico scientifico. C’è un tema irrisolto di diritto alla conoscenza che riguarda certamente i ricercatori ma anche i cittadini in senso più ampio?

Il punto è che in Italia c’è una cultura molto provinciale. Non c’è la cultura della trasparenza. Questo è un difetto tutto italiano.

Le decisioni politiche dovrebbero essere basate sull’evidenza scientifica e spiegate su questa base?

Il cardine dovrebbero essere le evidenze scientifiche condivise dalla comunità scientifica. Perché la comunità scientifica fa parte della società, la quale ha il diritto di sapere.

Torniamo al suo lavoro, nella prima fase della pandemia lei sottolineò il rischio legato agli asintomatici. Perché furono sottovalutati?

Furono trascurati per errori, anche dell’Oms, e poi  perché la Cina non era stata trasparente nel comunicare la reale situazione di quel che stava accadendo nel Paese.

Che fine ha fatto il piano che lei aveva predisposto per il governo nell’agosto 2020?

Ah guardi non lo so proprio. Non ho proprio idea. Penso non sia stato considerato.

Cosa prevedeva il suo piano in quel momento?

Era un piano che prevedeva la costruzione di una vasta struttura per poter far fronte al tracciamento nella maniera più efficace possibile. Aumentare la capacità di fare tamponi, aumentare la logistica, l’informatizzazione, era un lavoro abbastanza complesso. Non si poteva ridurre tutto a una questione solo di tamponi.

Allargando lo sguardo a livello globale, torniamo a sottolineare che sono pochissime le persone vaccinate nei Paesi a medio e basso reddito. C’è un gap enorme da colmare?

Questo è un problema gigantesco, considerando che i vaccini che abbiamo a disposizione adesso non vanno bene per i Paesi in via di sviluppo. Perché sono vaccini molto costosi. E perché hanno bisogno di due dosi, richiedono una doppia vaccinazione. Insomma non sono vaccini adatti per aree del mondo dove hanno a disposizione mezzo euro per fare un vaccino. La maggior parte di questi Paesi non ha neanche l’acqua potabile. Per l’ottanta per cento della popolazione l’acqua potabile è un sogno. Siamo davanti a questa situazione drammatica.

Dobbiamo essere in grado di rispondere per ragioni umanitarie ma anche per uscire dalla pandemia, da cui non usciremo se non siamo in grado di vaccinare tutti. Trasferire le competenze tecnologiche ai Paesi più poveri potrebbe essere una delle strade?

Non penso che il problema sia solo il gap tecnologico. È difficile che i Paesi poveri possano produrre i vaccini autonomamente. Penso che i Paesi industrializzati debbano fare un investimento per sviluppare vaccini che siano adatti a quelle aree del mondo.


L’intervista prosegue su Left del 9-15 luglio 2021

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Che seccatura, le opinioni

L’aspetto più importante e interessante dello scontro tra Matteo Renzi e Chiara Ferragni e poi successivamente suo marito Fedez mi pare che stia sfuggendo ai più, soprattutto alla luce dell’accusa (la solita accusa) di “intromettersi” nella politica contro la celebre coppia. Lo racconta perfettamente anche l’editoriale di Stefano Feltri, direttore del quotidiano Domani, che propone «di negoziare un concordato Stato-Ferragnez, per perimetrare l’influenza degli influencer sulla vita pubblica e la politica» in un editoriale in cui ci si diverte a tirare in ballo gli shampoo pubblicizzati per sminuire e canzonare.

Il primo aspetto sta tutto nella frase di Renzi (ma non è un discorso che riguarda solo Renzi, riguarda indistintamente tutti e ogni volta ripete le stesse dinamiche) che dice alla Ferragni «la politica non si fa su Instagram». Questa pletora di politici che sognano di fare gli influencer, che rovistano tra le foto in occasione del lutto di ogni personaggio pubblico, che si fotografano mentre corrono, mentre mangiano, mentre giocano con i figli, mentre preparano le grigliate, mentre vanno allo stadio o mentre fanno la spesa usano i social per raccattare un po’ di algoritmica empatia nella speranza di trasformarla in voti, si battagliano a colpi di follower (“io ne ho più di te”) e fanno (male) quello che Chiara Ferragni ha trasformato in una redditizia attività. È la favola della volpe e dell’uva, sempre quella, solo che la stragrande maggioranza dei politici usano i social per fingere interviste che nessuno gli vuole fare e per immaginare paparazzi assolutamente disinteressati a loro con il risultato di essere patetici. E quindi disprezzano ciò che non sanno governare. Accade sempre così, anche con i cittadini.

Poi c’è questa idea per cui i social siano abitati da strani esseri che non vivono nella vita reale: i social sono un luogo che come tutti i luoghi hanno bisogno di regole ma le opinioni dei cittadini (soprattutto se certificati, riconoscibili e riconosciuti come Fedez e Ferragni) non hanno bisogno di regole se non incitano all’odio, alla violenza o al commettere reati. Ma come? Ma tutta questa manfrina sulla libertà di pensiero dell’articolo 21 della Costituzione ce la siamo già dimenticata? Anche qui il procedimento è molto più semplice, perfino banale: ci sono persone che hanno molti più “lettori” e “ascoltatori” di altri media che sono rimasti nella loro torre d’avorio. I vecchi si arrabbiano perché perdono terreno e loro che rivendicavano fino a qualche anno fa il peso dei numeri ora la buttano sulla nobiltà dei contenuti. Fa piuttosto ridere, davvero.

Poi c’è l’assoluta perdita del senso delle proporzioni. Lo ha scritto benissimo ieri Alessandro Robecchi su twitter: «Ma ho capito bene? Il direttore del quotidiano dell’imprenditore De Benedetti, già padrone di Repubblica, si duole e si dispiace perché l’imprenditrice Chiara Ferragni influenza l’opinione pubblica con il suo account Instagram? Sul serio? Ahahah!». E poi, sempre Robecchi: «De Benedetti, Elkann, Cairo (e altri) sono influencer coi giornali. Chiara Ferragni è influencer col suo account. Fugurati se non sono contrario al conflitto di interessi tra imprenditori e media. Ecco, diciamo che iniziare da Fedez sembra un po’ grottesco».

E infine c’è la politica, ovvero l’occuparsi della polis, della cosa pubblica, che per fortuna è un diritto e un dovere di tutti i cittadini. Tutti. E sentire i campioni del trasformismo e della banalità rivendicare una superiorità di cui si sono autoproclamati rende tutto ancora più goffo. E intanto ancora una volta si è alzato un polverone senza parlare di contenuti, un altro giorno ancora.

Buon venerdì.

BlackPost lancia la petizione #ItalianiVeri: «Subito una nuova legge sulla cittadinanza»

Con l’hasthag #Italianiveri, BlackPost, un progetto editoriale composto quasi esclusivamente da prime o seconde di generazioni di immigrati – che preferiscono la definizione di “nuove generazioni” – lancia una petizione per spronare la politica italiana a realizzare una nuova legge che modifichi le procedure per l’ottenimento della cittadinanza italiana per gli immigrati, soprattutto quelli di minore età. A parlarci dell’iniziativa è Bruna Kola Mece, portavoce di BlackPost, giovane italiana di origini albanesi che dopo aver trascorso gran parte della propria vita a Bergamo ora vive e lavora a Roma. L’intera redazione di BlackPost è composta da ragazze e ragazzi nati da genitori non italiani, spesso nati in Paesi lontani come Messico e Ruanda, che oggi vivono, studiano e lavorano in Italia. Tutti loro hanno dovuto affrontare il grande scoglio dell’ottenimento della cittadinanza, passando attraverso anni di discriminazione, esclusione e inferni burocratici, e lo scopo della petizione da loro lanciata è proprio di far sì che le generazioni future possano integrarsi con maggiore semplicità e in tempi più rapidi, soprattutto nel caso dei minori.

Già oltre 17mila persone hanno sottoscritto la petizione proposta da BlackPost e un gran numero di associazioni e Ong, come Open arms e Baobab experience, si sono schierate a supporto del progetto. «Con questa petizione vogliamo creare un dibattito e sensibilizzare le persone riguardo al tema della cittadinanza», spiega Bruna, «e far in modo che i tempi di ottenimento della cittadinanza si accorcino, perché oltre al problema sociale e politico, ci sono gli anni passati in attesa di essere riconosciuti come cittadini che però nessuno potrà mai restituirti».

Bruna, classe ‘92, oggi vive e lavora a Roma, come moltissimi altri cittadini italiani. Eppure sono solo quattro anni che ha ottenuto la cittadinanza, nonostante la laurea in Scienze politiche, i cicli di studio completati precedentemente e, soprattutto, i 28 anni trascorsi in Italia da straniera. Per strano che possa sembrare, questa è la realtà per chi viene in Italia già da molto piccolo. Si transita dall’infanzia all’età adulta con la sensazione di non essere mai veramente parte di questo Paese. Eppure la lingua, le idee, le abitudini di questi ragazzi e ragazze non si discostano molto da quelli che sono considerati gli “italiani veri”, ovvero i loro compagni di scuola, amici e colleghi.

Il progetto BlackPost per Bruna è un «megafono con cui dare voce a chi voce non ha». E aggiunge: «Noi redattori facciamo le veci dei nostri genitori, come anche degli altri migranti che sono arrivati in Italia nello stesso loro periodo, e stiamo cercando di riscattarli parlando anche a loro nome, poiché questa possibilità di farsi sentire non l’hanno mai avuta». La voce di BlackPost vuole opporsi quindi alle «paure che i media italiani hanno creato rispetto agli stranieri» e la petizione per avere una legge sulla cittadinanza nasce proprio dal bisogno di tutelare e integrare gli stranieri che vivono nel nostro Paese.

Lo spettro della discriminazione per uno straniero è sempre dietro l’angolo, Bruna racconta di averlo incontrato quando si è sentita impossibilitata a partecipare ad attività come gite scolastiche all’estero o di non poter votare – difatti ricorda ancora con gioia la consegna della sua scheda elettorale nel 2018. Discriminazioni come questa, pur non conoscendo età, per le orecchie di un bambino sono sempre traumatiche. «Vuoi o non vuoi, la gente non ti riconosce» spiega Bruna «se non c’è lo Stato a dare un esempio di accoglienza e integrazione, la cittadinanza non si dimostrerà mai accogliente verso lo straniero. Lo Stato deve saper gestire la pluralità che c’è all’interno della società che governa».

«L’intento della petizione è di far arrivare al Parlamento i dati del 2020-2021 riguardo agli stranieri presenti in Italia sprovvisti di cittadinanza e di creare i presupposti per dare vita a una nuova legge sulla cittadinanza o sbloccare i precedenti tentativi di riforma, bloccati ormai da tempo». In Italia infatti l’ottenimento della cittadinanza è disciplinato dalla legge n. 91 del 5 febbraio 1992, intitolata “Nuove norme sulla cittadinanza”, che ne sancisce l’acquisizione iure sanguinis, ovvero nel caso in cui i genitori (biologici e non) sono italiani oppure successivamente al compimento della maggiore età, ma soltanto se si è vissuti in Italia continuativamente per almeno dieci anni. Nel corso degli ultimi anni sono state avanzate proposte di riforma della legge sulla cittadinanza basate sullo ius soli e lo ius culturae, le quali prevedevano rispettivamente l’acquisizione della cittadinanza sulla base della nascita sul suolo italiano o del completamento di un ciclo scolastico di almeno cinque anni in Italia, proposte che andavano in una direzione coerente con i bisogni di integrazione degli immigrati più giovani.

Puoi firmare la petizione #ItalianiVeri di BlackPost cliccando qui. L’illustrazione in alto è di Alagon per SputnInk e BlackPost

Missione Afghanistan, disastro compiuto

PUL-E ALAM, AFGHANISTAN - MARCH 29: SGT Kurtis Scheinder from Detroit, Michigan with the U.S. Army's 2nd Battalion 87th Infantry Regiment, 3rd Brigade Combat Team, 10th Mountain Division patrols on the edge of a village outside of Forward Operating Base (FOB) Shank on March 29, 2014 near Pul-e Alam, Afghanistan. The primary mission of soldiers with the 10th Mountain Division stationed at FOB Shank is to advise and assist Afghan National Security Forces in the region. The soldiers continue to patrol outside the FOB in an effort to decrease rocket attacks on the FOB from the nearby villages. Security is at a heightened state throughout Afghanistan as the nation prepares for the April 5th presidential election. (Photo by Scott Olson/Getty Images)

Cosa stavi facendo l’11 settembre 2001, quando due aerei di linea facevano crollare le Twin tower a New York? Come per tutti i crocevia della Storia, si dice che sia facile ricordare con esattezza in cosa si fosse impegnati mentre si manifestano. Più difficile, invece, è tenere conto, avere memoria, delle loro conseguenze sul lungo periodo. Tracciare gli snodi delle vicende complesse che li seguono. A vent’anni di distanza da quegli attentati, la conseguente missione internazionale delle forze occidentali in Afghanistan ha sconvolto i tratti del Paese asiatico. E ora che l’operazione si è conclusa – gli ultimi nostri soldati sono rientrati il 29 giugno – la narrazione con cui in Italia se ne vorrebbe tracciare un bilancio è un terreno di contesa.

Da una parte c’è chi si aggrappa a slogan patriottici e ai pochi risultati positivi, per arrabattare un’apologia dello sforzo più grande delle forze armate tricolori dopo la Seconda guerra mondiale – un atteggiamento diffuso a destra, ma anche nel centrosinistra – dall’altra c’è chi prova a mettere in fila i costi umani ed economici e le evidenze politico-sociali che palesano una sostanziale missione incompiuta.

Partiamo dai numeri. Dal 2001 ad aprile di quest’anno il conflitto ha provocato 47.245 vittime civili, come evidenzia il progetto Cost of war della Brown university di Providence, tra le quali numerosi bambini: il 40% tra i morti civili causati da attacchi aerei negli ultimi cinque anni. I soldati e poliziotti afgani che hanno perso la vita sono stimati tra i 66mila e i 69mila, 72 i giornalisti, 444 gli operatori umanitari. Nel frattempo, le perdite tra le truppe Usa sono state 2.442. E poi ci sono i 53 morti e i 723 feriti tra gli oltre 50mila soldati italiani che hanno messo piede negli anni nel teatro bellico. Fra gli afgani che sono sopravvissuti, inoltre, 2,7 milioni sono stati costretti a fuggire all’estero, principalmente in Iran, Pakistan ed Europa, come indicano le Nazione unite. Altri 4 milioni sono sfollati all’interno del Paese, che ha una popolazione totale di circa 38 milioni.

Dal punto di vista economico, sempre secondo Cost of war, l’investimento complessivo degli States nella “guerra al terrore” è stato di 2.261 miliardi di dollari. Oltre all’impegno diretto del dipartimento della Difesa per 933 mld, infatti, occorre tenere conto delle spese per il conflitto in Pakistan, quelle aggiuntive del Pentagono, i costi medici per i veterani, ecc.

Se guardiamo all’Italia, invece, l’Osservatorio sulle spese militari italiane Milex ha stimato un costo complessivo di 8,5 miliardi di euro, composto da 6,77 mld di stanziamenti diretti per la partecipazione alle varie missioni iniziate a novembre del 2001 (Enduring freedom di Usa e altri fino al 2006, Isaf della Nato fino 2014, Resolute support dal 2015), 720 mln per sostenere le forze armate e di polizia afgane e circa 925 mln di spese aggiuntive relative al trasporto truppe, mezzi e materiali da e per l’Italia, alla costruzione di basi e altre infrastrutture militari, al supporto d’intelligence, della protezione delle basi e delle sedi diplomatiche nazionali e alle attività umanitarie militari strumentali.

Ebbene, a fronte di questi costi, quali sono stati i risultati, in termini di democrazia e stabilità del Paese, e di contrasto al terrorismo internazionale? Dopo vent’anni di guerra, i talebani…


L’inchiesta prosegue su Left del 9-15 luglio 2021

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Prima le donne e i bambini, Afghanistan anno zero

Children from the Internally displaced Afghan families arriving from districts of Khan Abad, Ali Abad and Imam Sahib who fled due to the ongoing battles between Taliban and Afghan security forces, look on inside the premises of a school in Kunduz city on June 26, 2021. (Photo by STR / AFP) (Photo by STR/AFP via Getty Images)

Afghanistan anno zero. La fine della guerra infinita ingaggiata dagli americani nel 2001 lascia allo scoperto una distruzione totale. Altro che “Pace duratura”. Oltre 47mila vittime fra cui tante donne, anziani e bambini. Migliaia i soldati morti, fra i quali anche 53 italiani. Vent’anni di occupazione, intervenuta su un Paese già martoriato dall’invasione sovietica, hanno prodotto 2,7 milioni di profughi e 4 milioni di sfollati interni che ora rischiano di aumentare ulteriormente per l’offensiva sferrata dai talebani e per i danni causati della siccità.

La Commissione europea ha deciso lo stanziamento di 25 milioni di euro in fondi umanitari per combattere la fame in Afghanistan. Ma è un’elemosina che poco risolve. La siccità che sta colpendo il Paese ha gettato più di 11 milioni di persone in una devastante crisi alimentare. Altri 3,2 milioni sono a rischio di precipitarvi. «Si stima che oggi metà della popolazione in Afghanistan soffra di grave insicurezza alimentare. La siccità che colpisce il Paese sta peggiorando una situazione già terribile di instabilità politica e conflitto, mentre infuria la terza ondata della pandemia di Covid-19», ha detto Janez Lenarcic, commissario europeo per la gestione delle crisi. «La scarsità di cibo e la limitata disponibilità di acqua aumenteranno la prevalenza della grave malnutrizione».

In questa congiuntura le truppe Nato si ritirano, lasciando sole le deboli istituzioni afgane. L’offensiva talebana negli ultimi due mesi è stata imponente: hanno riconquistato decine di distretti in varie zone del Paese. Nelle aree rurali l’avanzata è in corso dai primi di maggio, quando gli Stati Uniti hanno avviato il ritiro.

Si teme che sia una questione di mesi, se non settimane, la riconquista talebana della capitale Kabul, dove sempre a maggio i terroristi hanno fatto una strage uccidendo 55 giovanissime studentesse. Le donne e i bambini sono tornati nel mirino dei fondamentalisti. Sono continui gli attacchi alle scuole, colpite con granate, incendiate, fatte esplodere. Save the children da tempo denuncia che le parti in conflitto non rispettano le norme internazionali per garantire la sicurezza dei bambini e delle bambine. Intervistato dalla Bbc il portavoce talebano Suhail Shaheen ha dichiaro «da qui in avanti sarà la nostra leadership a decidere come procedere».

Per Shaheen l’attuale governo in carica ha le ore contate. L’Afghanistan è un «emirato islamico» ha detto alla tv britannica dichiarando apertamente di voler dare una base teocratica al governo. In questo quadro suonano quanto meno fuori sincrono le parole del ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, che, annunciando il ritiro delle truppe italiane insieme alle altre della Nato, ha parlato di grandi risultati raggiunti nella lotta per la democrazia e di un nuovo impegno della comunità internazionale che deve proseguire sotto altre forme, attraverso la cooperazione economica, la cooperazione allo sviluppo, le relazioni diplomatiche.

Avendo quali interlocutori se l’attuale governo afgano rischia di soccombere? Giustissimo percorrere la via diplomatica, ma andava fatto prima, non dopo vent’anni di occupazione, costosissima in termini economici, ma soprattutto in termini di vite umane. Ora il disastro è compiuto. In questa storia di copertina lo denunciamo con l’aiuto di esperti come Francesco Vignarca della Rete italiana pace e disarmo e Giorgio Beretta dell’Osservatorio sulle armi leggere, accendendo i riflettori sulle sofferenze della popolazione civile e sui rischi che ora corrono operatori di organizzazioni umanitarie, traduttori, mediatori culturali rimasti senza protezione. Per capire più a fondo quel che sta accadendo indaghiamo gli scenari geopolitici che si aprono dopo che Joe Biden ha annunciato di voler completare il ritiro entro l’11 settembre, anniversario dell’attentato alle Torri Gemelle, se non addirittura prima.

Se la Russia ha smentito di voler inviare truppe, la Turchia non nasconde mire egemoniche su quest’area. La settimana scorsa è diventata più concreta la possibilità che la Turchia si faccia carico della sicurezza dell’aeroporto di Kabul, nodo fondamentale per il fragile governo afgano.

Ancora più massiccia e strutturata è la presenza cinese, interessata alla stabilizzazione e alla ricostruzione del Paese, per poter affermare e rafforzare il proprio progetto della Belt and road, ma anche per poter controllare i movimenti islamici legati alla minoranza uigura. Resta comunque non del tutto chiara anche la posizione nordamericana.

La decisione di Biden di mettere fine alla foreverwar è davvero una decisione storica e una vittoria dei pacifisti come auspicheremmo? Oppure come denunciano alcuni analisti democratici e come riportato dal New York Times il piano effettivo è quello di passare a un diverso modello di antiterrorismo bellico per la regione afgana. Un sistema che invece di essere dispiegato goffamente da vicino, verrà gestito da lontano, attraverso droni e missili standoff e con blitz di forze speciali in elicottero. Per non parlare degli uomini schierati della Cia che sono almeno mille a fronte degli attuali 2.500 soldati.

Non distoglieremo lo sguardo dalla minaccia terroristica, ha promesso Biden nel propagandare il ritiro dall’Afghanistan chiedendo agli americani di fissare bene la Cina nel loro immaginario come nemico della sicurezza nazionale.


L’editoriale è tratto da Left del 9-15 luglio 2021

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Volete mediare con questi?

Nessuno della Lega e di Fratelli d’Italia voterà mai il ddl Zan. Non si capisce perché una questione così cristallina, semplice e lampante non debba stoppare immediatamente qualsiasi discussione sull’eventuale ricerca di voti e di mediazioni. Voteranno il ddl Zan alcuni senatori di Forza Italia (qualcuno l’ha già anche pubblicamente dichiarato) e poco altro da quelle parti. Poi ci sono quelli di Italia vile che insistono nel dire che mancano i voti: sì, i loro.

Per capire di che tipo di gente stiamo parlando vale la pena riprendere la folle dichiarazione di ieri di Maria Rita Castellani, Garante per l’infanzia dell’Umbria. Occhio, si tratta di una dichiarazione che Castellani ha inviato a tutti gli organi di stampa, mica un delirio bisbigliato al bar. Sentite bene: «Il concetto d’identità cambia, non è più quello antropologico che conosciamo da sempre e che distingue persona da persona a ragione di evidenze biologiche, ma diventerà qualcosa che io, cittadino, posso decidere arbitrariamente secondo la percezione del momento. Di conseguenza ogni desiderio sarà considerato un bisogno e il bisogno un diritto». E poi: «A partire da queste considerazioni preliminari si deduce che il sesso biologico non avrà più importanza dal punto di vista sociale perché conterà soprattutto il sesso culturale cioè quello percepito come, d’altra parte, si potrà scegliere l’orientamento sessuale verso cose, animali, e o persone di ogni genere e, perché no, anche di ogni età, fino al punto che la poligamia come l’incesto non saranno più un tabù, ma libertà legittime». Insomma, la garante per l’infanzia dell’Umbria dice che con la legge Zan si potrà fare sesso con animali, bambini e cose. Sembra incredibile ma è così.

Ma non è tutto: il capogruppo regionale Lega Stefano Pastorelli e il senatore Simone Pillon, responsabile delle politiche familiari del partito in Umbria, si sono schierati dalla parte di Castellani. In fondo, se ci pensate, Castellani non ha detto niente di diverso rispetto a quello che dicono solitamente Meloni e Salvini. L’unica differenza è che ha calcato poco poco di più la mano, come potrebbe fare un Salvini al secondo mojito.

Nessun cenno di discordia da parte di Salvini e Meloni. Questi sono questa cosa qui. Quelli vogliono trattare con questi qui. E davvero vorrebbero convincerci che alla fine cederanno al genio politico di Renzi. E noi sono giorni che ne scriviamo. Avanti così.

Buon giovedì.

Bielorussia, la fabbrica di dissidenti

L’aeroporto di Minsk è silenzioso, moderno. Il personale è cordiale, la polizia ovunque, ma nessun problema per chi si professa turista. Non c’è traccia della repressione che sta piegando la società civile bielorussa. Prima di entrare nel Paese ci siamo interrogati sull’opportunità o meno di farlo come semplici turisti, perché da mesi i visti per i giornalisti stranieri sono negati. Il governo bielorusso non vuole occhi indiscreti tra le strade del Paese. La pressione internazionale è tanta dopo le elezioni dell’agosto 2020, quando Alexander Lukashenko, che guida la Bielorussia dal 1994, si è proclamato vincitore con l’80% dei voti, scatenando un’ondata di proteste represse nel sangue. Gli osservatori dell’Osce non hanno potuto monitorare il processo elettorale. Tutte le principali organizzazioni internazionali hanno considerato non valide le votazioni e l’opposizione ha denunciato pesanti brogli. Da quel momento la situazione è degenerata per qualche giorno, perché migliaia di cittadini hanno deciso di riunirsi in piazza e manifestare, fino a quando la polizia non ha iniziato ad esercitare un controllo capillare, blindando il Paese, uccidendo cinque manifestanti e ferendone centinaia. Sono state arrestate trentamila persone, almeno mille hanno subito sevizie e torture, altre cinquanta risultano tuttora disperse.

Da questi dati nasce la voglia di realizzare il reportage da dentro il Paese, ormai chiusosi a riccio alla comunità internazionale. Abbiamo così deciso di provare a filmare un reportage per Rai3, per il nuovo format televisivo “Il fattore umano”, che appunto vuole raccontare le violazioni dei diritti umani in giro per il mondo. Gli esuli bielorussi sono tanti ormai, costretti a lasciare il Paese per paura di ritorsioni, per un’opinione espressa liberamente in strada o sui social network, per la voglia di esporre una bandiera ostile al governo. Abbiamo iniziato una serie d’interviste in Italia, abbiamo preso contatti su Telegram, ma non bastava per capire il livello di terrore che si vive nelle attività clandestine dell’opposizione.

Nei contatti presi prima del viaggio ci hanno consigliato di fare un viaggio da semplici turisti, senza attrezzatura giornalistica, senza richiedere un visto di lavoro e provare a passare dall’aeroporto di Minsk. Abbiamo fatto così ed una volta dentro il Paese ci siamo resi conto che le voci dei dissidenti non erano per nulla esagerate. Solo nel 2020 oltre 450 giornalisti sono stati arrestati. Il governo di Lukashenko ha oscurato almeno cinquanta siti internet indipendenti. Ad oggi circa trenta giornalisti bielorussi si trovano in prigione.
In aeroporto ci aspetta il nostro primo contatto. Ludmilla ha 27 anni, ha deciso di…


Il reportage da Minsk prosegue su Left del 2-8 luglio 2021

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In Lombardia il Covid non è mai esistito

Foto LaPresse - Claudio Furlan 02/02/2021 - Milano (Italia) Seduta del Consiglio Regionale della Lombardia Nella foto: Letizia Moratti Attilio Fontana Photo LaPresse - Claudio Furlan Febrary 2, 2021 - Milan(Italy) Meeting of the Lombardy Regional Council In the photo: Letizia Moratti Attilio Fontana

Medici di famiglia abbandonati a se stessi. Privatizzazioni selvagge. Sanità territoriale demolita perché poco redditizia. Malati cronici spinti verso strutture for profit, per ottimizzare le spese a discapito della qualità delle cure. Così si presenta il sistema socio-sanitario regionale lombardo che la vicepresidente e assessore al Welfare Letizia Moratti si appresta tutto sommato a confermare.
Entro fine anno, infatti, la Lombardia revisionerà la propria normativa sulla sanità: la sperimentazione voluta da Maroni nel 2015 con la legge regionale 23 era stata autorizzata dal governo per un periodo di cinque anni, ed ora è in scadenza. Ebbene, dai primi documenti ufficiali emergono le intenzioni del Pirellone di compiere sì alcuni cambiamenti, senza però voler intervenire sulle fondamenta privatistiche del proprio sistema sanitario regionale.

Non è bastato dunque l’epocale stress test della pandemia – con le Rsa divenute lazzaretti, le lacune enormi nel prevenire i contagi e curare i pazienti Covid sui territori, i camion con le bare a Bergamo – a far sorgere qualche dubbio a Fontana e soci. La giunta non molla la presa neppure sulla manovra che rischiava di delegare ai big del privato la cura dei malati cronici, con un esperimento unico in Italia, sebbene l’operazione risulti al momento respinta dai cittadini.

Le uniche correzioni positive previste nella nuova normativa sanitaria regionale – al momento – sono quelle che riprendono alcune prescrizioni del governo. Ma vediamo in dettaglio come sono andate le cose.
«La legge regionale 23 aveva estremizzato i difetti delle precedenti norme volute da Formigoni e ha degli aspetti di forte contrasto con la legge 833 che fonda il Servizio sanitario nazionale – spiega a Left Vittorio Agnoletto, medico del Lavoro e docente di Globalizzazione e politiche della salute alla Statale di Milano -. Adesso la sperimentazione lombarda è in scadenza, una commissione paritetica governo-Regione ha espresso una valutazione, e Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, ente che monitora e supporta le Regioni nel tutelare la salute dei cittadini, ndr) ha sollecitato il governo regionale ad intervenire su alcuni fronti. Ha chiesto di ripristinare i distretti sanitari che la Lombardia aveva eliminato, rafforzare la medicina territoriale, chiarire meglio quali strutture sono competenti sulla prevenzione, eccetera. Ma non ha espresso alcuna richiesta su…


L’articolo prosegue su Left del 2-8 luglio 2021

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Eccolo lo sblocco dei licenziamenti

Lo scorso 4 luglio 152 lavoratori sono stati licenziati a fine turno nel pomeriggio con una mail. Come arrivano le offerte promozionali di vini e di abbigliamento è arrivata la comunicazione che ha rovinato la vita alle persone, con la stessa leggerezza, con la stessa poca responsabilità. È accaduto a Ceriano Laghetto, in provincia di Monza e Brianza, nella storica fabbrica di Gianetti Ruote, che produce ruote di acciaio, dove il fondo americano Quantum Capital Partner, proprietario dell’azienda, ha giustificato questa decisione inaspettata con la crisi perdurante dello stabilimento aggravatasi nei mesi di pandemia.

Come c’era da aspettarsi tutto è arrivato poche ore dopo lo sblocco dei licenziamenti voluto dal governo dei migliori, gli stessi che ci assicuravano (e assicurano ancora) che sarebbe andato tutto bene. Ora la situazione è la seguente: gli anziani temono di non riuscire più a ricollocarsi e i giovani non hanno idea di come riuscire a pagare mutuo e spese della famiglia. Vi ricordate cosa diceva Draghi, tutto festante? Comunicava un accordo con Confindustria secondo il quale sarebbe stato “consigliato” utilizzare tutti gli ammortizzatori sociali a disposizione prima di procedere ai licenziamenti. E pensate un po’? L’azienda è associata proprio a Confindustria.

Si sarebbe potuto pensare allo sblocco dei licenziamenti dopo avere programmato un serio piano di ammortizzatori sociali per evitare la macelleria sociale e invece il piano è perfettamente riuscito: si potrà licenziare con grande serenità i lavoratori per poi riassumerli con nuovi contratti con meno garanzie e con stipendi più bassi. L’allevamento degli schiavi può finalmente ricevere una spinta e infatti mica per niente Confindustria e compagnia cantante insistono nel dirci che il futuro sarà bellissimo. Sì, per loro.

La notizia, com’era prevedibile, non ha riempito le pagine dei giornali ma è passata molto sotto traccia (ieri c’è stato un presidio davanti all’azienda ma eravamo tutti concentrati con Renzi che pretende una diretta Instagram con Chiara Ferragni). Del resto siamo nel Paese che ancora insiste nel dirci che la colpa dei disoccupati sta nella loro mancanza di voglia di lavorare.

Questa è solo la prima avvisaglia e la notizia la appoggiamo qui. Così sarà facile ritrovarla quando non si potrà più nascondere la situazione e tutti fingeranno di essere stati colti di sorpresa.

Buon mercoledì.

Il mago da compleanno

A woman holds a banner reading in Italian "Hate is not a right" during a demonstration to support a law proposal implementing prison punishment for those who commit crimes of discrimination based on sex, sex orientation, gender, gender identity, disability, in Milan, Italy, Saturday, May 8, 2021. The so-called Zan Law, named for a Democratic Party lawmaker and gay rights activist Alessandro Zan, would add women along with people who are gay, transgender or have disabilities to the classes of those already protected under a law banning discrimination and punishing hate crimes.(AP Photo/Luca Bruno)

C’è questa storia orientale che racconta di un governatore che decide di ridurre le corsie di un’autostrada da tre a due, dice ai suoi cittadini che per una questione economica bisogna effettuare un taglio del 33% e stringere i denti. Qualche tempo dopo ripristina la terza corsia e indice una grande festa. Quando qualcuno gli fa notare che le celebrazioni apparivano eccessive visto che era semplicemente stata ripristinata la situazione precedente lui disse: “Abbiamo prima dovuto effettuare un taglio del 33% ma poi abbiamo aumentato le corsie da due a tre con un incremento del 50%, quindi il saldo finale è positivo del 17%”.

Bluffare sui numeri come certi maghi tristi alle feste di compleanno è il trucco di chi vorrebbe stupire per nascondere la nefandezza del proprio agire e Matteo Renzi con i suoi di Italia Vile in queste ore sta dando il peggio di sé per provare a dare un senso alla sua mossa sul Ddl Zan come se non fosse una banale (e ributtante) strategia per fare il Renzi, è la sua natura, interferendo per esistere, togliendosi la soddisfazione di rompere perché incapace di costruire.

Allora conviene fare un po’ di chiarezza: Italia Vile ha presentato degli emendamenti al Ddl Zan che propongono di modificare l’articolo 1 (quello che contiene la definizione “identità di genere” e che è stato scritto, prima che approvato, alla Camera da un emendamento della deputata di IV Lucia Annibali) e di abolire l’articolo 4 (quello che tutela la libertà di opinione) che era stato proposto dal centrodestra e votato all’unanimità. Basterebbe già questo per dipingere il quadro della situazione. Vale la pena segnalare a proposito della proposta di togliere “identità di genere” dalla Legge Zan, che si tratta della stessa definizione usata da 16 capi di Stato europei, in occasione del giorno del 28 giugno, giornata internazionale del Gay Pride in un documento unitario a difesa dei diritti della persona LGBTI. A partire da Draghi.

Per rendersi conto dell’incoerenza si possono leggere le parole di Ivan Scalfarotto nella sua intervista del 26 giugno scorso a La Stampa:

Lei si sentirebbe garantito se al posto della definizione “identità di genere” si inserisse quella di sesso come chiedono alcuni?

«No perché il termine sesso non copre la transessualità: faremmo una legge che tutela le persone omosessuali ma non i transessuali, sarebbe quasi un invito alla discriminazione. E nella lettera dei 16 leader UE sul caso #Ungheria si leggono le parole “identità di genere” di uso comune nella letteratura scientifica».

Trova infondata la richiesta di chiarire che le scuole sono esonerate dall’aderire alla giornata del 17 maggio contro l’omofobia?

«La giornata è stata istituita nel 2004 e addirittura si è celebrata al Quirinale. È stata creata dall’Unione europea e ricorda l’eliminazione dell’omosessualità dalle malattie mentali. Nella legge di Zan si parla di aderire all’iniziativa nel rispetto dell’autonomia scolastica, quindi senza obblighi. E dato che il bullismo omofobico esiste nelle scuole, il fatto di veicolare un messaggio di rispetto e inclusione nei confronti di ragazzi gay non dovrebbe fare paura a nessuno. Se la scuola si mette accanto a loro fa il suo mestiere».

Ed è possibile limare i dubbi sulla libertà di espressione?

«Questa è l’obiezione più incomprensibile di tutte. Prima di tutto la libertà di opinione è protetta dall’articolo 21 della Costituzione. Poi, nel ddl Zan si chiarisce che sono perseguibili solo le espressioni idonee a provocare un concreto pericolo di atti discriminatori o violenti. Atti che non sono opinioni, ma reati, condotte che possono creare concretamente violenza. Dire invece che la famiglia naturale è quella tra uomo e donna, non comporta concretamente nessuna discriminazione o violenza».

Un ulteriore punto: dice Matteo Renzi che hanno proposto quelle modifiche perché non ci sarebbero i voti al Senato ma mente sapendo di mentire, visto che i voti che mancano sono proprio i suoi, della truppa di Italia Vile.

E ancora: ieri Renzi ha detto che loro voterebbero la legge “così com’è” ma allora sfugge il senso di presentare quegli emendamenti. Quindi che fa? Li ritira?

Insomma, non c’è una ragione con un senso che sia uno tra le giustificazioni di queste ore. Proprio come quei brutti trucchi dei maghi da compleanno.

Buon martedì.


Per approfondire, vedi
Left del 2-8 luglio 2021

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