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Il gioco sporco

Foto Claudio Furlan - LaPresse 06 Ottobre 2020 Cremona (Italia) News Assemblea Generale Associazione Industriali di Cremona presso CremonaFiere Nella foto: Carlo Bonomi Photo Claudio Furlan - LaPresse 06 October 2020 Cremona (Italy) Assemblea Generale Associazione Industriali di Cremona In the photo: Carlo Bonomi

Alvaro García Linera, ex vicepresidente della Bolivia di Morales, definisce la nostra epoca come quella del «tempo sospeso», in cui gli avvenimenti si succedono non come somma accumulativa che conduce verso qualche meta, bensì come eventi caotici, senza senso. Il futuro diviene del tutto aleatorio, dimensione temporale che suscita ansia e paura, non a caso cifre psichiche di quest’epoca pandemica.

In una fase di incertezza strategica che accomuna classi dominanti e classi subalterne, incapaci di intravedere un orizzonte che restituisca senso e permetta di immaginare ciò che attende le nostre società nel medio e lungo termine (si sono un po’ perse le tracce dello Zeitgeist), il primo luglio arriva in Italia un parziale ma significativo elemento di certezza: lo sblocco dei licenziamenti nell’industria e nelle grandi aziende (per servizi e piccole imprese è invece fissato al 31 ottobre). Peccato si tratti di una certezza che non lenisca in alcun modo ansia e preoccupazione e sia anzi destinata ad approfondire le difficoltà vissute da milioni di uomini e donne. Certo, le interlocuzioni febbrili degli ultimi giorni hanno prodotto alcune deroghe: per i settori più sofferenti, in primis tessile e calzaturiero, nonché per le realtà coinvolte dagli 85 tavoli di crisi aperti presso il ministero dello Sviluppo economico (Mise), oggi diretto dal leghista Giancarlo Giorgetti, la data dello sblocco si sposta in avanti.

Tira un sospiro di sollievo Luana, operaia della Whirlpool: «Abbiamo guadagnato ossigeno. Perché per noi ogni giorno è una boccata di ossigeno che ci permette di continuare a dare battaglia per la vita». Luana è parte dei 328 dipendenti del sito di Napoli che la multinazionale statunitense ha deciso di chiudere. Per lei, così come per i suoi colleghi, lo spostamento dei termini per le realtà in crisi significa poter continuare a lottare per mantenere la fabbrica aperta.

Per milioni di lavoratrici e lavoratori, però, dal primo luglio rischia di aprirsi un baratro. Quanti sono quelli che rischiano il licenziamento? Le stime variano, e anche di molto: si va dai 150mila (Ufficio parlamentare di bilancio) ai 577mila (Luigi Sbarra, segretario della Cisl che riporta fonti del governo e Bankitalia), fino ad arrivare addirittura a previsioni di 2 milioni di posti di lavoro (Pierpaolo Bombardieri, segretario Uil) che potrebbero saltare.

Una «bomba sociale» l’ha definita il…


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Lavoriamo qui, viviamo qui. Noi esistiamo

Sarà stata una mera coincidenza. Lunedì 28 giugno si è raggiunto finalmente un accordo sulla Politica agricola comune del futuro, fondata su due pilastri: la transizione verso un’agricoltura più verde e più rispettosa del clima da un lato e, dall’altro, più attenzione ai diritti sociali e al lavoro delle donne e degli uomini occupati nel settore. Un comparto, quello agricolo, sempre più permeato dalla presenza di migranti i quali, tuttavia, sono spesso vittime di abusi, a cominciare dallo sfruttamento e dal caporalato. Ma vittime anche di negligenze, di trascuratezze e di colpevole disinteresse persino da parte di quelle istituzioni che dovrebbero agevolarne l’integrazione sul territorio.

Lunedì 28 giugno, il piazzale del palazzo di governo di Reggio Calabria è stato l’arena di una protesta dei migranti della Piana di Gioia Tauro. Disperati, avviliti dalle logiche soverchianti, a cominciare dalle lungaggini di una burocrazia autoreferenziale che impiega tempi biblici per la disamina di istanze di permesso di soggiorno. Tanto per fare un esempio.
Nelle assemblee di ascolto permanente che svolge la Flai Cgil Gioia Tauro, con lo straordinario ausilio delle sentinelle sindacali Jacob Attah e Mohamed Doumbia, da tempo venivano rappresentati tanti disagi. A cominciare di lamentele di chi di ha presentato debitamente istanza di rinnovo del titolo di soggiorno, corredata da un contratto di lavoro. Chi ha fatto questo percorso poi si trova costretto ad aspettare uno, due, addirittura tre anni senza mai vederselo consegnare, in una totale assenza di spiegazioni sul perché si sia impantanata la pratica. Tanto sono figli del vento, utenti diversi con i quali ci si permette anche questo. Nel frattempo, giungono a termine i rapporti di lavoro. Si comprimono spazi di agibilità individuale. E si torna invisibili. Inesistenti.

Da qui nasce la consapevolezza dei lavoratori dell’importanza di far sentire la propria voce. Inizialmente si è optato per un semplice presidio dinanzi alla Prefettura. Per porre alcuni non rinviabili problemi, tra cui anche la campagna vaccinale che sembra non accorgersi dei migranti insediati negli accampamenti rurali informali e nei ghetti. A poche ore dalla manifestazione, i migranti della Piana hanno deciso di astenersi di lavoro: decidono di scioperare. A Reggio Calabria, avrebbero voluto andarci tutti, ma sanno e capiscono che solo una rappresentanza potrà recarsi nel capoluogo reggino. Da qui la scelta di…

*-*

L’autore: Giornalista e sindacalista, Jean-René Bilongo fa parte della Flai Cgil nazionale in qualità di responsabile del Dipartimento Politiche migratorie e coordinatore dell’Osservatorio Placido Rizzotto


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Italia Vile e il Ddl Zan

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 30-03-2021 Roma Politica Senato - Assegno unico e universale per i figli a carico Nella foto Matteo Renzi Photo Roberto Monaldo / LaPresse 30-03-2021 Rome (Italy) Senate - Single and universal allowance for children In the pic Matteo Renzi

Quel partito che è una distopia politica (Italia Viva ha percentuali che non corrispondono minimamente al suo peso parlamentare figlio di manovre di palazzo) capeggiato da Matteo Renzi ha deciso di affossare il Ddl Zan. L’ha deciso, come nella maggioranza delle sue scelte, in base a un ragionamento politicistico che ha poco a che vedere con i diritti ma che è perfettamente in linea con la missione della truppa renziana: scostarsi per esistere, incrinare per non scomparire. Sia chiaro, in politica vale tutto e per un partito in estinzione proclamarsi ago della bilancia è l’unico modo per pesare ma il paternalismo con cui questi mascherano la tattica parlamentare è offensivo e immorale.

Renzi (che in questi giorni ha nominato suo ariete il sempre fedele Faraone) sa benissimo che il Partito Democratico non si può permettere di modificare il Ddl Zan. È una sua legge con cui il segretario Letta ha intenzione di costruire la rinnovata identità del partito ed è una legge su cui ci hanno messo la faccia i suoi maggiori esponenti. Anzi, proprio perché Renzi questo lo sa benissimo viene facilissimo scoprire che ancora una volta è il Pd nel mirino dei renziani, sempre intenti a logorare di sponda perché consapevoli che il loro campo è solo uno scantinato. Renzi sa benissimo che un eventuale ritorno alla Camera delle legge sarebbe bloccato da altre priorità (c’è la legge di Bilancio, solo per citarne una) e sa benissimo che questa favola di “mettere la fiducia” è qualcosa che non ha nessun fondamento politico: perché mai Draghi dovrebbe porre la fiducia su una legge che non è assolutamente un manifesto del suo governo? Dai, non scherziamo, su.

Nonostante questi si impegnino tantissimo nella loro narrazione la politica segue logiche molto semplici e lineari: se chiedo a qualcuno qualcosa che so per certo non mi potrà concedere, lo faccio solo perché ho pronta la mia narrazione sul suo prossimo “no”. Ci sono richieste che servono per mediare e ci sono richieste che servono per interferire. Sarebbe poi curioso capire perché in pochi scrivano chiaramente che Italia Viva sta chiedendo di modificare parti della legge che proprio esponenti di Italia Viva hanno chiesto di inserire: basterebbe questo per svelare il trucco e per sottolineare il nonsenso dell’indecente spettacolino a cui stiamo assistendo.

In questo deludente balletto tutti fanno la loro parte: il centrosinistra fa il centrosinistra sostenendo la legge, la destra fa la destra boicottandola (nonostante in Forza Italia ci siano senatori che sono in dissonanza con il proprio partito) e Italia Viva ancora una volta fa l’Italia Viva abbracciando la destra per uccidere il centrosinistra. Questo è, senza troppi giri di parole.

Sullo sfondo ci sono le persone trans che confidavano nel diritto di esistere (e probabilmente non lo avranno nemmeno questa volta) e il dovere di non crescere bambini omofobi o transfobici. Sempre sullo sfondo, sempre periferia.

Rimane però anche un altro punto vero: le istanze del Ddl Zan non sono una nube che si potrebbe addensare all’orizzonte ma sono persone che già ci sono, che sono vitalissime e che non si potrà fingere di non vedere. Ma i miopi (o peggio ancora gli strumentalizzatori) ce li ricorderemo a lungo.

Buon lunedì.

 


Per approfondire, vedi
Left del 2-8 luglio 2021

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Chiesa e pedofilia, complicità di Stati

«Really?», «Tu es sérieux?», «Ma veramente?». Dapprima Sophia e Jean scoppiano a ridere pensando che li stia prendendo in giro, tanto è assurdo ciò che gli sto raccontando. Poi di fronte alla mia espressione di sconforto mi chiedono di saperne di più. E li “porto” alla fonte, cioè sul sito ufficiale del Vaticano per leggere insieme l’articolo 4 del Nuovo Concordato tra la Chiesa e lo Stato italiano. Perché questo articolo? Perché è quello in cui si prevede che gli ecclesiastici «non sono tenuti a dare ai magistrati o ad altra autorità civile informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero». E, poco più avanti, nel Protocollo addizionale, in relazione all’art. 4 il testo prosegue: «La Repubblica italiana assicura che l’autorità giudiziaria darà comunicazione all’autorità ecclesiastica competente per territorio dei procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici».

Sophia e Jean sono due studenti di una scuola di giornalismo di Parigi. E questa conversazione è avvenuta il 24 febbraio 2019 nella redazione di Left.

I due giovani colleghi erano stati inviati a Roma, come centinaia di altri giornalisti stranieri, per seguire un summit dal titolo “La protezione dei minori nella Chiesa” organizzato in Vaticano e voluto da papa Francesco con l’obiettivo di coinvolgere a livello mondiale tutti i capi delle conferenze episcopali e i responsabili degli ordini religiosi al fine di dare una concreta svolta alla lotta contro la diffusione della pedofilia all’interno della Chiesa. Una battaglia fino a quel momento senza dubbio persa.

Sophia e Jean avevano notato lo scarso risalto dato dalla stampa italiana all’argomento, limitandosi il più delle volte a riportare acriticamente le “solite” dichiarazioni di buone intenzioni del porporato di turno propalate dalla sala stampa vaticana. Veline, insomma, della teocrazia d’Oltretevere. Fu quindi facile per loro accorgersi che il nostro giornale invece era uscito con una storia di copertina di ben venti pagine. Il titolo era…


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Vaticano: una macchina da soldi, un sistema di potere

Oltre tre miliardi di euro annui di buoni motivi già sarebbero più che sufficienti, in una economia scricchiolante ben prima della pandemia e tendente a tagliare il welfare piuttosto che i privilegi ecclesiastici, per poter dire che sarebbe davvero ora di abolire il Concordato. Un miliardo dall’8permille, soprattutto grazie al meccanismo perverso delle quote inespresse, ancora di più per lo stipendio degli insegnanti di religione nella scuola pubblica, scelti dal vescovo ma pagati da tutti noi, ai quali vanno aggiunti esenzioni fiscali e doganali nonché l’obbligo a carico dello Stato di garantire la sicurezza tra le mura del Vaticano (altro che guardie svizzere).

Tutto per il Concordato. Quello che proprio in questi giorni è tornato alla ribalta perché invocato contro il Ddl Zan dal Vaticano come trattato internazionale, natura giuridica peraltro sostenuta dalla nostra stessa Consulta nell’atto di dichiarare impossibile la sua sottoposizione a referendum abrogativo ex art. 75 Cost. Quel figlio diretto dei fascisti patti Lateranensi del 1929, stipulati il giorno della supposta apparizione della madonna di Lourdes e nominati nella…

* Illustrazione di Chiara Melchionna


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L’equilibrismo dei sovranisti baciapile

From left, Forza Italia party's Antonio Tajani, Brothers of Italy Party's leader Giorgia Meloni and The League party leader Matteo Salvini take a selfie as they attend an anti-government protest in Rome, Tuesday, June 2, 2020 on the day marking the 74th anniversary of the Italian Republic. (AP Photo/Alessandra Tarantino)

Orlando Merenda viveva a Torino. Aveva 18 anni. Orlando era gay. Anche lui ha dovuto subire i bulli che l’hanno bersagliato per questo. Si tratta esattamente di quell’omofobia che in molti continuano a sminuire, quella che viene derubricata a “scherzo”, quella che ci dicono che “non è niente di male”, che in fondo “i bulli ci sono sempre stati e non è mai morto nessuno”.

Il fratello di Orlando in un’intervista a La Stampa racconta: «Era preoccupato e non mi ha fatto i nomi di chi gli faceva del male». Le vessazioni sono state raccontate anche dai suoi amici più stretti che raccontano come Orlando comunque abbia sempre mantenuto il riserbo, poco incline allo scontro e abbia deciso di non raccontare nulla ai suoi familiari. Orlando Merenda a 18 anni ha deciso di buttarsi sotto un treno. «Il tuo ultimo saluto è stato un caffè con un Kinder Bueno – scrive il fratello di Orlando su Facebook -. Nel pomeriggio abbiamo fatto la tragica scoperta. Sei andato via a soli 18 anni lasciando in noi un grande vuoto». Poiché l’odio non si arresta nemmeno con l’eliminazione dell’avversario, visto che ha bisogno di nutrirsi in continuazione, sui profili social di Orlando oltre ai messaggi di cordoglio sono arrivati insulti. Ancora. C’è perfino un “morte ai gay”.

Il suicidio di un ragazzo di 18 anni, in un Paese normale, dovrebbe essere inserito nel contesto di una violenza diffusa che deve per forza essere affrontata dalla politica. Il 22 giugno a Roma, in via Prenestina, una trans è stata trovata morta in un canale di scolo nei pressi di un distributore con una ferita alla testa. Il 27 giugno un uomo ha insultato una trans a Riccione con frasi sessiste e omofobe mentre passeggiava con altre tre persone. La trans, che nella foga di difendersi dagli insulti era finita a terra, è stata soccorsa nel Pronto Soccorso della città mentre l’aggressore ha addirittura tentato di fare irruzione nella caserma dei carabinieri, prima di essere arrestato. Nella settimana del Pride un dodicenne a Milano che stava andando a unirsi al corteo è stato preso di mira da alcuni ventenni che lo hanno sbeffeggiato e poi preso a schiaffi dietro alla testa. I medici del 118 che stavano presidiando l’area si sono accorti di quanto stava accadendo e sono intervenuti evitando che la situazione degenerasse. Fortunatamente il dodicenne non ha avuto bisogno di cure mediche in ospedale.

È andata peggio a due giovani fidanzati che intorno alle 21 di sabato stavano andando a cena, in centro a Milano. I ragazzi erano in bicicletta quando un uomo li…


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Li “salvano” così

L’altro ieri Seabird, l’aereo di Sea Watch, ha registrato le immagini di un cosiddetto salvataggio della cosiddetta Guardia costiera libica, quella che lautamente finanziamo, nei confronti di una barcone in acque internazionali di migranti che tentavano di sfuggire alla cattura.

Nel video si vede chiaramente che la motovedetta Ras Jadir, una di quelle donate dall’Italia, tenta di speronare almeno due volte l’imbarcazione dei migranti con azzardate manovre a pochi centimetri (chissà come si sgoleranno ora tutti gli urlatori contro Carola Rackete, per mesi massimi esperti di manovre in acqua nonostante fossero saliti un paio di volte su un pedalò) sparando diversi colpi a distanza e lanciando oggetti, tra cui bastoni, contro le persone a bordo (sono sempre i soliti disperati che provano a salvarsi).

Le 63 persone a bordo del barchino sono riuscite a salvarsi e ad arrivare a Lampedusa. L’inseguimento è durato circa 90 minuti e le acque in cui avviene quel pericoloso avvicinamento in acque maltesi, lì dove la nostra Guardia costiera italiana non si spinge per una comoda forma di rispetto mentre sono ben accetti i libici per fare il loro sporco lavoro. L’ennesima prova che i confini delle aree Saar tornano utili per giustificare i mancati salvataggi ma poi scompaiono quando si tratta di provare a catturare i migranti per riportarli nelle prigioni libiche.

I tracciati dell’aereo di Sea Watch elaborati dal giornalista Sergio Scandura, di Radio Radicale, mostrano chiaramente che i guardacoste libici si sono allontanati di almeno 110 miglia dal porto di Tripoli arrivando a 45 miglia da Lampedusa, spingendosi in una caccia al topo che ha tutte le forme dell’accanimento.

Questo è, per chi finge di non vedere, il concetto di “soccorso” della Libia, il “partner” così caro a Mario Draghi oltre ai soliti Salvini e Meloni. Accanirsi sui disperati è la loro vera missione ed è facile immaginare perché siano così scomodi i testimoni in mezzo al Mediterraneo: le loro politiche fanno schifo e vorrebbero rivendicare il diritto di fare schifo senza essere giudicate.

Chissà che ne pensano gli ammiragli della Marina italiana, quelli che ci hanno deliziato con i loro discorsi in cui rivendicano il professionale addestramento per i soccorsi ai loro colleghi libici. Chissà che ne pensa il governo che si sta preparando a rifinanziare questa combriccola di assassini legalizzati. Chissà cosa ne pensano quei partiti che sostengono un governo del tutto identico sulla questione agli stessi governi che contestava su questo punto.

Chissà che ne pensano gli strumentalizzatori che parlano sempre di “scafisti” criminali ma non scorgono i libici criminali. Chissà che ne pensano gli italiani dei loro soldi usati per finanziare un’attività illegale. Chissà quando troveremo il coraggio di dire basta.

Buon venerdì.

Benvenuti in Vaticalia

Mario Draghi, President of the European Central Bank (ECB), walks past Swiss guards as he arrives at the Vatican on May 6, 2016 for an audience with Pope Francis. Draghi is in Rome to take part in a ceremony for the awarding of Germany's famed Charlemagne Prize to Pope Francis, given to public figures in recognition of contribution to European unity. / AFP / TIZIANA FABI (Photo credit should read TIZIANA FABI/AFP via Getty Images)

Lo Stato Vaticano ha chiesto, attraverso una nota formale consegnata all’Ambasciatore, di modificare una legge in fase di approvazione da parte del Parlamento italiano. Questa è ormai storia nota ma generalmente queste richieste avvengono con contatti diretti e informali, senza trasparenza, con sistema lobbistico collaudato e il clero è sempre stato il gruppo di pressione più forte in assoluto. Ha da sempre scambiato il nostro Parlamento per una propaggine della sua monarchia e ha influenzato deputati, senatori e ministri senza clamore, senza troppi sforzi (v. F. Tulli su Left del 2 maggio 2021, ndr).

I politici a servizio del clero sono sempre stati la maggioranza, e il clero, in definitiva, non ha mai accettato che l’Italia fosse una Repubblica parlamentare autonoma. I Patti lateranensi, approvati nel 1929 dal dittatore Mussolini per avere una legittimazione etica al suo regime, sono sopravvissuti e sono stati inseriti nella nostra Costituzione, creando un vulnus alla nostra sovranità. Nel 1946 eravamo una monarchia parlamentare e la famiglia reale era quella dei Savoia. Con il passaggio dalla monarchia alla Repubblica, avendo mantenuto i Patti lateranensi all’interno della Costituzione, siamo diventati una finta Repubblica parlamentare perché, di fatto, siamo ancora una monarchia parlamentare e la famiglia reale non è più costituita dai Savoia, ma da circa 48mila ecclesiastici, tra presbiteri e diaconi, con a capo papa Francesco.

I Patti lateranensi, contenuti nell’articolo 7 della Costituzione, hanno funzionato come le briglie che se messe al collo di cavalli di razza presuppongono maestria nel destreggiarle e non è sempre facile, mentre se sono messe al collo degli asini richiedono semplicemente un po’ di bastoni e un po’ di carote. Il clero in questi anni ha interferito con la vita civile di tutti, condizionandola e limitandola, nella negazione di ogni diritto riconducibile all’autodeterminazione, e ha trovato mandrie di asini che per mezza carota hanno vissuto la subordinazione come opportunità.

La redazione della nota di contestazione del disegno di legge Zan ha dato l’impressione, a molti, di…

  • L’autrice: L’avvocato Carla Corsetti è segretario nazionale di Democrazia atea


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Diritti sociali e civili, le due gambe della sinistra

«Ma la sinistra da che parte sta, da quella dei diritti civili o da quella dei diritti dei lavoratori? La sinistra si è dimenticata dei diritti sociali?». Mi è stato chiesto come se i diritti fossero una coperta corta da tirare da una parte o dall’altra.

Quello che è facilmente documentabile sulle pagine di Left è che per noi la questione del lavoro è stata ed è un tema cardine, prioritario. Da anni denunciamo la precarizzazione del lavoro, favorita da provvedimenti come il renziano Jobs act che ha di fatto cancellato l’articolo 18. Da anni denunciamo i motivi per cui si continua a morire sul lavoro.

Una inaccettabile strage che non si è fermata neanche durante questi lunghi 16 mesi di pandemia. Tutt’altro visto che i morti nei primi tre mesi del 2021 sono aumentati dell’11% rispetto al medesimo periodo dell’anno precedente. Oltre alla mancanza di sicurezza sul lavoro ora a incombere è anche lo spettro della disoccupazione.

Al milione di posti già andati perduti si stanno per aggiungere le conseguenze nefande dello sblocco dei licenziamenti, per quanto selettivo.

Ma non meno importanti per noi di Left sono le questioni che riguardano i diritti civili e la battaglia per la laicità. Contro l’offensiva vaticana ai diritti delle donne abbiamo scritto fiumi di inchiostro. Sistematicamente abbiamo denunciato gli attacchi alla 194 che, complici i medici obiettori di coscienza, sono stati sferrati da Oltretevere. Puntualmente abbiamo stigmatizzato gli interventi a gamba tesa dello Stato vaticano per imporre alla Stato italiano leggi antiscientifiche e liberticide come quella sulla fecondazione assistita.

Quel che è accaduto per il ddl Zan con la Nota verbale della Segreteria di Stato consegnata all’ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede il 17 giugno era già accaduto, per altre vie, ai tempi del referendum sulla legge 40/2004, quando il cardinal Ruini, rilanciato da una schiera di politici italiani genuflessi, invitò a non andare a votare per far sì che non fosse raggiunto il quorum. E potremmo fare molti altri esempi di intromissione che riguardano l’autodeterminazione, le scelte di vita, la sfera affettiva privata, il fine vita, la tutela dei minori (che la Chiesa ancora nega considerando la pedofilia un delitto contro la morale e non un reato contro la persona), l’istruzione e la ricerca (ricordate la crociata contro la ricerca sulle staminali embrionali?).

I cosiddetti diritti civili sarebbero dunque meno importanti di quelli sociali? Che senso ha riproporre questa contrapposizione? Davvero esiste una sinistra “da Ztl” che si occupa solo di diritti civili e una sinistra che pensa solo ai bisogni materiali e non alle esigenze di relazione e di realizzazione di sé delle persone? Noi pensiamo che la lotta per la piena affermazione di diritti civili e sociali universali sia la colonna vertebrale di una sinistra radicale, progressista, laica e moderna. Le due piazze della settimana scorsa, quella arcobaleno per il ddl Zan e quella sindacale ne sono state una rappresentazione plastica e viva.

Su queste due gambe la sinistra può e deve ripartire. Lo argomentiamo su questo numero rilanciando la battaglia per l’abolizione del Concordato, figlio dei fascisti Patti lateranensi del 1929, come ci ricorda la Uaar. Ma anche mettendo in luce quanto sia grave il vulnus democratico dell’ingerenza vaticana nelle faccende dello Stato italiano con l’avvocato Carla Corsetti di Democrazia atea. E soprattutto tornando a denunciare le responsabilità della Chiesa nella copertura di preti pedofili (nonostante gli slogan l’era Bergoglio non ha segnato alcun cambio di passo, come ricostruisce Federico Tulli, autore di libri inchiesta come Chiesa e pedofilia e Giustizia divina).

In Europa solo l’Ungheria e la Polonia fanno leggi omofobe e misogine intrise di dottrina e plaudite da Meloni e Salvini. All’opposto dei nostrani sodali di Orban e Kaczyński noi ci battiamo perché l’Italia si liberi pienamente dal giogo dell’oscurantismo religioso. Come abbiamo visto anche nelle manifestazioni pro ddl Zan la società italiana è molto più avanti della sua classe politica e di governo.

I rapporti sulla secolarizzazione stilati dalla Cgil Nuovi diritti con Critica liberale, da molti anni, ci parlano di una società italiana sempre più laica e consapevole, in linea con quel che accade nella maggior parte dell’Europa: la settimana scorsa il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione a sostegno dei diritti delle donne e delle loro libere scelte riproduttive o meno. Ma se questa dei diritti civili è una delle due gambe su cui si regge questo numero di Left l’altra, altrettanto salda, è quella dei diritti sociali indagando gli scenari che si aprono dopo lo sblocco dei licenziamenti, mentre viene annunciato un rimbalzo dell’economia che ancora non si è concretizzato, quando non è ancora stata varata una organica riforma degli ammortizzatori sociali in senso universalistico.

L’inchiesta di Giuliano Granato offre un quadro approfondito, a cui si aggiunge il racconto del sindacalista della Flai Cgil Jean-René Bilongo, portavoce della lotta degli “invisibili”, dei lavoratori migranti, sfruttati, sottoposti alle vessazioni del caporalato, che hanno scioperato e manifestato in Calabria, chiedendo di non sia lasciato indietro nessuno anche nella vaccinazione.


L’editoriale è tratto da Left del 2-8 luglio 2021

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Omar Venturelli, giustizia per l’insegnante desaparecido

A Temuco è appena iniziato l’inverno quando le autorità locali ricevono improvvisamente, dal caldo afoso del giugno di Roma, un mandato di cattura internazionale che può contribuire a chiudere il cerchio, almeno a livello giudiziario, di una tragica vicenda durata quasi 50 anni. Siamo in Cile nella regione di Araucanía, a circa 700 km a sud di Santiago, nel cuore delle terre che un tempo lontano erano dei Mapuche. Ed è qui che all’inizio degli anni Settanta viveva con sua moglie Fresia Cea e la figlia Maria Paz, Omar Venturelli Lionelli, nato in Cile da una famiglia originaria di Pavullo (Modena). Il mandato di cattura spiccato dalla procura generale di Roma riguarda due dei suoi sequestratori, torturatori e assassini, i militari Orlando Moreno Vasquez e Manuel Vasquez Chahuan, rispettivamente sergente e ufficiale dell’esercito in forza a Temuco nel cui carcere pubblico Venturelli fu visto per l’ultima volta in vita all’inizio dell’ottobre del 1973. Era stato arrestato con un escamotage poco meno di un mese prima, nei giorni successivi al golpe di Pinochet che l’11 settembre aveva drammaticamente messo la parola fine alla democrazia guidata da Salvador Allende e insediato il regime di terrore che avrebbe resistito fino al marzo del 1990.

Imputati in concorso con altri militari per i delitti di omicidio pluriaggravato e di sequestro di persona, nel processo “Condor” che si è celebrato a Roma, Moreno Vasquez e Vasquez Chahuan sono stati condannati all’ergastolo dalla corte di Assise d’appello nel 2019 e nei giorni scorsi la sentenza è divenuta definitiva avendo gli imputati rinunciato al ricorso in Cassazione. Di qui il mandato di arresto internazionale che dovrebbe essere eseguito dalle forze dell’ordine cilene in collaborazione con l’Interpol. Il condizionale è d’obbligo in casi come questi ma cerchiamo di capire meglio con Giancarlo Maniga, avvocato di parte civile della figlia di Venturelli, Maria Paz, che da anni vive in Italia. «Intanto va detto che non è una novità l’atto procedurale in sé – osserva Maniga. Già una decina di anni fa dopo le sentenze del processo “Esma” erano stati emessi da Roma mandati di cattura internazionali nei confronti di militari argentini responsabili di crimini contro cittadini italiani desaparecidos durante la dittatura civico-militare degli anni Settanta. La novità è che questa volta, contro dei militari cileni, ci sono le condizioni che l’operazione vada a buon fine e stiamo lavorando affinché si concretizzino l’arresto e l’estradizione in Italia di Moreno Vasquez e Vasquez Chahuan per scontare la pena all’ergastolo».
Ma quale è stata la “colpa” di Omar Venturelli? Dirigente del Movimiento de izquierda revolucionaria, il nostro connazionale aveva guidato i contadini mapuche nell’occupazione delle terre regalate dallo Stato ai coloni europei. All’epoca era un sacerdote e a causa del suo attivismo nel 1968 fu sospeso a divinis dal vescovo Bernardino Piñera (zio dell’attuale presidente cileno). Divenuto professore di sociologia all’Università di Temuco, si sposò con Fresia Cea Villalobos (anche lei insegnante) e insieme proseguirono la lotta per i diritti dei Mapuche. Nel 1971 è nata Maria Paz, che oggi vive a Bologna e fa parte dell’associazione 24 Marzo grazie alla quale si è potuto celebrare il processo “Condor”. «Come molti professori della sua facoltà – racconta Maria Paz – mio padre era considerato individuo pericoloso per la sicurezza dello Stato». Nonostante ne fosse consapevole e ricevesse continue minacce, il 16 settembre 1973 (5 giorni dopo il golpe) si presentò spontaneamente ai militari della caserma Tucapel. Fu suo padre, Roberto, a convincerlo. «Mio nonno – racconta Maria Paz – ne aveva parlato… [prosegue su Left in edicola dal 2 luglio 2021]

*

All’interno dell’inchiesta la storia di Juan Montiglio, l’italiano che guidava la scorta di Allende

C’è un terzo nome sul mandato di cattura internazionale contro Orlando Moreno Vasquez e Manuel Vasquez Chahuan. Si tratta di Rafael Ahumada Valderrama. Il militare cileno, ai tempi tenente del reggimento Tacna, è stato condannato in via definitiva per sequestro ed omicidio di un giovane di origini piemontesi, Juan José Montiglio Murúa, studente di biologia e capo del Gap (Gruppo di amici del presidente) di Salvador Allende, la scorta più fidata del presidente composta da giovani socialisti. Secondo alcuni sopravvissuti alle fasi immediatamente successive all’attacco al palazzo presidenziale della Moneda, Montiglio è stato catturato l’11 settembre 1973 e fucilato due giorni dopo a…


L’inchiesta di Federico Tulli prosegue su Left del 2-8 luglio 2021

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