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Così rubavano i bambini, così la Chiesa argentina si girava dall’altra parte

Il 22 agosto 2014 le Abuelas di Plaza de Mayo annunciarono il ritrovamento della nipote di Alicia Zubasnabar de la Cuadra, la prima presidente dell’associazione, morta nel giugno del 2008 senza poter abbracciare la ragazza. È la centoquindicesima nipote ritrovata. Si chiama Ana Libertad ed è una cittadina dei Paesi Bassi, avendo sposato un uomo olandese, ma la sua storia è legata a doppio filo con l’Italia. Gran parte della sua famiglia di origine vive a Milano dopo un esilio forzato dall’Argentina nel 1977, l’anno della sua nascita.

Dalla sua vicenda, che chiama in causa anche l’attuale pontefice, Jorge Mario Bergoglio, all’epoca capo dei gesuiti argentini, prende le mosse il libro “Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos” di Federico Tulli (L’Asino d’oro ed.).

Ecco un brano del primo capitolo che pubblichiamo in occasione del 45esimo anniversario del golpe civico-militare argentino (24 marzo 1976-2021)

In cerca di Ana Libertad

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Verso le ore 21 del 23 febbraio 1977, undici mesi dopo quel 24 marzo in cui una giunta militare aveva preso il potere in Argentina, scatenando quella ‘guerra sporca’ che fece conoscere al mondo il fenomeno dei desaparecidos, un commando di uomini armati e in divisa attaccò improvvisamente con gas e lacrimogeni uno studio dentistico a La Plata, una tranquilla cittadina a circa 60 chilometri da Buenos Aires, al cui interno si stava svolgendo una riunione tra attivisti del Partito comunista marxista leninista (Pcml). L’azione militare durò pochi minuti; secondo la testimonianza di alcuni vicini si concluse con la cattura di sei persone costrette a uscire dall’appartamento per via dell’aria irrespirabile. Héctor Carlos Baratti, Elena de la Cuadra, Eduardo Roberto Bonín, Pedro Campano, Norma Estela Campano de Serra e Humberto Luis Fraccarolli Molina vennero caricati a forza su delle camionette, incappucciati e portati via velocemente verso il V Commissariato cittadino.

In un giorno imprecisato di luglio dello stesso anno, Alicia (Licha) Zubasnabar de la Cuadra trovò un biglietto sotto la porta dell’appartamento in cui viveva a La Plata: «16/6 la signora ha avuto una bambina, non si sa dove sia la bambina, i genitori stanno bene, de la Cuadra» scriveva un anonimo confermando così ad Alicia e al marito Roberto che la loro figlia Elena, rapita al quinto mese di gravidanza e di cui non avevano più avuto notizie, aveva partorito. La famiglia di Roberto e Alicia de la Cuadra era stata già duramente colpita dalla repressione. Il 2 settembre 1976, Roberto José, fratello di Elena e anch’egli membro del Pcml, era stato rapito in casa dei genitori. Sempre nel 1977 era stata la volta del marito di Estelita, sorella di Elena e Roberto José, Gustavo Fraire, e del cognato, Juan Raúl Bourg, e della moglie, Alicia Rodríguez Saenz. L’arresto di Gustavo costrinse Estelita a un esilio rocambolesco verso l’Italia dove viveva un altro fratello, Luis Eduardo: passò attraverso il Brasile dove entrò con suo padre, fingendo di essere una coppia di turisti. Poco dopo dovettero fuggire dall’Argentina anche l’altra sorella Soledad e il marito Carlos Horacio Bourg, fratello di Juan Raúl.

Due giorni dopo il rapimento di Elena i suoi genitori cominciarono a cercarla e presentarono immediatamente una richiesta di habeas corpus all’autorità giudiziaria senza alcun esito. Non ebbero fortuna nemmeno su intercessione della Chiesa cattolica locale. Il loro colloquio con il vicario militare Emilio Teodoro Grasselli, che gli confermò l’arresto di Elena, fu descritto nel 2011 da Estelita de la Cuadra nel corso del processo contro il Piano sistematico di appropriazione dei bambini, leggendo alcuni appunti presi dal fratello Roberto durante l’incontro. Grasselli «dice che Elenita sta bene e che si trova vicino La Plata», lesse la sorella Estelita davanti ai giudici. «Dopo di che il vicario militare consigliò di interrompere le ricerche e di tornare alcuni giorni dopo. Forse avrebbe potuto aiutarli ad avere ulteriori notizie».

Ma quello di Grasselli era solo un modo per liberarsi in fretta di due persone disperate. Figura ambigua, il prelato per anni era stato fedele segretario di quel cardinale Antonio Caggiano che nel 1961 aveva firmato la prefazione di un libro di Jean Ousset, leader del gruppo della Cité catholique e teorizzatore della violenza cristiana contro i pericoli del marxismo leninismo.

Secondo molte testimonianze, compresa quella di Estelita de la Cuadra, monsignor Grasselli aveva creato un ufficio nella cappella Stella Maris a Buenos Aires in cui riceveva i familiari dei desaparecidos. Accanto ai nomi dei morti aveva segnato delle croci, e molto probabilmente Elena era ancora viva quando il vicario parlò con Roberto e Alicia; ma da lui non seppero più nulla. Grasselli si adoperò anche per far fuggire all’estero molti ricercati e loro parenti; ma il fatto che procurasse dei biglietti aerei intestati al conto corrente della marina militare, unito alle informazioni sulla sorte dei desaparecidos, faceva pensare a un suo stretto legame con i loro assassini e torturatori. Un doppio registro molto diffuso tra le autorità ecclesiastiche argentine. E non era un caso che la Stella Maris fosse attigua al quartier generale della marina; proprio dove peraltro si trovava l’ufficio dell’ammiraglio Emilio Massera, uno dei capi della giunta. «Monsignor Grasselli», chiosa Estelita, «era uno che si divertiva a dare false piste ai familiari, pronunciando frasi del tipo: ‘Signora, corra a casa ché suo figlio è là che l’aspetta’. Cosa che poi non era vera».

Il 28 ottobre 1977, mentre Alicia Zubasnabar de la Cuadra sfilava con le prime madri di desaparecidos in Plaza de Mayo a Buenos Aires davanti alla Casa Rosada, sede del palazzo presidenziale, suo marito fu ricevuto da padre Jorge Mario Bergoglio, all’epoca provinciale dei gesuiti argentini. Poco tempo prima avevano ricevuto da Luis Velasco, un sopravvissuto del V Commissariato di La Plata (fratello del ct della nazionale italiana di pallavolo pluricampione del mondo, Julio Velasco), la conferma che il 16 giugno Elena aveva partorito una bimba: Ana Libertad.

«Ana era il nome che avevano scelto Elena ed Héctor in ricordo di Ana Villareal de Santucho, una militante fucilata durante il massacro di Trelew nel 1972» mi racconta Hilario Bourg, figlio di Soledad de la Cuadra e Carlos Horacio Bourg, il fratello di Juan Raúl, «poi durante la prigionia decisero per Ana Libertad. Il futuro papa» prosegue il cugino di Ana che quando arrivò a Milano con i genitori nel 1977 aveva 3 anni «ascoltò la storia che Roberto gli voleva raccontare, sollecitato dal superiore generale della Compagnia di Gesù, padre Pedro Arrupe. In poche righe Bergoglio liquidò la questione affidandola al vescovo ausiliario di La Plata, Mario Picchi». «L’ho incontrato su speciale richiesta di padre Arrupe», scrisse il gesuita a Picchi. «Le spiegherà di che cosa si tratta e gradirei che facesse tutto quanto le è possibile», concluse. Per monsignor Picchi fu alquanto semplice avere notizie che in quel momento migliaia di genitori disperati cercavano senza fortuna.

L’informazione decisiva gli arrivò dal colonnello Reynaldo Tabernero, vice del capo della polizia di Buenos Aires, Ramón Camps. Tabernero, morto prima di arrivare a processo, confermò a Picchi la nascita della bambina e che Ana Libertad era stata data a una coppia che non poteva avere figli. Riguardo a Roberto José, Elena ed Héctor si limitò a dire laconicamente che «non sarebbero tornati indietro».

Roberto José de la Cuadra era nato l’8 giugno 1952. Quarto di cinque fratelli, aveva studiato alla Albert Thomas Industrial School e poi lavorato con il padre in una piccola impresa. Qui fu segnalato per aver protestato contro l’aumento dell’orario di lavoro e per le cattive condizioni lavorative. Tanto bastò per essere sequestrato: scomparve il 2 settembre 1976, a 24 anni, e non è mai più stato ritrovato. Sua sorella Elena aveva 20 anni e faceva l’assistente sociale. Il suo compagno, Héctor Carlos Baratti, era un operaio tessile di 25 anni alla Ducilo de Berazategui, una delle più antiche fabbriche del paese. Di Elena non si è mai saputo più nulla: è una delle circa 30.000 persone attualmente scomparse vittime della repressione in Argentina.

Nel dicembre del 2009, il Centro di antropologia forense argentina ha identificato il corpo di Héctor: giaceva sepolto come N.N. in una fossa comune del cimitero Lavalle a La Plata scoperta oltre dieci anni prima. Secondo i medici legali il padre di Ana Libertad era stato gettato in mare da un volo della morte; la data dell’omicidio è ignota. L’ultima sua notizia in vita è stata fornita nel 1979 da Cecilia Vázquez de Lutzky; la donna, rapita il 19 luglio 1978 e tornata in libertà il 17 maggio 1979, in una dichiarazione ad Amnesty International affermò di aver condiviso la prigionia con Baratti nell’ottobre del 1978 all’VIII Comando di polizia provinciale a La Plata. Successivamente questa testimonianza è stata confermata da un altro ex desaparecido, Juan Frega, durante il primo storico ‘processo alle giunte militari’ del 1985.

Quanto a Bergoglio, una volta incaricato il vescovo ausiliario si disinteressò per sempre della sorte dei tre desaparecidos: madre, padre e figlia. È lui stesso ad ammetterlo sotto giuramento nel 2011, quando testimoniò a Buenos Aires al processo sul Piano sistematico di appropriazione dei bambini. È di nuovo Estelita de la Cuadra a raccontare: «Gli avvocati delle Nonne di Plaza de Mayo e il procuratore federale Martin Niklison ne fecero richiesta e il giudice María del Carmen Roqueta, presidente del tribunale, dovette trasmettere una richiesta scritta, privilegio di dignitari ecclesiastici, che il cardinale Bergoglio decise di accogliere». Costui giurò di dire la verità «su Dio e il Santo Vangelo» e ricordò che padre Arrupe gli raccomandava di ascoltare quelli che chiedevano aiuto «nella ricerca dei loro cari». Ma la sua memoria a un certo punto si inceppò: «Non ricordo i dettagli del colloquio» con de la Cuadra; «non ricordo che mi abbia detto che sua figlia era incinta»; «non ricordo di aver avuto conoscenza di incontri che lo stesso avrebbe avuto con monsignor Picchi» affermò sotto giuramento.

Dopo di che Bergoglio disse di non aver segnalato la denuncia ad alcuna autorità e ammise di non aver fatto nulla per aiutare la famiglia de la Cuadra. Infine, come aveva già fatto l’8 novembre 2010 nella deposizione giurata durante il maxi processo Esma (tortura, sequestro e omicidio di migliaia di persone alla Escuela superior de mecánica de la armada), ribadì di aver saputo dell’esistenza delle Nonne – e di conseguenza della loro attività di ricerca dei nipoti rubati – solo durante il processo alle giunte del 1985, non dimenticando di lodarle: «Hanno fatto e continuano a fare un lavoro immane».

Secondo Estelita, Bergoglio ha mentito: «La questione della gravidanza di Elena era nota sia a lui che a padre Arrupe. Lo stesso mese di giugno in cui nacque Ana, mia sorella Soledad andò in esilio con il marito in Italia. Qui viveva già un altro di noi cinque fratelli, Luis Eduardo. Papà le disse di provare a contattare don Pedro Arrupe che era la più alta autorità dei gesuiti di tutto il mondo. Arrupe aveva con i de la Cuadra un rapporto di lunga data. I miei fratelli chiesero immediatamente un colloquio e dopo un paio di giorni partirono per Roma. Il potente gesuita viene così a sapere del rapimento di Roberto e di Elena e che lei era incinta. Quindi accetta di parlare con il capo dei gesuiti in Argentina, che altri non era che Jorge Mario Bergoglio, per informarlo della situazione e tentare di aiutarli. Arriviamo così all’ottobre del 1977, quando mio padre viene finalmente ricevuto da Bergoglio a San Miguel, dove si trova il quartier generale dei gesuiti. Al termine dell’incontro Bergoglio dette a mio padre la lettera per monsignor Mario Picchi, il quale tra l’altro era il vice di monsignor Plaza, il confessore di Ramón Camps, capo della repressione a La Plata. Con la lettera del gesuita in mano, papà incontrò Picchi il quale disse: ‘Va bene, vedrò Tabernero’».

Due mesi dopo un agente dell’intelligence, Enrique Rospide, confermò a Picchi quanto già detto da Tabernero: dopo aver ribadito che la nipote dei de la Cuadra era stata data a una «buona famiglia», gli disse che dovevano smettere di cercare i familiari scomparsi. La versione di Estelita trova riscontro in numerose interviste rilasciate negli anni da María Isabel Chorobik de Mariani detta Chicha, una delle fondatrici – il 21 novembre 1977 – delle Nonne di Plaza de Mayo insieme a Licha de la Cuadra e altre dieci madri di desaparecidos. Chicha Mariani ha spesso ricordato che i de la Cuadra si rivolsero ai gesuiti di La Plata perché nel passato la famiglia aveva fatto all’ordine importanti donazioni. Peraltro, lo stesso giorno in cui Roberto portò la lettera di Bergoglio a Picchi, Chicha si trovava nella sede dell’episcopato per un appuntamento con lo stesso monsignore.

Era lì per chiedere notizie di Clara Anahí, la sua nipote rapita a tre mesi di vita il 24 novembre 1976. Ecco come andò: quel giorno una imponente operazione militare con carri armati, lanciagranate ed elicotteri distrusse una piccola stamperia clandestina a La Plata in cui la guerriglia peronista pubblicava il ciclostile “Evita Montonera”.

Durante l’assalto morirono tutti e cinque gli occupanti. Tra questi c’era Diana Teruggi, nata a La Plata il 3 dicembre 1950, nuora di Chicha e figlia di Mario Teruggi, di origine piemontese, e di Kewpie Dawson, cittadina Usa. Alcuni testimoni li informarono che un uomo in uniforme prese con sé Clara Anahí, uscita non si sa come illesa dall’attacco, e da quel momento di lei non si è saputo più nulla. Alcuni mesi dopo fu ucciso anche il compagno di Diana, Daniel Mariani, figlio di Chicha. Oggi lei ha 93 anni e continua a cercare la nipote: «Non ho il diritto di morire finché non l’ho ritrovata ». Nel 1989 si è separata dalle Nonne e ha creato una Fondazione la cui attività e il cui gigantesco archivio sono stati determinanti nella ricerca di tanti altri bambini rubati e nei processi contro i loro rapitori. Di quel giorno all’episcopato ricorda: «Roberto de la Cuadra mi parlò pieno di speranza della lettera che portava con sé e della ricerca della piccola nipote».

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L’immagine dell’articolo è tratta dalla mostra Ausencias di Gustavo Germano – Qui altre immagini: link alla mostra 

Il 24 marzo 2021 alle ore 12 Ausencias sarà inaugurata in diretta Youtube Italia/Argentina Un evento organizzato dall’ambasciata della Repubblica Argentina in collaborazione con l’associazione 24Marzo onlus e Chiesa valdese

Essere Marcucci

Foto Riccardo Antimiani/POOL Ansa/LaPresse 05-02-2021 Roma Politica Camera dei Deputati - Consultazioni del presidente del Consiglio incaricato Mario Draghi Nella foto: Andrea MarcucciPhoto Riccardo Antimiani/POOL Ansa/LaPresse 05-02-2021 Rome (Italy) The delegation of Democratic Party composed by (L-R) Graziano Delrio, secretary Nicola Zingaretti, Andrea Marcucci and Andrea Orlando during a press conference at the Chamber of Deputies after meeting with designated-prime minister Mario Draghi, for the formation of a new government after the resignation of Prime Minister Giuseppe Conte In the pic: Andrea Marcucci

Se qualcuno vuole toccare con mano cosa sia stato per Zingaretti guidare il Partito democratico può comodamente assistere alla sceneggiata che si consuma in queste ore con il capogruppo al Senato Andrea Marcucci.

Un attimo, faccio un passo indietro: ci si dimentica spesso quando ci si ritrova a discutere del Pd che i parlamentari che siedono in Parlamento sono figli delle liste approntate da Matteo Renzi, uno che in termini di premiazione della fedeltà come immancabile qualità politica dei suoi è praticamente insuperabile. Quando si parla di Pd, di come il Pd è cambiato in questi ultimi anni, non si può non tenere conto che la squadra parlamentare è sempre quella, figlia di quell’esperienza, figlia di quel momento.

Andrea Marcucci è stato un renzianissimo: a 27 anni era già deputato nel Partito liberale italiano (non propriamente un erede di Berlinguer, diciamo), ha amato il Pd di Renzi che guardava a destra (ma va?), odia da sempre il M5s (basta andare indietro nelle sue dichiarazioni per accorgersene) e quando Renzi decise di andarsene per fondare Italia viva pianse. Però rimase nel Pd. Ieri Fiano durante l’assemblea dei senatori Pd ha sottolineato che nel Pd “non ci sono ex renziani”. Apprezziamo lo sforzo, ce lo auguriamo tutti ma che qualcuno abbia indossato le vesti del “sabotatore interno” è una sensazione che è emersa più di una volta.

Marcucci comunque diventa capogruppo al Senato e quando il nuovo segretario Letta chiede che siano due donne a guidare le compagini parlamentari, mentre Delrio alla Camera accetta di fare un passo indietro l’inossidabile Marcucci si aggrappa alla poltrona. Irresistibili le sue giustificazioni delle ultime ore: «Decidiamo insieme ma no a imposizioni», dice, come se la decisione di Letta non sia figlia di un organo dirigente e puntando un po’ a fare la vittima, poi aggiunge «crediamo che la questione dell’alternanza di genere sia fondamentale per il nostro partito – si legge nella lettera di Marcucci a Letta – Crediamo anche che oltre gli atti simbolici, che pur a volte sono necessari, serva allargare il campo alle prossime elezioni amministrative, si vota in 8 importanti città, ai tanti luoghi dove un Pd declinato troppo al maschile, esercita funzioni di governo, e non ultimo nella cariche apicali del partito, dove per troppi anni le donne non sono state protagoniste», proponendo in sostanza di trovare donne per sostituire altri uomini ma non lui e infine ha rivendicato “l’autonomia dei gruppi parlamentari”, sempre per quella vecchia storia di riuscire a mostrare sempre e ovunque disunità nel partito. Ora, com’è nelle sue corde, Marcucci ha convocato l’assemblea dei senatori per giovedì. Insomma, non ce la fa, è la sua natura.

Buon giovedì.

E domani, chi li difenderà?

Ieri tutti i quotidiani (e anche oggi sulle edizioni cartacee) si sono improvvisamente svegliati sulle condizioni di lavoro dei dipendenti di Amazon. Sdegno e sconcerto sparso a fiumi come se la politica e il giornalismo avessero bisogno di uno sciopero per rendersi conto delle condizioni in cui si ritrovano moltissimi lavoratori (mica solo di Amazon, eh) e una diffusa “first reaction shock” per abusi che si sapevano da anni. C’è una buona notizia, comunque: scioperare serve ancora, anche alla faccia di chi in questi anni ha voluto svilire lo sciopero come bighellonaggine senza senso. Lo sciopero di ieri dei dipendenti di Amazon in Italia (con un’adesione altissima, circa il suo 75%, tenendo conto dei metodi feroci che l’azienda mette in campo contro qualsiasi suo dipendente che si permetta di alzare una qualsiasi osservazione) è stato uno sciopero nobile perché ha visto l’Italia in prima fila nel mondo: «Vogliamo augurare a tutti voi, fratelli e sorelle italiani, buona fortuna per il vostro sciopero nazionale. Questa è una lotta globale, una lotta di giustizia e siamo dalla vostra parte. Vogliamo ringraziarvi, esprimere la nostra solidarietà e condividere il nostro sostegno», è il messaggio arrivato ieri dal costituendo sindacato dei lavoratori Amazon in Alabama.

Ieri ci si è accorti che esistono aziende che impongono ritmi di lavoro insostenibili, calcolando tempi di spostamento che immaginano strade deserte e incessanti giornate di sole. «Basta essere schiavi dell’algoritmo», dice qualche politico giustamente sdegnato. Qualcuno li informi però che dietro la progettazione degli algoritmi ci sono gli uomini e tanto che ci siamo qualcuno dica ai media e alla politica (che improvvisamente si ridestano attenti sul tema) che ci sono aziende che non hanno algoritmi eppure imprimono ritmi massacranti ai propri lavoratori allo stesso modo, con una ferocia forse meno matematica ma con lo stesso risultato di perdita della dignità.

Lo stesso discorso vale per gli stipendi da fame (giustamente ieri i lavoratori Amazon facevano notare che nonostante facciano le notti non arrivino a prendere 1.300 euro) e allo stesso modo il problema dei contratti che durano solo qualche mese sono un problema diffuso anche fuori dai magazzini di Amazon. Insomma: se ieri in molti finalmente hanno riconosciuto che quelle condizioni non siano sostenibili allora adesso si potrebbe fare il passo successivo e ascoltare i troppi lavoratori che sono nelle stesse condizioni anche senza essere stipendiati da una multinazionale. Ieri, incredibile, per un giorno è diventato finalmente un tema di discussione l’indegna condizione di alcuni lavoratori in Italia. Se ne sono accorti perfino quelli che ci spiegavano come fosse bello consegnare cibo in bicicletta, inventandosi un genere letterario.

Poi ci sarebbe un’altra domanda: questi che esistono solo se scioperano, negli altri giorni, tutti i giorni, chi li difende?

Buon martedì.

Se il Colosseo finisce nell’arena

Roman Colosseum, Rome, Italy

l dibattito sulla costruzione dell’intero piano dell’arena nel Colosseo è iniziato oltre un secolo fa, rianimandosi periodicamente. La prima proposta risale al 1895: promotore presso il competente ministero fu l’Ufficio regionale per la conservazione dei monumenti di Roma, nella persona dell’ingegnere Domenico Marchetti che suggerì al ministro di completare gli sterri dei sotterranei per rendere di nuovo praticabile e libera la circolazione sul piano dell’arena. Il secondo proponente fu, intercessore il ministro dell’Educazione nazionale, il governatore F. Boncompagni Ludovisi. Al soprintendente ai monumenti di Roma, Terenzio, fu chiesto di procedere allo scavo integrale dei sotterranei e allo studio di una eventuale copertura ai «diversi fini della protezione dei resti sottostanti, della restituzione dell’aspetto del monumento, della creazione di un vasto piano utile per i convegni… che l’apertura della via dell’Impero rende ogni giorno più facili e frequenti».

All’ipotesi del governatore di utilizzare il piano dell’arena per i convegni di cui sopra fece seguito la proposta di Terenzio, vòlta a provvedere «ancora meglio alla destinazione dell’anfiteatro per solenni adunate». Eppure lo stesso Terenzio, nel 1932, a fronte dei danni compiuti dagli avanguardisti in occasione delle adunate, tra cui «frantumazioni» di marmi e capitelli, aveva rappresentato al ministro il gravissimo pericolo del ripetersi di grandi affollamenti  al Colosseo e chiesto di scongiurare il ripetersi di simili concessioni del monumento. Ciononostante, nel 1932 si ventilò di sostituire l’originaria copertura di legno con un lastrone di cemento armato utile a garantire «una visione molto più esatta della struttura originale dell’Anfiteatro e della sua grandiosità» e necessario per le «speciali adunate». Il progetto non ebbe seguito.

Completato lo sterro dei sotterranei alla fine degli anni 30 del secolo scorso, nel 1949 fu riproposta, per il Giubileo del 1950, l’ipotesi di una copertura, che in quell’occasione fu realizzata con un semplice impiantito di legno, probabilmente poco o affatto praticabile, in parte poggiato sui bordi dell’arena, ma sicuramente sostenuto da un fitto impalcato, il tutto rimosso al termine dell’anno santo. Si trattò di un evento eccezionale, effimero, come effimera fu, nel 1985, l’audace riproposizione di un settore della cavea e di una porzione dell’arena nell’ambito della prima mostra realizzata nel Colosseo, a cura dell’Ipsoa, L’economia tra le due guerre

La storia insegna e si ripete. Singolari coincidenze si ravvisano tra le proposte passate e attuali. I ministri competenti per la conservazione dei monumenti accolsero proposte avanzate da terzi, inattuabili perché ignoto era lo stato di conservazione della porzione ancora interrata dei sotterranei e per l’entità della spesa. Analoghi gli scopi: ripristino dell’aspetto originario del monumento, utilizzo di uno spazio utile per i “convegni” oggi funzionale, mutatis mutandis, a ospitare spettacoli. Assente ora lo scopo primario dell’azione di tutela, la conservazione del bene, mai citata nella volontà di ripristino. Il soprintendente Terenzio assunse un atteggiamento ondivago, da un lato la condanna per i danni prodotti dalle adunate, dall’altro il plauso per una ricostruzione che quelle stesse adunate avrebbe favorito e incrementato: una posizione difficile e immutabile nel tempo.

Come fosse il piano dell’arena oggi lo vede e lo comprende chiunque, perché una porzione è già stata ricostruita dalla Soprintendenza archeologica di Roma grazie ai fondi dello sponsor, l’allora Banca di Roma, con la direzione dell’architetto Piero Meogrossi e di chi scrive. Inaugurato nel 2000 il piano ha finora ospitato, in rare occasioni, eventi a carattere altamente istituzionale e/o umanitario, come si addice a un monumento unico come il Colosseo i cui sotterranei sono un monumento nel monumento, l’unica parte dell’anfiteatro che ci è giunta,  in assenza di riusi, cristallizzata nell’assetto che aveva alla fine del V secolo quando, anche per effetto dell’innalzamento della falda, fu completamente interrata.

Il progetto fu il risultato della stretta collaborazione tra la facoltà di Ingegneria dell’Università degli studi di Roma La Sapienza, l’Istituto archeologico germanico e la Soprintendenza. L’intervento, funzionale alla ricomposizione della continuità architettonica tra la cavea, la galleria di servizio circostante l’arena e l’arena stessa, fu filologicamente realizzato all’originaria quota d’età flavia, progressivamente innalzata in epoche successive. La realizzazione dell’opera fu resa possibile dall’assenza di strutture conservatesi in elevato, tali da pregiudicare l’intervento.

La Soprintendenza valutò anche la fattibilità di una copertura più ampia ed elaborò nel 2002 il progetto preliminare per l’estensione fino alla mezzeria dell’invaso del piano già realizzato, in prosecuzione della quota flavia. Oltre la mezzeria la quota cambia: l’arena del III secolo è più alta di circa 30 centimetri rispetto al piano originario.

La ricostruzione dell’intero piano, oltre a non configurarsi quale proposta originale, poggia su presupposti superati dagli eventi e dagli interventi già posti in opera. La sua realizzazione non porterebbe alcun beneficio alla capienza: il numero di presenze contestuali nel Colosseo non può superare le 300 unità per esigenze connesse alla sicurezza, come previsto dal vigente piano di evacuazione. Inoltre, oggi dal piano dell’arena la visuale del gigantismo architettonico è già garantita, così come la visuale opposta, dall’attico verso l’arena.

In passato era ignoto lo stato di conservazione delle strutture: oggi le informazioni derivanti da anni di studi, ricerche, analisi, rilievi, carotaggi, scavi archeologici, restauri delineano un quadro molto preciso delle modalità di costruzione dei sotterranei e delle successive modifiche. In sintesi: le murature originarie, pilastri in blocchi di tufo alti circa  6,50 metri, posano su fondazioni lineari e/o curve dalla profondità variabile tra metri 3,25 e 4,80; la loro costruzione fu seguita dalla posa in opera, sull’intera superficie ipogea, di un piano in conglomerato cementizio dello spessore di circa 50 centimetri. E su questo piano poggiano, prive di fondazioni, le murature costruite nei secoli successivi per rinforzare gli alti pilastri di tufo. Per gettare le fondazioni furono intaccate e inglobate strutture di epoche precedenti il bacino della Domus aurea, bacino di cui non si è mai rinvenuto il piano di fondo, presumibilmente non realizzato. Le fondazioni flavie sono gettate entro terreni perennemente imbibiti per la presenza di una cospicua falda che affiora a pochi centimetri di profondità dal piano ipogeo e tracima in condizioni di pioggia continua e/o abbondante fino a raggiungere, talora superare, il metro di altezza allagando l’intero invaso, con conseguente nocumento delle strutture, in particolare le originarie di tufo.

L’attuale copertura parziale ha giovato alla conservazione delle sottostanti murature, grazie a una continua circolazione dell’aria che garantisce la riduzione del tasso di umidità permanente. Una copertura integrale, anche se utilizzata per periodi brevi, altererebbe un microclima consolidato generando, a lungo andare, problemi conservativi. L’insieme delle strutture, benché restaurate, costituisce un sistema molto delicato nel quale è possibile intervenire solo ed esclusivamente con operazioni puntuali, utili alla comprensione del funzionamento del “dietro le quinte”, quali la riproposizione delle varie tipologie di montacarichi, uno dei quali già posto in opera, o del secondo livello ligneo ove attestato: in sintesi, l’arredo tecnico della macchina anfiteatrale.

Precludere ai visitatori, anche se non continuativamente,  la visione generale dei sotterranei e concedere solo a pochi la possibilità di visitarli con biglietto dedicato e a numero chiuso (tutti si affacciano ai vari livelli lungo i bordi dei corridoi per goderne la vista); alterare un’immagine consolidata, ormai storicizzata così come l’erronea ricostruzione della cavea operata da Terenzio; disperdere le energie e umiliare le competenze dei tecnici dell’Amministrazione per consentire la realizzazione di spettacoli, spettatori presenti o meno, quando le funzioni istituzionali del personale sono vòlte alla conservazione del bene e non al suo utilizzo improprio; devolvere una somma ingente per un intervento non necessario e potenzialmente dannoso per un monumento unico e noto a tutto il mondo, assimilandolo a tante altre arene: tutto ciò appare incomprensibile, alla luce di tanti altri interventi di cui il monumento avrebbe bisogno. Se ne citano solo alcuni: la metà del settore meridionale, versante Celio, è al primo livello ancora interrato e chiuso al pubblico. Da almeno 20 anni giace negli uffici dell’Amministrazione un progetto di scavo archeologico, restauro e sistemazione dei percorsi da aprire ai visitatori.

I livelli superiori del monumento, dal terzo all’attico, aperti alle visite lungo percorsi confinati, necessitano di consistenti e urgenti restauri; la galleria intermedia, funzionale in antico alla distribuzione dei percorsi, l’unica conservatasi nel suo assetto post anno 217, attende la prosecuzione e il completamento dei restauri. Percorso di enorme interesse e suggestione, sulle cui pareti si conservano graffiti, intonaci dipinti: sulla parte scoperta della galleria andrebbe ripristinata la volta, come già realizzato nel cosiddetto passaggio di Commodo, per preservare quanto conservatosi e ridurre le dannose infiltrazioni d’acqua che percolano nel secondo livello, ove si susseguono gli spazi museale ed espositivo. Ancora: il Colosseo non è un monumento isolato, ma è parte preponderante di uno spazio architettonico dai contorni illeggibili. La sua area di rispetto, profonda 17 metri, conservatasi lungo il versante labicano, è stata ripristinata solo lungo un tratto del fronte meridionale grazie a un intervento condiviso con il Comune di Roma ed è in attesa di completamento. Anche le disiecta membra (frammenti sparsi ndr) della porticus che circondava l’anfiteatro lungo tre lati sono note solo agli studiosi, e solo un pannello didattico ne ricorda tuttora l’esistenza, benché non manchino proposte di recupero architettonico e funzionale dell’area monumentale. Lo smaltimento delle acque piovane e di falda, problema enorme su cui si sono cimentati i tecnici dal XIX secolo, è ancora in attesa di una soluzione definitiva. Sono solo alcuni esempi.

Accanto all’assenza di motivazioni di merito, sussistono anche problemi di metodo. Un progetto di tale rilevanza non può essere considerato alla stregua di un progetto ordinario, ma deve prevedere un’ampia concertazione preventiva con gli organi tecnici competenti, come avvenuto per la costruzione parziale dell’attuale piano dell’arena. Non solo, dovrebbe ottenere l’approvazione di quello che un tempo era il competente Comitato di settore, organismo ormai emarginato.

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L’autrice: Rossella Rea è archeologa, già direttore del Colosseo per la Soprintendenza speciale per i Beni archeologici di Roma


L’articolo è tratto da Left del 19-25 marzo 2021

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SOMMARIO

Riprendiamoci i sogni insieme agli studenti

MILAN, ITALY - JUNE 02: A young students attends at the flash mob "La Scuola Sconfinata" in support of greater funding for the public school and its pupils after the coronavirus crisis on June 02, 2020 in Milan, Italy. Schools in the country remain closed, whilst many businesses continue to reopen after more than two months of a nationwide lockdown meant to curb the spread of Covid-19. (Photo by Roberto Finizio/Getty Images)

Prof 1 …E invece dovrebbero essere loro, le maestre e i maestri delle elementari, dovreste essere voi, i prof delle medie e delle superiori a fare dei corsi di aggiornamento a noi docenti universitari. Loro dovrebbero aggiornarci su come si riesce a far sentire a proprio agio, come in famiglia, qualcuno con cui non avresti legami, se non quelli della convenzione sociale per cui tu sei lì a insegnare e lei o lui, lì a imparare.

Prof 2 E invece da noi alle medie venite sempre voi! Ma è giusto: serve a far capire alle nostre ragazze e ai nostri ragazzi cosa li aspetta quando cresceranno.
Prof 1 Però finisce a volte solo per spaventarli, purtroppo. La chiave dell’insegnamento è l’emotività, e nella scuola, in tutti i comparti, ci sono tanti problemi; ma il primo, a mio avviso, è la mancanza di continuità emotiva. Mi spiego meglio. Quando gli alunni dalle elementari passano alle medie, molto spesso subiscono un trauma emotivo. Il trauma, ad esempio, di passare da una situazione in cui si dà del tu alla maestra, a un’altra in cui il prof è già più distante: è meno mamma, meno papà, meno Dad mi verrebbe da scherzare, e più impiegato statale.

Prof 2 Ed è lì infatti che si rompe già qualcosa. Ma lo Stato siamo noi, come la storia. Dovremmo dirlo in classe che lo Stato sono anche loro, le ragazze e i ragazzi che vengono a scuola. Però questo significa che bisogna mettere il sistema sottosopra, per come la vedo io.

Prof 1 E tu pensa al concetto giornalistico molto usato nella pubblicistica anglofona della piramide invertita. Ovvero: se scrivi un pezzo di cronaca, la base della piramide, le fondamenta, i dati più importanti vanno all’inizio, mentre il picco della piramide, quello che dovrebbe puntare al sole, è in realtà, negli articoli di giornale, riempito di dettagli che il redattore può facilmente tagliare; e per questo che vanno alla fine. Ecco che giri la piramide sottosopra. La società e la scuola di rimando sono invece piramidali nel senso canonico e più brutto del termine: c’è tanta gente alla base della piramide, che viene schiacciata dalle gerarchie più alte; che a scuola sono chi teoricamente ne sa di più. Il picco insomma. I molti sono schiacciati dai pochi, la storia di sempre. La scuola invece per me dovrebbe fare come il giornalismo. In classe, in tutte le classi, la cosa più importante sono loro, i molti; voglio dire, le fondamenta, non i piani alti, non noi che rischiamo di esser visti ex cathedra. Senza di loro cadiamo anche noi. Gli studenti, non solo ci danno lavoro, ma ci legittimano, sono loro a…
(continua)

*-*

Gli autori: Pierluigi Barberio, (Prof 2), è un professore di scuola secondaria di primo grado. Enrico Terrinoni (Prof 1) è professore ordinario di Letteratura inglese all’Università di Perugia e traduttore


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Errare è umano, perseverare è Bertolaso

Foto LaPresse - Claudio Furlan 02/02/2021 - Milano (Italia) Conferenza stampa di presentazione di Guido Bertolaso come coordinatore del piano regionale per vaccini contro il covid 19 in Regione Lombardia Nella foto: Guido Bertolaso Photo LaPresse - Claudio Furlan Febrary 2, 2021 - Milan(Italy) Press conference to present Guido Bertolaso ​​as coordinator of the regional plan for vaccines against covid 19 in the Lombardy Region In the photo: Guido Bertolaso

Come va in Lombardia? Va molto Bertolaso, purtroppo. Va Bertolaso perché non passa un giorno che non accada un vergognoso malfunzionamento che se la Lombardia non fosse la Lombardia (e se Bertolaso non fosse così tanto Bertolaso) sarebbe su tutti i giornali, sentiremmo Giletti urlare come un ossesso, vedremmo decine di speciali televisivi con giornalisti indignati che ficcano il microfono sotto la bocca di Fontana, di Moratti e del Bertolaso così tanto Bertolaso.

Negli ultimi giorni è accaduto che Letizia Moratti si è perfino spettinata urlando tutta la sua vergogna contro «l’inaccettabile» inadeguatezza di Aria, la società della Regione titolare della piattaforma degli appuntamenti per i vaccini. Avete letto bene: Letizia Moratti se l’è presa con una società di Regione Lombardia di cui lei è vicepresidente, in pratica è il tennista che incolpa il suo gomito per la sconfitta. Ha ragione il dem Pierfrancesco Majorino quando dice che ormai non rimane che stare in attesa del comunicato in cui Letizia Moratti si indigna contro Letizia Moratti, così poi il quadro è completo, il cerchio è chiuso.

Ma in Lombardia continua ad andare tutto molto Bertolaso perché nei giorni scorsi Fontana e la sua allegra combriccola sono riusciti addirittura a superarsi per il caos che sono riusciti a produrre: sabato l’hub vaccinale di Cremona al mattino si è apparecchiato con vaccini, medici e infermieri e si è ritrovato 80 cittadini invece dei 600 previsti per un errore sulle comunicazioni della piattaforma. L’Asst si è messa a telefonare ai sindaci della zona per chiedere di recuperare in fretta e furia gente disposta a correre per farsi vaccinare e non buttare via le fiale inutilizzate. Deve essere stata una scena in cui il caos è esploso in modo inaudito se l’azienda sanitaria è stata costretta a un certo punto a lanciare un appello del genere: «Non venite qui, aspettate di essere chiamati. Continueremo a vaccinare le persone nelle categorie previste da questa fase del Piano vaccinale e quindi over 80, insegnanti, forze dell’ordine, personale sanitario ed extraospedaliero. Presentandosi di propria volontà si contribuisce alla creazione di file e di affollamento».

È andata molto Bertolaso anche a Como e Monza dove di persone ne sono arrivate meno di 20 e invece il personale sanitario ne aspettava 700. Via ancora con le telefonate. Per garantire il massimo dell’erogazione possibile, ha spiegato la direzione ospedaliera, sono state utilizzate liste interne di asili, Protezione Civile, volontari Auser fornite da Ats Brianza, e vaccinato personale scolastico che si è autopresentato, d’intesa con l’Ats e la Dg Welfare che è stata avvisata della problematica.

Qualcuno potrebbe immaginare che domenica almeno sia andata meglio e invece domenica a Cremona a mezzogiorno non si era presentato nessuno. Avete letto bene: nessuno. Zero. Nisba. Il “piano vaccinale” ancora una volta si è risolto in un convulso giro di telefonate per riuscire a svuotare i frigoriferi.

Errare è umano, perseverare è Bertolaso.

Buon lunedì.

A colpi di libri contro il razzismo

Side view of mixte ethnicity school kids sitting on cushions and studying over books in a library at school against bookshelfs in background

Alcune considerazioni sono d’obbligo nella 17esima settimana contro il razzismo (21-27 marzo) indetta dall’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali e finalizzata al contrasto delle discriminazioni etnico-razziali. Nell’ultimo decennio in Europa abbiamo assistito a ripetute azioni di discriminazione sociale e penale nei confronti dei migranti da parte di forze politiche e movimenti di ispirazione xenofoba. L’edificazione di barriere, fisiche e legislative, ha contribuito a dissolvere la ricchezza della differenza e a costruire una rappresentazione dell’altro come disordine e violenza. Si è andato così rafforzando una sorta di imperialismo ed etnocentrismo culturale che rigetta ogni alterità, salvo quando questa assume una funzione utile all’interno del proprio sistema; un atteggiamento che accompagna, da millenni, la storia dell’Occidente.

Anche per questo motivo è sempre più irrimandabile un reale ripensamento del significato del colonialismo italiano. Quasi ottant’anni di storia, dalla seconda metà dell’Ottocento al 1960, che ha riguardato in particolare il Corno d’Africa e la Libia e ha coinvolto tutti i governi succedutisi (Sinistra storica, liberali, regime fascista, fino ai primi esecutivi repubblicani). Ripercorrere quella storia assume oggi il significato di andare incontro ad un ripensamento profondo della nostra cultura, nella misura in cui da tempo sono loro – gli “altri” – che ci propongono un confronto. Storie in connessione. Ripensarci insieme, alla luce di una nuova cultura umanista, potrebbe allora servire a ridefinire l’identità stessa come ibrida e transculturale, non più chiusa e radicata dentro appartenenze e localismi ma aperta al molteplice, portatrice di un inedito e di un nuovo. Una vigorosa spinta al rinnovamento per la costruzione di una identità culturale creola capace di decolonizzare – alla radice – presupposti di unicità ed immutabilità.

Sono queste le premesse fondamentali con le quali un gruppo di attivisti dell’Associazione di promozione sociale Carminella, docenti, mediatori culturali, rifugiati, storici e scrittori – autoctoni e non – ha dato vita al progetto di una Biblioteca antirazzista nello storico quartiere romano del Quadraro. A partire da un’iniziale donazione di testi di epoca coloniale da parte della biblioteca della Fondazione Basso, il fondo si è presto arricchito di saggi critici di storia e antropologia, romanzi, raccolte di poesie e riviste, inviati da scrittori e case editrici. L’idea è di unire nello stesso luogo testi che raccontino le migrazioni di oggi e di ieri, il lento evolversi dei processi di schiavitù e disumanizzazione, così come le lotte di decolonizzazione e per l’autodeterminazione dei popoli. Storie di realizzazione e resistenza e non soltanto di sconfitta. «Ci siamo resi conto della necessità di allargare lo sguardo oltre il Corno d’Africa e la Libia – racconta Marina Chiarioni -, di seguire i processi di decolonizzazione e il neocolonialismo più o meno strisciante che…


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Covid19, effetto Bolsonaro

Women take part in a protest against Brazilian president Jair Bolsonaro, demanding coronavirus disease (COVID-19) vaccines and emergency aid during the pandemic, on International Women's Day in Sao Paulo, Brazil March 8, 2021. (Photo by Cris Faga/NurPhoto via Getty Images)

Dopo un anno di pandemia la situazione sanitaria in Brasile è letteralmente tragica. In queste prime settimane di marzo si è arrivati a superare gli 80mila casi ufficiali e i 2.200 morti al giorno, con numeri che, fatte le dovute proporzioni, solo gli Usa hanno raggiunto nella fase prevaccinale e nelle prime settimane di vaccinazione. Buona parte delle strutture sanitarie sono al collasso, soprattutto a causa della diffusione delle varianti più contagiose e letali.

La vaccinazione è ancora agli inizi, la percentuale di vaccinati con la prima dose è del 4,57% (dopo un mese e mezzo) e dovrebbe accelerare solo a partire da aprile o maggio, se le consegne della materia prima dall’estero e i ritmi di produzione non subiranno intoppi. Il Brasile, pur non essendo paragonabile alle economie più strutturate del mondo, non è un Paese povero (la distribuzione della ricchezza è qui assurdamente e vergognosamente disuguale, questo sì) e, soprattutto, ha una grande esperienza con malattie tropicali endemiche ed epidemie, ha già organizzato campagne di vaccinazione imponenti ed eseguite in tempi rapidi, tanto che alcuni dei suoi laboratori di ricerca e produzione di  vaccini e antidoti, come l’Istituto Butantã e il Fiocruz, sono tra i migliori al mondo.

Ma allora, perché questa impreparazione e ripetizione di errori di altri Paesi nel contrastare la diffusione e gli effetti della pandemia? La crisi e la frammentazione politica di questi anni sono sicuramente alla base delle difficoltà di gestione della pandemia. Ma vediamo, nello specifico, alcune questioni.

La presidenza della Repubblica è attualmente occupata da una figura non adeguata a…


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Come si resiste a uno sterminatore

Kayapó indigenous people from the "Baú" and "Menkragnoti" villages, near the city of Novo Progresso, in the south of Pará, Brazil, on August 17, 2020 , block the BR-163 highway in protest against the lack of resources to combat COVID-19, and claiming dialogue by part of the government in the plans of the Ferrogrão, a railway project for transporting grains between connecting the Midwest region to the port of Mirituba, in the north of the state of Pará, on Monday morning, on August 17, 2020. (Photo by Ernesto Carriço/NurPhoto via Getty Images)

Una «politica di sterminio». Così un’associazione di indigeni brasiliani ha definito la condotta di Bolsonaro nei loro confronti. Un piano portato avanti con l’incentivo delle pratiche estrattive di chi invade le zone abitate dagli indios per spremerne le risorse e con la dissennata gestione del Covid, che sta letteralmente decimando i popoli indigeni. Ma qual è la situazione reale nei territori indios? Come si stanno organizzando per resistere? Quali sono le sponde politiche su cui possono contare? Ne abbiamo parlato con l’antropologo Yurij Castelfranchi, professore associato di Sociologia dell’Università federale di Minas Gerais.

Come è vissuta la pandemia dai popoli indios? Come (non) sono stati tutelati, dal punto di vista sanitario, da Bolsonaro?
Una premessa. Come giustamente ricordi, quasi tutte le associazioni e ong indigene parlano apertamente di una “politica di sterminio” e di “genocidio”. In particolare il Coordinamento delle organizzazioni indigene dell’Amazzonia brasiliana (Coiab) e l’Articolazione dei popoli indigeni del Brasile (Apib). Insieme a loro stiamo cercando di raccogliere prove per aprire un processo per crimini contro l’umanità al Tribunale internazionale dell’Aia. Dopodiché, entrando nello specifico, il disastro delle politiche del governo Bolsonaro contro gli indios attraversa vari fronti. Da una mancata assistenza sanitaria ad una assistenza per così dire “criminale”.

Può farci qualche esempio?
L’organo del governo federale che si occupa dell’assistenza sanitaria agli indios è la Segreteria speciale per la salute indigena (Sesai), collegata al ministero della Sanità, e alcuni casi di contagio in villaggi indigeni remoti son correlati all’intervento di medici e tecnici di questo ufficio, che hanno portato il virus persino in zone dove abitano gruppi indigeni isolati o non contattati. Inoltre, il tracciamento è scarsissimo in tutto il Paese, e ancora più nei territori indigeni e i dati sulla diffusione del coronavirus sono poco trasparenti e poco aggiornati.

Nei giorni scorsi l’Apib ha comunicato che si sono superati i mille morti indios per Covid, ma molto probabilmente è una stima al ribasso.
Parliamo di una popolazione indigena brasiliana frammentata in oltre 170 tra gruppi e popoli, alcuni composti da poche decine di persone, quando non poche unità. Non è così facile fare una conta precisa. Un’altra cosa da segnalare è che molti degli indios ricoverati in condizioni gravi oppure morti per l’infezione avevano ricevuto come terapia il famigerato “kit Covid”, un sacchetto contenente farmaci già dichiarati inefficaci dall’Oms e dalle autorità sanitarie brasiliane. Un cocktail con antiparassitari, antielmintici, antibiotici, la famosa clorochina, poi vitamine e zinco. In alcuni casi non è presente neppure la confezione di queste medicine o il foglietto illustrativo.

È vero che alcuni medici ancora prescrivono il “kit Covid”?
Purtroppo sì, sebbene le…


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Crocifisso e moschetto, il “Bolsonero” perfetto

Tutte le mattine c’è lo stesso rituale. Alle sette, prima di andare a lezione, si issa la bandiera, si intona l’inno nazionale e poi ci si dirige a passo di marcia in aula. Appena arrivano gli insegnanti – che ovviamente sono dei militari, la classe deve scattare in piedi e rimanere in posizione fino a quando non verrà dato l’ordine di riposo. Un perfetto plotone di adolescenti. E no, non si tratta di una puntata del reality show di Rai 2 La caserma (anche se le divise e i modi di fare potrebbero farlo credere). È piuttosto la rigida routine che da più di due anni a questa parte molti studenti brasiliani sono costretti a dover seguire ogni volta che vanno a scuola.

La militarizzazione delle scuole è arrivata in Brasile nel febbraio del 2019 con una riforma firmata dall’ex ministro dell’Istruzione Ricardo Vélez Rodríguez. Rodríguez, di comune accordo con l’allora neo eletto presidente Jair Bolsonaro, stravolse il sistema educativo statale ponendolo sotto il controllo delle forze armate che lo riorganizzarono iniziando una trasformazione delle scuole pubbliche in accademie militari pensate per i ragazzi di età compresa tra i 6 e i 17 anni.

Un tipo di scuola diverso, con un…

* Illustrazione di Carolina Calabresi *


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